Highland Park 26 yo (1986/2013, Adelphi, 47%)

Recuperiamo dai meandri delle nostre inadempienze un single cask di Highland Park, imbottigliato da Adelphi nel 2013, che colpevolmente avevamo lasciato a riposare nel nostro armadietto dei samples. La distilleria di Kirkwall è da sempre una delle nostre favorite, grazie a quella torba leggera che complica senza prevaricare: ai più distratti ricordiamo che HP è tra le otto distillerie attive in Scozia a maltare almeno parzialmente il proprio orzo (l’unica che lo fa al 100% è Springbank) e che il brand ambassador globale è un danese gigantesco, con dei bicipiti grossi come il girovita di De Michelis, quindi guai a parlarne male. Adelphi, al contempo, è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere per la qualità delle sue selezioni, anche grazie all’ottimo lavoro di promozione fatto in Italia da Pellegrini. Bando alle ciance, si beva!

dscn9979bigN: il clima che si snasa è quello spigoloso delle Orcadi: multiforme, riesce a essere sia trattenuto che intenso, come d’altro canto ci hanno abituato i migliori Highland Park. Ha una nota minerale in primo piano, di torba, che pian piano si evolve e diventa un leggero fumo acre, sempre più evidente. Cera e olio d’oliva, mandorle amare. Poi la nota floreale (dire erica è quasi d’obbligo, ma in effetti…) apre ad un lato fruttato, di frutta gialla, ancora lieve e intenso al contempo, raffinatissimo (mele gialle, forse una marmellatina di limone?, il lato agrumato è splendido: buccia di limone candita). Anche lychee, e ancora cereali e una dolcezza da ciambelle. C’è un che di vino bianco secco, certi sciampagnini, per dire… Minerale e leggermente fruttato, appunto. Ottimo.

P: qui il lato fumosino, torbato e vegetale è subito più intenso, e al contempo resta più intensa anche la dolcezza. Ci viene in mente del miele leggero ai fiori e della frutta ancora tra la mela e l’agrume, magari in marmellata. Un pelino di vaniglia, di biscotti ai cereali. Ancora un po’ di vino bianco; anche frutta a pasta bianca (uva? lychees?), molto dolce ed intensa. Buono buono.

F: perdura uno splendido ricordo torbato, leggermente fumoso; ancora uva bianca, marmellata di limone. Cera.

89/100: molto coerente, molto buono, molto Highland Park. Botte certamente refill, davvero rispettosa di un distillato unico nel suo genere: delicato e intenso allo stesso tempo. A noi fa impazzire questo lato minerale-torbato, leggermente ceroso, e questa dolcezza trattenuta, di frutta giallina tendente al bianco: ha senso? Per noi sì, quindi pollice alzato e via così.

Sottofondo musicale consigliato: My Morning Jacket – Only memories remain.

Ledaig 19 yo (1997/2016, Cadenhead’s, 53,9%)

Quello di Ledaig, versione torbata di Tobermory (Isola di Mull), è distillato che sempre divide: spiccano le note sporche, generalmente, e si tratta di spigoli belli acuti, che talora disturbano perfino i cuori e palati più temerari. Cadenhead’s ha diverse botti di Ledaig (e d’altro canto, come ama spiegare lo stesso Mark Watt, a Cadenhead’s piace imbottigliare prodotti misconosciuti – si legga ad esempio la bella intervista fattagli ieri dal sommo Bevitore Raffinato), e ha appena messo sul mercato un single cask diciannovenne con etichetta dorata. Possiamo forse esimerci dall’assaggiarlo? No, affrontiamo la sfida.

ledaig-19-year-old-1997-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: da subito pesante e molto spigoloso nel bicchiere. L’alcol si fa notare. In primo piano c’è tutto un mondo ‘sporco’, tra il soffritto, il sugo di pomodoro, un tocco di cera e poi anche un’affumicatura pesante tipo catrame o diesel. Cereale bagnato, molto affascinante. Vagamente iodato. Dopo un po’ dalle retrovie emerge un lato zuccherino, anch’esso pesante (se dovessimo definirlo con un colore diremmo marrone), che ricorda lo zucchero di canna, i fichi secchi e le tisane invernali a base di arancia, uvetta e cannella.

P: anche qui la prima impressione è quella di un distillato graffiante e minerale, con un cereale spoglio e macerato a suo modo elegante. Per intenderci diciamo che è meno sporco e più vegetale rispetto al naso. Qui però la dolcezza non rimane in disparte come prima, ma arriva ad arrotondare e a smussare quasi subito: e allora ecco ancora zucchero di canna e fichi secchi, oltre a datteri e sciroppo d’acero. Liquore all’arancia. Conclude con fumo acre e terroso in decisa ascesa. Non manca l’hallmark di distilleria, il chicco di sale – se no ci scrive Pino e ci bastona.

F: l’affumicatura esce alla grande assieme a un bella sensazione di vegetale e cerealoso. Chicco tostato e cacao.

Sicuramente un whisky ‘ad alta soggettività’, ma non si può dire che non sia cangiante e intrigante, soprattutto al naso. Il palato rivela una dolcezza un po’ monolitica, ma nel complesso piacevole e ancora screziata di sfumature minerali e sporchine. Buono il cereale, buona la torba bella decisa: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: un pezzo bellissimo, la dimostrazione che i geni non mentono. Teneteli d’occhio: Algot Blackfisk – Blinding light.

Glenrothes

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Su Whiskyclub.it tutte le specifiche della distilleria, qui sotto tutte le espressioni che abbiamo bevuto:

OB

Glenrothes Select reserve (2011, OB, 43%) – 78/100

Glenrothes ‘Sherry cask reserve’ (2015, OB, 40%) – 77/100

Glenrothes 1985 (2005, OB, 43%) – 85/100

Glenrothes 1988 (2009, OB, 43%) – 87/100

Glenrothes 1995 (2011, OB, 43%) – 84/100

Glenrothes 1998 (2009, OB, 43%) – 80/100

IB

Glenrothes 11 yo (2004/2015, Hepburn’s Choice, 46%) – 88/100

Glenrothes 21 yo (1991/2013, Adelphi, 55,5%) – 87/100

Linkwood 26 yo (1989/2015, Valinch & Mallet, 53,1%)

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c’è qualcosa di edipico in questa foto…

Davide Romano, una delle due anime di Valinch & Mallet insieme al baffuto Fabio Ermoli, ci ha sempre detto grandi cose su questo single cask di Linkwood messo in vetro l’anno scorso; noi l’assaggiamo solo oggi, sapendo che i due ci hanno abituati molto bene con le loro selezioni… Si tratta di un ex-bourbon del 1989, imbottigliato ovviamente a grado pieno e senza colorazioni, proveniente da una distilleria dello Speyside che ha la sfortuna di vedere pochi imbottigliamenti ufficiali a fronte di una produzione per lo più destinata ai blended di casa Diageo.

linkwood26_valinch__mallet_single_malt_scotch_whiskyN: incredibilmente fresco dopo 26 anni di botte, ben poco appesantito da legno e spezie, Ciononostante risulta di grande struttura ed esibisce un muro di frutta parecchio spesso. Dominano la frutta gialla (pere e albicocche succose) e gli agrumi (arancia ma anche cedro). Sulle note ufficiali del sito di Valinch ci sembra particolarmente felice l’intuizione del mirtillo, a cui ci piace aggiungere fragole fresche. Che ricchezza! Il senso di compattezza di questo naso è poi persino aumentato da una nota maltosa davvero pronunciata, di cereale caldo, di biscotto secco. Zenzero e un filo di tabacco.

P: davvero solido e con un alcol tutto sommato trascurabile. Rispetto al naso, si fa un poco più dolce e più ‘scuro’. C’è ancora la frutta gialla, con pere e mele, ma diventa più calda, quasi in marmellata. Si sente bene una tostatura che assieme alle note dolci ricorda lo zucchero caramellizzato o la torta bruciacchiata appena tolta dal forno. Di nuovo piacevolmente maltoso. Una sorpresa finale in un neologismo: eucaliptico.

F: lungo, maltoso e fruttato e ci pare persino di recuperare una nota minerale.

Eccellente. Offre tutto quello che si desidera da una distilleria dello Speyside, note fruttate intense e cereali croccanti (…) sempre in primo piano; la nota deliziosa leggermente minerale al finish offre un seppur minimo twist sul tema principale, e noi apprezziamo tanto. 89/100, bravissimi ragazzi.

Sottofondo musicale consigliato: De La Soul feat. Estelle – Memory of… (US).

Glenmorangie

glenmorangie

Su Whiskyclub.it tutte le specifiche della distilleria, qui sotto tutte le espressioni che abbiamo bevuto:

OB

Glenmorangie ‘Dornoch’ (2015, OB for travel retail, 43%) – 81/100

Glenmorangie 10 yo ‘Original’ (2013, OB, 43%) – 84/100

Glenmorangie ‘Lasanta’ (2014, OB, 46%) – 84/100

Glenmorangie “Nectar d’Or” (2010, OB, Sauternes finish, 46%) – 84/100

Glenmorangie 18 yo (2012, OB, 43%) – 87/100

Glenmorangie 25 yo ‘Quarter Century’ (2014, OB, 43%) – 89/100

Glenmorangie Signet (2008, OB, 46%) – 88/100

Rosebank 1989 (1999, Spirit of Scotland, 40%)

Ci piace l’idea di trattarci bene, di lunedì, per alleviare le offese della settimana che inizia e ci ricorda che il tempo conduce inevitabilmente verso la fine di ogni cosa, noi compresi, nonostante la beffa dell’illusione di un segmento che si rinnova con la regolare cadenza dei sette giorni. Alla fine è giunta pure Rosebank, distilleria delle Lowlands chiusa da più di vent’anni e simbolicamente rasa al suolo e tramutata in condominio: oggi assaggiamo un dieci anni messo in bottiglia nel 1999, quando ancora tutto era possibile per noi che ci affacciavamo alle scuole superiori.
jun14-rosebankspiritN: scivola via agile nelle narici, rinfrescandole. C’è un cereale schietto, giovane e zuccherino, molto erbaceo. Anche le suggestioni fruttate sono in realtà tenui, dall’uva bianca al bianco del limone, dalla mela ai fichi d’india. Latte di mandorle. Sembra davvero di assecondare il clichè più trito delle Lowlands, ma qui i prati pieni di fiori profumati ci sono alla grande.

P: la gradazione condiziona un poco di più rispetto al naso e si ha un corpo leggermente scarico. Rimaniano nel magico regno delle piante, con erba fresca, fiori e orzo a gogo. Concordiamo con gli amici di whiskyroma su una spiccata nota di miele. A tratti vira addirittura su una nota amarognola, tra la buccia di mandorla e ancora bianco del limone che, veniamo a scoprire, si chiama albedo.

F: di media durata e pulitissimo, erba e miele.

A un naso di assoluta gradevolezza segue un palato meno convincente, sia per la gradazione che per una certa ostentata semplicità. Rimane comunque un ottimo breakfast dram e se pensiamo che all’epoca doveva essere un single cask “base”… beh che bel bere doveva essere: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Frank Zappa – Muffin Man.

Glenlivet

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Su Whiskyclub.it tutte le specifiche della distilleria, qui sotto tutte le espressioni che abbiamo bevuto:

OB

Glenlivet 16 yo ‘Nadurra’ (2009, OB, batch 1109I, 54,2%) – 84/100

Glenlivet 18 yo s.c. edition (1996/2014, OB, ‘Tombreckachie’, 54,4%) – 84/100

Glenlivet 21 yo ‘Archive’ (2011, OB, 43%) – 87/100

Glenlivet XXV (OB, 43%) – 86/100

Glenlivet 1983/2003 ‘Cellar Collection’ (OB, 46%) – 85/100

Glenlivet Alpha (2013, OB, NAS, 50%) – 84/100

IB

Glenlivet 36 yo (1975/2012, Wilson & Morgan, 58,3%) – 91/100

Mad March Hare Recipe N. 27 (OB, 40%)

Oggi assaggiamo un distillato irlandese che, tecnicamente parlando, non è proprio whisky e nemmeno un whiskey. Oggi siamo così curiosi che ci beviamo un Poitin. Whaaaat?! Il Poitin è una bevanda tradizionale irlandese, ottenuta distillando con pot still un fermentato che può contenere in parti variabili cereali, grano, siero di latte, barbabietola da zucchero, melassa e patate. Paura, eh? In realtà questo Mad March Hare- la lepre marzolina di Alice nel Paese delle meraviglie- è prodotto a partire unicamente da orzo maltato, quindi si configura più come un classico new make spirit piuttosto che come una pozione ancestrale in grado di farci chiudere per sempre il blog.

mad-march-hare-bottle-shotN: l’alcol non si sente. Accantonate qualsiasi riferimento olfattivo appreso durante le vostre degustazioni e cercate di non lasciarvi spaventare da questo bizzarra bevanda. Praticamente odora quasi solo di funghi secchi lasciati a bagno nell’acqua. Avete presente l’odore penetrante di quell’acquetta torbida? Proprio quella. Solo in un secondo momento, emerge un certo senso di cereale macerato, umido e sdraiato sul malting floor.

P: alcol zero. Di una piattezza sconfortante, mentre a livello di descrittori si sente sicuramente di più il chicco d’orzo e un po’ meno quel senso di sporco che ricorda i funghi secchi. Comunque è qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altro new make che abbiamo assaggiato, è molto meno dolce e più cerealoso. Per interderci, non troviamo certo i canditi ma piuttosto quel sapore di amido della pasta.

F: quale finale? In realtà è un ottimo pulisci bocca.

Probabilmente nella sua brutalità è un prodotto a suo modo raffinato, e a riprova di ciò bisogna ammettere che nasconde molto bene la componente alcolica. Par di capire che se miscelato potrebbe offrire degli spunti interessanti, e in effetti persino nel sito ufficiale c’è una sezione dedicata a consigli per mixologist. Noi in questo campo non azzardiamo previsioni, dal momento che i cocktail di tanto in tanto ci limitiamo a tracannarli. Sta di fatto che bevuto liscio è un’esperienza solo curiosa e nulla più: 60/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tame Impala – Half Full Glass Of Wine