Clynelish

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Su Whiskyclub.it tutte le specifiche della distilleria, qui sotto tutte le espressioni che abbiamo bevuto:

OB

Clynelish 12 yo (inizio ’70, Ainslie&Heilbron, OB for Di Chiano, 43%) – 93/100

Clynelish 14 yo Flora & Fauna (OB, 43%) – 81/100

Clynelish 14 yo (2012, OB, 46%) – 88/100

Clynelish ‘Available only at the distillery’ (2012, NAS, OB, 57,3%) – 90/100

Clynelish Distiller’s Edition (1993/2011, OB, 46%) – 81/100

IB

Clynelish 12 yo (1998, Hart Brothers per “Tre Archi”, 46%) – 84/100

Clynelish 1995 (2008, Samaroli ‘Coilltean’, 57%) – 91/100

Clynelish 13 yo (1992/2005, Ian McLeod’s Dun Bheagan, 46%) – 86/100

Clynelish 1997 (2011, Adelphi, 59,1%) – 92/100

Clynelish 1995 (2010, Samaroli ‘Glen Cawdor’, 45%) – 87/100

Clynelish 15 yo (2013, Tartan collection, 57,6%) – 87/100

Clynelish 1995 ‘Port finish ‘(2010, Wilson & Morgan, 46%) – 86/100

Clynelish 1997/2012 (The Bonding Dram, 55,7%) – 90/100

Clynelish 17 yo (1996/2014, Adelphi, cask #6417, 57,1%) – 89/100

Clynelish 17 yo ‘Old Particular’ (1996/2014, Douglas Laing, 48,4%) – 86/100

Clynelish 18 yo (1996/2015, Valinch & Mallet, 54,1%) – 92/100

Clynelish 19 yo (1993/2012, Silver Seal, 53,5%) – 92/100

Clynelish 1989 (2012, Thosop by The Whiskyman, 53,5%) – 92/100

Clynelish 23 yo (1989/2013, Adelphi, 53,1%) – 90/100

Clynelish 24 yo (1965/1989, Cadenhead for Sestante, 46%, 75cl) – 94/100

Clynelish 1982 (2011, Malts of Scotland, 53,7%) – 92/100

Aisla Bay (2015, OB, 48,9%)

4319f6b7ede0e2b3b5d16798a6a445d4Aisla Bay è una distilleria concettuale, se vogliamo: la compagnia Grant’s, proprietaria di Glenfiddich e Balvenie, ha deciso nel 2007 di ampliare Girvan (distilleria di grain whisky) implementando appunto Aisla Bay, con l’obiettivo di sostituire Balvenie nei blended di scuderia (così da poter mantenere buone scorte dell’aureo Balvenie) e, cosa ancora più interessante, di poter produrre whisky con stili differenti (molto torbato, noccioloso, fruttato…). Questa scelta è giustamente stata dipinta dagli analisti come un case-study, perché letteralmente defeca in testa alla nozione di territorialità e a ciò che questa implica: la scelta, deliberata, vuole infatti porre l’attenzione sullo stile del distillato e rendere così la produzione molto duttile, a seconda dell’obiettivo che il distillery manager ha, di volta in volta, in mente. Questo ci spinge a una considerazione preliminare sullo stato delle cose, fatta un po’ rapidamente, ché è pur sempre agosto e non siamo ancora andati in ferie – perdonateci. Tempo fa si chiacchierava di due possibili direzioni per lo scotch: la grande industria e l'”artigianalità”, i colossi e le craft distilleries, i grandi numeri e le piccole produzioni. In un certo senso, questa opposizione richiama (pur senza esserne perfettamente sovrapponibile) la distanza tra l’attenzione alla materia prima e quella per il risultato finale – è sempre una questione di visione, di concezione del proprio marchio di scotch whisky e del proprio modello di business, e tutto è legittimo, sia chiaro: in questo caso, siamo di fronte a distillerie che guardano alle differenze, alla storia, alla tradizione, alla lentezza (val forse la pena di leggere l’interessante intervista a Olivier Humbrecht, che lavora con il vino ma è grande appassionato di whisky), che cercano di recuperare e lavorare materie prime del territorio, e ad altre che invece guardano all’immediato e piegano il processo produttivo in funzione di un obiettivo, quale appunto la presente Aisla Bay – la cui proprietà è di per sé garanzia di alti livelli. Noi, restando persuasi che è sempre e solo una questione di qualità (o una formalità, non ricordo più bene), di fronte a questo A.B. siamo sospesi tra la distaccata fascinazione e la partecipe disapprovazione, e non possiamo che assaggiare per sciogliere il dubbio: questo imbottigliamento, l’unico ufficiale per ora, ribalta il tavolo del terroir e propone un torbatone delle Lowlands. Ah, il postmoderno, che figata!

Schermata 2016-08-12 alle 18.28.20N: sulle prime è senz’altro la torba a monopolizzare l’attenzione, lanciando zaffate raramente così attigue alla gomma nuova, al catrame, alla plastica bruciata. La dolcezza all’inizio si manifesta anch’essa in maniera inorganica, ricordando la pasta medicale del dentista. C’è della vaniglia, papale papale, senza troppi fronzoli, e dello zucchero liquido; poi, gradevoli sentori sinceri di erba fresca, di prato umido, a cesellare un profilo semplice ma accattivante.

P: presenta le stesse curiose stranezze del naso, con una torbatura molto marcata e intensa, tutta giocata sulla plastica bruciata, il catrame, i copertoni, certi medicinali (siamo folgorati dalla suggestione: tachipirina)… Ha note erbacee ed amare, che accompagnano verso il finale una dolcezza ben bilanciata e fatta di vaniglia e pere.

F: c’è bisogno di dirlo?, fumo fumo fumo, plastica, catrame, gomma brasata…

Non è male, di certo è molto particolare, e non solo perché – come detto – anche solo sulla carta un torbato delle Lowlands mette in crisi tutte le nozioni di territorialità che abbiamo tutti imparato. La nota amara ed inorganica, da plastica bruciata, scatenerà con facilità le suggestioni di ognuno di voi, avventurieri del single malt. Scannatevi poi tra avanguardisti e classicisti, scendete nell’agone della querelle des anciens e des modernes in salsa maltata: nel frattempo, noi beviamo e alziamo la paletta del 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: CCCP – Io sto bene.

Caol Ila

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Su Whiskyclub.it tutte le specifiche della distilleria, qui sotto tutte le espressioni che abbiamo bevuto:

OB

Caol Ila 18 yo (OB, 43%) – 86/100

Caol Ila Friends of the Classic Malts (2007, OB, 43%) – 70/100

Caol Ila Distiller’s edition (1996/2008, OB, Moscatel finish, 43%) – 84/100

Caol Ila ‘Feis Ile 2013′ (2013, ‘triple maturation’, NAS, 56,5%) – 86/100

Caol Ila ‘Feis Ile 2014’ (2002, OB, 55,5%) – 88/100

Caol Ila “Unpeated” 15 yo (2014, OB, 60,39%) – 86/100

Caol Ila “Unpeated” 17 yo (2015, OB, 55,9%) – 87/100

IB

Caol Ila 1989 (1997, Signatory for Velier, 43%) – 86/100

Caol Ila 1989 (1997, Lands of Scotland, 43%) – 86/100

Caol Ila 9 yo (1999/2008, Shieldaig, 43%) – 77/100

Caol Ila 10 yo (1998/2008, Provenance, spring distillation, 46%) – 81/100

Caol Ila 10 yo (2000, Silver Seal, 46%) – 88/100

Caol Ila Cl4 (2012, Elements of Islay, 58,7%) – 84/100

Caol Ila 1999 C. Strenght (2011, Gordon&MacPhail, sherry cask, 61,6%) – 90/100

Caol Ila 14 yo (1999/2013, Hidden Spirits, 48%) – 87/100

Caol Ila 14 yo (1999/2014, High Spirits for Gluglu Whisky Club, 46%) – 85/100

Caol Ila Old Masters 14 yo (1995/2010, James MacArthur, sherry c. 10042, 58,4%) – 84/100

Caol Ila 16 yo ‘Le Bon Bock & Friends’ (1996/2012, LeBonBock, 43%) – 85/100

Caol Ila 16 yo (1991/2007, Murray McDavid, 46%) – 75/100

Caol Ila 17 yo (primi anni ’90, James MacArthur, 43%) – 88/100

Caol Ila 18 yo (1995/2013, Wilson&Morgan, 57,5%) – 88/100

Caol Ila 20 yo (1974/1994, Hart Bros, 43%) – 88/100

Caol Ila 24 yo (1984/2009, Bladnoch Forum, 55%) – 78/100

Caol Ila 25 yo (Wilson & Morgan, 1990/2015, 54,3%) – 91/100

Caol Ila 27 yo (1983/2011, Milano Whisky Festival, cask #4821, 50%) – 87/100

Caol Ila 30 yo (1980/2010, Master of Malt, 57,4%) – 90/100

Caol Ila 30 yo (1984/2014, Wilson & Morgan, cask #3130, 54,6%) – 89/100

Caol Ila 30 yo ‘Juventus FC’ (1983/2013, High Sprits per Gluglu, 50%) – 91/100

Caol Ila 31 yo (1981/2012, Silver Seal, 54,2%) – 92/100

Macallan 7 yo ‘Giovinetti’ (anni ’90, OB, 40%)

Tutti vi siete imbattuti in questa bottiglia, consapevolmente o meno. La sua pubblicità era celeberrima, quando noi ancora preferivamo le merendine al whisky; si tratta di un Macallan, selezionato in esclusiva da Armando Giovinetti (importatore di Macallan all’epoca) per il mercato italiano, particolarmente appassionato di whisky… giovinetti. Va bene, abbiamo esaurito il nostro bonus di battute infelici, dunque torniamo alle informazioni: è ovviamente una bottiglia di culto, a piena maturazione in botti ex-sherry, anche se all’epoca era un single malt di consumo. Rilasciato nel 1985, è rimasto in vita fino alla fine degli anni ’90, quando Maxxxium subentrò a Giovinetti come importatore – il 7 anni è rimasto ancora per qualche tempo, ma la qualità si è inabissata.

the-macallan-7-year-old-armando-giovinetti-special-selection-whiskyN: che qualità, signori: ricco e molto aperto, l’invecchiamento in sherry ostenta tutta l’opulenza dei frutti rossi (lamponi, ciliegia, uva passa). Sherry caldo, molto zuccherino (crostata di more, marmellata di fragole); si concede il lusso di esibire anche un lato più ‘cremoso’, con panna cotta e caramello, brioche burrosa, caffelatte zuccherato. C’è anche un bel tocco di legno caldo e odoroso, a rendere ancora più grossa la struttura; poi tamarindo, tabacco da pipa, cioccolato ai frutti di bosco, fichi secchi. Insomma, un luna park olfattivo…

P: mantiene appieno tutte le promesse del naso, rivelando a 40% un corpo e una struttura che certi whisky a grado pieno si sognano… Il primissimo impatto è sul cioccolato e i fichi secchi, seguito a ruota da uno spettacolo di legno accompagnato da una teoria di frutta secca seducente (nocciola soprattutto, in grandissimo spolvero). Ancora marmellata d’arancia, ancora brioche, ancora frutti rossi (more soprattutto), tabacco; il lato più ‘cremoso’ qui pare soprattutto di créme caramel. Grandissima coerenza, grandissima qualità.

F: lungo e persistente, si divide tra legno, malto brioscioso, frutta rossa.

Pazzesco come un 7 anni abbia questa qualità, questa struttura, questa complessità, questo corpo. Macchina del tempo, riportaci a quando una bottiglia del genere era la norma, la noiosa, deprecabile, stolida norma. In attesa del miracolo gli affibbiamo un roboante 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Odetta – Baby,I’m in the mood for you

Spey Tenné Port (2015, OB, 46%)

Chiudiamo i conti con i prodotti della Speyside distillery assaggiando l’edizione limitata (18000 bottiglie) Tenné Port: whisky di almeno otto anni in botti ex-bourbon con sei mesi finali di passaggio in botti ex-Porto ‘Tawny’ prodotto dalla piccola Quinta do Filoco. Come senz’altro sapete, se avete avuto la sventura di leggere altre nostre recensioni in passato, dai finali in Porto diffidiamo abbondantemente, seppure – a nostra sindacabile opinione – questi finish fanno i danni maggiori ai whisky torbati. Colore: trota salmonata.

spsob.non5N: subito ci colpisce una macro-suggestione: la glassa della colomba, con le mandorle tostate e gli zuccherini… Questo whisky, infatti, non lesina botte di ‘dolcezza’ a base di vaniglia e appunto pasta di mandorle; e poi ancora canditi del panettone, tanta uvetta. Un profilo ‘succoso’, complessivamente, con fresche note fruttate e di mirtilli (forse yogurt ai mirtilli?). Qualcosa di speziato, forse biscotti alla cannella? Un chiodo di garofano?

P: di buon corpo, il primo impatto è forse un po’ alcolico ma c’è una bella esplosione di sapori… L’impressione complessiva è più che positiva, nonostante il nostro disamore per il Porto! All’inizio si sente tanto il legno, con note molto tostate, poi di frutta secca (mandorle e nocciole); oltre, aumenta il lato succoso e fruttato, con uvetta e amarene (quelle sotto spirito, di brutto). Non molto altro, forse un ricordo speziato e un poco di pepe nero.

F: un enorme marron glacée, poi uvetta, amarene, legno tostato.

Intendiamoci, è buono: e però pare un po’ esile. Abbiamo assaggiato ormai quattro espressioni di Spey (di fatto, quattro quinti del loro intero core range), e il carattere comune ci pare essere proprio l’esilità del distillato, che per distinguersi ha bisogno o di invecchiamenti importanti o di botti molto marcanti – e dietro all’apporto della botte, se possiamo sbilanciarci, poco rimane. Detto ciò, questo ci è piaciuto: 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ian Brown – My Star.

Bunnahabhain

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Su Whiskyclub.it tutte le specifiche della distilleria, qui sotto tutte le espressioni che abbiamo bevuto:

IB

Bunnahabhain 6 yo (2005/2011, Le Bon Bock Roma, 46%) – 83/100

Bunnahabhain Bn4 (2012, Elements of Islay, 54,5%) – 83/100

Bunnahabhain 8 yo (2005/2014, Whiskyclub.it, 50%) – 87/100

Bunnahabhain 22 yo (1990/2012, The Golden Cask, 54,5%) – 88/100

Bunnahabhain 31 yo (1979/2011, Adelphi, 46,5%) – 88/100

Bunnahabhain 34 yo (1980/2014, Silver Seal, 46,6%) – 86/100

Bunnahabhain 42 yo (1968/2011, Wilson&Morgan, 45,5%) – 90/100

 

Spey ‘Chairman’s Choice’ (2015, OB, 40%)

Alla distilleria Speyside – narra la leggenda tramandata da pelosi scozzesi e baffuti brand ambassador – il proprietario aveva l’usanza di scegliere le migliori botti per farne un imbottigliamento ‘privato’ da scolarsi, lui coi suoi familiari e qualche dipendente, sotto Natale. La tradizione continua ancora!, dice il marketing, e però il capo è diventato così magnanimo da voler condividere le sue migliori botti (attenzione: le migliori, eh!, non qualcuna così a caso) con tutto il globo terracqueo – previo pagamento di una mazzetta di banconote da euri settanta, circa, ché il capo ci tiene alle tradizioni ma ancor più al danaro che, appunto, capo lo rende. Grazie, capo!

spsob.non7N: del 12 anni ripropone quella franca sensazione di cereale, di “materia prima”, se ci concedete, e di arancia (tanta arancia) e un po’ di mela verde: qui però troviamo anche del pane nero, a dare conto di una certa aumentata ‘acidità’ (tacendo di una qualche nota di vernice) – rispetto al 12 sembra infatti più giovane, meno caldo, con note di lieviti e di distillato ‘fresco’. A lato, c’è anche un misto di frutta rossa, un po’ indistinto e che se ne sta un po’ per i fatti suoi… Caramello.

P: a grado così ridotto, svela un corpo deboluccio. Nel complesso, il profilo è coerente con quanto emerso al naso: dunque una forte acidità, tra pane, lieviti, cereali ‘freschi’, un po’ di latte, mela verde; e dall’altro lato una dolcezza un po’ troppo marcata, non bene integrata col resto, tra la caramella gommosa ai frutti di bosco e la pastiglia leone alla violetta. Mh.

F: medio, si trattiene sul lato dolce (caramello, frutti rossi).

Se decidete di fare uno stage da Speyside, cercate di evitare di andarci sotto Natale. Un paio di gradini sotto al 12 anni, a nostro gusto, perché è ugualmente cerealoso (forse lo è ancora di più, scommetteremmo su botti più giovani) ma prova a mascherare questa dimensione con uno sherry che, francamente, non ci convince. Il risultato è dignitoso, nulla più: 76/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Nutcracker – Dance of the Sugar Plum Fairy.

Bruichladdich

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Su Whiskyclub.it tutte le specifiche della distilleria, qui sotto tutte le espressioni che abbiamo bevuto:

OB

Bruichladdich ‘Bere Barley’ 2008 (2014, OB, 50%) – 84/100

Bruichladdich 10 yo “The Laddie” (2012, OB, 46%) – 87/100

Bruichladdich 10 yo (Rinaldi Import, anni ’80, 43%) – 80/100

Bruichladdich 14 yo ‘WMD II Yellow Submarine’ (1991, OB, 46%) – 86/100

Bruichladdich 15 yo (anni ’90, OB, 43%) – 85/100

Bruichladdich XVII (OB, 46%) – 85/100

Bruichladdich Laddie Five-o (2013, OB, 47,7%) – 87/100

Bruichladdich ‘The Classic Laddie – Scottish Barley’ (2014, OB, 50%) – 86/100

IB

Bruichladdich 10 yo (2005/2015, Milano Whisky Festival, 55,2%) – 85/100

Bruichladdich 11 yo (2003/2015, Milano Whisky Festival, 46%) – 86/100

Bruichladdich Br2 (2012, Elements of Islay, 54,7%) – 85/100

Bruichladdich ‘Masterpieces’ 2002 (2015, Speciality Drinks, 60,2%) – 90/100

Bruichladdich 1988/2008 (James MacArthur, 52,6%) – 82/100