Ben Nevis 13 yo (2004/2017, Hidden Spirits, 57,5%)

Dopo troppo tempo torniamo ad assaggiare una creatura di Andrea Ferrari, mastermind di Hidden Spirits che conosciamo dai tempi bui in cui era “solo” un blogger come noi. Nel 2004 a Ben Nevis, distilleria di Fort Williams, ha iniziato a distillare i primi batch di whisky torbato nel 2004, e Andrea, felino e rapace allo stesso tempo come solo un mostro mitologico medievale, se ne è accaparrata una botte e l’ha messa in vetro da pochissimo, senza colorare e senza filtraggio a freddo: presentata a Spirit of Scotland, per adesso online si trova solo su ebay (ma non sappiamo a che prezzo sarà venduta da HS).

N: Andrea di solito vuole whisky che spiazzino, e questo non fa eccezione: l’alcol assente nonostante la gradazione svela infatti un bel profilo aromatico… Da dove partire? Beh, dall’affumicatura, molto vicina a certi formaggi affumicati (una mozzarella di bufala affumicata l’avete mai assaggiata?); e poi anche un che di più chimico, di inchiostro – per intenderci, non ci sono legno bruciato o cenere. Molto particolare, e a rendere il tutto più spiazzante, c’è un lato dolceacido fruttato, tra lime, kiwi, cedro candito. Liquirizia dolce, un velo di vaniglia, un po’ di frutta matura (banana, forse) e torta paradiso.

P: vogliamo sezionarlo in tre stadi ben distinti, che ne rispecchiano l’evoluzione in bocca. Si iniza con una torba chimica, da plastica bruciata, molto acre, con inchiostro e un che di legno bruciato. Poi esplode il bourbon, con note di vaniglia e torta (ma senza essere un whisky ‘cremoso’). E in terza fase ecco una dolcezza più particolare, tra lime zuccherato, limone, ancora un kiwi non perfettamente maturo… Ma forse questa terza fase è più rappresentata di un paradossale emmenthal affumicato. 

F: bruciato, gomma e plastica; acre e acidino, lime.

Paradossalmente non cremoso, non caricato dalla botte, lascia una forte sensazione di “acidità positiva”, cosa che al di fuori del nostro inconscio significa 87/100. Un freaky tricky whisky con una torba chimica e “inorganica” ben affiancata da dolcezza sobria e acidità , cosa chiedere di più a un mercoledì mattina?

Sottofondo musicale consigliato: Earth, Wind and Fire – Fall in love with me.

A Quiet Man 12 yo (2017, OB, 46%)

Vincitore del premio come miglior whisky di Scozia all’ultimo Spirit of Scotland è stato… un irlandese, paradosso logico che non abbiamo idea di come possa essere stato accolto da Pino, ma tant’è. L’irlandese in questione è A Quiet Man, marchio di sourced whisky: vale a dire che la distilleria non c’è ancora, la stanno costruendo a Derry, nell’Irlanda del Nord, ma nel frattempo la proprietà ne approfitta per comprare botti da distillerie attive (e non è che siano poi così tante lassù, si sa) e imbottigliarle con il proprio marchio. Prassi curiosa ma molto tipica per il whiskey irlandese: noi oggi assaggiamo il 12 anni, appena imbottigliato a 46%, e interamente invecchiato in botti ex-bourbon a primo riempimento.

N: vogliamo parlare di doppia anima? Sì, vogliamo. Una è senz’altro quella della botte ex-bourbon, e quindi parliamo di vaniglia, zucchero filato, torta paradiso – apporto molto carico e massiccio, ma non a tal punto da coprire la seconda anima, abbastanza particolare e forse inattesa. C’è infatti un senso di minerale, vagamente ‘terroso’, ed anche un qualcosa di erbaceo e ‘botanico’, tipo chinino, acqua tonica secca, cardamomo.

P: leggero e beverino, non nasconde una lieve alcolicità. Ripropone in maniera non pacchiana, ma certo totalizzante, quegli influssi da bourbon del naso: ancora torta appena sfornata (torta di mele e pere?), ancora vaniglia, ancora zucchero filato. Un miele particolarmente floreale?, violette glassate?, a dimostrare un lato leggermente floreale e rarefatto.

F: mediolungo e gradevole, su mele e pere e una banana inattesa (toh, ecco la frutta) e poi un astratto senso di dolcezza maltata.

80/100, molto semplice: buonino e beverino ma nulla di più. Necessitate d’altre parole?

Sottofondo musicale consigliato: Sean Rowe – Downwind.

Port Ellen

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Su Whiskyclub.it tutte le specifiche della distilleria, qui sotto tutte le espressioni che abbiamo bevuto:

OB

Port Ellen 27 yo, 6th release (1978/2006, OB, 54,2%) – 90/100

Port Ellen 29 yo, 8th release (1978/2008, OB, 55,3%) – 90/100

Port Ellen 32 yo, 10th release (1978/2010, OB, 54,6%) – 93/100

Port Ellen 32 yo, 11th release (1978/2011, OB, 53,9%) – 93/100

Port Ellen 32 yo, 12th release (1979/2013, OB, 52,5%) – 89/100

Port Ellen 34 yo, 13th release (1978/2013, OB, 55%) – 93/100

IB

Port Ellen 14 yo (1983/1997, Cooper’s Choice, 43%) – 88/100

Port Ellen 19 yo (Hart Brothers, 43%) – 88/100

Port Ellen 1971 (1990, Gordon&MacPhail for Meregalli, 40%) – 93/100

Port Ellen 23 yo (1983/2006, Waddel Hepburn for The Way of Spirits, 54,1%) – 89/100

Port Ellen 25 yo (1982/2008, High Spirits, 46%) – 86/100

Port Ellen 27 yo (1983/2010, Old Bothwell, 56%) – 93/100

Port Ellen 28 yo (1982/2011, Wilson & Morgan, Collector’s Edition, 60%) – 91/100

Port Ellen 1982 (2012, Malts of Scotland, 58,6%) – 94/100

Port Ellen 1983/2011 (Silver Seal and Whiskybase, 55,5%) – 93/100

Port Ellen pe5 (2012, Elements of Islay, 57,9%) – 93/100

Glenmorangie ‘Bacalta’ (2017, OB, 46%)

Facciamola breve: a dispetto delle ironie che seguiranno, Glenmorangie è una distilleria fantastica delle Highlands ed è di proprietà del gruppo LVMH (Louis Vuitton Moet Hennessy); il distillery manager (pardon: l’Head Manager & Whisky Creator, ma vai, va…) è il signor Bill Lumsden, un pazzo visionario che da tempo si è messo a sperimentare selvaggiamente, soprattutto in materia di legni. Nella serie Private Edition (che la stessa distilleria ama definire “vincitrice di molti premi e sempre intrigante”), quest’anno chiamasi “Bacalta”, e ha la peculiarità di essere un NAS e di essere finito in botti di Malmsey Madeira ‘cotte’ al sole e non essiccate artificialmente. Se volete leggervi tutto il pippone dell’ufficio marketing di Glenmorangie, lo trovate qui: ma preparatevi a una retorica, come dire, un po’ caricata.

N: molto invitante ed espressivo, con i sentori alcolici assenti. La parola d’ordine è zuccherinità, che tradotta in fragranzese (?) ci riporta alla mente albicocche molto mature (ed in compote), crostatina di frutta, marmellata d’arancia, pastafrolla… Fichi secchi, anche. E poi ha anche un lato speziato composito, tra uno zenzero fresco e un pepe bianco al top. Un che di tostato. Sotto questa coltre seducente, con qualche attenzione si può riconoscere anche un distillato piuttosto giovane e cerealoso, e che a tratti pare volere ancora scappare dalla completa integrazione con il legno.

P: come al naso, non tradisce le attese e si dimostra molto facile e beverino, replicando le note dolci e cremose, tra la pastafrolla e ancora tante albicocche, tra la crema con uvetta e un’agrumatura da marmellata d’arancia (e con questa coppia vorremmo che visualizzaste una dolcezza leggermente acida). Questa esuberanza ruffiana e dolciona resta appena sfregiata negli ultimi istanti da una nota alcolica un po’ sparagnina – a sua volta compensata da una frutta secca massiccia e legnosa, che…

F: …prosegue fino al finale, lungo e ricco, tra fichi secchi, frutta secca, crostata, malto tostato. Lascia il palato ‘appiccicoso’.

Glenmorangie è una distilleria talmente solida che anche quando ricorre all’espediente del NAS con finish inusuali, lo fa con stile e con eleganza: anzi, a ben vedere si può forse dire che quest’espediente se lo sia inventato lei, grazie ai deliri immaginifici di Bill Lumsden e alla volontà di potere di Louis Vuitton. Anche in questo caso l’esperimento riesce, pur non raggiungendo le “inedite vette di complessità” che prometteva il sito di Glenmo: 84/100 per un whisky ben fatto, ma che per pura fatalità non incontra appieno i nostri gusti sì da farci girare la testa – e dunque bravi ma non bravissimi, per quel che ci riguarda.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

Auchroisk 25 yo (1991/2016, Claxton’s, 51,7%)

Claxton’s è un imbottigliatore indipendente dello Yorkshire, da poco attivo sul mercato (a giudicare dal sito, hanno buone relazioni con la Cina) e da pochissimo importato e distribuito in Italia dai prodi ragazzi di Whiskyitaly.it. Nelle prossime settimane cercheremo di esplorare la serie delle release su cui abbiamo messo le mani (per cui grazie infinite, Diego!), a partire da un single cask di Auchroisk di 25 anni, a grado pieno e non colorato – come è opportuno.

Schermata 2017-03-07 alle 20.02.55N: molto naked ed austero, l’aroma si lascia coprire da un po’ di alcol sulle prime. Pian piano compaiono note delicatamente fruttate, diciamo di susine e prugne fresche; poi una bella citricità agrumata e limonosa, bene abbinata a note solo apparentemente più ‘calde’ di marzapane e, più timida, di brioche al burro. In crescita la frutta gialla (mousse di pere, un po’ di mela). Note di legno, anzi: di segatura; anche note erbacee e vagamente mentolate.

P: complessivamente coerente, conferma l’austera distillatosità del naso. Sì, abbiamo scritto “distillatosità”, sappiamo che è una parola inesistente ed orrenda, ma almeno vi abbiamo risvegliato dal torpore con lo strumento dell’indignazione indotta. Ringraziateci. Si diceva: spirit-driven, con un ingresso su camomilla e marzapane, un po’ di cereale; in un secondo momento, arrivano ancora prugne fresche, un po’ di pane, frutta gialla, malto. Semplice, intendiamoci, ma buono.

F: lungo, pulito e persistente, tutto giocato sul malto e il marzapane.

Un prodotto particolare, inaspettato se vogliamo: il mercato ci ha abituato a single cask di questa età molto carichi, con tanta botte, mentre qui si punta esclusivamente sul distillato, sullo spirito puro. Super-naked, non è certo un mostro di complessità, anzi, ma riesce a dare ugualmente soddisfazioni agli amanti delle note più austere e meno ruffiane: 86/100, bene così.

Sottofondo musicale consigliato: The octopus project – Porno Disaster.

Mortlach 18 yo (2016, OB, 43,4%)

Nel 2014 Diageo ha preso una delle sue distillerie meno conosciute e ha deciso di farne “la nuova Macallan”, ovvero di farne un marchio super-premium, così, dal nulla. Inizialmente le perplessità sono state tante: un whisky ‘sporco’, molto amato dagli appassionati duri e puri (non saremo duri e puri, ma piace anche a noi: è il primo whisky che abbiamo recensito sul sito!) che hanno imparato ad amarlo grazie al lavoro degli imbottigliatori indipendenti, viene improvvisamente proiettato in una diversa dimensione, bottiglie fighe, finiture argentate, mezzi litri che costano tanto, insomma… Un’operazione commerciale, a tavolino, che però – pare – stia dando i suoi frutti. Come avrebbe detto Silvio Berlusconi, ci abbiamo preso gusto ad assaggiare diciottenni, e dopo la settimana #barelylegal ci concediamo una coda: proprio il Mortlach 18 anni ufficiale, gradazione bizzarra a 43,4%. Grazie ad Andrea per il sample!

N: il naso sembra subito molto compatto e solido, si percepisce una grande integrazione tra distillato e botti. Proviamo a sezionare: una ‘dolcezza’ molto carica e matura, fatta di una frutta delicata ma esuberante, tra pesche sciroppate e un che di frutta rossa matura e succosa; poi tanto caramello e creme caramel, anche una bella vaniglia. Anche una dimensione speziata e balsamica, con un qualcosa di propoli e sciroppo per la tosse, ed un che di lievemente minerale, appena accennato, a ricordarci quel che era Mortlach nella nostra testa prima di vedere il nuovo core range.

P: il corpo è buono e ha una buona intensità, anche se sogneremmo di poterlo bere a grado pieno. Ancora c’è una frutta fatta di mele (buccia?), pesche mature, caramello e un po’ di vaniglia. Questa dolcezza rimane stranamente sottile e tende anzi al secco, grazie ad una dolcezza leggermente legnosa, con note di tè infuso, frutta secca (noce e nocciola). Ancora una lievissima mineralità, quasi con polvere da sparo.

F: lungo e persistente, abbastanza secco, tutto giocato su frutta secca (tutta noce) e una lieve mineralità.

È buono e ci è piaciuto, per chiarirci subito: 86/100. Rimane sospeso a metà tra una dolcezza immediata, compatta e molto gradevole, ed una complessità di legni e mineralità che però non diventa mai pienamente tale. Non faremo le vedove della Mortlach che fu, dato che fortunatamente gli indipendenti continuano a spacciare imbottigliamenti, anche se ovviamente del brodo di carne non c’è più traccia. D’altro canto, è una bottiglia da consumare dopo una sfiancante partita su un campo da golf, in compagnia di una modella annoiata: hai voglia a convincerla che quel Mortlach che sa di coda di bue è un ottima ragione per venire a letto con te, mentre se sfoderi questa boccia mezza dorata e con sapori più suadenti, beh, allora sì che sei in pole position. [Avevamo evocato Silvio, pare opportuno chiudere su note a lui care.]

Sottofondo musicale consigliato: Die Antwoord – Rich Bitch.

Springbank 18 yo (2016, OB, 46%)

Terzo whisky diciottenne della settimana, e si va a Cambpeltown, nella distilleria regina: Springbank. Per questo imbottigliamento, edizione limitata annuale per 7200 bottiglie (anche se la cosa non è immediatamente chiara, si tratta di batch variati di anno in anno), è stato selezionato un invecchiamento da 80% ex-sherry e 20% ex-bourbon – ma sappiamo che quando si tratta di Springbank, quello che conta davvero è il distillato…

N: il primissimo impatto è con le onde del mare: il lato costiero è infatti impressionante, con zaffate di ostriche, di porto industriale… Subito dopo, un lato altrettanto intenso di zolfo, a metà tra l’agrume (arancia rossa moooolto matura) e il fiammifero, la polvere da sparo. Confettura naturale di more, molto densa, a farci spostare verso il lato fruttato; e volendo essere precisi non possiamo non citare la confettura di fragola. Un poco di mela rossa (anche in versione torta: tarte tatin). Chiudiamo un naso molto complesso tra il cuoio, le fave di cacao e un velo di fumo di pipa.

P: il panorama è il medesimo del naso, in modo molto coerente, ma partiamo dalle differenze: è più dolce, meno marino (ma ugualmente costiero), la torba è ancor più evidente, e il lato sulfureo vien fuori solo in una seconda fase. L’attacco è infatti incentrato sulla frutta (mele, tarte tatin ancora), perfino su una vaniglia calda e avvolgente, anche una nota proprio di malto caldo. Poi come detto emerge il lato più Springbank, con liquirizia salata, zolfo, buccia di arancia, fumo di pipa (o di sigaro?), acre aria di mare.

F: lungo e inteso, tra fumo e frutta rossa si insinua una gradevolissima sensazione di cera. Ancora liquirizia salata.

89/100, proprio molto molto buono. Complesso e strutturato, intenso e pieno di sfumature, conferma di essere un classico di distilleria: e a berlo vengono in mente paesaggi costieri, penombre, amici, falò, carte, risse, amori, e sì, forse ne abbiamo bevuto troppo. Un malto da meditazione che non disdegna un fascino più immediato. Eccellente.

Sottofondo musicale consigliato: Fever the Ghost – Source.

AnCnoc 18 yo (2016, OB, 46%)

Per la nostra settimana #barelylegal oggi sbarchiamo a Knockdhu, prima distilleria fondata dalla benemerita DCL (Distillery Company Limited, che sarà Diageo) a fine ‘800 – il suo whisky si chiama An Cnoc, importato da Compagnia dei Caraibi, che da qualche tempo ha rilevato l’importazione per l’Italia del portfolio di Inver House (e dunque Balblair, Old Pultneney). Oggi assaggiamo ovviamente il 18 anni, con gioia perché è il primo AnCnoc a finire sul sito. Dopo cinque anni e mezzo, già, siamo degli sbadati.

N: naso molto espressivo e pieno, rivela un bel carattere e mostra una certa stratificazione aromatica. La quota di botti sherry è ben presente, con frutta rossa in composta (fragole lampone ciliegia) e anche qualche sfumatura tra il cacao e il caffè, delicati e bene integrati. Ma quel che davvero colpisce è il lato dolciario, tra la tarte tatin, delle pesche sciroppate e arancia glassata (o marmellata, insomma, ci intendiamo).

P: non è un whisky ‘esplosivo’ ma ha senz’altro una grande intensità, che rimane costante; ha un bel muro di frutta dolce (sia rossa che gialla, pesche sciroppate, marmellata d’arancia), sa farsi anche un po’ cremoso (toffee e pasticcino alla frutta) e poi si chiude con un poco di tannino, tra spezie (noce moscata, forse caffè, zenzero candito) ed una inconfondibile nocciola.

F: molto pieno, con tanta frutta secca, chiodi di garofano e un po’ di frutta generica, sia rossa che no.

Ancora una volta partiamo dal voto, che è 87/100: è davvero un ottimo whisky “al sapor di whisky”, integra molto bene l’apporto delle due tipologie di botti, creando effettivamente un perfetto Speysider di età medio-alta, complesso, composito e intenso. Promosso con tante pacche sulle spalle.

Sottofondo musicale consigliato: Pino Daniele – Nero a metà.

Auchentoshan 18 yo (2016, OB, 43%)

Siccome noi della generazione X siamo vittime dell’apatia, della nullafacenza e di quell’ennui così à la page per una borghesia occidentale decadente, priva di stimoli e prospettive, trascorriamo le nostre giornate elaborando idiozie – come la seguente: questa settimana è intitolata al #barelylegal, vale a dire un’ode alla freschezza dei diciotto anni, e assaggeremo solo whisky ufficiali di – appunto – anni diciotto. Iniziamo dal basso, dalle Lowlands, e partiamo con l’Auchentoshan 18, invecchiato esclusivamente in botti ex-bourbon (in etichetta esibisce la scritta limited release, ma sappiamo tutti che è una boutade).

auchentonshan-18yoN: in ordine sparso, ci vengono in mente suggestioni varie e non così sorprendenti: uvetta, forse mela rossa, frutta secca e miele (croccante al miele?), malto caldo, un qualcosa tra caramello vaniglia e toffee; e come dimenticare un pizzico di scorza d’arancia? Detta così, sembra tutto molto piacevole, e lo è, tuttavia non ci liberiamo di un senso di ‘appiattimento generale’ degli aromi – ricchi sì, ma, se ha senso, un po’ privi di profondità. E poi, a dirla tutta, a tratti ci arriva anche un vago senso di cartone bagnato.

P: il corpo è molto facile, l’effetto è di grande beverinità; ancora tornano le suggestioni di miele, di frutta gialla (soprattutto albicocca, ma non si dimentichi la mela gialla); poi un sacco di vaniglia, complicata da una bella sfumatura agrumata che ci par proprio mandarino.

F: abbastanza leggero ma di media intensità, tutto su vaniglia e frutta gialla.

Non è affatto male questo lowlander a tripla distillazione, e nel nostro standard di valutazione si merita un buon 84/100; il prezzo intorno ai 90€ è del tutto commisurato alla media per questa fascia di invecchiamento. Tuttavia alla prova del bicchiere tutta la dolcezza di cui sopra ci lascia un po’ l’amaro in bocca, perché da un diciottenne noi iniziamo ad esigere qualcosa di più rispetto ad una bevuta facile e gradevole come quella che ci propone questo Auchentoshan. Comunque, un gran balzo in avanti rispetto a un tragico diciottenne che avevamo assaggiato tempo fa…

Sottofondo musicale consigliato: LP – Fighting with myself.