Tormore 16 yo (2017, OB, 48%)

Non abbiamo tempo per scrivere un cappello introduttivo, questa mattina; ci perdonerete, vero?, tanto per scoprire qualcosa di più su Tormore c’è Google, quindi insomma, usatelo. Uscito nel 2014, questo 16 anni è la versione base del core range di Tormore: è invecchiato solo in bourbon barrels e si dice sia molto buono. Vediamo.

N: che colpo! Inizialmente stupisce con una nota ad alto contenuto zuccherino molto pronunciata, al limite del rum, con note di canna da zucchero, vaniglia, miele e caramello, perfino di arancia matura e di un sacco di melone e di frutta gialla generica; poi, dopo aver stupito, stupisce ancora di più con una tropicalità esplosiva, muscolare e seducente allo stesso tempo, fatta di mango maturo e maracuja. Molto piacevole! Dopo un po’, escono sentori di legno un po’ sparati.

P: la botta iniziale, sostenuta da una gradazione osata, ha le sembianze di ricchi meloni maturi, vaniglia e miele. Poi c’è una frutta gialla matura e molto carica, con qui timide escursioni tropicali (mix tropicale, il succo). E poi, purtroppo, vien fuori una nota tra l’alcolico e il legnoso un po’ amara e slegata, con note di frutta secca e poi speziate (avete presente un caffè turco?), che conduce a un finale…

F: …ugualmente ambiguo, tra una bombetta zuccherina, dolce e tropicale, ed un’altra decisamente troppo legnosa e amarina (senza essere astringente).

La sensazione è che al palato soprattutto ci sia decisamente troppo legno, e il risultato è un whisky piacevolissimo ma un po’ stucchevole; peccato perché è tutto molto buono! Naso da top, palato da flop, o per lo meno deludente rispetto alle promesse della prima fase; facendo una media daremmo 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Norah Jones – Black Hole Sun.

Lagavulin 18 yo ‘Feis Ile 2016’ (2016, OB, 49,5%)

Il Feis Ile è alle porte, e noi, come ogni anno, siamo a Milano. Decidiamo però di affrontare la malinconia con uno degli imbottigliamenti più celebrati del Feis Ile dell’anno scorso, vale a dire un Lagavulin di 18 anni, miscela da barili ex-sherry ed ex-bourbon refill – scegliamo Lagavulin anche perché domani andrà in scena un tributo alla storia della distilleria, con la degustazione da Angelo che vedrà aperte due bottiglie memorabili: il 12 anni White Horse e il primissimo 16 anni imbottigliato nel 1987. Ma via, torniamo al presente…

N: beh, che impatto! Una coltre di fumo denso di torba, che ricorda quasi un sigaro spento, la cenere ancora viva, le braci spente… A far da contorno, il mare nelle sue forme, anzi proprio la spiaggia scozzese: c’è l’alga riarsa al sole, c’è l’aria salmastra. Sulla ‘dolcezza’ non troviamo grandi esplosioni cremose, bensì un senso – straordinariamente vivido – di torta paradiso, e poi anche di ciambellone appena sfornato. L’agrume invece è caldo, non limone ma mandarino, o arancia rossa. Faremmo un torto a questo whisky se dimenticassimo quei sentori di sottobosco, di conifere, di aghi di pino. Eccellente.

P: intenso e compatto, splendido davvero. Un’unica emozionante esplosione di sapori, tutti legati tra loro… Torba e mare, mineralità e sapidità sono ancora una volta devastanti, con legno e alghe bruciate, e cenere infinita. Un che di vagamente medicinale. C’è poi il cedro candito ad agitarsi sul palcoscenico, ancora la torta paradiso, lo zucchero a velo; si esibisce sfrontato anche il cereale, come a simulare una gioventù che già non c’è più. Vaniglia e pan di Spagna, forse latte condensato? E poi ancora il lato balsamico, bello sbilanciato sul pino. L’acqua plaa una dolcezza già delicata, esaltandone spigoli e acidità e rendendolo molto più agrumato.

F: infinito, intensissimo. Cenere, bruciato, costiero. Raffinatissimo, a suo modo è di una delicata brutalità.

93/100, è pressoché perfetto. Ti offre tutto quel che puoi desiderare da un malto di Islay, e lo fa con l’eleganza spigolosa e selvaggia che forse solo Lagavulin riesce a mettere in campo. Vario, complesso, intenso, compatto, isolano… Ripetiamo, a un whisky del genere non potremmo chiedere di più.

Sottofondo musicale consigliato: Genesis – The return of the giant Hogweed.

Degustazione “Classic Malts da sogno” (Harp Pub Milano, 27.5.17)

Nell’ormai lontano 1987 la United Distillers, antesignana dell’attuale colosso Diageo, lanciò una serie di sei whisky scelti tra quelli presenti nel suo portafoglio. Questi malti dovevano provenire ciascuno da una zona diversa della Scozia ed essere degni rappresentanti delle sue specificità. Insomma, terroir comes first, come direbbero oggi i sovranisti di ogni dove. Negli ultimi 30 anni i Classic Malts hanno largamente contribuito a far conoscere a un numero sempre crescente di persone il mondo straordinariamente variegato del whisky di malto e ancora oggi sono uno dei cavalli di battaglia di Diageo; tuttora vengono considerati come una delle più importanti strategie commerciali di ‘educazione del bevitore’ mai messe in atto su così larga scala. Sabato 27 maggio, grazie al paziente lavoro di raccolta di Angelo Corbetta, che da 40 anni colleziona whisky da dietro il bancone dell’Harp Pub Guinnes, avremo la rara opportunità di assaggiare gli imbottigliamenti che hanno segnato l’alba della mitica serie, ovvero le primissime release ancora a 75cl, importate da BEMA. 

Come se non bastasse, alla degustazione sarà presente il Maestro Franco Gasparri, Master Ambassador Reserve di Diageo Italia e Keeper of The Quaich, massima onorificenza dell’industria del whisky a lui conferita proprio per l’incessante lavoro di divulgazione del re dei distillati portato avanti negli ultimi decenni. A lui il compito di raccontarci qualche segreto e qualche aneddoto sulla nascita della serie… Ad affiancarlo e a dialogare con lui ci saremo noi, Giacomo e Jacopo, ma soprattutto ci sarà una settima bottiglia, che arriva direttamente dal pantheon del whisky scozzese: un Lagavulin White Horse 12 anni imbottigliato negli anni ’80. Serve altro?

Line up:

– Glenkinchie 10

– Cragganmore 12

– Dalwhinnie 15

– Oban 14

– Talisker 10

– Lagavulin 16

– Lagavulin 12 White Horse

La degustazione si terrà sabato 27 maggio alle 16, e avrà un costo di 80 euro. Per ulteriori info e iscrizioni scrivete a rickyguinness@gmail.com. Ci vediamo là?

Whisky de Table (2017, Compass Box for La Maison du Whisky, 40%)

Se La Maison du Whisky, storico négociant di whisky francese, e Compass Box, visionario blender scozzese, uniscono le menti i risultati non possono non essere provocatori e degni del più attento interesse. Per celebrare i 60 anni dell’azienda francese, Compass Box ha ideato il “Whisky de table”, cioè whisky da tavola: il concept è quello di un whisky da bere durante il pasto, magari con ghiaccio, e la bottiglia richiama ovviamente quelle del bianco novello francese… Si tratta di quattro single malts, invecchiati singolarmente per tre anni in barili di Buffalo Trace (di solito particolarmente ‘dolce’, ci spiegava un cooper la scorsa settimana, rispetto ad altri barili ex-bourbon): la composizione è 48,1% Clynelish, 10% Caol Ila, mentre la quota di Benrinnes e Linkwood ci sfugge.

m51719N: ovviamente giovane, vien da dire, e onesto nel mostrarlo. Molto fresco ma con una venatura di torba, un lieve filo di fumo che conferisce spessore al profilo generale: e iniziamo proprio da qui, dalle note torbatine e minerali, che si abbarbicano su una freschezza agrumata (limone, lime) e su una frutta gialla, soprattutto candita (e viene in mente anche una mousse di pera). A proposito di canditi: zenzero. Una note erbacea, anzi proprio erbosa: lemongrass.

P: grande coerenza, riassumendo diremmo “come al naso, ma più caldo e più amarino” – ma perché riassumere. Ha un’ottima intensità, se paragonata a un corpo non esplosivo; l’agrume resta presente, ma molto meno, spostandosi più sul pompelmo. Ancora pere (mousse di), forse una dolcezza più caldina.

F: generosi rabbocchi di fumo, ostriche e una mineralità diffusa – il tutto su un tappetino di pere.

Ora, noi dobbiamo dichiarare un problema con il whisky: a noi piace tanto anche il new make, abbiamo scoperto, quindi di questi tempi non consideriamo la gioventù, anche estrema, come un problema per forza. Questo WdT ci pare di grande complessità, o per lo meno varietà, anche se ovviamente si tratta di un imbottigliamento piuttosto semplice. Il profilo corrisponde al nostro gusto, e si fa bere con una facilità estrema: gli diamo 84/100 perché ci piace, non è un giudizio strettamente tecnico (se lo assaggiassimo blind cosa diremmo?) ma – come dire – emozionale. Buono buono, bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Joss Stone & Nneka – Babylon.

Springbank 21 yo ‘The First Editions’ (1995/2016, Edition Spirits, 49,9%)

Sabato scorso c’è stato il Milano Whisky Day, e grazie alla disponibilità di Andrea e Giuseppe abbiamo avuto il piacere di lavorare dietro ai banchetti e di tenere uno zoppicante seminario sulla storia di Campbeltown. Proprio da Campbeltown peschiamo il whisky di oggi: si tratta di un single cask di Springbank, 21 anni, selezionato da Edition Spirits per la serie First Edition – ringraziamo Fabio Ermoli per il campione e ci tuffiamo all’assaggio.

6187-8931springbank1995-201621yearoldthefirsteditionsN: i quasi 50% sono davvero marginali, se non nel suggerire una grande compattezza. In primo piano, tutte le ragioni per cui Springbank è unica: si respira la costa, marina, minerale, con suggestioni di ostriche, di alghe a bordo spiaggia; una leggera cera, a coprire un senso di sale e mare davvero favoloso. C’è la torba, una torba speziata e pepata, con anche un filo di fumo (sembra di passare affianco al kiln, ma senza entrarci). Poi c’è la frutta, molto calda: e anche l’agrume è zuccherino (mandarino succoso, ma pure marmellata d’arancia, e buccia d’agrume); miele; fiocchi di cereale. Tutte le componenti fin qui elencate continuano a mutare i rapporti di forza, talvolta con più enfasi sulla torba, talaltra sul salmastro, poi sulla frutta… Eccellente.

P: splendido; compatto e masticabile, con una grande intensità. L’impatto è sull’austerità, ovvero sulla cera innanzitutto (quanta cera c’è!), poi sul fumo di torba lieve, sul pepe, sull’acqua di mare senza essere ‘salato’; ostriche, e foglia d’ostrica, per gli snob che la conoscono. Poi la dolcezza, fruttata e zuccherina: ancora agrumi succosi, poi miele, un velo di crema pasticciera. Viene in mente il pasticcino alla frutta (quello agli agrumi, a dirla tutta), ma senza la base di pastafrolla. A ogni sorso è diverso, dopo un po’ arriva il cereale, in purezza (o meglio: c’è un senso di pudding, di corn flake…).

F: lungo e persistente, continuamente cangiante: cereali, fumo, mare, frutta (a tratti tropicale, cocco?), cera, agrumi… Splendido, il fumo minerale e costiero dura all’infinito.

92/100, di una bevibilità devastante e di grande complessità. Non è esplosivo, ma si gioca tutte le note tipiche della distilleria tra una sfumatura e l’altra, senza schiaffeggiare ma carezzandoti con dolcezza: ventun anni di barile non hanno levigato però le asperità minerali e costiere, che inseguono la dolcezza come Murray e Smith si inseguono a vicenda nell’assolo di Hallowed be thy name degli Iron Maiden. Similitudine del cazzo, lo sappiamo.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Hallowed be thy name.

The Whistler ‘Blue note’ 7 yo (2017, OB, 46%)

Abbiamo già parlato in passato della rinascita dei whiskey irlandesi, e del fenomeno dei sourced whiskey imbottigliati ‘a marchio’ in attesa che le neonate distillerie abbiano prodotti commerciabili. Gioiamo di questa rinascita, perché per troppo tempo gli irlandesi sono rimasti relegati a ‘fratelli sfigati’ degli scozzesi – questo è un single malt distillato a Cooley, maturato per sette anni in botti ex-bourbon, con un finish in ex-sherry Oloroso. La distilleria in questione si chiamerà Boann, e noi nell’attesa assaggiamo quel che hanno da offrire adesso; ringraziamo Marco, amico che abita a Limerick, per averci inviato questo e qualche altro campione irlandese…

N: le tasting notes ufficiali recitano “rich & smooth”, e in effetti il naso pare riccamente accogliente… È tutto gravido di aromi fruttati, e il primo impatto ci ricorda il finish in sherry: quindi note di uvetta, di Malaga, di frutta rossa, di caramello… Poi un lato fruttato molto intenso, tra le pesche sciroppate, le albicocche fresche, le mele e le pere: un cesto di frutta matura e fresca, molto bello, e un succo d’arancia dolce. Poi ci sono note cremose (crema pasticciera) e di pasticcini.

P: bel corpo, come al naso si fa apprezzare per l’intensità, qui ovviamente dei sapori. Piuttosto coerente, squaderna note pesantemente fruttate (oltre alla frutta fresca di cui sopra, aggiungeremmo mele e prugne cotte); meno agrumato, forse, ha però note di dolcetti molto interessanti, tra l’amaretto, una crostata alle ciliegie… Non certo un mostro di complessità, ma fa quel che deve.

F: lungo e persistente, balla la frutta rossa (ciliegia e fragola) su un tappetino di toffee.

Lode alla trasparenza: sono sette anni dichiarati, non nascosti dal nome bizzarro (che c’è, comunque)… Un irish onesto, e se vogliamo ‘poco irish’, dato che è tutto orzo maltato e ha pure un passaggio in sherry: comunque valido prodotto che conferma – per ora e almeno – che a Cooley sanno lavorare. 84/100. Pare che ce ne sia anche una versione a grado pieno.

Sottofondo musicale consigliato: Demons and Wizards – Fiddler on the Green.

Bowmore ‘Feis Ile 2014’ (2014, OB, 56,1%)

Che senso ha assaggiare dopo tre anni un imbottigliamento celebrativo di un evento? Non sapremmo, ma in fondo questa è casa nostra, beviamo un po’ quel che ci pare, no? Ieri sera avevamo voglia di un Bowmore, e nel nostro cabinet abbiamo trovato proprio un sample di questo imbottigliamento fatto per il Feis Ile del 2014, imbottigliato a grado pieno dopo anni imprecisati (è un NAS) in barili ex-bourbon. Ce n’erano due, di imbottigliamenti celebrativi, noi abbiamo questo, non lamentatevi.

IMG_8668_1N: cominciamo dai tratti più tipici di Bowmore che riusciamo a identificare: c’è un’ottima marinità, sostanziata da note di sale e di alghe; poi si sente l’invecchiamento, le botti ex-bourbon danno un apporto di vaniglia, crema pasticcera, impasto per torte. C’è però una nuova dimensione, strana, che ci ricorda la cera d’api, il sesamo (o l’olio di sesamo?) e una verdura che diremmo ‘asparago’; e in realtà si tratta di cereale, del chicco d’orzo, ancora vivace nel bicchiere. Ci può stare anche una nota frizzantina di zenzero e di scorza di limone… Ah, ma ci dimenticavamo della torba, che c’è, eccome!, anche un pizzico sopra alla media dello stile-Bowmore: ma si tratta di un whisky giovane, d’alto canto…

P: l’attacco è abbastanza salato e marino, rivelando una certa decisa intensità, grazie anche al grado pieno; poi esplode letteralmente il barile, tra note di vaniglia, creme caramel, cocco, frutta gialla molto intensa e matura… La torba resta in disparte, tornando solo alla fine, verso…

F: …il finale, questo sì abbastanza torbato e fumoso; torna poi la vaniglia, che dura molto a lungo.

82/100 – aiutato dal grado pieno che supporta la buona intensità, per il resto senza infamia e senza lode. Un giovane Bowmore moderno, pulito, con un naso che svela note cerealose composite ed interessanti, anche se forse non saremmo disposti ad uccidere per portare a casa una delle 1000 bottiglie.

Sottofondo musicale consigliato: Miley Cyrus – Malibu. Era meglio quando dondolava nuda su una palla di cemento, adesso accarezza un cane, come tutti.

Benromach ‘Sassicaia’ (2006/2015, OB, 45%)

Dopo sette anni in botti ex-bourbon, a Benromach hanno deciso di infilare il loro distillato in delle botti ex-Sassicaia per 18 mesi – che la distilleria, indipendente, ottiene grazie alla storica partnership tra Gordon & MacPhail e Meregalli, loro storico importatore in Italia e distributore esclusivo di Sassicaia.

N: come nel Peat Smoke, abbiamo un fumo di torba ficcante e quella mineralità tanto cara a Benromach – il fumo è acre e denso, quasi opprimente non a livello quantitativo, ma qualitativo, se ci intendete. Castagne, crema di marroni. Affianco c’è una robusta seconda personalità forgiata, crediamo di poter credere di voler ritenere (eheh), dal finish in Sassicaia: c’è una nota ‘strana’, come di quegli inchiostri ‘profumati’: ve le ricordate quelle penne multicolori? E poi ci sono note di fragola, confettura di fragola, di more… Zenzero?, come già ipotizza il buon Fabio

P: molto particolare, l’ingresso offre una sensazione ‘affilata’ e curiosamente incoerente: nonostante il distillato grasso di Benromach si riconosca, c’è una certa pungenza alcolica che, insieme a note di legno un po’ troppo affilate, contribuisce a rendere il tutto un po’ slegato. Come descrittori, diciamo sicuramente un bel fumo di torba, forte e denso; confetture di frutta rossa (che curiosamente ci mandano in mente certi Port finish…), per chiudere sull’amaricante dei tannini.

F: lungo e ‘chimico’, rimane la torba densa ma persiste anche, in secondo piano, un che di fragoloso un po’ artificiale.

Purtroppo dobbiamo dire che è un imbottigliamento che non ci convince appieno, a dispetto dell’orgoglio italico legato al legno pregiato: la sensazione è che il legno e il distillato, così particolare, intensamente torbato e minerale, non interagiscano a dovere, e il risultato è un senso diffuso di slegato. Poco male comunque, per fortuna ci sono un sacco di altri Benromach che amiamo di più! A questo concederemo solo un 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Chemical Brothers – Wide Open.

Springbank 12 yo ‘Cask Strength’ #8 (2014, OB, 54,3%)

Questa mattina, mentre leggete le nostre irresistibili parole, noi siamo a Campbeltown e stiamo annusando l’aria costiera della città, i profumi di orzo del malting floor di Springbank, il penetrante odore di fumo di torba che sale dal kiln, e tra poco ci mangeremo il solito, pessimo fish and chips. Dura la vita, eh? Per darvi l’errata illusione di essere con noi, invece che in ufficio, oggi recensiamo l’ottavo batch dello Springbank 12 anni Cask Strength, a grado pieno, a prevalenza di invecchiamento in sherry; è una release del 2014, tenete conto che da quest’anno l’estetica delle etichette è cambiata.

N: molto potente e intenso, parte subito con un forte lato di cuoio, al limite del sulfureo; poi ci sono tutte le note più ‘sporche’ di Springbank, e dunque cantina umida, perfino un poco di muffa; un qualcosa di pirico, che ci ricorda i petardini o i fiammiferi, la polvere da sparo; e come tralasciare la spiccata nota salmastra? Poi, tanto sherry: frutta rossa succosa, ciliegia, more…

P: l’attacco è sulla liquirizia salata, poi cresce in intensità il lato marino, salato, costiero, con note che ricordano proprio le alghe, il pesce. Cioccolato salato, ancora radice di liquirizia. Poi torna la muffa, cresce il legno bagnato (avete mai camminato in montagna sotto la pioggia?). Si chiude ancora con la dolcezza, fatta ancora di frutta rossa, ciliegie, pesche sciroppate.

F: lungo, anzi sterminato; fumo, frutta rossa, sale, spezie…

Eccellente, molto carico e ‘sparato’ a mille in tutto e per tutto: non è un whisky per i deboli di cuore, data l’intensità devastante e la ‘difficoltà’ complessiva del profilo, sporco e rognoso come solo i malti di Campbeltown sanno essere. 88/100, scusate, torniamo in distilleria.

Sottofondo musicale consigliato: Pennywise – Bro Hymn.

Balblair 2005 (2015, OB, 46%)

Di tanto in tanto esploriamo l’offerta commerciale di Balblair, dato che quando l’abbiamo visitata siamo rimasti folgorati – oltre che dall’angelico viso della fanciulla che ci fece fare il tour – dalla complessità del distillato, fruttato ma non privo di una mineralità che, sapete, è una cosa che cerchiamo sempre nei nostri whisky delle Highlands. Sotto a chi tocca dunque: Balblair ha un core range basato sui vintage, e oggi assaggiamo il batch del 2015 del vintage 2005. Eh? Assaggiamo un 10 anni, tutto distillato nel 2005, imbottigliato nel 2015. Più chiaro?

N: inizialmente colpisce una certa nuda sobrietà tra il minerale (torba timida?) e il floreale, seguita a stretto giro da note fruttate ricche ma comunque anch’esse tutt’altro che ruffiane: l’interno della buccia di banana e pera. Una bella sensazione di miele millefiori. Dopo qualche minuto cambia anima e si fa cremoso, con evidenti note di vaniglia e crema pasticcera con zeste di agrumi.

P: molto beverino e poco alcolico. Sottile in bocca ma in qualche modo suadente, con una dolcezza decisa ma non stucchevole, tra il caramello e la barrette cereali e miele. Escono alla grande agrumi misti e freschi, accompagnati da un leggero sentore di vaniglia. E poi c’è ancora un che di minerale e di vegetale (erba fresca)…

F: …che va a formare un finale davvero pulito. La bocca rimane quasi salata e assieme levigata da miele e fiori.

Rispetto ad altre versioni-base del core range di Balblair, questo forse ci persuade un po’ di più: beverino e semplice, certo, ma anche ben bilanciato tra una dolcezza composta, fatta di quella frutta così tipica di Balblair, e una fresca dimensione erbacea e ‘vegetale’. Lo stile ci piace, l’imbottigliamento ci convince: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The xx – Say something loving.