Botti da orbi – recensioni dal Whisky Revolution Festival

Torna la rubrica di assaggi a cura di Marco Zucchetti, eroe dei due mondi (quelli del giornalismo e del benessere, per i garibaldini già sul piede di guerra): questa volta, tocca a una selezione di assaggi dal Whisky Revolution Festival dello scorso settembre…

La vita è una scatola di samples, non sai mai quello che ti capita. Forse Forrest Gump preferiva i cioccolatini, ma sono problemi suoi. D’altronde lui era reduce dal Vietnam, noi invece dal Whisky Revolution Festival di Castelfranco Veneto. Dove, in un’isola di malto circondata da un mare di spritz, abbiamo fatto i whiskaioli, ovvero i fungaioli dello scotch. Ecco una selezione delle cose buone finite nel nostro cestino, rigorosamente senza un ordine. Perché dove c’è ordine, lì c’è pace e decoro. Ma entrambe le cose al momento non sono una priorità.

Tomatin 36 yo batch #4 (1981/2017, OB, 46%)

Re Lear a passeggio fra i Colli Euganei. Il pezzo forte della masterclass Tomatin – e forse la cosa più buona assaggiata al WRF – è stato questo whisky maestoso, che indossa la sua nobiltà con sicurezza e senza ostentarla. Discendente da tre barili ex bourbon ed ex Oloroso, è l’esempio di come Tomatin sia distilleria maratoneta, che dà il meglio sulle lunghissime distanze. E quando gli altri cadono stremati, lui ancora scatta brioso fra vivissimi aromi di papaya e melone, fragola e nespola. L’età non si chiede né alle signore né ai re e all’olfatto i 36 anni sono solo un ricordo. In bocca no, l’antichità ha un suo corpo possente. Così accanto a un sollucchero di pesche al forno e amarene sciroppate, sullo sfondo di una cremosità di cioccolato al latte che ti avvolge, ecco il legno. Balsamico, elegante, con un gran bel brio di pepe nero e chiodi di garofano che nulla toglie a una freschezza fuori sincrono con la carta d’identità. Tanti sono i monarchi sclerotici che il tempo ha ridotto a semplici lozioni di profumi prive di anima al palato. Qui invece di stantio non c’è nulla e il re è tutto tranne che nudo.

Magnificente. 92/100

Ancnoc 24 yo (2018, OB, 46%)

Il fatto che ancora non ci sia un Arbre Magique dedicato è uno scandalo. Perché guidare molestati da limone o pino silvestre quando si potrebbe farlo accarezzati da volute di brioche alla marmellata, zabaione e nocciola? Aromatico, aromaticissimo eppure fresco come un succo di frutta. Molto espressivo, anche se non complesso. È coerente qualunque faccia mostri: naso, palato, finale, è sempre fruttato, con note di pasticceria e di praline. Il legno – grassoccio, con un che di anice – fa capolino poco prima che il bicchiere si svuoti. Cuoio e fiori secchi impreziosiscono il quadro. Dunque cos’è quel senso di rammarico? Ahimé la gradazione, che se fosse più alta lo eleverebbe fra troni e dominazioni. Si ferma appena sotto, ma il paradiso è comunque assicurato.

Whisky da fiuto. 87/100

Bladnoch Bicentennial 29 yo (1988/2018, OB, 41,2%)

Sulla Settimana Enigmistica c’è l’enigma della Sfinge, lui è l’enigma del festival. Edizione ultraspeciale di rara opulenza (tanto oro si è visto solo per lo Zacapa Royal) per i duecento anni della rinata distilleria delle Lowlands. Duecento bottiglie, che in Rete si trovano a non meno di 5.700 euro l’una. Ma il denaro è lo sterco del diavolo, quindi qui se ne parlerà come se costasse 40 euro all’Esselunga. Al naso le note floreali ci sono (poutpourri), ma arrivano dopo un’anticamera di arancia e pesca, e dopo un corridoio di prugne secche, nocciole e vaniglia. In certe sniffate lo prenderesti pure per Armagnac, in altre la resina di abete la fa da padrona. In bocca invece ecco l’anima Lowlands, nonostante l’invecchiamento: lavanda, violetta, cola e cannella accanto alla dolcezza del malto. Il legno sgomita per mostrarsi (forse troppo?). Spuntano ricordi di quel cassetto con la biancheria della nonna terrorizzata dalle tarme, che un finale di legno e cacao confonde un po’. E dunque? Cattivo non è, il naso molto elegante, il finale persistente. Ma è come se la leggiadria dello spirito Bladnoch faticasse a respirare sotto il peso del tempo. Trilly Campanellino ha il tutù, non il paltò, anche se di cashmere.

Fiato corto. 85/100

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