Botti da orbi – Colonial Whisky Tour

è quasi Zucchetti

Dall’alto il bicchiere di whisky, con quella sezione rotonda così perfetta, sembra un delizioso pianeta ambrato, una via di mezzo fra Venere e Marte. Prima di invocare la neuro – o un alcol test per chi scrive -, pensateci un attimo. Il whisky è davvero un mondo tutto da scoprire. Ha una faccia che conosciamo bene e ci ispira ogni sera, la Scozia. Ha dei bordi che stiamo imparando a distinguere (gli Stati Uniti, l’Irlanda, il Giappone). E poi ha un lato oscuro di Paesi dai metodi di distillazione incerti e dalla tradizione variabile: the dark side of the malt. Girovagare alla scoperta di queste terre che portano scritto sulla mappa HIC SUNT LEONES, è un’esperienza da fare almeno una volta. Perché vagabondare per il pianeta whisky è come andare in vacanza. Puoi essere turista o viaggiatore, pellegrino o esploratore. Ci sono momenti per tutto. A volte vuoi solo essere coccolato in un ambiente accogliente e te ne vai in un resort a 5 stelle pacchetto all inclusive, dove scorrono fiumi di malto e torba, la Scozia. Altre invece ti prende il rovello di attraversare la taiga o il deserto in pullman di terza classe senza aver prenotato prima neanche una stamberga. Qui ci è presa una nostalgia politically uncorrect per i vaghi ed avventurosi tempi coloniali, per le sahariane e i completi di lino, per il Commonwealth e i viceré che mandavano dispacci e barili a Sua Maestà. E dunque partiamo su un bastimento per i mari del Sud. Nella seconda puntata si partirà invece in Interrail in giro per l’Europa. D’altronde girovagare col naso fra le bottiglie più inconsuete nel dark side of the malt è questo: zaino e narici in spalla, si parte alla conquista pronti alla chicca come al disgusto. Ché la prima classe costa mille lire, la seconda cento e la terza dolore e spavento. E preghiamo san Ciccio De Gregori che nessun dram puzzi di sudore dal boccaporto e odore di mare morto…

Hellyers Road Slightly Peated 10 yo (2018, OB, 46.2%)

[Tasmania, Australia]

Tutti abbiamo un amico che prima o poi si sposa. Tanti ne abbiamo uno che in viaggio di nozze va dall’altro capo del mondo. Qualcuno ne ha di generosi che si offrono di portargli un whisky australe. Io vado oltre e ne ho uno che aveva il compito di portarmi il pluripremiato Sullivan’s Cove e invece si è presentato con un boomerang e questa bottiglia qui, un po’ come quando l’ultimo Galliani prometteva Tevez e arrivava Ricardo Oliveira… Essendo suo testimone di nozze e curioso come un babbuino che lavora in una rivista di gossip, alla fine ero pure contento di provarlo e gli sono grato comunque. Anche perché la bottiglia si presenta bene: single malt dalla Tasmania, invecchiato 10 anni in barili tostati, non filtrato, “leggermente torbato” e con una gradazione quasi alla Bunnahabhain. Curioso il tappo a vite, che va bene sui riesling della Mosella ma sul whisky ancora un po’ lascia perplessi. Sull’etichetta sta un crepuscolare signore, in cammino su una lunga strada verso “quota 100” con accanto un gatto. Ecco, la speranza di tutti gli animalisti è che quel gatto sia stato il più possibile lontano dal whisky. Non tanto per l’olfatto, che curiosamente parla gaelico, ovvero la lingua delicata fatta di pera, rosa e cioccolato bianco che spesso è il marchio di fabbrica degli Irish whiskeys (difatti è distillato “due volte e mezza”, il che spiega la lievità delle suggestioni). No, se il naso tutto sommato si salva, tra vaghi sentori di cocco, marzapane all’arancia e narghilè che spuntano da una coltre di alcol piuttosto spessa, è il palato ad essere travolto. Perché il nostro spirito della vecchia Van Diemen’s Land è devastante come il suo conterraneo Taz quando diventa un piccolo uragano. L’alcol è aggressivo, prevaricatore. Bullizza le timide note amare di pompelmo, schiaffeggia i sentori di legno tostato e impone un retrogusto di acquavite sgradevole che supera in intensità la leggera torbatura minerale (a proposito, il malto torbato arriva dalla Scozia). Paradossalmente, la tempesta si quieta nel finale, dove spuntano mele e biscotti e un che di noce moscata.

Ora, vero che l’Australia è stata terra di galeotti; vero anche che l’etichetta ricorda “l’aspra e feroce vita selvaggia” di queste parti; vero anche che “Mr. Crocodile Dundee” era un film fichissimo che ti prendeva la voglia di giocare a wrestling con gli alligatori. Però, perché abbrutire tutto con uno spirito così sgraziato che non permette di apprezzare – se ci sono, e probabilmente ci sono – le qualità della distilleria? Non se lo meritano gli australiani, non se lo merita James Cook, non se lo merita la Regina. Forse l’unico che se lo meritava ero proprio io, che dopo sei mesi ancora non ho fatto il regalo di nozze. Alberto, mandami l’Iban e chiudiamola qui… 70/100

Three Ships ‘Vintage 2005’ PX finish (2015, OB, 46.2%)

[Sudafrica]

Se c’è una cosa che ti si pianta in testa dopo un viaggio in Sudafrica è che il pregiudizio è una bestia astuta. Paragoni fra Mandela e gli alambicchi anche no, grazie, ma probabilmente un giro fra il museo dell’apartheid e Soweto rende tutti un po’ più disposti a fare tabula rasa di ogni preconcetto. Sicché, sentendosi in cuor suo illuminato e progressista e fieramente multiculturale, il rabdomante di spiriti si tuffa a capofitto sul Duty Free per sperimentare il Three Ships, orgoglio sudafricano. Evitato come la peste il 5 anni, che costa più o meno quanto una confezione grande di M&M’s e lascia perplesso l’europeo abituato a svenarsi per ogni bottiglia, la scelta cade su un vintage 2005. Dieci anni di invecchiamento curiosamente divisi fra “106 mesi in botti di quercia americana e 14 in barili ex Pedro Ximenez”. Livello di aspettativa: bassino. Sempre per il fatto che crediamo di essere privi di pregiudizi ma alla fin fine inconsciamente ci aspettiamo di trovare manioca e elefantini nelle bottiglie. E dunque già ci prepariamo a un whisky eccentrico, magari un po’ approssimativo e con note pesanti, esotiche e speziate. E invece… Invece ovviamente non c’è nulla che richiami il bush o il Kruger Park in questo whisky. Stolto uomo europeo, che ti aspettavi? Beh, di sicuro non la abbacinante florealità che si sprigiona dal bicchiere. Peonie, sorbetto all’uva fragola, Ice wine. C’è un’aromaticità intensa che va a lambire l’olio essenziale di arancia. Poi, a dire il vero fuori sincrono, anche un lato più umido e scuro tra cantina, note nocciolate e matita temperata. In bocca invece i fiori lasciano spazio alla frutta. Indefinita e un po’ sintetica, come di caramella all’arancia. Esplode quindi una spezia sicura di sé. Zenzero, pepe e peperoncino fanno quasi pensare ai rye e giocano a rimpiattino con una base dolce di zucchero a velo e ananas. Il finale è così così, tra gommose al limone, chili e gomma bruciata, con un che di bagnoschiuma nel retrogusto.

Spiazzante, contrastante. Ecco in cosa somiglia al Paese da cui proviene. È un tetris di ossimori, una delicatezza ponderosa, una naturalezza artificiale, una dolcezza piccante. Non un capolavoro, diciamo che nel rugby i sudafricani se la cavano meglio. Però qualcosa che si lascia sorseggiare e sa anche divertire chi non cerca né la perfezione né la razionalità. Fosse vivo Beckett, sarebbe il suo malto dell’assurdo. 80/100

Kornog 2013 single cask (OB for The Auld Alliance, 58.7%)

[Francia (via Singapore)]

Cosa c’entri la Bretagna, dove fra una galette e un sidro fermier viene distillato il Kornog, con il mondo affascinante e fiabesco delle antiche terre coloniali, non si sa. Anzi, si sa benissimo: nulla. Però se la storia è fatta di incroci e influenze, questa bottiglia sta a testimoniare che anche il whisky oggi è un melting-pot. Quanto meno in materia di imbottigliamenti… Poco interessa al lettore come chi scrive sia finito a Singapore su un “party bus” privato ascoltando i Queen remixati da due bartender greci. Ma sappia il lettore che a un certo punto della gita sullo stretto di Malacca, lo scrivente è finito all’Auld Alliance, il raffinato whisky bar di Emmanuel Dron conosciuto in tutto il mondo. Lì, fra poltrone in pelle umana e collezioni di bottiglie da ringraziare dio per avere un rigido plafond sulla carta di credito, lo scrivente ha ordinato una degustazione di quattro imbottigliamenti firmati appunto Auld Alliance. Fra questi un Kornog a grado pieno. Capite che l’idea di sorseggiare un torbato bretone in una città-Stato avviluppata in una monsonica umidità del 95% è un inno al post-colonialismo. Al naso compare subito un fumo lieve, che tutto cuce insieme come una Penelope con la passione per lo svapo. Le note grasse di olio di mandorla, quelle dolci di torta di pere, i deliziosi sentori marini: un olfatto minerale e fine, arioso e quasi floreale nonostante l’oleosità evidente. In bocca i quasi 60 gradi non si nascondono, ma l’alcol non sferza. Anzi, costruisce una dolcezza piacevole di mandorle glassate, zucchero di canna e biscotti (tipo i Galletti del Mulino Bianco). Che ovviamente va a braccetto con la torba ora più solida, tutta incentrata fra la fuliggine e le olive verdi, a testimoniare il dna costiero. Torba che si intreccia a un tocco quasi agro (limone e zenzero fresco) e a una fresca amarezza di pompelmo. Curiosa la nota di marron glacees che si fa strada in un lungo finale secco e piccante.

Sarà che averlo assaggiato in un Paese dove se sgarri qualcuna delle tantissime e severissime leggi rischi due nerbate con uno scudiscio di rattan bagnato, ma la morigeratezza di questo whisky è sembrata un valore aggiunto. Né la torba, né la marinità impongono la loro dittatura su un malto che ben nasconde la sua estrema gioventù sotto un savoir faire molto europeo. 85/100

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