Laphroaig Lore (2018, OB, 48%)

I bicentenari sono un po’ come i peperoni: te li porti appresso anche dopo che li hai digeriti. Succede infatti che quando una distilleria di Scotch festeggia i due secoli di onorata attività, giustamente lancia sul mercato un imbottigliamento celebrativo. Il quale spesso finisce per accomodarsi nel core range a prezzi sostenuti.
Laphroaig, che le sue (fumosissime) candeline le ha spente nel 2015, per l’occasione lanciò Lore. Il quale dal 2016 è puntualmente stato rilasciato ogni anno con una denominazione da far tremare i polsi ai rapper più sboroni: “il più ricco dei ricchi“.
Si tratta di un NAS dal nome gaelico (toh…) che significa “passaggio” e sta a simboleggiare l’accumularsi di esperienza e competenza dei vari master distiller che si sono succeduti nella storia. Noi che siamo aridi come le lettiere dei gatti con la minzione difficoltosa, rimaniamo freddini sullo storytelling e preferiamo concentrarci sul liquido (del whisky, non dei gatti). Un mix di malti dai 7 ai 21 anni invecchiati in una serie da mal di testa di barili: Quarter cask con finish in hogshead di rovere americano vergine, barili ex Laphroaig riutilizzati, bourbon cask first fill, butt di sherry Oloroso first fill e chissà cos’altro.
Prima di ringraziare per il sample Cristina Folgore, brand ambassador dei whisky del gruppo Beam Suntory (e insospettabile collezionista di Kilkerran), diciamo anche che questo whisky si è guadagnato la medaglia d’oro al Milano Whisky Festival del 2018. E che qualcuno fra noi era pure in giuria… Si beva!

laphroaig-lore-single-maltN: molto Laphroaig, in effetti. La nota medicinale è molto evidente, con punte di antisettico e di pasta del dentista; il fumo è abbastanza morbido e quasi aromatico (incenso? sigaro?), non acre, con note di tizzoni bruciati. In realtà tutto risulta un po’ coperto da un legno molto attivo e molto carico, responsabile di una dolcezza ben più marcata rispetto al Quarter Cask: liquirizia, marshmallows grigliati, albicocca disidratata, perfino mango! Non indugia in nuances, è tagliato con l’accetta, ma di certo l’effetto al naso è piacevole.

P: molto elegante, come può essere elegante un Laphroaig. Unisce una certa acidità agrumata a una torba medicinale e a un’esplosione di dolcezza tropicale. Miele di castagno, poi di nuovo mango molto maturo. Il lato morbidone sfiora anche il caffè zuccherato, senza deragliare nel cremoso grazie all’anima torbata: plastica bruciata e ancora antisettico, con appena qualche sentore di posacenere e cenere di falò. Emerge in fondo una forte marinità, con acqua di mare e sale. Un folle in crisi di astinenza da Lindt azzarda il cioccolato fleur de sel.

F: chi ci ha portato in un inceneritore? Camionate di plastica bruciata, molto chimico. Catrame e After Eight (cioccolato fondente e menta dolcissima). Una punta di tabacco.

Sullo storytelling abbozziamo, ma il titolo di “Più ricco fra i Laphroaig” è meritato. Mostruosamente carico, pienissimo, devastante quasi. Mantiene tutti i capisaldi della distilleria, ma li spara a massimo volume: tanto dolce, tanto torbato, tanto marino. Tanto, insomma. Ragion per cui l’effetto è quello di un cibo porcosamente buono: va consumato con moderazione, che se uno esagera poi la nausea è dietro l’angolo. Noi che siamo campioni di morigeratezza sappiamo limitarci e stampiamo un 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Rebel Motorcycle Club – Six barrel shotgun

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