[Dal nostro inviato ai Caraibi] Appleton 21 yo (2019, OB, 43%)

Il nostro inviato ai Caraibi, mannaggia a lui

[Il nostro inviato ai Caraibi ci ha inviato questa recensione ben più di un mese fa. Sarà l’invidia per la diversa geolocalizzazione di lui e noi, sarà una perniciosa tendenza a procrastinare… Il risultato è che l’abbiamo colpevolmente tenuto in freezer per troppo tempo, e ci dobbiamo anzi scusare con l’indomito Luca Perego – anzi, no, sta ai Caraibi, pensa te se ci dobbiamo scusare. Comunque: oggi assaggia un pezzo grosso del rum giamaicano, noi ci sediamo come nipotini intorno al nonno e rapiti lo ascoltiamo]

Prima di tutto volevo dirvi che fa caldo. Così, giusto per ricordarvi che a Milano piove e qui invece l’ultima volta che sono scesi sotto i 26 gradi la Juventus ancora era tifata dai torinesi. Bere con questa temperatura è quasi fastidioso, quindi spero possiate capire che lo sforzo che sto facendo per questa degustazione è difficile quanto fare colpo con la tipella delle medie quando tu al massimo conosci tutte le regole di Magic e la data di nascita di Donato Bilancia (sto parlando di mio cugino, mai di me).

Oggi ci spostiamo in Giamaica, dove oltre a della marijuana di dubbia qualità e della musica di altrettanta dubbia qualità, producono anche del rum. Appleton nasce tanti anni fa, pare addirittura persino prima di Andreotti, a Cockpit (sì, davvero, questo posto si chiama “Fossa del cazzo”) un qualche posticino sperduto dove tra un no woman no cry e l’altro, Campari si è comprata la più antica distilleria giamaicana. Mica cazzi – al massimo Fosse di cazzi.

Assaggiamo Appleton 21… Ufficialmente è un blend di rum che fanno almeno 21anni assemblato dalla prima Master Blender donna della storia. Abbiano le quote rosa anche nelle sbronze, dove finiremo signora mia?! Dove? Sarà per questo che se vi aspettate un rude boy vi sbagliate di grosso. Al naso si sente subito una bella presenza citrica che ci accompagnerà per tutta la degustazione, spicca lo zenzero e quella bella caramella toffee, inoltre un frutto irriconoscibile per cui ho scomodato metà cucina (È albicocca? È maracuja? È papaya? È via Imbonati in una calda mattina d’estate? Non lo abbiamo capito, però in cucina se lo sono finiti). Torniamo a monte nella nostra Fossa di cazzi; l’alcool non è invadente, nonostante tutto stiamo parlando di sentori molto molto delicati. Il primo impatto in bocca tiene il lato citrico, è fresco nonostante la texture molto marmellatosa e la dolcezza straripante. Esce però anche il primo difetto, come quando noti il pomo d’Adamo alla ragazza che ti stai portando in bagno a limonare in discoteca, ad esempio c’è una nota terrosa ed erbacea che nel complesso risulta spiacevole, stona. L’unica, ahimè non leggera, imperfezione. Il finale è lungo, non tipo Mr Holmes, ma comunque da far sfigurare chiunque in spogliatoio dopo il calcetto; arrivano la canna da zucchero, la vaniglia ed il caffè appena tostato ma anche una nota di agrume che non si riesce a ben definire, per la quale credo sia necessario identificarla come una nota di pomelo (tanto nessuno sa di cosa sappia realmente e ci faccio un figurone).

Dal thanksgiving è tutto, linea allo studio.

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