Timorous Beastie 25 yo (2019, OB, 46%)

Continuiamo ad esplorare la gamma dei blended malts regionali di Douglas Laing, stavolta mettendo il naso su un’edizione limitata del Timorous Beastie: 25 anni di invecchiamento, per lo più in barili ex-Bourbon, per un malto in 1600 esemplari, non colorato e non filtrato a freddo. La pavida bestiola arriva direttamente dalle Highlands, e va a completare una serie già abbastanza nutrita – e piacevole, stando alle nostre passate recensioni (questa e quest’altra).

N: molto aperto ed elegante, delicatamente fruttato anche – una bestiola timida, in effetti. Squadernato e fresco, si apre su note floreali e minerali molto piacevoli, polline, fiori rugiadosi, erica e violette, geosmina. Miele millefiori. C’è poi una parte fruttata e ‘dolce’, tra la banana, il pasticcino alla frutta… Banana bread con una spolverata di cocco, dice il buon Samuel che stasera beve con noi. Plumcake!

P: l’impatto è un po’ alcolico, a dire la verità, ma poi esplode una botta bourbonosa da ananas, cocco, crema pasticciera… Molto ruffiano, molto dolcione, sicuramente il barile parla a voce alta – ma non dà fastidio alle orecchie, intendiamoci. Mela verde. Cioccolato bianco con una fetta di ananas appoggiato sopra – don’t try this at home, direbbe qualcuno, ma nel bicchiere ci sta. Frutta secca oleosa (noce e mandorla). Non complessissimo ma piacevole.

F: ananas, molto intenso, e poi si chiude semi-secco con erba fresca. Dopo un poco

Naso e finale tutto sommato poco espressivi, ad esprimere la timidezza del topo in etichetta; per contro il palato è davvero molto piacevole e ruffianone, diciamo bestiale – certo costicchia (175€), ma non si può dire che non sia una bella bevuta. Consigliamo l’assaggio. 86/100. Grazie a Douglas Laing per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Francesco De Gregori – La Storia.

Clynelish 1995 (2018, Wemyss, 46%)

Tempo fa abbiamo assaggiato un eccellente Clynelish del 1995 imbottigliato da Wemyss: siccome ci era piaciuto tantissimo (grazie, Francesco!), siamo andati alla ricerca di altri malti con lo stesso pedigree, e grazie all’amico Davide Ansalone abbiamo messo le mani su un campione di “Pork & Plum Terrine“, ovvero un Clynelish invecchiato in un barile ex-Bourbon per 23 anni, imbottigliato appunto da Wemyss. Vediamo se troveremo davvero una terrina di maiale e prugne…

clynelish_1995_2018_pork_plum_terrine_wemyss__01N: avvicini il naso e ti senti a casa. La patina di cera che tutto avvolge è semplicemente deliziosa, con sentori di paraffina, cera di candela. E i sentori di fieno, come facciamo a tacerne? Sotto, si agita un torrente di agrumi, che potrebbe essere bergamotto, con le sue sfumature floreali. Riesce ad essere affilato ma molto caldo: sentite la componente zuccherina e fruttata come esplode… Prugne gialle deliziose.

P: molto, molto buono. C’è ancora un’anima agrumata, evoluta, magnifica: c’è ancora un bergamotto floreale, con anche sentori di limone zuccherino. Poi cera, paraffina, un po’ di cereale dolce. La mineralità persiste decisa, e poi è seguita da frutta secca oleosa, mandorle soprattutto, e un sentore di burro fresco. Mela gialla.

F: come sopra: affilato e setoso al contempo. Cera e bergamotto e fiori. Delizioso.

Molto equilibrato, molto Clynelish: un profilo unico, decisamente complesso, riesce ad essere affilato e godurioso al contempo, e fidatevi, non è facile raggiungere questo equilibrio. Grazie Davide, grazie Wemyss ma soprattutto grazie Clynelish. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Roxette – It must have been love.

Lagavulin 10 yo (2019, OB, 43%)

Quest’estate Lagavulin ha lanciato un nuovo imbottigliamento esclusivo per il travel retail (cioè, te lo compri solo in aereoporto): si tratta di un 10 anni, testimone dell’amore di Lagavulin per gli invecchiamenti pari. C’è un 8, c’è il 12, c’è il 16… A questo punto nella sequenza manca un 14 anni, ce lo aspettiamo entro un paio d’anni – figurati Diageo, è stato un piacere darti questo suggerimento. Ci avviciniamo a questo Lagavulin con biforcute e contrastanti aspettative: da una parte, come fai ad essere deluso da un Laga?, dall’altra, come fai ad aspettarti qualcosa di buono dal travel retail? Sia come sia, questo è frutto del matrimonio tra barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento e botti “newly charred and rejuvenated” – cioè legni attivi. Vediamo.

N: uh, com’è timido. Ci aggredisce immediatamente una sorprendente nota di marmellata di limone, molto profumata. Ci sono poi barrette di cereali (quelle che ti rimanevano appiccicate ai denti a scuola), forse con un po’ di cioccolato. Note di clorofilla, anzi: di cicche alla clorofilla, cioè una clorofilla zuccherata e un po’ mentolata, per essere meno evocativi. Dopo un po’, la torba che all’inizio appariva in disparte si fa strada tra i sentori, e arriva, Lagavulinosa, grassa e piacevolmente fumosa, con qualche sentore bello marino e iodato.

P: non ce n’è, Lagavulin non lo abbatti manco se ti sforzi. Qui l’ingresso è un po’ acquoso, la diluizione è massiccia e azzopperebbe ogni whisky… ma non Lagavulin. Dopo il primo sconcerto, esplode sia la parte dolce (forse un po’ eccessiva) tutta su miele e ancora barrette ai cereali; sia quella mentolata e balsamica, con Vicks Vaporub; sia quella torbata, fumosa, acre e cerealosa. Una sola punta di sapidità, senza mai essere troppo marino.

F: perdura il cereale affumicato, molto a lungo. Mele cotte, frutta secca.

Parliamo chiaramente: non è il migliore dei Lagavulin possibili, patisce un po’ di ruffianeria e di eccessiva facilità, soprattutto al palato, ma è un ottimo entry level – certo, costa più o meno quanto il 16 anni (poco più di 50€), ma pur sempre la metà del 12, no? Davvero, la considerazione è sempre la stessa, fatta mille altre volte: ci sono distillati che resistono a ogni avversità, e quello di Lagavulin, si sa, è parte del gruppo. 86/100. Insomma, la prossima volta che tornate da un viaggio e vi siete dimenticati di prendere un souvenir per quel vostro amico che colleziona magneti da frigo, ecco, prendetevi un Laga 10 e beveteci su. Grazie davvero a Egidio per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Pearl Jam – Angel.

Piove whisky (pre-Christmas edition)

Da tanto, troppo tempo ormai ci tratteniamo e non pubblichiamo un post popolato da sentenze lapidarie, scomposte e assolutamente non richieste. D’altra parte, se è vero che non può piovere per sempre, ogni tanto deve pur Piovere whisky, no? E allora eccoci qua, in clamoroso anticipo sull’imminente bulimia natalizia, a strafogarci di assaggi. Abbiamo incontrato whisky buoni, whisky decorosi e altri molto più che indecorosi. Quel che possiamo dire è che purtroppo, a differenza di quel che ci insegna il grandissimo Roy Batty in Blade Runner, NON “tutti questi momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”.

glenalmondGlenalmond everyday (circa ’90, OB, 40%)

Un vatting da battaglia di una volta, con tanto cereale evidente e una punta acidina, da fermentato, bene integrata e gradevole. Elargisce anche suggestioni dolci, tipo banana. Miele. Il palato non è sorretto dalla gradazione, e va bene così. 82/100

eRetico 3 yo (2016, OB, 43%)61TAA5qQ4HL._SL1500_

Invecchia in botti che hanno contenuto grappa e sherry, prima di un ulteriore travaso in altre botti ex grappa. Insomma se andate matti per la grappa, vi piacerà; però secondo noi qui si scontrano due anime mai integrate e forse mai integrabili. Ha note di Ricola al ribes nero e di liquirizia dolce. Balsamico, anche. 69/100

166284-bigArran 21 yo (1996/2017, Scoma, 55,5%)

Nel bicchiere un single cask ex-bourbon oak di Scoma, negozio e imbottigliatore tedesco. Sicuramente si tratta di un refill, anche perchè il profilo è molto naked – aperto e piacevole, burroso, note di cereali, frutta bianca. Shortbread. 85/100

 

Caol Ila 16 yo (1998, Wilson & Morgan, 60,4%)wm-16yo-caol-ila

Stereotypical Caol Ila: non sbagli mai. Vorremmo sottolineare con piacevolezza l’assenza di alcol, a dispetto di un volume apparentemente mostruoso. Dolce, decisamente zuccherino con vaniglia, torta Paradiso e torta al limone. Tanti agrumi, tra cui lime e cedro. Falò sulla spiaggia e spruzzi di acqua di mare. 87/100

Old Pulteney 12 yo ‘The Maritime Malt’ (2019, OB, 40%)

Vai a visitare l’amena Old Pulteney e la prima cosa cui pensi è “che festa!”

Old Pulteney, la seconda distilleria più a Nord delle Highlands scozzesi (ehm) dopo Wolfburn, ha da qualche tempo rifatto completamente il packaging del suo core range – come si fa di consueto in questi casi, ha tolto qualcosa, introdotto qualcos’altro, e insomma, niente di nuovo sotto la pioggia scozzese. Oggi assaggiamo Old Pulteney 12 anni, versione base della rinnovata gamma del ‘Maritime Malt’ – ah, rifatto il packaging, certo, ma la bottiglia ha sempre quella forma lì, con il collo che ricorda certi oggetti atti a dare piacere, diciamo. Vabbè.

N: abbiamo a che fare con un malto educato e abbastanza timido, sulle prime. Esibisce note ordinarie di vaniglia, limonata, orzo, pera e banana. Purea di banana? Crema alle pere? C’è poi una freschezza mentolata, portata ai nostri nasi da una piacevole brezza marina. Nail polish e mandorle, con qualche sfumatura erbacea (c’è chi pensa addirittura al prezzemolo).

P: l’ingresso è un po’ deboluccio e piatto, a voler essere franchi, e qui sembra un po’ troppo nudo – c’è tantissimo cereale, si sente tanto il distillato, ma senza una grande armonia. Molta pera, orzo, frutta candita – la parte cerealosa spinge un po’ sul pedale dell’erbaceo. C’è dell’agrume, in realtà non si tratta tanto di limone quanto piuttosto di pompelmo.

F: abbastanza corto, ancora piuttosto limonoso e con un cereale elegante. Una qualche sapidità vien fuori, qui. Mandorla.

Esile e semplice, con una sua pur timida personalità. Piacevole ma nulla di travolgente, e onestamente speravamo in note marine molto più spiccate – ma d’altro canto se l’hanno chiamato Maritime Malt hanno sicuramente le loro ragioni che noi non cogliamo, peggio per noi. 81/100. Poi questa cosa di voler imbottigliare a 40%…

Sottofondo musicale consigliato: Robert Wyatt – Sea song.

Tobermory 12 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory ha appena ripreso a produrre, a luglio, dopo qualche mese di pausa di riflessione – ha celebrato il lieto evento ricostruendo il suo core range, che vede questo 12 anni sostituire lo storico (e discusso) 10 anni. Branca, storica azienda col suo cuore pulsante a Milano, ha acquisito da poco la distribuzione di alcuni marchi del gruppo Distell (dopo Bunnahabhain, già circolante da circa un anno), e ha omaggiato il nostro Marco Zucchetti di una bottiglia del 12 anni: oggi lo assaggiamo tutti insieme.

N: molto elegante e delicata, mostra subito una prima patina floreale e lievemente minerale davvero piacevole… Tanto agrume, con arancia in evidenza (e dopo un po’… Orangina!). Però non pensiate a una delicatezza che porta all’anonimato, anzi, pare profondo e vivido: ci sono note più zuccherine e fruttate molto piacevoli e profonde, di brioche all’albicocca, pastafrolla, pesche al forno, talvolta con sentori quasi – quasi – tropicali (vago mango). Cioccolato bianco. Zucchetti rileva anche una leggera nota sporchina e lievemente salina, ma si sa, lui ha un naso da record.

P: buon corpo oleoso, bell’ingresso, con una sensazione di gusto molto pieno. C’è un velo lievissimo e passeggero di mineralità sassosa che porta a una certa complessità e profondità. La componente fruttata qui è devastante, sempre di colore giallo: pesche e albicocche (anche secche), ancora mango maturo e godurioso, forse perfino ananas. Ancora pastafrolla, con una dolcezza burrosa.

F: lungo e pieno, aranciato e fruttato… Qualche sentore minerale, anche qui appena accennato, e con una lieve lieve punta sporchina, come di rame.

Molto piacevole, molto educato e rotondo, rispetto all’immagine che spesso si ha di Tobermory – e a ragione. In questo caso siamo di fronte a un malto di introduzione davvero seducente, certo non è un mostro marino di complessità ma d’altro canto noi siamo usciti in mare per una piccola traversata, non per andare a caccia di kraken – e dunque restiamo decisamente soddisfatti. 86/100, per essere un entry level è una ottima sorpresa.

Sottofondo musicale consigliato: Echo & The Bunnymen – The Killing Moon.

Dalaruan Classic Selection (2018, Lost Distillery Co, 43%)

Davvero è più forte di noi. Siamo consapevoli della cialtronaggine dell’operazione Lost Distillery, messa in piedi da due ex dipendenti di Diageo, proprietari pure dei rum Six Saints e West Indies Rum & Cane Merchants; eppure non riusciamo a non subirne il fascino, immaginando improbabili archivisti scozzesi intenti a ricercare documenti sporchi di new make spirit e ancora più improbabili bottiglie di distillerie evaporate diversi decenni fa saltar fuori come funghi. Figuratevi poi come abbiamo reagito 81yXPKoN9sL._SL1500_all’uscita di questo Dalaruan, che vorrebbe ripercorrere le orme di una distilleria nata nell’amata Campbeltown nel 1825, un’epoca in cui la piccola cittadina del Kintyre era considerata la capitale del whisky scozzese. Dalaruan fallì esattamente un secolo dopo, ma questo dettaglio secondo gli impavidi Indiana Jones di Lost Distillery non è poi un problema così insormontabile, et voilà assemblando diversi single malt ci fanno la cortesia di riprodurre un whisky che tra l’altro partiva da una tripla distillazione. Se poi non è ovviamente possibile trovare nemmeno una goccia del whisky originale, beh, capite bene che l’impresa non è poi così proibitiva. Ma bando ai retropensieri, alziamo i calici riempiti con un Nas a 43%!

dalaruan-classic-selection-the-lost-distillery-company-whiskyN: sembra piuttosto giovane, molto cerealoso e con venature minerali. Il cereale domina, con corn flakes, brioche leggermente bruciacchiata alla frutta gialla. Pasta brisée. Poi una lieve mineralità, con punte erbacee. All’improvviso una nota di zafferano arriva a farci visita. Foglie d’autunno bagnate. Ciottoli di mare, perfino.

P: conferma le impressioni del naso, aggiungendo una lieve torbatura, acre e minerale, con sentori di terra bagnata (c’è chi dice “castagne bagnate”) ad aggiungere personalità. Il resto è coerente, con chicchi d’orzo, ancora pasta brisée dolce. Ancora un po’ di zafferano. Tende all’amaricante…

F: … che perdura in questa fase, non lunghissima, con erbe e cereali e una torbina puzzolente e fumosetta.

Lasciando per un attimo da parte il marketing civettuolo, soprassedendo sulla bottiglia nera e dimentichi perfino di noi stessi, non possiamo negare che questo Dalaruan è un buon esperimento, semplice ma in fondo piacevole, e soprattutto portatore di uno stile mineral-costiero (?!) che a Campbeltown c’è veramente, oggi come 100 anni fa, a quanto pare: 84/100. Costa circa 50 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Michael Jackson – Remember The Time

 

Highland Park 18 yo ‘Viking Pride’ (2019, OB, 46%)

Sono quasi dieci anni che non recensiamo un Highland Park 18, e questo proprio non va bene, decisamente. Un grande classico, da tutti (da noi per primi) celebrato per terra e per mare, così tipico dello stile più elegante della distilleria di Kirkwall, vittima di qualche lamentela da parte di tutti (noi per primi) per l’impennata del suo prezzo negli ultimi anni. Ancora ricordiamo di quando riuscivamo a portarcene a casa una bottiglia a meno di 70€, ora ci vuole più o meno il doppio – dev’essere perché ora si chiama ‘Viking Pride‘. Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, deve la sua peculiare torbatura leggera ad un mix particolare di orzo: quello maltato nel proprio malting floor, heavily peated, e quello acquistato all’esterno, non torbato.

N: molto buono, accogliente come lo ricordavamo. Riesce nel miracolo di esser fresco e ‘appiccicoso’ allo stesso tempo: spiccano note ‘arancioni’ di agrumi dolci e zuccherati (canditi? marmellata di arancia?), pesca sciroppata, uvetta, poi liquirizia e un po’ di caramello salato, miele di acacia. C’è una nota di cerealino lievementissimamente torbato croccante, con una lieve salinità, davvero deliziosa.

P: eccezionale, esplosivo anche se ha un corpo molto affilato, e molto più Highland Park del naso: esce la torba gentile, una punta oleosa più grassa, cera, paraffina, un po’ di pane bruciato. Molto minerale. C’è un sentore di Barbour. Non si pensi che però sia ‘solo’ affilato, è anche molto ben dolce e fruttato. Toffee salato. Cioccolato, liquirizia, un po’ di cuoio, brioscina. Frutta sciroppata ancora, pesche e uvetta. Carruba salata.

F: lungo, molto persistente, è una torta fruttata (crostata di mele e uvetta, anzi: strudel) ricoperta di erica e polvere di cereale torbato, minerale.

Eccellente: il naso è seducente e si rimarrebbe ad ammirarlo per ore, anche il palato è ottimo ma forse forse per la gloria assoluta gli manca un po’ di compattezza, ha un ingresso un pelo watery, un po’ esile – ma a sua difesa, anche con un corpo così sottile riempie il palato e lo stuzzica con mille suggestioni. 89/100, confermiamo tutto il nostro amore per questo Highland Park.

Sottofondo musicale consigliato: Pink Floyd – Sheep.

Michter’s US*1 Original Sour Mash (2019, OB, 43%)

Nel giorno del Thanksgiving, scegliere un whiskey americano sembra una scelta fin troppo facile… Ma se non lo facessimo dovremmo chiamarci WhiskyDifficile, o no? Mentre vi riprendete da questo esordio tristemente spumeggiante, eccoci a introdurvi la recensione del giorno: Michter’s Sour Mash, ovvero uno dei whisky del 2019 secondo The Whisky Exchange. Per “Sour Mash” si intende quando si aggiunge una quota dell’ultimo fermentato al nuovo mosto per avviare la nuova fermentazione – vi sentite arricchiti ora? Siete pronti a farcire il tacchino con un pollo per poi inserirlo in una faraona, in una splendida Matrioska di pollame? Bene. Assaggiamo.

N: un profilo molto particolare, con note floreali (poutpurri, lavanda) davvero inconsuete. Saremo condizionati dal Sour in etichetta ma sentiamo una nota acetica, che gli dà agilità e rende le note tipiche da bourbon (toffee, vaniglia, noce di macadamia) meno cafone. Tante spezie e tanto legno.

P: molto beverino, molto coerente, violentemente floreale e inoltre si aggiungono note erbacee tipo rabarbaro e buccia d’arancia essiccata. La parte dolce c’è ma non offende, con mandorle, nocciole e toffee.

F: medio lungo, tornano caramello e spezie tipo cannella.

Un bourbon in tutù, non certo da harleyisti. Forse il suo difetto sta proprio nelle mollezze floreali che esibisce, poco caratteristiche del distillato a stelle e strisce. È sfaccettato, gentile, però intendiamoci, è anche saporito come un bourbon proprio non può fare a meno di essere: 83/100. Certo, non costa poco ma conferma la buona qualità media dei distillati di Michter’s.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – American National Anthem.

Edradour 10 yo (2009/2019, OB, 46%)

Chi va fino a Pitlochry per dire a quelli di Edradour di togliere il cartello “the smallest distillery in Scotland”? No, perché noi non vorremmo disturbare… Il trend sempre più galoppante delle microdistillerie ha fatto sì che i 260 mila litri prodotti nel 2018 in questa incantevole e storica (1825) distilleria delle Highlands meridionali sembrino numeri da multinazionale. Al di là delle esagerazioni, di cui amiamo far uso in retorica e in svariati altri campi, è un fatto che Edradour sia una distilleria in rapida ascesa, soprattutto grazie alla crescita della qualità media degli imbottigliamenti, e che non a caso i proprietari di Signatory Vintage abbiano avviato un’espansione che porterà a breve a raddoppiare la capacità massima produttiva. Piccolo è bello, quindi, ma buono e richiesto del mercato forse è anche meglio. Oggi assaggiamo un 10 anni single cask imbottigliato da Signatory nella serie “The Un-chillfiltered Collection”, frutto dell’instancabile lavorio della botte #49 sul distillato. Il colore naturale, di un marrone-cola davvero intenso, ci mette quasi in soggezione. Ci aspettiamo bordate di sherry piovere da ogni dove.

IMG-20190919-WA0019N: e infatti è chiaramente uno sherry monster, carichissimo fin dalla prima annusata. Il barile doveva essere Oloroso, e ha donato a questo whisky note molto scure: liquirizia, fave di cacao, aceto balsamico tradizionale. Poi marmellata di frutta rossa (more, forse), ma un po’ in disparte. Tanto legno, con qualche spezia che fa capolino. Cola, un che di caffè zuccherato.

P: urca!, carichissimissimo. È talmente influenzato dal legno che sembra quasi affumicato: la prima nota che ci viene in mente è il Tabasco Chipotle (che appunto è un po’ affumicato, con anche note di aceto), poi sedano, un sacco di liquirizia, peperoncini (non perché sia piccante, ha proprio il sapore di chili). Ha una certa sapidità, poi cioccolato fondente, leggermente addolcito, marmellata di frutta rossa. Caffè.

F: lungo e sporco come il palato, ancora tabasco Chipotle, liquirizia, note salate.

Ve lo diciamo: è un whisky divisivo. Il punteggio che assegniamo (86/100) è la media matematica tra i nostri due voti: a uno è piaciuto molto per la sua stranezza, all’altro decisamente meno. Certo è una bevuta impegnativa, non è un whisky che finisci in una sera chiacchierando del più e del meno, ma altrettanto sicuramente è un profilo molto particolare, quasi unico. Tantissimo legno, tanto gusto, poco distillato. Per portarselo a casa servono una sessantina di euro di euro oppure un amico curiosone come Davide Ansalone che ne compra una bottiglia e te ne porta un sample. Grazie!

Sottofondo musicale consigliato: Wynton Marsalis – Daily Battles (Motherless Brooklyn OST)