Ardmore 9 yo ‘Caroni finish’ (2009/2018, A&G, 55,4%)

Dopo il grande successo dell’ultima edizione del Milano Whisky Festival, ci sembra doveroso tornare a parlare delle due menti che stanno dietro a un evento da piazzare ormai a buon diritto tra i più importanti festival europei di settore. Da anni peraltro i

Giannone-Dolci-250x376
da destra a sinistra; A&G!

fondatori, Andrea e Giuseppe, indossano anche il variopinto abito di imbottigliatori, non disdegnando nemmeno puntate nei mondi paralleli del rum e del gin. È però solo dal 2018 che i due hanno creato, attingendo direttamente dai loro nomi, il marchio A&G, selezionando alcune chicche come questo Caol Ila. Noi oggi ci concediamo un’altra puntatina all’insegna della piacevolezza, assaggiando un whisky dalla storia bizzarra: dopo 7 anni in una singola botte ex bourbon, A&G hanno ben pensato di utilizzare una botte di Caroni di loro proprietà, la madre amorevole di questo Caroni, per fare un’extra maturazione di 19 mesi: arrivati a un totale di 9 anni, ecco saltare fuori queste 230 bottiglie.

IMG_0866_40N: sporco, sporchissimo, puzzone… E l’alcol non è pervenuto. C’è una torba organica, grassa, sporca, fumosa, da diesel, che si abbina a note di porto inquinato (sembra paradossale, anche perché non c’è marinità). Ci sono note di formaggio, di edamer forse (un formaggio ‘dolce’, ma pur sempre formaggio). Crosta di torta con marmellata bruciacchiata, note di vaniglia. Mentolatino, con un sentore di canfora sempre più nitido.

P: che buono… Inizia con un che di mentolato, di balsamico, davvero inaspettato. Molto fresco!, poi vaniglia, zucchero, prugna cotta: è fresco ma molto dolce, zuccherino. Mango acerbo, forse? C’è gomma bruciata, c’è fumo di torba, note intensamente chimiche, tanto sporche ancora. Resta fresco in bocca.

F: lunghissimo, ancora sporco e chimico, e il chimico arriva chiaramente dal rum. Dolce.

Sicuramente siamo a commentare un whisky estremo, che deve piacere perché è molto chimico, ma se vi gustano i sapori forti, beh: questo vi gusterà. Degustato alla cieca si era guadagnato una medaglia d’oro al Best Whisky dell’edizione 2018 del Milano Whisky Festival; un segno che, liberi dai preconcetti che i finish in rum si portano inesorabilmente dietro, non si può negare di avere nel bicchiere un whisky ben congegnato, dove l’azzardo della seconda maturazione rimarrà soltanto come un’altra bella storia da raccontare per quei ragazzacci di A&G: 87/100. Ci mettiamo pure il link di vendita, per non farci mancare nulla.

Sottonfondo musicale consigliato: Paolo Conte – Tropical

Annunci

[Dal nostro inviato ai Caraibi] Clément Très Vieux 1952 (1991, OB, 44%)

Il nostro inviato ai Caraibi

[Siccome siamo gente un po’ così e ci piace darci un tono, ci è sembrato irresistibile approfittare della trasferta di lavoro a Saint-Barthelemy dell’amico Luca Perego, maestro di similitudini e di tante altre cose innominabili, per affidargli una rubrica: così anche noi possiamo dire “dal nostro inviato ai Caraibi, ecco una recensione di rum!”]

Quando Jacopo e Giacomo, nella morbidità della lobby bar de Il Sereno, l’hotel di lusso dove sono venuti a trovarmi sul lago di Como, mi proposero di scrivere su Whiskyfacile, probabilmente avevano già aperto abbastanza sample da dimenticarsi la mia spiccata passione per i Serial Killer, per i gerarchi nazisti e per la musica opinabile. Eppure eccomi qui, in qualità di inviato speciale dai Caraibi, dove sono in task force per la compagnia per la quale lavoro per aiutare la “riapertura” della Lounge Bar, dopo che Irma due anni fa ha fatto più disastri di Jar Jar Blinks per Star Wars. Sarà che ho le frasi di Buscaglione tatuate sul braccio, sarà che mi piacciono i gattini, sarà che quando scrivo riesco a trattenermi dal bestemmiare, tant’è…

L’ospite di oggi, stappato mentre a Milano ci si gode il Whisky Festival, arriva direttamente dalla celeberrima distilleria Clément, nella Martinica, e nasce nel lontano 1952, anno che ci ha regalato alcuni tra i più grandi filosofi e pensatori dell’epoca moderna (Vittorio Sgarbi e Steven Seagal, per dirne due). Clément 1952 Très Vieux fa botte fino al 1991 (c’entra qualcosa l’oscar a Sophia Loren? secondo me sì); fino al 1991 vuol dire fino al 1991, 39 anni veri, non come quelli che diceva di avere la tipa che avete conosciuto in discoteca e poi il giorno dopo aveva la verifica a scuola. 39 cazzo di anni in un posto dove ci sono, di media 29 cazzo di gradi. Qualcuno ha detto Angel’s Share? Esatto. Solo per questa cosa mi sono sentito come la prima volta che ho visto Heather Brooke.

Dura la vita a Saint Barthelemy

Al naso serve un attimo per capirlo, come quando provi a parlare con la persona allo sportello delle poste che comunica solo in pugliese. Inizia immediatamente una nota che sembra fiori d’arancio insieme allo zucchero di canna bruciato, il tutto chiuso in quel cassetto di legno dove nonna teneva i cioccolatini. Il primo assaggio è prezioso, ti aspetti una texture cremosa che non arriva; è dry, ma con un bilanciamento da far invidia alla disposizione delle truppe di Rommel. Il legno fa da padrone, insieme a tutto ciò che è frutta scura. C’è sicuramente cannella, c’è sicuramente la fava di cacao, io ci sento anche molto velatamente della Fava Tonka. Il finale è lungo come la sofferenza per l’ex che ti ha spezzato il cuore, il bicchiere dove l’hai bevuto puoi rivenderlo come profumo per ambienti al gusto di “zio ubriaco alla cresima”. È davvero interminabile; torna prepotente

Gattino caraibico molto impegnato

lo zucchero di canna, resinoso e denso come non mai, sembra di respirare anche l’odore della pelle di chi la lavora, quella canna. Sparisce ogni nota balsamica, la dolcezza ti manda in estasi tanto è profonda ed avvolgente. Solo il finale vale il prezzo del biglietto, dico davvero.

Questo primo assaggio di livello mi ha creato la stessa aspettativa che ha ogni tifoso dell’Inter durante l’estate, spero che la stagione non possa che migliorare. Nel mentre, un saluto da Saint-Barthélemy.

The Oamaruvian 18 yo (2018, OB, 55,88%)

Kia rite! Kia rite!! Indossate la vostra migliore maglia tuttanera e “preparatevi” come Haka insegna: in pieno delirio di onnipotenza whiskyfacile aggiunge un altro Paese al suo Risiko! di recensioni. Idealmente, oggi trivelliamo il suolo e spuntiamo agli antipodi. Precisamente ad Oamaru, Nuova Zelanda.

haka1
Piccolo spazio storico: il whisky in Oceania è merito dei soliti scozzesi emigranti di inizio Ottocento. La prima distilleria nella terra dei Maori è la New Zealand Distillery, fondata nel 1867, ma dura poco. Un secolo dopo, nel 1974, la famiglia Baker apre la Dunedin Distillery, acquistata poi dal colosso canadese Seagrams. Nasce così Lammerlaw, il primo single malt neozelandese, ma la distilleria chiude i battenti nel 1994. Lo stock viene rilevato dalla New Zealand Whisky Company, che lo sta imbottigliando sotto il marchio Milford.
Mal di testa da troppi nomi e nozioni? Nausea? Labirintite? C’è il rimedio: The Oamaruvian 18 yo Doublewood. Un single malt imbottigliato a grado pieno alla precisissima gradazione di 55.88% che ha passato 6 anni in botti di rovere americano ex Bourbon e 12 in barili di rovere francese che hanno contenuto vino rosso neozelandese. Il colore è un cremisi incantevole e il cask è il numero 306, per il gusto del perfezionismo.

TheNewZealandTheOamaruvian18Cask392N: che placcaggio alle narici! Molto intenso, esplosivo… quasi non sembra un whisky! Iperzuccherino e carichissimo, ha note di lamponi maturi, maturissimi (anzi, sciroppo di lamponi), poi ciliegie… A tratti lo scambieremmo quasi per un Armagnac. Emergono anche zaffate cioccolatose che vanno dal cioccolato di Modica al boero. Il legno regala poi un lato molto curioso che orbita intorno alla liquirizia mentolata: per intenderci, ricorda certi amari scandinavi. Con acqua, resta succosissimo ma tira fuori parecchie spezie: Christmas cake, uvetta e cannella. Si fa pure più vinoso.

P: non ti dà tregua e continua ad essere esplosivo, massacrante anzi. L’impatto ti maciulla le papille, ma subito dopo si apre ancora su un tripudio di frutta rossa (lamponissimi di nuovo, poi ciliegia e qualcosa dello sciroppo per la tosse). Cioccolato fondente di Modica ancora. La parte tannica ed erbacea è più marcata, la sensazione di allappamento è netta. Ma insieme al legno spuntano anche note di propoli. L’acqua lo rende più suadente e inverte l’allappamento: tutto si fa più erbaceo e speziato, con una punta di agrume scuro, tipo chinotto.

F: tannini e spezie, propoli e lamponi in confettura che durano all’infinito.

Di sicuro non gli manca la presenza fisica e neppure il carattere. Ha uno stile tutto suo, fatto di muscoli esagerati, barili marcanti e potenza allo stato puro. Certo, la potenza è nulla senza controllo come insegnava un famoso spot. E questo bisonte australe ha bisogno di un’aggiuntina d’acqua per svoltare: senza è veramente massacrante, è un pilone che vi ribalta in corsa. Noi si premia la forza bruta e lo si giudica da 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Salmonella dub – Nu steppa.

 

 

Balblair 15 yo (2019, OB, 46%)

“Non sei più quello di una volta”

Una delle novità dell’ultima stagione whiskystica è stato il dietrofront di Balblair sul terreno delle indicazioni dell’età. Fino a pochi mesi fa, infatti, la bellissima distilleria delle Highlands era solita indicare il vintage (e l’anno di imbottigliamento): ora è tornata al passato, segnando in etichetta l’età minima del whisky, e dunque 12, 15, 18 anni… Nelle scorse settimane abbiamo recuperato un sample del 15 anni, maturato in barili ex-bourbon e finito in sherry first fill: è giunto il tempo di metterlo alla prova. Le passate edizioni ufficiali di Balblair erano quasi sempre di nostro gusto, vediamo se il cambio di packaging e di filosofia hanno cambiato anche il liquido.

N: l’anima fruttata di Balblair c’è, e c’è tutta: è un naso super aromatico, con un muro di Berlino di mele rosse, un’aria di marmellata di fragole, prugne fresche… C’è una punta di frutti rossi ‘artificiali’, come di sapone ai f.r., o candela ai f.r. – si noti pure una nota mentolata e balsamica davvero interessante. Se trovassimo del gelato alla pesca, ci prendereste per matti? Forse sì. E uno yogurt alla banana, questo lo ritenete più plausibile?

P: molto intenso, sicuramente, piuttosto fruttato – e certo però l’apporto del barile in fase di finish gli appiccica sopra un che di troppo artificiale, forse… Ci viene in mente il Croccante (o Concertino, secondo altre marche), il gelato: cioccolato, granella, panna e amarena. Banana, ancora, e anche panna cotta. Fruttatissimo, anche al palato. Uva passa.

F: limone dolce, per racchiudere un senso compatto di dolcezza e acidità agrumata. Lychees.

Molto “moderno”, questo Balblair 15 ci sembra molto caricato dal legno, ha un senso di “costruito” che facciamo fatica a collegare alla nostra immagine della distilleria. Al contempo, sembra un po’ più giovane di quel che è. 82/100 la valutazione, e così su due piedi, ad essere sinceri, ci piace meno dei vecchi vintage. Ma assaggeremo anche gli altri e cambieremo idea, d’altro canto tutto scorre, no?

Sottofondo musicale consigliato: Cousin Stizz – Jordan Fade.

Macallan Extravaganza – tre assaggi e Macallan ‘Estate’

Ieri pomeriggio due illustri rappresentanti del collettivo qui dedicato alla degustazione compulsiva di molti malti (Jacopo e Zucchetti) hanno partecipato alla presentazione del nuovo Macallan Estate – ci piace chiarire subito che non si tratta della prima bottiglia di una serie dedicata alle Quattro Stagioni di Vivaldi, deponete il sovranismo linguistico e sappiate che Estate in inglese si legge “Istèit” e vuol dire “tenuta”. L’imbottigliamento, dunque, è dedicato alla tenuta in cui sorge Macallan, e nella quale si coltiva anche dell’orzo, tutto destinato alla produzione di questa bottiglia.

Invitati da Velier, che non possiamo che ringraziare per l’ennesima puntata di “alcolismo pomeridiano in contesti esclusivi”, i nostri prodi bevitori hanno partecipato a una sobria degustazione di due drink e quattro malti. I cocktail, d’apertura e chiusura, preparati da Guglielmo Miriello e dallo staff del Ceresio 7, erano – onestamente – eccellenti: in particolar modo il primo, l’Easy Rider, ci ha veramente sedotto.

Nicola Riske, deliziosa Brand Ambassador di Macallan che già in passato avevamo avuto modo di conoscere e ascoltare, era presente a raccontarci alcuni imbottigliamenti della gamma ‘normale’, prima di passare al pezzo grosso, l’Estate (Istèit). Senza perdere altro tempo, ecco le nostre sobrie note di degustazione.

Macallan 12 yo ‘Double cask’ (2019, OB, 40%) 

N: molto dolce e pesante, carico. Caramello e sticky toffee pudding (siamo gente che ha visto il mondo, che credete). Caramelle alla banana. Marmellata di arancia, cioccolato all’arancia – l’agrume è molto presente. Nocciole, poi bordate di noce moscata, sentori chiari di lieviti e distillato (si sente tanto la gioventù, cosa che stupisce vista la presenza netta dei legni). P: oleoso, poi cannella, gianduia… Ancora caramello, ancora buccia d’arancia, poi pepe nero, pane tostato col cioccolato, un tocco di sale e (tremate) salsa di soia, infine legno e caffè. F: breve, dal dolciastro iniziale vira al secco con arancia, spezie e (tremate) angostura.

Nel complesso, ci è parso piuttosto sgraziato: al naso è enfatico, con gioventù esibita e dolcezza gonfiata. Il finale secco stona col resto, e la gradazione contribuisce a dargli una sensazione di anonimato un po’ deludente. Non male, intendiamoci, ma comunque non oltre gli 81/100.

Macallan 15 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: fin da subito molto più elegante, con nocciole a iosa, mandarini, cioccolato bianco (il Ritter sport bianco col ripieno di frutta), crosta di pane… Lo sherry è più evidente ma resta molto pulito ed equilibrato; c’è anche un evidente e assai piacevole tocco floreale di acqua di rose. Solo dopo un po’ emergono le spezie e il legno. Bellissimo naso. P: un po’ deludente rispetto al naso, complice senz’altro una gradazione depotenziante. È piuttosto dolce, con cioccolato al latte e ananas in prima fila. Buccia di pompelmo, a confermare il ruolo che l’agrume ha nella palette aromatica di Macallan, e pepe bianco – ma nel complesso un po’ piatto. Vira al secco verso il finale. F: dolce, frutta mista (ananas) e ancora nocciola.
Ha un carattere differente dagli altri, e certamente dimostra un’eleganza superiore e apprezzabile. Il bilanciamento fra spezie, dolcezza e frutta è buono, soprattutto al naso: peccato, infatti, per la sensazione di un palato un po’ monocorde. Ciononostante, 85/100.
Macallan 18 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: ancora frutta secca molto esibita: la sensazione è di oleosità, poi noci e mandorle. Non manca un lato più compiutamente fruttato, al limite di un tropicale trattenuto ed elegante, con mango, ananas caramellato; poi cannella, tabacco, cioccolato e fichi secchi a go go – lo sherry è con noi. P: molto tropicale anche qui, poi tanta mela. Seguono a ruota le spezie (peperoncino e zenzero, a sottolineare la piccantezza). Cacao amaro e ancora frutta secca (mandorle). Poi il toffee cremoso e una nota di caramello, che richiama il croccante. F: mandarino, toffee, noce moscata e pepe.
Non è affatto un cattivo whisky, è nel complesso molto incentrato sulla frutta secca e il toffee. In franca onestà, ci pare un peccato che manchi di quel quid in grado di farlo emergere sui suoi coetanei 18enni, sempre più agguerriti. Tra le altre cose, anche se nella valutazione noi non teniamo mai conto del prezzo, questa è una boccia da 240€… 84/100.
Macallan ‘Estate’ (2019, OB, 43%)
N: improvvisamente una nota di All Stars sudate, di gomma umida e chiusa: ma non temete, il whisky è stato servito un pelo troppo freddo e occorre aspettare. Pian piano si passa al fieno umido e infine, miracolosamente, si apre. Quando succede, esce subito l’arancia (olio essenziale), poi spezie varie fra cui la cannella e curiosamente… il curry. Poi note più attese, come la banana, il mango, l’arancia matura e un tocco evidente di ciliegia/amarena. P: si apre con liquirizia e caramello, seguite da scorza di arancia e cacao amaro. Curiosa nota distinta di curry, che anche al naso aveva fatto capolino. Mela cotogna cotta, prima di un retrogusto speziato fra zenzero, pepe rosa e noce moscata. F: cacao amaro e cioccolato fondente, cacao amaro, castagna dolce.
Ha bisogno di parecchio tempo per aprirsi, occorrono il giusto distacco e la giusta pazienza. Quando succede, però, si scopre un whisky molto equilibrato e piuttosto energico, con note agrumate spiccate e una coerente cremosità cioccolatosa. 87/100.

Dalwhinnie 30 yo (2019, OB, 54,7%)

Ancora dalle Special Releases di Diageo 2019 a tema “Rare by Nature“, oggi ci mettiamo alla prova con un Dalwhinnie 30 anni – dal vivo, durante la presentazione londinese, era stata la release più apprezzata da Jacopo, vediamo se a bocce ferme l’entusiasmo è confermato. L’etichetta mostra un coniglio che riporta alla mente Alice nel Paese delle Meraviglie (non siamo abbastanza hipster per scrivere Alice in Wonderland), non sapremmo se il riferimento è voluto oppure, come forse è più probabile, la psichedelia è nell’occhio di chi guarda. Ne approfittiamo per fare un plauso a Diageo, che a differenza degli anni scorsi all’ultimo Milano Whisky Festival ha esibito i muscoli e ha portato tutte le SR, tenendone diverse aperte in mescita – correva voce ci fosse anche un Port Ellen in assaggio, purtroppo noi siamo rimasti sempre fissi al banco e non siamo mai riusciti ad andare a bercelo. Rimedieremo.

N: molto aperto, molto aromatico, pressoché analcolico, con un profilo d’antan piuttosto seducente. Spiccano due macro-note su tutte: il cereale da un lato, il miele dall’altro. Barrette di cereali e miele, per chiuderla una volta per tutte? Sì, ma non la chiudiamo: note di favo di miele, di cera d’api… Poi un che di fruttato, con percocche, buccia di mela gialla, anche del mandarino. Un velo di limone. Semi di sesamo (rigorosamente non tostati!, sia chiaro). Delizioso.

P: esplosivo, molto coerente, molto molto buono e pressoché privo di presenza alcolica. Ancora tanto favo di miele e tanta cera, ancora limone, ancora cereale. C’è una frutta cerosa eccellente, davvero elegante; pompelmo, qualcuno lo sente? E il cardamomo? Beh, se non lo sentite, prendetevela con voi stessi. La parte fruttata, di cui ci siamo curiosamente dimenticati due righe fa mentre ne scrivevamo, è al limite del tropicale, si ferma appena prima del mango.

F: avvolgente, piuttosto dolce ma equilibrato, con miele, cereali e qualche sentore agrumato (limone, proprio). Dopo un po’, si rivela mentolato…

A posteriori, non è forse il più complesso dei whisky: ci sono note di miele e di cereali, con venature fruttate, e niente più. E niente più?, ma siamo impazziti? No, perché l’esperienza è francamente straordinaria, la qualità del malto è davvero eccellente, e Jacopo, avesse bevuto da solo, avrebbe dato un voto ancora più alto perché si è proprio innamorato. 90/100 è il giudizio, ma onestamente il sample che abbiamo portato a casa era veramente piccolo: dovremmo riassaggiarlo. Vero, Danilo? 🙂

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave and the Bad Seeds – Watching Alice.

Milano Whisky Festival 2019: i terzetti!

bd483f9d-408a-4ff9-8802-a2da84f1c485Siamo gente abitudinaria, questo ormai l’avrete capito… E dunque, quando si avvicina il Milano Whisky Festival noi abbiamo solo una cosa in mente: preparare i terzetti! Per il settimo anno di saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di molti marchi di whisky, tra distillerie e prodotti ufficiali e imbottigliatori indipendenti: e saremo lì non a bere (o non solo, diciamo), ma soprattutto a diffondere la nostra malintesa sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi. Da Springbank a Cadenhead’s, da Bimber a Kilchoman, da Arran a Chorlton, da Rattray a Armorik, da Tomatin a Bladnoch, da Boutique-y a Kilkerran a Tullibardine… Non moriremo di sete, questo ve lo possiamo garantire.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”, in base al nostro gusto: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti mooolto interessanti, diverse novità e qualche bottiglia cui teniamo in modo particolare…

Passate a trovarci?

Schermata 2019-11-08 alle 11.07.31

Clynelish 1997 (2015, Wemyss, 54,2%)

Io sono Clynelish, e voi chi c**** siete?

Wemyss è imbottigliatore indipendente che ama dare dei nomi bislacchi alle proprie creazioni, non solo ai celebri blended malt: in questo caso, abbiamo di fronte un Clynelish di 18 anni maturato in bourbon che esibisce in etichetta la formula “Waffles and ice cream”. Che sia di buon auspicio o meno, per un austero Clynelish, è tutto da vedere… E dunque, bando alle chiacchiere: vediamo.

N: molto aperto, molto dolcino. In effetti le note di gaufres (anzi: di waffles, ma si sa, ci piace darci un tono) e di gelato alla vaniglia si sentono veramente tanto, la suggestione in etichetta funziona molto. Il lato fruttato è tutto di pesca, sciroppata o addirittura cotta; anche se dopo un po’ escono note di mela. Non c’è l’hallmark di cera, ma sicuramente una certa oleosità minerale si fa strada. Dopo un po’, arriva il favo di miele, e rende tutto più riconoscibile. L’acqua lo rende una cremina…

P: piuttosto coerente, anche se qui la cera c’è, decisamente, con in abbinamento un cerino spento, uno zolfanello. Resta profondamente fruttato, con pesche (e amaretti), la solita, immancabile mela (rossa) e qualche sentore di frutta rossa. Piuttosto cremoso, esce un po’ di crema pasticciera. Pasticcino alla fragolina? Anche qui, l’acqua porta verso un’esplosione di pasticcino (pastafrolla burrosa, crema e frutta).

F: molto lungo, persistente, note di fragolina di bosco (e perché non di fragolino, proprio?), con arancia rossa, ancora crema.

Davvero poco da dire, se non: molto buono, come spesso accade con Clynelish. In questo caso l’anima più austera e minerale fa un po’ fatica ad emergere e si palesa solo ai sensi di chi ha pazienza per volerla aspettare: ma se voi non avete fretta e anzi avete intenzione di lasciarlo evolvere, vi regalerà molte soddisfazioni. Appiccicando un convinto 89/100, ringraziamo per il gentile omaggio Francesco Saverio Binetti di Balan, azienda che importa e distribuisce Wemyss sul suolo italico.

Sottofondo musicale consigliato: Gladys Knight & The Pips – Who is she and what is she to you.

Stratheden (2018, Lost Distillery Company, 43%)

La Lost Distillery Company, che detta così sembra una via di mezzo fra il Signore degli Anelli e i Pirati dei Caraibi, è un imbottigliatore indipendente che si è messo in mente di assoldare un team di archivisti per recuperare le ricette dei vecchi whisky di distillerie chiuse e un team di master blender per assemblare diversi single malt così da ricrearle. Il che è meritorio perché dà lavoro a due categorie da preservare come gli archivisti e i blender, ma non toglie che siamo sempre in territori profondamente controversi, in cui l’idea di marketing alla base è francamente discutibile… Dato questo nostro superfluo contributo alla discussione filosofica sui remake di malti del passato,  si dà però il caso che molti dei whisky assaggiati fossero buoni. Certo, occorre sfrondarli di questa tremenda aura da Indiana Jones alla ricerca del dram perduto. Quello di oggi è un blended malt chiamato Stratheden, che la narrazione vuole essere una distilleria di Fife, chiusa nel 1926. Ma non saremo complici dello storytelling e non proseguiremo oltre.

stratheden-1N: presumibilmente piuttosto giovane, troviamo note di agrumi canditi molto evidenti (limone e soprattutto arancia). Ha una tensione acida non indifferente, che ci fa percepire assonanze con un Sauvignon per quella mistura minerale un po’ sporca (c’è un filo di torba acre, non fumosa). Spunta un piacevole ricordo di salamoia. Buono.

P: l’ingresso è soft ma intenso, per nulla acquoso. La sensazione è che il palato sia molto più dolce di quanto il naso lasciasse presagire. Caramelle dure alla frutta, pastiglia Leone all’ananas – sempre ammesso che esista. Un accenno di violetta è la ciliegina sulla torta di un profilo parecchio ruffiano. Forse un velo di salinità riverbera anche qui, ma la chiusura è di aranciata zuccherata.

F: prosegue sulla strada della dolcezza molto marcata: zucchero bianco e caramelle. Ma quel che resta è una una lieve nota erbacea appena minerale.

Avete presente quei calciatori improbabili che improvvisamente si inventano un doppio passo, un sombrero o un tunnel e si involano verso la porta? Ecco, neppure il tempo di entusiasmarsi per la giocata e subito sprecano tutto con tiracci scomposti o traversoni immancabilmente sbilenchi. Qui è lo stesso: il naso è molto promettente, ma subito palato e finale scadono in una dolcezza eccessiva. Peccato: 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Of Montreal – Past is a grotesque animal.