Laphroaig ‘Lp8’ (1998/2017, Elements of Islay, 53,5%)

Stimolati dal Laphroaig bevuto ieri, ne cerchiamo un altro che possa essere in qualche modo avvicinabile: dopo una ricerca scientifica, dopo quindici tabelle excel con millesettecento variabili incrociate, abbiamo deciso di bendare il gatto e scegliere il primo sample cui si fosse avvicinato. Il gatto sa, il gatto è infallibile: il gatto infatti ha scelto un Laphroaig di quasi vent’anni, maturato in barili ex-sherry, imbottigliato da Speciality Drinks nella serie incantevole e medicinale “Elements of Islay“, siglato Lp8. Bando alle fregnacce, si beva, diamine!

N: il profilo è ancora una volta inusuale, anche se molto diverso dal Laphroaig di ieri, ed è piegato ai desiderata del cask: fava tonka e radice di Ginseng sono le prime note che ci vengono in mente. Poi, una profonda dolcezza da datteri e arance rosse, il tutto davvero molto zuccherino e appiccicoso. Legno tostato e torba medicinale a fare da contorno, senza però sovrastare alcunché, anzi.

P: che esplosione di sapore! C’è una sensazione molto cremosa, come di pralina, di caramello, mentre una certa acidità vinosa (ricorda proprio uno sherry, anche se forse più un Pedro Ximenez che un Oloroso; ma anche arance rosse, ancora) esce fuori vibrante e mantiene il whisky vivo in bocca. La torba è molto impattante, con tanto legno bruciato. Mare e medicine di Laphroaig non pervenute.

F: lungherrimo, sapido e bruciato con una dolcezza caramellata di fondo.

Un esperimento riuscito e d’impatto: abbiamo ormai capito che le botti ex-sherry tendono un po’ a snaturare la violenza selvaggia di Laphroaig, ma d’altro canto ne cavano fuori una nuova creatura strana, che ci piace. Anche se forse, a essere sinceri, tutta questa dolcezza, tutto questo carico, alla lunga rischiano di stufare un po’ – ma si sa, dipende dal tempo, dall’umore… Quindi uscite e regalatecene una bottiglia. Adesso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fu Manchu – Slow Ride.

Laphroaig 17 yo (1987/2005, Douglas Laing, 50%)

Qualcuno qui ha bevuto più di noi, eh?

Qualche mese fa abbiamo assaggiato un single cask ex-sherry di Laphroaig del 1987, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing dopo 18 anni: oggi facciamo… quasi lo stesso, però si tratta di un barile differente. È un 17 anni, ed è il DL1710 – per gli amanti dei Gronchi Rosa, questo imbottigliamento è celebre (boh, non sapremmo: lo è davvero?) perché esibisce in etichetta un bellissimo errore, per cui si tratta di… un Laphraoig. D’altro canto che fosse difficile da scrivere l’abbiamo sempre saputo, in più se hai preparato l’etichetta dopo aver fatto degli assaggi direttamente dal barile, beh, un errorino ci sta. Ti perdoniamo, Douglas.

N: come sempre coi Laphroaig indipendenti, abbiamo a che fare con un profilo pazzesco, con note molto evidenti e tutto sommato inusuali di erbe amare (a ruota libera ci lasciamo suggestionare: quindi timo, ma pure rabarbaro, genziana e canfora). La torba è a suo modo gentile, dolce, e ricorda la carne di porco glassata e cotta sul barbecue. C’è anche un che di limone a dare ulteriore freschezza. Molto interessante, sbilanciato ma bilanciato in un certo senso.

P: l’alcol è assente, dev’essere rimasto tutto nel sangue di chi ha scritto l’etichetta. Dolce e fresco, praticamente mentolato. È ancora erbaceo, molto setoso e la torba segue questa falsariga, simulando l’erba bruciata. Poca, pochissima marinità. Non è uno sherry pesante, tutt’altro: resta fresco, con una bella mela rossa croccante e pesca tabacchiera. Un filo di sale, a dire il vero.

F: va avanti sciropposo e tanto dolce. Si ferma un attimo prima di apparire stucchevole. Fumo lungo (fumo piano, fumo solo pakistano, direbbero alcuni rimastoni con gli occhi arrossati), ma discreto.

Come l’etichetta avrebbe dovuto farci immaginare, si tratta di un Laphroaig atipico (non è medicinale né particolarmente marino): ma resta un piccolo capolavoro d’equilibrio tra alcol, erba, dolcezza e torba. Consigliato, se lo trovate ancora in asta da qualche parte. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eagles of Death Metal – Careless Whisper.

Macallan Edition N.1 (2015, OB, 48%)

50 sfumature di Macallan

Abbiate pazienza, non torneremo per l’ennesima volta a spiegare il concept dei “Macallan Pantone” (e non è una nostra battuta, è la vera verità), ovvero gli Edition in serie numerata fatti in collaborazione con l’Istituto Pantone: vi rimandiamo alle nostre già immortali parole vergate qui e qui, ad esempio – ma avevamo bevuto anche la N.2, qui. Oggi però la giornata è speciale, perché assaggiamo l’unico imbottigliamento davvero ‘raro’ della serie, ovvero il N.1: frutto della miscela di 130 barili ex-bourbon ed ex-sherry (quindi sì, dai, raro ma non troppo, calcolatrice alla mano…), è l’edizione più ricercata della serie, e quando ancora si trova in vendita online è abbondantemente oltre le 1000€. Ringraziamo dunque quel matto di Claudio Cantelmo (solo uno dei suoi mille pseudonimi, ma è giusto che resti nel mistero) per il sample, dato che lui una boccia ce l’aveva a casa, sì: e l’ha aperta.

N: molto appiccicoso, come naso, molto profondo. Toffee e cioccolato bianco, caffellatte zuccherato. Poco fruttato, troviamo solo qualche nota di confettura di fragola, ma di quelle un po’ troppo zuccherate e forse bruciacchiate. Pesche agli amaretti. Stiamo forse dimenticando l’agrume, anzi l’arancia: scorzetta impregnata?

P: molto buono, soddisfacente. Qui è più compiutamente fruttato, con pesca, tanta uvetta, mandorle e frutta secca, albicocche secche… Vira poi verso un qualcosa di più secco, che tende ad asciugare. Bitter all’arancia? Non possiamo non citare il malto, con biscotti digestive. Ha anche una cosa che ricorda una warehouse…

F: bello persistente, lungo e pieno. Molto cioccolato al latte e nocciola; più in disparte frutta rossa, uvetta e arancia.

Molto piacevole, ha il vestito dei Macallan ‘veri’, le spalle larghe e una bella complessità. Agrumi e cioccolato sono i sentori più decisivi di questo malto, e se la cosa può avere un senso per altri oltre a noi, è un invecchiamento in sherry prevalentemente ‘marrone’, non ‘rosso’: scusate, ci siamo fatti prendere dal clima pantonesco. Ma insomma, dai, ci è piaciuto, e gli diamo 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Pumas – Colors.

Dunville ‘Three Crowns’ (2018, OB, 43,5%)

Ieri abbiamo assaggiato il Three Crowns peated di Dunville, ovvero il blended torbatino di Echlinville, neonata distilleria Irlandese che – bisogna riconoscerglielo – esibisce ottime intenzioni. Come al solito, anche in questo caso studiando il sito ufficiale non è chiaro se si tratti di whiskey distillato da loro (hanno iniziato a produrre nel 2013, pare, ma nella gamma ‘normale’ sono presenti un 12 e un 18 anni…) o di sourced whiskey, e francamente la cosa inizia ad essere seccante, cara la nostra verde Irlanda. Sospendiamo il giudizio su queste questioni, nella speranza che Waterford arrivi in fretta per sparigliare le carte nel gioco della trasparenza, e assaggiamo il Three Crowns normale, cioè un blended whiskey Irlandese non torbatino.

N: gelato alla crema con sopra Amarena Fabbri, anche malaga volendo. Meringata! Una nota agrumata, di limone, che gli dà freschezza, unitamente a una netta sensazione mentolata (con cioccolato: aftereight). Bordate di cocco. In generale però domina un senso di costruito, di gelato al gusto di qualcosa.

P: ancora un senso pannoso, cremoso, a richiamare i gelati: malaga, amarena, cocco. Molto dolce e carico, compatto con i legni in sherry che danno omogeneità al blend. Legno verde. Gelato Liuk. Abbiamo già detto gelato? Semplice, giovane, ma certamente molto ricco e molto carico.

F: rimane un cocco lungo lungo (per i latinisti tradurremo cocco diu), misto a panna.

Merita un assaggio, anche se è un Irish sicuramente sui generis. Poco sussurrato, anzi bello arrogante e un ottimo surrogato del gelato, se avete finito la Viennetta in freezer: 81/100. Sicuramente Serge non era di buon umore quando l’ha bevuto e lo stronca con grande entusiasmo.

Sottofondo musicale consigliato: Iggy Pop – Repo Man.

Dunville’s Three Crowns ‘Peated’ (2018, OB, 43,5%)

IMG_0018Come sempre Jim Murray – l’unico co-autore di una Bibbia insieme a un Altro che al whisky preferisce roveti ardenti e diluvi universali – ama stupire. Il suo 94.5/100 al “terzo whisky torbato d’Irlanda” ha fatto discutere. E noi che del franco confronto abbiamo fatto una religione siamo curiosi di capire se questo blended di single malt e single grain che ha subito un “marriage finish” in barili torbati sia davvero così entusiasmante. Prima però due coordinate: siamo in Ulster, terra che come insegna George Best con gli alcolici ha dimestichezza. Dunville’s è un marchio storico, “lo spirito di Belfast”. Per un secolo fu distillato nella capitale dell’Irlanda del Nord alle Royal Irish Distilleries. Poi, negli anni Trenta, la crisi e la chiusura. Triste storia. Finché ottant’anni dopo, nel 2015 la Echlinville Distillery non decise di riportare Dunville’s in vita con un core range che include un single malt 10 yo in PX e il blended Three Crowns. Happy ending, vediamo se è altrettanto felice il dram.

 

N: la prima nota è chiaramente di Barbour: tela cerata, nitida nitida, e non è perché siamo a due passi dal mare e a un tiro di schioppo dall’Isola di Man. Ha proprio note di gomma (boule dell’acqua calda), poi sentori di erbe aromatiche (origano e timo, potremmo spingerci a dire addirittura sedano). C’è poi una dolcezza di cedro, di agrumi semplici, di limone zuccherato, di canditi. Completa il quadretto una suggestione floreale di deodorante d’ambienti. Curioso, anche se tutto risulta un po’ artificiale, in realtà.

P: il corpo è un po’ esile, ma tutto sommato saporito, con una torba leggera ma molto catramosa e cenerosa. Che sotto sotto fa balenare qualcosa di più grasso, come della scamorza affumicata. Come al naso, non manca una dolcezza da grain, stavolta molto meno agrumata e tutta incentrata su miele (caramella al miele) e mela verde.

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F: breve tutto sommato, ricorda una mela verde caduta in un posacenere che di cenere ne ha poca. Dolcino e appena appena torbato.

Non ha particolari difetti, non si può dire che sia sgradevole né sbagliato. E considerando che il peated finish is the new black, lo stile è anche molto moderno e alla moda. Però tutto risulta ovattato e poco intenso e la mancanza di naturalezza è forse il suo limite più evidente. Apprezziamo la piacevolezza, ma nonostante la Bibbia ci smentisca, non gridiamo al capolavoro. Un piacevole everyday dram, questo sì. 80/100. Grazie a Beppe per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: The Irish Rovers – Boys of Belfast 

Botti da Orbi – Palindrome date – Mystic Whisky Tasting

[Questo articolo è un inception di rubriche: noi ospitiamo una rubrica di Marco Zucchetti che ospita un articolo di Corrado De Rosa, nostro amico e sodale che si è goduto una degustazione da panico organizzata dal forum singlemaltwhisky.it. Impegni pregressi ci hanno impedito di partecipare, ma non potevamo non darne conto… Grazie, Corrado! E se vi venisse il dubbio che non è una persona seria, beh, tacete di fronte a questa evidenza: annota anche il colore. Un gigante!]

roba forte

Con gli amici del Forum singlemaltwhisky.it, nella data più unica del secolo, ci siamo trovati a interpretare, come il mistico che si affaccia allo studio delle intrecciate combinazioni della kabbalah, cinque whisky unici. E nell’assurdità di una data complessa come un labirinto, sappiamo che troveremo tanti tratti che uniranno il percorso, come un anello infinito, e altrettanto infinite differenze e specificità. Ma non abbiamo paura. Qui, un resoconto che – excusatio non petita – nonostante l’impegno dello scriba che le ha appuntate, non potrà riferire alcune delle estroflessioni più estreme rese dal consesso riunito (per buon costume) e neppure esaurire quello che un mistico moderno come Valentino Zagatti ha scritto e affermato: il whisky costruisce ponti, crea amicizia.

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Daftmill 2008 summer release (2019, OB, 1st fill bourbon cask, 46%)

C: giallo paglierino

N: ci troviamo in un campo di fiori nei mesi caldi di primavera, tra margherite e camomilla. Poi il profumo ci porta verso territori più conosciuti, bacca di vaniglia e crema al limone. Continuando l’interpretazione dei segni, c’è una nota olfattiva molto simile a quella dei bourbon, un sentore di polline e di cedro.

P: la sfida è attendere qualche secondo, e lasciar sfumare una punta di alcol che inizialmente si affaccia. Dopo, si confermano le suggestioni del miele e dei fiori. Il palato risulta molto più viscoso del previsto, è godibile e importante. Sfuma verso le note della frutta gialla: albicocche e pesce gialle non mature; i più arditi si gettano in un “mango un po’ acerbo”. Scaldando il bicchiere  e lasciandolo maturare, un po’ di cioccolato al latte.

Finale: media durata, sulle note del cocco e del pepe, a conferma delle suggestioni conferite dalle sei first fill bourbon cask impiegate per questo prodotto.

85/100 il verdetto dello scriba.

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Auchentoshan 12 anni ‘Soffiantino import’ (43%, OB, fine anni ’80)

C: ramato e denso

N: noce moscata e chiodi di garofano, che bella presenza delle vecchie botti ex sherry! Spezie e vino, come un vin brulee meno dolce e più complesso. Si decifrano, nel roteare delle sfere e dei bicchieri cielesti, note sugose, quasi d’arrosto (“brasato con carote: no visto la luce!”). Da altre voci si sente parlare di funghi secchi.

P: forse qui si sente la leggerezza della tripla distillazione, e la gradazione poco spiccata, ma è solo un attimo. Subentrano subito note  di profumo, pout purry, poi erbe (un saggio tra i saggi dice: “Jagermeister”), poi ancora qualcosa di sporco, tipo zolfo e uova. Che percezione allucinogena! Non tutto inquadrato, ma tutto davvero interessante.

F: medio – lungo, su note di mobile antico laccato, spezie, vinosità.

Lo scriba appunta che alcuni difetti non pregiudicano l’identità del distillato e della selezione: 87/100 è la conclusione.

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Springbank 15 yo Rum wood (2019, OB, 51%)

C: oro chiaro

N: un po’ di solvente e di mare danno il LA all’olfatto di un whisky complesso: soave e sporco allo stesso tempo. L’immagine che sovviene è quella (tristemente ricorrente in tema di battaglie ambientali) dello scarico di scorie chimiche nel mare: mineralità, iodio, e qualche zaffata “artificiale” e mentolata, di medicina. Prosegue sulla frutta bianca (uva, pesca), e poi odore di tartare di carne cruda. Infine, tanto per rimanere nella metafora ambientale, petrolio balsamico. Stupisce l’assenza di alcol.

P: succoso, tropicale, salato. C’è solo un ricordo di rum bianco agricolo, ma nulla di più sul versante della botte. Superata la paura che genera il pregiudizio, si apre un mondo complesso, di naftalina, terra, papaya, eucalipto: fruttato, balsamico e minerale allo stesso tempo. Come possa tutto questo folle ansamble essere comunque dolce e bevibile, è un mistero che i mistici scozzesi del Kentyre conservano gelosamente.

F: medio, fresco, costruito sulle endiadi: con un gioco di mele, miele, menta ed eucalipto.

Lo scriba appunta con foga: spettacolare e inaspettato: la botte è poco attiva! 90/100.

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Springbank 10 yo ‘Local Barley’ (2019, OB, 56,2%)

C: dorato

N: più tradizionale del precedente, ma non per questo banale. Mineralità, note dolci e vanigliate che giustificano la prevalenza di ex bourbon cask (77%). Poi distese di frutta bianca, gialla e tropicale, lievemente affumicate da un ricordo di torba di terra. Sale un filo di fumo dal bicchiere, e già alcuni urlano all’ascensione. Ma il whisky è vivo, e continua a cambiare sotto i nostri occhi: lievito madre e cereali, che forse prima avevamo dimenticato, tornano in primo piano aiutati da una stilla d’acqua.

P: mineralissimo e tropicalissimo: mela cotta, quelle torte del centroamerica con zucchero di canna e mango, poi terra, ciottoli, cereali dell’hotel quando si parte per un lungo viaggio. Alcuni notano delle note erbacee, di fieno secco, che probabilmente costituiscono il gioco di luci e ombre di questa bottiglia: è complesso, gustoso, ma giovane.

F: e il viaggio è spettacolare, finisce con un soffio di fumo e un ricordo di terra umida.

Lo scriba, emozionato, verga sul quaderno solo un numero: 91/100.

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Lagavulin 12 yo (2019, OB, 56,5%)

C: giallo paglierino

N: impossibile non riconoscerlo: classico fumo di Lagavulin. La partita sembra giocata semplice e vincente: mela, pera e torba. Ma i nostri occhi hanno visto la luce, non si lasciano fermare alle prime impressioni. Cereale (chicco) bruciato, falò spento, muschio fresco, sapone, tutto coperto da una coltre di fumo di torba di mare. Peperoni verdi fritti e schizzi di acqua di mare.

P: meno classico del naso: la percezione è meno grassa e intensa del classico Lagavulin 16, molto più secco e pungente, affilato. Salato, potente e bilanciato, tra dolcezza di zucchero liquido e l’immancabile fumo che ci insegue, come in una paranoia di Lost. Ritorna la pera affumicata, ritorna la suggestione costiera del sale addolcito dallo zucchero vanigliato, che si trasforma in gelato torbato al caramello salato.

F: non termina dolce, la torba ha il sopravvento, e dura a lungo, con richiami acidi e potenti.

Lo scriba ricorda solo la sensazione che la gemma sia lucente, ma non rara o unica: un lavoro ben fatto, ma non irripetibile. Forse è ubriaco? 88/100.

West Cork 12 yo ‘Rum Cask’ (2019, OB, 46%)

West Cork Distillers, tra le millemila nuove realtà produttive del whiskey d’Irlanda, ha il merito di essere stata aperta ben prima che si intravedesse il boom in atto ora, avendo iniziato a riempire alambicchi nel 2003, anche se all’inizio non si dedicavano al nostro caro succo di malto. Vogliamo essere onesti: cercando informazioni online, sembra che abbiano iniziato a produrre whiskey dopo il 2007 (Compagnia dei Caraibi, che lo importa per l’Italia, dichiara 2008), e dunque non possiamo essere sicuri che questo 12 anni (finito in barili ex-Rum per meno di 4 mesi) sia frutto della loro produzione o – se la matematica non ci inganna – sia invece un sourced whiskey. Quella di West Cork pare gente seria, ma visto tutto il fumo negli occhi che normalmente viene gettato dai nuovi produttori irlandesi, ci permettiamo di mantenere un dubbio. Sapete chi non mente, invece, mai? Il bicchiere.

N: immaginate un mobile Ikea dolcissimo… Le note che arrivano pian piano sono di vaniglia, di zucchero a velo, di gelato industriale alla banana: molto semplici, molto nette. Poi, un senso di legno, di polish per legno, trementina, con note viniliche. Alla fine, l’orgoglio irlandese emerge con sentori di olio d’oliva, vegetali, erba fresca. Dopo un po’ troviamo anche note di mango disidratato.

P: più seducente del naso, comunque coerente ma deprivato di quella nota di polish che là era un po’ respingente. Vaniglia, vaniglia, budino alla vaniglia, poi vaniglia. Zucchero a velo, ancora banana. Un pasticcino alla crema con banana? Insomma, siamo lì coi descrittori.

F: non lunghissimo, ancora molto cremoso e vaniglioso, con qualche puntina amaricante dal legno.

Buono, per carità, ma in tutta franchezza molto semplice. Dominato da note dolcissime e zuccherine, vanigliose e bananose, appare in fin dei conti monodimensionale, anche se tutto sommato dignitoso e potabile. Non sappiamo dire se ne berremmo un secondo bicchiere. 80/100. Grazie a Davide per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Nicola Piovani – Il Marchese del Grillo.

Macallan 12 yo (1988/2000, Caledonian Selection, 57,4%)

La serie Caledonian Selection, dell’imbottigliatore Liquid Gold, è stata spesso presente sugli impolverati scaffali delle enoteche italiane – ricordiamo bene la silhouette peculiare di questi decanter che ci guardavano tristi, magari nascosti e umiliati dietro a una bottiglia di Black & White… E colpevolmente le abbiamo sempre lasciate lì, nella loro tristezza. L’imbottigliatore ha chiuso i battenti nel 2005, a quel che ne sappiamo, e in tutta onestà non avevamo mai assaggiato nulla – prima di oggi!, dato che grazie ad Angus abbiamo messo le mani su un sample di un Macallan di 12 anni, single cask ex-sherry imbottigliato a grado pieno.

N: fin dall’inizio esibisce una bella complessità, tra frutti rossi, tiramisù, spremuta d’arancia zuccherata. C’è poi un lato più screziato, tra la sagrestia e un filo di zolfo. La sensazione generale, se ha senso per un Macallan in sherry, è di “umidità”: ricorda nitidamente le foglie umide calpestate in autunno.

P: l’alcol c’è ma non disturba troppo, e la cosa ci piace vista l’alta gradazione. Contribuisce anzi a formare un gusto pieno, caldo, dolce. Esplode su note sherrose, di mela rossa, arancia dolce e marmellata d’albicocche. Non mancano suggestioni di caramello, e soprattutto un sentore – sorprendente – di rosa canina.

F: indugia ancora su caramello, cioccolato e mela rossa (strudel?), ma poi dimostra grande intelligenza andando a chiudere con grande pulizia, senza abusi legnosi. Una piacevole nota di malto e noci ci culla.

Un Macallan giovane con tanta personalità: non ha quella pomposità un po’ compiaciuta di certi sacri Macallan, si mostra anzi curiosamente affilato, soprattutto al naso, e al palato esibisce l’apporto del barile senza negarsi un paio di staffilate inattese (rosa canina, davvero?). 88/100, se ne trovate su scaffali abbandonati… Salvateli. Grazie Angus!

Sottofondo musicale consigliato: Brockhampton – Boy Bye.

Alessandro Palazzi, il re del Martini innamorato dello Scotch

In un angolino quieto di Londra, nel cuore di quel quartiere favoloso tutto gallerie d’arte e raffinate botteghe secolari che è Mayfair, c’è il Dukes Hotel. A metà strada fra la storica sede reale di St. James’s Palace e la fermata della Tube di Green Park, si dà il caso che il Dukes sia il Bengodi del Martini cocktail. Per intenderci, se Shining fosse stato ambientato qui, col cavolo che Jack Nicholson sarebbe impazzito: sarebbe sceso nel bar, avrebbe chiesto un “emergency Martini” e l’ispirazione per il suo romanzo sarebbe arrivata senza asce, tricicli e quelle cose molto pulp. L’uomo che con le sue mani prepara questo nettare cristallino è un italiano. Si chiama Alessandro Palazzi, è originario delle Marche ed è un’istituzione, oltre che un delizioso conversatore e un profondo conoscitore degli spiriti, dei cocktail e dell’arte zen dell’ospitalità. Del suo Martini leggendario ha parlato tanto e ha portato la sua esperienza in giro per il mondo (sarà a Milano al White spirits festival il 22 febbraio per una masterclass: fate carte false e capriole vere pur di esserci). Però della sua grande, vera passione – lo Scotch – parla solo agli amici. O ai curiosi che vanno a trovarlo nel suo magico nido.

Alessandro, tu sei indissolubilmente legato al gin del tuo mitico Martini cocktail. Però non molti sanno che sei un appassionato di whisky. Come nasce questo amore?
“Alla scuola alberghiera di Senigallia, negli anni ’70. Una sera il nostro prof decise di portarci fuori a cena e ordinò un whisky. Glielo versarono in un bicchiere da Bordeaux e la stanza cominciò a riempirsi di un profumo affumicato che non avevo mai sentito…”

Fulminato sulla via della torba?
“Esatto, era Lagavulin. Qualcosa di completamente differente, non vedevo l’ora di assaggiarlo, ma il prof ci vietò di berlo finché non avesse finito di spiegare. Parlava, parlava, parlava… Io a 16 anni ero un ragazzo un po’ vivace, non ce la facevo più a trattenermi dal provare quella meraviglia!”.

Alla fine te lo ha fatto assaggiare?
“Sì, e nei mesi successivi, quando mi capitava di spolverare le bottigliere alla scuola, mi incantavo a guardare le etichette. Non capivo una parola di inglese, ma l’incantesimo è iniziato così”.

Dopo 40 anni a Londra e una vita nel mondo degli spiriti, sei un esperto.
“Noooo, macché esperto, sto ancora imparando, finirò di imparare solo nella bara”.

Torba=Islay. Che è il contrario della metropoli londinese…
“Ci sono stato molte volte, spesso invitato da Diageo. Presentavo i miei twist on classic, ricordo che qualcuno mi ha chiamato l’Anticristo per questo. Al Feis Ile sono sempre andato con entusiasmo. Tanto che mi facevo pagare in whisky”.

Finché un giorno, da Diageo…
“… arriva il più bello dei regali. Ricordo che mi chiamò il dottor Morgan (Nick,  professore di Storia, scrittore e responsabile del settore ricerche Diageo, ndr) e mi annunciò che avrebbe proposto il mio nome come Keeper of the Quaich. Ero commosso”.

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La medaglia di Keeper of the Quaich di Alessandro

E’ il più alto riconoscimento per chi ha lavorato nel mondo del whisky, sarà stata una soddisfazione.
“Enorme, meglio di una vittoria alla lotteria. Significa che i più grandi personaggi del whisky pensavano che nella mia carriera avessi fatto qualcosa di rilevante per la diffusione e la valorizzazione del re dei distillati. Un orgoglio”.

E la cerimonia?
“Al Blair Castle di Blair Atholl. Ero il 38esimo a ricevere l’onorificenza, dovevo dire solo una cosa: I do. Ma continuavo a pensare: e se inciampo sui gradini? E se non mi escono le parole? Uno vicino a me tremava. Così ho iniziato a tremare anche io. Ma alla fine è andata bene. Alla cena siamo pure saliti tutti in piedi sulle sedie a cantare: non capivo una parola…”.

Che rapporto hai con la Scozia?
“In un’altra vita probabilmente ero un Highlander. Adoro Glasgow!”.

Bevitore o collezionista?
“Senza dubbio bevitore. Le bottiglie che ho, le apro. Questa febbre del collezionismo, che fa lievitare i prezzi a dismisura, sta uccidendo il whisky. Si compra per rivendere, col risultato che in giro per il mondo ci sono migliaia di bottiglie false e milioni di bottiglie chiuse a chiave negli armadietti”.

Beh, alcune sono prodotte proprio con questo scopo.
“Certo, ma io mica sono un negoziante! Ti faccio un esempio. Questa è una delle bottiglie della nuova serie Ronnie’s Reserve, che Berry Bros & Rudd ha appena lanciato. Tempo qualche mese avrà raddoppiato il valore, ma io questa la apro e la bevo con i miei amici, perché Ronnie Cox è un amico: BBR ha la sua sede a 50 metri da qui. Quando sono arrivato al Dukes sono andato io a presentarmi e a fare i complimenti. Da lì è nato un rapporto fraterno, una collaborazione che dura anche oggi”.

A proposito di bottiglie aperte. Leggenda vuole che tu regalassi Karuizawa…
“E’ capitato una volta sola. Ero al Bar Show di Tokyo, nel 2012, e come ti dicevo spesso mi facevo pagare in whisky. Mi diedero qualche bottiglia di Karuizawa e le regalai ai miei collaboratori. Diciamo che poi quelle bottiglie hanno acquistato un discreto valore…”.

Il tuo whisky preferito?
“Eh, al cuore, alla torba e a Lagavulin non si comanda! In generale preferisco i single malt di Islay. Se voglio qualcosa di più semplice, allora meglio il gin ghiacciato”.

E nei cocktail, come lo vedi? Tu che hai servito whisky cocktail ovunque, dai ristoranti durante la Burns Night alla Cina, dalla Scozia al Giappone…
“Stanno funzionando bene, li chiedono in tanti. Anche al Dukes, dove trent’anni fa avresti trovato una bottiglia di Black Bowmore, ma meno cocktail a base whisky. So che tutti stanno perdendo la trebisonda per il rye, ma io nel mio Manhattan continuo a preferire il bourbon. Se invece parliamo di Scotch… Beh, l’Old Fashioned con il Caol Ila Distillers edition, e poi un mio pallino…”.

Spara.
“Il Negroni è sempre stato un mio pallino. Solo che ai tempi della scuola era considerato esclusivamente un aperitivo e non te lo servivano proprio dopo cena, come il Manhattan. Non mi è mai andata giù! Così per ripicca ho inventato il Peated Negroni, con whisky di Islay, che si può bere quando ti pare. E’ qualcosa di speciale, proprio come quel Lagavulin che assaggiai a 16 anni”.

Caol Ila 8 yo (1995/2003, Silver Seal, 55,9%)

“La settimana si apre sotto buoni auspici”, spiegato bene

La settimana si apre sotto buoni auspici: vogliamo dunque cavalcare l’onda dell’entusiasmo domenicale anche sul piano alcolico, ripescando un malto del passato, anche se prossimo. Se vi diciamo “Rino Mainardi”, a cosa pensate? Bravi, siete preparati: stiamo parlando proprio di Mr. Sestante e Silver Seal, uno dei più grandi selezionatori indipendenti di quella fase pionieristica che vedeva impavidi italiani girare per la Scozia in cerca di barili, quando ancora nessuno nel mondo si interessava al succo di malto. Prima di vendere l’azienda e il marchio a Max Righi, nel 2007, Rino aveva scritto pagine importanti nella storia del Single Malt in Italia e nel mondo: oggi gli rivolgiamo un pensiero assaggiando un Caol Ila 8 anni, distillato nel 1995 e imbottigliato quando ancora i derby di Milano erano delle semifinali di Champions League che finivano con il risultato sbagliato, oltretutto.

N: molto fresco e piacevole, con note balsamiche davvero spiccate. Pensiamo soprattutto a salvia, in parte anche aghi di pino. Ha una nota maltosa dolce davvero seducente: potremmo pensare a una brioche, e in effetti ci pensiamo. C’è una venatura minerale e quasi marina molto interessante: iodio, calce, si vola verso il talco. Uva bianca, marshmallow. Caffè al ginseng, anche un po’ di zafferano?

P: l’impatto alcolico si fa sentire con nettezza, ma altrettanto nette sono le note goduriose di cocco e marzapane. Molto zuccherino e dolce, di una dolcezza pungente e acuta: dire “zucchero bianco” forse non basta. Ananas? La torba si traduce in cenere, in un senso di bruciato un po’ affilato, per quel che vale una definizione del genere. Cereale affumicato (andate in distilleria e assaggiate!).

F: limone e cenere, cereale torbato e un po’ di dolcezza maltosa.

Elegante e affilato, fine e spigoloso al contempo: magari ad alcuni potrà sembrare un po’ ‘semplice’, con gli elementi tipici dei malti di Caol Ila tutti lì squadernati ed esibiti, e senza una vera, piena presenza del mare: ma è veramente – e semplicemente – buono, non ce n’è. Sarebbe il whisky perfetto per folgorare sulla via di Port Askaig anche il più feroce militante antitorbato. Chapeau. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lean Year – Come and See.