Ardbeg Ten (2020, OB, 46%)

Il Wee Beastie di ieri ci ha fatto venire voglia di tornare sull’Ardbeg Ten, il classico assoluto di casa: imbottigliamento presente sul mercato da sempre, pietra miliare della nuova proprietà quando, dopo le chiusure degli anni ’80 e ’90, ha ritrovato la continuità che meritava. Li avevamo assaggiati uno affianco all’altro durante una degustazione monografica dell’Online Whisky Show dedicata proprio alla distilleria vicina a Kildalton, e ora è tempo di farlo ancora con più calma. Bando alle ciance, si beva.

whisky-ardbeg-10-anni-0-70-lt-astucciatoN: mamma mia, ma non ce lo ricordavamo così l’Ardbeg Ten. Qui respiri Islay fino al midollo, a partire dalla marinità: c’è una nota di pescheria, di mare, di aria di mare. Poi lime e (tantissimo) limone, evidente e non zuccherato. La quota zuccherina, molto più in disparte rispetto al Wee Beastie, si traduce in zucchero a velo e un poco di marzapane. Aghi di pino, anche qui. Ah, sembra che si siamo dimenticati la torba, che è molto bruciata e chimica (plastica bruciata, copertoni).

P: attacca anche qui più affilato del 5, ma decisamente più accogliente rispetto al primo impatto del naso. Acqua di mare e plastica bruciata sono i sentori principali, con anche un poco di liquirizia e di vaniglia dalla botte (ma in proporzione sono a volume più basso rispetto al Wee Beastie). Più torbato, con una torba chimica e aggressiva, poi pacchi e pacchi di liquirizia pura. Molto buono.

F: fumo di plastica bruciata, banana e ancora pesce affumicato (kippers).

Non sappiamo se si sia capito dalla recensione, ma è molto diverso dal 5 anni: questo è molto più affilato, se abbiamo scritto della dolcezza è perché c’è, ma molto, molto meno presente rispetto al Wee Beastie. Questo è affilato, pescioso e fumoso, imbizzarrito e spigoloso. 87/100. Uno dei migliori entry level torbati in circolazione, poco da dire – la sensazione è che nel tempo sia migliorato, e stia tornando verso antichi fasti.

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Bring out your Dead.

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Ardbeg 5 yo ‘Wee Beastie’ (2020, OB, 47,4%)

Finalmente anche noi ci mettiamo alla prova con l’ultimo nato nel core range di Ardbeg, e che già è stato salutato da squilli di trombe e grida di giubilo come l’alfiere del ritorno degli age statements in etichetta: dopo anni di whisky imbottigliati senza età dichiarata, perché presumibilmente ritenuti troppo giovani per essere apprezzati dal mercato, finalmente si trova il coraggio di scrivere “5 anni”, bello grande, forte e chiaro. La “bestiolina” (questo vuol dire Wee Beastie) è invecchiata in un mix di botti ex-bourbon ed ex-sherry Pedro Ximenez, ed è imbottigliato a 47,4%: la ricetta, sulla carta, ci fa pensare a un torbatone (ricordatevi che, tagliando con l’accetta, un whisky torbato più è giovane più è torbato!) piuttosto carico di sapore, vista la presenza di legni presumibilmente abbastanza aggressivi. Vediamo.

ardbeg_fronteN: molto piacevole, molto carico; la prima nota che ci viene in mente è quella del limone, fresco e ‘acidino’, ma c’è anche tanto limone bruciato. Cedro candito. Una quota balsamica di canfora e aghi di pino. Paradossalmente sembra come ‘poco’ torbato, ma è incredibilmente marino per contro: acciughe, pesce, aria di mare. Vaniglia. Il Pedro Ximenez carica, ok, con una dolcezza vanigliata e liquiriziosa molto intensa.

P: anche qui l’alcol non si sente per niente, ed è incredibilmente beverino. La torba resta relativamente gentile, anche se qui si fa decisamente più asfaltato. Più dolce, con brioche e vaniglia e ancora tantissima liquirizia; ancora un po’ balsamico. Ancora agrumi, agrumi dolci per lo più. Zucchero di canna.

F: cioccolato al latte, fumo acre molto persistente, pepe nero.

L’abbiamo detto per tanto tempo: brava Ardbeg, belle le tue release annuali per l’Ardbeg Day, ma sono dei nas giovani che costano una scarica. Perché non fare dei whisky giovani che costino il giusto? Ecco, è successo. Pare di vederli, ad Ardbeg, seduti al tavolo: “dev’essere torbato, dolce e beverino, e pazienza se non sarà un mostro d’eleganza!” – si sente che è un whisky ‘costruito’, studiato ad arte, ma è studiato bene. Certo, è in effetti una bestiolina e non un bestione, ma che ci vogliamo fare, va bene così… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kid Vicious – Palazzine.

Glenburgie 21 yo ‘Black Friday’ (2019, The Whisky Exchange, 53,1%)

Ogni anno, quando a fine novembre arriva il Black Friday, gli appassionati di whisky mettono la sveglia presto perché The Whisky Echange, il primo e più grande ecommerce di whisky al mondo, mette sul mercato un imbottigliamento speciale che solitamente va esaurito in un battito di ciglia. Quest’anno è toccato a questo 21enne, di una distilleria dello Speyside non dichiarata in etichetta (ma dichiarata altrove: è Glenburgie) – una menzione d’onore al prezzo, dato che costava solo 80 sterline, che per un Glenburgie di 21 anni a grado pieno, insomma, è veramente poco… Un assaggio di questo whisky è comparso nella nostra blind session della settimana scorsa, e dunque le note che seguono sono state scritte rigorosamente senza sapere cosa avessimo davanti.

SAMSUNG CAMERA PICTURESN: risultano distillerie a Copacabana? No, perché dal bicchiere si spandono note di samba, una tropicalità semi-divina. Maracuja fresca bella acida, sorbetto al mango, una guizzante sensazione citrica, diremmo di carambola: delizia. Un naso comunque affilato, con una puntina di alcol. Profuma di Tropici, ma qui siamo per forza nello Speyside.  Sotto il bikini, c’è di più: un tocco polveroso di caramella Leone alla frutta, e anche di vecchia carta, emeroteca. Al di là di questa sfumatura che denota una certa età, nel complesso è molto fresco e vegetale. Il bicchiere vuoto profuma goduriosamente di cioccolato bianco, con quella eleganza polverosa di cui sopra.

P. pazzesco l’impatto. Citrico, molto tropicale e fruttato, perfettamente coerente col naso (ananas, maracuja, frutto della passione). Si aggiungono kiwi e litchies, a testimoniare un’acidità pimpante. Yogurt al limone dolce. Aguzzo e delicato, meno cremoso del naso. C’è anche un curioso e inatteso guizzo salato, sapido. Lemongrass. Sullo sfondo non possiamo non citare un panno di vaniglia e marzapane. Nel suo essere cangiante, l’ultimo palato torna a farsi acido, ma assume una dimensione a suo modo casearia: burro quasi rancido, crescenza. Alcolico senza essere sgarbato.

F. pulitissimo, lungo, agrumato. Un mirabile gioco di dolcezza discreta e acidità (pompelmo rosa). Più profumato e aromatico, e con un tocco di cera a fare da ciliegina sul dram.

Un fantastico whisky che procede per fiammate, a ogni sorso spuntano nuove suggestioni. A un naso tropicalissimo (con quella maracuja che riporta Giacomão alla sua adolescenza giovane e libera) segue un palato articolato e da urlo. Grado alto e non sentirlo ed impressionante assenza di legno. Pulito, perfetto, paradossalmente quasi troppo: ci fosse un piccolo particolare estraneo a dare un’extra complessità, sarebbe gloria imperitura. Detto questo, è comunque gloria: 91/100. 

Sottofondo musicale consigliato: Colapesce – Splendida giornata.

Heaven Hill 10 yo (2009/2020, Valinch & Mallet, 48,8%)

Concludiamo la nostra rassegna degli ultimi imbottigliamenti di Valinch & Mallet affrontando un single cask di Heaven Hill, cioè un Kentucky Bourbon da poco recensito anche dal Bevitore. Si tratta di un barile fratello (o di una botte sorella, scegliete voi il conflitto di genere che volete affrontare) di un altro Heaven Hill, che avevamo bevuto l’anno scorso, e che avevamo trovato molto inusuale e delicato. Vediamo se i geni sono gli stessi.

Progetto senza titolo (4)

N: molto poco muscolare, molto poco bourbonoso e davvero aromatico e delicato. Subito fiori bianchi e violetta, poi una dolcezza garbata di prugnette gialle, cocco essiccato, alkekengi e un poco di zucchero a velo. Beh, anche vaniglia, certo. Piacevole, anche se gli resta appiccicato qualcosa di artificiale – lascia un po’ un senso di bourbon efebico, se ci intendiamo. Nel suo sister cask avevamo rilevato un Kirsch, e anche qui c’è un certo senso di distillato di frutta.

P: il palato ci pare meno complesso del naso, totalmente dominato da una violetta molto, molto carica. Ci viene in mente la liquirizia alla violetta, se conoscete il prodotto… Resta piuttosto legnoso, con legno fresco e spezie; e poi ci colpisce un sentore di cioccolato di Modica, zuccherino e cioccolatone e acidino. Qualche altro sentore floreale.

F: un po’ più legnosetto e cioccolatoso, con sempre la violetta in evidente evidenza. Noce moscata.

Difficile da valutare, l’abbiamo trovato un po’ monodimensionale – rispetto all’altro HH imbottigliato da Valinch, ci sembra un filo meno complesso, pur sempre molto vicino e coerente. Ha un palato più legnosetto e meno fruttato che ci è parso meno emozionante, ed è la cosa che ce lo fa tenere un punticino sotto all’8 anni: 84/100. Non è il nostro stile di bourbon preferito (preferiamo i bourbon più muscolari, sono gusti), ma è molto delicato e piacevole, sappiamo che avrà molti estimatori.

Sottofondo musicale consigliato: Kim Wilde – Kids in America.

Girvan 25 yo Kik Bar (50,4%)

Nel 2017 il mitico Kik Bar di Bologna ha compiuto i 50 anni di attività e il proprietario4 Bruno Benassi, grande appassionato e importante collezionista di whisky, ha pensato bene di festeggiare con quattro imbottigliamenti celebrativi, un Mortlach, un Caol Ila, il Girvan che beviamo oggi e un Laphroaig (qui la recensione) che porta con sè anche una lodevole iniziativa, perché si può acquistare solo attraverso una donazione benefica di almeno 300€ alla BeNe Onlus (qui è spiegato tutto). Ma andiamo al nostro whisky di grano che, invecchiato per un quarto di secolo, porta fieramente in etichetta i tipici portici bolognesi e la chiesa di San Luca. 

image0N: si presenta bello espressivo ed esplicito, con una nota che le batte tutte: banana! Abbiamo sia il gelato cremoso, che la banana matura. Arriva poi un biscotto grancereale, impastato di frutta secca (nocciola, noce di Pekan). Troviamo una bella crema pasticcera, miele, pesche e anche generose zaffate di legno.

P: l’ingresso è avvolgente e cremoso, ma anche con una sensazione vagamente acida (limone, acino d’uva) che riequilibra un dram che comunque-intendiamoci- gioca le sue carte nel campo di una dolcezza spinta (vaniglia, miele, ancora tanta banana). Completano il palato frutta secca e scorza d’arancia a manciate.

F: suadente, crema alla banana e frutta secca.

Come tanti grain anche anzianotti assaggiati, anche questo Girvan non è un mostro di complessità, però resta molto gradevole e con un suo peculiare equilibrio. Insomma lo definiremmo come dolce, alla mano e generoso, proprio come l’uomo che gli ha dato i natali. Grazie Bruno! Ah per noi il voto è 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Francesco Guccini – Canzone delle osterie di fuori porta 

Glasgow ‘1770’ 2019 release (2019, OB, 46%)

Proseguono le nostre degustazioni alla cieca private, e questa volta ci siamo imbattuti in un sample sorprendente: come abbiamo scoperto alla fine dell’assaggio, si tratta di una delle prime release della Glasgow Distillery, giovanissima distilleria di Glasgow (inaspettato, eh?), da pochi mesi importata in Italia da Meregalli. Questa Release 2019 è maturata in barili ex-bourbon first fill prima di un passaggio finale in virgin oak. Qui la nostra recensione, scritta senza sapere cos’avevamo davanti – non dimenticate. Il colore è un bel giallo paglierino.

1770 Whisky (2019 Release) -B_1N: che ricordi di merendina alle elementari, con quel succo di pera concentrato Yoga. Entrano poi in scena la vaniglia in quantità  e una punta di solvente, a indicare un distillato giovane. Ananas candito e sciroppo di sambuco, con una sensazione floreale indefinita (gelsomino forse no, magari fiori bianchi di alberi da frutto). Giovane, semplice e tropicale. Qualcuno azzarda che potrebbe essere un Irish, ma manca la caratteristica delicatezza. Col tempo si esce dalla dimensione fruttata per entrare nel magico mondo della crema.

P: cambio scenario, si passa in pasticceria qui. Pasticceria balcanica, per essere precisi. Quei dolcetti con miele di acacia e acqua di rose. Dolcissimo, di nuovo con la pera sugli scudi. Qui però si prende la scena una speziatura lieve ma ben evidente, tra cannella  e pepe bianco. Ma torniamo al centro del palato, coperto da una coltre di crema frutta gialla. Diciamo il pasticcino alla frutta classico, dai. Nel retrogusto ecco il new-make, la gioventù qui è più manifesta che al naso. Non troviamo una quadra sulla descrizione della dolcezza. Qualcuno dice gelato alla crema, ma poi si ecco la visione: quei cubetti di semolino del fritto misto piemontese. E ora potete chiamare la neuro.

F: … però prima fateci dire del finale: medio-corto, ancora sullo speziato con dell’albicocca secca.

Whisky giovane ma piacevolissimo, ben fatto e beverino. Semplice ma non privo di sorprese (le spezie, l’evoluzione dal fruttato al cremoso dall’olfatto al palato). Anche il finale rimane in una più che discreta medietas. Caricato, ma in maniera intelligente: non svacca mai. Dopo aver scoperto che stiamo assaggiando un whisky di soli 3 anni, siamo ancora più impressionati. 84/100. Se il buon giorno si vede dal mattino… Bisogna tenere d’occhio questa distilleria!

Sottofondo musicale consigliato: Oasis – Supersonic.

Tre whisky pazzi assaggiati alla cieca

Degustare alla cieca è davvero divertente, perché mette in dubbio qualsiasi certezza data ormai per acquisita. A fine serata c’è chi è pronto ad aggrapparsi al Cogito di Cartesio pur di non dubitare della sua stessa esistenza, come se un mutuo ventennale non fosse già Schermata 2020-05-12 alle 00.41.22una prova definitiva della realtà del mondo. La quarantena appena conclusa ha inoltre aggiunto un ulteriore livello di difficoltà a questo salutare bagno di umiltà: bere alla cieca ma a distanza, e in cinque, visto che siamo riusciti a radunare un rispettato panel di alcolizzati (nella foto qui a fianco), che ha deli(be)rato fino a notte fonda. Come se non bastasse questi tre whisky si sono tra l’altro rivelati essere davvero spiazzanti e così li abbiamo ingabbiati tutti in un unico improbabile, drammatico articolo.

YUSHAN BLENDED MALT (2019, OB, 40%)

Qualche tempo fa avevamo avuto modo di rimanere piacevolmente stupiti da Omar, un single malt della Nantou Distillery, perché Taiwan non è solo Kavalan se si parla di whisky. C’abbiamo riprovato, pur senza saperlo, con Yushan, il blended malt invecchiato sia in botti ex bourbon che ex sherry.

yushan-blended-malt-70-clN. naso piuttosto elegante, aperto e pulito. Ha un’educazione sospetta, probabilmente un whisky di distilleria, con predominanza di botti ex bourbon. Frutta gialla fresca, un tocco di erica o miele d’erica, ad ogni modo una delicata nota floreale. C’è anche una frutta più densa e “processata” tra pesca sciroppata, crema all’arancia e agrumi canditi. Qualcuno coglie una maltosità briosciosa lieve, qualche altro percepisce l’influsso del legno. E poi arriva un chimico direttamente dalla canzone di De Andrè: c’è qualcosa di strano, tra l’aceto e il sapone, che fa pensare all’uso di worm tubes in distillazione.

P. ancora frutta, e ancora non del tutto naturale. Mele, Fanta dolcificata con generose cucchiaiate di miele. L’impatto è potente ma si spegne subito. Addio bella cremosità, vira all’amaro (qualcuno dice cartone) e di nuovo rispunta la sensazione di sapone. Ora l’influsso del legno si fa dozzinale (bancale del supermercato, per chi lo avesse assaggiato, e pepe). Non si capisce l’età, come quei personaggi che possono essere giovani invecchiati male o vecchi ringiovaniti bene.

F. corto, diviso fra un tocco dolciastro e saponoso (miele e agrumi) e un che di erbaceo e amarognolo.

L’olfatto ci aveva fatto sognare, qualcuno già si lanciava in supposizioni che andavano dalle distillerie delle Highlands agli Speysider intorno ai 12/15 anni. Nessuno aveva immaginato si trattasse di un blended malt forgiato alla fine del mondo. Il palato, totalmente scisso e deludente, e il finale saponoso fanno crollare il giudizio. E ci ricordano ancora una volta come le maturazioni tropicali extra-accelerate siano da maneggiare con cura: 79/100

CRAIGELLACHIE  10 YO (2019, That boutique-y whisky company, 50.5%)

That boutique-y whisky company è imbottigliatore indipendente mai banale, a partire da un’estetica degli imbottigliamenti particolarmente fresca e informale. Spesso anche il liquido è accattivante e dal cilindro è uscito questo giovincello dello Speyside…

craigellachie-that-boutiquey-whisky-company-whiskyN. mettiamoci il casco, che con tutti questi spigoli è meglio. L’ingresso è particolarissimo, con note di argilla e fango. Di certo è sporco e il lato sulfureo, tra metallico e acqua termale (quell’eau de uovo marcio inconfondibile), è contundente. Chi si avventura oltre questa selva olfattiva, trova del cioccolato al latte e un agrume indefinito, a tratti simile al pompelmo e a tratti al limone. La frutta è tutta qui, bordeggia con un’acidità concentrata di aceto balsamico. Giovane e a grado pieno, per nulla accomodante.

P. incantesimo, il tratto sulfureo e luciferino è svanito, così come quel senso di umidità terrosa del naso. C’è invece un’aromaticità quasi floreale, dolciastra, che ricorda le rose e l’angostura. A sottolineare questa sensazione di zuccherosità artificiale, ecco un che di caramella alla frutta (arancia, pesca, mela gialla) e di caramelle Werther, anche se non così cremose. Non è sgradevole, è solo giovane e dolce. La sensazione è che la botte influisca poco e che tutto – gioie e dolori – provenga dal distillato. Che nella sua imperfezione è verosimilmente un single cask indipendente. Probabilmente sopra i 50 gradi, vira al pepe e allo zenzero. L’aggiunta di acqua lo ammorbidisce, ma non lo stravolge. Emerge una distinta nota di prosciutto cotto tendente al rancido e un che di  menta.

F. cacao in polvere, mandorla e di nuovo quella nota di profumo, forse di fragola? Di media lunghezza.

Fin dalla prima snasata avevamo intuito che su questo whisky si sarebbe infranta l’unità d’intenti del nostro improvvisato pentapartito degustante. A un paio è proprio piaciuto, con quel suo profilo senza compromessi che strizza l’occhio ai cultori delle “puzzette” e dei whisky storti-ma-interessanti. Altri invece questo naso estremamente sulfureo – unito a un palato assai dolce e poco coerente – non è piaciuto. Uno di noi ha beccato la distilleria, famosa per lo stile sporco e particolare. La media delle nostre posizioni politiche a riguardo, che vanno da Leu a Fratelli d’Italia, sarà un democristiano 83/100.

MACKMYRA THORVALDSSON (2018, OB, 50.4%)

Concludiamo andando sulla luna (e in Svezia) con una delle folli creazioni di Mackmyra, distilleria che in questi anni ha più volte spostato l’asticella dell’innovazione nella categoria “whisky dal mondo”. Questo imbottigliamento, omaggio al famoso vichingo Erik Thorvaldsson, parrebbe essere frutto dell’invecchiamento di whisky pesantemente torbato in botti di rovere svedese che avevano già contenuto whisky torbato. E il tutto per produrne solo 48 bottiglie. Se non è innovazione questa, ragazzi…

183135-bigN. subito c’è chi butta lì un Caol Ila, e non sa quanto poco ci ha azzeccato. Mirto o ginepro. Pesce, acciughe. Torba bruciata, cetriolini del McDonald, marino, speck/pelle di salame muffa, camomilla zuccherata. Vaniglia, legno giovane. Grafite e grasso di officina. Polvere, limatura di ferro. Carta bruciata.

P. stranissimo, carbonella e carta bruciata, forse un vatting di whisky di Islay non dichiarato? Borotalco e catrame, plastica bruciata. Al palato sembra più Laphroaig. Banana verde affumicata. Balsamicità/medicinalità tipo resina. Toffee e caramella mou. Si sfarina un po’. Bottiglia aperta da molto?

F. molto bruciato, grande dolcezza, sticky tofffee pudding bruciacchiato. non infinito.

L’indecifrabilità di questo Mackmyra pazzerello e le nostre incaute supposizioni sono l’ennesima dimostrazione che bere distillati, cercando pure di capirci qualcosa, è impresa ardua e che bisogna sempre essere pronti a prendere schiaffoni e ricominciare con la stessa ingenua curiosità che ci spinse nell’oramai sepolto 2011 ad aprire questo blog. Ah tutti aspersi di cenere ed umiltà come siamo, quasi dimenticavamo il solito arrogante atto della votazione: 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Blind Guardian- Mirror Mirror

Dufftown 11 yo ‘Diamond Cask Finish’ (2008/2019, A&G, 48%)

Dopo aver assaggiato il Dufftown di Valinch & Mallet finito per due anni in Faraon Oloroso, ci è tornata voglia di assaggiare un altro Dufftown, più o meno della stessa età, imbottigliato dal Milano Whisky Festival dopo un passaggio finale, guarda un po’, di circa due anni in un barile ex-Rum Diamond, già imbottigliato in occasione di un Rum Festival. Anche qui, se volete farvi raccontare la storia di questo imbottigliamento, vi rimandiamo al canale youtube dell’Online Whisky Show – l’idea era quella di dare “un po’ di cattiveria” a un giovane speysider. Ci piace assaggiarlo oggi per vedere quanto, a parità di distillato di partenza, una seconda maturazione possa incidere sul carattere – perché se c’è una cosa che ricordiamo nitidamente, è che non c’entra niente con il Dufftown in Oloroso…

N: molto aperto e molto piacevole; ha un naso molto ‘verde’, se vogliamo, profuma di erba fresca (sentore), di estate (suggestione); ha decise note floreali, purtroppo non siamo tanto ferrati in materia e non vi sappiamo dire il petalo su due piedi. Ha un lato agrumato molto piacevole: lime forse, sicuramente cedrata Tassoni. Pera acerba. Si direbbe che è un Dufftown finito in rum, alla cieca? No, non si direbbe.

P: esplosivo e inaspettato, qui più che al naso vien fuori l’apporto, anche speziato, della botte ex-Rum. La frutta si fa immediatamente più rummosa, con frutta ipermacerata, ananas soprattutto; ci sono spezie intense, anche queste più da rum, con anice, chiodi di garofano. Cioccolato bianco e – cogliamo la suggestione da un commento fatto durante la degustazione – platano.

F: prosegue il platano qui, frutta gialla (mele Pink Lady).

Incoerente, a suo modo, confermando quel “funky twist” che già prometteva la bellissima etichetta (se volete complimentarvi col grafico, fatelo pure scrivendo ai ragazzi del Milano Whisky Festival): è due whisky diversi, con un naso fresco e gentile, quasi inattaccato dal barile d’affinamento, e un palato esplosivo, mobile, quasi psichedelico. Due whisky diversi, ma entrambi molto piacevoli, entrambi da 85/100. Non ha nulla a che vedere con il Dufftown in Oloroso: dobbiamo dunque biasimare la distilleria per un distillato non abbastanza di carattere? E perché dovremmo?

Sottofondo musicale consigliato: Bob Marley – Natural Mystic.

Royal Brackla 13 yo (2006/2020, Valinch & Mallet, 51,7%)

Torniamo a mettere il naso sull’ultimo lotto di imbottigliamenti di Valinch & Mallet, e dopo un eccellente Dufftown finito in un barile ex-Oloroso oggi assaggiamo un Royal Brackla di 13 anni, anch’esso finito in uno di quei veri barili vecchissimi di vero sherry, stavolta varietà Pedro Ximenez. Al solito, vi rimandiamo alla chiacchierata che abbiamo fatto insieme a Davide e Fabio, così potrete sentire la storia di questa botte direttamente dalla loro viva voce.

N: che naso particolare… Note di liquirizia molto intensa, fin dall’inizio; c’è un sentore strano di sacco di juta, davvero inedito; pane corso, quello con l’uvetta. Castagne, anzi: farina di castagne. Noci, decisamente – e anche nocino, certo. Resta piuttosto vinoso, ma non ha niente a che vedere con quella dolcezza ruffiana e smaccata dei PX finish ‘moderni’ cui siamo abituati. Una punta sulfurea, diciamo di ‘freschino’ e di arancia un po’ troppo matura.

P: l’attacco è molto dolce e molto esplosivo, ancora molto vinoso (molto? moltissimo, sa proprio di Pedro Ximenez). Si parte da una zuccherinità da uvetta, da vino dolce, liquore all’arancia; ancora biscotti di castagne. Caramello bruciato, marmellata di fragola bruciata… Per nulla fresco. Dalla dolcezza iniziale, si passa a una nota amara molto carica, molto organica, che ci fa venire in mente catalogna cotta e del fegato bovino – amarino e metallico.

F: resta piuttosto piccante, di una piccantezza da gorgonzola stagionato (anzi, dice Zucchetti che sa di cabrales, e noi di fronta a cotanta maestria ci inchiniamo – non c’è il grasso del formaggio), e anche un po’ di cioccolato fondente.

Un profilo francamente unico; dobbiamo essere onesti, pur apprezzando la particolarità non è il nostro whisky ideale, non il nostro profilo perfetto. Ma siamo sicuri che piacerà a moltissimi, e in generale consigliamo caldamente l’assaggio perché un Pedro Ximenez così non l’avete mai assaggiato. Per appassionati di vestiti più che di corpi: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Nina Simone – Just like a woman.