Caol Ila 18 yo ‘Unpeated’ (2017, OB, 59,8%)

Nel novero delle Special Release annuali di Diageo, regolarmente compare un Caol Ila ‘unpeated’: alcuni lo interpreteranno come un’aberrazione, come un mostro contronatura… Siccome però noi sappiamo bene che la natura è molto più aperta e stupefacente di qualsiasi opinione umana (tanto più di quelle basate sul concetto di “contronatura”), non abbiamo mai avuto preclusioni di sorta nei confronti di questo malto, che rappresenta la versione “Highland style” di Caol Ila – originariamente escogitata come soluzione per i blended, col tempo a Diageo si sono resi conto che non questi whisky non erano affatto male, e hanno deciso di imbottigliarli come single malt. Oggi assaggiamo il 18 anni messo sul mercato nell’autunno 2017, a grado pieno.

N: il primo impatto porta note molto burrose e cremoso. Ci vengono subito in mente panna cotta, zabaione e panettone. Forse forse… un panettone sporco di cenere? C’è infatti una piccola patina torbata, moooolto lievemente fumosina, con venature minerali molto piacevoli. Per il resto, appare un inno al cioccolato bianco, poi dispiega sentori fruttati, come mela e banana. Stecchette fresche di vaniglia in ogni dove, ma c’è anche una spezia ammiccante, da legno, che non definiamo con precisione. Con acqua, la dolcezza di pastafrolla e di vaniglia dilaga, e questo whisky (miracolo!) si fa pasticcino.

P: l’impatto è alcolicamente aggressivo, monolitico, tra biscotti al burro e una vaniglia sparata. Crema pasticcera con scorza di limone. Estremo, certo, ma poi come un vecchio amico torna sempre il chicco di cereale, intriso di un leggero fumo. Mandarancio, dicono dalla regia (un regista di quelli visionari). Con acqua, che consigliamo vivamente, arriva la frutta, tipo ananas, e la crema ti culla che è un piacere.

F: pasta frolla salata, ancora un filo di di fumo di torba. Pepe bianco e vaniglia. Molto lungo, intenso e persistente.

Bisogna riconoscere che l’apporto del barile non è affatto secondario: tutte le note di vaniglia, crema pasticciera, pasticcini, ecc. che abbiamo riscontrato ne sono chiari indicatori. Detto ciò, che ci volete fare?, secondo noi è proprio un ottimo whisky, molto piacevole, godibile, effettivamente alla cieca si potrebbe scambiare per un whisky delle Highlands con una leggera torbatura… Non c’è nulla di quella nudità del distillato che generalmente ci piace, ma ci piace lo stesso: 87/100. Per dire: su whiskyshop.it costa meno del 18 anni ‘normale’, che è a 43% e non è un’edizione limitata – ah beh, certo, però è ‘peated’…

Sottofondo musicale consigliato: Eve feat. Gwen Stefani – Let me blow your mind.

White Horse ‘Soffiantino Import’ (anni ‘70, OB, 43,5%)

Il canuto equino di White Horse Distillers è un simbolo iconico, che si trova su diverse bottiglie di single malt degli anni ’70: si pensi al Lagavulin 12, per citare il più celebre, o il coetaneo Glen Elgin, perfino una ceramica di Rosebank esibiva il cavallino bianco. Servirebbe un trattatello di storia dello scotch a cavallo tra Otto e Novecento per raccontare la vicenda di White Horse, cosa che eviteremo di fare (per i curiosi: ecco qui): noi oggi ci limitiamo a bere questo blended degli anni ’70, importato dall’azienda genovese Soffiantino e diventato vero oggetto di culto presso gli appassionati. All’interno c’è sicuramente del Lagavulin, ed è plausibile – dicunt – che all’interno della miscela vi sia perfino del leggendario Malt Mill. Noi non possiamo che ringraziare Simone, che ne ha trovata una bottiglia, l’ha aperta invece che rivenderla a caro prezzo e ha perfino deciso di portarcene un sample. Quanto siamo fortunati?!

41062_0N: ma tutta la complessità che subito ci travolge… la riavremo mai in prodotti di consumo come questo, addirittura un blend? Vivissimo e molto aperto, con note profonde e setose di cera, terra, cera d’api, ciottoli di mare; sentori ‘vecchi’ e minerali, come di vecchia carta, di mobili antichi; foglie di tè. Sicuramente c’è della torba, ma c’è anche molto altro: innanzitutto delle bordate maltose pulite, intense e oneste che gridano “whisky!” a tutta voce. Come se non bastasse, arriva anche tanta frutta, matura (soprattutto arancia, frutta gialla, albicocche ipermature). Una punta di rabarbaro qui e là.

P: rispetto al naso, resto un poco più nudo, meno esuberante: quel che va perdendosi è soprattutto la lussuriosa ricchezza della frutta – rimane tuttavia un profilo levigato, tutto giocato su orzo, ancora suggestioni minerali (ancora sassi, diremmo: siamo ghiotti di sassi, voi no?) e sapide; poi legno, frutta secca (nocciola) e ancora qualche miele leggermente amaro.

F: lungo, abbastanza persistente un po’ salato, poi note di agrumi, di cereali.

Sembra un vecchio Clynelish!, e sapete bene che per noi è un grande complimento… La valutazione numerica,  88/100, dipende dal fatto che ha un naso da 90 punti, mentre il palato appare forse un po’ debole, probabilmente fiaccato dalle offese del tempo. Il profilo resta però di primissima categoria, con quelle note ‘vecchie’, minerali e cerealose che in tutta onestà ci fanno girare la testa. Impagabile, grazie infinite a Simone per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: America – A horse with no name.

Miltonduff 9 yo (2018, Chorlton Whisky, 58,3%)

Das Wunderzeichenbuch, per intenderci: guardate l’etichetta qui sotto…

Continuiamo nella ricerca di gemme nascoste nello Speyside… Dobbiamo confessarlo: come scrive il nostro amato Marco Zucchetti, “anche l’occhio, come gli angeli, vuole la sua parte”, e noi in questo siamo delle persone semplici. Se troviamo una bottiglia con un’etichetta particolarmente bella, ci incuriosiamo e ci vien voglia di assaggiare… Da qualche tempo è arrivato sulle scene del whisky scozzese un piccolo imbottigliatore indipendente, con sede a Manchester: si chiama Chorlton Whisky e usa, come immagini per le proprie etichette, delle elaborazioni grafiche a partire da immagini tratte dal Das Wunderzeichenbuch, o Libro dei Miracoli, un manoscritto illustrato tedesco di metà del Cinquecento (per i feticisti: edito da Taschen in una bella edizione). Possiamo dirlo? Sono tra le etichette più belle che ci sia capitato di vedere negli ultimi anni! Sedotti da questo, abbiamo nel tempo comprato qualche bottiglia, e finalmente eccoci qui a recensire un Miltonduff di 9 anni maturato in botte bourbon per soli 9 anni.

N: sulle prime l’alcol tende a chiudere un po’, ma poi… arriva una vera esplosione agrumata, e se fossimo coraggiosi ci esporremmo dicendo a gran voce “kumquat”! Riconosciamo nitido un gran misto di frutta gialla (mela, albicocca), poi ecco un poco di vaniglia. Corn flakes (in crescita) e un qualcosa che ricorda il liquore all’arancia. Cocco.

P: in bocca l’impatto è esplosivo, e ancora questo Miltonduff si mostra tanto fruttato (di nuovo la coppia arancia e frutta gialla). Poi troviamo sentori attesi, come pastafrolla e (eresia!) panettone senza canditi. Davvero super, super burroso. Un tocco di anice.

F: piuttosto lungo, c’è ancora tanto burro e arriva inattesa un po’ di frutta secca.

Ogni tanto, di fronte a imbottigliamenti del genere, ingenuamente ci vien da chiederci: ma di botti così, in Scozia, quante ce ne saranno? Migliaia, probabilmente: il profilo è relativamente ‘standard’, ti offre tutto quel che ti puoi aspettare da un whisky dello Speyside, giovane, in botte bourbon a primo riempimento. Non è un whisky ‘particolare’, dunque, ma… avercene! I barili ci sono, ma bisogna saperli scegliere e avere l’intuizione di imbottigliarli. Veramente piacevolissimo, intenso, l’alcol a dispetto del grado non è eccessivo: un whisky da bere, e tra una parola e l’altra la bottiglia finisce in un attimo. Tra l’altro, ci sentiamo di dire, costa proprio poco (poco meno di 50 euro) e il godimento è davvero tanto: 87/100. Grazie a David per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Buena Vista Social Club – Candela.

Glen Keith 1988 (2018, Càrn Mòr, 42,5%)

Con l’aiuto dei prodi Morrison & MacKay, proprietari del marchio indipendente Càrn Mòr, torniamo a “celebrare il barile” di whisky con un Glen Keith di quasi 30 anni, maturato in un singolo barile ex-bourbon e imbottigliato quasi al pelo, alla gradazione piena di 42,5%. La serie si chiama appunto “Celebration of the Cask”, ma noi vogliamo dirvi le nostre due stupidaggini sulla distilleria: fondata nel 1957, è sempre stata una vacca da traino per i blended di casa Chivas (Chivas, appunto, 100 Pipers…), e ha visto un solo imbottigliamento ufficiale in passato come single malt. Chiusa per una decina d’anni, ha riaperto nel 2013. Embè?, direte voi a ragione: meglio bere (siamo affiancati dal sommo Marco Zucchetti e da Angelo Corbetta).

N: su due piedi lo definiremmo un mostro d’eleganza. Sicuramente tropicale (ananas maturo) e floreale (gardenia, tuberosa), si distingue poi per una super patina minerale di paraffina che tutto avvolge e ci sconvolge. In aggiunta ha tutto un lato verde fresco, di cereali e sentori balsamici (Zucchetti ha l’ardire di suggerire… la Brooklyn alla clorofilla, a testimoniare la zuccherinità). A margine un cenno di pasticceria e pasta di mandorle.

P: vive di stadi molto diversi e tutti esaltanti. Inizia oleoso, pesante e avvolgente. Sembra di sentire una viscosità da ricotta (eh? ma l’abbiamo scritto davvero? boh…); si passa poi alla fase balsamica, agrumata e fresca; infine, quasi non più attesa, inizia l’età dell’oro della frutta tropicale (maracuja), persistente e ricca.

F: lungo, con tanta frutta, tipo una bavarese e a suo modo pulito, erbaceo e maltoso.

Davvero buono, buono e buono. Ultra-complesso, come si richiede a un trentenne, stupisce anche e soprattutto per l’intensità, che con soli 42,5% poteva restare trattenuta: e invece è un muro di sapore, esplosivo a suo modo. La conferma che Glen Keith, superata una certa età, diventa un tripudio fruttato ed erbaceo, minerale ed oleoso. Ma shhh, non ditelo a Chivas… 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Massive Attack – Spying Glass.

Invergordon 1988 ‘Applewood Bake’ (2015, Wemyss, 46%)

Invergordon è una distilleria delle Highlands del Nord che, come quasi tutti voi lettori non potete certo dimenticare, è stata fondata in tempi relativamente recenti- correva l’anno 1959- dalla neonata Invergordon Distillers. Nel giro di pochi anni la società si espanse arrivando ad avere un portafoglio di tutto rispetto, con distillerie come Bruichladdich, Jura, Glenallachie, Tullibardine e Deanston. E il gruppo ebbe anche l’ardire di fondare due distillerie, Tamnavulin e Ben Wyvis. Oggi queste scorribande sono solo un lontano ricordo e l’impero si è disperso in mille rivoli, con Invergordon che svolge le mansioni di distilleria di grano (36 mln litri annui!) all’interno del gruppo Whyte and Mackay, a sua volta pesciolino all’interno della capiente pancia della filippina Emperor Distillers Inc. Andiamo dunque a delibare senza ulteriori esitazioni questo single cask, perché questa storia ci insegna che oggi viviamo, ma del domani non v’è certezza.

applewood-bake-1988-invergordon-wemyss-maltN: c’è un senso di acetone abbastanza brutale. Rimane quindi abbastanza spoglio, a tratti vegetale (piccoli arbusti verdi e clorofilla). Inattesa arriva una nota di albume, tanto inattesa che forse è la prima volta in assoluto che lo scriviamo. Per il resto si percepiscono, di tanto in tanto e abbastanza timidi, dei sentori di mele gialle, banana e zucchero glassato.

P: burro zuccherato e vinavyl, con una spruzzatina di alcol? Ancora ‘freschino’ d’uovo e pasta frolla cruda. Banana dolce e mele giungono a rendere un poco più gradevole l’esperienza, ma complessivamente rimane un po’ troppo grezzo, quasi grossolano. La cosa strana è come questi descrittori, solitamente accompagnati a profili molto grassi, in realtà stiano come appesi a un whisky abbastanza esile.

F: panna montata e noce di pekan.

Ora vi riveliamo un segreto: il barile che nel 1988 ha accolto qualche centinaio di litri di Invergordon era uno sherry butt. Noi non possiamo che crederci, ma davvero ci chiediamo che fine ha fatto (o quanto esausta fosse) la botte? Il distillato viene lasciato infatti libero di galoppare per questi lunghi 27 anni verso nuove e inesplorate vette di sfumature gusto-olfattive. Peccato che si tratti di un distillato di grano e che quindi il tutto si risolva in una sorta di strano distillato aromatizzato al whisky: 72/100. Costa sui 150 euro, se vi è venuta la curiosità.

Sottofondo musicale consigliato: Bob Dylan – Lay Lady Lay

The Glover 18yo (2018, Adelphi, 49,2%)

roger-murtaugh-lethal-weapon-danny-glover
un altro Glover, che non c’entra niente con questo whisky

Inauguriamo l’anno, dopo giorni e giorni di postumi da Calendario Avventato, con un imbottigliamento speciale, dotato anche di un suo valore politico, se vogliamo. Assaggiamo “The Glover”, un blended malt di 18 anni di Adelphi, imbottigliatore che ci ha abituato a grandi cose in passato… Dedicata al baffuto Thomas Blake Glover, soprannominato “il Samurai Scozzese”, pioniere del multiculturalismo alcolico e degli scambi anglo-giapponesi, questa serie prevede miscele tra whisky di malto scozzesi e asiatici (niente di nuovo, vero?, ma almeno qui hanno la decenza di scriverlo in etichetta). In questo caso, le aspettative sono particolarmente alte perché si tratta di un blend di Longmorn, Glen Garioch e… Hanyu!, storico produttore giapponese ormai chiuso, dalle cui ceneri è nata la magnifica Chichibu – ma questa è un’altra storia. Beviamo affiancati dai prodi Corrado e Angelo.

adelphi-the-glover-18yoN: la gradazione non passa inavvertita, con l’alcol che qui e là tira degli schiaffetti. Molto aperto e aromatico, con un lato morbido, diciamo “dolce”, con brioche, frutta secca (nocciola, anacardi?), anche un senso di panettone; poi tanta mela rossa, uvetta… C’è poi un lato speziato, tra il sandalo e un che di legno vecchio e crema di marroni. Pout pourri. Dopo un po’ con acqua diventa più grasso…

P: molto piacevole, anche qui l’alcol tende un poco a emergere di primo acchito. Saporito, con un corpo non esplosivo. C’è un che di profumoso, di scoordinato (non inteso negativamente), con un che di legno di sandalo. Poi si sente la quota che diremmo di sherry, tra frutta secca, una timida ciliegia, ancora mela, panettone… Un che di granatina, non dolce però (Angelo assicura che esiste e noi ci crediamo). Con acqua, anche il palato diventa più armonico, molto più fruttato, a ingrossare il profilo di cui sopra.

F: non intensissimo ma lungo, soprattutto su uvetta, buccia di mela rossa e frutta secca.

schermata 2019-01-04 alle 11.49.32Siccome il buon baffuto Glover ha contribuito alla fondazione di Mitsubishi, non possiamo non commentare così: Mitsubishi, mi stupisci! Magari, a voler proprio trovare un limite, non te lo tracanni ‘come se niente fosse’: è molto complesso ed è un vero e proprio malto da degustazione. Consigliamo acqua, ne abbiamo aggiunta non poca e questo ha regalato un’evoluzione strepitosa, nei risultati e nel percorso: il nostro suggerimento, se riuscite a mettere le mani su una di queste bottiglie, è di prendervi del tempo, di godervelo piano piano, perché merita di essere trattato con riguardo. Solo così potrà dispiegare tutta la sua magia: 89/100. Grazie al nostro micino pelosino Samuel per il campione!

Sottofondo musicale consigliato: Television – Mars.

Whisky Revolution “Il regalone finale” – Day 25

Blend-AboutUs-03Ieri siamo giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, e oggi andiamo oltre col mega regalone di Natale. Gli ultimi quattro campioni misteriosi infatti andavano bevuti tutti assieme, per essere scartati sotto l’albero la mattina del 25. E così abbiamo fatto. Un ultimo ringraziamento va ancora all’allegra macchina da guerra del Blend, che anche per quest’ultimo giorno ci ha regalato sorprese, affetto, trabocchetti e un gran finale.

Buon natale a tutti, abbracciamoci!

❤1 Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Molto buono, intensissimo. La marinità pesciosa, con una torba aggressiva e fumosa, ci 48412111_2001200100178065_1832716451337732096_nporta subito su Islay; per lunghi tratti è proprio pescioso, con note di peschereccio. Gomma ed etere, con sentori di tela cerata; diesel e smog. A grado pieno, diremmo, ma molto aromatico allo stesso tempo. Caramello, cola e tamarindo a sostanziare la zuccherinità. Verosimilmente giovane, con punte ‘verdi’, fresche, quasi balsamiche, tra eucalipto e clorofilla. Esplode al palato, dirompe un turpiloquio di sapori: la torba è ancora più aggressiva, con braci e legno in fiamme (chi non l’ha mai mangiato?). Si allarga un tappetone dolce, con zucchero di canna, caramello e tamarindo ancora. Il finale è proprio di aringhe affumicate, kippers di Campbeltown.

Se dovessimo ipotizzare un imbottigliamento, diremmo An Islay Distillery 9 anni, Cadenhead’s Small Batch (tre barili di Laga, due sherry e uno bourbon). E invece no, di isolano si tratta, ma avevamo nel bicchiere Kilchoman Comraich, gli imbottigliamenti esclusivi dedicati ai locali/santuari sparsi per il globo: 87/100.

❤2 Vat 69 (2018, OB, 40%)

48411380_2001201660177909_8581649325208109056_nDifficile da inquadrare, a maggior ragione dopo la mangiata di questi giorni. Si sente la gioventù, profuma di distilleria, di lieviti, di alambicchi, di canditi… Ci viene il dubbio, percependo una patina dolce un po’ cheap e ‘alta’, che possa essere un finish. Un po’ di inchiostro. Il palato è debole di corpo, con sapori di liquirizia industriale, di inchiostro, e svanisce rapidamente. Il finale, scandalosamente corto, sa di… vodka, di distillato di cereali molto pulito.

Non riesce neppure ad essere pacchiano, con la sua dolcezza così “da discount”. Francamente è un 72/100.

❤3 Ardbeg Blasda (2010, OB, 40%)

Pesca bianca, oleoso (olio di lino, o di sesamo forse). Delicato e fruttato, con una patina di 48987057_2001202420177833_104990836327972864_nzucchero a velo. Mela verde, anche? Resta fresco e con un velo di torba leggera… Fine, elegante. Uva bianca. Al palato è molto vegetale, ancora, rivela di nuovo una cerealosità vegetale torbata. Il finale non è lunghissimo, ma il fumo di torba si riprende ancora un po’ di spazio sul cereale. Molto nudo, poca botte.

Potrebbe essere un Bruichladdich Islay Barley? Non ci fa così sensazione scoprire che invece si tratta di una delle creazioni più controverse degli ultimi anni in casa Ardbeg: 83/100.

❤4 Kilchoman 100% Islay (2012/2018, OB for Beija Flor , 59,1%)

48373414_2001203500177725_3640734766254260224_nTorbato giovane, con una mineralità marina (un po’ di scoglio, dice Zucchetti). Acidità limonosa. Zuccherino, ma di zucchero astratto (a velo), confetto. A suo modo timido, forse un po’ alcolico, molto onesto. Il palato è esplosivo, intenso, con limone e zenzero. È potente ed elegante al contempo, la gradazione è forse alta. Crema di limone, ancora fumo e braci.Finale molto lungo e intenso, con una bella sapidità.

Lagavulin 12? No, però non ci siamo andati molto lontano. In ogni caso, è un grande whisky. Il palato è sorprendente per ricchezza, dopo un naso tutto sommato quasi timido. Vai di 89/100!

 

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 24

Siamo infine giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, che hanno avuto la generosità di coinvolgerci in questa esperienza e inodarci di misteriosi sample in questo dicembre. Oggi dietro l’ultima casellina troviamo un Mortlach 13 yo imbottigliato da Cadenhead’s nel 2017 dopo 13 anni di invecchiamento in una botte ex sherry. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Intanto buon Natale!

48383186_2002707926693949_1795072497507368960_nVerosimilmente a grado pieno (in effetti è a 55,1%). Nota meaty, con punte sulfuree e un ficcante tabasco (sensazione tra l’aceto, lo speziato, il piccantino…). Arancia quasi andata. Fogliame umido, foglia di tabacco. Una mela cotta, anzi: una compôte di pesca. Fichi secchi, forse. Il palato rimane con note agrumate/acidule, con punte sporche… Ma ha anche note di frutta calda zuccherina, che ci fanno venire in mente una crostata troppo cotta, con la marmellata quasi bruciacchiata. Tanta ciliegia, frutta rossa e prugne secche (Zucchetti dice überfrutta, e noi gli crediamo) . Punte pepate. Il finale è lungo, si riverberano note acidule e di una composta di frutta rossa.

Avevamo in mente un imbottigliamento ben preciso, il Mortlach 27 di Cadenhead’s, Authentic Collection 1988, che abbiamo assaggiato nell’occasione in cui abbiamo conosciuto i ragazzi del BLEND… Abbiamo sbagliato di poco, ma resta il fatto che il Calendario avventato si conclude davvero col botto, con un whisky completo e che ha ben poco da invidiare a qualsiasi whisky della sua categoria (ovvero sherry monster esplosivi e con note graffianti). Il nostro voto è 90/100.

 

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 23

Il “calendario avventato” oggi ci fa bere Glenfiddich 21 Gran Reserva, whisky della blasonata distilleria di Dufftown invecchiato in barili ex bourbon e soggetto a un corposa seconda maturazione in rum cubano. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Vediamo quanto ci ha confuso questo finish…

48377991_2001197296845012_549349887938920448_nErmetico e cangiante. Tra la torta di mele e il ciambellone, tra l’aceto di more e l’arancia candita, tra l’uvetta e la gelee alla frutta nera (dev’esserci una quota di sherry nell’assemblaggio). Al palato, con corpo molto lieve, ancora sherry con frutta rossonera (mirtilli e more), e poi un sentore di pandolce genovese, con quella sfumatura di anice… Buccia di mela rossa, anche al finale – medio e di media intensità, con una punta erbacea, come di un infuso.

Rileggendo la recensione alla luce del whisky che poi si è rivelato essere, ci vien da dire che il profilo complessivo l’abbiamo capito (e anche moderatamente apprezzato), mentre abbiamo bucato età (avremmo dato che si trattasse di un whisky giovane, sui 12 anni) e finish in rum, scambiandolo per una componente data da botti di sherry. Senza vergogna riveliamo che alla cieca avevamo ipotizzato si trattasse di un Aberlour, di quelli realizzati sia con botti ex bourbon che ex sherry. Se proprio bisogna parlare del vil denaro, si dica che questo Glenfiddich 21 yo Gran reserva costa circa 180 euro. Noi gli diamo 85/100.

Whisky Revolution “Calendario avventato” – Day 22

Il “calendario avventato” oggi ci fa bere Hakushu 12 anni. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Il rischio di farsi male è dietro l’angolo: vediamo.

Whisky #22

img_0969Molto aromatico, molto spinto sulla botte e sicuramente molto assertivo. Da subito esibisce grasse note di frutta gialla (albicocca) e persino tropicale (maracuja). Viene in mente il pasticcino alla frutta (con la crema, e la gelatina sopra). Al palato l’alcol si sente un po’ di più, in un profilo caratterizzato da un evidente apporto del legno; ancora molto fruttato. Peccato che la sensazione sia un po’ slegata… Il finale è di media lunghezza, con una punta di pepe.

Il naso è di gran lunga la fase migliore, promette tante cose che il palato non mantiene… Comunque promosso, intendiamoci! 84/100