Mackinlay’s Shackleton blended malt (2017, OB, 40%)

Ultimamente tante cose hanno un sapore amaro, e alcune come una bella bevuta tra amici un sapore non ce l’hanno proprio più, ma l’International Whisky Day irrompe oggi tra le nostre quattro mura più gradito che mai. Tutto ciò che bisogna fare è dedicare un momento al Re dei distillati, scegliere un dram che ci scaldi il cuore (sì, magari proprio quella bottiglia che non avevamo il coraggio di aprire!) e berlo col ghigno soddisfatto sul volto. Chi volesse conoscere come nel 2009 nacque questa santa festività, inno alle gesta del grande divulgatore Michael Jackson, trova qui il sito ufficiale, mentre noi raccontiamo la storia bizzarra del whisky che abbiamo pescato dall’armadietto dei sample per festeggiare. Diciamo subito che dietro la geniale operazione di marketing c’è quell’istrione di Richard Paterson, Master Blender del gruppo White & Mackay dall’umilissimo

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ti va del whisky & ghiaccio?

soprannome di “The Nose”. Paterson ha creato questo blend di soli malti d’orzo cercando di riprodurre il profilo di un whisky di inizio ‘900, partendo da un campione originale. Ma come? Ma cosa? Ma perché? Nel 2007 succede in effetti che vengano trovate alcune casse di whisky del blender Mackinlay’s nei pressi di un campo base stabilito nel 1907 in Antartide dal mitico esploratore Sir Ernest Shackleton. Il motivo per cui gli arditi esploratori si resero colpevoli di una dimenticanza tanto grave resta ignoto ma, stando a quanto la leggenda racconta, le bottiglie si sarebbero conservate perfettamente tra i ghiacci ed ecco quindi arrivare The Nose, bello paciarotto, a forgiare la sua replica. Al di là dell’intrigante storytelling, come benevolmente definiamo la pubblicità nel terzo millennio, bisogna anche dar merito del fatto che il primo limitatissimo batch della replica creato da Paterson venne venduto per 250 mila sterline a un’asta di raccolta fondi per l’Antarctic Heritage Trust, quindi cheapeau!

shackleton-blended-malt-p1370-5311_imageN. chiamate i geologi, abbiamo trovato un giacimento di pere sotto il pack. E pure un campo d’orzo, con quell’inconfondibile profumo di spighe. C’è un aroma di brioche, quelle integrali al miele, per essere precisi. Seguito da una freschezza acidina, per cui ci viene in mente il mandarino. Anche qualche spezia qui e là, un pizzico di cannella e zenzero fresco. Il sospetto che qualcosina di torbato nel blend ci sia ci arriva dal bicchiere vuoto: accendino quando non funziona e fa solo la scintilla con un po’ di fumino… Sorprendente.

P. ok, rientriamo nei ranghi delle aspettative. Il palato paga dazio a un corpo che si presenta un po’ debolino. Curiosamente, spunta una dimensione amarognola che il naso non lasciava presagire. Pellicina di nocciole, ananas acerbo, buccia di pera e una vaga impressione di ginepro. La presenza dell’orzo, invece, è una costante. Da spiga, qui si fa proprio chicco d’orzo, con la sua relativa zuccherinità. Molto pulito. Di nuovo un filo di fumo lievissimo.

F. speziatino (zenzero) e mediamente lungo. Il chicco di cereale non ti molla mai.

Il naso è molto incentrato sul cereale, ma non cade nell’anonimato. Anzi, in fin dei conti mette sul piatto qualche spunto inaspettato. Dove un po’ pecca è in bocca, con quel corpo abbastanza esile e quel tocco amarognolo non del tutto integrato. Si rialza con un finale soddisfacente e più lungo del previsto. Al di là della storia di marketing, un blended malt che fa il suo mestierie a un prezzo giusto (circa 30 euro): 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Arctic Monkeys – Fluorescent Adolescent

“Negroni Torbato” – Dukes bar (Londra)

Di Alessandro Palazzi e della magia del suo Dukes bar a Londra abbiamo già parlato qui. Ma dato che noi i bartender li ascoltiamo quando raccontano (ok, almeno all’inizio, poi al terzo gallone diventiamo malinconici…), da Alessandro abbiamo imparato che il suo tempio del Martini somministra anche altre splendide pozioni di mixology. Dunque perché perdere l’occasione di farci raccontare il whisky cocktail a cui è più affezionato?

Ingredienti

  • 30 ml Aperol
  • 30 ml Cynar
  • 30 ml Sacred Peated whisky
  • peat’ spray

Dato che il Negroni ha appena compiuto un secolo, ma in realtà non c’è una data precisa di nascita, siamo ancora in tempo per apprezzare la variazione sul tema di Alessandro Palazzi. Che in quanto italiano in uno dei locali simbolo del buon bere di Londra, ci tiene a regalare un’emozione made in Italy ai suoi clienti.

Mi è capitato parecchie volte di andare al Feis Ile su Islay, spesso invitato dalle distillerie per preparare qualche whisky cocktail. Ci sono sempre andato con grande gioia, facendomi pagare solo in whisky. Con il passare degli anni, dopo qualche twist on classic, i ragazzi dell’isola hanno cominciato a chiamarmi l’Anticristo…
Ad ogni modo, quell’anno eravamo a Bowmore, a pranzo in un ristorante a due passi dalla distilleria. Mi portano un piatto di patate fritte e… sapevano di torba! Allora a fine pasto vado dal cuoco a complimentarmi. E lui mi rivela il segreto: uno spray alla torba!
Allora mi è venuta l’idea: perché non creare un Negroni Torbato, che è un po’ a mia immagine e somiglianza, un italiano che adora la Scozia.

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Évadé (2019, OB, 40%) vs Évadé Peated (2019, OB, 43%)

C’è in Francia un’azienda che importa e distribuisce sul mercato interno diversi marchi di whisky, non solo scozzese: questa vocazione internazionaleggiante deve aver influito anche sul nome dell’azienda stessa, dato che si chiama “Whiskies du Monde“. Nel novero dei diversi marchi più e meno esotici distribuiti c’è anche questo curioso Whisky Francese, di nome Évadé, con due espressioni, la prima non torbata e l’altra sì: e un po’ evasiva è anche la presentazione, a dirla tutta. Partendo dal primo: si sa che è una miscela di single malt tra i 3 e i 5 anni, che è distillato in alambicco Charentais (e già questo ci mette in guardia; ma poi soprattutto, distillato da chi?, e dove?) e che è invecchiato in un mix di botti da mal di testa: quercia francese nuova e usata per vini liquorosi locali (quali? boh), botti ex-bourbon, ex-cognac ed ex-vino rosso di Borgogna. Proviamo ad assaggiare, lasciando da parte i pregiudizi?

N: alla cieca sarebbe difficile indovinare la materia del distillato. Per certi versi ricorda un distillato di frutta, che potrebbe essere di albicocche, fragoline di bosco (potrebbe ricordare un distillato di frutta tedesca, Obstler?); sicuramente molto giovane con note di frutta candita, pera, scorza di limone e distillato in purezza. La componente alcolica risulta ben integrata. Qualche zaffatina di fiori freschi.

P: ribadiamo: alla cieca, in quanti direbbero whisky? Sarà l’alambicco Charentais, sarà la grande varietà di botti utilizzate, ma la materia prima risulta piuttosto incerta. L’alcol si sente poco e risulta gradevolmente beverino; detto questo l’intensità dei sapori è molto  smorzata, tra note di frutta gialla (mela gialla,pera), zuccherino liquido e miele millefiori. Ancora canditi.

F: abbastanza breve con ancora una zuccherosità vagamente floreale.

Anche se non è “il male assoluto”, è davvero troppo diverso da quello che ci aspettiamo da un whisky. Di per sé non sembra un distillato mal fatto, in assoluto, ma rimane comunque poco persistente e fin troppo facile da bere; fin troppo poco whisky, forse: 71/100.

Il Peated invece è una miscela di whisky tra 4 e 7 anni in ex-bourbon (di Heaven Hill) e Virgin Oak casks. Vediamo cosa porterà la torba… Siccome sono molto prodighi di informazioni (a parte il nome della distilleria, ma cosa volete che sia), sappiamo che la torba è tedesca, della zona di Amburgo. Che bello.

N: simile al precedente, ma un po’ meno carico dal legno. Alcol assente. Si sente tanto il distillato giovane, ma è un distillato anonimo ancora, assaggiandolo alla cieca non scommetteremmo sul cereale. C’è un sentore di… popper, poi molti lieviti, purea di pera – al solito ricorda un distillato di frutta, quindi ancora pera e albicocca. Un’aria di torba, che fa venire in mente il fumo di una sauna – è un’idea di fumo, non fumo.

P: molto beverino e trattenuto, fin troppo, diremmo che è compiutamente sciapo. Estrema dolcezza iniziale, tutta sulla pera e sull’albicocca acerba. Molto poco fumo, tende a virare rapidamente verso un sentore amaro poco rassicurante, e poi…

F: …cade, scompare del tutto. Il finale ha un accenno di alcol dolce, e poco più.

Che dire, grazie amici: assaggiare dei whisky del genere contribuisce a ricordarti che non è facile distillare l’orzo maltato e farlo bene. 68/100. Non solo. Questo ci fa riflettere anche un po’ sul whisky estero, in generale, e francese in particolare: parlando con i ragazzi di Armorik, che erano in Italia in occasione dello scorso Whisky Revolution Festival, loro ci dicevano di essere molto orgogliosi di essere riusciti a ottenere la d.o.p. (semplificando) per la Bretagna e a stabilire un disciplinare per la produzione del whisky locale, perché avevano la sensazione che in tanti si stessero mettendo a distillare “cose” in modo un po’ raffazzonato per poi chiamarle “whisky”. Questo Évadé, con tutto il rispetto che si deve a un prodotto dell’umano ingegno, sembra esattamente uno di quei prodotti che sul medio periodo non possono che nuocere alla definizione di una categoria: e che la cosa valga da monito anche ai molti che hanno velleità di produzione di whisky in Italia e che a breve inizieranno a invadere il mercato. Bene le piccole produzioni, bene l’idea di ‘metterci del proprio’, bene anche il desiderio di inseguire una moda commerciale: ma quello che conta è sempre il bicchiere, e il bicchiere non mente, mai, neppure se nascosto dal miglior marketing possibile.

Sottofondo musicale consigliato: Bobby Bare – Find out what’s happening.

BenRiach 10 yo (2019, OB, 43%)

Da qualche tempo BenRiach, distilleria storica dello Speyside da un paio d’anni passata al gruppo Brown Forman dopo il rilancio per mano di Billy Walker, ha aggiunto sul suo sito l’autodefinizione di “progressive Speyside distillery“, che riprende chiaramente quella di Bruichladdich (progressive hebridean distillery…). Sembra infatti che Robert Fripp sia stato invitato a dirigere la distilleria, e che abbia deciso di sottoporre i barili in maturazione a ore e ore di scale atonali e poliritmie deliranti. Così ci pare di aver capito, eh, magari sbagliamo…

bnrob.10yov4N: che piacevolezza. Torta Paradiso, mela golden e pera. Perfino un po’ di gelato all’ananas. Il bourbon cask prende l’iniziativa e come un nonno buono ci porta in pasticceria a sollazzarci con pasticcini alla banana, crema pasticcera e vaniglia. Non complicato ma gradevole.

P: ricco, fruttato e cremosino. Di certo coerente con il naso, perché ancora l’immagine è quella del pasticcino alla frutta. Torta di mele, ananas, vaniglia e pasta frolla, a indicare una certa burrosità accennata. C’è anche un tocco di liquirizia dolce Haribo.

F: crema, limone, vaniglia.

Un Bignami di un entry level dello Speyside in bourbon. Ha tutti i descrittori da manuale, dalla frutta gialla alla vaniglia alla pasticceria, e senz’altro si propone come un buon daily dram. Il limite se si vuole è che non stupisce proprio mai, non c’è una nota fuori dallo spartito, non c’è improvvisazione. Il che lo rende ottimo per una bevuta sicura e confortevole, ma forse un po’ limitato per chi cerca novità ed emozioni. Ad ogni modo, per il whisky che è, good job: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Robert Fripp String Quintet – Hope.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

Torniamo con grande piacere a frequentare la categoria dei blended malt, che ultimamente sembra andare di gran moda, visto il moltiplicarsi di imbottigliamenti. Un tempo chiamati anche “vatted”, indicano una miscela di whisky provenienti da almeno due distillerie ma che siano distillati a partire da solo malto d’orzo, a differenza dei classici blended whisky che contengono anche whisky ottenuto da altri cereali. Tra gli alfieri della categoria, troviamo sicuramente Douglas Laing, storica famiglia scozzese di blender e di imbottigliamenti indie, che ha declinato questa (in)sana passione per il blended malt su base territoriale, creando la serie “Remarkable Regional Malts“. Visitando la pagina ufficiale di presentazione dei whisky ispirati a 6 zone di produzione, ci si imbatte anche in un motto che più ispirazionale non si può, capace di far stappare da sola anche la bottiglia più timida: “Se un single malt è un violino solista, un blended malt è l’orchestra al completo”. Beh, dopo questa piccola perla il nostro Rock Island, marchio che raggruppa i blend ottenuti con soli malti isolani, è già soavemente scivolato nel bicchiere.

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N: un po’ sporchino come impatto, con qualcosa che ricorda nitidamente del formaggio affumicato… C’è una componente minerale piuttosto evidente: talco, grafite. Poi note erbacee, ci vengono in mente salvia e lime. Pera williams acerba. C’è un che di mojito, con zucchero liquido, menta… Fresco e dolce. Zucchero a velo. Ah, non si dimentichi: torba anziana, un bel fumino vegetale insistente e molto nudo.

P: educato, lime, tanta vaniglia, limone, crema pasticciera, non diresti che ha 21 anni. Sorbetto al limone. Più convenzionale rispetto al naso, potresti dire che è un Caol Ila. Molto gesso. Erbe aromatiche bruciate, timo, salvia. Cioccolato bianco!, l’eta non si sente quasi.

F: macchia mediterranea arsa, dolcezza di glassa di minne di Sant’Agata, limonata zuccherata.

Questo Rock Island, prodotto in 4200 bottiglie e che oggi si trova a circa 90 euro, è molto saporito e non dimostra la sua veneranda età. Tutte le informazioni della frase precedente sono delle qualità indiscutibili, secondo noi, vi sfidiamo a darci torto… A parte la voglia di far rissa verbale in questo altrimenti placido venerdì, diciamo che le erbe aromatiche sono il fil rouge, dal naso al finale; la torbatura è ben presente anche se mai volgare nè aggressiva. Tutta l’esperienza gustativa è uno scambio serrato fra dolcezza zuccherina agrumata e torba erbacea, in un groviglio di suggestioni che non sarà come l’intera orchestra della Scala all’opera, ma è pur sempre un’egregia esecuzione da 87/100.

Sottofondo musicale consiglato: Talking Heads – This Must Be The Place

Botti da orbi: Newcastle Whisky Festival

(Questo reportage è stato realizzato prima che esplodesse il caos universale del coronavirus. Lo ricorderemo così, come l’ultima scorpacciata di dram prima della fine del mondo).

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L’amore ai tempi del Newcastle Whisky Festival

Buoni tutti di andare al Whisky Live a Parigi alternando dram di Karuizawa e flute di Bollinger. Troppo facile fare un salto a Limburg e sciacquare le viscere enfie di malto con splendide lager ghiacciate. Il vero asceta che rifugge le comodità sale fino a Newcastle-upon-Tyne, estremo nordest inglese, terra di operai disoccupati da film di Ken Loach e densissime brown ale. E lì – esultando come Alan Shearer dopo un gol – si tuffa nel clima geordie del whisky festival locale.

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L’idillico Civic centre di Newcastle in uno dei 7 giorni di sole previsti nel 2020

Il Newcastle Whisky Festival non è esattamente uno degli appuntamenti maltofili da segnare in rosso sul calendario. Non ha paillettes e si tiene in un Civic Centre brutalista su cui torreggiano dei cavallucci marini (sono il simbolo della città, l’abuso di alcol non c’entra…). Però il festival ha una storia interessante. Infatti fa parte degli eventi targati The Whisky Lounge, il più grande organizzatore di manifestazioni a tema whisky nel Regno Unito. TWL ha il nome e il volto di Eddie Ludlow, detto “Whisky Evangelist”, che con la moglie Amanda si è messo in mente di portare la cultura del whisky anche nei centri meno posh dell’Inghilterra profonda: York, Bristol, Nottingham, Liverpool… Il whisky è la sua missione, dunque lasciate che il vostro reporter venga a lui…

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Chi siete? Da dove venite? Un fiorino!

Prima di tutto, due coordinate logistiche, casomai vi pungesse la voglia. Il festival si tiene nella giornata di sabato (quest’anno in un eccezionale 29 febbraio), divisa in due sessioni: una dalle 12 alle 16 e l’altra dalle 17 alle 21. I biglietti per ogni sessione costano una quarantina di sterline e danno diritto a un bicchiere, una guida e un gettone del valore di 5 pounds. “Soldino” da investire saggiamente in un laboratorio, in uno degli Eddie’s tastings o nei malti “under the counter” a pagamento, come l’Highland Park 17 “the Dark” o uno dei whisky rari esposti nell’angolo dei nerd/collezionisti. Per il resto, allungate il Gleincairn e vi sarà liberamente versato (1 cl, eh…).

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Colazione dei campioni al Five Swans

Iniziare a mezzogiorno non è uno scherzo, quindi è meglio mettere qualcosa sotto i denti. Tipo una english breakfast al vicino Five Swans pub. Opportunamente zavorrati, si può dare il via alle danze. Prima osservazione: pieno quasi fin da subito, il festival. Vero è che gli spazi non sono sconfinati: tutti gli stand di whisky (una trentina in tutto), la cucina, il negozietto dei dolci più calorici del globo e il bar temporaneo nel salone al piano terra; la piccola area gin e il banco mixology nella balconata al primo piano. Comunque basta mezz’ora ed ecco la folla. Seconda osservazione: parecchi over 60, a testimoniare come qui – a due passi dal vallo di Adriano – lo Scotch sia quasi di casa, spirito endemico della popolazione molto prima di essere moda o business.

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Raduno di capelloni al banchetto Kilchoman

Passeggiando qui e là da un banchetto all’altro come un umarell dei dram, quindi rigorosamente con le mani incrociate dietro la schiena, si va di stream of consciousness. Rispetto al Milano Whisky Festival, sia la competenza media dei visitatori, sia la qualità media delle bottiglie è in genere più bassa. Se si esclude la dozzina di malti rari in mescita a pagamento, le perle preziose sono pochine. Diageo e LVMH non pervenute, Pernod Ricard porta Aberlour, Chivas Regal e Glenlivet: Nadurra in sherry a 60° e Chivas Mizunara molto apprezzati dai geordie locali. Qualche Laphroaig OB, bei Bowmore (Vault Edition e 19 yo), un Highland Park 16 yo nuovo di pacca e il 17 yo Dark. C’è Kilchoman con l’UK edition small batch, c’è Distell con Deanston e Bunnahabhain, c’è Inverhouse con Old Pulteney e Ancnoc. Però ci sono un sacco di etichette di nicchia interessanti. Piccole produzioni, whisky sperimentali, cose curiose insomma. Una impressionante gamma di Mackmyra in cui spiccano i monumentali imbottigliamenti della serie “Moment”, il nuovissimo Bimber in sherry (tre anni e non sentirli), Lakes distillery con la Quatrefoil collection e parecchi altri. Eddie lo spiega bene: “Abbiamo creato Whisky Lounge per portare il whisky a un nuovo pubblico. Ora vogliamo portare anche i nuovi whisky al nuovo pubblico”.

Ordunque, mosso da questo spirito evangelizzatore, anche il reporter si adegua. E sceglie per le sue umili notule di degustazione degli assaggi curiosi. Non per forza i più buoni, ma novità e bizzarrie, esotismi e cose che valeva la pena assaggiare.

sb1098Kilchoman UK exclusive small batch (2019, OB, 48.3%)
Uh che bella bestiola, allo stesso tempo costiera e coccolosa. 75% invecchiato in bourbon, 25% madeira e 5% sherry: 1260 bottiglie per il mercato britannico. Al naso è bello fresco, marino: ostriche e gelato al limone, alghe wakame e borotalco. Melone bianco, anche. C’è poi un’anima erbacea vivida, canfora e timo, e un delicato fumino. Accanto, ecco la dolcezza, spessa e piacevole, come mandorle caramellate. Una dolcezza che in bocca prende il sopravvento: di nuovo caramello e zucchero bruciato, crema di agrumi e ananas grigliato. Caffelatte e cioccolato al latte, pure. Qui la torba si fa più potente e prende la via della cenere. Finale coerente, con caramello dolcissimo, frutta matura e un tocco di legno amaro. E sale, anche!
Molto morbido e piacione, con quella torba esibita ma non invasiva che ti conquista. Non è il Kilchoman più complesso e ortodosso del mondo e forse è un po’ costruito. Ma è costruito bene, perché non trad
isce l’anima isolana e ne berresti subito un altro. 87/100.

m57327Westward Oregon single malt (2018, OB, 45%)
La Seattle dove nacque il grunge non è lontana dall’Oregon. E dal Northwest arriva anche questo single malt, a tutti gli effetti parte della new wave dei craft whiskey americani. Orzo locale fermentato con lieviti di birra, distillato due volte in pot-still e infine invecchiato in botti di rovere vergine. Il risultato è ovviamente bello concentrato sul legno, che fin dal naso ci dà dentro a zaffate. E’ giovane ovviamente, con un aroma di nocciole al miele e un che di fienile/stallatico. Woody e farmy, si direbbe. C’è una frutta cotta vaga (prugne? pera?) e della vaniglia. Zucchero di canna, anche! In bocca molto dolce e molto giovane. Qualcosa di artificiale, fra i marshmallows e lo sciroppo d’acero. Pesca sciroppata. L’alcol e il legno sembrano scissi e il barile prende la forma del bastoncino di liquirizia. Un po’ aggressivo al palato. Finale dolciastro ma medio lungo: banana flambé, cioccolato al latte e stecchetta di liquirizia.
Non piacevolissimo, soprattutto al palato. Al naso il tocco nocciolato mitiga legno e gioventù, mentre in bocca la giovane età lo rende troppo slegato e rude. 76/100.

austr_sta6Starward Nova (2018, OB, 41%)
Single malt da orzo australiano totalmente maturato in barili di ex vino rosso locale. Tre anni di età, un packaging affascinante che strizza l’occhio non si sa perché all’astronomia e qualche perplessità: tre anni tutti in barili di vino rosso (Syrah, Pinot Nero), peraltro definiti “molto attivi” possono fare grossi danni…
Beh, l’attacco non è dei migliori, con una botta pungente e acetica di solvente. L’impatto del vino è evidente, ma accanto ad agrumi acidini e aspra uva rossa (Pinot Nero), compare anche una frutta più piacevole: mele rosse e fragole. Un che di rosa, un tocco di ginepro e lievito.
In bocca è di una dolcezza impressionante, seguita però da un contrafforte amarognolo e tannico. Gelee al mandarino, poi una vinosità da cognac giovane. Sugo d’uva con un tocco acido e caramello. Per la gradazione è piuttosto aggressivo. Finale amarognolo e corto, fra legno e pepe.
Siamo nel campo dello sperimentale, della nicchia. Non è drammatico, ha anche una frutta molto vivace che danza sul palato. Però non si può neppure dire che sia una piacevolezza, perché l’influsso del vino è preponderante e l’effetto è un po’ stucchevole. 77/100.

secret-speyside-works-20-years-1546516-s308Speyside 20 yo (2019, The Whisky Works, 47.1%)
Butti un occhio e rimani rapito. Cosa sono quelle bellissime bottiglie, colore e note di degustazione a braccetto fin dalla scatola? Ebbene, è “The Whisky Works”, il braccio armato del colosso Whyte & Mackay nel ramo del blending e dell’imbottigliamento indipendente. Diretta da Gregg Glass, finora ha in catalogo solo quattro espressioni: un blended, un blended malt delle Highlands, un single grain e un single malt. Ovvero questo Imperial di 20 anni, affinato per 7 mesi in barriques di cognac Bourgoin: ci si poteva forse esimere dall’assaggiare? Al naso è sorprendente: sfoggia una frutta fresca talmente sfacciata da sembrare più giovane. Melone bianco, platano, pera in macedonia. Poi, tra volute di zucchero a velo e dolcetti mediorientali, emerge un tocco erbaceo probabilmente dato dal finish: caramelle Valda, té verde e crema per il corpo (a sottolinearne la burrosità). Pannacotta alle fragole. A volte sembra di annusare un’ottima slivovica di prugne. In bocca invece recupera il suo status di ventenne: morbido, vellutato e profondo, attacca dolce – biscotto, miele, tarte tatin di pere – e poi lascia la scena alle spezie del legno. Che piacevole pizzicorino: nella dolcezza sciroppata di marmellata di prugne e caramello ecco lampi di zenzero, liquirizia pura, pepe bianco. Praline al cioccolato bianco! Un’idea di cognac, ora. Il finale è la cosa meno convincente, all’inizio: c’è un che di legno grezzo che non si addice al portamento del whisky. Per fortuna sparisce e rimane lungo, pulito e piccantino, con ancora melone bianco e un che di agrumato.
Beh, gran bel whisky come spesso gli Imperial. Ma piuttosto insolito, di sicuro a causa del finish. Il cognac aggiunge qualche pennellata personale al quadro. Che probabilmente sarebbe stato una bella opera d’arte anche senza, ma anche così è un piacere: 88/100.

highland-park-16-twisted-tattooHighland Park 16 yo Twisted tattoo (2019, OB, 46.7%)
Nemmeno il tempo di dire: “Toh, forse dopo orsilupiaquileThoreOdino Highland Park sta recuperando il senno”, ed ecco spuntare una nuova tamarrata made in Orkney. Se i due 17 yo Light e Dark sembrano dei classici, qui siamo nel campo della bottiglia di grande impatto. Un 16 anni invecchiato in botti ex bourbon ed ex vino rosso spagnolo della Rioja. Sulla bottiglia nera campeggia un dragone rosso. E per ora l’ottimo accostamento cromatico sembra l’unica cosa buona… Come non detto: il naso è aromatico. C’è una patina di cera di candela alla fragola, arancia rossa e burro di cacao. La mineralità di HP c’è, così come un tocco di torba. Ma sopra si stende uno strato variegato di frutta (more, ribes nero e succo di albicocca) e una sensazione umida. Fieno, cantina, erica dopo la pioggia. C’è anche un che di sughero. Al palato è cremosissimo e dolce, sarà il clima spagnolo ma ricorda la malaga. Pesca, frutti rossi, crumble di mele. Parecchia vaniglia. Poi si asciuga e vira sulla mandorla e il pepe. Chiude secco: fumo, zenzero e un pizzico di sale.
Non è spiacevole, anzi a occhio avrà parecchi estimatori. Certo, è il nuovo stile HP: botti cariche, dolcezza esondante (qui anche una certa astringenza del legno e l’apporto di frutti rossi). Il dna della distilleria fa un passo indietro e saluta da dietro la vetrina del tatuatore. 85/100.

159823-bigBruichladdich 23 yo (2016, The Whisky Lounge, 55.4%)
Trenta bottiglie di un barile distillato nel 1992, con in etichetta il bell’Eddie che alza il calice alla nostra salute. Scelta estetica così così, ma l’ultimo bicchiere dev’essere buono, non bello. E al naso non c’è dubbio che lo sia: un bel Laddie maltoso, dove la vaniglia e il cioccolato al latte procedono insieme alla frutta (mela, ananas). C’è anche – come spesso capita per i Bruichladdich – una cerealosità più vegetale, come di spiga e fieno umido. Balena anche un profumo speziato non semplice da individuare: coriandolo, o forse foglie di curry. Al palato la gradazione non si nasconde, ma è di una coerenza ammirevole: malto, biscotto, miele. Piuttosto carico, il legno mostra i muscoli: zenzero, stecche di vaniglia. Crema al limone. E un piacevolissimo tocco di sale che alleggerisce il tutto. Chiude più secco, nocciola e buccia di mela golden. Tisana.
Una chiusura più che degna, un Bruichladdich che porta in palmo di mano le insegne della distilleria, ovvero il cereale e il tocco isolano. La forza di questo barile è nell’equilibrio, davvero mai in discussione in ogni fase. Solido, pulito, sostanziale. 88/100.

La musica finisce, le porte si chiudono, gli amici si salutano. E’ tempo di andare. Al pub, ovviamente. L’Evangelista del whisky ha fatto un buon lavoro, l’apostolo ha tempo per un’ultima cena.

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Visto come gioca il Newcastle United, impossibile biasimare i ragazzi della curva…

Hazelburn 10 yo ‘Cage Sample’ (2009/2019, OB, 59,7%)

di cosa parliamo quando parliamo di “cage bottles” (foto pijata dar webbe)

Chi va a Campbeltown in cerca di emozioni, sa che le troverà solo in una delle tre distillerie della città, o nelle sede del più antico imbottigliatore indipendente di Scozia – per carità, un paio di pub, certo, ma per il resto finita lì. Ma i pellegrini che si spingono fino all’estremità del Kintyre sanno che ne vale comunque la pena: tra le preziosità locali che si possono scovare nei luoghi più segreti della distilleria di Springbank, ad esempio, ci sono senz’altro le “bottiglie della gabbia”, ovvero le “cage bottles”. In distilleria, o meglio nel Cadenhead Shop che sta a pochi metri dalla distilleria, c’è infatti una vera e propria gabbia, riempita di tanto in tanto con sample di botti di Springbank, Longrow o Hazelburn, di età e tipologie varie – sample da 70 cl, tra l’altro, e come potete ben capire il tesoro è ghiotto. Oggi assaggiamo proprio un esemplare di questa specie: si tratta di un Hazelburn, Fresh Bourbon Barrel, rotation 10, distillato il 9 marzo 2009 e imbottigliato l’11 settembre 2019, naturalmente a gradazione piena.

quella a sx!

N: sicuramente ha bisogno di un po’ di tempo, il primo impatto non nasconde neppure un mezzo punto di gradazione. Dopo un po’, rivela la sua duplice anima: da un lato le lusinghe della botte, con una pastafrolla burrosa e zuccherina, un pasticcino alla crema e alla frutta gialla, un sacco aperto di zucchero a velo… Dopo un po’ la frutta gialla si fa sempre più matura, più carica. Gelato alla banana. Dall’altro, un sentore più screziato e spigoloso, erbaceo, che rivela l’anima di Campbeltown, con erba fresca, magari un praticello dopo una fresca pioggia; insalata iceberg. C’è anche quella punta sporca, minerale e cerosa, che è una delle cose che preferiamo degli Hazelburn.

P: veramente esplosivo, anche se ancora l’alcol non si fa desiderare. Ancora deflagra una frutta gialla devastante, che qui ci appare fatta di ananas e banana: banana bread, molto zuccherino. Anche piuttosto agrumato (pompelmo rosa, dolce). Resta molto cremoso, con crema pasticciera e pasticcino alla frutta, e ancora iper minerale e cerealoso e piovoso. La nota di tela cerata è deliziosa. L’acqua toglie un poco di tropicalità, ma va a esaltare la nota più cremosa.

F: molto lungo e persistente, con tantissima tutto fatto di quel cereale torbato che in un whisky non torbato proprio non si dovrebbe trovare. Scorza di pompelmo.

Non ci stancheremo mai di dire che anche se Hazelburn è la versione meno celebrata di Springbank, di certo non è priva di fascino – e questa resta una fortuna per gli appassionati, perché è un whisky eccezionale disponibile generalmente a prezzi ottimi, anche sul mercato secondario. Senz’acqua è esplosivo, ma francamente a tratti contundente, con acqua diventa cremosissimo e più che bevibile – a tazze. Delizioso. 88/100. Grazie a Davide Ansalone e a Lars Berens per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Cage The Elephant – Spiderhead.

White Horse ‘Carpano Import’ (fine ’70, OB, 40%)

Prima che le case ci ingurgitassero e rimanessimo tutti in preda a deliri indotti da un abuso di dram solitari, ci ha dato sollievo riunirci un’ultima volta nell’accogliente tana della famiglia Corbetta, all’Harp Pub Guinness, qui nella Milano oggi desertificata. Come già accaduto altre volte nel recente passato, il padrone di casa Angelo ha messo a disposizione delle folle alcune bottiglie provenienti da una cantina ben pasciuta in 40 anni di attività, e va da sè che siano saltate fuori delle chicche non SAVE_20200313_152359indifferenti- qui affianco è per l’appunto da ammirare il magnifico parterre. Tra i whisky bevuti abbiamo però subito riassaggiato con più calma quello che ha aperto le danze della degustazione, quello commercialmente più umile, un apparentemente anonimo White Horse Carpano Import, e cioè un blended whisky imbottigliato negli anni ’70. Pur non essendo in Italia molto diffuso ai giorni nostri, il Cavallino Bianco, oggi nella scuderia Diageo, è uno dei marchi più gloriosi e longevi nella storia dello Scotch, tant’è che i primi passi li ha mossi grazie alle  gesta tardo ottocentesche di Peter Mackie, all’epoca pure istrionico proprietario di Lagavulin. Di Mackie ricordiamo l’abilità comerciale che decretò il successo di White Horse, ma soprattutto ricordiamo una battaglia senza esclusione di colpi con la vicina Laphroaig, che lo portò a fondare ex novo la Malt Mill Distillery con l’intento di mandare in malora i vicini compagni di torba. Oggi questa distilleria perduta è l’unicorno per eccellenza tra le distillerie del passato, ma questa è tutta un’altra storia…

IMG-20200313-WA0036N: Che bellezza! C’è una prima patina setosa, che ci fa venire in mente del pane, o una brioche, o addirittura una veneziana; comunque, una patina quasi cerosa francamente deliziosa: favo di miele. Poi mela, tantissima mela, anche cotta e perfino caramellata. Col tempo, pare diventare più fresco e succoso, con note di ananas, succo d’arancia; cresce il miele, anche, e arriva quasi a farsi floreale. Lievissimo accenno, come di orzata, o frutta di marzapane.

P: qui resta molto avvolgente ma tende a farsi un poco più ‘normale’, con delle note di castagne cotte, di frutta secca, ancora marzapane; miele. Anche la parte fruttata tende a contrarsi un po’, con note che stanno tra la buccia di pera e la mela. Verso la fine, un ricordo di cannella, o forse di noce moscata – come se fosse presente in un biscotto però, non in autonomia.

F: panna cotta, pasta di mandorle e miele; un filo di fumo, rimasto sotto traccia al naso e al palato, qui si fa più palese.

Dopo averlo bevuto non possiamo non tornare a tirare quel filo rosso che lega White Horse a Lagavulin. Per anni infatti la distilleria ha fornito parte del malto destinato al blended e in epoca pre Diageo il cavallino appariva a sua volta nelle etichette del single malt di Islay. Nel bicchiere abbiamo ritrovato questo sodalizio, sotto forma di un sottile

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gente che beve e sfancula Covid-19

mineralità torbata ma, come abbiamo dilingentemente annotato, abbiamo poi trovato anche molto altro: stupisce che con soli 40 gradi e dopo 40 anni di riposo in bottiglia, questo blended sia ancora teso e vigoroso nel bicchiere. Ogni nota è sì leggera e sfumata, ma  ancora ben leggibile e in uno spartito molto complesso. Ancora una volta “sui nostri volti stupefatti si dipinge lo stupore”, come direbbero gli immortali Elio e le storie tese,  e ci chiediamo: “Ma davvero questi erano i whisky di consumo un tempo?”. Un tramortito 86/100 è tutto quello che sappiamo dire in risposta.

Sottonfondo musicale consigliato: un capolavoro del 1983 praticamente obbligato, ovvero White HorseLaid Back