Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 6

Il “Calendario Avventato” al giorno n.6 ci regala Glendronach 12 yo, e questa è la nostraIMG-20181203-WA0004 recensione… Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #6

47469718_1991442401153835_8723996429867024384_nIl naso è particolare, con elementi diciamo compositi: uvetta sotto spirito, frutta secca (noce), panna cotta, e una leggera nota di metallo. Brioche di cereali ai frutti rossi (frutta rossa in generale crescita man mano che sta nel bicchiere). Il palato mostra i muscoli dello sherry, con mela rossa, caramello (anzi: caramelle Alpenliebe), un che di confettura di fragola; esplosivo in una dolcezza che supera le attese. Restano le note di cui sopra, con una punta metallica e di noce. Molto molto dolce, di una dolcezza appassita da Pedro Ximenez. Il finale è medio-lungo, un po’ allappante e ancora molto zuccheroso.

La grande intensità salva il profilo complessivo, che – intendiamoci – è ben fatto, ben confezionato, ben cesellato. Però banalmente non è il tipo di profilo sherried che rientra al 100% nel nostro gusto, e dunque pur riconoscendogli una certa qualità, non possiamo salire sopra 83/100. Poi oh, magari è un Aberlour 18 anni, noi non abbiamo digerito la pizza e non ci abbiamo capito niente.

Il commento alla cieca era quello che avete appena letto. Rispetto ai timori dell’ultima frase dobbiamo dire che in realtà la pizza l’avevamo metabolizzata bene e concordiamo in tutto e per tutto coi noi stessi di qualche giorno fa, perché “l’incoerenza è il peggior carcere di se stessi”, diceva il poeta o il filosofo, non ricordiamo più.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 5

Il “Calendario Avventato” al giorno n.5 ci regala un Arran 10, un grande classicoIMG-20181203-WA0005 di una distilleria che ben conosciamo. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post…

Whisky #5

47398072_1989761097988632_3883405387755421696_nMolto espressivo e assertivo, aperto e piacione. Esibisce note evolute di frutta matura: pesche sciroppate, cocco, un ananas essiccato… C’è anche un profumo di arancia concentrata (o forse un mandarino maturo, bello succoso?). Poi accanto una dimensione zuccherina, con pastafrolla cotta e biscotti al burro. Il palato conferma le sensazioni di torta e di frutta, con una dolcezza pronunciata e meno varia: mandarino e mela gialla matura. Uno di noi, probabilmente già ubriaco, ci sente anche una venatura salina – l’altro si dissocia risoluto. Finale medio-lungo, persistente, con tanta frutta gialla e cocco che durano e perdurano.

Queso whisky ci è piaciuto, è godibile e gustoso. A suo modo facile, è infatti pericolosamente bevirino, e se fosse stato a grado pieno probabilmente ci saremmo ritrovati smarriti dal piacere. Una curiosità: abbiamo notato che solitamente la bevuta alla cieca porta con sè terribili sospetti e titubanze a ogni sorso, col risultato che si tende ad abbassare i giudizi. Per questo Arran è invece esattamente il contrario, visto che nella nostra recensione del 2015 gli avevamo dato 83 e oggi saliamo a 86/100.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 4

Il “Calendario Avventato” al giorno n.4 ci regala l’irish whiskey Connemara Peated, imbottigliamento ufficiale a 40% distillato a Cooley, e questa è la nostraIMG-20181203-WA0010 recensione… Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post.

Whisky #4

47190330_1989759864655422_805425110960832512_nLa prima suggestione che ci investe è la marinità: salmastro, iodato e costiero (mare e olive verdi), esibisce fiero una torba ben chiara ma non totalizzante, anzi. Affianco abbiamo note agrumate e di un cereale caldo e zuccherino. Molto minerale. Al palato è non trascurabile il nostro stupore: ci aspettavamo torba decisa e spigoli acuminati, e invece ci accoglie un malto rotondo, semplice e morbido, con poco mare e fumo di torba presente ma delicato e una freschezza dolcina e floreale, con erba fresca, inattesa. La dolcezza è lievemente vanigliata e panosa, da pane al latte. Il finale non lungo, con un leggero ritorno del fumo, si ferma allo zucchero bianco.

Se dovessimo scommettere, diremmo Connemara, il torbato irlandese che usa eccezionalmente malto d’orzo torbato. Dopo l’apertura della casellina del calendario avventato, i nostri presagi sono confermati: è proprio Connemara Peated! Se non l’avete mai assaggiato, siete dei pazzi perchè è una chicca e costa sui 40 euro. A onor del vero lo avevamo già recensito qui, e ci era piaciuto di meno. Ma oggi con l’assaggio alla cieca secondo noi il voto giusto è 83/100.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 3

Il “Calendario Avventato” al giorno n.3 ci regala Puni Nova, una creazione della IMG-20181203-WA0003distilleria altoatesina invecchiata 3 in anni in botti di quercia europea e americana. L’avevamo già recensito qui e siamo contenti di constatare una certa coerenza con le note alla cieca. La sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #3

47180740_1989758501322225_2804480160999407616_nUn naso aperto e aromatico, con pera candita, giovane, purea di mele, note tra lo zucchero bianco e una certa cremosità. Molto zuccherino, con anche un leggero sentore  balsamico di pino mugo. Poi c’è un agrume astratto (cedro, limone) e a tratti troviamo un piccolo schermo minerale. Al palato appare un po’ watery in ingresso, e poi è tutto di cereale, di pera, con zucchero bianco. Ha però ancora una venatura minerale, con erba fresca e un senso che non sapremmo definire se non con “pioggia”. Aghi di pino, con una dimensione balsamico/mentolata un po’ buttata lì. Il finale è molto pulito, leggermente mentolato, tutto incentrato sull’orzo.

Un whisky molto semplice, con un corpo poco avvolgente, privo di una qualsiasi esplosività: non ha però difetti veri e propri, a parte quella nota mentolata rinfrescante ma un po’ slegata, e non possiamo sparacchiare meno di 81/100. Da un 3 anni non si può pretendere molto di più, signori.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 2

Il “Calendario Avventato” al giorno n.2 ci regala Bushmills 16 yo, un single malt irlandese invecchiato in una combinazione di botti ex sherry ed ex bourbon, e poi ulteriormente invecchiato per diversi mesi in botti ex Porto. Questa è la nostra IMG-20181202-WA0004recensione, tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #2

47422974_1989757221322353_5778430346995433472_nIl naso è davvero pieno, molto piacevole, e appare abbastanza complesso: rotondo e cesellato, ha una nota un po’ oleosa (olio d’oliva, proprio), a tratti è floreale, sul crinale della violetta; e ha pure un lato balsamico/mentolato fresco. Su queste suggestioni si innesta poi in realtà una ‘dolcezza’ molto netta, fruttata (al limite del tropicale) e caramellata, che ci lascia presagire una scelta di botti piuttosto marcate. Al palato l’intensità spinge sull’acceleratore nonostante un grado verosimilmente basso, con una concentrazione di sapori ancora tropicali e floreali: violette zuccherate, succo misto tropicale (papaya/mango). Il finale si richiude su erba fresca e ancora frutta mista.

Rischiando la pubblica gogna, diciamo che assaggiato blind avremmo scommesso su un Irish, molto cesellato e in un certo senso costruito, forse perfino ‘commerciale’ – ma che non cede un passo per quel che riguarda freschezza, facilità di bevuta, esuberanza di fiori e frutta. Imbottigliato a 40 gradi, ha comunque una bella presenza ed intensità. Qualcuno offre di più?, noi siamo ottimisti e diciamo 87/100.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 1

Il “Calendario Avventato” al giorno n.1 ci regala un grande classico, il Tomatin 12 anni, distilleria delle Highlands del Nord, poco distante da Inverness. Questa è la nostra IMG-20181201-WA0001recensione, tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky Advent #1

TOMATINIl “day one” si apre con un whisky senza tanti orpelli, che ti si presenta sincero così com’è. Il naso ha note che sembrano giovani, con tanti canditi, punte acide (tipo fermentazione); rivela anche però note ‘dolci’ di pastafrolla cruda, di burro e uovo e zucchero. Agrumato, con arancia, soprattutto. Qualcosa di fruttato, in disparte, come trattenuto (ananas candito?). Il corpo è molto fresco, si lascia bere molto piacevolmente. Complessivamente è più dolce, con dei mix di frutta essiccata (albicocca e ananas), con una sua cremosità, note di dolce di pan di Spagna. Ancora arancia. Il finale è medio, non troppo intenso, torna sul cereale – ha il gran pregio di invitare a un altro sorso.

Un whisky quasi sicuramente senza grosse particolarità d’assemblaggio, giovane e ben fatto. Mostra un po’ dei limiti in complessità e intensità, ma è sicuramente un whisky ‘da aperitivo’ più che godibile. 83/100

Ardmore 8 yo (2008, Claxton’s, 55,1%)

Continuiamo a seguire gli imbottigliamenti di Claxton’s, indipendente importato dagli amici di Whiskyitaly che già in passato ci ha regalato grandi gioie. Sotto con questo Ardmore del 2008, dunque, maturato per otto anni in un barile ex-bourbon: prima di aprire il sample, qualcosa (nello specifico: Google) ci dice che si tratta di uno dei tanti Ardmore heavily peated in circolazione di questi tempi. L’importatore, d’altro canto, ci segnala che la botte responsabile dell’invecchiamento di questo malto ha in passato ospitato whisky torbato di Islay.

N: decisamente aperto nonostante la gradazione. Saremo dei criminali eretici e cialtroni, ma al primo impatto ci ricorda nitidamente un mezcal! Innanzitutto, è molto vegetale e spirity, con note di cereale in ammollo, di pudding; davvero erbaceo e vivace, con promesse di una dolcezza zuccherina da distillato bianco. D’altro canto, la torba è molto fumosa e acre, tagliente e pungente, con perfino suggestioni di… qualcosa di cucinato, di organico, non sapremmo: uno di noi si fa fulminare dalla suggestione di rognone trifolato, ma non ci metteremmo mai la mano sul fuoco.

P: che impatto! Inizia molto dolce, con in primo piano note di liquirizia, di miele di castagno; ha anche una dolcezza di distillato, molto zuccherina e ‘astratta’. Per contro, immediatamente dopo sfodera un fumo di torba poderoso, chimico, inorganico, quasi medicinale, davvero estremo. Molto riuscito, ma non per deboli di cuore.

F: perdura all’infinito il fumo, intenso e aggressivo, appena screziato da una dolcezza di chicco di cereale (se avete mai assaggiato un chicco di malto torbato, ecco: quella cosa lì).

Un whisky che vive di passioni intense, e che quasi sempre riesce a rimanere in equilibrio sopra il precipizio; anche se a dirla tutta pecca un po’ di semplicità, e soprattutto al palato pare, a tratti, un po’ troppo dolce. Saremmo curiosi di farci un drink, siccome siamo degli edonisti senza senso. 85/100.

Caol Ila 13 yo (2004/2018, Gordon&MacPhail, 45%)

Siamo pigri quest’oggi, e ci limitiamo al compitino: ecco le nostre non richieste opinioni su un Caol Ila di 13 anni, maturato per i primi dieci in botti ex-bourbon e poi finiti in Hermitage (un pregiato vino della valle del Rodano). Imbottigliato a 45%, è parte della nuova versione della storica serie Connoisseur’s Choice di Gordon & MacPhail, che da qualche mese ha goduto di un restyling: e le bottiglie, diciamolo francamente, sono proprio molto belle. Ma ci accontentiamo forse dell’involucro? Non sia mai!

N: molto piacevole, nonostante la vinosità sia certo evidente… Corrado ci regala una suggestione definitiva: ricorda il sugo dell’arrosto di maiale fatto con vino rosso (con note di carote, di bacon, di braci, di grasso). In effetti l’apporto del legno è evidente, ma non va a sovrastare del tutto il “profumo di whisky”, se vogliamo. Arancia rossa, forse perfino in macerazione. Risotto alla milanese (c’è una zafferanata…)

P: la presenza del vino è immediatamente percepibile soprattutto perché allappa. Detto ciò, è molto dolciastro: accanto alla torba e al suo fumo intenso (di brace, poco acre) si sviluppano note di caramello, di prugna cotta. Una nota di inchiostro e ancora arrosto. Un che di sulfureo…

F: lungo, intenso nella torba bruciata e nella frutta cotta. Sentori sulfurei.

Sapete che quando troviamo torbati con passaggi in barili ex-vino ci si drizzano subito le antenne della diffidenza e partiamo consapevolmente prevenuti. E dunque, non nascondendo i nostri pregiudizi, diciamo che poteva essere una tragedia e invece è ‘solo’ un esperimento un po’ freak, comunque da provare… Come si sarà capito dalla recensione, non è un whisky morbido, docile, fatto di tinte sfumate: è anzi un mostro di sapori intensi, decisi, spinti in ogni direzione, sia verso la dolcezza allappante del legno sia verso le braci e la torba. Insomma, se non possiamo dirci pienamente sedotti, certo apprezziamo l’estro e la volontà di non fare prigionieri, e spariamo un convinto 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Bowie – Yassassin.

Port Charlotte 2011 ‘Islay Barley’ (2018, OB, 50%)

là dove si distilla quel che stiamo bevendo

Come senz’altro sapete, la “distilleria progressiva delle Ebridi” – aka Bruichladdich – produce una versione torbata, messa in circolazione al nome di Port Charlotte. Negli ultimi anni, seguendo l’impulso dato dal precedente proprietario Mark Reynier, a Bruichladdich hanno deciso di puntare forte sul terroir, sull’approvvigionamento locale dell’orzo, sulla maturazione in loco – e sulla trasparenza totale nel rivelare quel che si trova nel bicchiere. Per questa ragione, consultando il sito di Bruichladdich si trova ogni informazione possibile su questo Port Charlotte ‘Islay Barley’: distillato nel 2011 con varietà di orzo Oxbridge e Publican coltivati presso le fattorie Dunlossit, Kilchiaran e Sunderland, ovviamente ad Islay, è invecchiato sull’isola in una miscela di botti composta per il 75% da ex-bourbon first-fill e per il restante 25% da barili ex-vino (Syrah e Figero) a secondo riempimento. Grazie ragazzi, ma anche meno, no? Diremmo “imbottigliato nel 2018 a 50%”, ma visto l’aspetto delle nuove bottiglie di PC forse sarebbe meglio scrivere “messo in bussolotti di vetro”.

N: subito l’aria di mare che sferza il borgo di Port Charlotte esce dal bicchiere: alghe riarse e pesce essiccato. Piuttosto nudo, con una torbina fumosa e catramosa neanche così hardcore come ci si aspetterebbe dai 40ppm dichiarati. Sarà la seduzione dell’inverno che galoppa vicino, ma ci vengono in mente nitidi sandalo e verbena. Poca cremosità, anzi un mero sentore di vaniglia. Cedro, e limonata zuccherata.

P: qui una dolcezza zuccherina diventa più facilmente riconoscibile, appoggiata su un tappetone torbato molto intenso (proprio fumo, cenere, ancora catrame). Aria di mare ancora, e alghe: la componente costiera è decisamente caratterizzante. Tè nero. Emerge un po’ di vinosità, che al naso non avremmo riconosciuto. Buono.

F: ancora alghe, con una prima dolcezza mielosa e appiccicosa. Lungo, marino.

Forse confusi da tutte le informazioni che vengono fornite dagli amici di Bruichladdich, abbiamo affrontato questo Port Charlotte aspettandoci una complessità quasi insostenibile per le nostre umili facoltà, e in realtà la sensazione è di una relativa semplicità: intendiamoci, questo whisky è buono e piacevole, sferzante e soddisfacente, con una torba marina e catramosa in evoluzione. Gli manca forse un tocco di magia… Svolto il compitino, ma svolto alla grandissima: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Porcupine Tree – Anesthetize.

Botti da orbi – recensioni dal Milano Whisky Festival

L’ubiquo Marco Zucchetti trascorre queste giornate a Singapore: lo immaginiamo ben pasciuto, su un triclinio, circondato da giovani ancelle dagli occhi a mandorla, mentre tracanna Martini discettando degli argomenti più urbani. Mentre lui si trastulla in tal modo, noi pubblichiamo alcune sue recensioni, trascelte dal suo insindacabile giudizio, stese durante il Milano Whisky Festival 2018. Siamo dei privilegiati, non dimentichiamolo mai.

Ogni maledetta domenica in cui il Milano Whisky Festival finisce, puntuale come il diluvio nel giorno di ferie, cala sugli appassionati quel misto di appagamento e malinconia che fior fior di psicologi sono concordi nel definire «rodimento perché bisogna aspettare un anno prima di godersela di nuovo così». Per esorcizzarlo e iniziare il conto alla rovescia che ci separa dal prossimo, ognuno tira le sue conclusioni. Questo giro, ad esempio, nel generale cosmopolitismo fra belgi, tedeschi, francesi, cinesi e vietnamiti come mai prima, hanno spiccato gli italiani. Quindi, senza che a nessuno vengano in mente idee sovraniste che qui ci stanno come il ragù nel Glenlivet, ecco le bottiglie degli imbottigliatori indipendenti italiani che si sono distinte sul campo di battaglia. Pardon, di degustazione.

Bowmore 21 yo (Valinch & Mallet, 47,4%)
Immaginate la Nike di Samotracia, i veli lievissimi che la ricoprono. L’idea che uno scalpello abbia tratto dal marmo qualcosa di così leggiadro è più o meno altrettanto incredibile dell’effetto di questo whisky, sgorgato con cortesia da quello scoglio burbero che è Islay.
È una delle 24 bottiglie speciali che Fabio Ermoli e Davide Romano hanno dedicato al terzo anniversario della loro V&M, quindi ha i crismi sia della rarità sia della celebrazione. E l’eleganza è proprio quella di una serata di gala, con un naso delicato che gioca fra sorbetto di mela Granny e fiori bianchi, ardesia bagnata dal mare e suggestioni che un momento sembrano zucchero a velo e il momento dopo confetto. Per solutori più che abili: occorre tempo per entrarci. Il fumo c’è, profumato e in sbuffi soffusi, e insieme alla frutta gialla fa da partitura alla freschezza della musica. Che è melodia, mai fuga né sarabanda. La dolcezza prosegue, la frutta è sempre fresca (pesca bianca, uva). È vestita di verde menta e acqua di rose, questa 21enne composta e agreste, che più passa il tempo e più corre via fra prati e torbiere. Così, accanto ai toni erbacei (forse basilico, forse verbena?) che nel finale si fanno liquiriziosi, eccola mostrare la maturità: un legno dolce e solo vagamente pepato e una cerosità da candela spenta. La grazia non difetta, la piacevolezza neppure, il finale lungo e soddisfacente chiude il cerchio. La 21enne è da sposare, dunque? Beh, sicuramente da frequentare, indubbiamente da lunga relazione. Ma non è di quelle che ti travolgono per l’intensità di uno sguardo. E un po’ di grinta è bello trovarla anche nella più romantica delle figliuole.
87/100

Haddock 12 yo ‘Peated’ (2018, Wilson & Morgan, 56,8%)
Le vacanze in Scozia possono fare danni nella psiche di un uomo. Tipo lasciare impressi i nomi inglesi dei pesci che si trovano sui menu dei pub. Inevitabile dunque che appena uno intravvede il nome di questo whisky, magari non pensa all’eglefino – il suo nome italiano -, ma di sicuro si aspetta qualcosa di salmastro, torbato e ittico. Perfetto, sarebbe come aspettarsi una salsiccia che sa di kiwi. Perché in realtà di marittimo questo whisky dalla distilleria segreta ha solo l’ispirazione: ovvero quel Capitan Haddock che nel fumetto Tintin si trincava Loch Lomond (ehm…) come se fosse succo ACE. Il mistero si infittisce. L’oro antico del bicchiere dice che qui sherry ci cova. E l’ispettore naso conferma i sospetti: caramello bruciato, croccante, noci, prugna secca e mirtillo. Scuro, il capitano. E dannatamente, golosamente sporco. È carico come solo quei maestri di finish di W&M sanno fare. C’è del cioccolato, dell’arrosto, della salsa di soia con una nota acetica. La suggestione umami fa volare la fantasia ai funghi secchi. Eppure dietro la cucina c’è un bel pergolato di glicine e rose, con le note floreali che portano con sé del miele in un naso caleidoscopico. Tanti indizi, ma ancora l’identikit non si avvicina. Non resta che passare alla bocca, che ha il suo bel masticare questo saporitissimo malto. Lo sherry qui allappa e troneggia tronfio. È un gotico flamboyant, con gargoyles di cioccolato fondente amaro e caffè e guglie di caramello salato. Scenografico e oleoso, con una torba che spunta sottoforma di catrame, una liquirizia evidente e un lato balsamico (era l’unica cosa che mancava in questo trionfo di stimoli). Il finale lungo come certe spiagge del Waddenzee tira le fila, chiudendosi nel vinoso e nel cioccolatoso. Grande Giove, direbbe Doc di “Ritorno al Futuro”. Non per palati fragili né per i cultori dei sapori puri. È la pizza capricciosa del whisky, per ghiottoni puri. Eccessivo in tutto, eppure così appagante, come se forze centripete ciclopiche tirassero ognuna in una direzione opposta e in mezzo stessimo noi, bulimici del gusto che in questo trionfo anarchico ci sguazziamo, ma che ammettiamo di aver bisogno di un alimentarista.
88/100

Caol Ila 10 yo (2018, A&G Selection, 59,8%)
Esiste un libro per bambini dal titolo “Sembra questo, sembra quello”. I nongiovani degli anni Ottanta lo ricorderanno. Era un libretto per insegnare che l’apparenza inganna. Fra i vari disegni, c’erano il signor Ivo e il signor Tono. Il primo – occhio azzurro, baffo biondo e cravatta – dietro teneva un bastone tipo l’asso di briscola. Il secondo – che sembrava il brigante Giuliano ma vestito da ultrà del Milan – dietro teneva una rosa. Tutto sto preambolo perché questo Caol Ila è come il signor Tono, “che par cattivo invece è buono”. Sì, perché uno legge la gradazione, pensa a un malto di 10 anni di Islay e si immagina il bastone sui denti. E invece no, ecco arrivare un pasticcino. Perché la torba è civile come un cittadino svizzero e si mette diligente in coda. Precedenza a melone bianco, macaron alla banana e note erbacee (sedano!). È marino come la brezza, ma glassa e vaniglia riportano il naso nel campo della dolcezza. Dove anche il palato si trova a suo agio, perché dietro una cenere di falò ora più evidente si spalanca il malto. Biscotto, noce moscata, ancora vaniglia. Il cereale batte perfino i quasi 60 gradi, che sono integrati alla perfezione. C’è una sfericità completa in questo whisky, dove sale, pepe e fumo cesellano la superficie, ma non intaccano il nucleo, dove il malto – erbaceo e dolcissimo – sembra indifferente e superiore a tutto. Insomma, qui il signor Ivo la rosa in mano non ce l’ha, ma nemmeno il bastone. Piuttosto è come se dietro la schiena nascondesse una bacchetta magica, in grado di trasformare un whisky potenzialmente nerboruto in un bonbon ad alta intensità. Una carezza in un pugno.
87/100

“SCALA 40”
Diceva un signore con grossi baffi e un certo numero di problemi psichiatrici che un uomo è maturo quando ritrova la serietà che da bambino metteva nei giochi. Ecco, qui la serietà è a tempo e il tempo è scaduto. Dunque l’arrivederci al prossimo MWF lo diamo con un whisky che non esiste. O meglio, è esistito per poco, il tempo di svuotare il secchio e di dividerlo fra chi ci sfuma il rognone e chi – ogni riferimento a chi scrive è casuale – se lo è portato a casa per vivisezionarlo. Nel bicchiere infatti c’è un dram degli “svuotini” del tranquillo giovedì da beoni che alcuni fortunati giudici hanno passato prima del Festival, con l’intento di assegnare le medaglie. Quello che è accaduto durante quel conclave è più segreto del Fight Club e non uscirà da questa tastiera. Vi basti sapere che questo blended è un Frankenstein di 40 whisky e ringraziamo Iddio che dentro non ci siano finite fette di salame o mezze pinte di birra… Al naso è bello intenso, la torba è potente. La statistica dice che, su 40, 21 erano torbati, ma l’olfatto suggerirebbe molti di più. C’è parecchia arancia, albicocca secca e una sapidità costiera accentuata. Inevitabilmente è scentrato, fuori fuoco. Il mento dolce di miele, il sopracciglio di braci spente, il labbro carnoso dello sherry “meaty”, sopracciglia di frutta secca. È un Arcimboldo di whisky, non è che si riesca proprio a guardarlo in faccia. In bocca invece trova una sua inspiegabile quadratura del cerchio: l’attacco è di liquirizia pura, bel mix fra torba e sherry. C’è del sale, come di carne essiccata, e una dolcezza di marmellata alle arance e miele. Le spezie pizzicano in fondo, più pepe nero che zenzero, e il finale è caramello bruciato e parecchio salato.
Queste sono Botti da Orbi e quindi noi non vediamo abbastanza lontano per scorgere singole distillerie nella baraonda. Però una su tutte sembra aver dato un’impronta e questa è una distilleria isolana. Di più, non si può. What happened in giuria stays in giuria.
senza voto