Mortlach 26 yo (1992/2019, OB, 53,3%)

Diageo-2019-special-releases-webPezzo forte delle ultime Special Releases di Diageo, orfane per il secondo anno consecutivo di Brora e Port Ellen, è senza dubbio questo Mortlach 26 anni, che esibisce senza timori un prezzo decisamente “premium”. Della parabola di Mortlach, la Bestia di Dufftown, si è parlato spesso: da bestia… da soma per i blended, valorizzata dagli indipendenti, è stata artificialmente trasformata in una bestia rara, cioè un brand di lusso, con bottiglie da 50 cl e prezzi – onestamente – insensati; la trasformazione, non proprio premiata dal mercato, ha portato a un riassestamento, con Diageo che continua a voler puntare su Mortlach ma lo fa attraverso un range molto più umano. D’altro canto – ma chi siamo noi per dirlo a Diageo – un brand si costruisce, non si impone: e quindi se il percorso di Mortlach dev’essere verso il lusso, bene (oddio, bene, mica tanto), ma che sia graduale almeno; sembra che l’abbiano pensata così anche colà dove si puote. Questo Mortlach 26 sembra un passo in questa direzione, anche se per ora la scelta di mettere questo prezzo (1700€) a questo imbottigliamento è stata molto criticata dalla comunità di appassionati – che comunque non è il mercato di riferimento di questa bottiglia, crediamo, e dunque “sticazzi”. Uno di noi è stato a Londra, invitato da Diageo, per la presentazione delle Special Release a tema “Rare by Nature”, e coraggiosamente si è portato a casa un campione del Mortlach: abbiamo atteso anche troppo per berlo. Il colore è ramato scuro, rivelando la maturazione in sherry, sia Oloroso che PX, a primo riempimento.

IMG_1799N: molto scuro anche come aromi, con note immediate di rabarbaro e liquirizia… C’è una grande profondità in questo naso, con legno verniciato e tabacco, davvero molto intensi. C’è poi una componente sticky, appiccicosa, che ci fa venire in mente l’arancia rossa e soprattutto una deliziosa marmellata di mirtilli, di ribes: ci prendete per degli squilibrati se parliamo di Ratafia di more e di maraschino? Fate bene. La ciliegia nera è molto evidente, così come un profumo delizioso di chinotto. Non c’è traccia della nota più ‘meaty’ e più grassa della Bestia di Dufftown

P: beh, che buono… A dispetto delle attese, non allappa, anche se si fa ancora un po’ più scuro e speziato, anche se con una presenza del legno piuttosto marcata, soprattutto verso il finale: quindi note di chiodi di garofano, di genziana, di polvere di caffè. Ma non si comincia dalla fine, giusto? L’impatto è tutto di chinotto, e nel complesso resta molto succoso, con una serie di suggestioni di frutta come more e mirtilli, ciliegia nera. Talvolta un po’ di cioccolato fondente. Buonissimo.

F: molto lungo, dolce e appiccicoso, tutto su liquirizia purissima e more… Il legno è molto evidente, con le sue spezie bene integrate.

IMG_1803Un “Mortlach da russi”, dice sommessamente qualcuno che presenzia alla nostra degustazione: è ovviamente molto buono, è ovviamente molto marcato dallo sherry, se vogliamo l’unico appunto che si può fare è che è poco Mortlachoso – non c’è quella sporcizia ‘carnosa’ che tanto caratterizza la distilleria, c’è tantissimo sherry e il profilo è più tagliente del solito. Non fraintendete: se bevessimo alla cieca mai avremmo indovinato, ma stiamo comunque parlando di un whisky buonissimo, che va in quella direzione da sherry monster molto maturo che non può non piacere a chiunque ami il whisky. Noi l’amiamo, e infatti: 92/100. Grazie davvero a Danilo e a Franco di Diageo per l’invito.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – We’re all mad here.

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Brora 28 yo (1982/2010, Whisky Agency for LMDW, 51,6%)

Oggi inizia la settimana che ci porterà all’evento più whiskoso dell’anno, la quattordicesima edizione del Milano Whisky Festival, che ogni anno attendiamo con trepidazione e sete massime. Tra l’altro quest’anno il festival raddoppia, fresco del record di presenze dello scorso anno, e occuperà ben due sale nella storica location dell’Hotel Marriott. Sembra quindi opportuno consumare la settimana di vigilia sganciando un paio di bombe a mano, qui nel nostro umile spazio internettiano, giusto per scaldare ulteriormente l’atmosfera. Di lunedì tocca a un Brora messo in vetro ormai quasi un decennio fa da The Whisky Agency, affermato imbottigliatore tedesco che ci ha regalato più di una gioia in passato. Questa bottiglia fa parte della serie “Private Stock” ed è imbottigliata per La Maison du Whisky. Parliamo di sole 222 bottiglie, un whisky ormai rarissimo, ma sapete che non ci fermiamo di fronte a nulla.

Brora-28-y.o.-Whisky-Agency-for-LMDW-e1432913499131N: possiamo dire fin da subito che il naso si è posato su un Brora con la B maiuscola, nel senso che ha tutti i crismi della distilleria. Da subito molto aperto: spicca un cereale minerale incontrastato, accompagnato da una patina cereosa evidente, favo di miele. Non è sporchissimo, nè tanto torbato (il fumo è solo flebile), però arrivano chiare le tipiche note farmy broresche, tipo balle di fieno, ma anche sala di consultazione di testi antichi. Finisce qui? Mavvaaaaa!!! Sfondano note di pasta di mandorle, buccia di pera, frutta gialla (pesca, albicocca). A suo modo delicato, e infatti pensiamo addirittura al gelsomino.

P: non delude, ma proprio per niente. Risulta allo stesso tempo dolce e ricco, ma è anche affilato, duro. C’è una grande masticabilità, a richiamare ancora la cera e il miele. Un cereale clamoroso, semplicemente delizioso, e ancora pasta di mandorle. La frutta è straripante: albicocca disidratata, mango, arancia, Su tutto aleggia un senso di libro vecchio, una farmyness a dire il vero non mostruosa, come altre volte ci è capitato con Brora, ma più su sentori di fieno caldo. Zaffatine di pepe nero.

F: rimane il sapore del chicco di cereale maltato con torba, secco e complesso. Molto sapido. Lungo, incantevole. Agrumato e delicatamente vegetale: sintetizziamo in albedo, anche se un po’ ce ne vergogniamo.

Un Brora di un’eleganza mostruosa, a suo modo fresco, diventato anziano in un barile ex bourbon che ha dialogato in maniera intelligente col distillato, senza prevaricarlo. La cera si riverbera infinita e vorremmo addormentarci per sempre con questo sapore in bocca. Dolce ma non eccessivo, broresco ma in maniera sussurrata, molto diversa dagli assemblaggi degli OB. Pare che gli ultimi anni a Brora si producesse malto meno torbato, e qui potremmo avere una parziale riprova. Il voto è alto e combacia con quello di IBR: 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Notorious B.I.G. – Mo Money Mo Problems

 

Botti da orbi: ¡Hasta il Revolution (festival)!

[Zucchetti, Gran Maestro delle Piacevolezze, non si è perso il Whisky Revolution Festival, dato che è una persona per bene: come già l’anno scorso, ecco il suo mirabile resoconto…]

Il regime lavora nell’ombra, cospira duro nel farci credere che dovremmo finire la nostra vita adorando la dea Grappa e offrendo sacrifici umani al dio Prosecco. Sono ovunque, sono minacciosi, sono dannatamente convincenti anche grazie a ingegnose trovate come il resentin e lo Spritz in bottiglietta. Ma per fortuna non arrivano qui.
5d84df17c967fPerché Castelfranco Veneto, novella Kronstadt, è l’Isola che non c’è del malto. Qui si annida un manipolo di arditi rivoltosi che non si rassegnano a finire i loro giorni bevendo solo italiano e per questo ogni anno si ritrovano per organizzare la Resistenza. Niente clandestinità né “Bella Ciao”, ma un Whisky Festival che nella sua seconda edizione ha mandato un messaggio chiaro alla Spectre del Bere Omologato: non ci avrete mai come volete voi.
Ok, ci siamo fatti prendere la mano. Ora riponiamo la bandiera con falce e Gleincarn e sfogliamo i taccuini per snocciolare le mille ed una meraviglie assaggiate in questo Whisky Revolution Festival reloaded, dove il livello medio delle masterclass e dei dram in mescita è ulteriormente cresciuto (e parecchio).

Per dare a questi giudizi in libertà una parvenza di autorevolezza, li abbiamo mascherati da Oscar. Che non c’entrano niente né con il whisky né con la Revolution, è vero, ma se avessimo avuto a cuore solo i freddi nessi di causalità avremmo fatto Ingegneria e non Scienze della comunicazione a indirizzo storico.

Ps. Il fior da fiore (anzi, fior da Fior, dato che tutto si teneva nell’omonimo hotel) non è esaustivo. Tanti ottimi whisky sono rimasti fuori, per esempio perché già recensiti su queste nobili pagine. Che il Talisker 25 fosse buono era chiaro perfino a noi Orbi…

armorik-10-ansArmorik 10 yo (2019, OB, 46%)
Miglior opera prima
Un whisky francese nel bel mezzo della foresta dei mostri sacri dello Scotch sa che deve correre, perché se non tiene il passo finirà sbranato. Clémence Vedrenne – che per Armorik ha tenuto la masterclass al WRF – l’aria di Cappuccetto rosso non ce l’ha, ma nel cestino della merenda ha portato tutta la gamma dei single malt distillati da questa distilleria bretone al suo debutto. Il fatto che la Bretagna sia simile alla Scozia è un indizio, di certo non una prova. Bastasse quello, ci sarebbero Lagavulin pure in Galizia. Però aiuta. Il resto lo fa un’azienda che – dall’entry level alle limited edition – sa cosa vuole. Ovvero arrivare ai risultati di questo 10 anni, che ha una maturazione complicata: due terzi del whisky passano 9 anni in botti di bourbon e 4 in botti di sherry (13 anni in totale) e un terzo fa 10 anni in sherry cask. Una sciarada.
Poffarbacco, il naso contraddice l’etichetta: questi non sono 10 anni! Pare più maturo, con un bell’apporto del legno. Lo sherry è guizzante, al lato vinoso aggiunge un’acidità di papaya, buccia di mela rossa e liquore all’arancia: a tratti sembra quasi Calvados, ma forse è autosuggestione. Una dolcezza fruttata (tropicale, pesca) e di mou è coronata da un’intrigante sensazione di fiammifero. Al palato è molto pieno e di nuovo lucullianamente tropicale, come la Bretagna sa essere (no, eh?). Papaya e succo tropicale misto, fa venire l’acquolina in bocca. La piacevole acidità rimane, ma si aggiunge la sapidità (stavolta sì, segno del terroir) e una bella cera, che in un dieci anni non è così comune. Finale balsamico e fresco, con un tocco floreale, per un whisky più evoluto dell’età dichiarata, dove bourbon, sherry e dna costiero giocano una partita a racchettoni assai divertente. 86/100

Glenfiddich_Snow_Phoenix__33146.1534084268Glenfiddich Snow Phoenix (2010, OB, 47.6%)
Migliori effetti speciali
Tra le novità di questo WRF c’è stata la “prima” italiana del colosso di aste online Scotch Whisky Auction, che ha portato qualche esempio di bottiglia dalle quotazioni sardanapalesche e le ha pure aperte. Sia a gloria a loro nell’alto delle Highlands e pace in Italia a noi appassionati di buona volontà.
Nel quintetto, un malto spiccava per storytelling e inventiva: un’edizione unica di Glenfiddich NAS imbottigliato in (soli?) 12mila esemplari nel 2010. La particolarità? E’ un assemblaggio di barili danneggiati da una nevicata epica che fece crollare il tetto della warehouse, sicché nel magazzino filtrò un raggio di sole che somigliava ad una fenice bianca, tipo quando i Blues Brothers vedono la Luce. Sembra impossibile, ma pare che non fossero neanche strafatti di Lsd quando hanno partorito l’idea.
Con queste premesse, scettici come Pirrone di Elide, assaggiamo circospetti un whisky che arriva ormai a 700 euro in asta. E umilmente ammettiamo che il pregiudizio era mal posto: al naso infatti è eccezionalmente aromatico, con una teoria di suggestioni fresche che vanno dalla frutta (succo di mela, ananas e mango) al floreale (zagara e parecchia gardenia). C’è poi una dolcezza di pasticceria che dalla vaniglia dei bourbon casks si sposta sulla brioche all’albicocca e perfino ai cupcake. Cambia parecchio col passare dei minuti e mostra anche un lato meno estroso e più riflessivo, con cacao in polvere e perfino un filo di fumo. Di nuovo rispunta la mela, ma stavolta sono granny smith croccanti. Al palato sembra più vecchio di quanto non lasciasse presagire il naso. Il legno è fine ma evidente e fa da spalla a una dolcezza di vaniglia, pastafrolla e mela cotta. Nessuna stucchevolezza, anzi una frizzantezza curiosa di zenzero candito, succo di limone e perfino un filo di sale. Poi tutto si richiude sul legno, sul cioccolato fondente e su note di cerino. Il finale è pulito, non lunghissimo ma piacevole, con agrumi canditi, legno e una netta sensazione di arachidi tostate.
Al netto del prezzo e del marketing discutibile, questo whisky dimostra come la mai abbastanza vituperata scelta di Glenfiddich di imbottigliare sempre a 40 gradi sia una tafazzata totale. A questa gradazione la freschezza del distillato può esplodere di intensità. Con un finale più lungo sarebbe stata vera gloria. 87/100

Kentucky-Owl-Bourbon-Batch-7__54222.1508534432Kentucky Owl batch #7 (2017, OB, 59%)
Miglior film straniero
Quando Marco Callegari di Velier fa quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che hanno loro che lavorano con Luca Gargano a Genova, l’unica cosa da fare è interrompere tutto e seguirlo come se fosse il Pifferaio magico. Solo che lui non suona il flauto, ma fa suonare le bottiglie. Artista.
Averlo seguito al banchetto anche stavolta è stata una buona idea. Nonostante l’etichetta di questo bourbon semisconosciuto sia una delle cose più scaccia-acquirenti della storia. Eppure l’abito non fa il monaco e il packaging triste non fa lo spirito, perché fin dal naso si capisce che il gufo la sa lunga: molto più profondo dei bourbon standard, sfoggia un legno venerando e scuro, tra note di cantina e tabacco. Whiskey vecchio fa buon brodo e soprattutto eccellente olfatto, infatti nel batch ci sono anche barili di 13 anni: non proprio roba da tutti i giorni. Accanto a questa maturità, però, guizza il Kentucky più classico, con energici twerking di spezie (rye piccante, cannella) e tarte tatin.
In bocca, la magia! I 59 gradi svaniscono e ti sembra impossibile sia tutto così piacevole. Di nuovo austero, di nuovo legno d’antan e tabacco. Cioccolato fondente al peperoncino, arancia a raffica e pane tostato con della cannella sopra, per un bourbon di scarsa dolcezza e grande struttura. Il finale è vigoroso e lungo: legno di sandalo, l’immancabile tabacco e un lampo natalizio: il panettone con gocce di cioccolato.
Il rinascimento dei whiskey americani passa da qui, prodotti di nicchia di grande spessore e invecchiamento. That’s the way (ah-Ha, ah-Ha) we like it. 88/100

glencadam-21-year-old-whiskyGlencadam 21 yo (2010, OB, 46%)
Miglior montaggio
Per fare un tavolo ci vuole un fiore, per fare un single cask ci vuole naso e fortuna. Ma per fare un core range di imbottigliamenti ufficiali di livello occorre un buon master distiller. Alla Glencadam ce l’hanno senza dubbio (Robert Fleming) e parecchi gli sono venuti assai bene. Chi scrive è stato folgorato dal 17 anni in Porto dunque si è abbandonato con fiducia al 21 yo, denominato con modestia “The Exceptional”.
Da subito ti conquista la potenza aromatica, con una batteria di agrumi micidiale: zagara, sorbetto al limone e bergamotto fanno subito capire che l’età non inciderà sulla freschezza. Si continua così, tra una sensazione tropicale di ananas e banana e di nuovo un che di floreale e dolce: torta di mele con gelato alla camomilla (ma forse si è fatto tardi e la fame parla la sua lingua). Col tempo si fa più denso, tra mango e una morbida nota burrosa. Nessuna sorpresa, nessun difetto.
In bocca è coerentissimo e riprende dal tropicale e dal limone, con lemon curd e cocco essiccato. Il malto deliziosamente dolce alza la voce, spuntano biscotti frollini, Cheerios e cioccolato al latte. Chips di mele disidratate e mousse di pere non fanno mancare la quota frutta. Le spezie (noce moscata) arrivano in fondo, con una punta di lime dolce che sdrammatizza la cremosità vanigliata.
Rimane equilibrato e fresco anche nel finale: tropicale, limone, zenzero e miele millefiori.
Cosa volevamo di più dalla Garelli nello spot anni ’90? Il sangue??? Ecco, cosa chiedere di più a un imbottigliamento ufficiale di 21 anni? È elegante, espressivo, vibrante. Non è un capolavoro di complessità, ma prima di stancarsene uno rischia di finire la bottiglia. 88/100

gloval25yoGlenlossie 25 yo (1993/2019, Valinch & Mallet, 53.9%)
Miglior regia
Fabio Ermoli e Davide Romano fortunatamente non assomigliano alle sorelle Wachowski, ma anche loro di fantascienza se ne intendono. Barili da fantascienza, nella fattispecie. A Castelfranco per esempio è arrivato uno spezzone del loro ultimo capolavoro, un Glenlossie di un quarto di secolo invecchiato in un bourbon hogshead. Occhio, spoiler alert!
Macché Wachowski, qui c’è il genio dei Coen: colpiscono immediatamente l’eleganza e la maturità, ben rappresentata da una nota delicata di incenso. Poi ecco comparire una freschezza vegetale entusiasmante, che dal prato tagliato approda a un nettissimo muschio bianco. È oleoso perfino al naso, cioccolato bianco in ganache come se piovesse. Un po’ di mela golden tanto per gradire.
Al palato è impressionante l’intensità dopo 25 anni. È dolce e severo nello stesso tempo, di un’educazione oxfordiana e perfetta: créme brulèe, sorbetto all’ananas e limone, evoluzione del barile di bourbon. Non è oleoso come al naso, ma sfoggia un piacevole tocco salino e un legno molto elegante. L’alcol è ancora gagliardo e il retrogusto erbaceo e floreale richiama il lato vegetale dell’olfatto.
Il finale – lungo, dolce/salato – tra cedro candito e legno dolce, è eccellente. E il risultato è un whisky completo, di raro portamento, insieme fresco e vitale. 91/100

203558-bigBen Nevis 23 yo (2019, Chorlton, 53.6%)
Miglior attore protagonista e miglior scenografia
Il concetto di “migliore” – da Togliatti in poi – è opinabile, ma quello di “goduria” no. E questo single cask selezionato dal buon David da Manchester lo è senza dubbi. Ventitré anni in due hogsheads riempiti da uno sherry butt, grado pieno e una complessità da labirinto di Borges.
Inizia con una lussureggiante frutta dalle sfumature piacevolmente vinose, tra uvetta e folate di pesca. Poi si immerge nei meandri del minerale, con un cereale ceroso d’altri tempi che sfocia quasi nel profumo di candela accesa. La dolcezza è piena, limone candito e fette biscottate. L’età assume il misterioso profilo di vecchi libri. Frutta secca mista con guscio a fare l’occhiolino.
In bocca è di una cremosità commovente: il malto, la frutta gialla e il miele grezzo si impastano in una sensazione golosissima di pan brioche caldo, dove il burro diventa la stella polare. Pian piano, facendosi largo fra la crema di albicocche e una punta di liquirizia, ecco il barile con la sua eleganza di zenzero. Barile che ti prende per mano fino all’avvolgente finale, tutto giocato su una dolce frutta matura (pesche e albicocche) e un curioso tocco di noce e fiammifero.
Interpretazione magnifica dello spirito Highlands, con quella mineralità che incanta e rende tutto più interessante e quel cereale puro e maturo che indulge sul burro. E noi lombardi si sa, al burro non sappiamo resistere…
Ps. Le etichette di Chorlton – ispirate all’arte medievale – sono generalmente capolavori. Anche questa non tradisce le alte aspettative estetiche. 92/100

 

Glenrothes 13 yo ‘Halloween Edition 2019’ (OB, 46,6%)

Persino momenti bucolici al Whisky Revolution Festival

Chiariamo subito una cosa: questa recensione e il suo incredibile tempismo sono il frutto del colpo di genio di un uomo e di una donna che, pur stremati al termine di due giorni di Whisky Revolution Festival in quel di Castelfranco, hanno gettato il cuore, il fegato e ogni altro organo vitale oltre l’ostacolo. La sala era ormai vuota, gli stand irrimediabilmente deserti, le bottiglie di whisky già tutte malinconicamente impilate a formare bancali, ma i prodi – il nostro Marco Zucchetti e Nadia Bastianon, che fino all’ultimo e oltre ha animato il banco di Velier – hanno realizzato all’unisono che Halloween era ormai alle porte e che proprio una distilleria in portfolio dell’importatore genovese aveva appena sfornato un’edizione limitata di 5000 bottiglie dedicata guarda caso a questa festa ammerigana. In un attimo il bancale era sbancalato, i due come furie ad aprire scatoloni, il sample riempito per la lieta ricorrenza.

9712_the_glenrothes_13_year_old_halloween_edition_2019N: riconosciamo subito una nota che ricorre nei whisky della distilleria, vale a dire un bel carico di frutta secca, soprattutto noci ma anche mandorle. Il profilo generale è di quelli umidi, tra la scatola di legno chiusa da tempo, il cartone bagnato e un filo di cera. Si sente anche la torba, ma abbastanza timida e dal fumo accennato. C’è poi tutto un lato che ricorda cose dolci molto cariche, tra il caramello, i fichi secchi, tanta scorza d’arancia candita e la mela rossa caramellata. Vaniglia, certamente, mentre la parte speziata la riassumiamo con una suggestione di pan dei morti.

P: attacca deciso, forte anche di una gradazione dignitosa. Le note agrumate dominano in lungo e in largo, con ancora arancia candita; dolce e ricco, avvolge il palato con note di vaniglia, creme caramel, uvetta sotto spirito, pesche succose e mele gialle. In effetti sembra fatto per riscaldare il cuore e accontentare i golosi che, con la scusa dei primi freddi novembrini, iniziano a divorare zuccheri a ogni ora del giorno. La torba è ancora un di più ed esce più che altro sulla distanza, regalando una suggestione di caldarroste e un filo di sapidità.

F: abbastanza lungo, su note di zucchero rappreso, cera e frutta secca. Vive la torba, ben integrata.

Chi segue questo spazio sa che su Glenrothes abbiamo spesso speso parole amare. Immaginatevi quanto potevamo partire prevenuti su un’edizione speciale di Halloween con un’extra maturazione in botti che hanno contenuto whisky torbato. E invece il magico mondo del whisky di malto è magnificente proprio perché sa stupirti a ogni assaggio, trasformare una sicura beffa in un whisky gradevole. In generale questo Glenrothes è ben congegnato, un malto moderno creato con uso spregiudicato dei legni per spingere forte su note zuccherine, sontuose, al limite dell’eccesso. Per chiuderla con un discutibilissimo gioco di parole, da cui d’altronde davvero non sappiamo esimerci, noi avremmo giurato fosse scherzetto, e invece era dolcetto: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato:  Tones And I – Dance Monkey (acoustic cover)

 

 

Ledaig 7 yo ‘Artist collective #1.2’ (2010/2017, LMDW, 57,1%)

Tutto si può dire dei francesi, che siano un popolo altezzoso e senza dio, che mettano l’aglio anche nel tiramisù e che i campioni del mondo siamo noi, popopoppopopo… Però se usciamo un attimo dalla dinamica da stadio o da barzelletta, bisogna riconoscere che quando fanno qualcosa difficilmente la fanno male. Prendiamo ad esempio il whisky, che tangenzialmente è anche quello di cui ci occupiamo qui. La Maison du Whisky della famiglia Bénitah è un’istituzione mondiale che – oltre a distribuire la qualunque e ad organizzare il Whisky Live di Parigi – trova pure il tempo di imbottigliare. Una delle etichette, spin off di “Artist”, è “Artist collective”, che riunisce in “collezioni” single malt dal packaging delizioso realizzato da artisti contemporanei. Bene, sfogata così la nostra espressività repressa e frustrata dal non aver fatto il Dams (dove pare il sesso libero fosse in ogni piano di studi), ci versiamo questo Ledaig 7 anni proveniente dalla prima serie: è stato distillato nel 2010 ed è un assemblaggio di 7 barili ex-Bourbon da cui sono state tratte 1785 bottiglie a 57 gradi. L’illustrazione è “3 bid_4 ask” di Bruno Saignez. Avessimo fatto il Dams forse lo conosceremmo, invece non abbiamo la più pallida idea di chi sia, beviamo e basta.

ldgmdw2010N: molto aperto, molto aromatico e pure molto buono, si capisce da subito. Note di mare, di ostriche, di alghe… Il fumo è massiccio, molto aggressivo e un po’ chimico: porto di mare, grigliata di pesce, tubo di scappamento. C’è quell’intensità sgarbata a cui ci ha abituato la distilleria Tobermory soprattutto quando distilla malto torbato. C’è poi una presenza robusta di limone, anche limonata zuccherata. Sale col tempo la torta Paradiso, un che di zucchero a velo che arriva dritto dritto dalle botti di Bourbon. Sempre più erbaceo, col tempo, ma anche sempre più dolce (ci pare di sentire una caramella Leone, qualcuno addirittura dice alla fragola).

P: qui è decisamente più dolce, in senso molto positivo. Intendiamoci, la torba è ancora il primo sentore che entra in scena, con fumo aggressivo, pepato, minerale e chimico. Eccezzziunale veramente. E il limone… quanto limone! Subito dopo esplode la dolcezza, coerente col naso: è una dolcezza influenzata dal barile, con vaniglia, pasta di mandorle e torta Paradiso – ma il tutto è perfettamente integrato e bilanciato. Anche qui molto erbaceo e vegetale, con bordate di pesca bianca e tanto distillato giovane giovane in evidenza. Ah, è a 57% ma uno neanche ci fa caso.

F: molto, molto lungo, con una torba chimica, da plastica bruciata e ancora un fumo acre; a cui si aggiunge il pesce, una marinità di ritorno che al palato sembrava ormai un mero ricordo. Limone, tantissimo.

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L’Artist Collective mentre si esercita su una nuova label

In un’altra vita probabilmente eravamo balenieri o guardiani del faro, perché il whisky costiero ancora esercita su di noi un fascino atavico. Figuriamoci poi un mostro di intensità e di inspiegabile equilibrio come questo giovincello, dove tutto è al massimo volume senza che una sola nota esca dallo spartito. Perfino la gioventù e l’alta gradazione qui diventano una qualità. 91/100, un’opera d’arte.

Sottofondo musicale consigliato: Art Brut – Alcoholics unanimous.

Tobermory 24 yo (1994/2019, Claxton’s, 55,4%)

È da qualche tempo che in Italia abbiamo la fortuna di poter accedere facilmente agli imbottigliamenti di Claxton’s, un piccolo imbottigliatore indipendente inglese (grazie a Davide per la correzione) distribuito da un paio d’anni dal prode Diego Malaspina di Whiskyitaly. Noi seguiamo sempre con curiosità le nuove release, dato che in passato abbiamo pescato ottime sorprese: oggi ci dedichiamo anima e corpo a un Tobermory di 24 anni invecchiato in un singolo barile ex-sherry – e come ci insegna Tagliabue, Tobermory e sherry spesso sanno regalare esiti stellari.

N: mooolto piacevole! La gradazione è inesistente. Evidente lo sherry, con note di uvetta e mela rossa, anche una poltiglia di albicocche o forse di pesche… Un senso di frutta macerata. In grande crescita ecco zompettare fuori una nota metallica, di rame, di ruggine; anche un sentore quasi quasi di carne di gallina (!), una nota un po’ sporchina. Fruttato ma non zuccherino, sporco ma non grasso: Tobermory colpisce ancora con la sua stranezza.

P: resiste nella sua paradossale dolcezza secca e metallica. Esplode una bomba succosissima, molto vinosa, pur non indulgendo sulla dolcezza: ancora mela rossa, uvetta, uva rossa, ciliegia (nocciolo di). Vira con coerenza poi su note più metalliche, di carrube rame e un po’ di legno, andando verso l’amaricante.

F: asciutto, ma ancora con sentori di crema alla ciliegia; lungo, persistente, ancora su metallo e frutta.

Con Tobermory, si sa, non bisogna aspettarsi cose semplici, cose normali, cose banali: e anche in questo caso il copione del freak show è stato rispettato alla grande. Paradossalmente tutte le note strambe e bislacche di questo single cask portano a un incredibile equilibrio: certo non è un whisky facile (ehm), anzi è davvero stimolante, “challenging” direbbero i nostri amici hipster arrotolandosi il risvoltino. A noi è piaciuto molto: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sunn O))) – Kingdoms.

Clynelish 20 yo (1996/2017, Signatory, 46%)

I Clynelish Signatory sono gli Andrea Rossi del whisky. Ce ne sono talmente tanti e talmente simili come annate che ti sembra di essere nel quadro di Magritte dove piovono omini tutti uguali. Ma al di là della massificazione, ognuno è un individuo con un suo sé, esattamente come questi imbottigliamenti. Ok, fine dei riferimenti dotti, rientriamo nei ranghi e nelle warehouses. Voi che ci seguite con così tanta amicizia (e anche con un po’ di sano disgusto, e non vi biasimiamo per questo) sapete come Clynelish sia una delle nostre distillerie preferite. Peccato solo non esista un nome per il feticismo della cera salmastra, la nostra parafilia di riferimento. Questo whisky imbottigliato per la serie Vintage è rimasto per 20 anni nel refill butt 8787: vediamo come sono le cose dopo il Ventennio…

176680-bigN: colpisce da subito una prima nota delicatamente sulfurea, non eccessiva ma di certo presente: zolfanello, proprio. Piuttosto umido, si respira l’afrore delle foglie bagnate. Olio di noce, anche? Anzi, forse è proprio nocino, perché la sensazione è anche liquorosa. C’è poi un lato fruttato che tende al troppo maturo, siano albicocche o mele renette. Per il resto, si fa piuttosto silenzioso… Assaggiamo.

P: mmm, purtroppo è abbastanza coerente e non è un bene. Parte un po’ scarico, poi quel che viene fuori è ancora la noce, ma marcia. Spuntano buccia di mela molto matura, arancia andata e carruba… Resta ancora molto sulfureo, qui va verso il rancido, forse l’uovo. Yogurt alla liquirizia. Non indimenticabile, per usare un eufemismo.

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Riconoscete il Clynelish Signatory cattivo fra tutti quelli buoni?

F: piuttosto lungo, ancora sulfureo, ancora yogurt alla liquirizia. Mela. Mah.

Errare è umano, perfino con un Clynelish: 77/100. Peccato, il barile puzzone ha rovinato il miglior distillato di Scozia con una serie di note off eccessivamente sulfuree che soffocano il dna minerale dello spirito. Non ce la prendiamo, succede, anche se per fortuna non troppo spesso.

Sottofondo musicale consigliato: Nine Inch Nails – Somewhat damaged.

Cragganmore 15 yo (1993/2008, Murray McDavid, 46%)

“Jim McEwan e le sue botti tutte matte” potrebbe essere un nuovo, esilarante film per famiglie. Trama: un pittoresco genio del whisky si diverte a cercare barili che contenevano liquidi al limite del surreale dove invecchiare single malt. Vini fortificati rarissimi, rossi elitari, nafta agricola, i fusti di Wile Coyote con scritto ACME… Va beh, forse questi ultimi no. Comunque, nonostante le leggi della chimica e del gusto dicano che le probabilità di schifezza fotonica siano altissime, incredibilmente le sue creazioni ardite per l’imbottigliatore Murray McDavid erano generalmente piuttosto buone. Speriamo lo sia anche questo Cragganmore di 15 anni, invecchiato in botti di bourbon e affinato in barili di syrah Côte-Rôtie Guigal.

csm_0_406695_cragg93md_fd5be5ea07N: il film è subito avvincente, il profilo è particolare… Inizia piuttosto vinoso, poi pian piano tende ad aprirsi su note fruttate più ‘urbane’ – senza che voglia dire alcunché, chiariamoci. Frutta rossa matura, con una venatura fresca, balsamica, che ci fa gridare alla Ricola al mirtillo o al ribes nero. Composta alla ciliegia, prugne rosse, cotognata, datteri. Brioche alla ciliegia e un po’ di pepe nero.

P: il vino si palesa in una paradossale dolcezza molto acida. Gelée ai frutti rossi ricoperte di cioccolato – e ci teniamo a dire che è Zucchetti a proporre quest’immagine, che riassume bene il cioccolato fondente, quasi astringente, e una mora o amarena in caramella. Pepe nero.

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Le gelee di frutta ricoperte di cui vaneggia Zucchetti sono realtà

F: frutti rossi enormi, infiniti, fragole amarene more lamponi mirtilli. Resta un che di bustina di tè dimenticata lì. Crema di marroni.

Molto carico, forse stucchevole alla lunga: è una strada di montagna, sale e scende e ti tiene sempre sul pezzo. Divisivo: a uno piace, all’altro no, per fortuna c’è Zucchetti che fa pendere la bilancia verso il sì, e la media dei tre voti è 84/100. Assaggiatelo, se lo trovate (ma non lo troverete, peccato). Grazie a Daniele per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Limp Bizkit feat Snoop Dogg – Red light, green light.

Ardbeg An Oa (2019, OB, 46%)

Finalmente lo assaggiamo: entrato nel core range da un paio d’anni, An Oa (che si pronuncia An-ò, come se un francese pronunciasse in italiano una parte vitale ma considerata poco nobile e generalmente poco esposta alla salvifica luce solare) è un NAS di Ardbeg che si assume la responsabilità di fare da ingresso nella gamma della storica distilleria di Islay. È una miscela di PX e bourbon casks, il tutto finito in un marrying vat di quercia francese – queste le info conosciute, tanto vi dovevamo, adesso si beve.

N: beh, molto piacevole. Se dovessimo racchiudere il naso in un’immagine, è una versione ammorbidita dell’Ardbeg Ten, un po’ meno limonoso e un po’ meno marino – ma è molto piacevole. Morbido, fumo caldo, legno, falò; c’è anche un che di tela cerata, di Barbour. Si sente moderatamente la quota in sherry, con un po’ di mela rossa, poi c’è pure il bourbon con vaniglia, zucchero a velo, marshmallows bruciacchiati… Se si aggiunge un poco di limone, l’effetto è quello della Torta Paradiso.

P: un po’ blando complessivamente, ma ancora piacevole e morbidone. Aranciata zuccherata, forse un po’ di scorza; tantissima liquirizia, un po’ di banana… Cremoso, c’è sicuramente del toffee, ancora della mela, fumo ceneroso. Pare più ‘bruciato’ che ‘torbato’, per quel che vale un’affermazione del genere.

F: piuttosto lungo, anche se non troppo intenso.

Buono, piacevole, molto morbido – un whisky fatto per essere bevuto senza pensieri, senza troppe menate… Certo, l’Ardbeg che ci piace è molto più affilato, ma non stiamo a lamentarci troppo: d’altro canto il Ten degli ultimi anni è risalito sensibilmente come qualità, presto ne recensiremo un esemplare. Intanto, a questo An Oa appiccichiamo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Brunori Sas – Al di là dell’amore.

Botti da orbi – Dalmore vs Alajmo: la sfida

IMG_8943[Marco Zucchetti torna alla carica, e come al solito lo fa sacrificandosi per noi sull’altare del benessere: questa volta è reduce da un pranzo stellato in abbinamento a un whisky tra i più celebri al mondo… Povero Zucchetti, povero!]

Quando un amico ti scrive un messaggio del tipo “Ciao, ti va di venire ospite alle Calandre di Alajmo per un pranzo stellato con abbinamento Dalmore?”, ti passano davanti agli occhi i pairing whisky&food di tutta la vita. Una vita fatta di Ballantine’s dopo la pizza, di avvilenti panini improvvisati per asciugare quell’ultimo dram, di degustazioni costellate da benedetti crackerini curativi… Passato lo choc e concluso il flashback, in tre secondi hai già accettato, preso ferie e se la tua torbida anima valesse qualcosa l’avresti già ceduta senza il minimo rimorso.

Consapevoli di apparire dei parvenu che si eccitano per queste quisquilie, facciamo spallucce, ammettiamo serenamente di esserlo e raccontiamo qui il resoconto di una giornata da whisky gourmet all’insegna della più sfrenata lussuria enogastronomica ringraziando Davide Terziotti per quel messaggio e Whisky Club Italia per l’invito.

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Andrea Coppetta, Max Alajmo, Paolo Gargano e Claudio Riva

The Dalmore è distilleria assai rinomata praticamente ovunque, ma in Italia gli appassionati la snobbano un po’, forse per la scelta di imbottigliare tendenzialmente a 40 gradi. Una scelta che però non impedisce una grande ricchezza di sentori, che fa scopa con la cucina. Da qualche anno, anche grazie a Richard Paterson – praticamente la Kim Kardashian dello Scotch – il marchio ha intrapreso l’ardua via del lusso: imbottigliamenti cinquantennali preziosissimi, collaborazioni con chef star come Massimiliano Bottura, eventi nei bar più esclusivi del mondo. E anche una serie di pranzi nei ristoranti stellati, a testimoniare come il whisky del cervo non tema il confronto con sapori complessi.

Paolo Gargano, che con la sua Fine Spirits lo importa in Italia, ha dunque organizzato – insieme a Claudio Riva di Whisky Club – un derby amichevole pazzesco: Dalmore vs Massimiliano Alajmo, il più giovane chef a prendere tre Stelle Michelin e stabilmente fra i best 50 al mondo. Ordunque una settimana fa un’allegra comitiva di fortunati si è ritrovata a Sarmeola di Rubano (Padova) per vedere l’effetto che faceva. Qui il puntuale resoconto di piatti e abbinamenti. Sì, ci facciamo schifo e invidia da soli…

Dalmore 12 yo (2018, OB, 40%)
Capesante arrostite con salsa di pistacchi e ostriche
L’entry level fa scattare subito la ola. Le note piacevoli di caramello, miele scuro e pralina di questo sherry finish poco hanno a che fare con pesci e affini. Ma le capesante hanno una loro goduriosa dolcezza e il connubio è sorprendentemente azzeccato (anche se l’insalatina non ci sta granché, ma provate voi a trovare un whisky che si abbini all’insalatina!). Il distillato è morbido, con l’arancia che tutto pervade ma senza mai eccesso di quella sensazione “appiccicosa” di melassa. Anzi rimane scattante e fresco. Il grado basso aumenta la bevibilità, naso e palato vanno a braccetto, spuntano anche dei biscottini alla cannella. Con le capesante? Sì, con le capesante! 84/100 per il whisky, 8/10 per l’abbinamento.

Dalmore Port wood reserve (2018, OB, 46.5%)
Lumache croccanti, ricotta e intingolo di funghi
Da bravi parvenu, di questo piatto ne avremmo finita una teglia intera, è semplicemente commovente. Però fra tutti i pairing è quello che ha convinto meno, perché il finish in Porto è una brutta bestia. E a dirla tutta nemmeno il distillato di Dalmore riesce a domarla, perché infine è il meno entusiasmante dei sei single malt. Al naso è alcolico ma opulento, con una frutta rossa sotto spirito che va dalle ciliegie alle fragoline di bosco. Fico, papaya essiccata e marshmallows, ma anche qualcosa di bizzarro come legno dell’Ikea, colla e fiammifero. Epifania: il sentore di arancia speziata ricorda un Old Fashioned. Anche in bocca è complicato: abbastanza ruggente, succo di arancia concentrato e dolce che subito vira al secco, al tannico (pasta di legno e foglia di tabacco) e alla menta amara. Té molto infuso, cacao amaro e caramelle alla fragola in un finale lungo ma non indimenticabile. Abbinamento rivedibile, lumache divine. Provato con il dolce invece migliora. 79/100 per il whisky, 6/10 per l’abbinamento.

Dalmore King Alexander III (2018, OB, 40%)
Tagliolini al fumo con scaglie di tuorlo d’uovo
Come, il più sontuoso malto non lo si beve per ultimo? Scelta spiazzante quella di Claudio Riva, ma colpo di genio vero, anche perché struttura sostiene struttura e tutto si sposa a meraviglia. Nei tagliolini ci sono dei cubetti di gelatina di brodo che danno una cremosità eccelsa e il “mouthfeel”, come dicono quelli bravi, è avvolgente proprio come quello del malto. D’altronde con il piatto condivide una intima complessità tecnica di realizzazione: un NAS con un sestuplo finish in madeira, sherry, vino rosso, bourbon, porto e marsala. Cerebrale ma succulento, con zaffate di arancia, nougat e una maltosità golosa. Il cioccolato cola sui nasi dei giusti e degli ingiusti, così come una bella frutta cotta (prugne e uvetta). In bocca la vinosità si fa importante e l’arancia più liquorosa, tipo Grand Marnier. Scorze d’arancia dragee, noci pecan e biscotti da té al cioccolato per un malto piacione e barocco che è impossibile non amare nonostante il finale medio corto (noce moscata, legno e cioccolato). Poi un giorno Richard Paterson ci spiegherà perché quei parchi 40 gradi che mozzano le gambe al Re Alessandro. Nel frattempo qui si dice 86/100 per il whisky e 10/10 per l’abbinamento.

Dalmore 15 yo (2018, OB, 40%)
Risotto di limone nero, capperi e caffè
Altro rebus sensoriale: cosa abbinare a un riso con un limone fermentato che ricorda la liquirizia? Beh, un malto tra i più solidi del core range, quel 15 anni che tanta gioia ha dato a tutti noi. La solidità d’altronde è la chiave di tutta l’esperienza gustativa, perché ci sono tutte ma proprio tutte le sensazioni Dalmore: arancia, cioccolato fondente, nocciola, malto, mou. Il naso è uno sticky toffee pudding con baleni di cioccolata calda e liquirizia dolce (esiste una crema di liquirizia?). Aromatico, legno di sandalo e foglie di té, con una cerealosità tra il biscottato e il pane all’uvetta. In bocca solito problema del basso grado, ma grande piacevolezza. Lindor al caramello, pan brioche, cannella e crema di caffè, ma con un legno sicuro di sé che riequilibra la dolcezza. Nocciole salate in fondo, in un finale troppo breve. Insomma, un whisky da pasticceria col risotto pareva un azzardo, ma caffè e liquirizia sono un link perfetto. 85/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore Cigar malt reserve (2018, OB, 44%)
Germano scottato con crema d’ostriche, anguilla, alga tostata e composta di prugne
Il germano, gran bell’animale. E ora che è stato assaggiato, andandosi a sommare a tutte le altre bestie che abbiamo divorato in vita nostra, si può dire che è anche buono. Il piatto è il più ardito, perché alla selvaggina si sommano la marinità della salsa e la dolcezza della composta di prugne. Ci sta che in abbinamento vada uno dei Dalmore più arditi, quello pensato per accompagnare… i sigari. Assemblaggio di barili ex bourbon ed ex sherry, sfoggia anche un finish in cabernet sauvignon che con la carne sta alla perfezione. Un po’ meno perfetto è il malto, che al naso ha una eccentrica collezione di note grasse: tantissimo cuoio, formaggio, pane molto imburrato e un che di tabacco umido. Rimane la marmellata di arance, il toffee e un’uvetta al rum, a cui si somma un tocco balsamico di resina di pino. L’erbaceo persiste in bocca, tra anice, chiodi di garofano e cardamomo. I 44 gradi gli donano. La frutta prende la forma di un distillato di ribes, poi si fa strada del pompelmo rosa. Vira un po’ sull’amaro, liquirizia salata e cioccolato extra fondente. Il finale è super dry, ancora cardamomo e marmellata di pompelmo. Divisivo, può non convincere ma in pairing si smussano gli angoli e va via liscio. 82/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore 18 yo (2018, OB, 40%)
Consistenze al contrario: pandoro al cacao e té affumicato, gelato al cacao e té affumicato e gelatina affumicata a base di acqua
L’unico abbinamento a cui un comune mortale avrebbe pensato è quello con un dolce al cioccolato, anche se meno elaborato di questo. Motivo per cui di fatto è il pairing meno sbalorditivo. Il Dalmore 18 è il più austero della compagnia, con un apporto del legno molto più accentuato rispetto ai suoi fratellini. Al naso è un po’ chiuso, con note che  vanno dai mobili antichi alla mandorla, dal té iper infuso alla terra umida.
Gli serve tempo per far galoppare sentori profondi di prugne secche che lo fanno somigliare a un cognac. C’è anche qualcosa di nocino in sottofondo, e perfino un tocco floreale (legno di rosa?). Rimane oaky, ma ha una vivacità sorprendente per la sua età. Noci secche, chinotto, uvetta bruciata nel forno e caffè. Un whisky scuro, dove il barile fornisce anche un bel kick di pepe bianco, ma che rimane succoso nonostante la legnosità: il finale è di sherry, arancia e albicocca secca, con del cacao amaro sopra, magari. Probabilmente l’abbinamento con pandoro e gelato al cioccolato ne accentua la predisposizione al tannico e all’astringente, ma a dirla tutta il contrasto è piacevole, stempera un po’ la dolcezza del dessert. 85/100 per il whisky, 7/10 per l’abbinamento.