The Quiet Man 8 yo (2018, OB, 40%)

Il mondo del whiskey irlandese vive oggi un momento di grande ripresa e non sono pochi gli investimenti in nuove distillerie e nuovi marchi messi in campo sia dalle multinazionali che da piccoli produttori o aspiranti tali. E così in questi ultimi anni sono state tante le novità e molti sono stati anche i marchi resuscitati dal glorioso passato del mondo Irish. Il copione è ormai consolidato: si annuncia la nascita di una nuova distilleria e si mettono sul mercato fin da subito ‘sourced whiskey’, ovverosia miscele di barili acquistati da altre distillerie già operanti. The Quiet Man, di proprietà di Niche Drinks, non fa eccezione, riscuotendo un discreto successo coi “suoi” primi whiskey (vinsero tra gli altri un premio col 12 yo al Festival di Roma!) e annunciando nel frattempo l’apertura nel 2020 di una distilleria a Londonderry, nell’Irlanda del Nord. C’è chi dice (la Bbc per essere precisi) che alla fine del 1800 questa cittadina detenesse il record mondiale di whiskey prodotto; e chi siamo noi per smentire anche un tale sproposito? Purtroppo però pare che i fasti del passato non torneranno tanto facilmente, visto che pochi mesi è stato annunciato il passo indietro sulla costruzione della distilleria, poco dopo che la statunitense Luxco ha acquistato la maggioranza delle azioni di Niche Drinks. Verrà mantenuto almeno il marchio The Quiet Man oppure calerà il sipario? Per ora è mistero insonsabile ma noi, gente semplice e facile alla bevuta, non ci angosciamo più di tanto e assaggiamo questo 8 anni distillato in pot still, invecchiato in soli barili ex-bourbon a primo riempimento.

the-quiet-man-8-years-old_1N: un naso verde come i prati d’Irlanda, e al contempo timido come le giovani contadine d’Irlanda (che poi però sarebbe Irlanda del Nord, e vai a sapere quanto e se sono timide quelle altre, di contadine). Basico, tutto su frutta mista e (soprattutto) caramelle miste alla frutta. Molto ingenuo, diciamo. Ci sono lime, cedro, mela verde, una pera piena e aromatica. C’è poi, pian piano, un che di lievito, di birra cruda. Semplice, piacevole, con un cenno minerale che promette bene (uno di noi dice ‘riesling’, non temete, è stato già ricoperto di insulti).

P: scalda un po’ l’alcol, cosa che non convince appieno. C’è su questo versante un che di cartone bagnato, misto a una dolcezza dozzinale e floreale, da caramella alla violetta. Davvero non sentiamo nient’altro.

F: breve, poco espressivo, vagamente erbaceo.

Un whiskey a due teste questo ottenne. Da una parte, un naso più che decente, franco e molto identitariamente Irish. D’altra, il palato si fa invece disastroso, ben lontano da quella piacevolezza spensierata e beverina che spesso cerchiamo in questo tipo di whiskey. Per noi la media fa 75/100, ma assaggiatelo anche voi, non fidatevi delle nostre menti malferme, anche perché si trova abbastanza facilmente nel Belpaese, qui ad esempio.

Sottofondo musicale consigliato: CLAVDIOCuore

 

 

Botti da orbi – due Ben Nevis di Malty Spirits

[Questa settimana abbiamo sottoposto a Marco Zucchetti due sample di un neonato imbottigliatore tedesco, Malty Spirits, ricevuti dal nostro agente segreto a Monaco. Interessante esercizio per il barbuto scribacchino: si tratta di due Ben Nevis coetanei, maturati entrambi in sherry, uno Fino e l’altro Oloroso]

Ben Nevis 22 yo (1996/2018, Malty Spirits, Fino sherry cask #435, 57,2%)

N: parte oleoso e agrumato. Olio essenziale di limone, cedro e olio di semi di sesamo. Fieno e pane fragrante, che pian piano diventano biscotto. Il cereale è bello compatto. C’è una frutta gialla piuttosto dolce (ananas maturo, albicocca e pear drops) e della frutta secca, più che altro nocciola. L’alcol si sente, ma non dà fastidio. Qualcosa di piacevolmente floreale come zagara e pian piano la carta d’identità si fa sentire: legno e zenzero in polvere. Albedo di agrume. Con acqua sembra gelato alla vaniglia.

P: molto caldo, grandissima dolcezza di fetta biscottata in ingresso. L’agrume ancora protagonista, ma è succoso e zuccherato (succo di pompelmo?). L’alto grado porta con sé alta zuccherinità: miele, zucchero d’orzo e mela golden. Rispetto all’olfatto spezie più sugli scudi, con pepe bianco e zenzero. Non è secco ma asciutto sì, non concede nulla alla cremosità. Retrogusto di mandorla molto nitido. Con acqua si fa più beverino ma non cambia granché. Al massimo spunta un che di amaro ed erbaceo nel tripudio di dolcezza. Aloe?

F: coerente, dolce, caramella alla mela, un che di salvia, cedro.

Molto solido, è come se non si concedesse troppe divagazioni: tutto quello che è eccentrico rispetto al binomio agrume/cereale fa capolino e poi subito torna nei ranghi. L’alto grado si sente (soprattutto al palato) ma non è mai sgraziato. Ha un cereale protagonista come altri Ben Nevis in Bourbon, ma una ricchezza di suggestioni collaterali di frutta secca e spezie che ne accrescono la profondità e ne attenuano la secchezza. È whiskoso ma non banale. 87/100

Ben Nevis 22 yo (1996/2018, Malty Spirits, Oloroso sherry butt #829, 51,2%)

N: sherry fruttato, più sul versante acidulo che su quello scuro. Uvetta, ribes e mora e una nota vagamente di vomito o acetica. Indubbiamente vinoso, ricorda i frutti del caffè non tostati. Poi si fa largo un’anima curiosa di erbe officinali: mirto e rabarbaro Zucca, karkadé super-infuso. Piuttosto pungente. C’è anche una frutta più matura e umida, tra l’arancia rossa e la buccia di pesca quasi andata. La cannella aumenta col passare dei minuti. Il bicchiere vuoto è sciroppo di amarena puro.

P:. legnosetto, il primo impatto è sull’astringente. La dolcezza c’è (uvetta, zucchero di canna), ma anche qui nessuna cremosità. Mirtillo rosso, vinoso. Non propriamente cioccolatoso, più arancia essiccata dragee. Liquirizia e chiodi di garofano. Mancano del tutto le note sporche di carne, cuoio o tabacco.

F: più lungo dell’altro e dolce: uvetta, sciroppo di amarena, aranciata.

Sherry decisamente evidente, interrompe il regno del cereale. È uno sherry prevalentemente fruttato e mantiene una grande acidità per tutta l’esperienza di bevuta. Manca un po’ di sfaccettature, si limita a fare il suo compitino. Per carità, lo fa bene ed è molto bevibile e soprattutto il finale – anche se un filo sbilanciato sul dolce – lo rende un bel dram. Però per essere uno sherry di 22 anni è un po’ scolastico. 86/100

Glen Grant 22 yo (1995/2017, Signatory Vintage, 49,9%)

Tempo fa abbiamo fatto visita al Velier Inventorum, uno spazio nel pieno centro di Milano che Velier, storico importatore genovese, ha destinato agli incontri ‘istituzionali’ per presentare i propri prodotti a stampa e professionisti. Noi abbiamo approfittato dell’invito di Marco Callegari e abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio ad alta gradazione, tra whisky di tutto il mondo, Chartreuse, mezcal, rum… I ricordi sono confusi: per fortuna abbiamo la sana abitudine di portare con noi dei sample per poter riassaggiare a casa qualcosa, e oggi questo qualcosa è un single cask di Glen Grant imbottigliato da Signatory Vintage dopo 22 anni di invecchiamento.

N: molto aperto, intenso e invitante: osiamo dire sontuoso nel suo profilo fruttato da Speysider maturo in bourbon. Tantissima frutta: in particolare esplode la mela, gialla e verde, anche albicocca (anzi: proprio marmellata di albicocca, pardon, confettura). Poi pasticceria: ciambellone, crema pasticciera. Cereali caldi e biscotti secchi (oro saiwa, anzi: gli Zalet!, i biscotti di malto e miele millefiori). Non troppo complesso, intendiamoci, ma piacevolissimo e godurioso.

P: la gradazione non passa inavvertita, ma porta esplosività. Partono fiammate di frutta: albicocca e mela gialla, pera: tutta frutta matura, intensa, una macedonia estiva. Ci sono poi venature più ‘scure’, con frutta secca (nocciola), miele. Rispetto al naso, cede in cremosità: ma la vaniglia si sente fin dall’inizio.

F: tende a chiudersi un poco, tra frutta secca (forse noce?, o mandorla?), spezie del legno… Tende all’amaricante – rispetto alla lussuriosa dolcezza del palato. Pepe bianco.

Un “whisky troione” (cit. Angelo) al naso, ai limiti dell’eccessivo, che però si raffina al palato, guadagnando un’inattesa sobrietà, e finisce per tirar fuori il legno perdendo un po’ quella dimensione sontuosamente fruttata che andava promettendo. Ottimo, ragazzi non snobbate Glen Grant solo perché Michele ve l’ha rovinato in gioventù: fanno un whisky delizioso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Drugdealer feat. Weyes Blood – The end of comedy.

Tullibardine 24 yo (1993/2017, Claxton’s, 52%)

Tullibardine, Tullibardine, quante volte ti abbiamo visto far capolino dal ciclio dell’autostrada A9, a metà strada tra Perth e Sterling, e ti abbiamo sottovalutato. Non capivamo, noi francamente non pensavamo, non ci passava nemmeno per l’anticamera del cervello che una distilleria potesse trovarsi in uno dei posti meno ameni dell’amenissima Scozia. E invece, già dal 1949, Tullibardine è sorta dalle ceneri dello storico birrificio Gleaneagles, affermandosi ben presto come una distilleria consacrata alla produzione di whisky per il blending. Dopo un lungo periodo di inattività, dal 1994 al 2003, un consorzio di investitori ha impresso una prima svolta, sottoponendo buona parte delle warehouse a una massiccia operazione di recasking, prima che Tullibardine passasse nel 2011 al gruppo francese di vini e spiriti Picard. Il resto è storia quotidiana, con un core range ancora oggi basato su un uso disinvolto dei legni, anche non convenzionali (Burgundy e Sauternes), nell’attesa di avere stock sufficienti. Noi invece assaggiamo un single cask di Claxton’s, invecchiato per 24 anni in un ben più convenzionale hogshead ex bourbon.

tullibardine-24yo-claxtonsN: molto pungente e secco, curiosamente poco aromatico.  Si presenta nudo senz’altro, mostrando note di alcol, di punte viniliche e vegetali (erba fresca), perfino un che di resinoso. Cartone bagnato. Una punta di polvere. Poco altro, qui e là vengono fuori note di legno, con brioscina e un che di astrattamente fruttato. Strano profilo, sicuramente, ma non ci convince.

P: pera al sapore di whisky, whisky al sapore di pera. Poi un’infinità di frutta secca (nocciola) e un po’ di spezie (pepe bianco). Molto, molto secco. E molto, molto poco d’altro.

F: tanto legno e frutta secca. Felpa la bocca di una drastica nota whiskosa semplice semplice, che non lascia troppo spazio all’immaginazione.

Ci sembra un whisky messo in bottiglia non per cercare il consenso delle masse, non per piacere a tutti, grandi e piccini. Piuttosto esibisce toni ruvidi, soprattutto al naso, dove i 24 anni di botte non sembrano aver più di tanto ingentilito le asperità del distillato. Il palato è invece decisamente più gradevole del naso, anche se tutto sommato abbastanza banale. Per noi bisogna registrare un 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: DezolentGone ft. Mona Moua

Benromach 2008 (2016, OB for Meregalli, 61%)

stiamo ancora aspettando il World Press Photo per questo scatto

Non sono molto comuni i single cask di Benromach, la distilleria di proprietà di Gordon & MacPhail cui vogliamo tanto, tanto bene: il distributore italiano, Meregalli, è riuscito nell’impresa di portarsene a casa uno alla fine del 2016, noi abbiamo avuto bisogno di due anni e mezzo per riprenderci dalla notizia ed ora, finalmente, lo assaggiamo. Non è vero, siamo solo molto lenti. Si tratta di un barile ex-bourbon a primo riempimento, invecchiato 8 anni e imbottigliato alla gradazione contundente di 61%.

N: decisamente molto alcol. Eccolo che esordisce su dei sentori di polvere da sparo/ardesia e di pancetta, molto sporco. Si sentono note di frutta bianca, di zucchero a velo e vaniglia, ma questa patina dolce è come schiacciata da sentori vegetali, come di clorofilla, o di cartone, carta. Nudo, distillatoso, molto alcolico, e con emersioni di vaniglia qui e là. Mah.

P: alcolicissimo, tanto aggressivo. Poi molto torbato, di una torba chimica; ancora poi quella sensazione vegetale, di cartone o di erba un po’ secca, poi una zuccherinità estrema e però pura – appunto, zucchero bianco intensissimo. L’acqua è necessaria: la torba resta intensissima e chimica, e la dolcezza esplode sulla vaniglia – ma niente di più, come sentore.

F: torba, smog, fumo e pane, con una spruzzata di vaniglia.

Il distillato di Benromach, spigoloso e pieno di personalità, si conferma essere una brutta bestia, difficile da addomesticare. Non possiamo dire che questa bevuta sia compiutamente ‘piacevole’, anzi è piuttosto ostica, soprattutto per una gradazione che si fa sentire fin troppo. Con acqua – ribadiamo, necessaria come il lieto fine in una commedia hollywoodiana – diventa piacevole, ma un po’ semplice e immaturo, se dobbiamo dirla tutta. Non sarà un mezzo passo falso a scalfire il nostro amore per Benromach, comunque: si sappia. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bluvertigo – Cieli neri.

Octomore 08.1 ‘Masterclass’ (2007/2018, OB, 59,3%)

lo staff che a Bruichladdich si occupa di Octomore

Octomore, aka il mostro finale, aka la Morte Nera, aka la scodella di cenere, aka “ti spiezzo in due”, aka “Panzer Division Marduk“: Octomore, il whisky più torbato al mondo. Prodotto a Bruichladdich e frutto della geniale invenzione di Jim McEwan, è naturalmente un freak ma proprio per questo, pur costando uno sproposito e avendo uno dei rapporti età/prezzo peggiori della storia (si chiama tecnicamente “capolavoro di marketing”), è tra i più ricercati dai torbofili italiani, che generalmente entrano ai festival schiumando dalla bocca e guardandosi intorno per trovare uno di questi rari esemplari. L’orzo alla base di questo batch subisce una torbatura a 167 ppm, quindi tutto sommato ‘delicata’, se pensiamo che si sono spinti fino a oltre 200… E per avere un’idea, Lagavulin e Ardbeg torbano tra i 50 e i 55 ppm. Octomore Masterclass 08.1 è tutto del vintage 2007, maturato esclusivamente in botti ex-bourbon.

N: irrompe subito una folgorazione, immediata: la boule dell’acqua calda. C’è infatti tutta una gamma di oggetti di gomma (che forse non snoccioleremo per pudore), arrivando fino alla visione di un tir che inchioda, fa fischiare i dischi, i pneumatici sfrigolano, la puzza di smog si sente bene. Lo volevate torbato? Eccovelo! Pian piano si fa largo un sentore balsamico, tipo pino mugo e… tremate… masticha (liquore greco aromatizzato con resina). Zucchero a velo e cedro. Zafferano ma anche cimice spetasciata.

P: anche qui l’impatto è inaspettato… subito netto si staglia un sentore di senape!, inaspettata ma presente. Anche il lato balsamico non si fa certo pregare, con ancora resina e aghi di pino, eucalipto. Coerente rispetto al naso, e quindi impregnato di carbone e plastica bruciata. Dolcezza molto semplice, da zucchero bianco, vaniglia e candito da distillato.

F: chimico, plasticoso. Esce la (relativa, peraltro) gioventù, canditi e new make. Ancora zafferano.

Da una parte è indubbiamente estremo, anche se come sempre diciamo non dimostra di essere “quattro volte più torbato di un Ardbeg”, per intenderci; dall’altra parte sono sempre gli stessi eccessi, gli stessi pregi e gli stessi limiti. Come insegna una memorabile campagna di Pubblicità Progresso degli anni ’90, talvolta il vero sballo è dire no. E comunque, 84/100: di questo undicenne stupisce la percepita gioventù del distillato, che ormai siamo portati a credere darà il suo meglio dopo venti, trent’anni in botte. Aspettiamo con curiosità, e con Burzum nelle cuffie.

Sottofondo musicale consigliato: Burzum – Aske.

Ledaig 18 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory, cent’anni fa

Ledaig è la versione torbata di Tobermory, distilleria dell’Isola di Mull: come abbiamo avuto modo di raccontare tante volte, è un produttore storico che da quando ci siamo affacciati al mondo del whisky, una decina d’anni fa, era tra le peggio quotate in circolazione. “Il whisky che puzza” era la definizione più benevola. Negli anni fortunatamente le cose sono cambiate, e anche i più agguerriti detrattori si sono dovuti arrendere all’evidenza, anche grazie al contributo dei tanti imbottigliatori indipendenti che hanno saputo selezionare barili eccellenti: e se addirittura Serge l’ha definita ‘la nuova Ardbeg’, beh, un motivo dovrà pur esserci. Assaggiamo oggi il 18 anni ufficiale, finito in barili ex-sherry Oloroso.

N: ci aspettavamo un profilo un po’ sporco, e in effetti lo troviamo, molto complesso e variato: note di polvere da sparo, stivali di gomma, ma anche arancia appena muffita, formaggio Shropshire con l’uvetta di corinto affogata (grazie Lorenzo!), taleggio. È grasso e sporco, con torba appiccicosa e salsa barbecue. Detto questo… ragazzi che whisky! Dopo un poco arriva pure un senso di liquore amaro morbido, cioccolato al latte, lampone.

P: qui il percorso sembra essere opposto, e la prima suggestione è… l’epifania di una grigliata di frutta! Tanta arancia rossa e gelée alla frutta (c’è un senso di dolcezza fruttata quasi astratto, quasi artificiale), poi la ‘sporcizia’ prende il sopravvento tra pancetta, caldarroste, torba bella organica e ancora taleggio.

F: lungo lungo lungo, emergono marmellate di frutti rossi e neri. Mirtillo intriso di torba e pancetta, fumo a gogo. Speciale, praticamente unico.

Sentiremo parlare molto del core range di Ledaig: che bello vedere una distilleria che si risolleva e punta dritto verso l’Olimpo dei Malti. Complesso, inusuale, soddisfacente, in grado di pungolare i sensi con continue suggestioni inaspettate… Un profilo francamente unico, che sta lì a dimostrarci che il single malt scotch whisky è un mondo fantastico: con tre ingredienti, più o meno uguali per tutti, ciascuno riesce a fare cose diversissime. Ah, che bello. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Soundgarden – Spoonman.

Botti da orbi – Piove Wilson & Morgan

[Marco Zucchetti è andato fino a Treviso per poterci raccontare sei whisky di Wilson & Morgan. Dev’essere stato molto difficile Zuc, ti siamo vicini.]

Non dev’essere facile dipingere con il Caol Ila. Dare una pennellata di Tobermory, stendere il Glen Grant ad ampie campiture e poi firmare l’opera d’arte: «Wilson & Morgan». Eppure chi ha la fortuna di capitare a Treviso e di incrociare Fabio Rossi in una delle (rare) giornate in cui non è incessantemente in giro per il mondo a cercare barili o a firmare contratti, potrebbe rendersi conto che il suo lavoro di imbottigliatore è esattamente questo. Disegnare con i malti, imprimere il suo stile sui whisky che sceglie e che gli sono valsi più o meno un bancale di medaglie. Lui – po’ imprenditore, un po’ catalogatore ossessivo e un po’ artista – nella sala degustazione nella sede di Rossi&Rossi si muove come nel suo atelier. In quattro ore di chiacchierata circondati a 360° da campioni di botte etichettati, si fa fatica a tenere il conto degli aneddoti sui difetti atavici degli scozzesi o dei ricordi di quando si poteva comprare dello Springbank del ’69 senza in cambio dover vendere un rene e l’anima. Non un’intervista, ma una vita raccontata in forma liquida, dai Port Ellen del ’92 agli House Malt e alla serie decanter di oggi. Ecco perché la carrellata che segue non è solo una serie di recensioncine dei suoi imbottigliamenti fra quelli non ancora indagati su questo sito, ma una specie di biografia in dram. Piove Wilson & Morgan, lasciate chiuso l’ombrello e porgete i bicchieri.

Ardmore 2009/2018 (Wilson & Morgan, 46%)

Whisky dilettevole, senza pretese di complessità ma preciso. Naso “verde”, con un fumo quasi balsamico (verbena) che ricorda certi mezcal, di cui ha anche un che di formaggioso in attacco. Note piacevoli di stireria, lime e cereale torbato. Il bicchiere vuoto profuma di pompelmo. In bocca si fa bruciacchiato e zuccherino, ananas candito, vaniglia e liquirizia pura. Finale coerente di media lunghezza, gelée al limone. Nudo nudello, immediato e scattante. 85/100

Bunnahabhain 15 yo (2002/2018, Wilson & Morgan, Marsala finish, 53,1%)

Il marsala tanto dà e tanto toglie. Qui marca il territorio della vinosità con sentori di mou e tabacco. Crema all’uovo, mela, brioche al miele e tanta frutta secca (arachidi). C’è pure qualcosa di “sporco”, il malto Bunna si sente poco. In bocca è coerente, caldo e oleoso e giocato fra dolce e amaro, forse troppo alcolico. Di nuovo cremosino, con caramello salato e tarte tatin di pere, zabaione, cioccolato fondente e caffelatte. Finale dolce, uvetta, pepe e poco salino per la distilleria. Variazione creativa (e divisiva) sul tema. 83/100

Ledaig 25 yo (1993/2018, Wilson & Morgan, 51%)

Dici Ledaig e ti aspetti un safari tra le suggestioni sensoriali più laide, invece ti ritrovi un whisky dal portamento distinto. Aromatico e balsamico, si apre con verbena e rosa bianca, addirittura tè alla menta. C’è la frutta – mela, susine mature e arancia – e qualcosa di marino, ma tutto è delicato. Un’idea di malto umido fa capolino e subito svanisce. Il palato è tutto del cereale, in versione oleosa: nocciola, olio di semi di lino. Grande mineralità e un retrogusto di provola affumicata bilanciano la dolcezza mielata. Poi si fa secco, il legno alza la voce e chiude una bevuta masticabile con zenzero e cacao. Olfatto primaverile e gusto muscolare: ostico da capire, ma godurioso. 86/100

Laphroaig 20 yo (1998/2018, Wilson & Morgan, PX finish, 54,6%)

Woah, direbbero gli Apache di Tex. Ha l’intensità di un bisonte che carica. Olfatto da grigliata: costine di maiale glassate, caramello, braci. C’è melassa, c’è bacon, sale il colesterolo ad annusare. L’altra metà del mondo è la frutta del PX, lamponi e fragole, orsetti gommosi. Il lato medicinale arriva dopo, misto a cuoio bagnato, dado e chiodi di garofano. Arance bruciacchiate, anche. In bocca è molto old style, frutta matura di ogni tipo e quasi floreale. La torba prende un sentiero costiero sporco di catrame piuttosto parallelo. Il legno però la sovrasta, con un mix secco/amaro: caffè tostato, liquirizia e genziana. Finale sul braciere, caldarroste e sale. Lo hanno messo in decanter, ma resta un guerriero feroce e (troppo?) anarchico, con picchi opposti di umami, dolcezza e amarezza. Moderati sarete voi. 85/100

Caol Ila 18 yo (1995/2013, Wilson & Morgan, Oloroso sherry butt, 58,6%)

Botte gemella di questa, con un grado in più ma piuttosto simile. Prima snasata: Iodosan! Che riassume l’alto grado, la marinità esplosiva e forti accenti balsamici/erbacei. Poi c’è una torba pungente, perfetta la metafora del peschereccio e della gomma bruciata. Pesce affumicato, tabacco, cuoio conciato e cioccolatini After Eight chiudono un gran naso. In bocca è da duri ma espressivo: vinoso, arancia candita, torta di noci pecan e caramello bruciato. La dolcezza di zucchero flambé c’è, ma non esonda. Braci, legno, sale e resina tengono testa. Tutto si ricompone nel finale, dove nell’intenso fumo di arrosto spunta del timo. Miracoloso. 90/100

Glen Grant 25 yo (1992/2018, Wilson & Morgan, Oloroso sherry finish, 51%)

Royal wedding fra malto Speyside e sherry Oloroso. Nel naso c’è tutto: crema all’uovo, noci, eucalipto. Sherry floreale e note di pasticceria: strudel, uvetta drageé e amarene. Spunta la cola, fanno capolino i datteri, perfino un filo di fumo. Al palato è più preciso e scuro, con intriganti dettagli eretici: zabaione, cuoio e aceto balsamico. Il malto non si nasconde, assume le sembianze del pane ai cereali. Ma è un cereale complesso, incorniciato da resina, lavanda, caffè e cioccolato. Lungo il finale, tra pesca al forno, gianduia e pepe. Lussureggiante opulenza barocca, giù il cappello. 91/100

Longmorn 28 yo (1989/2017, Valinch & Mallet, 45,4%)

belli come il sole

Se ricordate, qualche anno fa erano molto comuni i Longmorn indipendenti: se ne trovavano di frequente, e i broker erano pieni di barili da vendere. Di recente la tendenza ha visto una frenata, e ora sono molto più comuni nomi meno noti, di distillerie meno conosciute – che così diventeranno più familiari agli appassionati, e così via. Di fronte a questa grande metafora del ciclo della vita (eh?), noi tiriamo fuori dal cappello proprio un Longmorn del 1989, selezionato e imbottigliato dai prodi Valinch & Mallet nell’ormai preistorico 2017.

N: ha due lati, che si alternano in maniera equa ed equamente schizofrenica: uno, più educato e quasi austero, tra il panino al latte e il limone candito; l’altro, invece, che mostra un’esuberanza di frutta tropicale essiccata dall’alto contenuto zuccherino (papaya e ananas). Una nota di uvetta burrosa e di gelato ci fa pensare al gusto Malaga – pian piano evolve, mostrandosi sempre più pieno.

P: anche qui molto educato, diviso tra la vaniglia, ancora il panino al latte e una frutta gialla che guarda alla tropicalità (qui sul cocco). Certo, nessuna di queste anime prevale, e complessivamente il profilo è abbastanza timido, e sconta forse il fatto di non avere una dimensione cremosa. Molto tagliente, molto thin: va facendosi erbaceo pian piano, con una netta menta verso il finale.

F: frutta secca e cocco, di medie lunghezza e intensità.

Diciamo che mostra i segni di un whisky quasi trentenne, con note tropicali così evolute e, nella nostra esperienza, così tipiche dei Longmorn appena un poco agée. Resta però a metà strada, un po’ troppo magro per le nostre aspettative e un po’ troppo erbaceo per risultare pienamente fruttatone, nonostante un naso assai promettente: siamo incontentabili, l’avremmo preferito più ruffiano, soprattutto al palato – e comunque ce ne berremmo a litrate. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Prodigy – Serial thrilla.

Bowmore 1999 (2011, Murray McDavid, 50%)

Lo scorso dicembre un fantasma si è aggirato per l’Italia del whisky: era una bottiglia dorata, scintillante, ripescata dall’oblio dai ragazzi del Milano Whisky Festival. Si tratta di un single cask ex-Chateau d’Yquem di Bowmore, selezionato da Jim McEwan (mica l’ultimo arrivato) ai tempi della collaborazione con Mark Reynier e Murray McDavid, e imbottigliato proprio da MMD per TF Costruzioni, azienda edile italiana guidata da un grande appassionato di whisky, Flavio Tognon. Noi l’abbiamo assaggiato durante l’Artigiano in Fiera e ne abbiamo portata a casa una bottiglia, vediamo se abbiamo fatto bene o se avevamo solo bevuto troppo.

N: molto vincente e convincente la parte fruttata, esplosiva e totalizzante. Frutta gialla matura, e una bella frutta tropicale, grassa, matura, ‘sudata’. Poca la torba, forse un po’ soffocata dalle note vinose, ma c’è sicuramente una deliziosa mineralità insistente. Un senso di acidità agrumata, e un coro unanime dice: “cedrata Tassoni”. Un punta speziata, tipo chiodo di garofano.

P: grasso e vinoso, lavorato. L’abbinamento spesso proposto dai sobri cugini d’oltralpe di foie gras e Sauternes si ripropone qui, trasfigurato nella contrapposizione tra torba e dolcezza vinosa. Deliriamo? Sì, indubbiamente; però è buono. Contro ogni attesa è molto Bowmore nonostante tutto, tra una grande frutta tropicale e punte di fiori freschi. Al palato la torba è più presente, accompagnata da una sapidità robusta. Pur se a 50 gradi, è veramente super-beverino.

F: leggera torba e spezie (ancora chiodo di garofano), con una leggera nota amaricante. Suadenti note di sauternes caduto in acqua salata. Crema di marroni.

Che bontà, davvero. Non è certo un Bowmore delicato, sussurrato, non è un quadro realizzato con pennellate leggere: dallo Chateau d’Yquem cadono pesanti spatolate di colore, ne vedi la piena sostanza materica appiccicata nel bicchiere – e ne godi come un matto. Un whisky grasso, pieno, succoso, fruttatissimo e molto dolce, appena venato da sale e mineralità, a inseguire vette di piacere: non un mostro di complessità, ma un mostro di goduria sì: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Claypool Lennon Delirium – Blood And Rockets: Movement I, Saga Of Jack Parsons.