White Horse ‘Carpano Import’ (fine ’70, OB, 40%)

Prima che le case ci ingurgitassero e rimanessimo tutti in preda a deliri indotti da un abuso di dram solitari, ci ha dato sollievo riunirci un’ultima volta nell’accogliente tana della famiglia Corbetta, all’Harp Pub Guinness, qui nella Milano oggi desertificata. Come già accaduto altre volte nel recente passato, il padrone di casa Angelo ha messo a disposizione delle folle alcune bottiglie provenienti da una cantina ben pasciuta in 40 anni di attività, e va da sè che siano saltate fuori delle chicche non SAVE_20200313_152359indifferenti- qui affianco è per l’appunto da ammirare il magnifico parterre. Tra i whisky bevuti abbiamo però subito riassaggiato con più calma quello che ha aperto le danze della degustazione, quello commercialmente più umile, un apparentemente anonimo White Horse Carpano Import, e cioè un blended whisky imbottigliato negli anni ’70. Pur non essendo in Italia molto diffuso ai giorni nostri, il Cavallino Bianco, oggi nella scuderia Diageo, è uno dei marchi più gloriosi e longevi nella storia dello Scotch, tant’è che i primi passi li ha mossi grazie alle  gesta tardo ottocentesche di Peter Mackie, all’epoca pure istrionico proprietario di Lagavulin. Di Mackie ricordiamo l’abilità comerciale che decretò il successo di White Horse, ma soprattutto ricordiamo una battaglia senza esclusione di colpi con la vicina Laphroaig, che lo portò a fondare ex novo la Malt Mill Distillery con l’intento di mandare in malora i vicini compagni di torba. Oggi questa distilleria perduta è l’unicorno per eccellenza tra le distillerie del passato, ma questa è tutta un’altra storia…

IMG-20200313-WA0036N: Che bellezza! C’è una prima patina setosa, che ci fa venire in mente del pane, o una brioche, o addirittura una veneziana; comunque, una patina quasi cerosa francamente deliziosa: favo di miele. Poi mela, tantissima mela, anche cotta e perfino caramellata. Col tempo, pare diventare più fresco e succoso, con note di ananas, succo d’arancia; cresce il miele, anche, e arriva quasi a farsi floreale. Lievissimo accenno, come di orzata, o frutta di marzapane.

P: qui resta molto avvolgente ma tende a farsi un poco più ‘normale’, con delle note di castagne cotte, di frutta secca, ancora marzapane; miele. Anche la parte fruttata tende a contrarsi un po’, con note che stanno tra la buccia di pera e la mela. Verso la fine, un ricordo di cannella, o forse di noce moscata – come se fosse presente in un biscotto però, non in autonomia.

F: panna cotta, pasta di mandorle e miele; un filo di fumo, rimasto sotto traccia al naso e al palato, qui si fa più palese.

Dopo averlo bevuto non possiamo non tornare a tirare quel filo rosso che lega White Horse a Lagavulin. Per anni infatti la distilleria ha fornito parte del malto destinato al blended e in epoca pre Diageo il cavallino appariva a sua volta nelle etichette del single malt di Islay. Nel bicchiere abbiamo ritrovato questo sodalizio, sotto forma di un sottile

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gente che beve e sfancula Covid-19

mineralità torbata ma, come abbiamo dilingentemente annotato, abbiamo poi trovato anche molto altro: stupisce che con soli 40 gradi e dopo 40 anni di riposo in bottiglia, questo blended sia ancora teso e vigoroso nel bicchiere. Ogni nota è sì leggera e sfumata, ma  ancora ben leggibile e in uno spartito molto complesso. Ancora una volta “sui nostri volti stupefatti si dipinge lo stupore”, come direbbero gli immortali Elio e le storie tese,  e ci chiediamo: “Ma davvero questi erano i whisky di consumo un tempo?”. Un tramortito 86/100 è tutto quello che sappiamo dire in risposta.

Sottonfondo musicale consigliato: un capolavoro del 1983 praticamente obbligato, ovvero White HorseLaid Back

Filey Bay ‘2nd release’ (2019, OB, 46%)

Da un po’, ormai, il whisky Inglese sta vivendo una sua personalissima Golden Age, con nuove distillerie in rampa di lancio, con filosofie chiare, concetti forti alle spalle e – soprattutto – grande qualità nel bicchiere, anche a fronte di età molto giovani. Abbiamo Costwolds, Bimber, St. Georges, Lakes… Il segreto, sembra, è quello di produrre un new make di altissima qualità, “già buono da bere bianco”, se vogliamo, così che una breve maturazione con legni di qualità riesca a dare effetti ottimi in tempi rapidissimi. Ultimamente ci piace sperimentare cose nuove, e dunque affrontiamo Filey Bay, il Single Malt distillato nella piccola Spirit of Yorkshire Distillery – gente che, a proposito di concetti forti, fa del #fromfieldtobottle il proprio mantra (leggetevi tutto qui). Oggi assaggiamo la Second Release, solo 6.000 bottiglie, miscela di pot e column still, maturazione tutta in botti ex-bourbon.

N: non fa nulla per vestirsi da grande e vendersi più maturo, ma fa proprio bene. Un profilo onesto, fatto di lime, yogurt, sorbetto agli agrumi, un gran gelato alla banana. Piacevolmente erbaceo, quasi verso note di dentifricio (avete presente l’Emoform, leggermente salato? Proprio lui). Solo dopo un po’ esce la vaniglia (artificiale: Danette alla vaniglia). Una lieve patina come polverosa, da catasta di cereali.

P: molto interessante. Qui è più pungente che non al naso, resta senz’altro dolce, con vaniglia, biscotti, chicco di malto e un po’ di cioccolato bianco. Pera. Non pensatelo stucchevole però, mantiene una sua bella freschezza con albedo di limone, l’erbaceo del chicco d’orzo. A tratti ancora sorprendentemente sapido.

F: abbastanza lungo e lievitoso, con toni fruttati (buccia di pera).

Morbido e seducente, con dolcezza d’orzo e di barile… ma c’è anche tutto il resto dell’austerità di contorno che tanto ci piace. Siamo onesti: semplice è semplice, intendiamoci, è un tre anni e li dimostra tutti, non nasconde la nudità del distillato. E però, dato che è buono si merita ogni lode possibile: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – All Hell Breaks Loose.

Auchentosan 26 yo (1991, Claxton’s, 54,1%)

Torniamo a vagolare nei magazzini di Claxton’s, e ci imbattiamo in un barile ex-sherry di Auchentoshan, distillato nel 1991, esattamente dieci giorni dopo che l’Azerbaijan aveva dichiarato la sua indipendenza dall’Unione Sovietica. Sarà forse una coincidenza? Beh, noi non crediamo proprio. Riuscirà il whisky di una delle pochissime distillerie rimaste a praticare la tripla distillazione in Scozia a rendere onore alla baffuta fierezza dei nostri amici azeri, o crollerà piuttosto a terra come una statua di Lenin abbattuta dai manifestanti?

N: arriva molto ricco, con note decise di croccante alla nocciola e caramello. C’è una dimensione fruttata, certo zuccherina, tra la mela rossa glassata e il chinotto. Un profilo scuro, molto virato sulla botte. Anche note di chiodi di garofano e prugna. Il distillato non è pervenuto, e nel complesso, a giudicare dalla freschezza, non pare dimostrare i suoi 26 anni.

P: l’alcol è molto ben integrato, arriva forte il legno, tra liquirizia, frutta secca e caramello. Prugne e uvetta bruciacchiata del panettone (c’è chi sbrocca e dice: trecce all’uvetta del panettiere!). È vivo, con una certa spiccata acidità.

F: finale medio lungo, discretamente elegante e rotondo con una bel legno piacevole.

Claxton’s ci ha abituato a whisky mai cafoni, equilibrati e centrati. Qui il barile, complice forse un distillato non così di personalità, fallisce l’obiettivo di entusiasmare, perché con 26 anni sulle spalle ci si aspetta un poco di complessità in più. Diciamo che da solo forse non avrebbe avuto la forza di abbattere il regime in Azerbaijan, ecco – gli mancano i baffi. Ad ogni modo, sia chiaro: resta una bevuta piacevole e stiamo comunque parlando di uno dei migliori Auchentoshan mai assaggiati, almeno nella nostra limitata esperienza: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: U2 – Desire.

Botti da orbi: East London whisky team

Oh East London
is wonderful
oh East London is wonderful
it’s full of tits, whisky and West Ham
oh East London is wonderful

Il coro dei coloriti tifosi del West Ham non suona esattamente così. Diciamo che – al posto del tradizionale distillato di cereali – la metrica prevede un’altra piacevolezza della vita specialità dei ginecologi. Il fatto è che l’East End sarà pure la “London’s historic home of distilling”, ma Lea Valley, l’ultima delle sue gloriose storiche distillerie, ha chiuso nel 1904, quindi i poveri hooligans per le loro canzoni hanno dovuto accontentarsi. Fino ad ora, almeno…

Se si arriva dalla fermata Mile End, dopo una passeggiata lungo il Regent Canal che dalla ressa del Big Ben e Piccadilly ti proietta magicamente in un angolo di Amsterdam o Amburgo, la prima cosa che si vede è la ciminiera, che faceva parte di una vecchia fabbrica di colla. Un edificio che, dal 2014, in quest’area residenziale abbracciata da canali pieni di barconi chiamata Bow Wharf, è diventato la sede della East London Liquor Company.

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Il bar e – dietro – la distilleria: location ideale per un video dei Kasabian o dei Kaiser Chiefs

Varcato il cancello del cortile, ci sono due corpi di fabbrica. Uno è lo shop/ristorante/BBQ, dove si organizzano cene e degustazioni, l’altro la distilleria vera e propria. Anche se – appena entrati – la sensazione è di essersi sbagliati. Un enorme salone e un bancone da bar ancora più impressionante possono farti credere di essere finito in un locale indie. Ma dietro la bottigliera, attraverso un vetro, si vedono sfavillare gli alambicchi. E tutti i dubbi evaporano come alcol nel collo di cigno.

ELLC Distillery
In fondo, dietro la bottigliera, gli alambicchi di ELLC. A destra il pot still dedicato al whisky

Eppure – come spiegano Rose & Rosie, a cui spetta l’ingrato compito di rispondere alle domande del nerd curioso in gita – la sensazione di essere in un bar non è casuale. E ha a che fare con il fondatore dell’ELLC, Alex Wolpert. Che dopo una carriera da bar manager in un ristorante del centro, è incappato in una rivoluzione personale che si chiama paternità. Notti insonni e pannolini non si addicono a chi deve fare le 5 di mattina con lo shaker in mano. Da lì, l’idea di mettere su una distilleria, ma senza dimenticare l’amore per la mixology.

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Alex Wolpert, fondatore di ELLC

Dicono che un altro motivo per cui Alex si è tuffato in questa avventura sia che “si era stancato della gente che ordinava sempre il distillato più costoso”. E dunque, ecco la filosofia di base: produrre qualcosa di accessibile in grado di rivaleggiare in qualità con i migliori spiriti. Il tutto senza rinunciare alla trasparenza, sia in etichetta sia con la vetrata che abbiamo di fronte, da cui si vedono le colonne di rettifica.  Nel 2015 inizia ovviamente con il gin, London dry e barrel aged, a cui seguono una 100% English vodka e un Demerara rum. Utilizza due alambicchi tedeschi, entrambi Arnold Holstein: quello da 450 litri per il gin, quello da 650 per rum e vodka. Poi, nel 2017, il grande salto, con un pot still da duemila litri. Obiettivo: il primo whisky di East London in oltre un secolo.

Prima di proseguire con il tour, bisogna fare un inciso. Dopo il boom del gin, ora è il whisky a fare eco con un’esplosione di interesse che è inevitabilmente anche un’esplosione di affari e marketing. Se nel 2018 l’Inghilterra per la prima volta ha superato la Scozia come numero di distillerie, un motivo c’è. E non è filosofico. Il whisky funziona, vende. Ha costi di stoccaggio molto più alti del gin, ma consente di mettere sul mercato imbottigliamenti di tre anni a prezzi da 18 anni. Certo, bisogna raccontare una storia. E utilizzare l’aggettivo “primo” funziona sempre. Così, persa per un soffio l’occasione di scrivere in etichetta “il primo whisky di Londra” perché bruciati sul tempo dalla London Distillery, ecco la dicitura “first East London whisky”. Il che – dicono i maligni – “è come dire il primo vino rosso imbottigliato nelle Fiji”: lascia il tempo che trova.

Chiusa la parentesi cinica e globale sul proliferare delle distillerie nel Regno Unito, si torna fra gli alambicchi per capire cosa si fa qui. “L’English whisky ha un disciplinare molto flessibile  – spiegano R&R -, il che ci consente di sperimentare e divertirci”. Per esempio con sua maestà la segale. Infatti, il primo whisky a uscire dagli alambicchi di Bow nel settembre 2018 è stato il London Rye®, di cui ELLC ha anche brevettato il nome. Il padre biologico è Andy Mooney, il master distiller irlandese che gioca con ogni tipo di barile, dal cognac al vermuth, dall’acacia all’orange wine biologico. Oggi il core range si è arricchito anche di un single malt e di un imbottigliamento in partnership con i ragazzi di Sonoma, ma prima di ficcare il naso nei bicchieri è doveroso ficcarlo in distilleria.

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Il fermentation tank con la sua schiumina

Dove da due anni ha fatto la comparsa un mash tun, arrivato a far compagnia ai tre tini di fermentazione da 4mila litri. Fermentazione che dura cinque giorni e che avviene grazie a una miscela di lieviti particolare: “Un lievito nostro, si può dire quasi della casa. E un lievito saison (belga, ndr) che cambia durante l’anno, così che si ottengono batches di London Rye® sempre differenti, stagionali appunto”. Per inciso, le proporzioni del mash recitano: 42% segale del Norfolk e 58% “extra pale malted barley” forniti dal Crisp Malting Group.

Mentre mi accompagnano in cantina, dove maturano i barili (c’è chi dice che vengano anche ruotati al suono di musica techno, ma non ci sono conferme ufficiali…), R&R raccontano di come l’impresa stia attraendo parecchio interesse. Il crowdfunding su Crowdcube, avviato per raccogliere 750mila sterline, ha già raggiunto 1,3 milioni, con 927 investitori. “Facciamo cose che berremmo noi”, spiegano orgogliose. E che si vendono bene, come testimoniano i due shop cittadini, al mitico Borough Market e al Seven Dials Market di Covent Garden.

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Le tre espressioni lanciate a ottobre

Ok, finora si è parlato molto e si è bevuto poco, percui è tempo di assaggiare i tre rilasci dell’ottobre 2019. Prima di lanciarci nell’esperienza sensoriale, piccolo accenno estetico. Il logo, un cavallo rovesciato, è una citazione storica, poiché nella vecchia fabbrica la colla era prodotta con le carcasse animali. Invece la bottiglia e il packaging, senza dubbio originali e di effetto, sono accuratamente studiati da Stranger & Stranger. Il tappo – di metallo pesante e con la mappa di Londra – è bellissimo, roba da tenerlo sulla scrivania come fermacarte.

ELLC Single Malt (2019, OB, 47%)
Il primo single malt prodotto qui è invecchiato in un mix di botti: Sonoma bourbon, Sonoma rye e Kentucky bourbon. Al naso è dolce e leggero, quasi erbaceo (fieno?): bucce di pera, zuccherini alla banana. Lieve gelato alla vaniglia, un tocco di miele e limone. Col tempo un filo di burro d’arachidi emerge: una personalità non totalmente definita, che la gioventù è bella ruggente qui. In bocca invece si fa più centrato, molto dolce e biscottoso: shortbread, wafer con crema di cioccolato al latte, miele. Di nuovo zucchero e pera Williams. Finale corto, acerbo e dolce.
Inevitabilmente semplice, data l’età (non specificata) e l’uso di barili non eccessivamente marcanti. Non mostra difetti marchiani, ma neanche un fascino irresistibile. Come cantava De Gregori, il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, quest’altr’anno giocherà con la maglia numero 77/100

ELLC Sonoma collaborative blend (2019, OB, 45.5%)
Frutto dell’amicizia e della collaborazione fra Alex e Adam Spiegel, della Sonoma, è un blend di ELLC London Rye maturato in varie botti (ex peated, PX e rovere francese vergine) e bourbon Sonoma. All’olfatto è immediatamente aromatico, con amarene fresche, polvere di cacao e un che di floreale. Spezie della segale e pane tostato. Poi, però, la livella dell’alcol si abbatte un po’ troppo pesante e le potenzialità vengono tarpate. Al palato è meno aggressivo, anche se un po’ meno esuberante dal punto di vista aromatico. Pane di cereali, ancora ciliegie, cioccolato. Le spezie della segale avanzano, pan pepato e cannella. Finisce sulle note di arancia e amarena.
Fra tutti, il più promettente, soprattutto al primo naso. Il marchio di fabbrica Sonoma è riconoscibile e l’aroma di ciliegie e amarene di fatto accompagna tutta la bevuta. Per l’eleganza, occorrerà aspettare ancora qualche anno. 78/100

ELLC London Rye® batch #2 (2019, OB, 47%)
Il secondo batch è stato inveccchiato 4 anni in un mix di botti di PX ed ex peated che hanno contenuto gin… Se non è sperimentale questo! Ad ogni modo, si apre con una botta balsamica inattesa. O forse l’impatto del gin doveva lasciarla presagire? Amaro medicinale (con la relativa dolcezza), genziana. Poi un che di sarsaparilla e bacon. L’influsso dei barili ex torbati è tutto qui. In bocca invece si fa più evidente, con caramello bruciato e una nota di marmellata o frutta cotta rimasta un po’ troppo sul fuoco. Prugne, o forse – ma sarà suggestione – sloe gin. Si fa largo ancora una nota erbacea. Il finale invece rimane più standard, di segale affumicata.
Il più divisivo del trio, ma anche quello con più carattere. C’è oggettivamente tanta (forse troppa?) carne al fuoco: la segale, la torba, la dolcezza dello sherry, il tocco del gin… Il risultato è un carnevale un po’ disordinato ma suggestivo. Lo si può odiare o apprezzare, ma di sicuro non lo si può ignorare. 78/100

Riassumendo, la ELLC esemplifica bene il nuovo hype intorno al whisky inglese. Start-up agili, imprenditori giovani e pieni di idee, location piacevoli che uniscono impianto produttivo e accoglienza e che strizzano l’occhio a una clientela più giovane, più legata ai cocktail bar che alle distillerie di Scotch. La sensazione è che la passione ci sia e che l’idea di fondo (puntare sulla segale, legarsi alla zona di East London) funzioni. I prodotti, invece, per ora non sono ancora arrivati alla soglia dell’eccellenza. Hanno potenzialità e creatività, ma occorre pazienza. Senza eccessi di stravaganza e con qualche anno di maturazione in più, qualcosa di ottimo fiorirà, sulle rive del Regent’s canal.

[Una piccola nota: East London Liquor Company è distribuita in Italia da Italiana Liquori e Spiriti, quindi per assaggiare il primo Rye Inglese non è necessario andare fino a Londra!]

 

Glenglassaugh ‘Octaves’ Classic batch #2 (2018, OB, 44%)

Hey, we’ve been there!

Dopo qualche anno di assenza dalle nostre pagine, torniamo a mettere piede a Glenglassaugh, sfortunata distilleria delle Highlands parte del gruppo BenRiach (gruppo di recente passato dalle mani di Billy Walker a quelle di Brown-Forman, colosso americano dell’alcol). Perché sfortunata? Beh, povera, è rimasta chiusa tra il 1986 e il 2008 – cosa che spiega perché il suo core range è diviso tra vecchioni e giovincelli, senza vie di mezzo. E poi diciamocelo francamente, del gruppo BenRiach lei è certo la meno amata dagli appassionati, se vogliamo proprio dirlo così, è un po’ la sfigatina del trio – ed è un peccato, però. Quando noi l’abbiamo visitata, tre anni fa, ci era piaciuto molto il contrasto tra il luogo, particolarmente ameno, e la struttura nuova della distilleria, molto… come dire… cementosa: guardate il profilo del tetto, sembra l’icona della fabbrica che si trova sui cartelli stradali! Ad ogni modo abbiamo tra le mani un sample del secondo batch di Octaves, versione Classic ovvero non torbata: messo in commercio nel 2018, è frutto della turbo-maturazione in barili piccoli (octaves, appunto, da 65 litri) ex-Bourbon ed ex-Sherry, sia Pedro Ximenez che Amontillado, ed è uno dei primi imbottigliamenti che indossano il cappello di Rachel Barrie. Ci aspettiamo un legno assai attivo, n’est-ce pas?

N: molto accattivante, fresco e fragrante. Ha una vivacità aromatica quasi da bibita, fra aranciata e EstaThè al limone. C’è anche un che di pasticceria maltosa, con croissant all’albicocca e pan brioche caldo. Lo sherry non si nasconde, lasciando una scia vinosa ma mai pesante o stucchevole. Mirtilli rossi disidratati!, è la folgorazione; ma poi ci sovviene anche la pralina al cioccolato con latte e caffè.

P. che botta di intensità! Non molto coerente con la freschezza del naso a dire il vero, ma senza dubbio di impatto. Corpo vigorosissimo per i 44%. Qui gli octave fanno sentire tutta la loro presenza: attacco molto dolce, poi tannini a go go, caffè, christmas pudding (chiodi garofano, scorze arancia e cannella). Caramello fuso e marmellata di mirtilli rossi. A bilanciare parzialmente questo muro di dolcezza, arriva una sensazione ossidata che vira al secco, probabilmente frutto dell’Amontillado.

F. meno spiccatamente zuccherino, si asciuga un po’. Caramello, arancia, sherry secco. Con acqua aranciata.

Una cosa va detta: è fatto bene. Può essere giovincello, può essere sfaccaito, può essere anche un po’ eccessivo, ma il risultato funziona alla grande. Il mix di botti crea un whisky carico ma molto espressivo, che unisce un olfatto fresco a un palato più tannico, ma comunque ben bilanciato dallo sherry secco. Non te ne finisci una bottiglia in un attimo, però non è neanche di quei malti che dopo il primo sorso metti via ogni altra voglia. A occhio, anzi a naso, la manina di Billy Walker (re indiscusso del cask management Scozzese) ancora un poco si sente. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Weirdos – We Got The Neutron Bomb.

Poker di whisky dal mondo

Inutile nasconderlo, il nostro debole per il whisky prodotto in Scozia non è una cosa che possiamo mascherare facilmente: delle oltre 1200 recensioni pubblicate ad oggi su questo umile taccuino internettiano, più di mille raccontano infatti i mille anfratti dello Scotch Whisky. E tuttavia ogni tanto ci viene da levare gli ormeggi e uscire dal nostro porto sicuro, tanto più che ormai la produzione del whisk(e)y è un fenomeno pienamente mondiale. Ce lo suggerisce con la consueta lungimiranza Claudio Riva, che dopo aver vinto con Whiskyclub la scommessa della moltiplicazione degli appassionati italiani di whisky (più di 11 mila iscritti in 6 anni!), gioca ora la partita della crescita del movimento dei distillatori nostrani con Distillerie.it. Nel nostro Paese, Puni è ormai una solida realtà, ma chissà che nei prossimi anni nuove e vecchie distillerie non decidano di puntare con forza sul Re dei distillati… Oggi comunque il gioco delle recensioni ci porta lontani da queste suggestioni romantiche.

Mars Kasei (2019, OB, 40%)

Questo blended giapponese senza età dichiarata e dal prezzo decisamente invitante (circa 40 euro per un whisky giapponese sono una pacchia ai giorni nostri), arriva dalla micro-distilleria Shinshu Mars, detentrice di un primato non trascurabile: è la distilleria più in altura del Paese, operando a circa 800 metri sul livello del mare. “Kasei” significa Marte, ma davvero voleremo via nello spazio tra i pianeti?

offertaFileFile-121742N. vodka di patate, frutto della carambola, pasta di ciambelle cruda, buccia mela verde e limone. Risulta un po’ sgarbato, con un’acidità a tratti eccessiva. Burrocacao alla fragola

P. molto dolce e abbastanza spento, corpo acquoso. Miele di acacia, caramella alla mela, chicco di cereale.

F. corto e zuccherino, con un filo di pompelmo

Occorre una premessa. Non si può pensare di giudicare questo whisky come un malto da meditazione. La sua estrema semplicità e la sua disarmante facilità di beva lo rendono un prodotto interessante più che altro per la miscelazione. Ad esempio, in un mizuari può recuperare una sua assoluta dignità. Se però parliamo di voto “in purezza”, per noi è un 75/100.

Few Rye (2019, OB, 46,5%)

La Few Spirits è una distilleria di Evanston, in Illinois, che ovviamente produce anche bourbon whiskey. Oggi assaggiamo il loro Rye, invecchiato circa 4 anni e ottenuto a partire da una percentuale molto alta di segale, circa il 70%.

165591-bigN. molto gradevole e aperto, l’alcol se ne sta ben coperto e integrato. Il primo impatto è spettacolosamente aromatico: la frutta prende la via del mango e dei frutti rossi, mentre si fa largo anche una bella zaffata floreale, diremmo ibisco (come si faceva alla visita dei tre giorni per saltare il militare). Pian piano emerge anche un che di balsamico, forse aloe, forse clorofilla.

P. il solvente del legno che tanta gioia ha dato ai bevitori di rye in tutto il mondo è qui. Seguito da una frutta tropicale dove mango e melone sono in compagnia degli alchechengi. Il corpo è davvero pienissimo, robusto. La segale con il suo caratteristico pizzichino, tisana alla menta e cocco essiccato. Prugne. Anzi, acquavite di prugne, tipo slivovitz ma senza quell’aggressività.

F. caramello, menta e prugne secche. Di nuovo floreale.

Stavamo giusto commentando che insomma, questo boom di rye è diventato un po’ mainstream, quand’ecco spuntare un whiskey che va oltre le nostre aspettative. Suona ad alto volume in tutte le fasi, ma senza steccare mai: non troppo piccante, non troppo dolce, non troppo floreale, non troppo legnoso. Eppure con un bel kick di personalità. E a noi il kick piace sempre: 87/100. Prezzo importante per un Rye, sui 70 euro.

Amrut Naarangi (6 yo, OB, batch 1, 2014)

Questo è per gente che non conosce nemmeno il significato della parola “preconcetto”. Per fortuna ci sentiamo davvero spavaldi oggi e sciaboliamo il nostro sample. Le 900 bottiglie, forgiate nel lontano 2014, sono state riempite con whisky indiano Amrut che ha invecchiato in botti di sherry Oloroso nelle quali sono state infuse scorze di arancia (Naarangi in lingua indù) per due anni. Quando si dice innovare…

104411-bigN: difficile alla cieca dire che sia un whisky. Viene in mente la grappa Bonollo Dorange Of, con arance macerate nella grappa d’amarone. Francamente ci saremmo evitati la suggestione. L’arancia pialla tutto, sembra la scorzetta d’arancia candita ricoperta al cioccolato. Irrompe all’improvviso del prodotto per lavare il parquet.

P: molto, molto secco. L’alcol non si fa pregare. Cioccolato puro spintissimo, paradossalmente le arance stanno un passo indietro, pur restando evidenti. Mordere la scorza d’arancia. Liquirizia pura.

F: ancora liquirizia e indovinate un po’… Arance!!! Lascia la bocca dolce anche se un po’ allappata.

Un whisky molto strano, giovane ma deciso e sicuramente per nulla anonimo, anche grazie a quel condimento extra di arance un po’ freak che farebbe venire gli incubi alla Scotch Whisky Association per anni: 76/100. Oggi costa sui 120 euro circa.

Dunville’s Very Rare 10 yo (2019, OB, 46%)

Del meritorio progetto della neonata Echlinville Distillery abbiamo parlato giusto qualche giorno fa. Non amiamo ripeterci e quindi la storia della rinascita dello storico marchio Dunville’s la trovate qua, però amiamo ripetere gli assaggi e quindi andiamo a completare una serie che annovera anche il Dunville’s Three Crowns e il Three Crowns Peated.

114176-bigN: esordisce su una nota inconfutabile di lucido per legno – se avete una libreria grezza dell’ikea, sapete a cosa facciamo riferimento. Legno vergine, sembra di entrare in una segheria. Note di resina di pino, fra le cose più piacevoli. C’è una nota stranamente acetica, che ricorda l’agrodolce delle cipolline… C’è una dolcezza di grano, e un cocco iperzuccherino essiccato. Merendine industriali (Fiesta anyone?), liquore all’arancia.

P: decisamente diverso dal naso, decisamente migliore peraltro. Scompare la trielina, scompare il legno puro, emerge la dolcezza: cioccolato al latte, arancia zuccherata, molto zuccherino. Ancora Fiesta. Resta di una dolcezza un po’ chimica, ma complessivamente è fresco.

F: dolce, piacevole, ci si arrabatta tra arancia dolce chimica e un cioccolato bianco.

Come forse si sarà intuito su questo irish whiskey aleggia il fantasma ingombrante dei barili ex sherry, per di più di Pedro Ximenez. Dei tre che abbiamo assaggiato questo Dunville’s ci è parso il meno riuscito, con uno stile molto spinto e poco territoriale, se così possiamo dire. Amanti dei finish in PX, fatevi sotto! Costa sui 70 euro e per noi è 77/100.

Auchroisk 27 yo (1991/2019, Valinch & Mallet, 48,7%)

Abbiamo la sgradevole sensazione di aver già pubblicato questa recensione in passato: ma siccome il sito non ne serba traccia, beh, evidentemente ci sbagliamo. Dunque avviciniamoci a questo ventisettenne Auchroisk di Valinch & Mallet come se non lo conoscessimo già, come se non ne ricordassimo nitidamente le sfumature, il passaggio tra naso e palato, le sensazioni che lascia al finale… In realtà, anche questa è una menzogna: l’abbiamo bevuto tempo fa, la bozza era rimasta in canna e ci sembrava solo di averla già pubblicata. Insomma, che pasticcio, che pasticciotto. Mah.

N: molto, molto interessante. Parte su note maltose, di crosta di pane… Non si dimentichi l’arancia, e neppure la marmellatina di pesche, molto intense. Se dicessimo: pane tostato con marmellata di pesca, vi piacerebbe? Poi una venatura metallica, con punte leggere di rame, di ottone. Ci pare anche piuttosto erbaceo, diremmo con sicumera: artemisia. E questa punta leggermente formaggiosa, da dove viene? Avete presente certe caciottelle al timo? No? Peggio per voi. Dopo un po’, arriva una bella nota vanigliata, che diremmo di pandoro – pandoro impolverato.

P: che bel corpo, masticabile, cremoso, per niente esausto. La prima impressione è di un malto molto più fruttato che non al naso. Pesche e albicocche (secche) colpiscono il palato, poi mela cotta, forse anche un sentore di prugna secca. Non è una frutta fresca, è una frutta processata – dice chi se ne intende. C’è una parte evidente di cioccolato, che combinata con la freschezza erbacea e mentolata ci fa pensare, inevitabilmente, agli After Eight.

F: stupisce una nota salina inattesa; anche qui arrivano sentori erbacei, lievemente amaricanti, che completano un profilo veramente delizioso.

Ci sono sentori che tendono verso la decadenza, ma bisogna riconoscere che i selezionatori sono stati bravi e l’hanno acchiappato per i capelli, prima che scollinasse: e bene hanno fatto, perché questo è davvero un gran bel whisky, molto elegante. Il bottoncino del voto si incastra a 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Prince – Mary Don’t You Weep (Piano version).

Fettercairn 12 yo (2019, OB, 40%)

In un albo mitico di Dylan Dog, intitolato “Golconda”, si scatenava un discreto pandemonio quando una coppia calpestava per la prima volta un angolo di terra, mai calcata da piede umano fin dalla Pangea, la Pantalassa, i brontosauri ecc. Se sulla Terra dunque ci sono angolini ancora vergini, figuriamoci nel nostro umile pedigree. Che infatti finora nascondeva una lacuna orribile: nemmeno un Fettercairn recensito in carriera. Roba da ritiro della licenza di recensori.
fettercairn-distilleryOrdunque cari lettori, Fettercairn significa “il piede della montagna” (piede di notevoli dimensioni, da qui l’espressione “avere due fette così”. Ok, basta, la smettiamo…). Fondata nel 1824 da Sir Alexander Ramsay, oggi è di proprietà di White & Mackay, il gruppo che possiede anche Jura e Dalmore e che è importato in Italia da Fine Spirits. Di norma il malto di questa distilleria, che sorge sulla strada da Dundee a Stonehaven, finisce nei blended di casa. Ma ultimamente, dopo qualche NAS dalle alterne fortune, cominciano ad arrivare sugli scaffali delle espressioni di single malt stabili in un core range quanto meno bizzarro. Questa, nella fattispecie, invecchia per 12 anni in botti ex Bourbon di rovere bianco americano. Poi si trovano un 28 yo, un 40 yo e un 50 yo.
Prima di assaggiare il nostro 12 yo, due chicchette da nerd che potrebbero farvi vincere un giorno Trivial Pursuit “Spirits edition”, se esistesse: 1) Fettercairn è l’unica distilleria in cui un anello irrora a pioggia il collo dell’alambicco, così da facilitare il riflusso dei vapori e creare uno spirito più fine; 2) simbolo della distilleria è un unicorno. Che noi cavalchiamo verso il nostro Gleincairn, che il primo Fettercairn non si scorda mai…

fettercairn-12yoN: un cinguettio pare sprigionarsi dal bicchiere! Piuttosto aperto e piacevole, e anche se bisogna farsi largo attraverso una prima coltre un pelo troppo alcolica, l’impatto è positivo. Si rivela da subito tendenzialmente dolcino, fruttato e maltoso. Troviamo note di composta e di succo di pesca, ma anche dell’albicocca, in versione confettura; e come dimenticare quel sottile senso di mandarino? Il malto si ferma un passo prima della pasticceria, assumendo le fattezze della barretta di cereali al miele. Col tempo emerge un profumo di celebri cioccolatini marroni fuori e bianchi dentro…

P: anche qui attacca un po’ alcolico per la gradazione. Molto cremoso, con caramello e tanto toffee in grandissima evidenza. C’è anche una sensazione di porridge, a sottolineare sia la generale sensazione avvolgente, sia il buon apporto del cereale. Poi ecco spuntare un agrume curioso, che potrebbe ancora essere mandarino (con anche il bianco dell’agrume, a testimoniare un che di amaricante). Cioccolato al latte, testimone di una dolcezza non meglio definita.

F: corto, ahinoi. Di nuovo Kinderini, ma quel che resta è una buccia vuota di mandarino, come ci suggerisce il sapiente Angelo.

Se non sapessimo che lo Speyside è più a Nord di qualche km, non lo prenderemmo per un Highlander. Ma si sa, il terroir conta fino a un certo punto e si inchina davanti allo stile di distillazione. Qui abbiamo un whisky piuttosto whiskoso, con un naso gradevole ma che perde per strada qualche punto per la semplicità e per quella punta alcolica non entusiasmante. Ad ogni modo, l’onestà va premiata e noi gli diamo 82/100.

Recommended soundtrack: Zwan – Honestly

Caol Ila 8 yo (2011/2019, Lady of the Glen, 57%)

Da qualche tempo si aggira per le valli scozzesi una Signora, secondo alcuni molto elegante e raffinata, secondo altri una carampana sdentata e deforme, che vagando nella notte si intrufola nei magazzini delle distillerie e sottrae quelli di suo maggior gusto. C’è poi un tizio, Gregor Hannah, che deve aver stretto un patto con la Signora della Valle (che sarà una mezza strega ma è pur sempre china sul fatturato) per acquistare direttamente da lei il frutto delle sue razzie notturne. Gregor imbottiglia poi, pagando dazio all’oscura fornitrice, al nome di “Lady of The Glen”, la Signora della Valle. Oggi testiamo una di queste selezioni, ovvero un Caol Ila giovincello, di soli 8 anni, che ha trascorso l’ultima parte della sua maturazione in un barile ex-Amarone – non sappiamo il produttore del vino, sappiamo quello del legno, ovvero Veneta Botti, un bottaio del veronese. Si assaggi!

N: molto curioso e interessante: sa di banana e inchiostro. Potremmo chiuderla qui, perché la banana è davvero totalizzante, ma solo per voi vogliamo impegnarci a fondo: e dunque mela rossa, sciroppo per la tosse, una torba particolarmente chimica, industriale per essere Caol Ila – ma sappiamo che spesso i torbati in vino rosso vanno in questa direzione.

P: pizzica un po’ l’alcol, ma è saporito e interessante, con note di… banana, naturalmente, ma anche tante caramelle gelee alla frutta nera (fruit joy alle more), bello salatino, poi ancora una torba molto cenerosa e chimica, plastica bruciata. Caramelle alla violetta, un cenno. La vinosità dell’Amarone è laterale, ma contribuisce a questo senso di profonda plasticosità del lato affumicato.

F: molto bruciato, ancora inchiostro e caramelle alle more. Fresco anche, mentolato.

Interessante, saporito, molto curioso, il vino non sovrasta e anzi pare esaltare la parte più ‘sporca’ e più spigolosa della torba. In generale non amiamo i finish in barili ex-vino, e non sarà questo l’imbottigliamento che ci fa ribaltare completamente il tavolo delle nostre convinzioni – ma non possiamo che riconoscergli le sue qualità: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kyuss – Hurricane.

Laphroaig ‘Lp8’ (1998/2017, Elements of Islay, 53,5%)

Stimolati dal Laphroaig bevuto ieri, ne cerchiamo un altro che possa essere in qualche modo avvicinabile: dopo una ricerca scientifica, dopo quindici tabelle excel con millesettecento variabili incrociate, abbiamo deciso di bendare il gatto e scegliere il primo sample cui si fosse avvicinato. Il gatto sa, il gatto è infallibile: il gatto infatti ha scelto un Laphroaig di quasi vent’anni, maturato in barili ex-sherry, imbottigliato da Speciality Drinks nella serie incantevole e medicinale “Elements of Islay“, siglato Lp8. Bando alle fregnacce, si beva, diamine!

N: il profilo è ancora una volta inusuale, anche se molto diverso dal Laphroaig di ieri, ed è piegato ai desiderata del cask: fava tonka e radice di Ginseng sono le prime note che ci vengono in mente. Poi, una profonda dolcezza da datteri e arance rosse, il tutto davvero molto zuccherino e appiccicoso. Legno tostato e torba medicinale a fare da contorno, senza però sovrastare alcunché, anzi.

P: che esplosione di sapore! C’è una sensazione molto cremosa, come di pralina, di caramello, mentre una certa acidità vinosa (ricorda proprio uno sherry, anche se forse più un Pedro Ximenez che un Oloroso; ma anche arance rosse, ancora) esce fuori vibrante e mantiene il whisky vivo in bocca. La torba è molto impattante, con tanto legno bruciato. Mare e medicine di Laphroaig non pervenute.

F: lungherrimo, sapido e bruciato con una dolcezza caramellata di fondo.

Un esperimento riuscito e d’impatto: abbiamo ormai capito che le botti ex-sherry tendono un po’ a snaturare la violenza selvaggia di Laphroaig, ma d’altro canto ne cavano fuori una nuova creatura strana, che ci piace. Anche se forse, a essere sinceri, tutta questa dolcezza, tutto questo carico, alla lunga rischiano di stufare un po’ – ma si sa, dipende dal tempo, dall’umore… Quindi uscite e regalatecene una bottiglia. Adesso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fu Manchu – Slow Ride.