Ailsa Bay (2015, OB, 48,9%)

4319f6b7ede0e2b3b5d16798a6a445d4Aisla Bay è una distilleria concettuale, se vogliamo: la compagnia Grant’s, proprietaria di Glenfiddich e Balvenie, ha deciso nel 2007 di ampliare Girvan (distilleria di grain whisky) implementando appunto Aisla Bay, con l’obiettivo di sostituire Balvenie nei blended di scuderia (così da poter mantenere buone scorte dell’aureo Balvenie) e, cosa ancora più interessante, di poter produrre whisky con stili differenti (molto torbato, noccioloso, fruttato…). Questa scelta è giustamente stata dipinta dagli analisti come un case-study, perché letteralmente defeca in testa alla nozione di territorialità e a ciò che questa implica: la scelta, deliberata, vuole infatti porre l’attenzione sullo stile del distillato e rendere così la produzione molto duttile, a seconda dell’obiettivo che il distillery manager ha, di volta in volta, in mente. Questo ci spinge a una considerazione preliminare sullo stato delle cose, fatta un po’ rapidamente, ché è pur sempre agosto e non siamo ancora andati in ferie – perdonateci. Tempo fa si chiacchierava di due possibili direzioni per lo scotch: la grande industria e l'”artigianalità”, i colossi e le craft distilleries, i grandi numeri e le piccole produzioni. In un certo senso, questa opposizione richiama (pur senza esserne perfettamente sovrapponibile) la distanza tra l’attenzione alla materia prima e quella per il risultato finale – è sempre una questione di visione, di concezione del proprio marchio di scotch whisky e del proprio modello di business, e tutto è legittimo, sia chiaro: in questo caso, siamo di fronte a distillerie che guardano alle differenze, alla storia, alla tradizione, alla lentezza (val forse la pena di leggere l’interessante intervista a Olivier Humbrecht, che lavora con il vino ma è grande appassionato di whisky), che cercano di recuperare e lavorare materie prime del territorio, e ad altre che invece guardano all’immediato e piegano il processo produttivo in funzione di un obiettivo, quale appunto la presente Aisla Bay – la cui proprietà è di per sé garanzia di alti livelli. Noi, restando persuasi che è sempre e solo una questione di qualità (o una formalità, non ricordo più bene), di fronte a questo A.B. siamo sospesi tra la distaccata fascinazione e la partecipe disapprovazione, e non possiamo che assaggiare per sciogliere il dubbio: questo imbottigliamento, l’unico ufficiale per ora, ribalta il tavolo del terroir e propone un torbatone delle Lowlands. Ah, il postmoderno, che figata!

Schermata 2016-08-12 alle 18.28.20N: sulle prime è senz’altro la torba a monopolizzare l’attenzione, lanciando zaffate raramente così attigue alla gomma nuova, al catrame, alla plastica bruciata. La dolcezza all’inizio si manifesta anch’essa in maniera inorganica, ricordando la pasta medicale del dentista. C’è della vaniglia, papale papale, senza troppi fronzoli, e dello zucchero liquido; poi, gradevoli sentori sinceri di erba fresca, di prato umido, a cesellare un profilo semplice ma accattivante.

P: presenta le stesse curiose stranezze del naso, con una torbatura molto marcata e intensa, tutta giocata sulla plastica bruciata, il catrame, i copertoni, certi medicinali (siamo folgorati dalla suggestione: tachipirina)… Ha note erbacee ed amare, che accompagnano verso il finale una dolcezza ben bilanciata e fatta di vaniglia e pere.

F: c’è bisogno di dirlo?, fumo fumo fumo, plastica, catrame, gomma brasata…

Non è male, di certo è molto particolare, e non solo perché – come detto – anche solo sulla carta un torbato delle Lowlands mette in crisi tutte le nozioni di territorialità che abbiamo tutti imparato. La nota amara ed inorganica, da plastica bruciata, scatenerà con facilità le suggestioni di ognuno di voi, avventurieri del single malt. Scannatevi poi tra avanguardisti e classicisti, scendete nell’agone della querelle des anciens e des modernes in salsa maltata: nel frattempo, noi beviamo e alziamo la paletta del 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: CCCP – Io sto bene.