Ardbeg Drum (2019, OB, 46%)

Finalmente, eccoci arrivati al momento dell’atteso verdetto su Ardbeg Drum, l’edizione sedicente limitata del 2019 celebrativa dell’Ardbeg Day. Come ogni anno, l’azienda ha organizzato Open Day luculliani in giro per il mondo, e anche Milano ha visto la sua grande festa: una festa curiosamente caraibica, dato che – come senz’altro sapete tutti – Ardbeg ha deciso da qualche anno di spostare l’intera produzione in Jamaica. Pare che Mickey Heads sia un grande appassionato di reggae, e lo stesso Bill Lumsden pare abbia una liaison ormai pluriennale con le varietà più estreme di marijuana (come si poteva peraltro facilmente dedurre dalle ultime release di Ardbeg e Glenmorangie, cose che solo uno completamente strafatto poteva elaborare). Ok, forse non è proprio così, sta di fatto che questo Ardbeg dall’età mai dichiarata ha passato la sua vita (o parte della sua vita, manco questo ci è dato sapere) in barili che prima contenevano rum, e alla festa milanese c’erano ananas, papaye e fanciulle sudamericane poco vestite.

N: da subito spicca un agrumato ultra zuccherino, che chiama la freschezza esuberante del lime. Ed è un attimo immaginarsi il succo di canna, la menta, insomma il mojito. Banana verde. Sul lato isolano lo iodio non è del tutto smorzato, anzi. Torba moderata, molto fresca e “verde”. A tratti sembra già miscelato con zucchero e lime, tanto è leggero e fresco. Però, diciamola tutta, non è sbagliato.

P: in bocca però questa facilità spensierata si trasforma quasi in annacquamento, pur a 46%. Inoltre c’è tanta tanta dolcezza da zucchero bianco (new make?). Banane e limoni. Anche qui fumo e mare arrivano, ma in versione soft. Un’eco di Islay, eppure alla cieca non sarebbe poi impossibile esclamare: “Ardbeg!”.

F: dolce, dolce, dolce. Zucchero bruciato con la torba che insiste. Caramella allo zucchero fondente al limone.

Il paradosso di un Ardbeg con un finish pesante in rum che risulta abbastanza addomesticato è la sorpresa servita quest’anno dalla distilleria di LVMH. Ci spiazza, ci acciglia con la sua dolcezza spiccata ma non possiamo in fin dei conti bocciarlo: 85/100, resta a nostro gusto in linea con le ultime uscite annuali. Vale ancora una volta il discorso fatto tante volte anche in passato: assaggiandolo così non dispiace in assoluto, certo è qualcosa di profondamente diverso dall’Ardbeg che abbiamo conosciuto noi. Nuovamente, se fosse un entry-level da 40€ nessuno avrebbe nulla da ridire, e probabilmente uno che non ha mai assaggiato altri Ardbeg del passato non avrebbe nulla da eccepire, e si entusiasmerebbe. Noi ponderiamo senza raccapezzarci, ma in fin dei conti alla domanda “lo comprereste?” risponderemmo scuotendo la testa e scappando in Jamaica con Bill Lumsden, chiedendo una cartina.

Sottofondo musicale consigliato: Barrington Levy – Don’t Fuss nor Fight.

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Ardbeg 25 yo (1991/2016, Signatory for Kirsch, 51%)

Proseguiamo trionfalmente la nostra marcia d’avvicinamento all’edizione limitata di Ardbeg di quest’anno, il pittoresco Drum. L’altro giorno ne abbiamo salvato un bel campione nella festa pazza organizzata a Milano per l’Ardbeg Day e abbiamo tutta l’intenzione di riassaggiarlo con calma quanto prima… Nel frattempo ci si perdonerà se indugiamo ancora un attimo sugli imbottigliatori indipendenti: l’altro giorno questo splendido Ar10 di Elements of Islay, oggi un singolo barile addirittura venticinquenne, selezionato da Signatory per il quarantesimo anniversario di Kirsch Whisky, importatore e imbottigliatore tedesco dal 1976. Noi amiamo le celebrazioni e i quarti di secolo, e così alziamo di scatto il bicchiere, che contiene un liquido estratto da un refill sherry hogshead.

N: mamma mia, che splendore! Tutta la complessità di un vero Ardbeg ben invecchiato… Limone, limonata zuccherata, ma anche torta paradiso e zucchero a velo. Pastafrolla, lateralmente. C’è anche una dimensione fruttata deliziosa, nel cui panorama spicca l’ananas; lime, cedro. E non si può tacere la torba, molto vivace nonostante i tanti anni spesi in botte: gomma (boule dell’acqua calda), gasolio, copertoni. C’è qualcosa di erbaceo, che diremmo salvia, forse timo.

P: lasciateci qui, dimenticateci qui davanti a questo bicchiere (e però ogni tanto passate a riempircelo, per favore). Spettacolare, l’impatto è davvero impressionante. Partiamo dall’erbaceo, ancora con timo e salvia (anzi: erbe aromatiche bruciacchiate). Poi la torba, che qui si fa più fumosa, aggressiva, anche se viene meno la gomma. La dolcezza è soprattutto mielosa, con pastafrolla abbondante e generossa.

F: torna la gomma, scompare il fumo più acre. Ancora miele, ancora note di erba selvatica. Cambia e cambia e cambia…

Questa tipologia di Ardbeg ultrainvecchiati, il cui spirito è stato distillato tra l’altro in un periodo non facile per la distilleria (a due anni dalla riapertura operata da Allied, dopo un lungo silenzio e in mezzo al decennio forse più travagliato), è ormai merce prelibata e sempre più rara. Gli ultimi imbottigliamenti ufficiali sono proposti a prezzi esorbitanti (e anche questo non scherza a dire il vero, attorno ai 500 euro), però ci sentiamo di suggerire almeno un assaggio, se lo trovate in giro. Bere single cask come questo è un’esperienza in grado di cambiare il nostro modo di concepire il whisky, per l’intensità brutale dei sapori, per la mutevolezza delle suggestioni, per la raffinatezza nelle sfumature. Poi certo possiamo tornare a bere il nostro everyday dram, ma in pace con la coscienza: 91/100. Grazie a Riccardo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Childish GambinoThis is America

Ardbeg Ar10 (2001/2018, Elements of Islay, 52,4%)

Sabato scorso, puntuale come la scadenza del bollo e come i titoloni sul calciomercato dell’Inter, c’è stato l’Ardbeg Day: una grande festa tropicale (?) per festeggiare il più furioso torbato di Islay. Nei prossimi giorni cercheremo di toglierci le fette di ananas rimaste incastrate nei capelli e i semi di papaya infilatisi nelle tasche, e vi proporremo i nostri due centesimi sull’ultima release ufficiale, Ardbeg Drum, finito in botti ex-rum appunto. Intanto, però, eccoci a celebrare la distilleria a modo nostro: e dunque ecco Ardbeg Ar10, imbottigliato da Speciality Drinks nella bellissima serie Elements of Islay, di cui già in passato abbiamo assaggiato perle vere. Questa è una miscela di due barili ex-bourbon first fill, distillati nel 2001 e imbottigliati l’anno scorso, nel 2018. Grazie a Marco Callegari per il sample.

N: un vero Ardbeg, che puzza di Ardbeg. Certo, le prime note che ci vengono a mente sono un po’ così: borotalco, lime… La torba è poco fumosa, ma molto… torbata, molto acre. C’è una persistente vena vegetale, chi dice mezcal, chi dice insalata; sentori balsamici, conifere, eucalipto. I barili giocano la loro partita, con vaniglia, una componente cremosa. Marinità trattenuta ma presente: ostriche. Eccellente.

P: molto buono, molto dolce ma altrettanto equilibrato. Zucchetti dice “arachide salata” con una convinzione tale che pare brutto contraddirlo. Cremoso, con vaniglia, burro… burro salato. Torba qui più compiutamente fumosa. Ancora molto agrumato: lime, decisamente. Un balsamico zuccherato, con liquirizia.

F: lungo, persistente, diventa qui estremamente marino: ostrica.

91/100. Ardbeg pulito, tagliente e perfetto come Ardbeg sa essere (SPOILER: quando non lo si infila in barili a caso per smarmellarlo di dolcezze bislacche). Bello, buono, bravi: davvero delizioso. Non serve dire di più.

Sottofondo musicale consigliato: The Chats – Smoko.

Whisky Revolution “Il regalone finale” – Day 25

Blend-AboutUs-03Ieri siamo giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, e oggi andiamo oltre col mega regalone di Natale. Gli ultimi quattro campioni misteriosi infatti andavano bevuti tutti assieme, per essere scartati sotto l’albero la mattina del 25. E così abbiamo fatto. Un ultimo ringraziamento va ancora all’allegra macchina da guerra del Blend, che anche per quest’ultimo giorno ci ha regalato sorprese, affetto, trabocchetti e un gran finale.

Buon natale a tutti, abbracciamoci!

❤1 Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Molto buono, intensissimo. La marinità pesciosa, con una torba aggressiva e fumosa, ci 48412111_2001200100178065_1832716451337732096_nporta subito su Islay; per lunghi tratti è proprio pescioso, con note di peschereccio. Gomma ed etere, con sentori di tela cerata; diesel e smog. A grado pieno, diremmo, ma molto aromatico allo stesso tempo. Caramello, cola e tamarindo a sostanziare la zuccherinità. Verosimilmente giovane, con punte ‘verdi’, fresche, quasi balsamiche, tra eucalipto e clorofilla. Esplode al palato, dirompe un turpiloquio di sapori: la torba è ancora più aggressiva, con braci e legno in fiamme (chi non l’ha mai mangiato?). Si allarga un tappetone dolce, con zucchero di canna, caramello e tamarindo ancora. Il finale è proprio di aringhe affumicate, kippers di Campbeltown.

Se dovessimo ipotizzare un imbottigliamento, diremmo An Islay Distillery 9 anni, Cadenhead’s Small Batch (tre barili di Laga, due sherry e uno bourbon). E invece no, di isolano si tratta, ma avevamo nel bicchiere Kilchoman Comraich, gli imbottigliamenti esclusivi dedicati ai locali/santuari sparsi per il globo: 87/100.

❤2 Vat 69 (2018, OB, 40%)

48411380_2001201660177909_8581649325208109056_nDifficile da inquadrare, a maggior ragione dopo la mangiata di questi giorni. Si sente la gioventù, profuma di distilleria, di lieviti, di alambicchi, di canditi… Ci viene il dubbio, percependo una patina dolce un po’ cheap e ‘alta’, che possa essere un finish. Un po’ di inchiostro. Il palato è debole di corpo, con sapori di liquirizia industriale, di inchiostro, e svanisce rapidamente. Il finale, scandalosamente corto, sa di… vodka, di distillato di cereali molto pulito.

Non riesce neppure ad essere pacchiano, con la sua dolcezza così “da discount”. Francamente è un 72/100.

❤3 Ardbeg Blasda (2010, OB, 40%)

Pesca bianca, oleoso (olio di lino, o di sesamo forse). Delicato e fruttato, con una patina di 48987057_2001202420177833_104990836327972864_nzucchero a velo. Mela verde, anche? Resta fresco e con un velo di torba leggera… Fine, elegante. Uva bianca. Al palato è molto vegetale, ancora, rivela di nuovo una cerealosità vegetale torbata. Il finale non è lunghissimo, ma il fumo di torba si riprende ancora un po’ di spazio sul cereale. Molto nudo, poca botte.

Potrebbe essere un Bruichladdich Islay Barley? Non ci fa così sensazione scoprire che invece si tratta di una delle creazioni più controverse degli ultimi anni in casa Ardbeg: 83/100.

❤4 Kilchoman 100% Islay (2012/2018, OB for Beija Flor , 59,1%)

48373414_2001203500177725_3640734766254260224_nTorbato giovane, con una mineralità marina (un po’ di scoglio, dice Zucchetti). Acidità limonosa. Zuccherino, ma di zucchero astratto (a velo), confetto. A suo modo timido, forse un po’ alcolico, molto onesto. Il palato è esplosivo, intenso, con limone e zenzero. È potente ed elegante al contempo, la gradazione è forse alta. Crema di limone, ancora fumo e braci.Finale molto lungo e intenso, con una bella sapidità.

Lagavulin 12? No, però non ci siamo andati molto lontano. In ogni caso, è un grande whisky. Il palato è sorprendente per ricchezza, dopo un naso tutto sommato quasi timido. Vai di 89/100!

 

Ardbeg 1979/1991 (G&M for Meregalli, 40%)

Qualche Tasting Facile fa (a proposito, corre voce che quest’anno lo organizzeremo sotto dicembre- stay tuned!) ci è parso appropriato aprire questa vecchia bottiglia di Ardbeg, che deve i suoi natali alle amorevoli cure di un vecchio barile di sherry, lasciato a riposare per 12 anni nei magazzini capienti di Gordon&Macphail. L’imbottigliamento è in esclusiva per lo storico importatore Meregalli, che all’epoca riusciva spesso ad accaparrarsi single cask per il mercato italiano. Che tempi, che tempi…

80926-bigN: primo: salamoia e marinità. Secondo: nota balsamica (eucalipto). Ha anche una sua espressività fruttata piuttosto viva, tra la pera William, mela, uva e fors’anche qualcosa di tropicale fermentato. Risulta comunque tutto molto integrato in un’atmosfera setosa. Sicuramente un naso da meditazione.

P: al palato viene meno la salamoia e anche il fumo resta in disparte. Il livello alcolico minimale certo non favorisce grandi esplosioni di sapore, ma troviamo ancora frutta gialla e caffè zuccherato. Impreziosiscono il tutto note balsamiche, diremmo di timo e di miele d’eucalipto.

F: breve e poco torbato, resta giusto un filino di fumo. Zucchero e liquirizia.

Il naso è la parte più interessante, testimone di uno stile di whisky- educato, levigato eppure profondo, equilibrato e molto sfidante- che oggi si fa fatica a trovare. Al palato si paga in bassa intensità, ma è la vita, signori. Se volevate la perfezione, nascevate sull’Olimpo. Noi qui, più modestamente, ci si arrangia con Ardbeg che non torneranno più, e che si beccano: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: 883 – Weekend

Ardbeg ‘Grooves’ (2018, OB, 46%)

È quel momento dell’anno in cui l’afa inizia a inumidire la nostra volontà; in cui gli studenti dei licei preparano uova e farina per l’ultimo giorno, fregandosene dell’ultima interrogazione, ché tanto ormai il destino è segnato; in cui le ragazze indossano pantaloncini sempre più corti, e la freschezza delle gambe stordisce i passanti; in cui le prime sirene di calciomercato iniziano a occupare le testate nazionali, e già si attende la prima pantera avvistata in Abruzzo; in cui i supermercati sparano aria condizionata a cannone costringendoti a tenere in macchina un maglioncino leggero, ma il mal di gola è lì, dietro il banco della frutta; in cui il banco della frutta inizia a rivolgere agli avventori aromi suadenti, di pesche succose e albicocche dorate; insomma, è quel momento dell’anno in cui Ardbeg rilascia la sua edizione limitata annuale. Quest’anno tocca al “Grooves“, con una storiella di marketing basata sulla Summer of Love, Peat ‘n’ Love, hippy… di cui onestamente ci sfugge la ragione – ma è colpa nostra!, è che leggere certi comunicati stampa ci fa così fatica… Si tratta del solito NAS (whisky senza età dichiarata), invecchiato – pare – in barili ex-vino (quale vino? boh) pesantemente abbrustoliti all’interno, per rendere il legno molto attivo, e pretende di essere un’edizione limitata, che però casualmente si troverà stabile sugli scaffali fino all’anno venturo, almeno. Storiella entusiasmante, vero?, e che neppure il sito ufficiale si disturba a spiegare molto di più (parla solo di “our grooviest casks”, fate voi). L’abbiamo assaggiato all’Ardbeg Day di sabato scorso, ne abbiamo prelevato un campione e riassaggiato con calma a casa: eccolo.

N: molto aromatico, aperto e piacevole – ha evidente una nota di freschezza agrumata (lime e cedro), ma a farla da padrona è una fitta coltre di sensazioni zuccherine, caramellate e bruciacchiate (zucchero di canna, dolcetti con miele e cannella; e come dimenticarsi una mela rossa caramellata?; brioche industriale con zucchero e mele, se avete presente la Melizia dell’autogrill…). Ah, ma non ci possiamo certo dimenticare l’isola: una torba fumosa, intensa anche se non devastante, e poi un’aria di mare, iodata, davvero molto piacevole.

P: in attacco ripropone subito con convinzione il binomio zucchero bruciacchiato / torba catramosa, qui con catramatura crescente (un senso di copertone bruciato – come dite, “avete mai assaggiato un copertone bruciato?” Fatevi i fatti vostri, impertinenti, noi mangiamo quel che ci pare); il sorso conserva una certa agilità, grazie anche qui a note agrumate e sapide davvero sugli scudi. Ma la sorpresa è dietro l’angolo: proprio mentre ci si aspetta il passaggio dalla compattezza all’esplosività, quest’Ardbeg sembra quasi svanire, anzitutto a livello tattile – si fa infatti velocemente ‘acquoso’, e si avvia rapidamente verso…

F: …un epilogo di dolcezza un po’ indefinita, semplice e non proprio entusiasmante. Ancora copertone bruciato e sale, questi sì molto persistenti.

Come l’anno scorsooooo… e come l’anno primaaaa…. ci troviamo a commentare un prodotto più che dignitoso, onesto anche se un po’ spinto verso la dolcezza – e d’altro canto, l’uso spinto dei legni non può che portare a questi risultati, e va bene così. Resta il consueto imbarazzo nella valutazione: accettabile in assoluto, piacerà moltissimo ai neofiti, non potrà invece soddisfare appieno palati più educati – e pure, costa 125€. 85/100 dunque, ma resta il fatto che con la stessa cifra ci compriamo tre Ardbeg Ten, due Corryvreckan, due Uigeadail – o uno Uigeadail e un Corryvreckan, insomma dai, ci siamo capiti.

Sottofondo musicale consigliato: Cream – Sunshine of your love.

Ardbeg ‘Kelpie’ (2017, OB, 46%)

Come ogni anno dal 2012, Ardbeg ha messo sul mercato a inizio giugno un’edizione speciale, rendendo l’Open Day di distilleria al Feis Ile un evento globale – l’Ardbeg Day, appunto. A ‘sto giro ci siamo persi lo sfarzoso evento di presentazione, ma sappiamo che è stato molto apprezzato: complimenti a Moet perché, per quanto ad occhi di molti sia una baracconata superflua rispetto al prodotto (rilassatevi, ragazzi), è pur sempre un pomeriggio di bevute gratis per tutti. La release 2017 è “Kelpie”, trattasi di whisky d’età non dichiarata maturato in barili di quercia vergine dell’Adighezia, regione russa non lontana dal Mar Nero. Corriamo a degustare perché sì, insomma, ci siamo capiti.

N: il naso è immediatamente accogliente, e squaderna stereotipi da Ardbeg in una versione semplificata, se vogliamo: tra le diverse anime, felicemente fuse assieme, iniziamo dal lato zuccherino, tutto di vaniglia, zucchero, succo di mela, una leggera crema pasticcera. Questa ‘dolcezza’ è bella appiccicosa, pesante (barretta cereali e miele?, forse un cenno di strudel). Poi, la marinità di Ardbeg, evocata fin dal disegno, è presente con tanta aria salmastra e alghe, ma non si prende mai la scena principale. Tutto ciò è racchiuso in una nuvola di fumo, che ci ricorda il tabasco affumicato (esiste, sì: Chipotle Pepper Sauce) e il bacon, anch’esso affumicato.

P: conferma da subito una dolcezza facile ma non semplice (eh?), nel senso che non è il ‘solito’ Ardbeg moderno vaniglia+limone+Islay… Come al naso, infatti, ha una dolcezza più densa e appiccicosa, tra caramello, ancora mele, miele cristallizzato (qua si ride, ragazzi); e soprattutto non c’è traccia di agrume. Poi certo le caratteristiche isolane sono ben presenti, forse con meno marinità ma, in compenso, un’esplosione di fumo di torba in crescita costante. Fa capolino anche un senso di medicinale…

F: molto lungo e persistente, perdura all’infinito un senso di braci, di falò, di grasso maiale sulla brace; e poi ancora il medicinale…

Un Ardbeg ‘arancione’, decisamente godibile, privo della quota agrumata che tanto ci piace dello stile di casa e carico di tanta dolcezza grazie al legno vergine che, si sa, esagera sempre. Al palato esplode la torba, che al finale addirittura sembra poterti risucchiare in un gorgo senza fine… Poi il giorno dopo ti svegli e pensi che anche per quest’anno Ardbeg ha messo sul mercato una special release non male: 86/100. Che poi sia così speciale da giustificare il prezzo: mah, ma fa caldo e non faremo la morale a nessuno. Qui tutti gli altri Ardbeg che abbiamo bevuto finora, comprese tutte le ultime release annuali.

Sottofondo musicale consigliato: Rino Gaetano – Nel letto di Lucia.

Ardbeg Supernova 2015 ‘Committee release’ (2015, OB, 54,3%)

La serie “Supernova” di Ardbeg allude ai più torbati Ardbeg mai prodotti dalla distilleria, ed è considerata generalmente dai maligni appassionati e rosiconi una delle ultime buone cartucce sparate dal caricatore di Moet Hennessy. 100 ppm contro i normali 50, oggi assaggiamo la versione del 2015 (SN2015): l’ultimo atto, si spera, della gara tra Ardbeg e Octomore a chi ce l’ha più torbato. Per la cronaca, ha vinto Octomore.

ardbeg-supernova-2015-0-7l-b-p-ec-1N: sembra un Ardbeg di razza, con tutte le sue cosine al posto giusto… Ha un profilo molto medicinale (garze) e decisamente salmastro (l’oceano, proprio, le ostriche, l’acqua salata…). La smitragliata di torba effettivamente fa vittime (note di braci, di bruciato, di falò spento), anche se probabilmente più di tanto il naso umano non riesce a seguire le fughe in avanti della mente di certi distillery manager. Per il resto, spiccano note agrumate raramente così intense e intriganti, riassumibili in cedro e lime. Infine, il bourbon fa il suo dovere con robuste zaffate di vaniglia, zucchero a velo, marzapane.

P: l’impatto è devastante, in intensità e compattezza. C’è un muro di dolcezza davvero pronunciata, e di una semplicità disarmante: zucchero bianco, vaniglia. Il vero valore aggiunto sta nel contemporaneo attacco congiunto di una torba grave, acre e fumosissima – che fa letteralmente terra bruciata, concedeteci la battuta -, di un lato medicinale quasi antibiotico, che felpa la bocca con le sue note amaricanti, e di una marinità nuovamente oceanica. Ancora una teoria di agrumi amari, lime, cedro, bergamotto. E il limone, dove l’abbiamo messo? L’abbiamo spremuto sull’antibiotico.

F: qui il legno bruciato si prende l’onere della prima voce, in una metamorfosi infinita degli elementi tra il salato, il dolce e l’acido.

Davvero ottimo, un tripudio di intensità che spinge forte su tutti gli hallmark dell’Ardbeg moderno: certo, la dolcezza è tutta oak-driven, ma si integra con grande equilibrio alle tempeste del distillato. Pare ovvio che deve piacere la torba, qui davvero sparata a mille: e a differenza di altre espressioni “celoduriste”, quanto a ppm, qui in effetti pare di addentrarsi in territori davvero super, in cui fumo, bruciato e medicinale aggrediscono i sensi. Tutto molto bello, però, e ci piacerebbe che Ardbeg fosse sempre (almeno) così. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Philip Glass – Metamorphosis.

Ardbeg 20 yo (1996/2016, Chieftain’s, 46,5%)

L’ultimo Milano Whisky Festival ha visto la graditissima presenza degli imbottigliamenti indipendenti di Ian Macleod, proprietario della nostra amata distilleria Glengoyne. L’importatore italiano è il prode Fabio Ermoli, già noto ai più per baffi maliziosi, scorribande asiatiche e selezioni spettacolari (Valinch & Mallet, presente?); dal suo banchetto abbiamo portato via un Ardbeg di 20 anni, vatting di due botti del 1996 (per i nerd: casks n. 808, 811). Delle 601 bottiglie ricavate, qualche centilitro è finito nei nostri bicchieri – dice sia un ottimo digestivo dopo i bagordi natalizi, chissà se è vero. Una cosa: quanti Ardbeg indipendenti vi capita di trovare in giro, di questi tempi? Eh, appunto.

chieftains-ardbeg-1996-20-year-old-465N: in generale è chiaro che tutte le anime si sono bene integrate fra di loro e se ne stanno in eccellente equilibrio. Il naso è quindi molto cesellato. C’è un velo salmastro, da schizzi sugli scogli, a legare il tutto; la torba e il fumo sono delicati, in fase calante ma ancora vivi. Gli altri elementi sono sicuramente un bel lato balsamico (aghi di pino), agrumi profumati (limone e bergamotto) e una ‘dolcezza’ pronunciata ma composta (kiwi gold, vaniglia).Al di là dei descrittori, però, il segreto sta tutto in un parola: equilibrio.

P: come al naso c’è grande rispetto reciproco tra la sapidità, la torba e la dolcezza. Ci capita in mente il ricordo di una provola dolce affumicata, che potrebbe riassumere splendidamente questo matrimonio. E invece c’è di più: soprattutto esce alla grande il lato balsamico (eucalipto e pino), mentre rimane in sottofondo il bergamotto. Toffee molto grasso, liquirizia e – perché no? – ancora il kiwi. Soprattutto dopo un po’ questa sensazione di dolcezza zuccherosa da toffee incrina leggermente l’equilibrio degli elementi.

F: ancora scamorzine, dolcezza da toffee e un fumo denso.

Ottimo esempio della qualità di Ardbeg, esibisce un equilibrio veramente seducente tra le varie anime (fumo, mare, dolcezza): a noi è piaciuto proprio il bilanciamento, con qualche scatto di nostro gusto (lato balsamico, bergamotto, kiwi). Rispetto ad un arcimodello astratto e perfetto – e dunque inesistente – difetta magari in un ciccinino di intensità, e ribadiamo che al palato dopo poco l’equilibrio di cui sopra sbanda lievemente a favore del dolce (il toffee prende il largo), ma queste in fondo son solo quisquilie: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Afraid to shoot strangers.

Ardbeg 21 yo ‘Twenty One’ (2016, OB, 46%)

A cavallo dell’estate, una sorpresa: Ardbeg ha deciso di stupire i suoi appassionati feticisti rilasciando un imbottigliamento… normale. Normale, sì, come succedeva in passato: un whisky con età dichiarata, senza un’impalcatura di fuffa, marketing, storytelling, spazio, Brasile, contrabbando. Un ventun anni, normale: era da quasi dieci anni, cioè dall’ultima versione dell’Airigh Nam Beist (2008) che Ardbeg non metteva sul mercato un imbottigliamento con queste caratteristiche, escludendo ovviamente l’aureo Ten. Gaudeamus igitur, dunque, soprattutto noi che abbiamo messo le mani su un sample… Il ‘Twenty One’ è uscito ufficialmente il 1 ottobre.

ardbeg21-fN: intensissimo per un 46 gradi. Tra i classici descrittori della distilleria, qui sono sugli scudi i sentori medicinali e balsamici (garze, canfora, eucalipto), fumo acre di torba, limoni/lime e liquirizia. La marinità non è poi così pronunciata, ma un senso di iodato quello sì di certo. Confetto e vaniglia, tanta tanta botte ex bourbon. Zenzero e mela gialla.

P: che massacro sensoriale! Intenso, compatto, esplosivo. Rimangono evidenti le note balsamiche (aghi di pino, eucalipto) ma si fondono qui con un spesso muro di dolcezza. Il sapore è una paradossale unione di toffee e pancetta arrostita, di frutta tropicale davvero troppo matura, ma comunque invitante. Ancora tanta vaniglia, sale, liquirizia, limone e catrame. Il tutto come fuso assieme.

F: il classico finale Ardbeg ceneroso e bruciato, molto lungo e molto ammaliante.

Onestamente, che bella sorpresa. Ardbeg si è guadagnata negli anni lo status di distilleria di culto certo non grazie a imbottigliamenti come l’Auriverdes o il Perpetuum e a tutto il corollario di comunicati stampa ed eventi seducenti: si è guadagnata questo status mettendo sul mercato whisky buoni. Questo ventunenne è uno quelli: un whisky buono, incredibilmente buono, che pare privilegiare l’anima più gentile della distilleria. 92/100 il giudizio, e chiudiamo con una nota: in distilleria costa circa 350€, quindi non proprio poco, ma se ci pensate costa ‘solo’ tre volte tanto la release annuale di giugno. A nostro parere, staremmo a secco per tre anni pur di accaparrarcene una bottiglia.

Sottofondo musicale consigliato: Phantom of the Opera – (VoicePlay feat. Rachel Potter)