Black bottle (2018, OB, 40%)

Stock ha di recente preso in distribuzione Ledaig, versione torbata del whisky prodotto alla Tobermory, trovando così finalmente una casa anche in Italia. Diciamo finalmente perché da qualche anno Ledaig è in piena ascesa, grazie a una lunga serie di single cask indie davvero interessanti, ma a onor del vero anche per merito di un 18 yo ufficiale davvero complesso e gradevole. Nella galassia Tobermory, di proprietà della sudafricana Distell, ruota però anche lo storico (1879) blended Black Bottle, rilanciato nel 2013 e con un’anima informata sull’isola di Islay, seppur in misura minore rispetto a un passato in cui anche Ardbeg e Laphroaig entravano nella miscela. Il fatto che Distell sia anche proprietaria di Bunnahabhain ci fa dunque realizzare il classico gol a porta vuota. Dopo l’esultanza smodata che spesso accompagna le reti più banali, ci ricomponiamo e beviamo.

blend_bla1N: colpisce fin dall’inizio una nota minerale, terrosa, leggermente torbata, a dare profondità a un profilo altrimenti molto rotondo ma non banale. C’è frutta cotta (pera soprattutto), poi note intensamente agrumate, perfino di marmellata dolce d’arancia. Note speziate e  caramello bello appiccicoso.

P: ci accoglie una nota… strana, artificiale, come di vermouth (senza offese, vermouth), molto densa e speziata. Sembra un Rob Roy, a dirla ignorante, ignorante. Punte di cannella, chiodi di garofano, che sembrano rivelare, assieme a una dolcezza molto pronunciata e appiccicosa, una forte quota di grain – un grain comunque di personalità, non esile.

F: più fumoso, con un senso di affumicatura ‘legnosa’ da trucioli di legno bruciati per affumicare un cocktail. Ancora caramello, melassa.

Molto diverso tra naso e un palato dove si sente un po’ troppo la quota di grano, per il nostro gusto. Certo, se volete farvi un Rob Roy, questo è il whisky perfetto: potete non aggiungerci neanche il vermouth, quasi. 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: LogicBohemian Trapsody

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The Story of the Spaniard (2018, Compass Box, 43%)

Il blender più hipster e più avanguardista al mondo è senza dubbio lui, John Glaser di Compass Box. Bottiglie bellissime, concetti molto forti (dobbiamo parlarne ancora, davvero? Guardate qui, dai, oppure recuperate le nostre recensioni passate), una liaison con Diageo che gli permette di mettere le mani su barili eccellenti, sfide aperte lanciate contro i mostri sacri dello scotch, innanzitutto a livello concettuale. Oggi leggiamo La Storia dello Spagnolo, cioè assaggiamo The Story of the Spaniard, un blended malt a tema ‘maturazione spagnola’: barili non solo di sherry, ma di tutto e di più: qui di fianco trovate lo schemino (a Compass Box piace la trasparenza, non lo sapevate?), ché se dovessimo metterci a spiegarlo ci verrebbe il mal di testa.

N: la prima nota che arriva è la buccia di mela rossa, accompagnata da qualche sentore leggermente mieloso (miele ai fiori), poi punte di aceto di mela, di agrumi (arancia) e – sostiene Angelo – anche un po’ di incenso (patchouli). Una punta mentolata molto leggera, così come altrettanto leggera è la nota minerale. Senza grandi spunti, onesto, sa di whisky – ed è un bene.

P: sa di fette biscottate e arancia, non marmellata però: proprio una fetta di arancia. Molto rotondo, senza spigoli e forse con non tanta profondità, anche se resta molto fresco e bevibilissimo. Persiste l’acidità.

F: resta secco e vinoso, molto pulito, con cereale e ancora arancia.

Buono, piacevole, semplice, molto beverino e piacevole: se qualcuno si aspettava uno sherry monster rimarrà deluso, perché è molto delicato, anche se con ciò non si pensi a poca personalità. Ora che fa caldo, ci faremmo volentieri un highball con questo Spaniardo – non prendeteci per matti, ognuno col proprio whisky ci fa quel che vuole. In fin dei conti, adeguato al prezzo (circa 40€): 83/100. Complimenti come al solito a Stranger & Stranger per l’etichetta magnifica.

Sottofondo musicale consigliato: Camaron De La Isla – Soy Gitano.

Glen Garry (anni ’70, OB, Essevi Import, 40%)

noi e Angelo mentre discutiamo delle critiche di Hegel al fideismo di Jacobi

Ogni volta che andiamo a trovare Angelo Corbetta all’Harp Pub a un certo punto ci troviamo a parlare di quanto fossero buoni i blended di una volta – e regolarmente, dato che è un signore, Angelo tira fuori una delle sue bottiglie per dimostrarci che è vero (cit.). Un paio di mesi fa è stato il turno di questo Glen Garry, costruito dalla John Hopkins’ e da Oban – sì, proprio lei, dunque siamo portati ad aspettarci una quota proprio del single malt di Oban nella miscela. Importato da Essevi, era imbottigliato a 40%. Avrà retto le ingiurie del tempo?

N: una dolcezza polverosa da torta sbrisolona, miele impastato con noci e nocciole. Frutta gialla e arancia in quantità generose. Maestoso e davvero profondo, con abbondanti richiami di cera. Cereale con venature minerali e leggermente torbate. Cioccolato al latte. Naso pazzesco, scalfito solo da un leggero senso metallico probabilmente dovuto ai tanti anni passati in bottiglia.

P: a primo impatto si sente ancora una leggera ossidazione e l’alcol va un po’ per i fatti suoi, però i contenuti sono ancora una volta superbi: cera e cereali, un filo di torba e tanta tanta frutta secca legata al miele. Stranamente sapido (Oban anyone?), ripete gli stessi sentori agrumati e fruttati del naso.

F: medio lungo, pare di succhiare un favo e la melata. Miele di castagno; beh, comunque che goduria!

Non sappiamo se sia migliorato con l’invecchiamento in bottiglia o se Angelo ci abbia versato dell’Oban di 40 anni fa a tradimento prima di sbicchierarlo… ma questo è un signor blended, complesso e godibilissimo: 86/100. Consigliamo caldamente l’assaggio, di questo e di tanti altri colleghi del tempo.

Sottofondo musicale consigliato: Tash Sultana – Free Mind.

Botti da orbi – Sanremo, serata 3: Nikka Days (2018, OB, 40%)

[Terza serata sanremese, terzo antidoto a Baglioni & Co: grazie Zucchetti, grazie]

m55895e_1Nikka Days (2018, OB, 40%)

Senza scomodare Nilla Pizzi e Gigliola Cinquetti, è il whisky più filosoficamente sanremese di tutti. Ultimo arrivato in casa Nikka, è un blended creato per il mercato europeo che segna il cambiamento di strategia della casa giapponese, pronta ad abbandonare i vecchi Pure Malt colorati. Al whisky di grano si aggiunge malto lievemente torbato (Yoichi). Il risultato è musica leggera allo stato puro, svago senza impegno a colori pastello. Si apre al banchetto del fruttivendolo, con pera, mela golden e prugna gialla. Non mancano fiori (è sanremese o no?) e il cereale, ma tutto rimane lieve, con un accenno di limone amaro. Lo stesso che torna in bocca, in una continua alternanza dolce/amaro, anche se qui è forse più bergamotto. Molto leggero, al cereale e alla vaniglia accosta una freschezza erbacea (foglie, genziana), che si protrae in un finale di sorbetto al limone.

Dammi tre parole, fresco, dolce e leggero. Forse Valeria Rossi non cantava così, ma fortunatamente l’abbiamo dimenticata. Nel complesso un whisky che il suo lavoro lo fa alla perfezione, si beve a garganella e non ha quella stucchevolezza di certi blended della categoria Giovani che ti impastano la lingua di zucchero. Non apriremo il suo fan club, ma se ci capitasse di sentirlo passare per radio non cambieremmo canale.

Ps. La cosa imperdonabile è il tappo di plastica gialla tipo olio di mais. Una caduta di stile che nemmeno Sabrina Salerno e Jo Squillo in shorts che cantavano «Siamo donne oltre alle gambe c’è di più». 81/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Giorgia – Vorrei.

Botti da orbi – Sanremo, serata 1: Cladach (2018, OB, 57,1%)

l’illuminato Marco Zucchetti mentre cura la sua rubrica su whiskyfacile

Puntuale come l’influenza il primo giorno di ferie, la papera del tuo portiere nel derby e l’aneddoto sconcio degli amici al bar, anche quest’anno arriva Sanremo. Ecco, questo coraggioso sito si fa vanto del fatto che non ne farà menzione. Anzi, innalzando una prece al mitico Ferdinando Buscaglione, patrono di tutti i whiskofili italiani, qui ci si propone di fornirvi delle alternative al festival. Cinque malti (scelti a capocchia esattamente come i big in gara) per evitarvi le cinque serate. Oppure, se siete obbligati per ragioni familiari a sorbirvele, cinque malti per sopravvivere al rompimento di Baglioni che vi tocca in sorte.

Non festival dei fiori ma opere di bere.

Cladach (Diageo Special Release 2018, 57,1%)

L’orchestra di Peppe Vessicchio tutta insieme. È un blended malt sulla scia del Collectivum XXVIII, ma più coerente e assai più convincente. Partecipano alla sinfonia Inchgower, Clynelish, Oban, Talisker, Lagavulin e Caol Ila, dunque ci si aspettano potenti gli ottoni della torba e gli archi della marinità. E infatti fin dall’esordio ecco un bel falò in spiaggia, zaffate di iodio e un naso medicinale e mentolato (anice), da cui emerge una golosa frutta dolce, mela cotta, ananas e limone candito. Cera, anche. E una curiosa sensazione di metano, come se aveste deciso di suicidarvi prima di essere costretti a sentire Il Volo.

In bocca è salato, scuro, molto profondo e perfino cremoso. La torba c’è, ma non ce la si cava mica così, non siamo di fronte a una canzonetta. Occorre un patentino per capirlo bene. Noi che invece ci siamo fermati alla scuola primaria del malto riconosciamo alla rinfusa delle more, un pizzico di aceto di lamponi e una bella cremosità saporita, quasi fosse liquirizia salata. Con acqua (anche se va giù bene anche senza) spunta dell’arancia e del kummel. Finale all’altezza dell’esibizione: ancora saporito, tra carne salada e croccante di arachidi.

L’intro del naso ti cattura, ma l’evolversi in bocca ti rapisce proprio. Succulento e robusto, è un concentrato di Islay con il tocco mielato/ceroso di Clynelish. Il classico outsider che parte senza i favori della critica – in effetti queste edizioni sconfinano spesso con il marketing – ma poi si conquista il podio con il voto da casa. 90/100

Sottofondo sanremese consigliato: Enrico Ruggeri – Mistero (Sanremo 1993, primo posto)

Gillon’s Real Mountain Dew (inizio ‘900, 45,3%)

l’abbiamo preso veramente!

Al Milano Whisky Festival del 2017, Franco Dilillo ha aperto una bottiglia molto particolare: un blended databile tra il 1890 e il 1910. Tremano i polsi solo a scriverlo, figurarsi a berlo… Real Mountain Dew era il nome di un blend imbottigliato da Gillon’s, una compagnia allora proprietaria della distilleria Glenury Royal (anch’essa oggi una sorta di mito, avendo chiuso nel 1985), che poi si è fusa intorno al 1910 con Ainslie & Heilbron Distillers, proprietari per un certo periodo di Clynelish. Nel mare incerto e burrascoso dell’Internet c’è qua e là chi sussurra che questo blended possa contenere del whisky distillato nella mitica distilleria di Brora, ma davvero la certezza non è cosa che ci sentiamo di esigere quando parliamo di un reperto archeologico come questo Real Mountain Dew. Ci accostiamo con le orecchie basse basse al bicchiere, sperando che il tempo non abbia messo a tacere per sempre le qualità del distillato.

gillon_mountain_dew_1890sN: sicuramente non si lascia più di tanto ammaestrare, anche a distanza di un secolo. Prevalgono note sporche e spigolose, di terra, petrolio, materiale plastico (tipo cellophane) – diremmo note da impianto chimico. E signori, questa è la torba! Anche una nota iodata, a perfezionare un profilo sottile, affilato. Per il resto, evidente una nota di erba fresca, e pare quasi di scorgere un po’ di orzo nudo e crudo. Biscotti al burro e zucchero liquido. Si dimostra anche un po’ ‘stracciato’ dagli anni con un sentore di dopobarba.

P: dopo l’ultima impressione del naso, temevamo il peggio. E invece è sorprendemente solido: semplice, ma ancora ben strutturato e di buona persistenza. È tutto basato su una leggera zuccherosità da cereale (ricorda proprio il chicco d’orzo maltato che si addenta in distilleria) e un senso evidente di torbatura: si va dalla terra a un filo di fumo (a dire il vero anche più d’un filo).

F: molto vegetale: insalata iceberg, cereale, fumoso e iper-minerale (un senso di ciottolo).

Non si sente tanto la quota di grano, e di certo troviamo un sacco di torba, cosa che rende questo blended molto istruttivo, oltre che terribilmente affascinante. Sicuramente è giovane e ‘semplice’, e per gli standard produttivi di adesso può apparire fin troppo ingenuo e spigoloso, fin troppo franco, se vogliamo. Niente frutta, infatti, e con un apporto apparentemente minimo dei barili. Ha il grande merito di essersi conservato ancora abbastanza vivo in oltre cent’anni di permanenza in vetro, per dare a noi la possibilità di sfogliare questo rarissimo bigino di storia – dando sostanza a quel che spesso si legge sulle caratteristiche dello Scotch che fu. 82/100 tecnici, 95 emozionali.

Sottofondo musicale consigliato: Chet BakerAlmost blue

White Horse ‘Soffiantino Import’ (anni ‘70, OB, 43,5%)

Il canuto equino di White Horse Distillers è un simbolo iconico, che si trova su diverse bottiglie di single malt degli anni ’70: si pensi al Lagavulin 12, per citare il più celebre, o il coetaneo Glen Elgin, perfino una ceramica di Rosebank esibiva il cavallino bianco. Servirebbe un trattatello di storia dello scotch a cavallo tra Otto e Novecento per raccontare la vicenda di White Horse, cosa che eviteremo di fare (per i curiosi: ecco qui): noi oggi ci limitiamo a bere questo blended degli anni ’70, importato dall’azienda genovese Soffiantino e diventato vero oggetto di culto presso gli appassionati. All’interno c’è sicuramente del Lagavulin, ed è plausibile – dicunt – che all’interno della miscela vi sia perfino del leggendario Malt Mill. Noi non possiamo che ringraziare Simone, che ne ha trovata una bottiglia, l’ha aperta invece che rivenderla a caro prezzo e ha perfino deciso di portarcene un sample. Quanto siamo fortunati?!

41062_0N: ma tutta la complessità che subito ci travolge… la riavremo mai in prodotti di consumo come questo, addirittura un blend? Vivissimo e molto aperto, con note profonde e setose di cera, terra, cera d’api, ciottoli di mare; sentori ‘vecchi’ e minerali, come di vecchia carta, di mobili antichi; foglie di tè. Sicuramente c’è della torba, ma c’è anche molto altro: innanzitutto delle bordate maltose pulite, intense e oneste che gridano “whisky!” a tutta voce. Come se non bastasse, arriva anche tanta frutta, matura (soprattutto arancia, frutta gialla, albicocche ipermature). Una punta di rabarbaro qui e là.

P: rispetto al naso, resto un poco più nudo, meno esuberante: quel che va perdendosi è soprattutto la lussuriosa ricchezza della frutta – rimane tuttavia un profilo levigato, tutto giocato su orzo, ancora suggestioni minerali (ancora sassi, diremmo: siamo ghiotti di sassi, voi no?) e sapide; poi legno, frutta secca (nocciola) e ancora qualche miele leggermente amaro.

F: lungo, abbastanza persistente un po’ salato, poi note di agrumi, di cereali.

Sembra un vecchio Clynelish!, e sapete bene che per noi è un grande complimento… La valutazione numerica,  88/100, dipende dal fatto che ha un naso da 90 punti, mentre il palato appare forse un po’ debole, probabilmente fiaccato dalle offese del tempo. Il profilo resta però di primissima categoria, con quelle note ‘vecchie’, minerali e cerealose che in tutta onestà ci fanno girare la testa. Impagabile, grazie infinite a Simone per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: America – A horse with no name.

Whisky Revolution “Il regalone finale” – Day 25

Blend-AboutUs-03Ieri siamo giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, e oggi andiamo oltre col mega regalone di Natale. Gli ultimi quattro campioni misteriosi infatti andavano bevuti tutti assieme, per essere scartati sotto l’albero la mattina del 25. E così abbiamo fatto. Un ultimo ringraziamento va ancora all’allegra macchina da guerra del Blend, che anche per quest’ultimo giorno ci ha regalato sorprese, affetto, trabocchetti e un gran finale.

Buon natale a tutti, abbracciamoci!

❤1 Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Molto buono, intensissimo. La marinità pesciosa, con una torba aggressiva e fumosa, ci 48412111_2001200100178065_1832716451337732096_nporta subito su Islay; per lunghi tratti è proprio pescioso, con note di peschereccio. Gomma ed etere, con sentori di tela cerata; diesel e smog. A grado pieno, diremmo, ma molto aromatico allo stesso tempo. Caramello, cola e tamarindo a sostanziare la zuccherinità. Verosimilmente giovane, con punte ‘verdi’, fresche, quasi balsamiche, tra eucalipto e clorofilla. Esplode al palato, dirompe un turpiloquio di sapori: la torba è ancora più aggressiva, con braci e legno in fiamme (chi non l’ha mai mangiato?). Si allarga un tappetone dolce, con zucchero di canna, caramello e tamarindo ancora. Il finale è proprio di aringhe affumicate, kippers di Campbeltown.

Se dovessimo ipotizzare un imbottigliamento, diremmo An Islay Distillery 9 anni, Cadenhead’s Small Batch (tre barili di Laga, due sherry e uno bourbon). E invece no, di isolano si tratta, ma avevamo nel bicchiere Kilchoman Comraich, gli imbottigliamenti esclusivi dedicati ai locali/santuari sparsi per il globo: 87/100.

❤2 Vat 69 (2018, OB, 40%)

48411380_2001201660177909_8581649325208109056_nDifficile da inquadrare, a maggior ragione dopo la mangiata di questi giorni. Si sente la gioventù, profuma di distilleria, di lieviti, di alambicchi, di canditi… Ci viene il dubbio, percependo una patina dolce un po’ cheap e ‘alta’, che possa essere un finish. Un po’ di inchiostro. Il palato è debole di corpo, con sapori di liquirizia industriale, di inchiostro, e svanisce rapidamente. Il finale, scandalosamente corto, sa di… vodka, di distillato di cereali molto pulito.

Non riesce neppure ad essere pacchiano, con la sua dolcezza così “da discount”. Francamente è un 72/100.

❤3 Ardbeg Blasda (2010, OB, 40%)

Pesca bianca, oleoso (olio di lino, o di sesamo forse). Delicato e fruttato, con una patina di 48987057_2001202420177833_104990836327972864_nzucchero a velo. Mela verde, anche? Resta fresco e con un velo di torba leggera… Fine, elegante. Uva bianca. Al palato è molto vegetale, ancora, rivela di nuovo una cerealosità vegetale torbata. Il finale non è lunghissimo, ma il fumo di torba si riprende ancora un po’ di spazio sul cereale. Molto nudo, poca botte.

Potrebbe essere un Bruichladdich Islay Barley? Non ci fa così sensazione scoprire che invece si tratta di una delle creazioni più controverse degli ultimi anni in casa Ardbeg: 83/100.

❤4 Kilchoman 100% Islay (2012/2018, OB for Beija Flor , 59,1%)

48373414_2001203500177725_3640734766254260224_nTorbato giovane, con una mineralità marina (un po’ di scoglio, dice Zucchetti). Acidità limonosa. Zuccherino, ma di zucchero astratto (a velo), confetto. A suo modo timido, forse un po’ alcolico, molto onesto. Il palato è esplosivo, intenso, con limone e zenzero. È potente ed elegante al contempo, la gradazione è forse alta. Crema di limone, ancora fumo e braci.Finale molto lungo e intenso, con una bella sapidità.

Lagavulin 12? No, però non ci siamo andati molto lontano. In ogni caso, è un grande whisky. Il palato è sorprendente per ricchezza, dopo un naso tutto sommato quasi timido. Vai di 89/100!

 

Botti da orbi – recensioni dal Whisky revolution festival

Torna la rubrica di recensioni di Marco Zucchetti, che ritroviamo ispirato come un trequartista brasiliano nelle giornate di grazia. Questa settimana lui e la sua folta barba tornano a Castelfranco Veneto, per la seconda parte del florilegio dal Whisky Revolution Festival (qui la prima, per chi se la fosse persa).

Clynelish 12 yo (2005/2018, Gordon&MacPhail, 55,1%)

Così come ti aspetti di finire con la bocca incendiata a pietire acqua e pane quando assaggi il chili messicano, ormai ti aspetti di immergerti nella cera appena ti avvicini a un Clynelish. Ma qui no, i refill sherry butt e l’alta gradazione funzionano da carta da regalo. Bisogna scartarlo. Senz’acqua al naso se la giocano note di miele d’erica e burro, con noce moscata e vaniglia. C’è della frutta (mango?) e dell’agrume, più arancia che limone. Forse un tocco acidino, non si sa bene se fruttato (mela renetta) o il burro che si fa rancidino. In bocca è dolce, malto fruttato, ananas, nocciole e di nuovo miele, ma stavolta biscotto al miele. Cioccolato al latte e un retrogusto di arancia amara. Bon, adesso però dato che per il 70% siamo fatti d’acqua, mettiamone una goccia. Sortilegio. Al naso ecco la cera, aromatica, con fiori di campo e una suggestione zuccherina di uva bianca. E in bocca, che miglioramento. Anche qui fiori, propoli, arancia e pepe bianco. Si rilassa, diventa confortevole e si lascia andare a un finale dolce, di mou, con zenzero e una frutta gialla matura. Senz’acqua è dignitoso, con acqua diventa un gran bel dram primaverile.

Trasformista. 86/100

Kilkerran 11 yo (2007/2018, Cadenhead’s, 58,1%)

In ogni videogioco c’è il mostro che non riesci a battere perché non trovi il punto dove colpirlo. Questo Kilkerran è un po’ così, il rompicapo del festival. Grado alto, sherry pesante, torba, marinità: mancano solo prosciutto e funghi per farlo diventare la pizza Capricciosa degli scotch. Intimiditi da tanta varietà di stimoli, ci si butta il naso. Olive nere arrostite, torba sporca ma piuttosto evidente. È umido, ti porta in un luogo tra la stalla (fieno umido) e la cantina. C’è del tabacco, i chicchi di caffè emergono nitidi insieme al caramello bruciato. La frutta è scura, prugne di ogni tipo e noci. Curioso tocco acido, come di vomito. Mi pare di sentire mia madre che si indigna: “Bleah, che schifo!”. Ok, allora bucce di prugne aspre. Con l’acqua la salamoia (marchio di fabbrica) si fa più netta, l’acidità diventa di vino. E anche divina. In bocca lo sherry è appiccicoso, caramello e caffè. Tantissima dolcezza, cioccolato (il caro vecchio Mars). È sciroppato, ma anche grasso. Pesce grasso affumicato, tannino sottoforma di chiodi di garofano. Sapori XXXL, pesi massimi che si confrontano fra dolcezza e bruciato. Vince la prima, con frutti rossi sciroppati, cioccolato al latte e un fumo che rimane a rassettare il campo di battaglia. Bella sfida, un gran bel casino sensoriale, come se Yin e Yang si prendessero a testate. L’acqua non gli cambia volto, rimane piuttosto omogeneo. La prepotenza con cui si impone la dolcezza non è bellissima, ma è uno di quei whisky che ti tengono compagnia per ore dopo averlo finito. Certo, devono piacere i rompicapi, i gusti estremi, i piercing, i formaggi puzzoni, il grunge, il calcio del West Ham. Se non volete regole e giornate facili, è fatto per voi.

Taglia forte. 87/100

Old Perth 2004 13 yo (Macallan and Highland Park, 43,8%)

Alla prima occhiata pensi di avere un problema di cataratta o daltonismo selettivo, probabilmente non vedi bene i colori, ma solo i liquidi. Ha 13 anni ma è scurissimo, di un mogano scuro che ben sta su rum e Armagnac. Appurato che la tua vista è ancora buona e che il colore è solo colpa di quel birbante dello sherry, dai una snasata. E pensi di avere un problema spaziotemporale: meglio controllare di essere ancora nel XXI secolo, perché dal bicchiere ti arrivano suggestioni ottocentesche di vecchia biblioteca, poltrone di cuoio, tabacco da pipa, un che di cantina. Quanta è bella giovinezza lasciatelo dire ai poeti rinascimentali, noi si preferisce la vecchiezza. Il naso non vuole staccarsi, ci pesca ancora more, uvetta, cioccolato fondente, chiodi di garofano, perfino un filo di torba e dei frutti scuri, tipo more. Sembra Benjamin Button, ha 13 anni ma dimostra i secoli. E cambia parecchio, in dieci minuti le note stantie si dissolvono e resta una dolcezza di panettone e amarena sciroppata. Forzandosi (il naso è tiranno, vorrebbe tenerselo tutto per lui), gli dai un sorso. Severo come la signorina Rottermeier, secco come la nota di una maestra. Lo sherry è sovrano, il legno impera. Ci sono le note amare dei Macallan (noci, caramello bruciato), il lato fruttato è limitato a un tocco di fragola, si gonfiano le spezie con pepe nero e cannella. La dolcezza è limitata al malto, ma anche se in secondo piano si avverte. Il fumo di Highland Park cuce insieme l’arazzo. E quando pensi di averlo capito, nel finale assai lungo ecco il sorprendente ritorno delle more (come le vecchie e care Big Fruit), un tocco di cola, uvetta a piene mani. Ecco, ci sarebbe da prendere un aereo, andare a suonare alla porta di Morrison&Mackay e implorarli di ritrovare quella botte, se ancora c’è. Buttare via il Billy dell’Ikea, la pianta che tanto viene l’inverno e di sicuro muore. Farle spazio e metterla in casa, come l’opera d’arte che è stata.

Storiografico. 90/100

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.