Peat Chimney CS batch #001 (2016, Wemyss, 57%)

Dopo l’ottimo blended torbato di Compass Box, restiamo nei paraggi organolettici ma saliamo di gradazione con Peat Chimney Cask Strength di Wemyss: edizione limitata da 6000 bottiglie, questo è il primo e per ora unico batch a gradazione piena del celebre Peat Chimney (che esce in diverse versioni, alcune con età dichiarata di 8 o 12 anni, altre senza, come questa). Abbiamo messo le mani sul sample grazie al grande Francesco Saverio Binetti, che dobbiamo per l’ennesima volta ringraziare…

vatted_wem14N: l’alta gradazione non inficia l’esperienza, e questo già ci piace. Affrontiamo prima lo scoglio del lato più ‘dolce’, tutto in apparenza ruotante attorno all’arancia: c’è, in tutte le forme, fresca e succosa (l’arancia rossa, sia chiaro!), poi la marmellata d’arancia e l’arancia candita e caramellata. Insomma, a un’analisi più attenta potrebbero esserci tracce di arancia. C’è un senso di ‘marroncino’, di qualcosa di profondamente zuccherino e caramellato. Poi un sottile fumo di torba, pungente e acre, che ricorda note di fumo di sigaro. Note speziate e di pepe nero. Appena un cenno marino.

P: anche qui la gradazione non pesa affatto, e anche qui la dolcezza resta molto scura e densa. Dev’essere tutto abbastanza giovane, ma non per questo poco piacevole. Potremmo descriverlo come un pentagono inscritto in un cerchio: abbiamo i cinque angoli spigolosi di plastica bruciata, gomma, pepe, inchiostro, un lieve fumo di sigaro, il tutto contornato da un cerchio di dolcezza agrumata e caramellata – il cerchio in realtà è una sfera, anzi: è un’arancia rossa. Anche un poco di mela dolce, ma questa non inscrive alcunché. Cola?

F: lungo intenso e persistente, col fumo perdura il lato chimico e di inchiostro, con al contempo un tappeto di liquirizia e arancia rossa.

Decisamente un malto ben confezionato, molto carico, in qualche modo più “monster” del Peat Monster, soprattutto perché il lato dolce è davvero pesante – forse troppo? Chi lo sa, noi siamo felici così e assegnamo un bel 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Funkadelic – Maggot brain.

The Peat Monster (2016, Compass Box, 46%)

Schermata 2017-03-07 alle 21.55.54Voi sapete che Compass Box sta rivoluzionando il concetto di blended, e se non lo sapete potete ad esempio rileggerci qui; noi siamo rimasti affascinati dall’idea alla base di questi whisky e – soprattutto – dalla qualità trovata nel bicchiere durante i frequenti assaggi… Oggi torniamo a vagare per i magazzini di John Glaser e peschiamo da una bottiglia molto fumosa, molto torbosa, con un’etichetta bellissima: e siccome quelli di Compass Box hanno un grosso problema con la trasparenza, noi sappiamo tutta la composizione di questo Peat Monster: 40% Laphroaig, 20% Ledaig, 13% Caol Ila, 26% Ardmore, 1% di un vat di Teaninich, Dailuaine e Clynelish finiti per due anni in botti ex-Borgogna. What the fuck?, avrà esclamato qualcuno…

vatted_com4N: lo zampino di Islay è ben presente, con una marinità frizzante e spumosa molto evidente: acqua di mare, soluzioni saline, iodio. Al contempo fa capolino una nota di formaggio dolce (emmenthal) e forse di una giovane scamorza affumicata – da qui un cenno alla torba, acre e densa, bella fumosa ma non prevaricante. Pian piano dalle retrovie emerge con crescente intensità una dimensione fruttata molto piena e gradevole, tra un cenno di cedro candito e una fettina di ananas (c’è del tropicale, insomma), e con una bella purea di pera odorosa.

P: che piacere. Il corpo è denso, ha una bellissima texture. Parte molto medicinale, con note di garza, di antibiotici amari (?); c’è tanto legno bruciato, proprio cenere, con appena un morso di ostrica. Borotalco. Poi una dolcezza grossa, da marshmellow, da caramella, molto profonda, e un senso di bastoncino di liquirizia addentato – anche se c’è una dolcezza da whisky giovane, di canditi.

F: lungo e persistente, ma non così massiccio come si sarebbe potuto immaginare. Ancora perdura quella nota amara e medicinale, abbinata ad un vago senso marino. Torna il cedro candito e ovviamente non si spengono le braci (cenere).

Buono buonissimo, a dover sparare a tutti costi un’ovvietà diremmo che la quota di Laphroaig, presumibilmente piuttosto giovane, si sente molto con le tipiche note medicinali (forse acuite da Ledaig?); ad ogni modo, siccome la composizione ce l’abbiamo davanti agli occhi, pare veramente un esercizio sterile il nostro, e dunque limitiamoci a sentenziare 86/100 così da dichiarare tutta la nostra soddisfazione. A 50€ è un’ottima alternativa ai ‘soliti torbati’, consigliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Kalamata – My.

‘Asyla’ (2016, Compass Box, 40%)

Mercoledì scorso abbiamo avuto la fortuna di partecipare a una degustazione di Compass Box al Mulligans, uno dei luoghi di culto del whisky, qui a Milano. La serata è stata davvero gradevole, anzitutto perché il tasting è stata tenuto dalla brand ambassador Celine Tetu, che ha ben dosato le decine di informazioni tecniche che una degustazione di Compass Box impone con una bella dose di simpatia e understatement. Della mirabolante creatura di John Glaser- una vita a lavorare in Johnnie Walker e ora una seconda vita a portare novità nel mondo

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Celine Tetù in primo piano. Nello ‘stimato’ parterre di ‘giornalisti’ anche individui dai terrificanti precedenti penali

dello Scotch- abbiamo già parlato qui. Diciamo solo che la serata ha confermato quanto di buono avevamo intuito sulla Compass Box e non uno dei quattro blended assaggiati si è dimostrato poco interessante. Oggi assaggiamo uno degli imbottigliamenti entry level, di cui come al solito vengono diffuse una miriade di informazioni, in controtendenza assoluta con quanto avviene nell’oscuro mondo dei blended. E quindi le specifiche ci dicono che questo Asyla è prodotto utilizzando il 50% di single malt (whisky da orzo maltato) e che le botti sono al 100% first fill american oak ex-bourbon. La ricetta è semplice e invitante: Linkwood (22%), Teaninich (23%), Glen Elgin (5%) e Cameronbridge (50%).

Un grazie per l’invito a Marco Callegari e a Velier, che del marchio è distributrice per l’Italia.

getimageN: molto etereo e fresco nel bicchiere, si preannuncia pericolosamente beverino. La ricetta è tanto malto, frutta gialla e fiori freschi. Miele e arancia fresca. Zaffatine invitanti di biscotti al burro e di yogurt alla banana danno anche un certo spessore al profilo nel suo complesso.

P: a 40 gradi è un vero e proprio succo. Si rivela sostalziamente coerente con quanto detto al naso, ed è pronto a farsi bere senza un attimo di pausa. Ancora tanto malto, molto pulito ed elegante, che si prende la scena. Infatti rispetto all’olfatto, a dire il vero, sembra più cerealoso ed erbaceo (ancora fiori) e meno fruttato. C’è un pizzico di vaniglia, comunque abbastanza trattenuta.

F: medio, molto giocato sul malto anche se ritorna pure una certa complessità.

Alla degustazione Celine l’ha definito un breakfast whisky e in effetti è davvero beverino, invitante, anche grazie a una gradazione che forse penalizza un po’ la persistenza in bocca, ma aiuta appunto a mantenere un profilo molto godibile. Costa intorno ai 40 euro, il che lo rende un prodotto del tutto sensato. Da provare: 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Daniele Pace – Che t’aggia fa’

Johnnie Walker 12 yo ‘Black Label’ (2016, OB, 40%)

SUP_8394.153544Buona norma per qualunque bevitore con velleità classificatorie e perfino (peggio!) con un blog sul whisky è cercare di non limitarsi ai prodotti di fascia alta, ai single cask di imbottigliatori indipendenti e ai malti più inaccessibili: talora è bene sporcarsi le mani, scendere nell’agone e mettere alla prova di naso e palato anche i blended ‘da supermercato’, perché 1) aiutano a rimettere le cose in prospettiva 2) permettono di comprendere a che cosa le persone normali (non i disadattati appassionati nerd come noi) pensano quando dicono “mmm sì, mi piace il whisky”. Oggi assaggiamo quindi uno dei blended più venduti al mondo, ovvero il Johnnie Walker 12 anni ‘Black Label’, 22€ all’Esselunga e una band hard rock a lui dedicata (e mica una band qualsiasi!). Le componenti del blend di Diageo non sono dichiarate, ma si vocifera di una discreta presenza di Lagavulin, Talisker, Mortlach e Benrinnes… Tutti distillati ‘grassi’ e di personalità: vediamo come si comportano…

black label-500x500N: il dodicenne di casa Walker rivela un profilo duplice, anche se le due anime sono ben integrate. Da un lato, c’è una ‘dolcezza’ un po’ indistinta, sostanziata di frutta secca di vario genere (dall’albicocca disidratata alla nocciola), che ricorda un po’ biscotti ai cereali. Poi c’è caramello, in grande evidenza e quantità; buccia di agrume (forse arancia, forse limone); ci viene in mente lo sciroppo d’acero. Il tutto è percorso come da una vena minerale, leggermente torbata…

P: …che al palato diventa invece un’arteria: esplode infatti una nota fumosa (diremmo tè affumicato, il nostro amato Lapsang Souchong) e torbata profonda, sempre in accoppiata con una bella mineralità. La dolcezza resta sempre molto sostenuta, e va a ricordare ancora sciroppo d’acero, caramello, vaniglia; di nuovo nocciole. Ancora torna l’agrume, con una bella arancia profonda. Chicco di caffè (c’è un che di tostato).

F: non lunghissimo, certo, ma dolce (frutta secca), tostato e fumoso.

A livello di descrittori, ci siamo: non è troppo ruffiano quanto a dolcezza, e in più ha suadenti note minerali e delicatamente affumicate. Al palato forse ‘scivola via’ un po’ troppo, rivelando effettivamente la sua natura di blended super beverino: per questo non spicca del tutto il volo ma, a nostra opinione, si attesta più che dignitosamente su un invidiabile 82/100. Possiamo dirlo?, ci piace più di tanti single malt che costano anche più del doppio…

Sottofondo musicale consigliato: Black Label Society – Rust.

Home Blend 35 yo – cask #26 (1980/2015, Wilson & Morgan, 47,6%)

Per festeggiare la vittoria del Portogallo (meglio dire: per festeggiare la sconfitta dei francesi, scusateci francesi ma sapete com’è, siete francesi) – si diceva, per festeggiare quel che abbiamo da festeggiare abbiamo deciso di proseguire sulla strada dei blended, scegliendone uno extra-lusso: si tratta dell’Home Blend di Wilson&Morgan, 35 anni, che l’italianissimo imbottigliatore ci presenta cosìFor years we dreamed of a perfect old blend which could bring back memories of the luxurious and slightly decadent whiskies of forgotten times. A blend which would have been served in an exclusive club, or in the homes of the wealthy. […] The result is as close as possible to the aged blends of decades ago, when blended Scotch was king and not an ingredient for mixing. Non siamo sicuri su quanto di preciso, ma di certo per qualche tempo il blend è stato finito in una botte ex-sherry.

Schermata 2016-06-21 alle 19.04.01N: naso ricco, mi ci ficco: molto aperto, mostra fin da subito un profilo molto importante, maturo e sfaccettato. Riesce a ricordare sia sontuosi frutti succosi (pesche, anche sciroppate) che frutta disidratata molto zuccherina, quasi appiccicosa (datteri, mele caramellate, fichi secchi, uvetta). E quelle barrette di cereali al miele, non le vogliamo nominare? Nominiamole, dai. Ci sono anche profonde note di tabacco, sia il tabacco da pipa che quello aromatizzato da narghilè… Il tutto perfettamente amalgamato in un contesto davvero vivo, con l’invecchiamento monstre che si manifesta, dopo un po’ d’ossigenazione, grazie a particolari e graziose note di erbe aromatiche (qualcuno ha evocato un vermouthino?).

P: il corpo è pieno ma molto beverino; complessivamente si può dire che mantiene quel che prometteva al naso solo in parte… Esibisce infatti una bella marmellata di arance amare, che ci fa realizzare come il profilo rispetto al naso tenda a farsi più ‘scuro’, più ‘amaro’, più vecchio e più influenzato dal legno: ci sono note di tannini più evidenti, che – in grande equilibrio col resto – ricordano che al trascorrere del tempo si deve del rispetto. Meno fresco che al naso, non perde del tutto quelle note zuccherine e fruttate che riassumiamo con: fichi e datteri, mela rossa. Ancora un cenno di tabacco. Cioccolato.

F: piuttosto lungo, inizia sulla dolcezza zuccherosa e di frutta secca e prosegue sulle suggestioni più erbacee.

Veramente ben confezionato, piacevole e pericolosamente beverino: il passaggio finale in una sherry cask col valore di marriage tun permette al profilo complessivo di unire sia la rispettanda profondità di un whisky molto invecchiato ad una splendida freschezza, viva soprattutto al naso. Bene, benissimo: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugenio Finardi – Diesel.

Kiln Embers (2015, Wemyss, 46%)

Dopo l’ottimo Spice King assaggiamo un altro blend di Wemyss, ricordando peraltro che proprio la famiglia Wemyss nel 2014 ha aperto una nuova distilleria a Fife, Kingsbarns: per adesso si può assaggiare solo del new make, ma di certo il fatto che nuove distillerie saltino fuori come funghi è un buon segnale di per sé, non foss’altro per sperare in varietà.  Questo Kiln Embers è un concept blend, come va di moda di questi tempi: il whisky è infatti presentato come molto torbato (ceneri di fornace è la traduzione del nome, per i Mazzarri tra voi che non dominano la lingua di Shakespeare). Sarà vero?, dopo miss Italia aver un papa nero?

s15510N: un naso abbastanza profondo, soprattutto sul versante della ‘dolcezza’: ci sono infatti note appiccicose di caramello, amaretto, marmellata d’arancia, zucchero di canna… Liquirizia. Un pit di cannella. C’è anche un che di spiccatamente mentolato, in un tappeto già piuttosto erbaceo; e più che marino, anche se marino lo è (e lo rivela soprattutto dopo un po’), appare decisamente affumicato. In generale, dà una sensazione di disinvolta profondità, con lievi suggestioni ‘organiche’, di carne o pesce a seconda del percipiente.

P: bello esplosivo, per essere a grado ridotto. Come al naso, l’attacco è sul dolce: ancora Elah alla liquirizia, caramello, un velo di cannella, il caffelatte zuccherato; ma dopo questa prima fase, cresce di intensità l’affumicatura isolana, con note molto spiccate di fumo acre, quasi di pesce. Molto (troppo?) presente il legno, a irrobustire un profilo comunque già molto esplicito.

F: se sulle prime la dolcezza persiste, dopo pochi istanti perdura una torba dura, acre, cenerosa e ‘chimica’ (smog, plastica bruciata).

Devono piacere i torbati fatti così, belli ruffiani, con una dolcezza marcata e una legnosità cenerosa, aggressiva e un po’ ‘allappante’: sicuramente regala un’esperienza di tutto rispetto, sia come intensità che, tutto sommato, come complessità. 84/100. Altro pollice alzato per i blend fatti bene!

Sottofondo musicale consigliato: Pitura Freska – Papa Nero.

Spice King (2015, Wemyss, 46%)

Andiamo alla scoperta degli imbottigliamenti di Wemyss, selezionatore indipendente scozzese da poco tempo presente sul mercato italiano e che – pare – punta molto sulle miscele di botti diverse, oltre che sui single cask: ce ne ha parlato a Roma l’ottimo Francesco Saverio Binetti (che ringraziamo per le cortesie), ed ora è finalmente giunto il momento di testarne qualche espressione. Oggi assaggiamo lo Spice King, un NAS che dichiara di ispirarsi a profili delle Highlands e delle Isole. Un tempo si sarebbe detto vatted, oggi si chiama blended malt… Di certo, è una miscela di diversi single malts, per cui preparatevi all’invincibile gioco delle agnizioni.

vatted_wem8N:  domina soprattutto all’inizio un senso di lieviti, di new make, di mash tun… Insomma, un senso di malto molto giovane: non sgradevole, intendiamoci, ma più che re delle spezie, pare re dei lieviti! Oltre a questo lato, però, ci sono anche note di latte caldo zuccherato, di miele… E se dicessimo latte caldo col miele, non sarebbe più semplice? Qualcosa di speziato però c’è: un che di cannella, legni profumati (sandalo?); poi, chips di mela, tabacco (forse una quota di sherry?). Ad essere sinceri, va progressivamente ‘scaldandosi’, e dopo un po’ oltre ad aumentare la ‘dolcezza’ (soprattutto verso arancia e zucchero di canna), ci colpisce – sorprendente evoluzione! – un senso minerale, lievemente torbato (anche se dicendo così siamo costretti a spoilerare il palato…).

P: stupefacente, arriva quasi a farci evocare quote di Talisker o di Springbank… Intendiamoci: rimane quel senso di giovinezza esplicita, ma assolutamente non ingenua e zuccherina come l’attendevamo, anzi. Rivela infatti una leggera torbatura, inavvertibile al naso, che sputa fuori note di cenere e minerali, di tabacco; c’è perfino una nota marina! Attorno, una dolcezza profonda, tra brioche alla marmellata e un che di aranciato. Finalmente lo Spice King!, ed è il pepe. Carruba.

F: qui la torba è ancora più evidente, con un velo minerale e di fumo acre; accanto, una dolcezza profonda di malto e biscotti.

Davvero molto buono: ha una notevole evoluzione dopo la timidezza iniziale rivelata al naso, e dispiega poi un profilo che (non si risenta nessuno) ci ricorda nitidamente Talisker. Il nome evocato è grosso, ma non è affatto un’eresia: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ramin Djawadi – Lights of the Seven. Se sapete, sapete: se no, you know nothing.

Grand Royal ‘Special Reserve’ (2014, OB, Myanmar, 43%)

Voi sapete che la Birmania è un paese in grande crescita, anche se le vicende politiche restano contorte. Di certo, quando Aung San Suu Kyi ha vinto le prime elezioni democratiche, nel novembre dell’anno scorso, avrà senz’altro brindato con il whisky più venduto in Birmania: si tratta del Grand Royal ‘Special Reserve’, composto da 16 malti e grani scozzesi e del whisky di grano prodotto proprio in Birmania. Noi oggi possiamo pregiarci di assaggiarne una versione molto rara, da collezione, risalente appunto al 2014: sappiate che questo gioiellino ha vinto premi su premi come miglior whisky asiatico – anche se, come detto, buona parte è proprio scotch. Lorenzo, un nostro caro amico, ce ne ha portata una bottiglia conoscendo le nostre passioni.

GRAND_ROYAL_SPECIALN: incredibilmente spento, inespressivo ed alcolico – non nel senso che è pungente, ma nel senso che ‘puzza’ di alcol denaturato, di chimico. C’è una nota di profumo da donna (di quelli dappoco) indistinta e francamente spiazzante. Il cereale si manifesta invece con note… ehm, no: si manifesta con un senso marcato e astratto di vegetale, tra la lattuga e una siepe appena tagliata. Un po’ inquietante, qui e là, una zaffata di un formaggio industriale dopo che la data di scadenza è da tempo passata. La dolcezza è solo dell’alcol.

P: meglio del naso, perché non ne replica la pur orrenda timidezza; stendendo un velo pietoso sulla qualità del corpo, qui rivela per lo meno di avere una dolcezza, costruita su note di miele / melassa e frutta secca (noci). Ricorda un bicchiere di acqua e zucchero, con in più dell’alcol: fantastico, no? Ancora note vegetali, ancora profumo.

F: frutta secca, in particolare ancora la noce; zucchero bianco, burro.

lorenzo in birmania, gonfio di grand royal

lorenzo in birmania, gonfio di grand royal

Beh, che dire: grazie Lorenzo! Ci dispiace citare Serge, ma è esattamente un whisky che ti puoi bere solo viaggiando in Birmania, disperato perché non trovi manco un falso scotch demmerda (si può dire merda?) nei paraggi. Anzi, forse lo compreresti ma poi, una volta assaggiato, non lo berresti: cosa che immaginiamo sia appunto capitata al nostro amico Lorenzo. Insomma: per uno strano circolo di ragionamenti, il voto sarà proprio lo stesso di Serge: 50/100, passiamo in fretta a qualcosa d’altro.

Sottofondo musicale consigliato: Anna Oxa – Un’emozione da poco.

‘The Lost Blend’ (2015, Compass Box, 46%)

Schermata 2016-04-18 alle 11.06.08Compass Box è una delle aziende più interessanti nate e cresciute negli ultimi anni; noi abbiamo spesso apprezzato i suoi prodotti ai festival, ma mai li avevamo recensiti. Il proprietario, John Glaser, si è distinto negli anni per essere (riassumendo) un visionario rompipalle: quindi un elemento scomodo, certo, ma uno di quelli che con le sue sole idee può talvolta cambiare o orientare tendenze, fenomeni, opinioni, abitudini. Vi rimandiamo a questa bella intervista (anche se online ne trovate molte, tutte meritevoli), e vi rimandiamo anche ai diversi articoli che Davide ha dedicato all’uomo; in termini molto semplici, diciamo che la sua idea di fondo è quella di valorizzare il blending, la miscelazione di botti diverse, convinto che unire prodotti di qualità possa produrre qualcosa di nuovo, di più buono – è in qualche modo lo stesso concetto del blended No Age di Samaroli, ma questo lo sapete già, attenti lettori. Di recente, Compass Box ha lanciato l’appello per la trasparenza nei blended – e infatti, qui nel ‘Lost Blend’ la composizione è dichiarata: si tratta di una miscela di 80% di Clynelish e Alt-a-Bhainne e 20% di Caol Ila (anzi: il dettaglio della composizione lo vedete nell’immaginetta sotto).

vatted_los1N: molto ben guarnito, mostra una discreta intensità, pur se in un contesto di generica austerità. Fin dall’inizio dispiega infatti un profilo da Highlands: spiccano delle note leggermente minerali e abbastanza iodate, tra la salamoia, un pelo di cera e tanto, tanto burrocacao (ma proprio tanto!). Ci sono poi note di marzapane, di quelle caramelle di zucchero alla fragola; i fagottini alla mela (quasi strudel, a dirla tutta). Molto buono, e in continua evoluzione – perde in austerità, col tempo. Resta appena accennato, e solo a tratti, un velo leggerissimo di fumo di torba – ma proprio leggero leggero.

P: l’attacco è tutto sulla componente dolce, con una ottima intensità: si spazia tra (ancora) il dolce alle mele, il marzapane, i biscotti al burro (un sacco). Quanto alla componente ‘austera’ di cui sopra, si retrocede di tanto rispetto al naso, perdendo del tutto la marinità e trattenendo una minima veste minerale, tra burrocacao e ciottoli bagnati. Un poco di pepe, e legno tostato. Cera.

F: doppia suggestione, tra il legno tostato e un fil di fumo di torba; certo, c’è mineralità, con un velo di cera.

getimage.phpDecisamente, decisamente buono. Abbiamo passato la degustazione a cercare di ricongiungere le suggestioni alla quota di single malt presente (quella nota austera sarà Clynelish? o sarà data dalla diluizione di una quota minima di Caol Ila?) – gioco sterile, certo, ma davvero molto divertente. Più ruffiano del previsto, al palato, ma hey, mica è un male, o no?  87/100 sarà il voto, per premiare un whisky che ci ricorda la nobiltà dell’arte del blending. Bravo John Glaser, grazie ad Amleto di Velier per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Grimes – Symphony IX (My Wait Is U)

Ballantine’s ‘Finest’ (2015, OB, 40%)

Mercoledì abbiamo assaggiato un Ballantine’s 17 anni dei tempi che furono… Adesso ci ha punto vaghezza di mettere le narici e il palato su un Ballantine’s moderno, anzi odierno – in assenza del 17 anni, che sarebbe stato lo sparring partner perfetto, ci accontentiamo dell’unico che – ahinoi – abbiamo in casa, cioè la versione base, il Finest, senza età dichiarata e imbottigliato a 40%.

blend_bal5N: nel bicchiere si sente davvero troppo l’alcol, e a 40% questo non è un buon segno. È aperto e aromatico, ma tutto quel che arriva al naso non ha troppa personalità. Proviamo a elencare i descrittori per come ci arrivano: c’è senz’altro una zuccherinità abbastanza astratta, poi delle note intese di pera; si sente bene il cereale, sia esso grano o malto, con note proprio di new make, cereale bagnato (porridge, ci viene in mente); agrumi e zenzero canditi. Tutto qui, e col tempo sembra progressivamente slegarsi e perdere intensità.

P: delle suggestioni del naso, la fanno da padrone cereale e pera… Si lascia bere con facilità, molta, troppa: viene meno quella sensazione alcolica del naso, ma il profilo si impoverisce ancora. Resta una dolcezza ancora zuccherina e astratta (forse miele? caramello?), con qualche nota di fiori freschi. È un palato più ‘scuro’ del naso. Non ci sono particolari fiammate d’intensità, e tutto si risolve molto in fretta…

F: …in un finale molto breve e però anche pulito, ancora su cereale e pera.

Non giriamoci intorno: il secondo blended più venduto al mondo è semplice, è giovane, realisticamente non è fatto per essere bevuto con tutti i crismi della degustazione e con velleità analitiche – per intenderci, noi in gioventù lo bevevamo in tappini, nei parcheggi, ingaglioffendoci nelle periferie, nei non-luoghi del contemporaneo, e quella è la sua dimensione. Però, insomma: è semplice, è giovane, si diceva, e complessivamente non è sgradevole; nei parcheggi ci piaceva; detto ciò, più di 70/100 non si può.

Sottofondo musicale consigliato: Dogo Gang – Italia 90.