Botti da orbi: Newcastle Whisky Festival

(Questo reportage è stato realizzato prima che esplodesse il caos universale del coronavirus. Lo ricorderemo così, come l’ultima scorpacciata di dram prima della fine del mondo).

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L’amore ai tempi del Newcastle Whisky Festival

Buoni tutti di andare al Whisky Live a Parigi alternando dram di Karuizawa e flute di Bollinger. Troppo facile fare un salto a Limburg e sciacquare le viscere enfie di malto con splendide lager ghiacciate. Il vero asceta che rifugge le comodità sale fino a Newcastle-upon-Tyne, estremo nordest inglese, terra di operai disoccupati da film di Ken Loach e densissime brown ale. E lì – esultando come Alan Shearer dopo un gol – si tuffa nel clima geordie del whisky festival locale.

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L’idillico Civic centre di Newcastle in uno dei 7 giorni di sole previsti nel 2020

Il Newcastle Whisky Festival non è esattamente uno degli appuntamenti maltofili da segnare in rosso sul calendario. Non ha paillettes e si tiene in un Civic Centre brutalista su cui torreggiano dei cavallucci marini (sono il simbolo della città, l’abuso di alcol non c’entra…). Però il festival ha una storia interessante. Infatti fa parte degli eventi targati The Whisky Lounge, il più grande organizzatore di manifestazioni a tema whisky nel Regno Unito. TWL ha il nome e il volto di Eddie Ludlow, detto “Whisky Evangelist”, che con la moglie Amanda si è messo in mente di portare la cultura del whisky anche nei centri meno posh dell’Inghilterra profonda: York, Bristol, Nottingham, Liverpool… Il whisky è la sua missione, dunque lasciate che il vostro reporter venga a lui…

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Chi siete? Da dove venite? Un fiorino!

Prima di tutto, due coordinate logistiche, casomai vi pungesse la voglia. Il festival si tiene nella giornata di sabato (quest’anno in un eccezionale 29 febbraio), divisa in due sessioni: una dalle 12 alle 16 e l’altra dalle 17 alle 21. I biglietti per ogni sessione costano una quarantina di sterline e danno diritto a un bicchiere, una guida e un gettone del valore di 5 pounds. “Soldino” da investire saggiamente in un laboratorio, in uno degli Eddie’s tastings o nei malti “under the counter” a pagamento, come l’Highland Park 17 “the Dark” o uno dei whisky rari esposti nell’angolo dei nerd/collezionisti. Per il resto, allungate il Gleincairn e vi sarà liberamente versato (1 cl, eh…).

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Colazione dei campioni al Five Swans

Iniziare a mezzogiorno non è uno scherzo, quindi è meglio mettere qualcosa sotto i denti. Tipo una english breakfast al vicino Five Swans pub. Opportunamente zavorrati, si può dare il via alle danze. Prima osservazione: pieno quasi fin da subito, il festival. Vero è che gli spazi non sono sconfinati: tutti gli stand di whisky (una trentina in tutto), la cucina, il negozietto dei dolci più calorici del globo e il bar temporaneo nel salone al piano terra; la piccola area gin e il banco mixology nella balconata al primo piano. Comunque basta mezz’ora ed ecco la folla. Seconda osservazione: parecchi over 60, a testimoniare come qui – a due passi dal vallo di Adriano – lo Scotch sia quasi di casa, spirito endemico della popolazione molto prima di essere moda o business.

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Raduno di capelloni al banchetto Kilchoman

Passeggiando qui e là da un banchetto all’altro come un umarell dei dram, quindi rigorosamente con le mani incrociate dietro la schiena, si va di stream of consciousness. Rispetto al Milano Whisky Festival, sia la competenza media dei visitatori, sia la qualità media delle bottiglie è in genere più bassa. Se si esclude la dozzina di malti rari in mescita a pagamento, le perle preziose sono pochine. Diageo e LVMH non pervenute, Pernod Ricard porta Aberlour, Chivas Regal e Glenlivet: Nadurra in sherry a 60° e Chivas Mizunara molto apprezzati dai geordie locali. Qualche Laphroaig OB, bei Bowmore (Vault Edition e 19 yo), un Highland Park 16 yo nuovo di pacca e il 17 yo Dark. C’è Kilchoman con l’UK edition small batch, c’è Distell con Deanston e Bunnahabhain, c’è Inverhouse con Old Pulteney e Ancnoc. Però ci sono un sacco di etichette di nicchia interessanti. Piccole produzioni, whisky sperimentali, cose curiose insomma. Una impressionante gamma di Mackmyra in cui spiccano i monumentali imbottigliamenti della serie “Moment”, il nuovissimo Bimber in sherry (tre anni e non sentirli), Lakes distillery con la Quatrefoil collection e parecchi altri. Eddie lo spiega bene: “Abbiamo creato Whisky Lounge per portare il whisky a un nuovo pubblico. Ora vogliamo portare anche i nuovi whisky al nuovo pubblico”.

Ordunque, mosso da questo spirito evangelizzatore, anche il reporter si adegua. E sceglie per le sue umili notule di degustazione degli assaggi curiosi. Non per forza i più buoni, ma novità e bizzarrie, esotismi e cose che valeva la pena assaggiare.

sb1098Kilchoman UK exclusive small batch (2019, OB, 48.3%)
Uh che bella bestiola, allo stesso tempo costiera e coccolosa. 75% invecchiato in bourbon, 25% madeira e 5% sherry: 1260 bottiglie per il mercato britannico. Al naso è bello fresco, marino: ostriche e gelato al limone, alghe wakame e borotalco. Melone bianco, anche. C’è poi un’anima erbacea vivida, canfora e timo, e un delicato fumino. Accanto, ecco la dolcezza, spessa e piacevole, come mandorle caramellate. Una dolcezza che in bocca prende il sopravvento: di nuovo caramello e zucchero bruciato, crema di agrumi e ananas grigliato. Caffelatte e cioccolato al latte, pure. Qui la torba si fa più potente e prende la via della cenere. Finale coerente, con caramello dolcissimo, frutta matura e un tocco di legno amaro. E sale, anche!
Molto morbido e piacione, con quella torba esibita ma non invasiva che ti conquista. Non è il Kilchoman più complesso e ortodosso del mondo e forse è un po’ costruito. Ma è costruito bene, perché non trad
isce l’anima isolana e ne berresti subito un altro. 87/100.

m57327Westward Oregon single malt (2018, OB, 45%)
La Seattle dove nacque il grunge non è lontana dall’Oregon. E dal Northwest arriva anche questo single malt, a tutti gli effetti parte della new wave dei craft whiskey americani. Orzo locale fermentato con lieviti di birra, distillato due volte in pot-still e infine invecchiato in botti di rovere vergine. Il risultato è ovviamente bello concentrato sul legno, che fin dal naso ci dà dentro a zaffate. E’ giovane ovviamente, con un aroma di nocciole al miele e un che di fienile/stallatico. Woody e farmy, si direbbe. C’è una frutta cotta vaga (prugne? pera?) e della vaniglia. Zucchero di canna, anche! In bocca molto dolce e molto giovane. Qualcosa di artificiale, fra i marshmallows e lo sciroppo d’acero. Pesca sciroppata. L’alcol e il legno sembrano scissi e il barile prende la forma del bastoncino di liquirizia. Un po’ aggressivo al palato. Finale dolciastro ma medio lungo: banana flambé, cioccolato al latte e stecchetta di liquirizia.
Non piacevolissimo, soprattutto al palato. Al naso il tocco nocciolato mitiga legno e gioventù, mentre in bocca la giovane età lo rende troppo slegato e rude. 76/100.

austr_sta6Starward Nova (2018, OB, 41%)
Single malt da orzo australiano totalmente maturato in barili di ex vino rosso locale. Tre anni di età, un packaging affascinante che strizza l’occhio non si sa perché all’astronomia e qualche perplessità: tre anni tutti in barili di vino rosso (Syrah, Pinot Nero), peraltro definiti “molto attivi” possono fare grossi danni…
Beh, l’attacco non è dei migliori, con una botta pungente e acetica di solvente. L’impatto del vino è evidente, ma accanto ad agrumi acidini e aspra uva rossa (Pinot Nero), compare anche una frutta più piacevole: mele rosse e fragole. Un che di rosa, un tocco di ginepro e lievito.
In bocca è di una dolcezza impressionante, seguita però da un contrafforte amarognolo e tannico. Gelee al mandarino, poi una vinosità da cognac giovane. Sugo d’uva con un tocco acido e caramello. Per la gradazione è piuttosto aggressivo. Finale amarognolo e corto, fra legno e pepe.
Siamo nel campo dello sperimentale, della nicchia. Non è drammatico, ha anche una frutta molto vivace che danza sul palato. Però non si può neppure dire che sia una piacevolezza, perché l’influsso del vino è preponderante e l’effetto è un po’ stucchevole. 77/100.

secret-speyside-works-20-years-1546516-s308Speyside 20 yo (2019, The Whisky Works, 47.1%)
Butti un occhio e rimani rapito. Cosa sono quelle bellissime bottiglie, colore e note di degustazione a braccetto fin dalla scatola? Ebbene, è “The Whisky Works”, il braccio armato del colosso Whyte & Mackay nel ramo del blending e dell’imbottigliamento indipendente. Diretta da Gregg Glass, finora ha in catalogo solo quattro espressioni: un blended, un blended malt delle Highlands, un single grain e un single malt. Ovvero questo Imperial di 20 anni, affinato per 7 mesi in barriques di cognac Bourgoin: ci si poteva forse esimere dall’assaggiare? Al naso è sorprendente: sfoggia una frutta fresca talmente sfacciata da sembrare più giovane. Melone bianco, platano, pera in macedonia. Poi, tra volute di zucchero a velo e dolcetti mediorientali, emerge un tocco erbaceo probabilmente dato dal finish: caramelle Valda, té verde e crema per il corpo (a sottolinearne la burrosità). Pannacotta alle fragole. A volte sembra di annusare un’ottima slivovica di prugne. In bocca invece recupera il suo status di ventenne: morbido, vellutato e profondo, attacca dolce – biscotto, miele, tarte tatin di pere – e poi lascia la scena alle spezie del legno. Che piacevole pizzicorino: nella dolcezza sciroppata di marmellata di prugne e caramello ecco lampi di zenzero, liquirizia pura, pepe bianco. Praline al cioccolato bianco! Un’idea di cognac, ora. Il finale è la cosa meno convincente, all’inizio: c’è un che di legno grezzo che non si addice al portamento del whisky. Per fortuna sparisce e rimane lungo, pulito e piccantino, con ancora melone bianco e un che di agrumato.
Beh, gran bel whisky come spesso gli Imperial. Ma piuttosto insolito, di sicuro a causa del finish. Il cognac aggiunge qualche pennellata personale al quadro. Che probabilmente sarebbe stato una bella opera d’arte anche senza, ma anche così è un piacere: 88/100.

highland-park-16-twisted-tattooHighland Park 16 yo Twisted tattoo (2019, OB, 46.7%)
Nemmeno il tempo di dire: “Toh, forse dopo orsilupiaquileThoreOdino Highland Park sta recuperando il senno”, ed ecco spuntare una nuova tamarrata made in Orkney. Se i due 17 yo Light e Dark sembrano dei classici, qui siamo nel campo della bottiglia di grande impatto. Un 16 anni invecchiato in botti ex bourbon ed ex vino rosso spagnolo della Rioja. Sulla bottiglia nera campeggia un dragone rosso. E per ora l’ottimo accostamento cromatico sembra l’unica cosa buona… Come non detto: il naso è aromatico. C’è una patina di cera di candela alla fragola, arancia rossa e burro di cacao. La mineralità di HP c’è, così come un tocco di torba. Ma sopra si stende uno strato variegato di frutta (more, ribes nero e succo di albicocca) e una sensazione umida. Fieno, cantina, erica dopo la pioggia. C’è anche un che di sughero. Al palato è cremosissimo e dolce, sarà il clima spagnolo ma ricorda la malaga. Pesca, frutti rossi, crumble di mele. Parecchia vaniglia. Poi si asciuga e vira sulla mandorla e il pepe. Chiude secco: fumo, zenzero e un pizzico di sale.
Non è spiacevole, anzi a occhio avrà parecchi estimatori. Certo, è il nuovo stile HP: botti cariche, dolcezza esondante (qui anche una certa astringenza del legno e l’apporto di frutti rossi). Il dna della distilleria fa un passo indietro e saluta da dietro la vetrina del tatuatore. 85/100.

159823-bigBruichladdich 23 yo (2016, The Whisky Lounge, 55.4%)
Trenta bottiglie di un barile distillato nel 1992, con in etichetta il bell’Eddie che alza il calice alla nostra salute. Scelta estetica così così, ma l’ultimo bicchiere dev’essere buono, non bello. E al naso non c’è dubbio che lo sia: un bel Laddie maltoso, dove la vaniglia e il cioccolato al latte procedono insieme alla frutta (mela, ananas). C’è anche – come spesso capita per i Bruichladdich – una cerealosità più vegetale, come di spiga e fieno umido. Balena anche un profumo speziato non semplice da individuare: coriandolo, o forse foglie di curry. Al palato la gradazione non si nasconde, ma è di una coerenza ammirevole: malto, biscotto, miele. Piuttosto carico, il legno mostra i muscoli: zenzero, stecche di vaniglia. Crema al limone. E un piacevolissimo tocco di sale che alleggerisce il tutto. Chiude più secco, nocciola e buccia di mela golden. Tisana.
Una chiusura più che degna, un Bruichladdich che porta in palmo di mano le insegne della distilleria, ovvero il cereale e il tocco isolano. La forza di questo barile è nell’equilibrio, davvero mai in discussione in ogni fase. Solido, pulito, sostanziale. 88/100.

La musica finisce, le porte si chiudono, gli amici si salutano. E’ tempo di andare. Al pub, ovviamente. L’Evangelista del whisky ha fatto un buon lavoro, l’apostolo ha tempo per un’ultima cena.

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Visto come gioca il Newcastle United, impossibile biasimare i ragazzi della curva…

Botti da orbi: East London whisky team

Oh East London
is wonderful
oh East London is wonderful
it’s full of tits, whisky and West Ham
oh East London is wonderful

Il coro dei coloriti tifosi del West Ham non suona esattamente così. Diciamo che – al posto del tradizionale distillato di cereali – la metrica prevede un’altra piacevolezza della vita specialità dei ginecologi. Il fatto è che l’East End sarà pure la “London’s historic home of distilling”, ma Lea Valley, l’ultima delle sue gloriose storiche distillerie, ha chiuso nel 1904, quindi i poveri hooligans per le loro canzoni hanno dovuto accontentarsi. Fino ad ora, almeno…

Se si arriva dalla fermata Mile End, dopo una passeggiata lungo il Regent Canal che dalla ressa del Big Ben e Piccadilly ti proietta magicamente in un angolo di Amsterdam o Amburgo, la prima cosa che si vede è la ciminiera, che faceva parte di una vecchia fabbrica di colla. Un edificio che, dal 2014, in quest’area residenziale abbracciata da canali pieni di barconi chiamata Bow Wharf, è diventato la sede della East London Liquor Company.

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Il bar e – dietro – la distilleria: location ideale per un video dei Kasabian o dei Kaiser Chiefs

Varcato il cancello del cortile, ci sono due corpi di fabbrica. Uno è lo shop/ristorante/BBQ, dove si organizzano cene e degustazioni, l’altro la distilleria vera e propria. Anche se – appena entrati – la sensazione è di essersi sbagliati. Un enorme salone e un bancone da bar ancora più impressionante possono farti credere di essere finito in un locale indie. Ma dietro la bottigliera, attraverso un vetro, si vedono sfavillare gli alambicchi. E tutti i dubbi evaporano come alcol nel collo di cigno.

ELLC Distillery
In fondo, dietro la bottigliera, gli alambicchi di ELLC. A destra il pot still dedicato al whisky

Eppure – come spiegano Rose & Rosie, a cui spetta l’ingrato compito di rispondere alle domande del nerd curioso in gita – la sensazione di essere in un bar non è casuale. E ha a che fare con il fondatore dell’ELLC, Alex Wolpert. Che dopo una carriera da bar manager in un ristorante del centro, è incappato in una rivoluzione personale che si chiama paternità. Notti insonni e pannolini non si addicono a chi deve fare le 5 di mattina con lo shaker in mano. Da lì, l’idea di mettere su una distilleria, ma senza dimenticare l’amore per la mixology.

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Alex Wolpert, fondatore di ELLC

Dicono che un altro motivo per cui Alex si è tuffato in questa avventura sia che “si era stancato della gente che ordinava sempre il distillato più costoso”. E dunque, ecco la filosofia di base: produrre qualcosa di accessibile in grado di rivaleggiare in qualità con i migliori spiriti. Il tutto senza rinunciare alla trasparenza, sia in etichetta sia con la vetrata che abbiamo di fronte, da cui si vedono le colonne di rettifica.  Nel 2015 inizia ovviamente con il gin, London dry e barrel aged, a cui seguono una 100% English vodka e un Demerara rum. Utilizza due alambicchi tedeschi, entrambi Arnold Holstein: quello da 450 litri per il gin, quello da 650 per rum e vodka. Poi, nel 2017, il grande salto, con un pot still da duemila litri. Obiettivo: il primo whisky di East London in oltre un secolo.

Prima di proseguire con il tour, bisogna fare un inciso. Dopo il boom del gin, ora è il whisky a fare eco con un’esplosione di interesse che è inevitabilmente anche un’esplosione di affari e marketing. Se nel 2018 l’Inghilterra per la prima volta ha superato la Scozia come numero di distillerie, un motivo c’è. E non è filosofico. Il whisky funziona, vende. Ha costi di stoccaggio molto più alti del gin, ma consente di mettere sul mercato imbottigliamenti di tre anni a prezzi da 18 anni. Certo, bisogna raccontare una storia. E utilizzare l’aggettivo “primo” funziona sempre. Così, persa per un soffio l’occasione di scrivere in etichetta “il primo whisky di Londra” perché bruciati sul tempo dalla London Distillery, ecco la dicitura “first East London whisky”. Il che – dicono i maligni – “è come dire il primo vino rosso imbottigliato nelle Fiji”: lascia il tempo che trova.

Chiusa la parentesi cinica e globale sul proliferare delle distillerie nel Regno Unito, si torna fra gli alambicchi per capire cosa si fa qui. “L’English whisky ha un disciplinare molto flessibile  – spiegano R&R -, il che ci consente di sperimentare e divertirci”. Per esempio con sua maestà la segale. Infatti, il primo whisky a uscire dagli alambicchi di Bow nel settembre 2018 è stato il London Rye®, di cui ELLC ha anche brevettato il nome. Il padre biologico è Andy Mooney, il master distiller irlandese che gioca con ogni tipo di barile, dal cognac al vermuth, dall’acacia all’orange wine biologico. Oggi il core range si è arricchito anche di un single malt e di un imbottigliamento in partnership con i ragazzi di Sonoma, ma prima di ficcare il naso nei bicchieri è doveroso ficcarlo in distilleria.

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Il fermentation tank con la sua schiumina

Dove da due anni ha fatto la comparsa un mash tun, arrivato a far compagnia ai tre tini di fermentazione da 4mila litri. Fermentazione che dura cinque giorni e che avviene grazie a una miscela di lieviti particolare: “Un lievito nostro, si può dire quasi della casa. E un lievito saison (belga, ndr) che cambia durante l’anno, così che si ottengono batches di London Rye® sempre differenti, stagionali appunto”. Per inciso, le proporzioni del mash recitano: 42% segale del Norfolk e 58% “extra pale malted barley” forniti dal Crisp Malting Group.

Mentre mi accompagnano in cantina, dove maturano i barili (c’è chi dice che vengano anche ruotati al suono di musica techno, ma non ci sono conferme ufficiali…), R&R raccontano di come l’impresa stia attraendo parecchio interesse. Il crowdfunding su Crowdcube, avviato per raccogliere 750mila sterline, ha già raggiunto 1,3 milioni, con 927 investitori. “Facciamo cose che berremmo noi”, spiegano orgogliose. E che si vendono bene, come testimoniano i due shop cittadini, al mitico Borough Market e al Seven Dials Market di Covent Garden.

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Le tre espressioni lanciate a ottobre

Ok, finora si è parlato molto e si è bevuto poco, percui è tempo di assaggiare i tre rilasci dell’ottobre 2019. Prima di lanciarci nell’esperienza sensoriale, piccolo accenno estetico. Il logo, un cavallo rovesciato, è una citazione storica, poiché nella vecchia fabbrica la colla era prodotta con le carcasse animali. Invece la bottiglia e il packaging, senza dubbio originali e di effetto, sono accuratamente studiati da Stranger & Stranger. Il tappo – di metallo pesante e con la mappa di Londra – è bellissimo, roba da tenerlo sulla scrivania come fermacarte.

ELLC Single Malt (2019, OB, 47%)
Il primo single malt prodotto qui è invecchiato in un mix di botti: Sonoma bourbon, Sonoma rye e Kentucky bourbon. Al naso è dolce e leggero, quasi erbaceo (fieno?): bucce di pera, zuccherini alla banana. Lieve gelato alla vaniglia, un tocco di miele e limone. Col tempo un filo di burro d’arachidi emerge: una personalità non totalmente definita, che la gioventù è bella ruggente qui. In bocca invece si fa più centrato, molto dolce e biscottoso: shortbread, wafer con crema di cioccolato al latte, miele. Di nuovo zucchero e pera Williams. Finale corto, acerbo e dolce.
Inevitabilmente semplice, data l’età (non specificata) e l’uso di barili non eccessivamente marcanti. Non mostra difetti marchiani, ma neanche un fascino irresistibile. Come cantava De Gregori, il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, quest’altr’anno giocherà con la maglia numero 77/100

ELLC Sonoma collaborative blend (2019, OB, 45.5%)
Frutto dell’amicizia e della collaborazione fra Alex e Adam Spiegel, della Sonoma, è un blend di ELLC London Rye maturato in varie botti (ex peated, PX e rovere francese vergine) e bourbon Sonoma. All’olfatto è immediatamente aromatico, con amarene fresche, polvere di cacao e un che di floreale. Spezie della segale e pane tostato. Poi, però, la livella dell’alcol si abbatte un po’ troppo pesante e le potenzialità vengono tarpate. Al palato è meno aggressivo, anche se un po’ meno esuberante dal punto di vista aromatico. Pane di cereali, ancora ciliegie, cioccolato. Le spezie della segale avanzano, pan pepato e cannella. Finisce sulle note di arancia e amarena.
Fra tutti, il più promettente, soprattutto al primo naso. Il marchio di fabbrica Sonoma è riconoscibile e l’aroma di ciliegie e amarene di fatto accompagna tutta la bevuta. Per l’eleganza, occorrerà aspettare ancora qualche anno. 78/100

ELLC London Rye® batch #2 (2019, OB, 47%)
Il secondo batch è stato inveccchiato 4 anni in un mix di botti di PX ed ex peated che hanno contenuto gin… Se non è sperimentale questo! Ad ogni modo, si apre con una botta balsamica inattesa. O forse l’impatto del gin doveva lasciarla presagire? Amaro medicinale (con la relativa dolcezza), genziana. Poi un che di sarsaparilla e bacon. L’influsso dei barili ex torbati è tutto qui. In bocca invece si fa più evidente, con caramello bruciato e una nota di marmellata o frutta cotta rimasta un po’ troppo sul fuoco. Prugne, o forse – ma sarà suggestione – sloe gin. Si fa largo ancora una nota erbacea. Il finale invece rimane più standard, di segale affumicata.
Il più divisivo del trio, ma anche quello con più carattere. C’è oggettivamente tanta (forse troppa?) carne al fuoco: la segale, la torba, la dolcezza dello sherry, il tocco del gin… Il risultato è un carnevale un po’ disordinato ma suggestivo. Lo si può odiare o apprezzare, ma di sicuro non lo si può ignorare. 78/100

Riassumendo, la ELLC esemplifica bene il nuovo hype intorno al whisky inglese. Start-up agili, imprenditori giovani e pieni di idee, location piacevoli che uniscono impianto produttivo e accoglienza e che strizzano l’occhio a una clientela più giovane, più legata ai cocktail bar che alle distillerie di Scotch. La sensazione è che la passione ci sia e che l’idea di fondo (puntare sulla segale, legarsi alla zona di East London) funzioni. I prodotti, invece, per ora non sono ancora arrivati alla soglia dell’eccellenza. Hanno potenzialità e creatività, ma occorre pazienza. Senza eccessi di stravaganza e con qualche anno di maturazione in più, qualcosa di ottimo fiorirà, sulle rive del Regent’s canal.

[Una piccola nota: East London Liquor Company è distribuita in Italia da Italiana Liquori e Spiriti, quindi per assaggiare il primo Rye Inglese non è necessario andare fino a Londra!]

 

Botti da Orbi – Palindrome date – Mystic Whisky Tasting

[Questo articolo è un inception di rubriche: noi ospitiamo una rubrica di Marco Zucchetti che ospita un articolo di Corrado De Rosa, nostro amico e sodale che si è goduto una degustazione da panico organizzata dal forum singlemaltwhisky.it. Impegni pregressi ci hanno impedito di partecipare, ma non potevamo non darne conto… Grazie, Corrado! E se vi venisse il dubbio che non è una persona seria, beh, tacete di fronte a questa evidenza: annota anche il colore. Un gigante!]

roba forte

Con gli amici del Forum singlemaltwhisky.it, nella data più unica del secolo, ci siamo trovati a interpretare, come il mistico che si affaccia allo studio delle intrecciate combinazioni della kabbalah, cinque whisky unici. E nell’assurdità di una data complessa come un labirinto, sappiamo che troveremo tanti tratti che uniranno il percorso, come un anello infinito, e altrettanto infinite differenze e specificità. Ma non abbiamo paura. Qui, un resoconto che – excusatio non petita – nonostante l’impegno dello scriba che le ha appuntate, non potrà riferire alcune delle estroflessioni più estreme rese dal consesso riunito (per buon costume) e neppure esaurire quello che un mistico moderno come Valentino Zagatti ha scritto e affermato: il whisky costruisce ponti, crea amicizia.

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Daftmill 2008 summer release (2019, OB, 1st fill bourbon cask, 46%)

C: giallo paglierino

N: ci troviamo in un campo di fiori nei mesi caldi di primavera, tra margherite e camomilla. Poi il profumo ci porta verso territori più conosciuti, bacca di vaniglia e crema al limone. Continuando l’interpretazione dei segni, c’è una nota olfattiva molto simile a quella dei bourbon, un sentore di polline e di cedro.

P: la sfida è attendere qualche secondo, e lasciar sfumare una punta di alcol che inizialmente si affaccia. Dopo, si confermano le suggestioni del miele e dei fiori. Il palato risulta molto più viscoso del previsto, è godibile e importante. Sfuma verso le note della frutta gialla: albicocche e pesce gialle non mature; i più arditi si gettano in un “mango un po’ acerbo”. Scaldando il bicchiere  e lasciandolo maturare, un po’ di cioccolato al latte.

Finale: media durata, sulle note del cocco e del pepe, a conferma delle suggestioni conferite dalle sei first fill bourbon cask impiegate per questo prodotto.

85/100 il verdetto dello scriba.

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Auchentoshan 12 anni ‘Soffiantino import’ (43%, OB, fine anni ’80)

C: ramato e denso

N: noce moscata e chiodi di garofano, che bella presenza delle vecchie botti ex sherry! Spezie e vino, come un vin brulee meno dolce e più complesso. Si decifrano, nel roteare delle sfere e dei bicchieri cielesti, note sugose, quasi d’arrosto (“brasato con carote: no visto la luce!”). Da altre voci si sente parlare di funghi secchi.

P: forse qui si sente la leggerezza della tripla distillazione, e la gradazione poco spiccata, ma è solo un attimo. Subentrano subito note  di profumo, pout purry, poi erbe (un saggio tra i saggi dice: “Jagermeister”), poi ancora qualcosa di sporco, tipo zolfo e uova. Che percezione allucinogena! Non tutto inquadrato, ma tutto davvero interessante.

F: medio – lungo, su note di mobile antico laccato, spezie, vinosità.

Lo scriba appunta che alcuni difetti non pregiudicano l’identità del distillato e della selezione: 87/100 è la conclusione.

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Springbank 15 yo Rum wood (2019, OB, 51%)

C: oro chiaro

N: un po’ di solvente e di mare danno il LA all’olfatto di un whisky complesso: soave e sporco allo stesso tempo. L’immagine che sovviene è quella (tristemente ricorrente in tema di battaglie ambientali) dello scarico di scorie chimiche nel mare: mineralità, iodio, e qualche zaffata “artificiale” e mentolata, di medicina. Prosegue sulla frutta bianca (uva, pesca), e poi odore di tartare di carne cruda. Infine, tanto per rimanere nella metafora ambientale, petrolio balsamico. Stupisce l’assenza di alcol.

P: succoso, tropicale, salato. C’è solo un ricordo di rum bianco agricolo, ma nulla di più sul versante della botte. Superata la paura che genera il pregiudizio, si apre un mondo complesso, di naftalina, terra, papaya, eucalipto: fruttato, balsamico e minerale allo stesso tempo. Come possa tutto questo folle ansamble essere comunque dolce e bevibile, è un mistero che i mistici scozzesi del Kentyre conservano gelosamente.

F: medio, fresco, costruito sulle endiadi: con un gioco di mele, miele, menta ed eucalipto.

Lo scriba appunta con foga: spettacolare e inaspettato: la botte è poco attiva! 90/100.

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Springbank 10 yo ‘Local Barley’ (2019, OB, 56,2%)

C: dorato

N: più tradizionale del precedente, ma non per questo banale. Mineralità, note dolci e vanigliate che giustificano la prevalenza di ex bourbon cask (77%). Poi distese di frutta bianca, gialla e tropicale, lievemente affumicate da un ricordo di torba di terra. Sale un filo di fumo dal bicchiere, e già alcuni urlano all’ascensione. Ma il whisky è vivo, e continua a cambiare sotto i nostri occhi: lievito madre e cereali, che forse prima avevamo dimenticato, tornano in primo piano aiutati da una stilla d’acqua.

P: mineralissimo e tropicalissimo: mela cotta, quelle torte del centroamerica con zucchero di canna e mango, poi terra, ciottoli, cereali dell’hotel quando si parte per un lungo viaggio. Alcuni notano delle note erbacee, di fieno secco, che probabilmente costituiscono il gioco di luci e ombre di questa bottiglia: è complesso, gustoso, ma giovane.

F: e il viaggio è spettacolare, finisce con un soffio di fumo e un ricordo di terra umida.

Lo scriba, emozionato, verga sul quaderno solo un numero: 91/100.

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Lagavulin 12 yo (2019, OB, 56,5%)

C: giallo paglierino

N: impossibile non riconoscerlo: classico fumo di Lagavulin. La partita sembra giocata semplice e vincente: mela, pera e torba. Ma i nostri occhi hanno visto la luce, non si lasciano fermare alle prime impressioni. Cereale (chicco) bruciato, falò spento, muschio fresco, sapone, tutto coperto da una coltre di fumo di torba di mare. Peperoni verdi fritti e schizzi di acqua di mare.

P: meno classico del naso: la percezione è meno grassa e intensa del classico Lagavulin 16, molto più secco e pungente, affilato. Salato, potente e bilanciato, tra dolcezza di zucchero liquido e l’immancabile fumo che ci insegue, come in una paranoia di Lost. Ritorna la pera affumicata, ritorna la suggestione costiera del sale addolcito dallo zucchero vanigliato, che si trasforma in gelato torbato al caramello salato.

F: non termina dolce, la torba ha il sopravvento, e dura a lungo, con richiami acidi e potenti.

Lo scriba ricorda solo la sensazione che la gemma sia lucente, ma non rara o unica: un lavoro ben fatto, ma non irripetibile. Forse è ubriaco? 88/100.

Botti da orbi: Clynelish al cubo, tre pezzi da novanta

In spregio ad ogni umana fratellanza e ad ogni pietas, invece di cingere con amichevole braccio le spalle dei due Facili gravate dal peso degli anni e dei malanni, l’umile scrivente ha deciso di approfittare della loro assenza per malattia per darsi alla pazza gioia con l’amico Corrado. Il quale – fra le innumerevoli qualità – conta anche una generosità fuori dal comune. E fuori anche dal Politecnico, considerato che il luogo del ritrovo carbonaro è stato il covo dei Corbettas. Fuor di calembour, Corrado ha voluto condividere un ricco bottino, ovvero una schiscetta piena di samples di Clynelish. Sei magiche boccette direttamente dal tasting organizzato dal forum di singlemaltwhisky.it,  sei facce del dado, sei strade per salire all’olimpo di cera e mineralità della distilleria fu-Brora. Vediamo da quale sentiero si gode la vista migliore.

122051-bigClynelish Distillers edition (2018, OB, 46%)
Uh, che goduria olfattiva! Iniziamo subito con le considerazioni creative: può un whisky essere beverino al naso? E’ una sinestesia da pazzi pericolosi? Eppure è invitante come un negozio di giocattoli: apre sulle note liquorose, ma più che Oloroso seco, come dice l’etichetta, qui sembra di annusare il vin santo. Sfoggia una freschezza di aranciata che prelude al lato più cerealoso, diciamo i Frosties, a sottolineare la dolcezza. Uvetta, un che di cerino spento e poi, senza grandi avvisaglie, ecco sulla scena del sapone ai frutti rossi e del poutpourri. Angelo si lascia trasportare: profumo da donna di lusso…
Poi, svolti la curva del palato e… ti ritrovi in un altro mondo. Qui è molto affilato e l’alcol più evidente. Rimane la vinosità, ma ora sì più secca. Buccia di mela, nocciolo di pesca. Il legno rende tutto molto asciutto e poco gentile: spezie (chiodi di garofano, forse anice stellato) e polvere di caffè. Il finale è coerente, tendente all’amaro e alla mandorla. Buona persistenza, pizzico di sapidità finale.
Chiamate uno whischiatra, perché questo malto è un po’ scisso. Due vinosità differenti, due sensazioni differenti. Il voto tiene conto di questa carenza di equilibrio e purtroppo penalizza un whisky dall’olfatto eccellente ma che non rispetta le promesse. E a noi i bugiardi non piacciono granché: 83/100.

141010-bigClynelish 20 yo (1996/2016, casks 6410 e 6411, Signatory vintage, 46%)
Come la Panda rossa degli anni Ottanta, il Clynelish SV è uno di quei classici talmente diffusi che anche per sbaglio chiunque ci è incappato. Tra questi anche J&G, che hanno recensito una versione gemella, blend dei due barili precedenti, il 6408 e 6409: Carramba che sorpresa! Esauriti i convenevoli, subito è chiaro che è un altro sport: molto più rispondente ai canoni della distilleria (che poi, sono convenzioni, suvvia), apporto del legno minimo. Si apre con mela gialla, di quelle con la cera sopra a renderle lucidissime. Miele di erica, sventagliate di pera e banana, torta di mele con lo zucchero a velo (ma di quelle senza burro, che ti lasciano insoddisfatto, sospira Corrado con nostalgia). Whisky decisamente giallo! E infatti spunta una scorzetta di pompelmo, che con un profumo di pasta di pane (lievito, cereale), dà l’idea di un malto giovane, cosa che non è. Una voce dice: “Sembra un Glen Grant più minerale” e il paragone regge.
In bocca è omogeneo, stesso attacco di mela/pera. Poi però scende sovrappensiero verso il mare: ciottoli bagnati e asciugati, salinità, limone. Eccola, la mineralità rincorsa come la pietra filosofale! Di nuovo legno assente, compare giusto un che di frutta secca chiara, tipo macadamia. Nudo e costiero, nel finale si fa amarognolo (albedo del limone) e un filo di pepe bianco pulisce tutto.
Didattico e semplice, come quelle tavole per insegnare le lettere alle elementari: C di Clynelish, è lui. Certo, se proprio si deve trovare un difetto, da un vent’anni ci si aspetterebbe qualcosa in più, ma tanto ne abbiamo altri 4, quindi non ce la prendiamo. E dunque tra 84 e 85 scegliamo un 85/100.

clymdw1996Clynelish 20 yo Artist collective #1.3 (1996/2017, La maison du whisky, 48%)
Se l’Olimpo fosse a Cremona, si potrebbe camminare per km senza fare un metro di dislivello (e senza vedere a un passo per la nebbia). Invece è una montagna, quindi si sale, sia come grado che come pedigree. Ecco dunque un blend di due barili di sherry imbottigliato dalla Maison du whisky per la splendida serie Artist Collective. Qui le cose si fanno complesse, il naso è più criptico ma si capisce subito che sarà vera gloria. Si apre sulla marmellata di arance e mette sul tavolo un curioso e intrigante aroma di rabarbaro, quasi di vermut. E’ dolce/amaro, giocato tra bastoncino di liquirizia e fichi secchi. I frutti rossi non sono freschi, vengono in mente le bacche di goji disidratate e le scorze di arancia dragee. Lo sherry è profondo, umido, con foglie di tabacco e un’arancia rossa ipermatura.
In bocca dilagano cioccolato e caramello, perfino zabaione. Che cremeria!, direbbero i tizi che non trovavano Gigi nello spot. Fa capolino un’intrigante torbetta strana, levigata dal tempo: è la maschera che indossa la mineralità della casa, diciamo di grafite o polvere pirica. Un dubbio si fa strada: e se avessero usato botti ex Brora? Dovremmo contare gli anni, ma preferiamo lasciarci trasportare al secondo palato, dove il legno regala ancora liquirizia e un retrogusto di pepe. Prugne secche, anche!
Il finale è epico, prima il chinotto (prima il frutto, poi proprio la bibita); di nuovo rabarbaro, cacao amaro e una lunghezza che si stempera in un sorriso dalle labbra salate.
Eccellente, impegnativo, variegato. Non c’è la cerosità? Ce ne facciamo non una, ma due ragioni: 90/100.

1541Clynelish 2004 Expression (2004/2018, MaSam, 54%)
Toh, Zeus ci viene incontro. E chi se non Samaroli può fare le veci del padrone dell’Olimpo? Il sample arriva da una di quelle evocative ampolle della serie “From Silvano’s collection” e curate dalla moglie Maryse. Noi lo beviamo da un boccettino prosaico, ma confidiamo nella poesia liquida. Il colore assai pallido ci dice che le botti qui si sono sedute in platea ad applaudire l’evoluzione del distillato, e in effetti il naso è assai “sour”: ananas acerbo, limone e lime, note di fermentato. Sale poi una dolcezza zuccherina di uva spina e una mineralità non precisa, tra l’agrume e il sale: Citrosodina? Serve tempo, qui. Chi attende incapperà in una nota tropicale quasi da vecchio whisky, anche se qui non si parla di anziani. L’alcol non è evidente, ma forse tiene il guinzaglio ai profumi. Due gocce d’acqua migliorano il tutto e fanno emergere la candela spenta.
Un bisturi: affilato, pungente, pepe e peperoncino aprono la sarabanda. Poi è la frutta a dilagare (limone e pompelmo, ma anche macedonia matura e mela golden). Molto aromatico, miele millefiori. Si direbbe quasi balsamico. Alla dolcezza si contrappone la sapidità: cioccolato bianco con grani di sale, se la Lindt ci legge può brevettarlo. Nocciola. Con l’acqua si fa ancor più avvolgente, deliziosamente ceroso. Finale frizzante, limonoso e marino. Angelo estrae dai baffi il ricordo del sale turco al limone. Corrado oggi in vena di similitudini butta lì: un Ardbeg senza la torba. Molto austero, non nasconde gli spigoli e ne fa un vanto. Il naso inizialmente banale è solo il preludio a una grande esperienza degustativa, un sudoku infernale che è una gioia risolvere. 90/100, ma Angelo sarebbe stato più generoso.

60365-bigClynelish 10 yo (1995/2006, James McArthur, 58,9%)
Qui, al contrario del Samaroli, siamo contenti di avere il nostro boccettino, perché la bottiglia della serie The Way of Spirits, con la sua croce celtica sopra, è mesta come una di quelle cartoline con la scritta “Saluti da Gabicce mare”. Ci aspettiamo molto dal nostro N5, dato che i ragazzi del forum lo hanno messo al primo posto nel sestetto. Il primo naso è un po’ strano, tela cerata e un filo di zolfo. Di sicuro non nasconde i natali costieri, dato che fa capolino anche una nota di alghe riarse. L’alcol è ingombrante, ma non dà fastidio. Anche lo sherry sgomita, e accanto a una nota di pesca all’amaretto e arancia un po’ andata, spunta un netto accenno metallico, di rame. Pera e senape in grani, tipo mostarda.
Chi ha proditoriamente messo del cioccolato al latte nel nostro dram? Proprio Lindor, dolcezza e cremosità. Una sensazione che si ripete nella nota di miele di castagno e di lemon curd. Toffee setoso e un clamoroso sentore di marron glacé. Eppure rimane quel filo sulfureo mai sgradevole, ora accompagnato al pepe. Con l’acqua cala la dolcezza e sale il sale (!). Liquirizia salata. Splendido retrogusto di affumicato e quasi terroso.
Il finale è lungo e dolce, crema di marroni e cioccolato fondente, l’unica parte che con la diluizione perde un po’.
Beh, questo è giovane e incazzato, non c’è che dire. Decisamente tosto, fra tutti quello con meno compromessi e forse il più emozionante, come un ottovolante. Due di noi abbassano di nuovo la media, ma si resta comunque in quota: 88/100.

162340-bigClynelish 19 yo (1997/2017, Gordon and MacPhail, 55,5%)
Lo versiamo con la lacrimuccia che accompagna l’ultimo giorno di vacanza che chiude un grande viaggio. Un quasi ventenne (“19 anni e undici dodicesimi”) a grado pieno, imbottigliato per la serie “Germany at cask strength”: è quasi coetaneo del LMDW ma maturato in first fill American hogshead, quindi attendiamoci ricchezza. In attesa dei gioielli, ci accontentiamo di un cesto di frutta matura degno delle nature morte di Caravaggio: pesca, mela, melone, albicocca, ananas… Il tutto ricoperto da cera profumata e calda, a formare la tipica patina. Il legno non fa mancare il binomio vaniglia e miele, e invece del cocco di nuovo spunta la macadamia. Si fa sempre più tropicale col tempo, balena un che di fieno bagnato e poi esplode un burro fuso memorabile. Pandoro, sì, ma al triplo burro.
Pardon, quadruplo, perché continua in bocca. Ci mancava quell’oleosità che ha fatto grandi tanti Clynelish? Eccola servita! Le botti attive accentuano vaniglia e miele, ma potrebbero far poco se non supportate da un corpo quasi scultoreo: mela, banana e ananas maturo sul fronte frutta, cannoncini appena sfornati sul fronte pasticceria. In mezzo, noi, fortunati natanti sballottati dalle sensazioni. Un filo di sale, buccia di limone, un pizzico di zenzero e il naufragar ci è dolce… Finale fotocopia: crema, burro e sale. Avvolgente come un piumone.
Dopo tante asperità in questo viaggio, dopo whisky complessi e “pensati”, eccone uno rilassato, da bere più che da decodificare. Una intensità di sapori e una piacevolezza ammirevoli, quasi commoventi. Eppure questa relativa innocenza non sia scambiata per banalità. Questa è la terra promessa, dove scorrono latte e miele. Anzi è meglio, qui scorre burro fuso e miele, scusate se è poco. 90/100 anche se è un “whiskyfacile”.

Botti (di inizio anno) da Orbi – Oroscopo a grado pieno

Vade retro, uomini marketing di tutte le multinazionali del beverage, i pianeti vi mettono in guardia: potete convincere un uomo che un NAS a 200 euro è segno divinatorio di buona sorte, ma non potete truccare le stelle. E nemmeno Whisky Facile, che come l’anno scorso si carica sulle spalle l’onere di vaticinare ai suoi amati lettori il loro futuro alcolico. Se dunque volete sapere come gireranno i celesti barili delle vostre fortune e se il 2020 sarà per voi un anno da Brora o da Tamnavulin, siete nel posto giusto.
Segno per segno (che fa segno al quadrato), ecco a voi l’Oroscophisky, l’unico oroscopo a grado pieno del web, un vatting di astrologia, cialtronaggine ed elucubrazioni maltate che al confronto Branko e Paolo Fox sono più seri di Marie Curie.

jura-seven-wood-1372503-s350ARIETE
Segno di ovile che non sei altro, hai chiuso un anno che ti ha fatto imbestialire quanto trovare un sughero galleggiante in quell’Ardbeg Twenty Something che tenevi da parte come la falange di un santo medievale. Con ancora l’amaro in bocca, come disse quello che limonava solo bevitrici di Petrus, il rischio è ritirarsi nella solitudine. Tu, il tuo dram e un dito medio al mondo. Che può anche essere una buona idea, ma solo se il dram è buono. Dunque scegli bene con chi passare il tuo tempo eremitico, Ariete. E scegli bene a cosa accompagnare le tue seratone di meditazione. Il romanziere inglese George Orwell, non si sa se perché Ariete o perché un allegrone, decise di ritirarsi sull’isola di Jura dal ’46 al ’49. Il whisky deve avergli fatto così ribrezzo che piuttosto di scendere al pub per farsene uno, si chiuse nel suo cottage e scrisse “1984”. Dunque Ariete a te la scelta: o ti chiudi in casa con un misantropico Seven Wood e vinci il Nobel per la Letteratura, o ti chiudi in casa con un whisky decente, non vinci il Nobel, ma passi un 2020 rilassante. 60/100 o 85/100
Il tuo whisky dell’anno: Isle of Jura Seven Wood

glebcadam-13yoTORO
Quando si è sotto stress, o si dimagrisce o si ingrassa. Tu, amico bovino, hai passato un 2019 sul filo del rasoio e hai deciso di tenere un’alimentazione con un (fat) angel’s share tropicale: almeno il 15% di ciò che hai ingerito era colesterolo puro. Il 2020 è dunque tempo di mettere il Black Bull affamato che sei a stecchetto. Non guardarmi come se ti stessi dicendo che hai investito tutto in obbligazioni argentine, non ti sto dicendo di barattare tutta la tua collezione di Highland Park con casse di Crodino. Però occorre mettere qualche argine, a tavola come al bar. E magari anche al lavoro, così lo stress cala. D’altronde, prova a pensare: prendi un Octomore torbato a 200 ppm, invecchialo in botti sherry PX first fill per 20 anni in un magazzino alle isole Comore e poi finiscilo in barriques di grappa. Tanta roba, ma non è che sarà buono eh… Tornare alla sobrietà, Toro, è la tua missione. Pulizia, selezione e qualità. Se ci riesci, nessuno ti materà (e soprattutto non ti materanno le coronarie…).
83/100
Il tuo whisky dell’anno: Glencadam 13 yo

Floki_Single_Malt_Whisky___Sheep_Dung_Smoked_Reserve_Barrel_1_mlGEMELLI
Dlin dlon, sono Urano e sono nella tua seconda casa, pardon nel warehouse n. 2. E son venuto fin qua per dirti che il tuo anno pena farà. Pochi fronzoli, segno omozigote, non spacciamo Vat69 per Rosebank: le annate guaste ci sono per tutti e il tuo 2020 sarà un anno tipo il Floki Sheep Dung. Bisogna solo aspettare che passi. Tu armati di mallet, pianta bene il tappo nel barile dei tuoi affetti e rifugiati lì. Anche le special release di Port Ellen a volte sono meno fantastiche, ma nessuno mette in discussione il valore del malto. Quindi se anche ti capiterà qualche rovescio lavorativo, qualche scazzo familiare, qualche whisky festival in cui finirai sbronzo a mangiare wurstel e a dire barzellette sconce, tira dritto.
64/100
Il tuo whisky dell’anno: Floki Sheep Dung

nov19-diageo19taliskerCANCRO
Sì, però il Laga 12 anni del 2018 non era all’altezza. Ok, il Talisker 15 è buono ma è poco Talisker. Non capisco gli entusiasmi per l’Ardbeg 19… Sia detto con il massimo rispetto, amico Cancro, ma da Orione a Cassiopea le stelle ti sussurrano una cosa: hai frantumato le gonadi alla galassia con questo tuo ipercriticismo. Tutti vorremmo essere sempre divini, eleganti come un Dalwhinnie anche quando andiamo a buttare l’immondizia. Però così ti condanni a essere sempre insoddisfatto, a rincorrere la stella Vega della perfezione impossibile da raggiungere. Il 2020 sarà l’anno in cui provare ad accontentarsi. Il che non significa andare in giro a dire che il Tullibardine è il Macallan del Terzo Millennio, ma trovare le cose positive in tutto. Ok, non proprio in tutto, non ti si chiede di dire che il Milan gioca un calcio champagne e che il Langatun è ambrosia, ma se ti lamenti di nuovo per un Talisker poi gli astri si incazzano, eh…
89/100 reali, 82/100 percepiti
Il tuo whisky dell’anno: Talisker 15 yo Diageo Special Release 2019

springbank-16-year-old-local-barley-2016LEONE
Maschio alfa per definizione (o anche femmina alfa, eh, che l’oroscopo è come il whisky e gli angeli, non ha sesso), la tua criniera non è mai stata così sfavillante. Passi e tutti si girano estasiati, come quando arriva Nicola Riske di Macallan a una degustazione. Nel 2020, caro segno della savana, sarai di moda tipo il Kavalan qualche anno fa. Tutti ti vorranno, a qualsiasi costo, ti sorseggeranno, ti rincorreranno, salirai sul Frecciarossa e verrai sedotto da donne dalle giacche con le spalle larghe come Michele del Glen Grant. Starà a te non montarti la testa. Per dire, anche Ricucci stava con Anna Falchi e ha fatto la fine del Cardhu… Il compito a casa è dunque resistere alla tentazione di dare tutto per scontato e credersi irresistibili. Mantenere alta la qualità, come uno Springbank, davanti alle moltitudini inneggianti non è facile, ce la farai?
91/100
Il tuo whisky dell’anno: Springbank 16 yo Local Barley 

Compass_Box_The_Circle_mlVERGINE
Se parliamo di single malt, Vergine, nessuno ti può dare lezioni. Hai un tuo carattere forte (spesso insopportabile, eh), sei più introspettivo di un bicchiere di Caol Ila 30 alle tre di notte e la solitudine non ti spaventa, roba che potresti sentirti a tuo agio anche in quella metropoli che è Bowmore. Però, come insegna l’industria dello Scotch, con solo single malt si fallisce. E dunque questo sarà l’anno delle Vergini blended: sforzati di non vomitare appena il tuo collega insopportabile con la cravatta regimental su camicia a righe ti rivolge la parola, mescola qualche parte di grain alla tua purezza cristallina e un po’ altezzosa. Ritrova il piacere di stare con gli altri, come disse Moana Pozzi alla fine di una scena particolarmente affollata.
86/100
Il tuo whisky dell’anno: “The Circle” Compass box

brbon_los3BILANCIA
Saturno ha scambiato gli anelli con una collana d’oro, Marte si è vestito camouflage e Giove gira in auto per la Via Lattea col braccio fuori dal finestrino cantando trap. Bella Bilancia, sei troppo un segno top, zio! Sei un Abomination, che sotto la scorza tamarrissima (il Cielo ci perdoni per quel che stiamo per dire) non è affatto male. Però qui Bilancia non si parla di sostanza, la tua non si discute. Parliamo di forma, di packaging, di modo di porsi. La scelta è fra l’Highland Park style, tutto guerrieri vichinghi e bestie selvagge, e il Kilkerran style, sobrietà all’ennesima potenza. Quest’anno prova a metterli entrambi in equilibrio sui tuoi piatti, Bilancino: una sera tweed come Nadi Fiori e le etichette medievali di Chorlton, una sera tuta dell’Adidas e Ardbeg Drum col suo insensato carnevale di Rio in etichetta. Cambiare fa bene: d’altronde anche Glenfarclas ogni tanto usa botti di bourbon, eh.
80/100
Il tuo whisky dell’anno: Abomination “The layers of the saw”

kilchoman-str-cask-maturedSCORPIONE
Il tuo anno sarà enigmatico, come uno di quei campioni assaggiati alla cieca dove la figura di palta è dietro l’angolo, che sei sicuro di avere nel bicchiere un Ben Nevis indipendente over 25 e invece hai un whisky cecoslovacco. Dovrai guadagnarti tutto, lottare su ogni pallone, annusare ogni singolo barile. Finiti i tempi in cui entravi nei magazzini della vita e – pescando a caso – portavi a casa botti di Ardbeg del ’74. Oggi tocca sbattersi, e non stavolta non è neanche colpa dei cinesi che si comprano tutta la materia prima. Dovrai sfrondare ogni cosa dal suo finish “coprente”, andare al distillato delle persone. Il tuo amore cosa nasconde sotto la torba da Kilchoman STR? E le tue amicizie candide come un Glenfiddich saranno ancora salde senza quell’extra maturazione in Madeira? Esercita il dubbio, Scorpioncino, non fermarti alla prima sensazione. E neanche al primo whisky.
?6/100
Il tuo whisky dell’anno: Kilchoman STR

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Morbidezza 2.0 è il titolo del tuo anno, Sagittario. Sei rotondo come uno Yamazaki, e non stiamo parlando di forme abbondanti. Baciato dalle stelle (speriamo senza che Solange faccia da tramite), vivi in un Bengodi di pace e tranquillità tipo lo Speyside a giugno. Idilliaco e senza asperità, potresti far trovare un accordo anche fra Trump e l’Iran sul nucleare o fra Giannone e il Gerva del MWF sulla bontà del Merlot. Il rischio – in questi 12 mesi di lune buone – è abituarsi ai velluti. Illudersi che la vita sia un Glenmorangie, mentre quanti Ardmore graffianti e quanti Tobermory ruggenti sono dietro l’angolo. E bada bene che non è per niente un male! Morbidi, ma senza scordare gli spigoli, come un Che Guevara al contrario.
89/100
Il tuo whisky dell’anno: Dalmore King Alexander III

nikka-daysCAPRICORNO
Sappi che capiterà di doversi rialzare, Capricorno, in questo anno accidentato. Ricominciamo, canterebbe Adriano Pappalardo, e tu – con la giugulare vibrante – canterai nello stesso modo. Sei la Banff dei segni zodiacali, attrai sfighe come Islay turisti assetati. Epperò, più che la fine di Banff, se non ti lascerai abbattere potrai fare come Talisker, che dall’ultimo incendio nel 1960 risorse da vera Fenice. Devi solo trovare la pozione magica per assorbire le botte del destino: c’è chi usa il Peroncino ghiacciato dopo una sbronza, chi con un Johnnie Walker Blue Label archivia placido licenziamenti, tradimenti o cartelle esattoriali. Tu devi trovare la tua via alla rinascita costante e allo zen. Le sette stelle di Hokuto sono con te.
77/100
Il tuo whisky dell’anno: Nikka Days

dufftown-11-years-oldACQUARIO
Hai sotto mano un barile di Laphroaig e non te ne accorgi, perché sei troppo occupato a piangere nel tuo Acquario. Ora, a parte che rischi di avvelenare la flora ittica perché c’è ben poca acqua nelle tue lacrime alcoliche, questo deve farti riflettere. Le occasioni, come sanno tutti gli imbottigliatori indipendenti, vanno colte al volo. Se passi al Duty Free e spunta un Balvenie Tun 1509, vuoi lasciartelo scappare? Il fatto è che tu sei troppo chiuso, hai proprio i sigilli doganali come una spirit safe. E quando ci si guarda solo in casa si perde l’abitudine a cogliere le occasioni. Se Diageo ti invita alla presentazione delle Special Releases, mica rinunci perché non hai ancora cambiato l’armadio, no?
86/100
Il tuo whisky dell’anno: Dufftown 11 yo Milano Whisky Festival

Clynelish_GOT_mlPESCI
Se la lava fosse whisky, saresti l’Etna. Rutti torbato ed erutti iniziative, Pescetto. Ti tuffi nelle cose come Ermoli nello Tsipouro o il Gerva nella cachaça. Devi avere ristrutturato la tua linea di produzione di energie e ora hai almeno una trentina di alambicchi, altrimenti non si spiega da dove spunti tutta la tua foga. Nel lavoro sei in fase di rilancio spinto, consolidi l’esistente come Arran e inventi qualcosa di nuovo come Lagg. In amore idem, entusiasmo da volare via, ogni partner è un cacao meravigliao. Il rischio è esaurire le forze senza costrutto, finendo spiaggiati fra progetti iniziati e mai finiti. Ordunque, Pesce, concentrati su poche cose e incanala il collo di cigno delle tue energie su quelle. Sii Clynelish di te stesso.
88/100
Il tuo whisky dell’anno: Clynelish Select Reserve “Games of Thrones”

Botti da Orbi – Guida intergalattica al whisky da regalare

Dicembre, andiamo. È tempo di regalare.
Ora in terra di Scozia i miei distillatori
lascian gli alambicchi e van verso il Natale:
scendono nelle enoteche stanche
che ricche sono come caveau di banche.

In pieno spirito dannunziano ci avviciniamo a quell’impresa ansiogena che è la scelta dei regali, un golgota di decisioni travagliate e pomeriggi di shopping compulsivo che rovina la salute oltre che l’umore.
I consigli su pigiami di flanella, pandori+spumante a 7,90 euro e mutande di pizzo viola li troverete su CianfrusagliaFacile, se esiste. Noi qui prendiamo a cuore le paturnie dei whiskofili che commissionano a Babbo Natale bottiglie per amici e parenti. Il che – lungi dall’essere facile come il cicchetto di Fred Buscaglione – nasconde parecchie insidie.
Ecco dunque in extremis la guida al whisky perfetto da regalare in 10 comode dispense.

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Tracce di liquido seminale sul Glencairn?

1. La raccolta di informazioni, o “Fase CSI”
Sapete che il destinatario del vostro regalo apprezza il whisky. Ora, se non volete fare proprio gli imbruttiti e chiedere “oh, che whisky ti piace?”, tramutando la magia del natale in una mesta dazione di bottiglie commissionate poetica come un rutto, dovrete cercare degli indizi. Prima di tutto: torbato o no? La risposta è semplice: se ogni tanto parlando con lui/lei avete avuto la sensazione che il suo alito inquinasse più di un diesel Euro3, allora è sì. Poi, ci sono dei piccoli trucchi per scoprire qualcosa in più. Grado pieno o diluito? Potete provare a versare a tradimento dell’acqua ragia nel suo gin tonic. Se comincerà a tossire sputando e inveendo contro divinità sparse, probabilmente non ama i cask strength. Se non muoverà un sopracciglio e commenterà “mmm, che botaniche complesse, si avverte nitida la cassia!”, allora o è menomato (nel cervello e nel gusto), oppure adora le gradazioni alte. Secco o dolce? Beh, tendenzialmente si capisce dalle abitudini alimentari: mai visto nessuno che si stordisse di merendine e gelati e limoncelli e poi pretendesse whisky austeri. Ex-bourbon o ex-sherry? Qui è complicato. Bisognerebbe corrompere il lavasecco e farsi dare le sue camicie: il whiskofilo tende a sbrodolarsi ogni tanto, e gli sherried macchiano di più…
Fuor di scherzo, occorre un minimo conoscere i gusti di whisky del vostro Regalato esattamente come per ogni altro regalo. Magari non come l’abbigliamento, ma qualche info va raccolta, quindi fate ballare l’occhio quando andate a casa sua o quando uscite insieme, così da capire cosa beve.

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Richard Paterson prima della carriera in Dalmore

2. L’identikit del Regalato: collezionista, sperimentatore seriale o bevitore standard?
I profili degli appassionati non sono tutti uguali. Dovete sapere cosa quella persona farà della vostra bottiglia (stiamo parlando di utilizzi ortodossi e legali, non fatevi strane idee). Il regalo al collezionista è a coefficiente di difficoltà 10+, perché tendenzialmente questi personaggi hanno tutto, a volte anche bottiglie che le distillerie non sanno di aver prodotto. Qui, o chiedete esplicitamente, o siete collezionisti anche voi e sapete tutti i suoi averi a memoria come la formazione del Milan contro la Steaua Bucarest, oppure è impossibile. Difficilino anche il profilo del Regalato che è sempre in cerca di qualcosa che non ha ancora assaggiato. Costui è enciclopedico, cataloga le cose che ha sorseggiato con maniacalità inquietante e sublima l’ansia di controllo cercando di categorizzare il mondo. Se beccate una bottiglia che non ha mai assaggiato, vi si affezionerà colmo di riconoscimento come un Labrador, ma tenete in considerazione l’ipotesi che abbia assaggiato anche il single cask dell’ultima distilleria clandestina del Bhutan e che probabilmente il whisky che avete scelto già lo ha bevuto e scansionato ai raggi X. Se invece parliamo del bevitore standard, di fatto trattasi di persona semi-normale, che le bottiglie le apre e le beve e che qualsiasi cosa arrivi a casa è benvenuta, porti aperti senza discriminazioni di provenienza, età e religione. Regalare qualcosa a loro è quasi un piacere.

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Non fermarti alla zona Chinotto, oltre la corsia bibite c’è un mondo

3. Le basi: il whisky “zero sbatti”
Bisogna sempre valutare quanto vogliamo dannarci l’anima e quanta orchite siamo disposti a sopportare. Il grado zero è il whisky facile da beccare e conosciuto. E’ l’equivalente della mancetta della nonna, la bottiglia sicura e anti-stress. L’esempio da manuale è il Lagavulin 16: un classicone che si trova in ogni Esselunga. Vai con la moglie a comprare uova, prosciutto e crackers di soia e ti cade nel carrello. Può andar bene anche il Talisker 10, o il Laphroaig 10 per i torbati mentali. Massima economia di sforzo e tempo. Non ci spendi un secondo di pensiero e sai che andrà bene. Certo, se il Regalato ne sa qualcosa, magari apprezzerà, ma sgamerà che vi siete impegnati così così.

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Ebenezer Scrooge si concede un dram

4. Il whisky “per favore dà piccola moneta per te no è niente per me è la vita”
Prima che qualcuno si offenda, ci siamo passati tutti e ancora ogni tanto lo facciamo. La situazione “devo fare un pensiero a Tizio ma non voglio spendere tanto perché mi regala sempre miserie orrende” legittima il ricorso a bottiglie che ben incarnano il lumpenproletariat del whisky. Se il budget è ristretto, dunque, si possono scegliere cosine con una loro dignità etico-estetica. Innanzitutto i whiskey americani: se ne trovano di potabili a 20 eurini, tipo Buffalo Trace bourbon o Jim Beam rye. Poi i blended. Qui serve essere un po’ scafati, però. Ce ne sono alcuni che dovrebbero essere considerati fuorilegge, quelli nell’ultimo ripiano del supermercato con nomi finto scozzesi che sono un insulto all’intelligenza e prezzi che sono un insulto al buonsenso (3,90 euro neanche per certe bibite si spendono). Poi ci sono i marchi più famosi. Senza addentrarsi nelle specifiche, il consiglio è puntare su quelle bottiglie che hanno uno status un filo più alto: Chivas Regal 12, per esempio, se non vi fa paura poter sembrare dei relitti degli anni ’80. O anche Jameson, che nella sua semplicità ha estimatori negli irlando-fissati. Magari Dewar’s, meno conosciuto e meno legato a pregiudizi. Se proprio proprio, un Johnnie Walker Red Label, che non gli si può dire niente: se ne vende una cassa al secondo… Magari evitare Vat69, Ballantine’s o J&B, che hanno una nomea troppo, troppo cheap.

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Chi più spende meno spende

5. Il whisky “poca spesa tanta resa”
Se la vostra Finanziaria di Natale vi consente di alzare un po’ il budget, cominciano ad aprirsi le magnifiche et infinite vie della fantasia. Senza che sia necessario vendere i reni sul dark web, ci sono una serie di bottiglie che uniscono un buon rapporto qualità-prezzo e un’aura un po’ hipster. Un esempio è Benromach, con il suo stile sporchino pochissimo mainstream che ti ammalia e conquista. Un’altra sicurezza sono gli imbottigliamenti più giovani di Wilson & Morgan (i più vecchiotti ormai valgono la rata di un mutuo). I Beathan – Glenturret torbati – o gli Haddock – Loch Lomond in incognito – sono interessanti sia perché sfoggiano un gusto iper-deciso, sia perché incuriosiscono tutti. E d’altronde il whiskofilo discende più di tutti dagli scimpanzè, curioso come una scimmia oltre ogni proverbio. Ci sono anche alcuni cask strength di distillerie nobili con cui potete fare un figurone a prezzi accessibili: il Nadurra Glenlivet o l’Aberlour A’Bunadh, per esempio. Oppure il nuovo core range di Arran o ancora i Glencadam giovani, poco rinomati ma di grande pulizia. Insomma, se volete stare intorno ai 50 euro si trova di tutto. In questo caso, magari andrebbe fatto un saltino in enoteca, giusto per interrogare con il water-boarding il vostro rivenditore di fiducia, facendogli confessare sotto tortura quali sono i veri affari. P.S. non sottovalutate i vatted malt, ce ne sono di spettacolari, ma la paranoia del single malt li penalizza ingiustamente. Uno su tutti: Old Perth 13, mix di Highland Park e Macallan. Sperate che Babbo Natale non lo scopra, altrimenti lo scola lui.

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Un’immagine tratta da un rito massonico dei whiskofili

6. Il whisky feticcio
Nel mare magnum dello Scotch, ci sono delle distillerie che raccolgono comunità di adepti in fissa paragonabili a certe sette che richiedono sacrifici umani. Sono tendenzialmente case conosciute ma non estensive, di preferenza connesse a una forte identità o regionale o artigianale. Quelli che seguono questo credo, in fondo, si stimano l’un l’altro e tendono ad apprezzare le distillerie della stessa famiglia, quindi non è necessario beccare esattamente l’idolo in questione. Facciamo un esempio: Kilchoman ormai se fondasse un chiesa avrebbe più fedeli di parecchie confessioni più illustri e antiche. Piace l’idea che sia minuscola, autarchica, artigianale; piace la bottiglia, il fatto che sia isolata, il Davide contro i Golia. Parallelamente, tanti cultori apprezzano anche Kilkerran: altrettanto sperimentale, piccola, isolana a livelli di salmastro indicibili e fuori dal circuito delle multinazionali. Stessa cosa per Glenfarclas, una delle poche distillerie di famiglia dove ancora si scalda l’alambicco a fuoco diretto. I politeisti del whisky handcrafted sono fatti così: beccate un malto con dietro una storia di coraggiosa impresa e loro vi seguiranno in capo al dram.

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Il whisky del vicino è sempre più buono

7. Il whisky fusion, ovvero multiculturalismo vs presepe
Così come c’è sempre quello che si fa regalare pashmine, set per il sushi e statuine di giraffe in ebano perché avverte il peso insostenibile del Natale consumistico occidentale, ci sono anche quelli che bramano di trovare whisky intercontinentali sotto l’albero. Considerando che ormai – con gli occhi a dollaro come Zio Paperone – praticamente chiunque si è messo a distillare fiutando il business, non è difficile pescare proposte esotiche. Ma qui la fregatio non petita, fregatio manifesta è dietro l’angolo. Per esempio, informatevi bene sui rinomati giapponesi, perché non tutto quel che finisce in -uchi, -awa, ecc e sfoggia delicati ideogrammi su etichette in carta di riso è davvero whisky del Sol Levante. Tante bottiglie sono blended di whisky di cereale canadese e malto scozzese. Se volete un giappo fatto e finito, non avventuratevi oltre le Colonne d’Ercole dei marchi più noti. Non è originalissimo, ma per estetica, qualità e prezzo il Nikka from the Barrel è difficilmente battibile. In Asia, andando oltre l’ormai conosciuto Kavalan, meritano una chance gli Omar della Nantou distillery di Taiwan. Se Shiva non si offende, lasceremmo un gradino sotto gli indiani Amrut e Paul John. Poi, se siete ancora più estremi, ci sono l’Oamaruvian dalla Nuova Zelanda, l’Hellyers road dalla Tasmania, il Teerenpeli dalla Finlandia… Ma qui è un altro sport, state regalando un’idea più di un whisky. Ci sta, ma sappiate che se regalate il Floki perderete un amico.

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Quando la ricerca di novità raggiunge l’abominio: Fishky!

8. La whiskycca, ovvero il whisky chicca
Una delle gioie maggiori del Natale è precipitarsi a dire, mentre il Regalato si ingarbuglia fra nastri e carta, “scommettochequestononl’haimaiassaggiatovero?”. E’ di fatto l’Ultima Thule, terra mitica a cui tende chiunque abbia a cuore il suo ruolo di Regalatore. Se siete fra questi, la vostra caccia deve partire per tempo. Utile sarebbe andare a un Whisky Festival o a qualche manifestazione (a Milano è facile, in Provincia meno) e dare un’occhiata. Ci saranno le ultime novità (le Special Release Diageo mica per caso escono in autunno, eh. A proposito, il Talisker 15 e il Lagavulin 12 su tutti) e i guizzi eccentrici di cui non avete mai sentito parlare. Serve un po’ di gusto per la notizia: tutti parlano del whisky bretone? Un giretto sul sito di Armorik, un’oretta a una degustazione ed ecco spuntare il Dervenn e il Triagoz, quercia e torba bretone. Oppure il Mackmyra Vinterglöd affinato in botti di vin brulé.
Questo per chi cerca l’estrema sperimentazione, l’avanguardia pura, la “Merda d’artista” si potrebbe dire nel caso di certe distillerie site fra la Svizzera e la Germania di cui non si faranno i nomi. Ma si possono trovare delle chicche anche in Scozia e senza per forza cercare whisky invecchiati in barili di aringhe sottosale (esiste, è il Fishky di stupidcask.de). Il consiglio è stare sugli imbottigliatori indipendenti, che fanno metà del lavoro per voi, ovvero cercano roba buona sconosciuta. Qui avete due scelte: o distillerie extra-note ma con invecchiamenti inconsueti (di Caol Ila ottimi ce n’è a vagonate), o distillerie inconsuete. Cadenhead’s ne offre parecchie, da Balmenach a Glen Scotia, da Glenburgie a Benrinnes; un’altra etichetta (di norma più costosa perché sceglie whisky assai maturi) è Càrn Mòr, coi suoi Imperial, Bunnahabhain e Clynelish. Altrimenti potete andare sugli sherried estremi di Valinch & Mallet, che in quanto a carattere e unicità non scherzano. Il whisky che sa di pop corn il Regalato non lo avrà mai nemmeno immaginato.

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Arte o visione distorta al sesto dram?

9. Il whisky maravilla
Qualcuno ancora non bada a spese e ci tiene a stupire. Sono i regalatori-Vamp, che quando arriva Natale ti squadernano davanti “pensierini” che costano come il welfare di un medio Stato dell’Africa australe. Se siete fra questi benemeriti, prima di tutto conosciamoci meglio e diventiamo amici, che sai mai che il Natale prossimo vi ricordiate del vostro nuovo conoscente… In seconda battuta, ragioniamo su come volete stupire il vostro regalato. Un’idea è quella di puntare su edizioni speciali ad alto tasso di spettacolarità. D’accordo, spesso è pura questione di marketing, come il portiere che si tuffa per i fotografi anche se la palla rotola in porta alla moviola. Però l’unicità è esclusiva, l’unicità è un articolo che lascia a bocca aperta. Un esempio buono è il Macallan Limited edition n.5, uscito da poco e bel mix fra marchio rinomato ed esclusività. Oppure la nuova release di Johnnie Walker Blue Label Rare sides of Scotland, dove la bottiglia è così bella che potreste scolarvela e poi regalarla anche vuota e fareste comunque bella figura. Se proprio i soldi vi puzzano, ci sono anche imbottigliamenti dove le paillettes non mancano: il Glenfiddich 23 Grand cru con finish in botti di cuvee di Champagne, un Highland Park a età definita (per esempio il Light o il Dark), un Glenmorangie 25 dove – stando alla quantità di oro sfoggiata – la confezione sembra trafugata da una gioielleria o da un video di rapper. Se invece il Regalato è sì un esteta, ma rifugge il lusso chiassoso, esistono comunque bottiglie eleganti che faranno bella mostra di sé in libreria, fra un De Chirico e una scultura di Pomodoro. Puni per esempio ha un design notevole, sono i Philip Stark del whisky. Le bottiglie pop di That Whisky Boutique-y funzionano per gli amanti dei fumetti, anche se i prezzi sono da GASP! e GULP! Quelle di Chorlton, con le etichette tratte da un manoscritto tedesco rinascimentale, sono le più belle in circolazione. E diciamocelo: se il regalo è anche bello da vedere non si fa peccato.

Botti da orbi: Milano Whisky Festival medley

[Marco Zucchetti, rapace come solo un reporter d’assalto sa essere, è stato al Milano Whisky Festival: è anche tornato per raccontarcelo, quindi siamogli tutti profondamente grati, per cortesia]

La sensazione, domenica sera scorsa, una volta che il triplice fischio aveva chiuso il weekend del Marriott, era quella che ogni tifoso ha provato almeno una volta nella vita, tornando a casa dallo stadio dopo una vittoria: la soddisfazione dell’esserci stati.
La 14esima edizione del Milano Whisky Festival è volata via così, una finale vinta da tutti che ha lasciato parecchi sorrisi sui volti e parecchie scorie sui fegati dei 5400 visitatori. Due sale, trenta masterclass e degustazioni, +10% di ingressi, un omaggio da brividi a Giorgio D’Ambrosio e soprattutto un entusiasmo generale che non si vedeva dalla prima puntata di Colpo Grosso. Ma i momenti sono come le Special Release Diageo: se non sei lesto a coglierli passano e ciao. Dunque qui non si farà un riassunto del festival, perché chi c’era sa, e chi non c’era paga pegno: rimorsi, amarezza e vodka & Red Bull per almeno dodici mesi per espiare la colpa.
Non si redigerà neppure un The Best of, perché si farebbe torto a tanti e poi parecchie chicche arriveranno in recensione nelle prossime settimane su queste Facili pagine…
Orbene, queste Botti da Orbi dunque cosa saranno? Cose a caso? Assaggi saggi? Whisky per fiaschi? Cicchetti Zucchetti? Tutto questo, ovvero un medley senza pretese tra meraviglie, curiosità, capolavori e delizie che in qualche modo hanno lasciato il segno e che ricorderemo. E che sarà difficile riassaggiare.

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PORT CHARLOTTE 15 yo (2019, Chorlton, 54,9%)
Compagno di avventure del già citato Ben Nevis 23 dello stesso imbottigliatore, questo single cask di Bruichladdich torbato è stato fra i più ricercati al Festival, complice un anonimo che lo suggeriva a chiunque con l’insistenza di un Testimone di Geova…
Il fatto è che torbati col turbo come questo ce ne sono pochi. Il naso è impressionante, parte con le aringhe affumicate, i “kippers” che in Scozia ti propinano pure a colazione. La marinità è acre, fra il diesel dei pescherecci e il creosoto, le alghe e il cuoio bagnato. Poi col tempo si fa più aromatico e bifronte: da un lato cioccolato extra fondente e liquirizia, dall’altro erbe fresche che prendono il sopravvento (timo, salvia e menta). C’è perfino della lavanda, come se qualcuno si fosse perso fra Provenza e Islay.
Al palato è una bella sventola di sensazioni estreme. La liquirizia pura ti colpisce, il catrame e il legno bruciato ti stendono, il cioccolato fondente e le caldarroste ti resuscitano. Sei in balia degli elementi, nell’ottovolante di dolcezza e oleosità (nocciole e noci brasiliane) che si alternano sotto questo piccante e acre fumo di torba bruciata.
L’accoppiata peperoncino/braci prosegue nel finale, con liquirizia salata e goduriose caldarroste di nuovo.
Possente e completo, non cede niente alla comfort. Però ti lascia felicemente senza fiato, con le farfalle nello stomaco come dopo una cotta. E ti senti leggero davanti a tanta forza della natura. 91/100

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TEELING SINGLE MALT 24 yo (1991/2016, OB, 46%)
Stava lì, discreto nella sua modestia, un po’ discosto dai suoi chiassosi e colorati simili. Una bottiglia quadrata, austera come un dignitario prussiano. Si dà però il caso che – in semi-incognito – in quella bottiglia ci fosse il “Best single malt of the world” ai World Whisky Awards 2019, il primo Irish a vincere il premio e forse il più nobile e venerabile Irish in commercio: un Teeling distillato nel 1991 e imbottigliato nel 2016, dopo 20 anni passati in bourbon cask e 4 in Sauternes.
Teeling è di norma di una gentilezza irresistibile e anche qui non si tradisce. Solo che l’età porta in prima linea gli aromi più oleosi, tra le noci pecan e un tocco di cerino. È l’anticamera di classe a un naso elegantemente fruttato e assai dolce (gioie e dolori del Sauternes…): albicocche, pesche e pere sciroppate. Compare perfino un lieve fumo, anche se di torba non pare essercene.
In bocca è inaspettatamente frizzante: ha la vivacità di una cedrata o di un vino moscato e giuriamo che ancora non abbiamo iniziato con le libagioni di Natale. C’è anche del mandarino fresco. L’impatto è leggero, il legno ha cesellato ma non stravolto il distillato, imprimendo al massimo un retrogusto di liquirizia e pepe bianco. Curioso un tocco quasi metallico, di rame.
Il finale è forse la cartina tornasole delle differenze fra Irish e Scotch, perché rimane medio, fruttato e giocato sulle erbe dolci, un poco inferiore al resto. È l’unico difetto, in fondo. Perché per il resto questo Teeling forse non sarà il migliore del mondo, ma di sicuro sfoggia grazia e piacevolezza. 87/100

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TOBERMORY 23 yo Tokaij finish (1996/2019, Wilson & Morgan, 58,7%)
Come l’anno scorso (e come l’anno prima), il banchetto di Wilson & Morgan al Festival somiglia alle bacheche dei reduci dello Sbarco in Normandia: file di medaglie di tutti i metalli. Scegliere cosa citare fra queste schiere di malti onusti di gloria è difficile come rispondere su due piedi a chi vi chiede qual è il vostro libro preferito. Pensarci non si può, si va di istinto. E di istinto gli Orbi scelgono questo Tobermory 23 anni a grado pieno, finish in botti di Tokaji, che già durante il blind taste che gli è valso l’oro aveva impressionato tutti.
Fin dal naso si intuisce che non è bevuta per dilettanti. Si apre vinoso e sporchetto (cerino spento e rame), con un accenno di muffa non sgradevole. Poi, sostenuto da un’alcolicità potente che col tempo si addomestica, parte la sarabanda: pasta di liquirizia e mou da una parte, more, fichi secchi e prugne disidratate dall’altra. In mezzo una sensazione di spezie in polvere (pepe nero, cumino dei prati) e un tocco di brodo di carne, specialità della casa.
Se possibile in bocca è ancora più intenso, una supernova. La vinosità si fa dolce e da dessert, tra uvette, torta al madeira e noci pecan. Rimane la sensazione di frutta concentrata, marmellata di mirtilli e arancia disidratata. Oleoso, complicato, sfarfallano suggestioni di cacao amaro, polvere da sparo e fiammifero. Perfino dei Toscani nell’humidor. In cauda genium: spunta perfino la violetta.
Finale coerente e dolce, tra toffee, albicocche secche e di nuovo fiammifero.
Dicevamo dei libri: i gialli volano via, ma quelli che ti restano nel cuore sono i classici che affrontano i meandri della nostra anima. Questo non è un classico – intensissimo, sporco, il Tokaji può dividere – ma riesce a parlare di tutto senza stonare mai. 89/100

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GLENCADAM SINGLE CASK 33 YO (1982/2016, OB, 53%)
Arrivare a masterclass conclusa non è elegante. Soprattutto se il relatore ti accoglie con un “guardate che è finita eh!”. Ma la libera stampa ha la faccia tosta e il becco asciutto, quindi si installa lo stesso senza vergogna alcuna. Anche perché Iain Forteath, l’ambassador di Glencadam, è un uomo buono e condivide coi ritardatari due single cask: un vintage 1989 invecchiato 28 anni e questo 33enne classe 1982.
Ebbene, beve bene chi arriva ultimo. Complice il comune anno di nascita, subito scatta il feeling: al naso è stupefacente per la morbidezza tropicale e fruttata, tipica di certi lunghi invecchiamenti: guava, fragola, ananas maturo e banana. C’è una nota perfino acidina, rara in whisky over 30. Decisamente dolce, se uno chiude gli occhi si ritrova fra i morbidoni e i marshmallows delle bancarelle del luna park. Ma il tutto è ben bilanciato da un legno elegante (mobili smaltati) e da tocchi di noce.
Se i malti vecchietti sembrano dare tutto all’olfatto, qui il meglio arriva al palato, dove si fa polposo e succulento. Sfoggia una fine oleosità da frutta secca (mandorle) che si accompagna a un lato mentolato entusiasmante. Poi c’è la frutta, dalle prugne secche all’ananas ancora. Il legno si fa più presente, austero: chiodi di garofano e rovere, che prolungano un finale che nonostante la succosità allappa un po’.
Se Glencadam ha vinto due medaglie con il core range (oro al 17 anni in porto e argento al 21 anni), figuriamoci cosa potrebbe vincere con single cask come questo, in equilibrio fra frutta e barile come un’etoile del balletto sulle punte. 91/100

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MORTLACH 22 yo “GIORGIO D’AMBROSIO” (1997/2019, Silver Seal & S.P. Murat, 56,9%)
Se non si corresse il rischio di passare per blasfemi, si potrebbe dire che il sangue di Giorgio D’Ambsosio si fece whisky. La transustanziazione ha avuto luogo sabato sera, al termine della masterclass con gli imbottigliamenti Whisky for you, quando Simon Paul Murat – come una Raffaella Carrà meno snodata col tuca-tuca – piazza la carrambata. Ovvero un imbottigliamento celebrativo dedicato al padre adottivo di tutti gli appassionati milanesi di single malt: 141 bottiglie da un barile di Mortlach 22 anni selezionato in collaborazione con Max Righi. Sull’etichetta, un disegno di Giorgio che non gli rende del tutto giustizia: dal vivo è più bello e soprattutto nel disegno sembra che abbia il rossetto! Ma in fondo mica siamo critici d’arte, si lasci parlare il whisky!
Beh, qui si sta in religioso silenzio, perché fin da subito si capisce che siamo all’altezza del mito. Colpisce l’assenza dell’alcol e il primo naso di té infuso e carcadè, con un vortice aromatico di fragole mature e fiori di ibisco. Ma sotto sotto ecco l’anima Mortlach, di sherry monumentale dai toni scuri: cioccolato, poltrone in pelle, tabacco e perfino una nota di funghi shitake. Sembra di sentire Giorgio dire: “Ué, fa no el fenomeno!”. Ha ragione, quindi rientriamo nei ranghi e limitiamoci a dire che l’olfatto è maestoso, vinoso, per nulla dolce: cassetti chiusi, bitter all’arancia rossa e un che di Armagnac.
In bocca debutta tannico e astringente, bordate di liquirizia pura e cioccolato extra fondente. Il legno umido si fa più marcante e la vinosità prende il versante liquoroso. Prugne secche, di nuovo arancia rossa, marmellata di fragole bruciata e quella inconfondibile sfumatura carnosa, come di sugo d’arrosto.
Il finale è memorabile, tra legno, dolcezza liquorosa e marmellata di frutti rossi.
Dice Simon che il difficile non è ammirare Giorgio, ma trovare un whisky alla sua altezza. Missione compiuta, per un Mortlach come Madonnina comanda, dal naso e dal finale sontuosi. Un palato un filo astringente non gli impedisce di venire proiettato nell’Olimpo dei grandi, insieme a Rivera, Baresi e Maldini. 92/100

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BENRINNES 23 yo (1995/2019, Càrn Mòr, 48,8%)
Nel banchetto della mia fantasia, c’è un fottìo di whisketti, inventati da me… Prendendo in prestito il “Vitello dai piedi di balsa” di Elio, introduciamo un curioso esemplare di single malt color chinotto spuntato dal mondo di fiabe di Fabio Ermoli. Che come se fosse il terzo fratello Grimm sforna bottiglie da favola a destra e a manca. E dunque c’era una volta un Benrinnes 23 anni Càrn Mòr: si addormentò nel 1995, passò 23 anni in un hogshead di sherry, poi Ermoli coi suoi baffi lo svegliò. Fu vestito a festa e imbottigliato, poi arrivarono gli orchi del festival e il whisky finì. Ma per fortuna un gigante buono ne salvò un sample…
Foglie di té a iosa, a bizzeffe, a cascate. Le note di foglie umide (tabacco, anche) sono regine, e si portano appresso una corte di suggestioni simili, dal sandalo alla resina. Piuttosto unico, davvero. Se con un ideale rastrello si spazza via questo strato, sotto si trova della frutta essiccata: ciliegie e prugne, ma anche bucce di bergamotto. L’alcol non è pervenuto, mentre si fa strada un’aria floreale di magnolia. Col tempo cresce in maniera esponenziale l’albicocca secca. E finalmente spunta il legno, forse sottoforma di lucido da scarpe. Olfatto che meriterebbe ore di studio.
L’attacco al palato è succoso e sorprendente. Un colore così carico suggerirebbe un influsso mostruoso del legno. Invece non è né astringente, né tannico. L’albicocca è ancora sugli scudi, col suo tocco acidulo. Aumenta la dimensione dolce, resa da caramello, uvetta e marmellata di fragola. Lo sherry è vinoso e anche qui l’acidità non manca, come un vino di lamponi. Il rovere non sgomita, ma nel retrogusto torna il té, stavolta alla pesca. L’alcol è totalmente assente, il che è un bene. Ma forse un apostrofo di intensità in più avrebbe giovato.
Il finale è medio-lungo e coerente: té, pesca al forno, fragola e cioccolato fondente-ma-non-troppo.
Unisce una bevibilità impensabile a una complessità non comune, tutta giocata fra suggestioni di foglie di té e frutta gialla. Uno sherried malt che non stanca per nulla. E vissero tutti felici e contenti. 90/100

snSIERRA NORTE Mais morado (2019, NAS, OB, 45%)
Il primo whiskey messicano non si scorda mai. Viene da Oaxaca, terra di mezcal e divinità zapoteche che quando si infuriano di solito mandano serpenti mostruosi e schiere di spiriti agguerriti. Ragion per cui ci si accosta a questi imbottigliamenti con un misto di deferenza e curiosità esotica. L’idea è distillare separatamente i diversi tipi di mais atavico di queste montagne: noi si assaggia la versione dove l’85% del mash è a base mais viola (ci sono anche a base mais giallo, nero e bianco).
L’impatto al naso è un po’ spiazzante. Il mais c’è, le note di cereale dolce tipiche dei bourbon sono riconoscibili. Però sono come in chiaroscuro, ombreggiate da qualcosa di più sporco, tra la cantina e la iuta, le spezie e un che di legumi secchi. Non sgradevole, solo piuttosto imperscrutabile. In bocca però qualcosa va storto: l’alcol si avverte in maniera importante e la morbidezza che ci si aspetterebbe viene schiacciata dall’esuberanza del distillato giovane. Il “palato burroso e morbido” delle note ufficiali è un tantino ottimistico. C’è della banana, dell’angostura, vampate di vaniglia e zucchero caramellato. Il finale è sì medio-lungo, ma tutto incentrato sulla piccantezza alcolica.
Un whiskey dove il cereale imprime un carattere forte, peculiare, che lo differenzia dai bourbon. Coraggio da premiare, peccato che non abbia un’età (e una finezza) sufficiente per esprimere le potenzialità. Al contrario, in miscelazione la sensazione è che possa dare di più, consentendo un twist unico ai classici. Valeva la pena sperimentarlo, ma gli Orbi lo cedono volentieri ai baristi. Suerte! 74/100

Botti da orbi: ¡Hasta il Revolution (festival)!

[Zucchetti, Gran Maestro delle Piacevolezze, non si è perso il Whisky Revolution Festival, dato che è una persona per bene: come già l’anno scorso, ecco il suo mirabile resoconto…]

Il regime lavora nell’ombra, cospira duro nel farci credere che dovremmo finire la nostra vita adorando la dea Grappa e offrendo sacrifici umani al dio Prosecco. Sono ovunque, sono minacciosi, sono dannatamente convincenti anche grazie a ingegnose trovate come il resentin e lo Spritz in bottiglietta. Ma per fortuna non arrivano qui.
5d84df17c967fPerché Castelfranco Veneto, novella Kronstadt, è l’Isola che non c’è del malto. Qui si annida un manipolo di arditi rivoltosi che non si rassegnano a finire i loro giorni bevendo solo italiano e per questo ogni anno si ritrovano per organizzare la Resistenza. Niente clandestinità né “Bella Ciao”, ma un Whisky Festival che nella sua seconda edizione ha mandato un messaggio chiaro alla Spectre del Bere Omologato: non ci avrete mai come volete voi.
Ok, ci siamo fatti prendere la mano. Ora riponiamo la bandiera con falce e Gleincarn e sfogliamo i taccuini per snocciolare le mille ed una meraviglie assaggiate in questo Whisky Revolution Festival reloaded, dove il livello medio delle masterclass e dei dram in mescita è ulteriormente cresciuto (e parecchio).

Per dare a questi giudizi in libertà una parvenza di autorevolezza, li abbiamo mascherati da Oscar. Che non c’entrano niente né con il whisky né con la Revolution, è vero, ma se avessimo avuto a cuore solo i freddi nessi di causalità avremmo fatto Ingegneria e non Scienze della comunicazione a indirizzo storico.

Ps. Il fior da fiore (anzi, fior da Fior, dato che tutto si teneva nell’omonimo hotel) non è esaustivo. Tanti ottimi whisky sono rimasti fuori, per esempio perché già recensiti su queste nobili pagine. Che il Talisker 25 fosse buono era chiaro perfino a noi Orbi…

armorik-10-ansArmorik 10 yo (2019, OB, 46%)
Miglior opera prima
Un whisky francese nel bel mezzo della foresta dei mostri sacri dello Scotch sa che deve correre, perché se non tiene il passo finirà sbranato. Clémence Vedrenne – che per Armorik ha tenuto la masterclass al WRF – l’aria di Cappuccetto rosso non ce l’ha, ma nel cestino della merenda ha portato tutta la gamma dei single malt distillati da questa distilleria bretone al suo debutto. Il fatto che la Bretagna sia simile alla Scozia è un indizio, di certo non una prova. Bastasse quello, ci sarebbero Lagavulin pure in Galizia. Però aiuta. Il resto lo fa un’azienda che – dall’entry level alle limited edition – sa cosa vuole. Ovvero arrivare ai risultati di questo 10 anni, che ha una maturazione complicata: due terzi del whisky passano 9 anni in botti di bourbon e 4 in botti di sherry (13 anni in totale) e un terzo fa 10 anni in sherry cask. Una sciarada.
Poffarbacco, il naso contraddice l’etichetta: questi non sono 10 anni! Pare più maturo, con un bell’apporto del legno. Lo sherry è guizzante, al lato vinoso aggiunge un’acidità di papaya, buccia di mela rossa e liquore all’arancia: a tratti sembra quasi Calvados, ma forse è autosuggestione. Una dolcezza fruttata (tropicale, pesca) e di mou è coronata da un’intrigante sensazione di fiammifero. Al palato è molto pieno e di nuovo lucullianamente tropicale, come la Bretagna sa essere (no, eh?). Papaya e succo tropicale misto, fa venire l’acquolina in bocca. La piacevole acidità rimane, ma si aggiunge la sapidità (stavolta sì, segno del terroir) e una bella cera, che in un dieci anni non è così comune. Finale balsamico e fresco, con un tocco floreale, per un whisky più evoluto dell’età dichiarata, dove bourbon, sherry e dna costiero giocano una partita a racchettoni assai divertente. 86/100

Glenfiddich_Snow_Phoenix__33146.1534084268Glenfiddich Snow Phoenix (2010, OB, 47.6%)
Migliori effetti speciali
Tra le novità di questo WRF c’è stata la “prima” italiana del colosso di aste online Scotch Whisky Auction, che ha portato qualche esempio di bottiglia dalle quotazioni sardanapalesche e le ha pure aperte. Sia a gloria a loro nell’alto delle Highlands e pace in Italia a noi appassionati di buona volontà.
Nel quintetto, un malto spiccava per storytelling e inventiva: un’edizione unica di Glenfiddich NAS imbottigliato in (soli?) 12mila esemplari nel 2010. La particolarità? E’ un assemblaggio di barili danneggiati da una nevicata epica che fece crollare il tetto della warehouse, sicché nel magazzino filtrò un raggio di sole che somigliava ad una fenice bianca, tipo quando i Blues Brothers vedono la Luce. Sembra impossibile, ma pare che non fossero neanche strafatti di Lsd quando hanno partorito l’idea.
Con queste premesse, scettici come Pirrone di Elide, assaggiamo circospetti un whisky che arriva ormai a 700 euro in asta. E umilmente ammettiamo che il pregiudizio era mal posto: al naso infatti è eccezionalmente aromatico, con una teoria di suggestioni fresche che vanno dalla frutta (succo di mela, ananas e mango) al floreale (zagara e parecchia gardenia). C’è poi una dolcezza di pasticceria che dalla vaniglia dei bourbon casks si sposta sulla brioche all’albicocca e perfino ai cupcake. Cambia parecchio col passare dei minuti e mostra anche un lato meno estroso e più riflessivo, con cacao in polvere e perfino un filo di fumo. Di nuovo rispunta la mela, ma stavolta sono granny smith croccanti. Al palato sembra più vecchio di quanto non lasciasse presagire il naso. Il legno è fine ma evidente e fa da spalla a una dolcezza di vaniglia, pastafrolla e mela cotta. Nessuna stucchevolezza, anzi una frizzantezza curiosa di zenzero candito, succo di limone e perfino un filo di sale. Poi tutto si richiude sul legno, sul cioccolato fondente e su note di cerino. Il finale è pulito, non lunghissimo ma piacevole, con agrumi canditi, legno e una netta sensazione di arachidi tostate.
Al netto del prezzo e del marketing discutibile, questo whisky dimostra come la mai abbastanza vituperata scelta di Glenfiddich di imbottigliare sempre a 40 gradi sia una tafazzata totale. A questa gradazione la freschezza del distillato può esplodere di intensità. Con un finale più lungo sarebbe stata vera gloria. 87/100

Kentucky-Owl-Bourbon-Batch-7__54222.1508534432Kentucky Owl batch #7 (2017, OB, 59%)
Miglior film straniero
Quando Marco Callegari di Velier fa quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che hanno loro che lavorano con Luca Gargano a Genova, l’unica cosa da fare è interrompere tutto e seguirlo come se fosse il Pifferaio magico. Solo che lui non suona il flauto, ma fa suonare le bottiglie. Artista.
Averlo seguito al banchetto anche stavolta è stata una buona idea. Nonostante l’etichetta di questo bourbon semisconosciuto sia una delle cose più scaccia-acquirenti della storia. Eppure l’abito non fa il monaco e il packaging triste non fa lo spirito, perché fin dal naso si capisce che il gufo la sa lunga: molto più profondo dei bourbon standard, sfoggia un legno venerando e scuro, tra note di cantina e tabacco. Whiskey vecchio fa buon brodo e soprattutto eccellente olfatto, infatti nel batch ci sono anche barili di 13 anni: non proprio roba da tutti i giorni. Accanto a questa maturità, però, guizza il Kentucky più classico, con energici twerking di spezie (rye piccante, cannella) e tarte tatin.
In bocca, la magia! I 59 gradi svaniscono e ti sembra impossibile sia tutto così piacevole. Di nuovo austero, di nuovo legno d’antan e tabacco. Cioccolato fondente al peperoncino, arancia a raffica e pane tostato con della cannella sopra, per un bourbon di scarsa dolcezza e grande struttura. Il finale è vigoroso e lungo: legno di sandalo, l’immancabile tabacco e un lampo natalizio: il panettone con gocce di cioccolato.
Il rinascimento dei whiskey americani passa da qui, prodotti di nicchia di grande spessore e invecchiamento. That’s the way (ah-Ha, ah-Ha) we like it. 88/100

glencadam-21-year-old-whiskyGlencadam 21 yo (2010, OB, 46%)
Miglior montaggio
Per fare un tavolo ci vuole un fiore, per fare un single cask ci vuole naso e fortuna. Ma per fare un core range di imbottigliamenti ufficiali di livello occorre un buon master distiller. Alla Glencadam ce l’hanno senza dubbio (Robert Fleming) e parecchi gli sono venuti assai bene. Chi scrive è stato folgorato dal 17 anni in Porto dunque si è abbandonato con fiducia al 21 yo, denominato con modestia “The Exceptional”.
Da subito ti conquista la potenza aromatica, con una batteria di agrumi micidiale: zagara, sorbetto al limone e bergamotto fanno subito capire che l’età non inciderà sulla freschezza. Si continua così, tra una sensazione tropicale di ananas e banana e di nuovo un che di floreale e dolce: torta di mele con gelato alla camomilla (ma forse si è fatto tardi e la fame parla la sua lingua). Col tempo si fa più denso, tra mango e una morbida nota burrosa. Nessuna sorpresa, nessun difetto.
In bocca è coerentissimo e riprende dal tropicale e dal limone, con lemon curd e cocco essiccato. Il malto deliziosamente dolce alza la voce, spuntano biscotti frollini, Cheerios e cioccolato al latte. Chips di mele disidratate e mousse di pere non fanno mancare la quota frutta. Le spezie (noce moscata) arrivano in fondo, con una punta di lime dolce che sdrammatizza la cremosità vanigliata.
Rimane equilibrato e fresco anche nel finale: tropicale, limone, zenzero e miele millefiori.
Cosa volevamo di più dalla Garelli nello spot anni ’90? Il sangue??? Ecco, cosa chiedere di più a un imbottigliamento ufficiale di 21 anni? È elegante, espressivo, vibrante. Non è un capolavoro di complessità, ma prima di stancarsene uno rischia di finire la bottiglia. 88/100

gloval25yoGlenlossie 25 yo (1993/2019, Valinch & Mallet, 53.9%)
Miglior regia
Fabio Ermoli e Davide Romano fortunatamente non assomigliano alle sorelle Wachowski, ma anche loro di fantascienza se ne intendono. Barili da fantascienza, nella fattispecie. A Castelfranco per esempio è arrivato uno spezzone del loro ultimo capolavoro, un Glenlossie di un quarto di secolo invecchiato in un bourbon hogshead. Occhio, spoiler alert!
Macché Wachowski, qui c’è il genio dei Coen: colpiscono immediatamente l’eleganza e la maturità, ben rappresentata da una nota delicata di incenso. Poi ecco comparire una freschezza vegetale entusiasmante, che dal prato tagliato approda a un nettissimo muschio bianco. È oleoso perfino al naso, cioccolato bianco in ganache come se piovesse. Un po’ di mela golden tanto per gradire.
Al palato è impressionante l’intensità dopo 25 anni. È dolce e severo nello stesso tempo, di un’educazione oxfordiana e perfetta: créme brulèe, sorbetto all’ananas e limone, evoluzione del barile di bourbon. Non è oleoso come al naso, ma sfoggia un piacevole tocco salino e un legno molto elegante. L’alcol è ancora gagliardo e il retrogusto erbaceo e floreale richiama il lato vegetale dell’olfatto.
Il finale – lungo, dolce/salato – tra cedro candito e legno dolce, è eccellente. E il risultato è un whisky completo, di raro portamento, insieme fresco e vitale. 91/100

234539-bigBen Nevis 23 yo (2019, Chorlton, 53.6%)
Miglior attore protagonista e miglior scenografia
Il concetto di “migliore” – da Togliatti in poi – è opinabile, ma quello di “goduria” no. E questo single cask selezionato dal buon David da Manchester lo è senza dubbi. Ventitré anni in due hogsheads riempiti da uno sherry butt, grado pieno e una complessità da labirinto di Borges.
Inizia con una lussureggiante frutta dalle sfumature piacevolmente vinose, tra uvetta e folate di pesca. Poi si immerge nei meandri del minerale, con un cereale ceroso d’altri tempi che sfocia quasi nel profumo di candela accesa. La dolcezza è piena, limone candito e fette biscottate. L’età assume il misterioso profilo di vecchi libri. Frutta secca mista con guscio a fare l’occhiolino.
In bocca è di una cremosità commovente: il malto, la frutta gialla e il miele grezzo si impastano in una sensazione golosissima di pan brioche caldo, dove il burro diventa la stella polare. Pian piano, facendosi largo fra la crema di albicocche e una punta di liquirizia, ecco il barile con la sua eleganza di zenzero. Barile che ti prende per mano fino all’avvolgente finale, tutto giocato su una dolce frutta matura (pesche e albicocche) e un curioso tocco di noce e fiammifero.
Interpretazione magnifica dello spirito Highlands, con quella mineralità che incanta e rende tutto più interessante e quel cereale puro e maturo che indulge sul burro. E noi lombardi si sa, al burro non sappiamo resistere…
Ps. Le etichette di Chorlton – ispirate all’arte medievale – sono generalmente capolavori. Anche questa non tradisce le alte aspettative estetiche. 92/100

 

Botti da orbi – Il mio nome è Nessuno

[Riparte la sapida e sapiente rubrica di Marco Zucchetti: con cosa si confronterà questa volta? Non lo sappiamo noi, non lo sa lui e a ben vedere non lo sanno neanche gli imbottigliatori. Più o meno…]

“Undisclosed” è una categoria del malt-porn sempre più in voga. È l’equivalente della categoria “masked”, dove i protagonisti sono sotto copertura o perché si vergognano, o perché l’anonimo attizza sempre. Abbandonando l’ardita metafora coi siti zozzi, perché questo florilegio di nom de plume (o nom de malt) fra gli Scotch e gli Irish whiskey?

Di sicuro perché tante distillerie – quelle che ancora vendono barili agli imbottigliatori indipendenti – impongono di mantenere il segreto sulla provenienza del malto, sia per calcolo economico sia per non venire accostati a barili che vengono ceduti perché non all’altezza del livello qualitativo. Ma anche perché inventare pseudonimi curiosi ed evocativi funziona a livello di marketing. Perché il whiskofilo è curioso come una scimmia e appena intravede un prodotto ignoto ci si tuffa col fegato assetato di conoscenza. Di solito la proverbiale fantasia scozzese non va oltre la geografia, con cui si può anche ammiccare alla distilleria assente (bel titolo per un racconto di Edgar Allan Poe: “La distilleria assente”, suona bene). Si prende la regione, oppure il porto, la pozzanghera o la montagnetta più vicina, si sbatte il toponimo in etichetta e il gioco è fatto. Altri invece pescano dal gaelico o perfino dai fumetti, il che aumenta il senso di esotico. A questo punto il whiskofilo ha già fatto guizzare la carta di credito e con la bava alla bocca ha già comprato tutto.

Noi – che in quanto a bava non temiamo confronti e che riguardiamo “Per un pugno di dollari” almeno una volta al mese anche se Sergio Leone lo diresse col nome di Bob Robertson – non cadiamo nel tranello dei pregiudizi. E con lo spirito del fact-checking ci dedichiamo oggi a vivisezionare qualche Elena Ferrante del whisky, tre da Islay e due dall’Irlanda.

Lochan Sholum (2003/2018, Maltbarn, 50,3%)

Il nome sembra una mossa di un videogioco picchiaduro anni ’90. In etichetta ci hanno piazzato uno scoglio funestato dal mare in tempesta, ma il Lochan Sholum è uno dei placidi e oscuri laghetti che se ne stanno su un altipiano di Islay, a 280 metri di altitudine. Il fatto che siano anche la sorgente da cui sgorga l’acqua di Lagavulin è sicuramente un caso. Il whisky è un 14 enne invecchiato in sherry e realizzato in 147 esemplari. Al naso è un bel circo di suggestioni. C’è la torba, tra il falò e le costine di maiale affumicate di certi barbecue americani (il caro e vecchio distillato obeso dei Laga); non manca la frutta matura, soprattutto arancia e lime, e una marinità accentuata (alghe). Lo sherry non è per nulla dolce, ma si fa sentire con note di frutta secca e un che di organico, come di funghi porcini essiccati. L’aspetto più curioso e intrigante, però, è un’aria fresca di borotalco che fa capolino qui e là, punteggiata da altre suggestioni vegetali di rabarbaro. Al palato l’erbaceo aumenta di spessore: timo bruciato, ricorda certi amari alle erbe. L’affumicatura è potente, sembra di avere tizzoni appena spenti in bocca. Salamoia evidente, limone e una spolverata di spezie (zenzero e cannella). Liquirizia salata, anche, a sottolineare una dolcezza crescente. Finale fra sale e braci. Anzi, caldarroste!

Molto variegato, ha un sacco di cose da dire e da dare e tanta energia espressiva. L’eccentrico lato erbaceo è il quid che regala ulteriore complessità. L’unico neo è che non viene proprio una gran voglia di berne subito un altro. È come un piatto assai elaborato, gioia per tutti i sensi ma da godere col freno a mano tirato. 87/100.

Finlaggan cask strength (The Vintage Malt Whisky Co., 58%)

Restiamo su Islay e restiamo lacustri. Loch Finlaggan è più o meno a metà strada fra Port Askaig e Bridgend ed è famoso per essere una delle poche attrazioni turistiche dell’isola, distillerie escluse ovviamente. A dire il vero si vedono solo un paio di ruderi e della schiumaccia beige sull’acqua nera, ma qui sorgeva il castello degli antichi Lord of the Isles, mica haggis e fichi. Si dice che anche dietro questo brand ci sia del Lagavulin più che giovane, quasi neonato. Ad ogni modo, qui si assaggia la versione a grado pieno, rigorosamente NAS. L’olfatto è una schitarrata punk: gracchi distorti di alcol, un riff di fumo acre e catrame. Sembra un adolescente che sta seduto scomposto e mastica a bocca aperta. La torba è sporca, ricorda a tratti un peschereccio dalla carburazione guasta e a tratti un portacenere. Accanto a questa botta emerge nettissima una nota di cuoio, oppure di pelle bruciata, marchiata a fuoco. C’è anche una crema di frutta (banana e limone) e qualcosa di minerale, forse ardesia. In bocca è ancora aggressivo, non ti dà tregua. La gioventù è urlata, l’alcol si sente tutto e non è confortevole. Il corpo è leggero, la cenere acre è un’armatura che rende inutili i muscoli del distillato. Resta spazio solo per un po’ di fruttina dolce, tra miele, limone e mele golden. A cui nel fumo finale si aggiunge del pepe.

L’obiettivo di questi NAS isolani di solito è quello di épater les bourgeois, ovvero martellare di torba devastante gli amanti dei “marmittoni” giovani e feroci. Obiettivo di sicuro centrato, ecco perché ad alcuni recensori non dispiace. Però chi nel whisky cerca qualcosa in più qui fa fatica a trovarlo. E per di più fa fatica anche a berlo, perché l’alcol è davvero proibitivo. C’è di buono che se non vi piace potete metterlo nella Vespa: a occhio rende più della miscela. 76/100.

Port Askaig 19 yo (Speciality Drinks, 50,4%)

A Port Askaig ci sono: un porto dove attraccano i traghetti dalla Mainland, un distributore di benzina, un hotel e una bellissima vista sullo stretto del Sound of Islay e sulla vicina isola di Jura. Ah, c’è anche la più grande distilleria di Islay, Caol Ila. Se siete esperti di indovinelli, un’idea di quale malto risieda in questo imbottigliamento della società gemella di The Whisky Exchange ve lo sarete fatto. In Italia lo importa Velier e al neo-milanese Marco Callegari si deve questo gentile sample di 19 yo. Al naso si respira la pioggia sugli scogli: è un arazzo molto ben intarsiato di sensazioni che vanno dalla salamoia alle cozze, dalla torba salmastra all’inchiostro. È decisamente marittimo, con del pesce affumicato (halibut o merluzzo, comunque quei pesci che in Scozia ti servono anche a colazione). L’alcol e il legno non si sentono per nulla, in compenso fanno capolino note “sporche” come di pollaio e gomma e un lato fresco e quasi medicinale, tra il sedano e il mentolo. Frutta gialla a chiudere il cerchio (mele renette, limone e banana). Con due gocce d’acqua si fa più grasso ed emerge del cuoio. Olfatto godurioso e maturazione profonda, non di quelle accelerate da botti troppo cariche. Al palato se possibile è anche meglio, perché riesce a sembrare puro e cremoso allo stesso tempo. L’attacco è morbido, con limone candito e cereali al miele, e oleoso (olio di mandorle). Poi emerge tutta la parte isolana: la marinità delle ostriche e una torbatura “verde” di erbe bruciate e canfora. La frutta sta in disparte e ricalca quella del naso. Con acqua si fa un po’ più astringente: meglio senza. Il finale è lungo e piacevole; limonata calda con miele, medicinale e – ora sì – un tocco di legno.

Fragrante nel suo senso migliore, ogni sentore squilla ed emerge nitido e tutti insieme si fondono alla grande. Non è semplice unire una profonda marinità quasi ittica e una morbidezza da crema di frutta: la crostata di merluzzo non è esattamente un piatto comune. Capolavoro di equilibrismo naturale. 89/100.

Irish malt very old (2016, Liquid treasures, 49,6%)

Restiamo nel Commonwealth ma le cose si fanno complicate per i detective. Cosa sappiamo, direbbero i giornaloni? Poco. Non solo socraticamente, che tutti noi sappiamo di non sapere. Anche concretamente perché l’etichetta è trasparente come un discorso di Aldo Moro. C’è una foca con la tuba che balla in spiaggia; c’è scritto che stiamo bevendo una delle 123 bottiglie di un Irish whiskey; il malto è “molto vecchio”. Il che – considerando che il colore è quasi trasparente – è un bel mistero. Via col naso, direbbe Lapo. Se ci fossero i whisky-gazzosa questo sarebbe il re della categoria, perché sfoggia tutta una teoria di note fresche e frizzanti: sorbetto all’ananas, mela Granny, kiwi, bacche (ribes bianco e soprattutto uva spina). A dispetto del nome, risulta piacevolmente acerbo, con un’acidità che ben si amalgama ad una certa dolcezza vanigliata e zuccherina molto Irish. Pian piano si fa anche un po’ più pungente, con cardamomo e lemon grass. A un certo punto balena una nota di minestra, ma forse è di nuovo la vicina che esagera con la pastina in brodo, eh. Il limone domina anche il palato, ma è limonata zuccherata più che succo. Poltigliette di frutta gialla (pera, banana e ananas) e miele di acacia. Il sostrato dolce e ammiccante rimane, ma rispetto all’olfatto viene sostenuto anche da una solida stampella di spezie, pepe in primis. L’aggiunta di acqua aumenta la dolcezza e fa da catalizzatore a un lato erbaceo che somiglia tanto allo sciroppo alla menta. Finale non lungo e senza ulteriori sorprese: pera dolce e zenzero candito.

I rabdomanti della complessità indirizzino il loro bastoncino altrove, perché questo è un whisky semplice e chiaro. Il che non toglie che sia estremamente ben fatto, con una frutta scintillante sugli scudi e una freschezza davvero piacevole. È una bella bevuta estiva, per stare senza pensieri (cit. Gomorra). Ecco, magari l’unico pensiero è il prezzo: 180 euro per non sapere cosa si beve non sono pochi. 86/100.

County Louth (2003/2017, Valinch & Mallet, 51.5%)

Si resta nella verde Irlanda e si perlustra la mappa. Dove dannazione è la contea di Louth? Eccola là, al confine con l’Ulster, sopra Drogheda, la città favorita da Pablo Escobar (battuta imbarazzante, ok). La contea – guarda caso – ospita una sola distilleria, quella di Cooley. Ma chi può dire se è davvero il suo distillato? Ad ogni modo, quello imbottigliato da Fabio e Davide è un single malt invecchiato in uno sherry hogshead per 14 anni. Ne sono saltate fuori 329 bottiglie (e a occhio sono anche già esaurite). Il fatto che sia un single malt e l’apporto dello sherry travestono l’irlandese da scozzese, ma una certa delicatezza di sentori è come l’accento: inconfondibile. L’abbinata pera-banana c’è, ma rimane seduta sul sedile posteriore. Guidano le note sherried: in primis cioccolato al latte e nocciola. Ma anche un tè alla pesca fresco e noce moscata. Il legno regala suggestioni di lucido da scarpe. Interessante, anche se non intensissimo. Al palato – nonostante un alcol un po’ esuberante – è molto compatto. C’è ancora il cioccolato al latte, forse pralina al caffè. È senz’altro dolce e spesso, miele di castagno e datteri. La frutta si fa matura e tropicale e balenano mela e mango. Pian piano si fa più asciutto e il lussureggiante burro sciolto lascia spazio al legno verso un finale bello lungo, dove mandorla e pepe bianco arricchiscono la sensazione di generale dolcezza.

C’è della fierezza, nella diversità di questo bicchiere. Una specie di ribellione alle regole della casa, come i figli dei ministri che diventano no global. La cremosità generale è senz’altro una qualità, così come le piacevoli sensazioni tostate tra cacao, caffè e frutta secca. Una inaspettata virata sul secco lascia spiazzati, ma abbiamo conosciuto figli di ministri decisamente più insopportabili. Ribelle con una causa. 85/100.

Botti da orbi – Rum United Drinking Club

l’illuminato Marco Zucchetti che verga queste righe

[Rieccolo: mister Marco Zucchetti inaugura il ritiro estivo di Whisky Facile per la preparazione estiva, un ritiro blindato come neppure quello di Conte all’Inter, e siccome è un visionario, un esteta del calcio, convoca addirittura undici rum!]

Nazionale maggiore, under 20, under 21, perfino la nazionale femminile. C’era un tale ingorgo di squadre per cui tifare in questo inizio d’estate che sembrava di stare a piazzale Loreto alle sei di sera. Però dato che a ciascuno il suo, come diceva quell’ultrà di Sciascia, qui si pensava a quale squadra donare il nostro cuore in questo giugno finalmente torrido. Ci sarebbe la Real Tiki, tutta ombrellini e coppe (di frutta); ci sarebbe la Gin Tonic FC, dal gioco frizzante; oppure il Deportivo Bollicine, espressione perfetta del calcio champagne. Ma noi il calcio moderno – pardon, il beverage moderno – lo apprezziamo con moderazione. E da bravi veterospiritisti riempiamo la curva del Rum United, a costo di schiattare di caldo al primo sorso. Undici campioni tosti, ognuno con il suo stile. Un famoso presidente di calcio parecchio vincente preferisce giocatori senza barba e senza tatuaggi. Noi preferiamo i rum che sudano e danno l’anima, non i veneziani tutti veroniche e svolazzi dolciastri. Undici, undici / undici rummoni / Noi vogliamo / undici rummoni!

Skeldon 18 yo (Guyana, 2000/2018, El Dorado ‘rare collection’, 58,3%)

Portiere

La Demerara distilleries fa rivivere il mark della distilleria chiusa nel 1960, prodotto poi da Uitvlugt e ora da Diamond. Al naso è muscolare ma piacevole, dà sicurezza. C’è un che di cantina umida che subito si dissolve in una golosità da tiramisù e torcetti al burro. Prugne Sunsweet, lamponi, vaniglia e noci chiudono il cerchio, dove gli esteri non fanno capolino. Nessuna distrazione, né fra i pali né in uscita. Il tiramisù (o tiratisù dopo aver parato un rigore) rimane e di fatto il palato è coerente all’olfatto. È potente, piccante, con cacao, frutta secca e vino rosso fortificato, forse strudel. Qualcosa di cuoio e legno che un po’ allappa. Finale lungo e speziato, cannella, uvetta e cioccolato. Buono, da leccarsi i baffi, la dolcezza è ben integrata. Il legno invece è un filo troppo marcato, ma d’altronde al portiere non si richiedono piedi sopraffini, ma reattività e affidabilità. Come si dice a Milano, “inscì aveghen”, ad avercene! 89/100

Savanna ‘Indian Ocean Stills’ 6 y (Réunion, 2012/2018, Velier, 61%)

Terzino destro

Vero e proprio talento in erba: un rhum agricole dall’Oceano Indiano, quindi non sorprende il naso minerale. Si va dalla melissa al limone candito, dal gesso ad una nota balsamica quasi di Vix Sinex e Brooklyn alla clorofilla: è freschissimo, va su e giù sulla fascia e non (si) stanca mai. Cacao in polvere e una nota quasi affumicata a dare una prospettiva diversa: olfatto eccellente. In difesa però sa essere un mastino. Palato coerente e molto affilato, alcol poderoso; la prima sensazione è ancora erbacea (succo di canna fresco, curry verde e molta anice, quella del ghiacciolo che non a tutti piace). Poi evolve, si fa più zuccherino tra litchies e un che di latte di soia che lega i sapori. Diciamo che manca un po’ di senso tattico e malizia. Finale dolciastro, banana verde grigliata e un tocco amaro di mandorla che con l’acqua svanisce. Eccentrico, per solutori più che abili, unisce un naso da togliere il fiato a un palato in cui l’erbaceo cede al dolciastro. Proprio come quelle promesse della Coppa d’Africa che fanno sognare ma ogni tanto si dimenticano di difendere. 86/100

Royal Navy Tiger Shark (2019, Velier, 57,18%)

Difensore centrale

In mezzo non si può sbagliare, occorre un Baresi, un Beckenbauer. Qui c’è a guidare la difesa c’è un blend di tre rum 100% pot still da due distillerie differenti non specificate, invecchiati ai caraibi per una media di 14 anni. Due polpacci così, due polmoni così e anche altre due cose così. Gli esteri parlano di Giamaica, ma qui stanno sotto un lenzuolo di caramello, caffè e cioccolato fondente. Tackle duro e poi imposta a testa alta. Caldarroste, arancia e diesel, ma non sgradevole. Un olfatto con due anime, una agonistica e una tecnica. L’esperienza si fa sentire al palato, dove salgono di tono le note legnose (liquirizia, vaniglia del Madagascar, cacao e mandorle). Balenano dell’ananas e delle note floreali che si alternano al diesel. Caffè espresso e un tocco curiosamente salato a sottolineare il carattere del leader. Finale di nuovo di liquirizia e gasolio. Niente di addomesticato nello squalo. Riesce nell’impresa di tenere insieme due vie, quella degli esteri spinti e quella speziata/cremosa. Un osso duro. 88/100

Bellevue 21 yo (Guadalupa, 1998/2019, Milano Rum Festival, 57%)

Terzino sinistro

Ogni squadra ha il suo idolo un po’ pazzo. Noi abbiamo questo single cask selezionato da Andrea e Giuseppe, che al naso è un bel rebelòt: legno smaltato, cola, prugne secche, con cacao e banana flambé. Si aggiunge una nota balsamica di muschio e vetiver. Insomma, il ragazzo fa un po’ di tutto, sombrero, tiro al volo, autorete, zuffe: una testa matta. Al palato è un po’ alcolico e si fa secco, quasi rissoso: melassa, noci, zenzero e un tocco floreale (zagara?). Non sta fermo un attimo, si agita ma nel finale si rilassa e si fa più dolce, cioccolato al latte e caramello. Non è Gigi Meroni che si portava al guinzaglio una gallina, ma poco ci manca. Non del tutto equilibrato e di beva non agile, ma emozionale. Un barile alla Gascoigne. 84/100

Rhum Rhum Liberation Integral 6 yo (Marie Galante, 2015, OB, 58,4%)

Mediano

Uno dei gioiellini del maestro Capovilla, invecchiato ai Tropici in un tonneau ex Sauternes. E del vino francese ha la classe cristallina. Il naso è invaso dai profumi: macedonia esotica, pasticcino all’albicocca, ciliegie sotto spirito, resina dolce: Pirlo che esce dalla sua area con una finta e un lancio di esterno. C’è il vino, c’è la cannella e il tabacco dolce. I piedi buoni ci sono. Ma anche la grinta, eh. Perché in bocca si fa speziato: pepe, chili e angostura. Piccante, legnoso e dolce/amaro (zucchero di canna, china e caffè in polvere), lascia il segno anche coi tacchetti. Non dà il meglio sotto il diluvio, perché con l’acqua si slega un po’, anche se diminuisce l’amaro. Finale di legno, buccia di mela rossa grigliata e mandorla. Esperimento unico, grande intensità aromatica. Un po’ strabico fra olfatto fruttato e palato, visione di gioco e foga da incontrista puro. 85/100 

Diplomatico Distillery collection N.3 Pot still 8 yo (Venezuela, OB, 47%)

Ala sinistra

Non a grado pieno, quindi il confronto col resto della squadra è arduo. È uno di quei rum (pardon, calciatori) che avrebbero fatto impazzire il buon Moratti. Perché è farfarello e fiabesco, magari incostante ma da coccolare. Vogliamo chiamarlo il Recoba della squadra? Dopo alambicco Kettle e colonna Barbet, Diplomatico continua la sua serie Distillery collection con un Pot still. Non stupisce dunque la densità di tamarindo e cola al naso. Molta pasticceria, dal panettone alle mandorle tostate. Cioccolato al latte e mango. Pastoso. Non molla il pallone, lo vezzeggia, ne dribbla uno e lo ridribbla, mentre metà pubblico lo osanna e l’altra metà impreca. Poi a conti fatti è molto meno fru fru di quanto gli piace mostrarsi. In bocca infatti è meno dolce del previsto, il caramello bruciato prende note di fumo e il cioccolato si fa fondente. Cannella, albicocca secca e banana. Chiusura sul legno (bastoncino di liquirizia) e datteri, se ha un difetto è quello di non sapersi imporre. Piacevole e senza stucchevolezze spagnoleggianti, ma non emerge per personalità. Insomma, se ci fosse un altro rigore contro l’Helsingborg, non guardatelo bevendo questo rum. 83/100

Versailles 14 yo (Guyana, 2004/2018, Milano Rum Festival, 57%)

Ala destra

Il coraggio, come sa bene Don Abbondio, chi non ce l’ha non se lo può dare. L’altro barile dei milanesi A&G è un Demerara bello tosto color oro zecchino a cui il coraggio non manca. Sfrontato come un Cantona, estroso e imprevedibile. Le note olfattive sono quasi fermentate: smalto, kirsch e kiwi. Gli esteri per un attimo sconfinano quasi nell’acciuga sotto sale. Trucchi, giochini, finte e doppi passi, Garrincha che parte lasciando lì il pallone. Niente paura, poi arrivano marzapane, cedro e pasticcino alla frutta. Col tempo legno affumicato, con acqua più erbaceo (nocciole verdi). Oltre ai fuochi d’artificio c’è la sostanza, i cross per le punte arrivano da lui. Certo, deve uscire dalla nebbia in cui ogni tanto si va a ficcare. Perché l’affumicatura è una suggestione anche al gusto, dove i tannini non si nascondono (chiodi di garofano). Di nuovo marzapane, cioccolato bianco e il mix ananas maturo/banana flambé. Una goduria il finale burroso e di mousse di frutta, come un pallonetto sotto il sette. Molto nudo e crudo, non dimostra mai i suoi anni e mostra tre facce diverse: naso strano, palato affilato e finale equilibrato. Multiforme ed eclettico, uno nessuno e centomila. 85/100

Hampden 23 yo (Giamaica, 1992/2016, Silver Seal, 50%)

Regista

Il perno del sistema di gioco ha l’equilibrio e la leadership come virtù cardinali. La creazione di Max Righi ha un naso da volare via in cui gli esteri si uniscono a note di frutta cerosa ed erbe fermentate. Il che si traduce in profumi di paraffina e vernice, melone bianco, melissa e platano. Ma anche lievito di birra e acqua ragia, erba tagliata che fermenta e caramelle menta e anice. Complicatissimo, da perdercisi. D’altronde tutti i grandi pensatori del centrocampo sanno farsi volpe e leone, far partire bolidi da fuori e smarcare le punte con un passaggio no-look. Il palato accoglie la frutta cerosa (ananas flambé, ciliegie, perfino olive), ma la parte “sporca” non demorde: gomma bruciata, caffè tostato e una impressionante nota di peperoni gialli. Guizza ancora dell’acidità di succo di pompelmo. È un rum che fa reparto da solo, non si tira indietro e dà la carica, anche a costo di prendere qualche cartellino giallo dagli arbitri più fighetti. Non molla mai, con un finale infinito di nuovo di peperoni, menta, cera e polvere di caffè. Niente, è un capolavoro multistrati, un capitano nato. Cose tra loro estranee che interagiscono alla perfezione. Bandiera. 91/100

Cachaça Magnifica Single cask 13 yo (Brasile, 2005/2018, Milano rum festival, 43°)

Trequartista

Ogni brasiliano è un mondo a sé, ma questo lo è ancor di più: un single cask di cachaça pescato dai ragazzi del MRF. Accompagnato da un po’ di scetticismo generale (tipo quando sbarcò Kakà), quindi si assaggia con curiosità doppia. A occhi chiusi diresti rhum agricole. D’altronde la materia è la stessa. Dai brasiliani sappiamo cosa attenderci, tecnica sopraffina, ma saprà incidere? Dominano note erbacee ma sui toni della verdura (cetriolo aromatizzato, sedano). Poi ananas e papaya e gelato alla crema, perfino del gianduia. Perbacco, il carioca se la cava bene. Emergono anche dei lieviti, note di pennarelli Pelikan. Sa anche essere pericoloso, perché in bocca è beverino assai. L’erbaceo si attenua in note di caramella alla mela. Si gonfia la parte più di pasticceria: cioccolato al latte, babà, alchermes, uva passa. Torta di banana. Assist sfornati come bon bon. La dolcezza di tocco resiste nel finale, tra cioccolato e gommose alla frutta. Suggestione di limoncello, ma forse sono traveggole da carnevale di Rio, o forse l’ha appena comprato il Napoli. Sorpresa vera, il legno Ipe suona melodie un po’ esotiche ma l’effetto è di una cremosità golosa oltre l’anima vegetale della materia prima. Missão cumprida, la torcida esulta. 87/100

Foursquare 11 yo (Barbados, 2004/2015, OB, 59%)

Seconda punta

Un Massaro, un Ganz, un rapinatore d’area di rigore che fa vincere gli scudetti in silenzio. Rum da pot still e da colonna invecchiato in botti ex bourbon e distribuito da Ghilardi. Alle prime sembra un rye whiskey (no beh, diciamo un parente): paprika, pesca sciroppata, miele di castagno. Naso zuccherino, vaniglia e mango essiccato, madeira liquoroso. Entra facile nel cuore degli appassionati, sai che non è da Pallone d’Oro ma tutti lo vorrebbero nella loro squadra/vetrinetta dei liquori. Al palato rimane sul lato dolce della forza: croccante di mandorle, datteri dragée e miele grezzo. Cremoso e con alcol quasi a zero nonostante i 59°. Liquore al caffè e biscotti di zenzero. Un dessert, nel senso che arriva alla fine e ti lascia in bocca il sapore di vittoria. Finale piacevole, fra caramello, fichi secchi e albicocca. Profilo gentilmente e piacevolmente cioccolatoso anche se estraneo agli eccessi dei ron spagnoli. Magica la sparizione dell’alcol, tipo Inzaghi che per un’ora sembrava essere rimasto negli spogliatoi e quando spuntava sul filo del fuorigioco era già gol. 87/100

Port Mourant 36 yo (Guyana, 1972/2008, Velier, 47,8%)

Bomber

Quando si parla degli dei, occorre reverenza. La stessa che si deve a certi attaccanti di esperienza che hanno più classe che anni sulla carta d’identità. Questa è una bottiglia epica di Luca Gargano che all’asta va a 3mila sterline, quindi òcio, parliamo di un Pallone d’Oro. Il primo naso è di mela Stark matura, poi si scende in profondità: fichi secchi, legno palissandro e uvetta. Non basta segnare tanto, bisogna anche segnare in un certo modo. Come Van Basten, come Cruyff. C’è un che di biblioteca e una patina di cera calda. Frutti neri, tabacco aromatico, zabaione e dopo 36 anni agrume ancora vivido. Non sembra neppure rum, spunta perfino un che di salsa di soia: sontuoso. La stessa mascella che cade estasiata per la rovesciata di CR7, o lo stacco di testa di Pelé. In bocca è tutto giocato sul caffè e le spezie (cannella/vaniglia). Scuro, cremoso, ancora marmellata di more, violetta, cioccolata, legno antico. Che cos’è la sapienza? L’arte di fare le cose perfettamente senza sforzo. Il retrogusto è di mirtilli e uva rossa, il finale è vibrante, con fichi secchi e cioccolato grasso, quasi alla panna. Non c’è molto da dire, mostra un’opulenza e una molteplicità di sfaccettature impressionante. Sfavillante, da Hall of Fame. 94/100