Botti da orbi – Sanremo, serata 3: Nikka Days (2018, OB, 40%)

[Terza serata sanremese, terzo antidoto a Baglioni & Co: grazie Zucchetti, grazie]

m55895e_1Nikka Days (2018, OB, 40%)

Senza scomodare Nilla Pizzi e Gigliola Cinquetti, è il whisky più filosoficamente sanremese di tutti. Ultimo arrivato in casa Nikka, è un blended creato per il mercato europeo che segna il cambiamento di strategia della casa giapponese, pronta ad abbandonare i vecchi Pure Malt colorati. Al whisky di grano si aggiunge malto lievemente torbato (Yoichi). Il risultato è musica leggera allo stato puro, svago senza impegno a colori pastello. Si apre al banchetto del fruttivendolo, con pera, mela golden e prugna gialla. Non mancano fiori (è sanremese o no?) e il cereale, ma tutto rimane lieve, con un accenno di limone amaro. Lo stesso che torna in bocca, in una continua alternanza dolce/amaro, anche se qui è forse più bergamotto. Molto leggero, al cereale e alla vaniglia accosta una freschezza erbacea (foglie, genziana), che si protrae in un finale di sorbetto al limone.

Dammi tre parole, fresco, dolce e leggero. Forse Valeria Rossi non cantava così, ma fortunatamente l’abbiamo dimenticata. Nel complesso un whisky che il suo lavoro lo fa alla perfezione, si beve a garganella e non ha quella stucchevolezza di certi blended della categoria Giovani che ti impastano la lingua di zucchero. Non apriremo il suo fan club, ma se ci capitasse di sentirlo passare per radio non cambieremmo canale.

Ps. La cosa imperdonabile è il tappo di plastica gialla tipo olio di mais. Una caduta di stile che nemmeno Sabrina Salerno e Jo Squillo in shorts che cantavano «Siamo donne oltre alle gambe c’è di più». 81/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Giorgia – Vorrei.

Botti da orbi – Sanremo, serata 2: Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, OB, 57,8%)

[seconda serata di Sanremo, secondo malto con cui consolarsi: ecco la salvifica rubrica di Marco Zucchetti]

Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, refill Oloroso sherry, 57,8%)

Può un whisky essere punk? Certo, basta fare tutto il contrario di quel che il gusto imperante vuole. Questo Longrow è esattamente così, come quando i Placebo nel 2001 salirono sul palco dell’Ariston suonando una canzone inneggiante alla ketamina, sfasciando la chitarra su un amplificatore e facendo il dito medio al pubblico. Ecco, qui i gestacci sono olfattivi. Come definire altrimenti note che recitano: radicchio stufato, maiale alla senape di Digione, uvetta, frutti rossi, resina e foglie umide di tabacco? Un mostro di sherry e uno sherry mostruoso, sporco e cattivo come da pedigree degli Springbank torbati. In bocca è torrido, con le stesse tre componenti: sulfureo e carnoso (barbecue e fiammifero), dolcezza (torta al caramello, miele di castagno e marmellata di more) e un che di speziato, tra la buccia di mela rossa e il Pu’er, tè nero cinese fermentato. Finale più secco, con parecchio cioccolato fondente e torba salata.

Divisivo al massimo, o lo si odia come Ruben, o lo si ama come noi, che ancora quando facciamo le pulizie la domenica mattina in pantofole mettiamo i Nofx e gli Ash. Fuor di metafora, è un malto estremo, straziato dalle sue tensioni opposte, lancinante eppure divertente. 87/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Afterhours – Il paese è reale.

Botti da orbi – Sanremo, serata 1: Cladach (2018, OB, 57,1%)

l’illuminato Marco Zucchetti mentre cura la sua rubrica su whiskyfacile

Puntuale come l’influenza il primo giorno di ferie, la papera del tuo portiere nel derby e l’aneddoto sconcio degli amici al bar, anche quest’anno arriva Sanremo. Ecco, questo coraggioso sito si fa vanto del fatto che non ne farà menzione. Anzi, innalzando una prece al mitico Ferdinando Buscaglione, patrono di tutti i whiskofili italiani, qui ci si propone di fornirvi delle alternative al festival. Cinque malti (scelti a capocchia esattamente come i big in gara) per evitarvi le cinque serate. Oppure, se siete obbligati per ragioni familiari a sorbirvele, cinque malti per sopravvivere al rompimento di Baglioni che vi tocca in sorte.

Non festival dei fiori ma opere di bere.

Cladach (Diageo Special Release 2018, 57,1%)

L’orchestra di Peppe Vessicchio tutta insieme. È un blended malt sulla scia del Collectivum XXVIII, ma più coerente e assai più convincente. Partecipano alla sinfonia Inchgower, Clynelish, Oban, Talisker, Lagavulin e Caol Ila, dunque ci si aspettano potenti gli ottoni della torba e gli archi della marinità. E infatti fin dall’esordio ecco un bel falò in spiaggia, zaffate di iodio e un naso medicinale e mentolato (anice), da cui emerge una golosa frutta dolce, mela cotta, ananas e limone candito. Cera, anche. E una curiosa sensazione di metano, come se aveste deciso di suicidarvi prima di essere costretti a sentire Il Volo.

In bocca è salato, scuro, molto profondo e perfino cremoso. La torba c’è, ma non ce la si cava mica così, non siamo di fronte a una canzonetta. Occorre un patentino per capirlo bene. Noi che invece ci siamo fermati alla scuola primaria del malto riconosciamo alla rinfusa delle more, un pizzico di aceto di lamponi e una bella cremosità saporita, quasi fosse liquirizia salata. Con acqua (anche se va giù bene anche senza) spunta dell’arancia e del kummel. Finale all’altezza dell’esibizione: ancora saporito, tra carne salada e croccante di arachidi.

L’intro del naso ti cattura, ma l’evolversi in bocca ti rapisce proprio. Succulento e robusto, è un concentrato di Islay con il tocco mielato/ceroso di Clynelish. Il classico outsider che parte senza i favori della critica – in effetti queste edizioni sconfinano spesso con il marketing – ma poi si conquista il podio con il voto da casa. 90/100

Sottofondo sanremese consigliato: Enrico Ruggeri – Mistero (Sanremo 1993, primo posto)

Botti da orbi – Tutto malto bene: botti di inizio anno

E se fosse tutta colpa di un refuso? Se l’abitudine parecchio tamarra di far esplodere ordigni rudimentali al 31 dicembre fosse solo un errore di dizione e invece dei botti di fine anno tutti ci dedicassimo alle botti di inizio anno? Ci piace pensare che sì, se insieme ai petardi rinunciassimo anche a quei limoncelli e amari di dubbia moralità che ammorbano qualunque cenone, e ci dedicassimo invece al re dei distillati, l’anno nascerebbe sicuramente meglio. Perché quel che si beve non è un dettaglio, può rovinarti un aperitivo o svoltarti una cena deludente. Così, mentre in queste ore gli astrologi estraggono dalle loro giacche luccicanti vaticini opinabili su lavoro, amore e salute, noi qui si indossa il cappello di tweed da druidi celtici e si spargono previsioni ancor più opinabili e surreali. Signori, ecco a voi l’Oroscophisky, l’oroscopo del whisky di Marco Zucchetti.
Slàinte e polvere di stelle nel dram a tutti.
ARIETE
Vieni avanti, arietino, anche se hai Saturno nel malting-floor. Il che significa che stanno germogliando grosse preoccupazioni. No, non ti è finito il Glen Grant 5 per sfumare il rognone. Ben peggio: il rischio è di conoscere un partner astemio. Immagina, Ariete: cene di pesce sorseggiando Schweppes, serate con gli amici ordinando tisane alla barbabietola. Che fare, direbbe Lenin? Beh, segui il tuo palato. Inizia da subito. Il Montenegro lascialo ai veterinari della pubblicità, la vodkachevolevich ai reduci degli anni ’90. Tu ti prendi un bello speysider – e pure vecchiotto – e ritrovi te stesso. Il resto, ovvero il partner che ti meriti, verrà da se. Questo il tuo compito per il 2019: ricordarti chi sei senza compromessi, come l’Highland Park prima delle carnevalate vichinghe.
70/100
Il tuo whisky dell’anno: Macallan 1966 Giovinetti
TORO
Il 2018 è quella bottiglia pessima che non te la senti di buttare, ma quando finalmente finisce perché riesci a sbolognarla a un ospite che va in sollucchero anche per il J&B, esulti da solo in salotto come CR7. Ecco finalmente è finito il 2018 malefico, e tu Toro puoi riappropriarti delle tue energie, che a dirla tutta ultimamente sembravi più una vacca frisona. Hai Giove a pieno grado, quindi chi ha a che fare con te deve sapere che devi essere maneggiato con cura. Sei un A’Bunadh, mica un Jameson. Non le mandi a dire, hai la stessa dimestichezza con la diplomazia che ha un metalmeccanico di Glasgow dopo che il Celtic ha perso l’Old Firm coi Rangers. Ma sei talmente energico che riesci a sgorgare anche le indigestioni da cassoeula. Tu per limitare i danni metti tutto in etichetta: gradazione, finish, invecchiamento, pregi e difetti. Così i tuoi amici saranno avvertiti. E chi saprà cosa aspettarsi, si godrà la tua tonante compagnia con gusto.
86/100
Il tuo whisky dell’anno: Laphroaig 29.247 SMWS “All hands on deck”
GEMELLI
Ok, la timidezza iniziale non sempre è un problema, il nuovo Talisker 8 anni lo dimostra. Però Gemellino mio tu devi darti un tono, oppure qui corriamo il rischio di annusarti per mesi senza riuscire a capire se sei un bourbon, uno sherry o un finish. È la tua natura quella di mescolare le carte e non scoprirti, si sa. Però dacci una mano, non giocare a fare lo Scotch se non lo sei, come un giapponese dalla whiskosità incerta. Missione per il 2019 è lasciare questa timidezza a quei whisky con gli ideogrammi in etichetta. Decidi cosa vuoi essere, prendi quella strada e vai dritto. Anche perché tu hai qualità da single cask, ragazzo mio.
82/100
Il tuo whisky dell’anno: Glenlivet Meiklour
CANCRO
Ah, l’abbacinante e sublime luce del meriggio che cala dietro le pagode della distilleria Strathisla… No, con te non attacca, eh? Concreto, chele ben piantate sullo scoglio e pochi gamberi – pardon, grilli – per il capo. Tu Cancro sei fatto così, alle raffinate grafiche preferisci la sostanza, un po’ come i ragazzi di GlenAllachie, che ancora insistono con quelle scritte in antico camuno… Ecco, quest’anno Cancerino potresti fare uno sforzo e uscire dalla tua solidissima prosaicità. Non che alla fine non conti l’essenza, perché nel bicchiere se ci finisce Lagavulin è sempre meglio di qualunque frivolo whisketto dal packaging francesizzante degno di passerelle e Croisette. Però se ti capita un Bowmore Bouquet o una bottiglia di Jack Wieber, per una volta lasciati andare a un moto di ammirazione estetica. Anche l’occhio, come gli angeli, vuole la sua parte.
80/100
Il tuo whisky dell’anno: Ardmore 9 Caroni finish (A&G selection)
LEONE
Che le regole per te siano un optional, già lo sai. Quindi Leoncino mio quest’anno l’obiettivo è moderarsi un po’. È vero che la vita è una scatola di samples ed è difficile non assaggiare un whisky della Tasmania invecchiato in botti di Pinot nero o trattenersi dal provare l’ultimo Macmyra in botti di vin brûlé. Ma avanti di questo passo rischi di diventare come Stuart Thompson, uno che ad Ardbeg ha fatto la storia tanto da svuotare interi barili a forza di assaggi. Quindi parola d’ordine è: scegliere. Per esempio, quel Poitin che guardi con cupidigia anche no, dai…
72/100
Il tuo whisky dell’anno: Red Breast 21
VERGINE
Sarà Marte che entra in alambicco, sarà che in tempi fumosi come un Octomore ti senti a tuo agio, ma questo sarà il tuo anno Vergine. Diciamocelo, non è mai stata la qualità il tuo problema. Il fatto è che sei poco accessibile, tipo uno dei vecchi Rare Malts. Il tuo carattere è forte, l’eleganza non si discute, la profondità pure. Già, ma un St. Magdalen non è da tutti giorni, no? Ecco, devi provare a blendizzarti un po’. Non si dice di impoverire la tua vita frequentando gentaccia da grain, ma almeno abbassare il livello di tensione e perfezione, quello sì. Se mostrerai la tua faccia easy, se fra un Brora e un Karuizawa scoprirai le gioie di un magnifico Kilkerran per ogni occasione, avrai fatto bingo
93/100
Il tuo whisky dell’anno: Cladach Diageo special release 2018
BILANCIA
Il Laphroaig durante il Proibizionismo era lecito perché qualche genio lo aveva fatto passare per medicinale. Ahimé i seriosi luminari di epatologia pare abbiano negato le proprietà taumaturgiche del nettare di Islay, ma tu Bilancino non ne hai bisogno. Scoppi di salute come un haggis troppo ripieno. Il 2019 sarà per te un anno in discesa, facile come una verticale di bourbon dopo una pinta di Paul John torbato. L’unico rischio è proprio questo, trovare tutto troppo semplice, abbassare la guardia. Dice il saggio collega che i whisky che sembrano “pediatrici” sono i più infidi. Guardati dalla faciloneria, Bilancino, per non finire come quello che spegneva le Marlboro nell’Auchentoshan perché gli sembrava l’unico modo per dargli sapore.
89/100
Il tuo whisky dell’anno: Port Charlotte Cubaireachd cask exploration 18
SCORPIONE
Sei un segno di torba, il che ti dà quell’aria di fumoso mistero che fa parte del tuo charme. Sai essere oscuro come un Ardbeg dai nomi evocativi e acuminato come un Kilchoman 100% Islay, ma a volte ti fai prendere la mano dalla tua anima sciantosa e diventi insopportabile come certi finish in Sauternes. La stucchevolezza è dietro l’angolo, Scorpioncino, perché ogni tanto eccedi in moine e non stiamo parlando del Bunnahabhain omonimo. Il consiglio per l’anno nuovo dunque è limitare l’artificiosità e menare qualche colpo di pungiglione in più, anche a costo di non stregare tutti. Il fatto è che piace di più uno sporco Ledaig di un immacolato Oban Little Bay un po’ recitato. Fanne tesoro.
79/100
Il tuo whisky dell’anno: Catoctin creek rye full proof
SAGITTARIO
Il prossimo Natale chiedi una faretra extralarge, perché non ti bastano le frecce per tutti i bersagli del 2019. Sì, Sagittario, avrai un anno più indaffarato di quello di Jacopo e Giacomo, aka i Facili. Non ti basterebbero sette nasi per annusare tutti i dram che ti capiteranno e non ti basteranno 685 giorni per fare tutto quello che ti sei prefisso. Quel viaggio nelle Highlands che rimandi da anni, quel progetto che avevi in cantiere da quando Richard Paterson ancora non aveva i baffi, quel quadernino degli assaggi da tenere per cui poi non hai mai tempo. Il rischio è fare tutto di fretta, come quelle distillerie che imbottigliano a tre anni e due minuti. Ce la potete fare, ma organizzatevi. E fate come la botte del Macallan della pubblicità, sappiate dire dei no.
87/100
Il vostro whisky dell’anno: Linkwood 24 Adelphi
CAPRICORNO
Sul lavoro, caro Capricorno, sembri la Port Ellen distillery. Purtroppo però non quella che sta rinascendo oggi, ma quella che è fallita nel 1983. Tra molestie, colleghi fastidiosi, capi con lo stesso senso degli affari dei collezionisti che hanno svenduto tutti i Giovinetti vent’anni fa, sembra che il mondo congiuri contro di te. Occorre pragmatismo e sopportazione, che alla fine di ogni degustazione scadente c’è sempre una chicca. Il tuo 2019 sarà alla ricerca di questa chicca. E dopo un anno di barili che perdono e bottiglie dal tappo guasto, stai sicuro che la troverai e sarà un colpo di fulmine come quel barile di Highland Park in sherry di cui ancora favoleggiano il Gerva e Giannone del Milano Whisky Festival.
75/100
Il tuo whisky dell’anno: Glenfiddich 1973 (70th anniversary Velier)
ACQUARIO
Sei stato piccantino come un rye per tutto l’anno, Acquario. Hai avuto ormoni più attivi dei legni first fill e hai girato più letti tu delle distillerie che ha visitato Giorgio D’Ambrosio. Insomma, ti sei divertito e hai fatto bene. Solo che ora avverti quell’esigenza di stabilità che prima o poi coglie ogni appassionato di whisky che inizia dalla torba e approda allo Speyside. Ecco, il 2019 sarà in tema, ovvero una collezione di dolcezze morbidose. Meno adrenalina e più serenità, come passare dalle scogliere di Skye alle colline dei Cairngorns. Quiete, affetto, un camino acceso, un confortevole Glenfarclas che non ti tradisce mai. Il tuo anno sarà così, lasciati andare.
90/100
Il tuo whisky dell’anno: Glen Grant 25 Oloroso finish (Wilson & Morgan)
PESCI
Sarà l’influsso del salmone appena consumato a tonnellate durante il cenone, ma mai come quest’anno hai deciso di risalire la corrente in direzione ostinata e contraria. Né Diageo né Pernod, sei più indipendente di Ermoli e Romano di Valinch & Mallet. Non ti va di seguire la moda, volti le spalle alle limited releases costosissime e agli esercizi di stile di Glenmorangie. La comodità non ti va a genio, dedicherai il 2019 all’esplorazione di minuscole realtà. Ma sii saggio Pesciolino: perché un conto è decantare le edizioni limitatissime di Beppe Bertoni del Mulligans o dell’Auld Alliance, capolavori di qualità degni dello Slow Drinking; un altro è incapricciarsi per un oscuro imbottigliatore gaelico che spaccia malti innominati a prezzi da inflazione Zimbabwese. Se nicchia dev’essere, che sia ben arredata.
84/100
Il tuo whisky dell’anno: Millstone 1998 PX

Botti da orbi – Colonial Whisky Tour

è quasi Zucchetti

Dall’alto il bicchiere di whisky, con quella sezione rotonda così perfetta, sembra un delizioso pianeta ambrato, una via di mezzo fra Venere e Marte. Prima di invocare la neuro – o un alcol test per chi scrive -, pensateci un attimo. Il whisky è davvero un mondo tutto da scoprire. Ha una faccia che conosciamo bene e ci ispira ogni sera, la Scozia. Ha dei bordi che stiamo imparando a distinguere (gli Stati Uniti, l’Irlanda, il Giappone). E poi ha un lato oscuro di Paesi dai metodi di distillazione incerti e dalla tradizione variabile: the dark side of the malt. Girovagare alla scoperta di queste terre che portano scritto sulla mappa HIC SUNT LEONES, è un’esperienza da fare almeno una volta. Perché vagabondare per il pianeta whisky è come andare in vacanza. Puoi essere turista o viaggiatore, pellegrino o esploratore. Ci sono momenti per tutto. A volte vuoi solo essere coccolato in un ambiente accogliente e te ne vai in un resort a 5 stelle pacchetto all inclusive, dove scorrono fiumi di malto e torba, la Scozia. Altre invece ti prende il rovello di attraversare la taiga o il deserto in pullman di terza classe senza aver prenotato prima neanche una stamberga. Qui ci è presa una nostalgia politically uncorrect per i vaghi ed avventurosi tempi coloniali, per le sahariane e i completi di lino, per il Commonwealth e i viceré che mandavano dispacci e barili a Sua Maestà. E dunque partiamo su un bastimento per i mari del Sud. Nella seconda puntata si partirà invece in Interrail in giro per l’Europa. D’altronde girovagare col naso fra le bottiglie più inconsuete nel dark side of the malt è questo: zaino e narici in spalla, si parte alla conquista pronti alla chicca come al disgusto. Ché la prima classe costa mille lire, la seconda cento e la terza dolore e spavento. E preghiamo san Ciccio De Gregori che nessun dram puzzi di sudore dal boccaporto e odore di mare morto…

Hellyers Road Slightly Peated 10 yo (2018, OB, 46.2%)

[Tasmania, Australia]

Tutti abbiamo un amico che prima o poi si sposa. Tanti ne abbiamo uno che in viaggio di nozze va dall’altro capo del mondo. Qualcuno ne ha di generosi che si offrono di portargli un whisky australe. Io vado oltre e ne ho uno che aveva il compito di portarmi il pluripremiato Sullivan’s Cove e invece si è presentato con un boomerang e questa bottiglia qui, un po’ come quando l’ultimo Galliani prometteva Tevez e arrivava Ricardo Oliveira… Essendo suo testimone di nozze e curioso come un babbuino che lavora in una rivista di gossip, alla fine ero pure contento di provarlo e gli sono grato comunque. Anche perché la bottiglia si presenta bene: single malt dalla Tasmania, invecchiato 10 anni in barili tostati, non filtrato, “leggermente torbato” e con una gradazione quasi alla Bunnahabhain. Curioso il tappo a vite, che va bene sui riesling della Mosella ma sul whisky ancora un po’ lascia perplessi. Sull’etichetta sta un crepuscolare signore, in cammino su una lunga strada verso “quota 100” con accanto un gatto. Ecco, la speranza di tutti gli animalisti è che quel gatto sia stato il più possibile lontano dal whisky. Non tanto per l’olfatto, che curiosamente parla gaelico, ovvero la lingua delicata fatta di pera, rosa e cioccolato bianco che spesso è il marchio di fabbrica degli Irish whiskeys (difatti è distillato “due volte e mezza”, il che spiega la lievità delle suggestioni). No, se il naso tutto sommato si salva, tra vaghi sentori di cocco, marzapane all’arancia e narghilè che spuntano da una coltre di alcol piuttosto spessa, è il palato ad essere travolto. Perché il nostro spirito della vecchia Van Diemen’s Land è devastante come il suo conterraneo Taz quando diventa un piccolo uragano. L’alcol è aggressivo, prevaricatore. Bullizza le timide note amare di pompelmo, schiaffeggia i sentori di legno tostato e impone un retrogusto di acquavite sgradevole che supera in intensità la leggera torbatura minerale (a proposito, il malto torbato arriva dalla Scozia). Paradossalmente, la tempesta si quieta nel finale, dove spuntano mele e biscotti e un che di noce moscata.

Ora, vero che l’Australia è stata terra di galeotti; vero anche che l’etichetta ricorda “l’aspra e feroce vita selvaggia” di queste parti; vero anche che “Mr. Crocodile Dundee” era un film fichissimo che ti prendeva la voglia di giocare a wrestling con gli alligatori. Però, perché abbrutire tutto con uno spirito così sgraziato che non permette di apprezzare – se ci sono, e probabilmente ci sono – le qualità della distilleria? Non se lo meritano gli australiani, non se lo merita James Cook, non se lo merita la Regina. Forse l’unico che se lo meritava ero proprio io, che dopo sei mesi ancora non ho fatto il regalo di nozze. Alberto, mandami l’Iban e chiudiamola qui… 70/100

Three Ships ‘Vintage 2005’ PX finish (2015, OB, 46.2%)

[Sudafrica]

Se c’è una cosa che ti si pianta in testa dopo un viaggio in Sudafrica è che il pregiudizio è una bestia astuta. Paragoni fra Mandela e gli alambicchi anche no, grazie, ma probabilmente un giro fra il museo dell’apartheid e Soweto rende tutti un po’ più disposti a fare tabula rasa di ogni preconcetto. Sicché, sentendosi in cuor suo illuminato e progressista e fieramente multiculturale, il rabdomante di spiriti si tuffa a capofitto sul Duty Free per sperimentare il Three Ships, orgoglio sudafricano. Evitato come la peste il 5 anni, che costa più o meno quanto una confezione grande di M&M’s e lascia perplesso l’europeo abituato a svenarsi per ogni bottiglia, la scelta cade su un vintage 2005. Dieci anni di invecchiamento curiosamente divisi fra “106 mesi in botti di quercia americana e 14 in barili ex Pedro Ximenez”. Livello di aspettativa: bassino. Sempre per il fatto che crediamo di essere privi di pregiudizi ma alla fin fine inconsciamente ci aspettiamo di trovare manioca e elefantini nelle bottiglie. E dunque già ci prepariamo a un whisky eccentrico, magari un po’ approssimativo e con note pesanti, esotiche e speziate. E invece… Invece ovviamente non c’è nulla che richiami il bush o il Kruger Park in questo whisky. Stolto uomo europeo, che ti aspettavi? Beh, di sicuro non la abbacinante florealità che si sprigiona dal bicchiere. Peonie, sorbetto all’uva fragola, Ice wine. C’è un’aromaticità intensa che va a lambire l’olio essenziale di arancia. Poi, a dire il vero fuori sincrono, anche un lato più umido e scuro tra cantina, note nocciolate e matita temperata. In bocca invece i fiori lasciano spazio alla frutta. Indefinita e un po’ sintetica, come di caramella all’arancia. Esplode quindi una spezia sicura di sé. Zenzero, pepe e peperoncino fanno quasi pensare ai rye e giocano a rimpiattino con una base dolce di zucchero a velo e ananas. Il finale è così così, tra gommose al limone, chili e gomma bruciata, con un che di bagnoschiuma nel retrogusto.

Spiazzante, contrastante. Ecco in cosa somiglia al Paese da cui proviene. È un tetris di ossimori, una delicatezza ponderosa, una naturalezza artificiale, una dolcezza piccante. Non un capolavoro, diciamo che nel rugby i sudafricani se la cavano meglio. Però qualcosa che si lascia sorseggiare e sa anche divertire chi non cerca né la perfezione né la razionalità. Fosse vivo Beckett, sarebbe il suo malto dell’assurdo. 80/100

Kornog 2013 single cask (OB for The Auld Alliance, 58.7%)

[Francia (via Singapore)]

Cosa c’entri la Bretagna, dove fra una galette e un sidro fermier viene distillato il Kornog, con il mondo affascinante e fiabesco delle antiche terre coloniali, non si sa. Anzi, si sa benissimo: nulla. Però se la storia è fatta di incroci e influenze, questa bottiglia sta a testimoniare che anche il whisky oggi è un melting-pot. Quanto meno in materia di imbottigliamenti… Poco interessa al lettore come chi scrive sia finito a Singapore su un “party bus” privato ascoltando i Queen remixati da due bartender greci. Ma sappia il lettore che a un certo punto della gita sullo stretto di Malacca, lo scrivente è finito all’Auld Alliance, il raffinato whisky bar di Emmanuel Dron conosciuto in tutto il mondo. Lì, fra poltrone in pelle umana e collezioni di bottiglie da ringraziare dio per avere un rigido plafond sulla carta di credito, lo scrivente ha ordinato una degustazione di quattro imbottigliamenti firmati appunto Auld Alliance. Fra questi un Kornog a grado pieno. Capite che l’idea di sorseggiare un torbato bretone in una città-Stato avviluppata in una monsonica umidità del 95% è un inno al post-colonialismo. Al naso compare subito un fumo lieve, che tutto cuce insieme come una Penelope con la passione per lo svapo. Le note grasse di olio di mandorla, quelle dolci di torta di pere, i deliziosi sentori marini: un olfatto minerale e fine, arioso e quasi floreale nonostante l’oleosità evidente. In bocca i quasi 60 gradi non si nascondono, ma l’alcol non sferza. Anzi, costruisce una dolcezza piacevole di mandorle glassate, zucchero di canna e biscotti (tipo i Galletti del Mulino Bianco). Che ovviamente va a braccetto con la torba ora più solida, tutta incentrata fra la fuliggine e le olive verdi, a testimoniare il dna costiero. Torba che si intreccia a un tocco quasi agro (limone e zenzero fresco) e a una fresca amarezza di pompelmo. Curiosa la nota di marron glacees che si fa strada in un lungo finale secco e piccante.

Sarà che averlo assaggiato in un Paese dove se sgarri qualcuna delle tantissime e severissime leggi rischi due nerbate con uno scudiscio di rattan bagnato, ma la morigeratezza di questo whisky è sembrata un valore aggiunto. Né la torba, né la marinità impongono la loro dittatura su un malto che ben nasconde la sua estrema gioventù sotto un savoir faire molto europeo. 85/100