Bowmore ‘Feis Ile 2014’ (2014, OB, 56,1%)

Che senso ha assaggiare dopo tre anni un imbottigliamento celebrativo di un evento? Non sapremmo, ma in fondo questa è casa nostra, beviamo un po’ quel che ci pare, no? Ieri sera avevamo voglia di un Bowmore, e nel nostro cabinet abbiamo trovato proprio un sample di questo imbottigliamento fatto per il Feis Ile del 2014, imbottigliato a grado pieno dopo anni imprecisati (è un NAS) in barili ex-bourbon. Ce n’erano due, di imbottigliamenti celebrativi, noi abbiamo questo, non lamentatevi.

IMG_8668_1N: cominciamo dai tratti più tipici di Bowmore che riusciamo a identificare: c’è un’ottima marinità, sostanziata da note di sale e di alghe; poi si sente l’invecchiamento, le botti ex-bourbon danno un apporto di vaniglia, crema pasticcera, impasto per torte. C’è però una nuova dimensione, strana, che ci ricorda la cera d’api, il sesamo (o l’olio di sesamo?) e una verdura che diremmo ‘asparago’; e in realtà si tratta di cereale, del chicco d’orzo, ancora vivace nel bicchiere. Ci può stare anche una nota frizzantina di zenzero e di scorza di limone… Ah, ma ci dimenticavamo della torba, che c’è, eccome!, anche un pizzico sopra alla media dello stile-Bowmore: ma si tratta di un whisky giovane, d’alto canto…

P: l’attacco è abbastanza salato e marino, rivelando una certa decisa intensità, grazie anche al grado pieno; poi esplode letteralmente il barile, tra note di vaniglia, creme caramel, cocco, frutta gialla molto intensa e matura… La torba resta in disparte, tornando solo alla fine, verso…

F: …il finale, questo sì abbastanza torbato e fumoso; torna poi la vaniglia, che dura molto a lungo.

82/100 – aiutato dal grado pieno che supporta la buona intensità, per il resto senza infamia e senza lode. Un giovane Bowmore moderno, pulito, con un naso che svela note cerealose composite ed interessanti, anche se forse non saremmo disposti ad uccidere per portare a casa una delle 1000 bottiglie.

Sottofondo musicale consigliato: Miley Cyrus – Malibu. Era meglio quando dondolava nuda su una palla di cemento, adesso accarezza un cane, come tutti.

Bowmore 12 yo (anni ’90, OB, 43%)

Anni ’90, etichetta stampata su vetro: la bottiglia di questo Bowmore è bellissima, certo, ma abbiamo imparato ad essere diffidenti con questa fase di produzione della distilleria. Problemi nel processo di distillazione nei gloriosi anni Ottanta, probabilmente, novità mal digerite dall’alambicco? Chissà, di certo c’è che i Bowmore imbottigliati nel decennio successivo sono spesso armi a doppio taglio… Vediamo come si comportava il dodicenne entry-level.

bowmore-12-year-old-screen-printed-label-with-tube-and-miniature-3920-pN: delicato, quasi timido… L’aspetto immediatamente più evidente pare la marinità, con una bella brezza marina marcata, certo, ma non travolgente. La torba, già delicata in casa Bowmore, è per questo imbottigliamento particolarmente smorzata: un filo di fumo e un poco di smog, nulla più. Affiorano poi fiori freschi, un po’ di vaniglia e – toh! – la buccia di una mela gialla.

P: ha un corpo solido, anche se certo non molto imponente; come al naso si conferma salato, marino, e contemporaneamente d’una dolcezza zuccherosa forse un po’ indistinta… Le migliori metafore che ci sovvengono sono nuovamente di fiori recisi, di caramelle zuccherine, di violetta, perfino di caramelle Rossana! E la torba? Risulta annacquata, incarnata solo da un’accennata mineralità. Rileggendo la recensione che fa Serge, ci pare colpevole non aver segnalato l’ovvia nota di liquirizia salata.

F: l’avevamo data per morta troppo presto: guarda un po’ chi ti ritorna, quel filo di fumo di torba. Labbra salate.

Se non fosse un Bowmore, se fosse una bevanda qualsiasi diremmo “ah però, che buono” – ma pur non avendo veri difetti, non ha nulla di quel che ha reso Bowmore grande. La marinità è timida, la frutta è accennata, insomma… 78/100, non di più, non di meno.

Sottofondo musicale consigliato: Jose Gonzalez – Far Away.

Prestonfield House ‘De Luxe’ (anni ’90, Prestonfield, 43%)

L’albergo Prestonfield House è forse il più lussuoso di Edinburgo (ci concediamo il ‘forse’ perché proprio non sapremmo dirvi, bazzichiamo solo bettole malfamate e putridi ostelli) – in passato Prestonfield si baloccava anche con l’imbottigliamento di whisky, e in particolare aveva attiva una collaborazione con la Morrison Bowmore, proprietaria – indovinate un po’? – di Bowmore. Oggi assaggiamo il Prestonfield House ‘De Luxe’, imbottigliato tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90: non è dichiarato se si tratti di un blended o di un single malt, è semplicemente whisky. Noi, con un’allitterazione forse inopportuna, apprezziamo l’approssimazione e ci mettiamo sopra il naso.

bowmore-de-luxe-prestonfield-house-bottling-with-tube-6487-pN: gentile e delicato, chiede il permesso prima di entrare. Appena glielo accordiamo, inizia a svelare un profilo molto ‘maltoso’ e vegetale, che ci ricorda il fieno caldo; e però questo garbo non nasconde l’assenza di personalità, e col tempo ossigenandosi cresce una dimensione burrosa (burro fresco), con brioche calda all’albicocca, vaniglia; qualche punta fruttata (albicocca, pesche sciroppate). Resta, un po’ alta, una lievissima torba, quasi a posare un sottile velo minerale (gesso? amido da stireria?).

P: pur riconoscendo una freschezza quasi agrumata, da pompelmo rosa, la delicatezza si trasforma in eccessiva esilità, e in più emerge – non sappiamo se per difetto originario o dato da un invecchiamento in bottiglia non ottimale – una nota ossidata di metallo, con l’alcol un po’ separato. Domina ancora una grandissima sensazione di malto e burro fresco, con una botta di dolcezza data da una zuccherinità ‘strana’, da pastiglia Leone alla violetta. Mah…

F: molto gradevole, anche se breve, e zuccherino, maltoso, ancora un filo di frutta gialla; riappare un che di minerale, vago e fresco.

 Le info che si trovano su internet dicono che si tratti di Bowmore… Se così fosse, si tratterebbe senz’altro di un batch degli anni in cui la distilleria aveva un problema con i profumi delle baldracche francesi (per chi non conosce la storia: tra gli anni ’90 e l’inizio 2000 molti Bowmore distillati negli ’80 avevano una nota di violetta, di lavanda, che dagli appassionati fu definita FWP, ‘French Whore Perfume’, con tanto di minacce da parte della distilleria di denunciare chi ne avesse parlato in questi termini sull’allora nascente internet). Noi onestamente non ci sentiamo di stroncare davvero un whisky che, in ogni caso, ha un palato quasi sicuramente rovinato da un’ossidazione non devastante ma comunque presente. Naso e finale, però, sono super gradevoli e tengono a galla questo whisky: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rocky Horror Picture Show – Sweet Transvestite.

Bowmore 12 yo ‘Travel to Mars’ (2003/2015, Liquid Treasures, 49,6%)

Torniamo sull’imbottigliatore tedesco Liquid Treasures, che tempo fa ha avuto la bella (e, se vogliamo, mai troppo imitata) idea di inviarci alcuni campioni dei loro imbottigliamenti per sottoporli alla nostra inadeguata attenzione: oggi ci ha punto vaghezza d’assaggiare un Bowmore dodicenne ex-bourbon, e siccome siamo uomini del fare e non del ciarlare eccoci qui. Mentre la ghiera di metallo che richiude ermeticamente il tappo del sample si frantuma al gesto sicuro del blogger attento, con pronto il suo taccuino, l’asticella dell’occhiale severamente compressa tra i denti, pronta a sorreggere l’attenzione che sola può condurre alla serenità del giudizio, quell’unico rumore (cri-cric) richiama alla mente ogni altro sample stappato, e un catalogo infinito del passato e del possibile si squaderna. Sì, oggi non avevamo idee.

schermata-2016-09-23-alle-20-03-55N: atto primo, la torba, che in un whisky guidato dal distillato si staglia con brutale fierezza, invero inusuale per il delicato stile di Bowmore. È una torba ‘pesante’, sia con marcati accenti di terra ed erba macerata che con qualcosa di inorganico, da smog; e pur non essendo tra i Bowmore più marini, sarebbe da stolti non riconoscergli una certa brezza salina e iodata di fondo. E noi non siamo stolti. Acute note ‘acide’, di limoni e pompelmi. I 12 anni lo lasciano sospeso tra questi sentori di whisky isolano, giovane, con anche robuste note di malto (diremmo: di distilleria), e una personalità già più riccamente fruttata. E come trascurare la proverbiale tropicalità di Bowmore? Spiccano note di alchechengi, kiwi, maracuja.

P: rispetto al naso, invertiamo la narrazione (pardon, ristrutturiamo il paradigma dello storytelling): predomina una bella freschezza d’agrumi gialli (limone e pompelmo) e di frutta matura, ancora tendenzialmente tropicale. Un pizzico di vaniglia? La torba, ancora vegetale (erba bruciata) colpisce soprattutto in ingresso, mentre la marinità resta costante, fresca e ‘frizzantina’, spumosa.

F: lungo e persistente, torna la torba smoggosa e perdura il distillato, dolce e con le sue note agrumate e vagamente maltose.

Buono, relativamente semplice ma perfetto nel suo incarnare quanto ci si aspetta da Bowmore: malto, acqua di mare, fumo di torba, frutta tropicale e note agrumate. L’esperienza conferma che difficilmente si cade male acquistando un Bowmore del nuovo millennio: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Mars Volta – Intertiatic.

Bowmore 3.187 (1997, SMWS, 57,2%)

schermata-2016-09-09-alle-13-00-25La Scotch Malt Whisky Society (per gli amici, SMWS) è una vera e propria istituzione nel mondo dell’alcolismo consapevole: senza perder tempo in formular parole che qualcuno ha senz’altro già scritto a proposito della sua storia, qui ci limiteremo a sottolineare un aspetto che ha particolarmente colpito noi, gonzi disadattati appassionati delle stupidaggini. Tutte le bottiglie non hanno la distilleria dichiarata in etichetta, né l’invecchiamento, né il tipo di botte: uno schiaffo alla trasparenza, forse?, di quelli che farebbero infuriare ogni secondino lettore del Fatto quotidiano (Honestaaaa!!11!1!! Trasparenzah!!!1!!)? Manco per sogno!, perché queste informazioni sono tutte reperibili sul sito: in etichetta campeggia un codice numerico (in questo caso: 3.187), in cui il primo numero corrisponde alla distilleria ed il secondo all’imbottigliamento specifico. E in più, ogni imbottigliamento si caratterizza per un aforisma in grado di alludere alle caratteristiche aromatiche del whisky: in questo caso, abbiamo a che fare con l’evocativa definizione “russian camphor and caramel”. Dobbiamo ringraziare per l’omaggio Davide Romano di Valinch&Mallet, che proprio davanti a questa bottiglia ha trovato la decisiva illuminazione. Ora, di che si tratta? Di un Bowmore di 14 anni, invecchiato in una singola botte ex-sherry refill, distillato il 25 settembre del 1997.

bowmore-1997-2012-smws-sherryN: scandalosamente succoso, come solo sanno essere certi Bowmore in sherry… Il nettare è a base di frutti rossi e neri (spicca la mora) ma soprattutto di quella frutta tropicale mista che tanto amiamo (se dovessimo dirne uno, obbligati da un plotone di esecuzione, diremmo “mango”. Moriremmo, forse). L’affumicatura è assai lieve, ma in compenso la torba è di quelle pesantemente terrose, minerali: dà corpo a un whisky che di personalità già ne avrebbe da vendere. Della coppia del titolo, non si può negare la presenza di caramello, cui aggiungeremmo note di arachidi tostate. È anche piuttosto marino, con note di sale indiscutibili. L’acqua spalanca ogni descrittore e gli aggiunge una dimensione quasi floreale…

P: in imbocco deflagra, letteralmente, travolgendo tutto e tutti con fiammate di intensità devastante. Risulta tutto molto potente e compatto, compresso, quasi contratto se vogliamo: ancora tanto mango e caramello, ancora ondate di mare ed una torba persino potente per lo stile di Bowmore (catrame). Con acqua, oltre a diventare più mansueto e di una gradevolezza assoluta, lascia che si apra anche un lato agrumato, proprio di arancia rossa dolce e matura. Caramello salato (a mo’ di felicissimo connubio tra Islay e sherry).

F: lungo e persistente, sale un filo di fumo, di cenere, di legno spento. Cioccolato amaro, ancora una dolcezza che dal tropicale diventa proprio solo caramello. Sale.

Un whisky semplicemente buono, strabuono, magnifico, fantastico: un eccellente esordio sulle nostre pagine per la Scotch Malt Whisky Society: tutto il merito è di Davide, che non possiamo che ringraziare, colmi di gioia. 92/100. Ah, ma la SMWS esiste, in Italia? Ecco, questa è proprio un’altra storia…

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Rings of Saturn.

Bowmore ‘Darkest’ (inizio 2000, OB, 43%)

Ora che la Brexit è divenuta nientemeno che un fatto, gli appassionati di succo di malto scozzese riflettono sui destini dell’amata bevanda; noi invece continuiamo con noncuranza a far suonare l’orchestrina discordante dei nostri sensi. Solo i posteri diranno se stiamo facendo la mesta figura del Titanic o se questa indifferenza alla fine sarà premiata. C’è chi paventa difficoltà di ogni tipo nell’import/export, chi teme forti oscillazioni dei prezzi in su o in giù, e altri che vedono già incepparsi i faraonici investimenti in nuove distillerie degli ultimi anni. Senza contare che la Scozia pare orientata in queste ore a lanciare un nuovo, clamoroso referendum per uscire dal Regno Unito e rientrare in Europa dalla finestra. Noi, più modestamente, abbiamo il timore che questo Bowmore Darkest, una delle prime espressioni del longevo imbottigliamento di distilleria maturato completamente in botti ex-sherry, possa non essere all’altezza delle aspettative. Che strano presagio di sventura…

pdt__bowmore_darkest_sherry_236_1.jpgN: se già Bowmore, tra i torbati di Islay, non è tra i più agguerriti quanto a torba e fumo, questo resta ancora meno marcato in quel senso, con solo vaghi sentori di cenere e di camino spento. Anche le note marine non sembrano proprio essere in prima linea: quel che invece si nota fin da subito è una venatura saponosa, tendente al floreale (lavanda, anyone?) che tende a creare un’atmosfera rarefatta, un po’ come certi cassetti della nonna, con la saponetta a profumare le mutandone… Un qualcosa di mentolato, di eucalipto, in stile Proraso. Per il resto, un’infinità di sherry: chinotto, ciliegia, marmellata d’arancia rossa e arancia molto matura, quasi troppo. Il complesso è molto ‘setoso’, rarefatto, ma non entusiasmante.

P: il corpo è un po’ deboluccio e sfilacciato. I descrittori sono forse peggiori: c’è quel senso di sapone (sì, al palato!) che rovina qualsiasi cosa, purtroppo; domina poi l’esperienza la caramella alla violetta, presente sempre, dal primo all’ultimo istante di questo dram. Molto dolce e perfino dolciastro (proprio zucchero bianco: o, come scrive Serge, il succo di uva!, quando è troppo dolce), del tutto privo di torba e fumo, ancora più che al naso… Solo un accenno di sale verso il finale.

F: purtroppo non passa così alla svelta quella sensazione di aver mangiato un pezzo di sapone. Ancora caramella alla violetta, eucalipto, sherry. Cenere, un pelo.

Purtroppo la prova sul campo ha confermato le sensazioni, rivelando un whisky pieno di difetti, che non rende giustizia alla grandezza della distilleria né alle gioie che il suo distillato può regalare quando unito allo sherry. Gli è mancato un guizzo in ogni direzione, sia verso le potenzialità fruttate che verso quelle marine e torbate. E non rimane che augurarsi che la nostra bottiglia appartenga a un batch sventurato: 70/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tame ImpalaThe less I know the better

 

Bowmore 25 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 52,5%)

Ci piace rimanere su Islay, e come avevamo promesso non ci spostiamo neppure di distilleria: al fianco di un piacevolissimo 8 anni ufficiale, abbiamo assaggiato un single cask di Bowmore, maturato 25 anni e imbottigliato da Valinch & Mallet, selezionatore italiano di cui stiamo iniziando a scoprire le potenzialità. Poche parole, tanto whisky:

12312534_10153284761011958_1019409631_nN: tutto veramente monstre, compresa la sua innata delicatezza. La torba c’è, ma come da tradizione di casa Bowmore è più minerale, terrosa e acre che non fumosa o bruciata. Ha una marinità certo presente, anche se molto levigata. Ciò che davvero stimola le nostre sinapsi è però il lato più zuccherino, diviso in due fazioni: da un lato c’è una dimensione tropicale, fruttata e floreale davvero magnifica (maracuja, lime; fiori, lavanda ed erica; caramelle alle violette); dall’altro, una cremosità crescente sostanziata di vaniglia e confetto. Un che di balsamico, proprio eucalipto.

P: da subito arriva una botta atrocemente compatta, non va per fiammate, ma è un muro di intensità costante. Questo è il risultato di uno scontro-fusione tra acqua di mare e frutta esuberante, che appunto porta a questo sapore unico: Bowmore!  Ripartiamo dalla frutta: lo spettacolo tropicale è di mango e maracuja, ma anche pesche succosissime; fragole, a sorpresa. All’improvviso una suggestione di fruit joy (sì, scusate) alla frutta, miste, tutto il pacchetto ingurgitato assieme. C’è una cremosità vanigliata, ma senza mai prevaricare la frutta. In aumento il fumo di torba, anche se molto discreto; manca solo una splendida venatura floreale, ancora tra violette e lavanda, che c’è, eccome. Chapeau.

F: legno bruciato, floreale, poi frutta intensissima… Ti rimbomba sontuoso nella testa per ore.

È un whisky eccellente, mostra perfettamente il miglior volto della distilleria per come lo abbiamo conosciuto nella nostra pur limitata esperienza: unisce un raffinatissimo lato torbato, minerale e marino ad un altro fruttato e floreale di grandiosa intensità, ha un naso complesso e compito ed un palato esplosivo. 93/100; complimenti ancora a Valinch & Mallet. Più passa il tempo, più questi Bowmore ci convincono, bene bene…

Sottofondo musicale consigliato: Lawrence Arabia – The Bisexual.

Bowmore 8 yo (2014, OB, 40%)

Dopo una coppia di Laphroaig, mettiamoci alla prova con una coppia di Bowmore, eterogenei per età, tipologia, invecchiamento – ma proprio qui sta il divertimento, cercare di trovare tratti comuni in prodotti della stessa distilleria, per arrivare a capirne il segreto, a toccarne l’unicità, a rubarne la magia… a essere ubriachi, insomma. Partiamo con un ufficiale, l’8 anni, ovvero il più giovane del core range, creato ad hoc per il mercato italiano, alla criminale gradazione ridotta di 40%.

bowmore_8yoN: un naso schietto e tutto sommato semplice, ma nulla è fuori posto, e lo stile di Bowmore è ben evidenziato, a partire da quel fumo di torba molto gentile e delicato. Per stare in tema-Islay, si presenta con una marinità pronunciata, controbilanciata da un agrumato deciso e vario, dal lime alla scorza d’arancia. Succo ACE?, ci ricorda anche un po’ la carota… Emerge una nota tropicale molto marcata, diciamo di maracuja. L’effetto complessivo, per chi ha orecchie per intendere e naso per annusare, è tipically Bowmore. Cuoio, pesce.

P: come ricordavamo, l’unico difetto sta in un corpo non proprio travolgente. Per il resto, la coerenza col naso rende l’atmosfera molto gradevole; dominano una marinità qui davvero in primissimo piano (proprio acqua di mare, a sorsate) e una dolcezza forse un poco più spavalda, con note anche di miele che si sommano alla maracuja (avete presente quella dolcezza da succo di frutta tropicale?). Oltre a una zuccherinità caramellosa, un senso di legno bruciato (falò) in crescita.

F: una bruciatura gentile circonda agrumi, tropicalia e acqua salata.

Per quel che è, ovvero un whisky di introduzione al mondo dei torbati, è perfetto. Il palato è un po’ debole, certo, e patisce una gradazione già definita come criminale; ma la debolezza sta solo nel corpo, non nell’intensità dei sapori, che procede per fiammate. C’è tutta Bowmore, condensata a poco prezzo: cosa volere di più? 87/100, preferiamo questa bottiglia a tanti colleghi torbatini magari più celebri e celebrati…

Sottofondo musicale consigliato: Is Tropical – Dancing anymore, mettete a letto i bambini per il video.

IS TROPICAL – Dancing Anymore from Clément Germain on Vimeo.

Bowmore Bicentenary (1979, NAS, OB, 46%)

Mettiamo naso e palato (e stomaco, e fegato, e cuore) sulla Storia: abbiamo il privilegio straordinario, di questi tempi, di assaggiare una bottiglia davvero unica, nel suo genere: per festeggiare il duecentesimo anno di vita, Bowmore nel 1979 mise sul mercato diverse versioni di un’imbottigliamento ‘celebrativo’. Per quanto le informazioni siano nebulose, si registrano, in totale, 20400 bottiglie, in varie versioni (un’occhiata a questo sito di un collezionista olandese di Bowmore rende bene l’idea): ci sono edizioni con vintage (1964/1979), a gradazione piena (e con bottiglia quadrata) ed una, questa qui, senza età dichiarata ma che, a leggere il fogliettino allegato alla bella confezione, contiene whisky distillato tra il 1950 e gli anni ’60 (dieci differenti annate, non dichiarate purtroppo) e invecchiato in sole botti ex-sherry. La bottiglia, soffiata a mano, ha una forma inusuale, ed è la replica di un antico decanter. Si dice che questo sia il miglior imbottigliamento di sempre di Bowmore insieme al Black Bowmore, che però ormai costa almeno il triplo del nostro protagonista di oggi (non che questa sia proprio a buon mercato, per carità). Oggi ne parleremo insieme ad alcuni appassionati all’Harp Pub Guinness di Milano; ma tranquilli, non ne parleremo soltanto, principalmente ne berremo.

Schermata 2015-06-20 alle 12.48.16N: clamorosamente aperto e ricco, satura il naso con continue bordate odorose; alcol completamente assente. Partiamo, nella descrizione, dal lato fruttato: questo perché, per quanto tutto sia strepitosamente unito, compatto e inscindibile (e lo splendore di questo naso sta proprio qui), la “dolcezza” risulta più in vetrina, più appariscente rispetto ad altri elementi più ‘attesi’, in un Bowmore. I frutti di bosco sono ovunque: more, lamponi, fragole, mirtilli: frutta ‘nera’ fresca, succosissima. Ricorda certi concentrati di frutti di bosco, usati per i succhi, o per certe caramelle, gelée o balsamiche – e tra l’altro, a proposito di balsamico, c’è anche una profonda nota proprio di aceto balsamico. E poi, la frutta è fresca ma l’atmosfera è profonda, con note più scure e pesanti di chinotto, di prugne secche / cotte, di tabacco. C’è poi tutto un bouquet di profumi veramente armoniosi, tra i fiori freschi e profumati e il fico d’India molto maturo; frutto della passione. Ultimo ma non ultimo, l’aspetto isolano: Bowmore di solito non esibisce grandi affumicature (qui ancora meno), ma di certo la marinità della distilleria è qui splendidamente confermata, integratissima e fusa al resto; c’è anche una torba inorganica, un po’ sporcante e graffiante, che aggiunge ulteriore complessità e goduria.

P: accade un piccolo miracolo: l’isolanità va a pareggiare quello che prima avevamo descritto come prevalente. L’ingresso, con un corpo molto compatto, è infatti caratterizzato da acqua di mare, una leggera fumosità legnosetta, elegantissima, e da una torba gentile. In realtà è quasi contemporanea l’esplosione di una frutta nera ancora clamorosa: more, su tutto (pare di addentare una crostata di more, però appena caduta in acqua di mare), fragole. È profondo, con ancora pesanti suggestioni di prugne e arance rosse mature, con ancora pesanti suggestioni di prugne e arance rosse mature, ma al contempo quasi beverino, spensierato… Questo grazie a quelle famose note ancora floreali (violetta) che hanno reso celebre la distilleria e il suo prodotto di questi anni. Sul finire, anche qualche spezia (noce moscata) e pepe bianco.

F: il passaggio più affumicato di tutti; labbra salate si appoggiano su una lingua ancora cullata dalla (e intrisa di) frutta rossa, e nera, matura.

Incredibile, nella nostra comunque scarsa esperienza non avevamo mai assaggiato qualcosa di simile; una torba talmente elegante e dolcemente minerale e marina si abbina ad una dimensione fruttata straordinaria, figlie di botti eccellenti e di un distillato perfettamente dialogante coi legni; il tutto, perfettamente integrato (mai formula fu più vera), sezionabile solo a costo di forzature retoriche. L’abbiamo detto, la nostra esperienza è sì scarsa ma ormai qualche malto l’abbiamo assaggiato: i whisky che ci sanno ancora stupire per note così inedite sono sempre meno, e per questo ci affascinano sempre più, e ci ricordano perché la prima volta ci siamo appassionati all’acquavite di cereali. Il naso, nel nostro libretto, è da 98 punti; il palato da 94, e la sintesi sarà un (per noi inedito) 96/100: la sintesi numerica di un’esperienza francamente incantevole. Grazie, Angelo.

Sottofondo musicale consigliato: Led Zeppelin – Dazed and Confused.

Bowmore 11 yo (1992/2003, High Spirits, 46%)

Il nostro personalissimo Feis Ile continua, e continua grazie a una delle bottiglie aperte nella scorsa degustazione “A tutta torba” che abbiamo tenuto all’Harp Pub, lo scorso giovedì. Ci spostiamo sulla costa orientale del Loch Indaal, quindi a Bowmore: assaggiamo un single cask i 11 anni selezionato e imbottigliato dal grande Nadi Fiori, quindi High Spirits, nel 2003. Peraltro, occhio alla combo Bowmore e Harp Pub, perché già sul forum corre voce di una degustazioncina che avrà luogo a fine giugno, e se questo è l’anno del bicentenario di Ardbeg e Laphroaig, il Bicentenary di Bowmore era nel 1979… Chi ha orecchie per intendere, intenda, e gli altri, come da prassi, in roulotte.

Schermata 2015-05-28 alle 17.52.13N: moderata alcolicità. Si presenta come abbastanza ‘nudo’, senza troppi fronzoli di botte, con note vegetali di erba falciata e olio di mandorle. Decisi richiami citrici (limone e cedro, canditi) vanno a braccetto con un’affumicatura leggera (smog) ma avvolgente. La nota marina (proprio acqua di mare) va decrescendo, lasciandosi assorbire dalla frutta. Col tempo emerge a tratti un lato più spiccatamente ‘dolce’, su marzapane, ananas e kiwi aspri, ma pare comunque prevalere un profilo da whisky seminudo, vegetal-maltoso.

P: il gusto è pieno e con una bella botta di sapore. Ancora molto citrico ma ben bilanciato da una componente dolce in risalita rispetto al naso (vaniglia, zucchero a velo, confetti). Ritroviamo poi, ancora ben in evidenza, quelle suggestioni erbose, che ce lo fanno apparire molto giovane e austero. L’affumicatura, gentile, vira sul bruciato. Leggermente salino.

F: ritorna marcatamente erboso. Retrogusto pulito con un sottofondo bruciacchiato persistente.

Durante la degustazione di giovedì, questo ha vinto il “premio rivelazione”: nudo è nudo, e proprio per questo mantiene una spontaneità di sapori non intaccata dalla volgarità del legno. Non è forse un whisky di complessità strabiliante (peccato che le note più isolane tendano a farsi da parte nell’evoluzione nel bicchiere), ma di certo è estremamente beverino e il palato regala un’intensità molto persuasiva. 83/100, avanti un altro.

Sottofondo musicale consigliato: Samuele Bersani, Pacifico – Le storie che non conosci.