“Whisky Revolution Festival” – Castelfranco Veneto, 22-24.09.2018

Il BLEND WhiskyBar di Castelfranco Veneto è stata una delle novità più gradite dell’anno ‘scolastico’ appena trascorso. Dopo l’inaugurazione dello scorso settembre, i ragazzi si sono affermati rapidamente come uno dei punti di riferimento italiani per la miscelazione a base whisky: alla base ci sono concetti molto forti e la chiara volontà di svecchiare l’immagine del single malt, aggiornandola alle esigenze comunicative contemporanee ma senza perdere accuratezza e serietà in fase di divulgazione culturale del prodotto. In un certo senso, sono i principi che ci hanno portato, anni fa, a creare questo blog, e dunque non possiamo che sentirci in profonda sintonia con loro…

Siamo dunque molto felici di poter annunciare il Whisky Revolution Festival, una fiera dedicata – ovviamente – al whisky, organizzata a Castelfranco proprio dagli amici del BLEND tra il 22 e il 24 settembre, presso l’Hotel Fior. Si tratta di una tipologia di fiera del tutto nuova, diversa sia dallo storico Milano Whisky Festival che dalla fiera romana Spirit of Scotland / Roma WF: sarà all’aperto, nell’enorme giardino di un albergo, ci saranno le classiche isole con degustazione dei vari espositori, ci sarà un’area didattica affidata alle sapienti mani e menti di WhiskyClub Italia; poi uno spazio-museo gestito da Max Righi, un’area ‘esclusiva’ con bottiglie di fascia alta in degustazione, abbinamenti con cibo, una zona del whisky bar con miscelazione, after party in loco, musica dal vivo, un’area lounge e un ristorante all’aperto, masterclass prestigiose, dibattiti… Il tutto all’insegna del benessere più sfrenato. Conoscendo il modo in cui lavorano i ragazzi e l’entusiasmo con cui tanti espositori hanno aderito immediatamente, sappiamo che sarà qualcosa di eccezionale.

Anche i blogger italiani saranno protagonisti: insieme agli amici Giuseppe, Federico, Sebastiano e Valentina organizzeremo degustazioni ‘guidate’ e cercheremo di coinvolgere il pubblico con attività “socialmente utili”. Noi avremo anche il piacere di tenere una masterclass davvero eccezionale: una verticale con tutti e 7 le edizioni del Kilchoman 100% Islay e, in anteprima italiana (anzi: mondiale, galattica, universale!), anche con l’ottava release! Un’occasione davvero unica per assaggiare l’espressione più autentica della distilleria più artigianale di Islay.

Naturalmente vi terremo aggiornati sulle evoluzioni, intanto ovviamente vi raccomandiamo di dare un’occhiata al sito, appena messo online, e di seguire il BLEND e il WRF sui vari canali social (a partire dalle loro pagine facebook, qui e qui). Ci vediamo là!

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Kavalan Tasting

Kavalan, l’oggetto nascosto del desiderio. In realtà la distilleria della fu Isola di Formosa, oggi Taiwan, non è che si nasconda tanto da quando è stata fondata nel 2006. Infatti la produzione annua ammonta a 9 mln di litri (pare che a Taiwan si beva come dei

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disperati) e 900 mila persone la visitano ogni anno; quindi più di tutte quelle che varcano le soglie delle distillerie di tutta la Scozia. Ecco come e dove va il mondo. Di fronte a tali stravolgimenti della Storia, ci sembrava brutto non rinfrescare la nostra opinione su Kavalan, che oramai fa incetta di premi nelle competizioni internazionali, e abbiamo approfittato della splendida opportunità offertaci da WhiskyClub Italia e dall’importatore Velier, che hanno organizzato di concerto un tasting nell’elegantissima cornice del Baxter Bar, letteralmente a due passi dal Duomo, quello della Madunina tuta dora e piscinina, sì proprio lui. Erano presenti anche due ambasciatrici della distilleria, con la simpaticissima Emma Lin oramai veterana dei whisky festival italiani.

Kavalan Single Malt (2018, Nas, OB, 40%)

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L’entry level senza età dichiarata della distilleria è composto da 8 tipi differenti di botti, sia sherry che bourbon e sia first che second fill. Al naso parte subito senza troppe timidezze su note di banana, zucchero bruciato, frutta secca dolce tipo mandorle. In bocca ha tanta vaniglia e ancora un qualcosa di tropicale. Il finale è brevino, con una leggera sensazione di caramelle al rabarbaro e all’orzo. È semplice ma non piatto. Spensierato, gradevole, anche se non può dirsi un mostro di profondità. Sicuramente l’angel share di 10-12 punti percentuali all’anno aiuta accelera e dona personalità a un whisky che a mala pena toccherà i 5 anni. 83/100

Kavalan ex bourbon oak (2018, Nas, OB, 46%)

Si tratta di un whisky senza età dichiarata, diluito a 46%, che è

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stato invecchiato esclusivamente in botti ex bourbon (mavvà!) di primo riempimento provenienti da Buffalo Trace Bourbon e Heaven Hill Distillery. Al naso a sorpresa è fine e con una certa eleganza. Si impone poi una gran bella nota di uva americana e fragoline. In bocca ha un bel corpo, è cremoso (vaniglia e panna cotta) e tropicale. Arriva anche un leggero pepe bianco. In generale è bello fruttato e ricorda un po’ certi Arran.
Alla lunga forse un po’ troppo bourbonoso e alla cieca si potrebbe anche cadere in inganno, ma è sicuramente un dram che merita un assaggio (anche due o tre): 84/100, la nostra affilata sentenza.

Kavalan Solist Vinho Barrique (2012/2016, OB, 56,3%)

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Veniamo ai pezzi forti, ovvero sia i single cask della serie Solist. La botte W1207227039A ha avuto l’impareggiabile onore di essere riempita con whisky Kavalan dopo aver contenuto un vino non meglio specificato di un non meglio specifico Paese tra Francia, Usa (California), Sud Africa. Quattro anni di invecchiamento possono bastare a Taiwan e poi- voilà!- ecco pronte 238 bottiglie a grado pieno. Ci viene detto che le botti sono ampiamente recharred e (sarà la suggestione) il whisky al naso si presenta effettivamente compatto, scuro, profondo, con note “tostate” davvero poderose. L’alcol si sente pochissimo e invece si sentono mille cesti di ciliegie tutti assieme. Tanto pepe nero e liquirizia. in bocca è secco, vinoso, speziatissimo. Si iscrive nella categoria whisky estremi e ovviamente la materia prima va un po’ a farsi benedire. Ma c’è a chi piace: noi, che già avevamo apprezzato un Solist in sherry, lo premiamo per la particolarità dell’esperienza: 87/100. Ah, diciamo che non viene via proprio con due noccioline, considerando che costa circa 230 euro.

Kavalan Solist Sherry 70° anniversario Velier (2010/2016, OB, 58,6%)

Questo single cask, di cui esistono 518 bottiglie e che costava circa 180 euro, fa parte degli imbottigliamenti celebrativi dei 70 anni di attività di Velier, lo

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storico importatore genovese. Forse anche per lo stile davvero particolare (ebbene sì, è ancora più estremo del Vinho di qui sopra!) questo barile ha prevalso tra quelli proposti dalla distilleria per festeggiare la ricorrenza. Allora, non è carico, depppiù!!! Ha chiari sentori balsamici e frutta nera. Aceto di more, ci pare una sintesi felice. Ancora una spremuta di ciliegie, a cui in bocca si aggiungono cacao amaro e caffè, oltre a una strana sensazione vegetale (tipo sedano), che molto probabilmente è data dal tannino. In effetti è molto astringente, tende all’amaro nel momento stesso in cui ancora rimbomba violentissima la frutta nera. Pazzesco nelle sue intemperanze. These violent delights have violent ends: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vita di Pi – Piscine Molitor Patel (eh sì, il regista Ang Lee è taiwanese)

Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.

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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100

Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)

Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

The Speyside Files #4: Glen Moray

img_3843-1.jpgChiudiamo i conti con le sentenze dallo Speyside, e lo facciamo con una menzione d’onore per Glen Moray, una distilleria poco conosciuta e pochissimo celebrata: anzi, ad essere onesti potremmo serenamente dire che gode di una cattiva fama. Ed è un peccato, perché se pure possiamo concordare che probabilmente non sarà un Glen Moray il miglior whisky della nostra vita, di certo nel delirio che ha colto lo Speyside GM è una delle pochissime case produttrici ad aver tenuto i piedi per terra – e cosa più importante, ad aver tenuto dei prezzi decorosi. Ci permettiamo qui una piccola tirata: è mai possibile che i single cask distillery only non costino quasi mai meno di 80/90 sterline?, anche quando abbiamo di fronte dei giovanissimi… Nella nostra irrilevante opinione, tali imbottigliamenti dovrebbero essere un premio per i visitatori che si spingono fino alla distilleria, e dovrebbero avere un prezzo adeguato – anche considerando che, senza voler fare i conti in tasca a nessuno, alla distilleria quella bottiglia costa poco più di zero. Dunque menzione d’onore per Glen Moray, si diceva, perché i due imbottigliamenti esclusivi per la distilleria – due 12 anni – costavano entrambi 50 pounds. Amen.

IMG_3844 1Glen Moray 25 yo ‘Port Finish’ (1988/2013, OB, 43%)

Molto morbido e facile, non troppo saporoso e forse un po’ debolino al palato, quanto a intensità. Vaniglia e legno dalla botte bourbon, note fruttatine dal Porto (confettura di prugna, frutti rossi disidratati). Sentori biscottosi (biscotti al malto) e perfino leggermente ‘spirity’. Gradevole ma un po’ depotenziato, come se avesse sempre il freno a mano tirato. 83/100

Glen Moray 2006 Chardonnay Cask ‘distillery exclusive’ (2018, OB, 59,5%)

Intrigante e smaccatamente dolcino: legno speziato, biscotti di malto e di castagne, vaniglia, fudge. Sentori di biscotti allo zenzero e noci: netta la presenza di frutta secca e di spezie. L’acqua tende ad amplificare il lato più dolce, ammorbidendo per contro l’esuberanza speziata. Particolare, molto piacevole, decisamente si merita le 50 sterline che chiedono: honestaaaaaa!!!! 85/100

Sottofondo musicale consigliato: Baustelle – Veronica, N.2.

The Speyside Files #3: That Boutique-y Whisky Company

 

Non sappiamo bene con quali forze e non ricordiamo bene dopo quali tappe in quali distillerie (…), ma a un certo punto ci siamo trovati a Dufftown, seduti in mezzo a tedeschi pelosi, grassi e sudati, di fronte a sei single cask imbottigliati dalla famosa That Boutique-y Whisky Company, marchio da imbottigliatore per il gruppo di Master of Malt. Etichette in stile graphic-novel, bocce da mezzo litro, prezzi alti e velleità da collezionabile: garanzia di successo, o no? A presentare il tutto c’era Dave Worthington, barbuto e competente Brand Ambassador. Ogni distilleria ha una sua etichetta, variata di volta in volta, e ogni imbottigliamento viene contrassegnato dal numero di batch – anche se si tratta di single cask, nella maggior parte dei casi con età differenti.



Glenallachie 8 yo batch #2 (2018, TBWC, 53,9%)
Note di cereali, di porridge, evidente il distillato; molto giovane e spiritoso. Barretta ai cereali e yogurt (con quella acidità lì). Anche al palato è buono, onesto, senza veri difetti ma piuttosto semplice. 81/100



Tormore 21 yo batch #3 (2018, TBWC, 46,8%)
Molto delicato e floreale, note di frutta gialla fresca, una suggestione agrumata (lime più che limone); al palato resta dolcino, floreale e fruttato. Leggermente cremoso, cioccolato bianco. Bella evoluzione, col tempo diventa sempre più tropicale al palato. Delizioso e delicato ma non delirante. Uno degli assaggi più piacevoli. 89/100



Glentauchers 17 yo batch #2 (2016, TBWC, 48,8%)
Un’ode al whisky che sa di whisky: nudo, avvolgente, erbaceo e burrosino, con una bella nota di cera d’api e miele al palato – e sapete che a noi questa nota di cera piace tanto tanto. Biscotto alla vaniglia. 87/100



Blend #3 19 yo (2017, TBWC, 50,2%)
Si tratta di un Glenfiddich teaspooned, presumibilmente con Balvenie ma ancora più presumibilmente con nulla. Dolce, tropicalissimo, sia al naso che al palato. Tantissimo cocco, sicuramente era un barile first-fill (tanta crema pasticciera, vaniglia, pasticcini, frutta gialla, mela). Aranciata zuccherata. Il finale è tutto cocco o mango alla thailandese, qualsiasi cosa questo voglia dire. Buono, forse tutto questo cocco lo rende un po’ noioso, alla lunga. 86/100



Mortlach 27 yo batch #2 (2016, TBWC, 52,6%)
Molto ‘grasso’, buono, anche lui con una grande presenza tropicale. Il naso è aromatico e affilato, con una nota di cera d’api deliziosa (nota che torna al palato, delicatamente). Al palato c’è anche una punta di propoli, poi diventa iper-tropicale con tanta guava evidente. Anche fieno, caldo. Complesso, pieno e soddisfacente. 92/100



Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – No prayer for the dying.

The Speyside Files #2: Spirit Still + Dramfool

Lo Spirit of Speyside è ormai diventato un festival grande, importante e molto affollato: per questa ragione abbiamo deciso di privilegiare gli eventi più piccoli, cercando chicche nascoste sotto profili da underdogs. Così la presentazione di un nuovo imbottigliatore indipendente ci è parso perfetto: giovedì 3 a Craigellachie abbiamo partecipato all’esordio ufficiale di Spirit Still, start up di due giovani scozzesi, accanto a un paio di assaggi di Dramfool, altro indie-bottler scozzese con una particolare predilezione per i torbati di Islay. Qui di seguito alcune sentenze, prossimamente una recensione estesa per quello che ci è sembrato immediatamente il dram migliore della serata.

Inutile dire che si tratta per lo più di single casks, a grado pieno o comunque non troppo ridotto, senza colorazione artificiale: insomma, qui si parla di gente per bene.

Carsebridge 52 yo (1964/2018, The Spirit Still, 40,8%)

Piacione, privo di quella nota vinilica che talvolta contrassegna i grain. Frutta molto matura (banana soprattutto), vaniglia, toffee, creme brulée. In un secondo momento esce un legno caldo seducente. Molto convincente ed equilibrato, mai eccessivo anche se – come tutti i grain, diciamocelo – difetta un po’ in complessità assoluta. 87/100

Burnside 18 yo (2018, The Spirit Still, 58,2%)

Al naso appare nudo e chiuso, sulle prime, ma poi in bocca esplodono miele, cera, frutta gialla tropicale matura (ananas perentorio e indiscutibile). Poi tutta la maltosità di Balvenie, spettacolare; l’acqua apre il naso e porta il palato su intense note balsamiche. Sempre squilibrato, ad essere sinceri, e incoerente tra naso e palato: ma proprio per questo delizioso. 89/100

Speyside 22 yo (1995/2018, Dramfool, 55%)

Imbottigliamento speciale per lo Spirit of Speyside. A molti è piaciuto tanto, noi francamente abbiamo trovato pesanti note sulfuree, soprattutto al naso, con qualche puzzetta di troppo. Questo lato non ci è parso bilanciato da una dolcezza un po’ troppo semplice, slegata, da zucchero di canna e frutti rossi caramellosi. Se vi piace il sulfureo probabilmente vi farà impazzire; noi ci dobbiamo trattenere. 76/100

Like A Villain 9 yo (2008/2018, The Spirit Still, 52%)

Si tratta di un Lagavulin (che detto alla scozzese suona un po’ come Like A Villain…) invecchiato in un barile ex-bourbon e finito per 6 mesi in un barile ex-Cote du Rhone. Al naso molto Lagavulin, con lime e castagne e una torba intensa, marina e bruciata. Non vinoso ma dolce, forse un po’ troppo?, con tanta vaniglia. Poi la violenza aggraziata di Laga c’è tutta: mare e torba da panico. 86/100

‘The Quartet’ blended malt (2018, The Spirit Still, 46%)

Miscela di quattro single malt di Highlands e Speyside (Ardmore, Mortlach e…?), tutti invecchiati e poi miscelati in barili ex-sherry. Un po’ ruffiano forse vista l’intensità dello sherry, ma con evidente la quota torbatina: dunque dado e zolfo e un filo di fumo acre, anche un velo ferroso; poi dall’altro lato una dolcezza da frutta rossa, castagne, salsa barbecue, carruba. Incoerente anche lui, naso più ruffiano e palato più maleducato. Mortlach e Ardmore evidenti: così ci era parso anche sul momento, quando ci ricordavamo tutte e quattro le distillerie coinvolte. 85/100

Considerazione conclusiva: complimenti a Colin Fraser e Adam Irvine di Spirit Still, davvero, i quattro loro whisky assaggiati sono stati molto soddisfacenti e – dobbiamo dirlo – ci paiono presentati al pubblico ad un prezzo adeguato. Il quinto arriverà la settimana prossima, e sarà un campione vero… Quanto a Dramfool, in questo contesto era ancillare a Spirit Still: noi non abbiamo amato lo Speyside, ma sappiamo che hanno collezionato una serie di isolani, soprattutto di Bruichladdich, molto apprezzati: per il Feis Ile ci saranno un Port Charlotte 15 anni e un Octomore di 6, ai fortunati che saranno sull’isola consigliamo caldamente un assaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Squeeze – Cool for Cats.

The Speyside Files #1: Blair Athol, Aberfeldy

Eroici come solo due alcolisti all’ultimo stadio possono essere, la scorsa settimana abbiamo fatto un giretto allo Spirit of Speyside, il festival della regione che ospita un buon terzo delle distillerie scozzesi. Il giretto è stato matto e disperatissimo in verità: sono stati tre giorni molto intensi tra visite, degustazioni, incontri e tanti chilometri su una 500 color salmone – sommamente imbarazzante. Da bravi scribacchini recensori, evitiamo la mera cronaca per gettarvi in pasto il resoconto degli assaggi – o per lo meno dei pochi per cui siamo riusciti a mantenere una lucidità tale da appuntarci sintetiche note di degustazione.

Blair Athol è una distilleria deliziosa di proprietà di Diageo: è di strada per lo Speyside venendo da Glasgow e dunque non abbiamo potuto evitare di fermarci per una visita e un paio di assaggi, pescando nel range di Flora & Fauna – una menzione per il bar del visitor centre, letteralmente inserito dentro a un mash tun in disuso.

Mannochmore 12 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Generosamente maltoso, con note evidenti di biscotti. Pulito e leggero, tutto sommato semplice e di persistenza medio-bassa, anche se qui e là non mancano degli spigoli erbacei/minerali e una leggera speziatura. Cereale cereale cereale! Un whisky che sa di whisky: 82/100.
Glenlossie 10 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Chiuso al naso e abbastanza ‘spirity’. Note di yogurt, di gelsomino, e diventa molto floreale soprattutto al palato. Vaniglia e frutta gialla. Anche lui complessivamente pulito e abbastanza elegante, nel confronto diretto vince sul Mannochmore. 84/100

Due assaggi e passa la paura, si suol dire (dove? in quali occasioni? mah): forti di un nuovo coraggio, ci rimettiamo in strada e raggiungiamo Aberfeldy, amena e accogliente. Qui ne abbiamo approfittato per assaggiare qualche espressione delle altre distillerie del gruppo Dewar’s.

Royal Brackla 16 yo (2017, OB, 40%)
Note di caramello, poi note fruttate: un filo di banana verde, albicocca, arancia. Decisamente, tè zuccherato. Anche se a soli 40 gradi appare molto ricco e si fa rispettare, mostrando i muscoli di quello che si definisce “the king’s own whisky”. Bello dolce, ma con un finale pulito ed erbaceo. 86/100

 

Glen Deveron 18 yo (2017, OB, 40%)
Per chi se lo chiedesse, dietro questo esotico nome celasi nientepopodimenoché… il single malt prodotto a Macduff. Al naso sembra fruttato e piacevole, con note di frutta gialla (albicocca e pesche). In bocca è un po’ watery, anche se è ravvivato da un sentore salato e leggermente terroso. Strana nota di panna cotta, in un contesto interessante ma che, in fin dei conti, ci delude un po’. 78/100
Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande – No tears left to cry.

SMWS Italia @Mulligan’s – 26.3.2018

Con un paio di settimane di ritardo diamo conto di una degustazione molto importante appena tenutasi a Milano – molto importante non tanto, o non solo, per la qualità delle bottiglie aperte, che commenteremo tra poco, quanto piuttosto per l’imbottigliatore coinvolto: da pochi mesi, infatti, è tornata in Italia la Scotch Malt Whisky Society, quella società che – per intenderci – imbottiglia whisky senza dichiarare la distilleria, o meglio nascondendola dietro ad un codice e legando ad ogni codice un aforisma. Si tratta di una realtà storica, anche se è stata fondata ‘solo’ nel 1983, perché ha avuto il merito di essere tra i principali responsabili della fase moderna del mercato del whisky: fin dall’inizio ha puntato sull’imbottigliamento di single cask, a gradazione piena… Dopo la prima fase, iniziata come pionieristica e quasi dilettantesca e culminata con un grande successo globale, la SMWS è passata nel 2004 al gruppo Glenmorangie, che l’ha gestita fino al 2015, quando è stata acquisita da un gruppo di investitori privati, che ha deciso di rilanciare completamente il prestigioso marchio.

Tra le novità spicca la volontà di trovare dei brand ambassador nei vari paesi, che si assumano onere ed onore di tenere una degustazione nei locali affiliati per presentare ogni nuovo lotto di imbottigliamenti: dopo qualche anno di delusioni tricolori legate alla SMWS, finalmente in Italia la Society è tornata, e per farlo si è affidata al grande Mauro Leoni, già animatore del Gluglu Whisky Club come Glen Maur, collezionista e straordinario appassionato dell’amata acquavite di cereali. Prossimamente abbiamo in programma un incontro con Mauro, Brand Ambassador italico, per farci raccontare nel dettaglio le novità della SMWS, sia a livello aziendale che grafico, i progetti suoi e dell’azienda-madre – quindi, come si suol dire, stay tuned. A Milano sono due i locali-embassy della Society, il Mulligan’s e l’Octavius @The Stage, per quanto molto diversi entrambi iconici della Milano-da-bere. Noi siamo stati proprio al Mulligans per la presentazione dell’ultimo batch di imbottigliamenti, per i quali riportiamo le nostre impressioni qui sotto; segnaliamo come si tratti dei single cask più ‘giovani’ del lotto, dato che il BA non ha modo di scegliere le bottiglie da aprire, ma dipende in questo dalle scelte verticali della proprietà – questo è probabilmente un aspetto su cui lavorare per il futuro, ma sappiamo che Mauro è animato da grande volontà in questo senso. Per acquistare le bottiglie, in ogni caso, bisogna registrarsi al sito inglese ed effettuare gli ordini direttamente da lì: non si può comprare direttamente nei locali-embassy.

Ora le tasting notes, in forma di sentenza, di tre dei cinque assaggi – che ci volete fare, la compagnia era piacevole e mica abbiamo scritto tutto. I voti, come sempre in questo caso, sono ancor più aleatori del solito, segnati per ricordare la classifica di gradimento, diciamo.

foto random pescata ‘dal web’ – ma le nuove bottiglie sono così

39.159 A whale of a time

Tanta pera al naso, piuttosto zesty; una nota di polish e un velo di cera d’api; pasta di mandorla e pandoro. Complessivamente la gradazione è molto coprente, resta alcolico anche al palato. Giovane e onesto, era un Linkwood di 9 anni. 83/100

107.2 Bloodshed at the old sawmill…

Anch’esso ‘spiritoso’ ma buono, soprattutto al palato (per la cronaca e per i supergeek, i barili di bourbon usati dalla distilleria sono quasi tutti di Heaven hill, ci dice Fabio Ermoli) – al naso note segheria, poi note zesty, limone; al palato, più morbido e convincente, anche un sentore inaspettato di datteri. Siamo lì con il primo, forse ci ha convinto un po’ di più quello, ma non ci sbilanciamo sulla valutazione. La distilleria è Glenallachie, 9 anni di maturazione. 83/100

68.14 An Old Fashioned on a roller coaster

Molto diverso dagli altri, si sente l’apporto aggressivo del legno (un hogshead re-charred, presumibilmente sherry): sciroppo d’acero, aceto di mele; tabacco da pipa, anzi quel profumo dei contenitori di legno del tabacco da pipa. Complessivamente è piaciuto poco (“puzza”, diceva qualcuno), a mio gusto è rimasto piacevole ma con un po’ troppe note di aceto di mele. Molto particolare, però, e per questo non scenderemmo sotto al 80/100. Trattavasi di Blair Athol, 8 anni.

In tutta onestà, gli imbottigliamenti assaggiati non sono stati travolgenti, anche i due (tre, compreso il piacevolissimo secondo batch di Exotic Mango, un blended malt di casa SMWS che ha avuto davvero grande successo) – ma d’altro canto si trattava per lo più di single casks piuttosto giovani, dai prezzi comunque coerenti col mercato (intorno alle 60€). Come detto sopra, sappiamo che lo stesso Mauro spera di convincere la proprietà a farsi inviare anche bottiglie di fascia più alta – bottiglie che comunque saranno sempre disponibili all’assaggio nelle ambasciate della Society. Qui a fianco la locandina del prossimo evento: noi non ci saremo perché saremo in Scozia per lo Spirit of Speyside, ma a chi può consigliamo caldamente la presenza: verrano presentati gli imbottigliamenti celebrativi dei festival dello Speyside, appunto, e di Islay…

Monkey Whisky Night #6 (24.02.18) – Cadenhead’s

Con solo un mese di ritardo veniamo a rendere conto del sesto ritrovo del Monkey Whisky Club, ovvero l’incontrollabile creatura di un manipolo di appassionati di whisky e di semplici erotomani che organizzano degustazioni tematiche in una non meglio precisata abitazione milanese (sssh, location segretissima!!! Ma va’, scherziamo, per partecipare basta iscriversi al loro gruppo Facebook e giurare fedeltà alla Scimmia).
Questa volta il fil rouge della serata è stato l’imbottigliatore indipendente scozzese Cadenhead’s, che nel 2017 ha festeggiato i 175 anni di storia e ha fatto uscire una caterva di imbottigliamenti che a occhio e croce un assaggino lo meritano. I 5 whisky che abbiamo bevuto noi, a ogni buon conto, sono stati imbottigliati in annate precedenti nella serie ‘Small Batch’, quella con le bottiglie basse e schiacciate in stile vintage, per intenderci. Il clima era come al solito gioviale, tra il serio e il faceto senza disdegnare l’improbabile, l’assurdo, il grottesco e lo sconveniente; ciononostante siamo riusciti a prendere qualche nota di degustazione finché la rodata formula dell’auto mescita con refill libero per i 15 presenti non ha definitivamente tappato la vena descrittivista che ci contraddistingue. Ma andiamo di parterre!

light-creamy-vanilla-17-year-old-cadenhead-creationswhiskyCreations ‘Light creamy vanilla’ 17 yo (2014, batch #1, 46%): questo blended assemblato con whisky di Auchroisk, Clynelish, Ardmore e della defunta Caperdonich è piacione e facilone come l’Heineken su Tinder (qualsiasi cosa significasse, l’abbiamo scritto e fedelmente lo riportiamo). Vaniglia, torta paradiso e scorza di limone, con un discreto supporto sul lato terroso e oleoso delle distillerie Clynelish e Ardmore. È tanto saporito e un 85/100 ci sta tutto.

Dailuaine 11 yo (2016, 46%): frutta cotta, soprattutto pere. Le note di botte sherry in cui AA-Cadenhead2ha riposato per più di un decennio non sono così evidenti, e anzi si trovano sentori di whisky giovane (lieviti e canditi). Al palato è speziato e frizzantino. Sicuramente particolare ma si ferma a 84/100.

bowmore-13-year-old-2001-small-batch-wm-cadenhead-whiskyBowmore 13 yo (2014, 46%): qui si comincia a fare sul serio, con un Bowmore tipicamente marino e tropicale. Caucciù. Si presenta gentile ma non privo di una certa complessità. Il palato è molto spinto sulla dolcezza, con pacchi di liquirizia salata. Gradevole fino a 87/100.

Tobermory 21 yo (2016, 52,5%): i due bourbon hogsheads usati tobermory-21-year-old-1995-cadenheads-small-batchrestituiscono un whisky grasso, oleoso e tagliente. È un impasto compatto di noce di pecan, vaniglia, sale e cera. Al palato arriva un’ondata pazzesca di sapidità, assieme a frutta gialla e marzapane. Si percepisce una leggera torba e sul finale ci si ritrova il sale sulle labbra: semplicemente splendido. 90/100.

La serata si è poi conclusa in bellezza con un maestoso Bruichladdich 24 yo del 2016, di cui però non sopravvivono ricordi nitidi, al di là di una spiccata tropicalità, perché la convivialità e il consumo irresponsabile di alcol hanno decisamente preso il sopravvento. Sicuramente da riprovare in altri contesti, anche perché ci sembrava molto complesso.
Per concludere non possiamo che ribadire il nostro divertito assenso per il tipo di serata che il club della Scimmia del Whisky ha ancora una volta imbastito con molta naturalezza: un po’ degustazione domestica con qualche nozione a suggestionare i presenti, un po’ alcolismo smodato a suggestionare tutti. Avanti!

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shooting di fine serata by Laura Licari: all’insegna della sobrietà