The “Artigiano in Fiera” files: Glen Elgin, Glenrothes, Arran

schermata-2016-12-13-alle-11-37-31La settimana scorsa uno di noi ha passato le sue giornate all’Artigiano in Fiera, lavorando per il Milano Whisky Festival: tra un’acciuga e una cornamusa, tra una fetta di pata negra e una chiacchiera, l’occasione è stata ghiotta per assaggiare qualche whisky qui e là. Niente recensioni vere e proprie, solo qualche ‘sentenza’ degna dei peggiori “Piove whisky”; e grazie ad Andrea e Giuseppe, ovviamente!

93796093_glenelginmwfbmGlen Elgin 2003 (2016, Gordon&MacPhail for MWF, 50%)
Molto fruttato e noccioloso, punge sulle prime ma con un goccio d’acqua si apre quasi fino alla frutta tropicale. Intense note di cereale, caldo (pasticcini, brioscia). Molto molto buono. 87/100

nav1Glenrothes 2006/2016 (Wilson&Morgan, 48%)
Una lieve nota sulfurea accoglie sia al naso che al palato; il carattere nocciolato del whisky di Glenrothes è ben presente, ma il grado alto rende il tutto molto più persuasivo rispetto agli OB: fidatevi degli indie! 86/100

23903100_arranmwfArran 6yo (2008/2014, OB for MWF, 59,8%)
Che sorpresa, che bontà: avevamo già assaggiato questo single cask in sherry di soli sei anni, che ha già la maturità di un quindicenne – almeno. Si conferma un capolavoro assoluto, impressionante intensità: delizioso e gli diamo un punticino in più rispetto al vecchio assaggio: 89/100

 

Sottofondo musicale consigliato: Liv – Wings of Love.

Glen Elgin 23 yo (1991/2014, Wilson&Morgan, 50%)

L’italianissimo imbottigliatore Wilson & Morgan ha nelle sue disponibilità molte botti di Marsala, che sovente utilizza per far maturare (più spesso, per ‘finire’) alcuni whisky che gli capitano tra le mani: questa volta è il turno di un single cask di Glen Elgin, distilleria dello Speyside poco conosciuta ma in grado di sfornare vere e proprie perle. Si tratta di un nettare distillato nel 1991 e messo in bottiglia l’anno scorso; non sappiamo quanto sia durato il finishing in Marsala, ma di certo sappiamo che si trattava di un Marsala secco.

238N: l’interazione tra il distillato e il finale in Marsala, i cui aromi qui si dispiegano ancora potenti, danno luogo a un profilo bizzarro: sentiamo note di carruba, di noce, ma anche di sedano (?!), liquirizia, rabarbaro. Insomma, un whisky ‘scuro’, qui e là mitigato (o se vogliamo ‘normalizzato’) dalla ‘dolcezza’ del caramello, di prugne cotte. Uvetta e pan di Spagna (…malaga?)

P: poco alcolico; lo scenario è il medesimo che al naso, però cambia la luce. Rimangono i guizzi particolari di carruba, liquirizia e sedano, e addirittura si innestano inattese suggestioni metalliche, appena accennate, e un’intensa tabaccata dolce (pipa). Tutto steso su un prato di una dolcezza molto, molto marcata, di… Marsala; e piovono uvette.

F: ancora tanta uvetta… colpisce come quelle note di sedano persistano ancora.

Il naso ci è parso davvero intrigante; il palato, a nostro gusto, eccede in una dolcezza a tratti un po’ troppo marcata, ma nel complesso si rivela un esperimento riuscito, impreziosito poi da note davvero inedite (sedano?), ma ben integrate. Il profilo, complice quella dolcezza così evidente, non è di quelli che ci fanno strappare i capelli, ma date le caratteristiche inusuali l’assaggio è senz’altro consigliato: 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ministri – Spignere.

Glen Elgin 12 yo (1982, OB, 43%)

Grazie al buon cuore di Davide, che ne aveva una bottiglia in mescita al suo stand durante l’ultimo Milano Whisky Festival, ci è concesso di sollazzarci con un whisky di difficile reperibilità, messo in bottiglia più trent’anni fa. Si tratta di un Glen Elgin ufficiale imbottigliato sotto l’egida di White Horse esclusivamente per G.B. Carpanò, l’importatore italiano dell’epoca.

IMG-20140821-WA0001N: si presenta molto aperto e interamente dispiegato; davvero avvolgente. C’è infatti una grande mielosità, impreziosita da note di malto un po’ torbato- comunque con un fascino cerealoso e minerale d’altri tempi. Tutto molto generoso, anche quelle belle note di arancia, frutta secca (mandorle, nocciola), uvetta. Arriva anche una zaffata sferzante di pera. Cremoso, ma con una sua bella acidità.

P: senza voler peccare di passatismo, ma questi whisky del passato, anche ‘entry-level’, ci sembrano spesso più tridimensionali, più profondi degli equivalenti d’oggi: inizia un po’ in sordina, ma poi è un crescendo composto da tre elementi fondamentali: un’arancia davvero sugli scudi, botte decise di malto e tanta, tanta frutta secca. Con questi attori sul palco l’effetto è di una dolcezza poco marcata, anzi proprio di un dolceamaro seducente. Ancora miele e anche limone.

F: forse il passaggio che più ci sorprende, si gode tra la frutta secca e il miele.

Questa bottiglia ha oramai ricevuto il ‘giusto’ riconoscimento da parte dei collezionisti, raggiungendo quotazioni importanti (siamo intorno ai 150 euro), ma ciò che conta è il prezzo di mercato dell’epoca, con ogni probabilità su livelli popolari. E questo solo per sottolineare ancora una volta che, facendo i dovuti distinguo e valutando prodotto per prodotto, ciò che è andata in parte persa nel corso dei decenni non è tanto la qualità in senso assoluto, ma la validità oggettiva di whisky ‘base’, il piacere di un buon dram, superbly pleasant come lo definisce Serge, a prezzi relativamente contenuti. Oggigiorno- tipico avverbio dell’anziano che guarda i cantieri sempre pronto a esaltare i bei tempi andati- invece la qualità si paga sempre quando c’è, e a volte anche quando non c’è: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: ApparatGoodbye