Glen Grant 18 yo (2016, OB, 43%)

Se ci leggete o, meglio, se ci conoscete di persona sapete bene che un posticino particolare nel nostro cuore l’ha Glen Grant, storica distilleria dello Speyside, di proprietà italiana, purtroppo guastata nella percezione comune da strategie di marketing discutibili ma efficaci: se tutti conosciamo Michele e se tutti vediamo sempre un GG 5 anni in ogni supermercato, beh, hanno avuto ragione loro. A dispetto di questa ragione, anche Campari ha deciso di dare una sverniciata al brand e, di conseguenza, al core range di distilleria, fino a quest’estate colpevolmente limitato: il mese scorso è calato a Sesto San Giovanni Dennis Malcolm, distillery manager e leggenda vivente della distillazione scozzese, per presentare tre nuovi imbottigliamenti, il 10 (sì beh, questo c’era già), il 12 anni e il 18. Quest’ultimo, surrettiziamente autodefinitosi “rare edition” pur non giungendo a noi in edizione limitata, ha vinto il premio come secondo finest whisky in the world per la contestatissima Whisky Bible 2017: siccome noi di Jim non ci fidiamo, preferiamo assaggiare e poi dire la nostra.

m52245N: un naso molto particolare, soprattutto per un whisky di oramai 18 anni. Colpisce infatti la freschezza complessiva, che va a ricordare frutta a pasta bianca (uva bianca, pera, lychees, pesca bianca), limone e zenzero. Si sente ancora molto il cereale e incredibilmente qualcosa che sta tra i lieviti e lo yogurt. Dopo un po’ il profilo si ispessisce leggermente, con una leggera pasta di mandorle, orzata e vaniglia. Abbastanza erbaceo e con un tocco di quercia.

P: con quel naso delicato e a 43% ci aspettavamo francamente un palato in sordina, e invece ecco un corpo pieno e un’esplosione fruttata ad accoglierci. Si impone una pesca bella zuccherina, assieme alle pere, affiancate qui più compiutamente da sentori di legno speziato e da frutta secca. Uvetta, ma anche qualcosa di più ricco e dolce, come pasticcini, crema e vaniglia.

F: frutta secca e malto, molto pulito e vagamente zuccherino.

È molto buono, con un profilo davvero particolare e un corpo avvincente: conferma la tradizione di casa di whisky pulito e delicato, e lo fa con grande eleganza e raffinatezza. Certo, costa un centinaio di euro e francamente pare eccessivo (per le nostre tasche, non per il mercato attuale: ma sono le nostre tasche a fare da unità di misura) e però in assoluto salutiamo con giubilo e gaudio il rilancio di un marchio storico: era ora, e 85/100. Ah, ci piace chiudere con una massima di Dennis Malcolm: a brand is not a brand without heritage. Tiè. Grazie a Claudio Riva per averci invitato in Campari tramite Whiskyclub Italia!

Sottofondo musicale consigliato: Rick James – SuperFreak.

L’alchimia del whisky al 1930

Schermata 2016-05-05 alle 11.47.33Sabato scorso, per la seconda settimana di fila, abbiamo avuto l’occasione di passare una serata al 1930, l’elegante speakeasy milanese giustamente sulla bocca dei più, sia per l’atmosfera magicamente retrò che per la qualità altissima del bartending che vi si pratica.  Noi abbiamo partecipato alle due degustazioni conclusive del ciclo “L’alchimia del whisky“, un nuovo format a metà tra la degustazione classica e la mixology, firmato dal whisky enthusiast Marco Maltagliati e da Marco Russo, titolare del 1930. Dopo sei incontri, i due si prenderanno ora una meritata pausa, perché manco a farlo apposta diventeranno

FullSizeRender-39

facce soddisfatte

entrambi e per la prima volta papà a giorni, forse a ore, e quindi, insomma, di fronte allo spettacolo della vita anche l’acqua della vita dovrà pur cedere il passo. A settembre poi sono state annunciate grandi cose, visto che le distillerie di Scozia, come si sa, sono parecchie decine, di cui molte con caratteristiche uniche e proprio il format de L’alchimia del whisky sembra andare nella direzione di un ciclo di appuntamenti dedicati alle singole realtà produttive. E così infatti le serate a cui eravamo presenti sono state incentrate rispettivamente su Springbank e Glen Grant. Due distillerie storiche, che hanno più volte sfornato imbottigliamenti entrati nel mito. Ma andiamo con ordine.

FullSizeRender-35Alla prima degustazione, Marco Maltagliati è stato affiancato nella presentazione della storia e del modus operandi di Springbank da Maurizio Cagnolati, che la distilleria la conosce come le sue tasche, vivendoci accanto ed essendo importatore in esclusiva per l’Italia del pregiato distillato di Campbeltown. Maurizio ha impreziosito la serata con aneddoti gustosi (sapevate che Springbank non ricorre a nessun processo di automazione industriale pur di impiegare il maggior numero di persone, ridistribuendo così ricchezza sul territorio? No? Bestie!), ma di livello altissimo sono stati anche i single malt assaggiati, tutti e tre ufficiali: l’entry level 10 yo, il 12 anni Cask Strength e il Green 13 yo, edizione limitata full sherry e da

FullSizeRender-34

orzo 100% biologico. Ai primi due whisky è stato abbinato un cocktail, giocando con le note salmastre, sapide e fumose del 10 anni e poi con la potenza degli oltre 50 gradi del CS. Assolutamente degno di nota il primo drink, che mettava la dolcezza di un Sherry Pedro Ximenez e di un peach Brandy contro la mineralità del ‘piccolino’ di casa Springbank. Potete immaginare le nostre facce attonite nel sentire la terra salata del distillato tornare prepotentemente nel retrogusto a spazzare via le note dolci. Uno spettacolo maestoso, che da solo è valso la serata.

Non contenti, però, e grazie al gentile invito dei due Marco, abbiamo presenziato anche all’appuntamento Glen Grant, che ha visto FullSizeRender-37ulteriormente alzarsi l’offerta. I whisky erano infatti quattro, con due cocktail ad accompagnare i primi due, e per non farsi mancare nulla una tartina di salmone marinato nel whisky a fare da spartiacque a metà degustazione. Il vulcanico Maltagliati, reso ancora più scoppiettante da una moglie scherzosa, che via telefono si divertiva ad annunciare falsamente l’imminente venuta al mondo del primogenito, questa volta ha dovuto reggere da solo il peso della degustazione, riuscendo bene grazie a uno stile agile e davvero lontano dalle classiche degustazioni di whisky, così come le conosciamo. Si è riso parecchio e nessuno si è privato del gusto di una battuta ad  alta voce, infierendo anche volentieri sulle ansie del quasi neopadre, come lo staff del 1930 ama fare.

FullSizeRender-36

il primo cocktail a base GG

Entrando nel dettaglio, la serata ha avuto un curioso andamento discendente: gradevole il 16 anni di distilleria, full bourbon fresco e beverino con generose note di malto e frutta gialla; e ancora più interessante è stato il Cellar Reserve 1992/2008, dalla struttura decisamente più complessa grazie all’apporto di botti Sherry Oloroso. Assaggiare questi due malti ha rinforzato una volta di più la convinzioni che oramai ci accompagna severamente ogni volta che si parla di Glen Grant, l’unica distilleria battente bandiera italiana, da anni proprietà di Campari. Proprio nel nostro Paese la distilleria di Rothes ha percorso una strada insolita, spingendo fieramente il 5 anni, disponibile unicamente sul mercato nostrano e invero dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, ma perdente nel confronto con altri whisky dello Speyside di consumo che hanno almeno il doppio dei suoi anni d’invecchiamento. Il buon Michele ha fatto il resto, consacrando Glen Grant come un malto di poca personalità, dal “colore chiaro e gusto pulito”, per l’appunto. E invece, pur consapevoli della crescente perdita d’importanza del nostro Paese nelle strategie delle multinazionali, siamo convinti che imbottigliamenti molto validi come il 16

FullSizeRender-40

Benjamin caccia stile

anni e il Cellar 1992 (entrambi sui 60 euro), per non parlare del pluripremiato 10 anni troverebbero, se presenti sugli scaffali dei negozi specializzati alias le enoteche, un largo apprezzamento presso il consumatore italico, sì asfittico nei volumi ma discretamente preparato ad apprezzare la qualità in un prodotto. Dove li mettiamo Eataly, l’italian way of life e la Dolce Vita, suvvia?! Tornando tra le pareti del 1930, sicuramente un bell’esempio di qualità dei prodotti l’ha dato ancora una volta Marco Russo coi cocktail proposti, accostando in maniera funabolica whisky e liquore alla liquirizia, per dirne una. Per finire, ci concediamo un inciso sugli ultimi due whisky in purezza, francamente non del tutto indimenticabili. In passato avevamo già assaggiato senza entusiasmarci il Five Decades e dobbiamo confessare che nemmeno l’imbottigliamento per il 170esimo anniversario ci è parso all’altezza del passato glorioso di Glen Grant.

Ma la speranza è dura a morire e siamo sicuri che a settembre saremo ancora pronti a sognare, alla ricerca dell’Alchimia del whisky.

Glen Grant 25 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 57,5%)

Sabato scorso abbiamo partecipato alla degustazione di Glen Grant al celebre speakeasy milanese “1930”: domani daremo conto della bella serata, ma intanto prendiamo spunto da lì per introdurre l’imbottigliamento che sezioniamo aujourd’hui. Trattasi infatti proprio di un Glen Grant, selezionato e imbottigliato da Valinch & Mallet, giovane imbottigliatore che ha riscosso consensi al suo esordio a Limburg, praticamente il Bernabeu degli eventi whiskofili: single cask ex-bourbon a primo riempimento, venticinque anni di invecchiamento. Il colore (sembra una battuta, a pensare alle campagne pubblicitarie di GG) è chiaro.

Schermata 2016-04-29 alle 19.06.59N: quando una distilleria è coerente… Pulito, pulitissimo: a grado pieno, è molto intenso e compatto ‘quantitativamente’ se pure delicato ‘qualitativamente’. I descrittori sono pochi e difficili da separare: c’è un bel malto croccante in primissimo piano (qui nella versione di ‘crosta di pane’); un sacco di marzapane; un po’ di frutta gialla profumata (mele); assi di legno. C’è anche un lato vagamente speziato, ma soprattutto erbaceo – che non sappiamo però sezionare e specificare (per compiacere Davide: “roba speziata ed erbacea”). Cioccolato bianco.

P: ha veramente classe; dopo 25 anni la botte si è comportata da gentildonna, infondendo decisi (ma non eccessivi) sapori di legno e tanto marzapane. E così, il malto si è potuto mantenere in vita, e di fatto risulta senz’altro il vero protagonista, croccante e concreto. Cosa vuol dire quest’ultima dittologia? Boh. Col tempo si apre, ed escono note decise di limone e cedro, forse di zenzero; mela. È sì dolce, ma questa dolcezza viene poi riagguantata da un legno non tanto amaricante, quanto ‘erbaceizzante’. L’acqua libera una dolcezza un po’ più ‘mielosa’.

F: pulito e lungo, sciroppo d’acero, tè verde, marzapane. Ancora una dolcezza fruttata molto delicata.

Il malto di Glen Grant riesce a emergere bene dai 25 anni in botte, sviluppando note erbacee e un po’ trattenute, austere, vegetali e limonose, con un apporto del legno davvero rispettoso nonostante il first-fill. Detto ciò, ammettiamo candidamente di non essere riusciti a dominarlo appieno, diciamo che abbiamo la sensazione di non averlo capito fino in fondo… Ragion per cui, condensando le nostre provvisorie impressioni in un 87/100, dovremo per forza riempirci un altro paio di sample per riassaggiarlo. Magari anche tre, dai.

Sottofondo musicale consigliato: Donald Fagen – I.G.Y. (What a Beautiful World).

Glen Grant 12 yo (anni ’70, OB, 43%)

Due settimane fa abbiamo costretto il buon Angelo Corbetta ad aprire quattro tra le sue vecchie bottiglie di scotch, così da poterle assaggiare in compagnia di una ormai nutrita schiera di fedelissimi delle degustazioni all’Harp Pub. In questi giorni li recensiremo tutti e quattro, ma colti da improvviso spirito risorgimentale iniziamo dall’unica distilleria di proprietà italiana, vale a dire Glen Grant: abbiamo per le mani un 12 anni risalente agli anni ’70, con la bottiglia rettangolare. C’è la possibilità che nella miscela compaia qualcosa di distillato prima del 1970, cioè prima del famoso cambio del sistema di riscaldamento degli alambicchi? Se la matematica non inganna, certo.

wg0520758-44_IM199903N: ci accoglie subito un’intrigante sensazione ‘umida’ di carta vecchia e di cantina. Poi dietro ci sono note cremose (crema pasticcera e vaniglia) e fruttate (frutta gialla a gogo: albicocche e pesche; tanta mela). Anche tanto malto fragrante, tanto cereale (biscotti e brioche). Un po’ di frutta secca (nocciola) e cioccolato con scorza d’arancia.

P: possiede certo una sua apprezzabile intensità e pienezza, e come sopra è molto maltoso, ceroso/umido e con fiammate d’agrume. Brioche alla mela. A dir la verità, dopo un po’ ci si accorge che il palato è tutto qui: in un bell’impasto di cereale e scorza d’arancia. Quindi buono, ma semplice. A tratti sentiamo un po’ troppo l’alcol, ma forse qui dipende dallo stato di conservazione della bottiglia. Apprezzabile invece quel senso di allappamento delicato dei tannini, sicuramente presenti.

F: di media durata, maltoso e metallico qua e là, con ancora la mela.

La sensazione è peculiare: il naso era gentile e incantevole, con quelle note ‘vecchie’, di malto antico – il palato patisce un po’ quanto a complessità, ma la sensazione (confermata dalle note metalliche del palato) è che il tempo abbia sottratto qualcosa a questa singola bottiglia. Nondimeno nel complesso si merita un pieno 85/100, chissà se fosse rimasto intatto… La conferma che Glen Grant è distilleria degna di rispetto: e, peraltro, state pronti che nelle prossime settimane Glen Grant sarà protagonista di una cosuccia…

Sottofondo musicale consigliato: Massive Attack – Unfinished Sympathy.

Glen Grant 52 yo (1956/2008, Gordon&MacPhail, 40%)

Nel 1956 i carri armati sovietici entravano in Ungheria tarpandone la rivolta, provocando il disilluso sdegno di quanti riponevano speranze nell’utopia comunista; nel 1956 Elvis Presley entrava per la prima volta nelle classifiche di vendita americane, e poco dopo scandalizzava i puritani Stati Uniti con movimenti pelvici in diretta televisiva; nel 1956 Nasser nazionalizzava il canale di Suez, aprendo una crisi epocale, che avrebbe messo in luce i limiti della NATO e cambiato i rapporti di forza internazionali; nel 1956 l’Inghilterra aboliva la pena di morte; nel 1956, a Rothes, Speyside, nella distilleria Glen Grant venivano riempite, tra le tante, due botti ex-sherry appena arrivate, belle fresche, a primo riempimento. Quelle due botti sarebbero rimaste a riposare per 52 anni, fino a quando, nel 2008, l’imbottigliatore Gordon & MacPhail decise che era tempo di svegliarne il distillato racchiuso, per la gioia dei più. Tra questi “più”, inaspettatamente ci siamo anche noi: abbiamo infatti avuto il piacere di ricevere un sample di questo Glen Grant, dalla serie “Rare Vintage” – G&M ha da anni la licenza per imbottigliare botti di diverse distillerie con etichette particolari, che in passato costituivano di fatto degli imbottigliamenti ‘ufficiali’, con partnership tra imbottigliatore e distilleria: queste etichette hanno fatto la storia, e ogni collezionista o appassionato le conosce bene. Oggi queste etichette sono ancora usate da G&M, a dimostrazione del rapporto di fiducia che lega il marchio all’industria dello scotch. Detto ciò, assaggiamo.

ggtg!m1956N: fermi tutti! Se avvistate la brigata “antimaltoporn” evocata da Serge nei momenti più concitati delle sue degustazioni, mandatecela subito qui. Gli aromi si dispiegano con picchi  d’intensità che abbiamo sentito davvero di rado. Per quanto riguarda il solo lato fruttato, troviamo quella stessa vivacità sfrontata e fresca che ci aveva stregato nel Bowmore Bicentenary: frutta rossa e nera a pacchi (succo e cioccolato ai frutti di bosco), gelée alla ciliegia e uva nera. Fichi freschi, e vira quasi sul tropicale. Poi a espandere uno spettro già largo, arrivano chinotto, tamarindo e uvetta; una scatola da tabacco da pipa, cuoio, vecchia carta e mobili di legno d’una volta. Incantevoli sono infine i richiami erbacei e mentolati. Anche del sedano? Ebbene sì.

P: un gran bel corpo e zero alcolicità, pare più un nettare che un superalcolico. Comprensibilmente qui emerge di più il mezzo secolo in botte, e si va un po’ a perdere quella frutta rossa/nera succosa del naso; frutta che comunque è presente nel ricco banchetto, tra ciliegie, uva e lamponi. La portata principale è il legno, con ricchi tannini astringenti sì, ma senza eccessi. Ci vengono in mente ancora il tabacco da pipa, foglie di menta, ma anche sciroppo d’acero, liquirizia in legnetti e rabarbaro. Cioccolato fondente. Il tutto vive di un equilibrio precario ma grandioso, basterebbe un passo per crollare ma la magia sta tutta qui.

F: rimane un legno immenso, quasi con un leggero filo di fumo. Freschezza mentolata, ciliegie, chinotto e caramelle al rabarbaro. Cioccolato amaro.

Le botti, indifferenti alla storia, sono rimaste a dormicchiare per mezzo secolo, e il peso di questa indifferenza si percepisce tutto, nel bicchiere. Il naso è qualcosa di spettacolare, la freschezza dello sherry impressiona, rivelando una complessità davvero inusitata, almeno per noi che non frequentiamo spesso invecchiamenti di questa portata; il palato resta un pelo indietro, con il legno che ovviamente guadagna qualcosa, anche se non diventa mai eccessivo, ed anzi mostra una pienezza e una qualità inaspettata: e lasciano stupefatti la potenza e l’intensità di un nettare imbottigliato a soli 40%. Questo whisky ci è piaciuto tantissimo: in calce a questa esperienza, scriviamo un bel 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Elvis Presley – Hound dog.

Piove whisky vol. III

C’abbiamo preso gusto e ci divertiamo anche oggi a smitragliare una  raffica di sentenze al limite del buon senso. Complice la giornata uggiosa, facciamo volentieri piovere all’unisono malto e pioggia…

Glen Avon 15 yo (2009, Gordon & Macphail, 57,3%)

I single cask della Glenfarclas spesso regalano emozioni. Qui abbiamo un bel sherry monster. 89/100

grnob.12yov4
Glendronach 12 yo “Original” (2010, OB, 43%)

Forse il miglior whisky “base” tra quelli full sherried: puro godimento a buon mercato, intorno ai 35 euro.85/100

Glen Grant 13 yo (2009, Duthies, 46%)

Cos’avete fatto al mio Glen Grant? Michele…   Micheleee! Purtroppo Cadenhead’s ha abbandonato la serie Duthies, che spesso regalava imbottigliamenti di buona qualità a prezzi onesti. Ma non in questo caso: 77/100

Glenmorangie “Nectar d’Or” (2010, OB, Sauternes finish, 46%)

Il più raffinato esperimento di wine finishing dell’esuberante distilleria.Un malto da pochette. 84/100

Balblair 1975 (2012, 2nd release, 46%)blbob.1975v1

Un bel Balblair: tanta frutta, tanta mineralità e il suo bel malto in evidenza. Che eleganza questa distilleria. 87/100

Glen Grant ‘Five Decades’ (2013, OB, 46%)

Restiamo sul luogo del delitto e, come promesso, assaggiamo un altro Glen Grant; e dobbiamo ringraziare Pino Perrone (mastermind dello Spirit of Scotland, bibliofilo, censore dei pubblici vizi del mondo del whisky e futuro gestore di quello che si prospetta essere il tempio del single malt naa Capitale – ma di questo parleremo a tempo debito) per il sample. Il whisky che abbiamo nel bicchiere è un GG ‘Five Decades’, ovvero un vatting senza età dichiarata contenente botti delle cinque decadi in cui il distillery manager Dennis Malcolm è stato impiegato tra le stanze di Glen Grant. Il colore è paglierino chiaro chiaro.

Schermata 2015-01-16 alle 11.39.37N: rispetto all’altro, risulta più chiuso, più pungente, con una fisionomia forse ancora più semplice ma – certo – decisamente diversa. A dominare, infatti, qui è una marcata ‘acidità’ (ma! al naso, acidità? bestie!), che si divide tra yogurt bianco e limone, in tutte le forme. In generale, pare emergere di più la decade più giovane, con lieviti e canditi sempre in agguato. Qua e là, note di malto e mandorle che ci richiamano il 5 anni… Non molto espressivo, a dirla tutta.

P: anche questo è coerente, ma per fortuna con qualche variazione sul tema, soprattutto per quanto riguarda impressione generale e struttura. Intendiamoci: lieviti, acidità e canditi ci sono, ma non restano gli unici strumenti dell’orchestra; che anzi si arricchisce con note fruttate più mature, dolci, tra tante mele gialle e un pizzico di caramello. Questo mix di sapori è sostenuto dal corpo, che li rende percussivi e più piacevoli. Ok le note di malto Glen Grant.

F: acidino e biscottoso al contempo; pulito ma non molto lungo.

Il naso sarebbe da stroncatura piena, senza riserve; il palato è senz’altro più buono, anche se restiamo nella norma di quello che blind definiremmo un giovanissimo Speysider; la media tra le due impressioni è sintetizzata in un 77/100, e un po’ ci dispiace perché avevamo aspettative più alte: pensavamo che il 10 anni ‘normale’ sarebbe stato ancella di un imbottigliamento esclusivo e limitato, ma il rapporto è inverso – e anche questo serva da lezione. Non ha influito sul voto, ma a onor del vero il prezzo (circa 140 euri) è da galera (la nostra valutazione è la stessa del 5 anni, che costa un decimo…). Per fortuna che ce l’hanno regalato…

Sottofondo musicale consigliato: Leonard Cohen – Slow.

Glen Grant 10 yo (fine ’90, OB, 40%)

Tempo fa assaggiammo il Glen Grant 5 anni, non ci dispiacque a sufficienza e qualcuno si risentì. A noi, sarà che non sappiamo tagliare il cordone ombelicale che ci lega ad un approccio tardo-adolescenziale all’alcol e ai tappini di Ballantines nei parcheggi, sarà che la distilleria è davvero molto quotata tra i non prevenuti (tiè); dicevamo, sarà quel che sarà, ma a noi Glen Grant piace. Decidiamo dunque di berne due ufficiali, un imbottigliamento recente, di fascia alta, ed uno di qualche tempo fa, di fascia bassa: partiamo con quest’ultimo, ovvero un 10 anni di fine anni ’90; quelli con il bordo etichetta marrone – etichetta splendida, peraltro.

Schermata 2015-01-14 alle 11.59.43N: apertissimo e avvolgente, è relativamente semplice ma non acerbo. È infatti un bel naso caldo, con importanti note di crema, di toffee e caramello, di biscotti al burro e crema pasticciera. Più in disparte un po’ di frutta gialla aperta (albicocca, anche disidratata parentesi e di una gradevole aranciata. Malto e nocciola completano questo naso choccante, pienamente aromatico.

P: il corpo per essere a 40% è ampiamente super aspettative. Assistiamo a un calco magistrale del profilo aromatico del naso, con note maltate e burrose e agrumate in grande ripresa, e la straripante cremosità caramellosa del naso che è sì presente, ma certo in quoto in quota minore. Va giù che è un piacere.

F: lungo; belle escursioni di malto tostato, agrumi dolci e un ricordo di caramella mou.

Non giriamoci attorno: è un whisky semplice, ed è un whisky buono. È un corso di single malt scotch whisky, è un manuale di Speyside, è un esempio perfetto di come anche i whisky più apparentemente banali potessero essere, non più di 15 anni fa, di grande qualità, e – cosa da non sottovalutare – sapere di malto. 86/100 è il giudizio in numero, perché semplicità, qui, rima con qualità e intensità; e non ci vuole molta esperienza per sapere che non sempre, con bottiglie di questa fascia, ci si confronta con un simile risultato.

Sottofondo musicale consigliato: Joe Strummer and The Mescaleros – Get Down Moses, bomba!

Glen Grant 21 yo (1992/2013, Douglas Laing, 51,5%)

Avevamo ricevuto questo sample in occasione di uno stimolante twitter tasting offerto dall’imbottigliatore scozzese Douglas Laing per sostenere il lancio di un nuovo blended, lo Scallywag. Si tratta di un Glen Grant invecchiato in una botte refill sherry per 21 anni e imbottigliato per la serie ‘Old Particular’. Il colore è ramato.

glengrant_21opN: pare piuttosto alcolico, con una nota pungente minerale, di polvere da sparo. C’è un che di sporchino, comunque, tra l’arancia troppo matura, pelle, cuoio. Dietro, in ogni caso, si sviluppa una discreta dolcezza maltosa e nocciolosa; brioche all’albicocca e frutta caramellata (mele rosse). Uvetta, strudel. Non mancano suggestioni spezie (cannella). Onestamente non fa impazzire, è tutto un po’ trattenuto e dominato da quella nota sulfurea e minerale. Stranamente secco ma sherried. A tratti si sente anche odore d’alcol.

P: molto particolare e piuttosto alcolico. Parte piccantissimo, poi scoppia una nota dolciastra simile a certi rum dappoco, legnosissima, tra le noccioline tostate e lo strudel. Ancora uvetta. Ad ogni modo resta molto alcolico e, soprattutto, tanto metallico, ferroso, ruginoso. Si sprecano le ‘off notes’. Cuoio e tabacco da sigaretta, piccantino e legnoso.

F: nocciola, ferro, uvetta, sensazioni metalliche e ancora leggermente piccante.

Avevamo grandi speranze per questo Glen Grant, tuttavia siamo rimasti delusi. Al di là dei gusti personali, che non ci portano a prediligere profili sherried secchi e trattenuti, ci è parso di incontrare anche alcune sfumature poco potabili, soprattutto al palato per la verità. Forti anche dello scarso consenso riscosso presso Whisynotes, ci permettiamo sommessamente di bocciare, se pur con educazione: 77/100.

Sottofondo musicale consigliato: Guido e Maurizio De AngelisGoodbye my friend, dal capolavoro Il cittadino si ribella.

Glen Grant 5 yo (2013, OB, 40%)

Spesso alcuni amici ci chiedono: “ma perché recensite solo whisky introvabili?” oppure “per voi tutti i whisky sono buoni, tutti i voti che date sono sempre sopra l’80!”. Ora, quanto a quest’ultima obiezione, beh, non possiamo che rimandare i nostri disattenti amici alla pagina in cui spieghiamo in soldoni qual è il nostro metodo di valutazione (cioè, qui); e poi ricordare ai più che siccome i samples ce li andiamo a scegliere noi e per lo più li paghiamo, legittimamente tendiamo a scegliere prodotti che – almeno sulla carta – potrebbero potenzialmente piacerci: siccome questo per noi è un divertimento e nessuno ci farcisce il conto corrente, così è. Se a questo unite il fatto che il whisky moderno è livellato verso l’alto (si parla di media, eh!, e sì, livellamento può voler dire standardizzazione), comprenderete bene che sì, i voti con ogni probabilità saranno mediamente alti. Se poi il vostro sogno è leggere le tasting notes di whisky facilmente reperibili, eccoci qui, per servirvi: Glen Grant 5 anni, sì, proprio lui, proprio quel whisky che i più credono essere un blended, proprio quel whisky che vi ha tagliuzzato finemente le meningi con quelle campagne pubblicitarie ossessive e ormai leggendarie (“ah, com’erano belle le pubblicità di una volta…” NO, NON E’ VERO, FACEVANO PENA!) in cui un pedante uomo d’affari, compiaciuto del suo cosmopolitismo e della sua mascella, stupiva amici, amanti, ex amanti e future amanti con la sua abilità nel riconoscere il colore chiaro e il gusto pulito di Glen Grant.

Con ogni probabilità, un semiologo con il vizio della sociologia potrebbe prendere di peso questa pubblicità e spiegarci in pochi minuti perché avremmo tutti dovuto capire già allora, davanti alla televisione, che questo paese sarebbe stato destinato al declino, rapido e inesorabile. In ogni caso, un rapido sguardo ai commenti su youtube a quello stesso video potrà dirvi molto di quanto Michele sia diventato un’istituzione italiana e di quanto Glen Grant goda di cattiva fama. Altro tormentone era questo, in cui Michele, dimostrando di essere un vero esperto, riconosceva il suo whisky preferito nonostante l’uso di bicchieri che avrebbero trasformato qualsiasi distillato di malto in un informe concentrato d’alcol:

Poi, negli anni ’90, la svolta mistica, sull’onda di filmoni tipo Braveheart e Balla coi lupi: Michele era chiuso da ore in bagno con la hostess dell’aereo che aveva appena sedotto parlando di whisky (a chi non è capitato, suvvia?!?) e i creativi della Ramazzotti devono aver pensato che qualche immagine evocativa e una colonnasonora-qualsiasi-basta-che-ricordi-Enya-e-un-film-che-si-svolge-in-un-passato-indefinito-ma-affascinante (ndr: erano i Capercaillie, per lo meno scozzesi) sarebbero stati sufficienti per evocare sommovimenti celtici nel pubblico televisivo. Non so come siano andate le vendite in quegli anni, ma di certo il celtico tirava, tant’è che un raffinato perito elettrotecnico in canottiera della provincia varesotta più o meno con lo stesso stratagemma poteva conquistare per sé e i brillantissimi figli un futuro luminoso grazie a quel passatempo facile facile che è la politica.

Poi, sempre aspettando che Michele uscisse dal bagno, i creativi di cui sopra devono aver detto: “sai che c’è? ci mettiamo Gassman figlio, al posto di Michele!”. Così accadde, gli spot nuovi sono pietosi forse perfino più di quelli del passato, insomma: meglio lasciar perdere. Ad ogni modo, quel che è indubbio è che la distilleria di Rothes, unica di proprietà italiana (Campari), è sempre stata presente nelle case e nell’immaginario collettivo degli italiani: a dispetto di una popolarità inversamente proporzionale alla stima di cui gode, i suoi whisky sanno essere magnifici, come sappiamo anche noi. Ma assaggiamolo, suvvia, e col bicchiere giusto. Il colore: chiaro. Il gusto: pulito. Ma è Glen Grant! Ops, scusate… Colore: paglierino chiaro.

N: spensierata gioventù, leggerezza che combacia con semplicità. Al di là di una nota maltosa davvero predominante, emerge una sensazione di frutta candita (pera candita su tutto), di mele, di frutta gialla (pesca bianca? ma non hai detto gialla? sì, ma…). Un velo di miele e vaniglia. Tutto molto zuccherino, tenue, profumato; sentori di mandorla e fiori freschi. Un lieve limone, un che di bergamotto. Non male, semplice e scopertamente giovane, ma gradevole.

5anniP: il corpo è molto acquosetto, forse troppo? Si esalta ancora di più il lato newmake-ish, con note di lieviti e frutta candita. Ancora mandorla, la frutta secca pare più presente che non al naso; malto, malto, malto. Non troppo dolce, con leggere note – però – di vaniglia. Semplice, ancora, e certamente non di intensità memorabile; molto beverino, però, e d’altro canto è il suo scopo…

F: malto e frutta secca, ancora un po’ di note ‘grappose’ (canditi). Pulito pulito (un senso di erba fresca), non molto intenso.

Costa 10 euro, che volete di più? Di certo, è un whisky giovane e semplice, leggero, da bere come aperitivo, magari ricordando i tempi spensierati degli spot spacconi ed esibendo bene bene l’italica mascellona: 77/100.

Sottofondo musicale consigliato: SandraIn The Heat Of The Night