Botti da orbi: ¡Hasta il Revolution (festival)!

[Zucchetti, Gran Maestro delle Piacevolezze, non si è perso il Whisky Revolution Festival, dato che è una persona per bene: come già l’anno scorso, ecco il suo mirabile resoconto…]

Il regime lavora nell’ombra, cospira duro nel farci credere che dovremmo finire la nostra vita adorando la dea Grappa e offrendo sacrifici umani al dio Prosecco. Sono ovunque, sono minacciosi, sono dannatamente convincenti anche grazie a ingegnose trovate come il resentin e lo Spritz in bottiglietta. Ma per fortuna non arrivano qui.
5d84df17c967fPerché Castelfranco Veneto, novella Kronstadt, è l’Isola che non c’è del malto. Qui si annida un manipolo di arditi rivoltosi che non si rassegnano a finire i loro giorni bevendo solo italiano e per questo ogni anno si ritrovano per organizzare la Resistenza. Niente clandestinità né “Bella Ciao”, ma un Whisky Festival che nella sua seconda edizione ha mandato un messaggio chiaro alla Spectre del Bere Omologato: non ci avrete mai come volete voi.
Ok, ci siamo fatti prendere la mano. Ora riponiamo la bandiera con falce e Gleincarn e sfogliamo i taccuini per snocciolare le mille ed una meraviglie assaggiate in questo Whisky Revolution Festival reloaded, dove il livello medio delle masterclass e dei dram in mescita è ulteriormente cresciuto (e parecchio).

Per dare a questi giudizi in libertà una parvenza di autorevolezza, li abbiamo mascherati da Oscar. Che non c’entrano niente né con il whisky né con la Revolution, è vero, ma se avessimo avuto a cuore solo i freddi nessi di causalità avremmo fatto Ingegneria e non Scienze della comunicazione a indirizzo storico.

Ps. Il fior da fiore (anzi, fior da Fior, dato che tutto si teneva nell’omonimo hotel) non è esaustivo. Tanti ottimi whisky sono rimasti fuori, per esempio perché già recensiti su queste nobili pagine. Che il Talisker 25 fosse buono era chiaro perfino a noi Orbi…

armorik-10-ansArmorik 10 yo (2019, OB, 46%)
Miglior opera prima
Un whisky francese nel bel mezzo della foresta dei mostri sacri dello Scotch sa che deve correre, perché se non tiene il passo finirà sbranato. Clémence Vedrenne – che per Armorik ha tenuto la masterclass al WRF – l’aria di Cappuccetto rosso non ce l’ha, ma nel cestino della merenda ha portato tutta la gamma dei single malt distillati da questa distilleria bretone al suo debutto. Il fatto che la Bretagna sia simile alla Scozia è un indizio, di certo non una prova. Bastasse quello, ci sarebbero Lagavulin pure in Galizia. Però aiuta. Il resto lo fa un’azienda che – dall’entry level alle limited edition – sa cosa vuole. Ovvero arrivare ai risultati di questo 10 anni, che ha una maturazione complicata: due terzi del whisky passano 9 anni in botti di bourbon e 4 in botti di sherry (13 anni in totale) e un terzo fa 10 anni in sherry cask. Una sciarada.
Poffarbacco, il naso contraddice l’etichetta: questi non sono 10 anni! Pare più maturo, con un bell’apporto del legno. Lo sherry è guizzante, al lato vinoso aggiunge un’acidità di papaya, buccia di mela rossa e liquore all’arancia: a tratti sembra quasi Calvados, ma forse è autosuggestione. Una dolcezza fruttata (tropicale, pesca) e di mou è coronata da un’intrigante sensazione di fiammifero. Al palato è molto pieno e di nuovo lucullianamente tropicale, come la Bretagna sa essere (no, eh?). Papaya e succo tropicale misto, fa venire l’acquolina in bocca. La piacevole acidità rimane, ma si aggiunge la sapidità (stavolta sì, segno del terroir) e una bella cera, che in un dieci anni non è così comune. Finale balsamico e fresco, con un tocco floreale, per un whisky più evoluto dell’età dichiarata, dove bourbon, sherry e dna costiero giocano una partita a racchettoni assai divertente. 86/100

Glenfiddich_Snow_Phoenix__33146.1534084268Glenfiddich Snow Phoenix (2010, OB, 47.6%)
Migliori effetti speciali
Tra le novità di questo WRF c’è stata la “prima” italiana del colosso di aste online Scotch Whisky Auction, che ha portato qualche esempio di bottiglia dalle quotazioni sardanapalesche e le ha pure aperte. Sia a gloria a loro nell’alto delle Highlands e pace in Italia a noi appassionati di buona volontà.
Nel quintetto, un malto spiccava per storytelling e inventiva: un’edizione unica di Glenfiddich NAS imbottigliato in (soli?) 12mila esemplari nel 2010. La particolarità? E’ un assemblaggio di barili danneggiati da una nevicata epica che fece crollare il tetto della warehouse, sicché nel magazzino filtrò un raggio di sole che somigliava ad una fenice bianca, tipo quando i Blues Brothers vedono la Luce. Sembra impossibile, ma pare che non fossero neanche strafatti di Lsd quando hanno partorito l’idea.
Con queste premesse, scettici come Pirrone di Elide, assaggiamo circospetti un whisky che arriva ormai a 700 euro in asta. E umilmente ammettiamo che il pregiudizio era mal posto: al naso infatti è eccezionalmente aromatico, con una teoria di suggestioni fresche che vanno dalla frutta (succo di mela, ananas e mango) al floreale (zagara e parecchia gardenia). C’è poi una dolcezza di pasticceria che dalla vaniglia dei bourbon casks si sposta sulla brioche all’albicocca e perfino ai cupcake. Cambia parecchio col passare dei minuti e mostra anche un lato meno estroso e più riflessivo, con cacao in polvere e perfino un filo di fumo. Di nuovo rispunta la mela, ma stavolta sono granny smith croccanti. Al palato sembra più vecchio di quanto non lasciasse presagire il naso. Il legno è fine ma evidente e fa da spalla a una dolcezza di vaniglia, pastafrolla e mela cotta. Nessuna stucchevolezza, anzi una frizzantezza curiosa di zenzero candito, succo di limone e perfino un filo di sale. Poi tutto si richiude sul legno, sul cioccolato fondente e su note di cerino. Il finale è pulito, non lunghissimo ma piacevole, con agrumi canditi, legno e una netta sensazione di arachidi tostate.
Al netto del prezzo e del marketing discutibile, questo whisky dimostra come la mai abbastanza vituperata scelta di Glenfiddich di imbottigliare sempre a 40 gradi sia una tafazzata totale. A questa gradazione la freschezza del distillato può esplodere di intensità. Con un finale più lungo sarebbe stata vera gloria. 87/100

Kentucky-Owl-Bourbon-Batch-7__54222.1508534432Kentucky Owl batch #7 (2017, OB, 59%)
Miglior film straniero
Quando Marco Callegari di Velier fa quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che hanno loro che lavorano con Luca Gargano a Genova, l’unica cosa da fare è interrompere tutto e seguirlo come se fosse il Pifferaio magico. Solo che lui non suona il flauto, ma fa suonare le bottiglie. Artista.
Averlo seguito al banchetto anche stavolta è stata una buona idea. Nonostante l’etichetta di questo bourbon semisconosciuto sia una delle cose più scaccia-acquirenti della storia. Eppure l’abito non fa il monaco e il packaging triste non fa lo spirito, perché fin dal naso si capisce che il gufo la sa lunga: molto più profondo dei bourbon standard, sfoggia un legno venerando e scuro, tra note di cantina e tabacco. Whiskey vecchio fa buon brodo e soprattutto eccellente olfatto, infatti nel batch ci sono anche barili di 13 anni: non proprio roba da tutti i giorni. Accanto a questa maturità, però, guizza il Kentucky più classico, con energici twerking di spezie (rye piccante, cannella) e tarte tatin.
In bocca, la magia! I 59 gradi svaniscono e ti sembra impossibile sia tutto così piacevole. Di nuovo austero, di nuovo legno d’antan e tabacco. Cioccolato fondente al peperoncino, arancia a raffica e pane tostato con della cannella sopra, per un bourbon di scarsa dolcezza e grande struttura. Il finale è vigoroso e lungo: legno di sandalo, l’immancabile tabacco e un lampo natalizio: il panettone con gocce di cioccolato.
Il rinascimento dei whiskey americani passa da qui, prodotti di nicchia di grande spessore e invecchiamento. That’s the way (ah-Ha, ah-Ha) we like it. 88/100

glencadam-21-year-old-whiskyGlencadam 21 yo (2010, OB, 46%)
Miglior montaggio
Per fare un tavolo ci vuole un fiore, per fare un single cask ci vuole naso e fortuna. Ma per fare un core range di imbottigliamenti ufficiali di livello occorre un buon master distiller. Alla Glencadam ce l’hanno senza dubbio (Robert Fleming) e parecchi gli sono venuti assai bene. Chi scrive è stato folgorato dal 17 anni in Porto dunque si è abbandonato con fiducia al 21 yo, denominato con modestia “The Exceptional”.
Da subito ti conquista la potenza aromatica, con una batteria di agrumi micidiale: zagara, sorbetto al limone e bergamotto fanno subito capire che l’età non inciderà sulla freschezza. Si continua così, tra una sensazione tropicale di ananas e banana e di nuovo un che di floreale e dolce: torta di mele con gelato alla camomilla (ma forse si è fatto tardi e la fame parla la sua lingua). Col tempo si fa più denso, tra mango e una morbida nota burrosa. Nessuna sorpresa, nessun difetto.
In bocca è coerentissimo e riprende dal tropicale e dal limone, con lemon curd e cocco essiccato. Il malto deliziosamente dolce alza la voce, spuntano biscotti frollini, Cheerios e cioccolato al latte. Chips di mele disidratate e mousse di pere non fanno mancare la quota frutta. Le spezie (noce moscata) arrivano in fondo, con una punta di lime dolce che sdrammatizza la cremosità vanigliata.
Rimane equilibrato e fresco anche nel finale: tropicale, limone, zenzero e miele millefiori.
Cosa volevamo di più dalla Garelli nello spot anni ’90? Il sangue??? Ecco, cosa chiedere di più a un imbottigliamento ufficiale di 21 anni? È elegante, espressivo, vibrante. Non è un capolavoro di complessità, ma prima di stancarsene uno rischia di finire la bottiglia. 88/100

gloval25yoGlenlossie 25 yo (1993/2019, Valinch & Mallet, 53.9%)
Miglior regia
Fabio Ermoli e Davide Romano fortunatamente non assomigliano alle sorelle Wachowski, ma anche loro di fantascienza se ne intendono. Barili da fantascienza, nella fattispecie. A Castelfranco per esempio è arrivato uno spezzone del loro ultimo capolavoro, un Glenlossie di un quarto di secolo invecchiato in un bourbon hogshead. Occhio, spoiler alert!
Macché Wachowski, qui c’è il genio dei Coen: colpiscono immediatamente l’eleganza e la maturità, ben rappresentata da una nota delicata di incenso. Poi ecco comparire una freschezza vegetale entusiasmante, che dal prato tagliato approda a un nettissimo muschio bianco. È oleoso perfino al naso, cioccolato bianco in ganache come se piovesse. Un po’ di mela golden tanto per gradire.
Al palato è impressionante l’intensità dopo 25 anni. È dolce e severo nello stesso tempo, di un’educazione oxfordiana e perfetta: créme brulèe, sorbetto all’ananas e limone, evoluzione del barile di bourbon. Non è oleoso come al naso, ma sfoggia un piacevole tocco salino e un legno molto elegante. L’alcol è ancora gagliardo e il retrogusto erbaceo e floreale richiama il lato vegetale dell’olfatto.
Il finale – lungo, dolce/salato – tra cedro candito e legno dolce, è eccellente. E il risultato è un whisky completo, di raro portamento, insieme fresco e vitale. 91/100

203558-bigBen Nevis 23 yo (2019, Chorlton, 53.6%)
Miglior attore protagonista e miglior scenografia
Il concetto di “migliore” – da Togliatti in poi – è opinabile, ma quello di “goduria” no. E questo single cask selezionato dal buon David da Manchester lo è senza dubbi. Ventitré anni in due hogsheads riempiti da uno sherry butt, grado pieno e una complessità da labirinto di Borges.
Inizia con una lussureggiante frutta dalle sfumature piacevolmente vinose, tra uvetta e folate di pesca. Poi si immerge nei meandri del minerale, con un cereale ceroso d’altri tempi che sfocia quasi nel profumo di candela accesa. La dolcezza è piena, limone candito e fette biscottate. L’età assume il misterioso profilo di vecchi libri. Frutta secca mista con guscio a fare l’occhiolino.
In bocca è di una cremosità commovente: il malto, la frutta gialla e il miele grezzo si impastano in una sensazione golosissima di pan brioche caldo, dove il burro diventa la stella polare. Pian piano, facendosi largo fra la crema di albicocche e una punta di liquirizia, ecco il barile con la sua eleganza di zenzero. Barile che ti prende per mano fino all’avvolgente finale, tutto giocato su una dolce frutta matura (pesche e albicocche) e un curioso tocco di noce e fiammifero.
Interpretazione magnifica dello spirito Highlands, con quella mineralità che incanta e rende tutto più interessante e quel cereale puro e maturo che indulge sul burro. E noi lombardi si sa, al burro non sappiamo resistere…
Ps. Le etichette di Chorlton – ispirate all’arte medievale – sono generalmente capolavori. Anche questa non tradisce le alte aspettative estetiche. 92/100

 

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Glencadam 15 yo (2015, OB, 46%)

Ralfy!

Fino al 2009, questa edizione del 15 anni di Glencadam aveva gradazioni diverse di release in release: in quell’anno la proprietà di Angus Dundee, che aveva comprato la distilleria nel 2003, decide di razionalizzare le cose e passa stabilmente ai 46%. Nominato dal grande Ralfy come whisky dell’anno nel 2017, ora deve passare attraverso le forche caudine del nostro sindacabile e – ricordiamolo – del tutto superfluo giudizio.

N: un whisky apparentemente fresco e gioviale, rivela in realtà un più sotterraneo dialogo tra due anime diverse: da una parte il lato piacione che ci parla soprattutto di creme (creme brulée, budino alla vaniglia, crema pasticciera) e di un po’ di frutta matura (pera über alles); dall’altra invece un lato più austero, sicuramente dominato da un agrume importante e minerale (quasi in essenza, ricorda molto la scorza) e forse perfino qualcosa di vegetale (salvia?, a voler essere olistici: caramelle dure salvia e limone).

P: alzare la gradazione gli ha sicuramente portato un bell’impatto e un buon calore: sprigiona facilmente e con una certa intensità di nuovo tutta la sua convincente cremosità, senza però disdegnare note davvero ben integrate di malto (qualcuno direbbe: sapore di whisky) e frutta secca (mandorle). Ancora molto agrumato, con tanto limone, intenso intenso.

F: con una punta pungente, diciamo di limone (ammorbidiamoci: crema al limone) e quasi di sale. Piuttosto persistente il sapore del cereale, con anche note di frutta secca.

Su alcuni siti tedeschi si trova ancora circa a 50€, altrove sembra esaurito, chissà. Molto educato, resta in equilibrio senza mai sbracare verso la ruffianeria né verso l’austerità fine a se stessa: non sapremmo dire, forse ci siamo invaghiti irrazionalmente della distilleria ma qui e ora assegnamo un 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Goldfrapp – Strict Machine.

Glencadam 17yo (2015, OB, 46%)

Torniamo a visitare Glencadam, distilleria con sede a Brechin di proprietà di Angus Dundee: si tratta di un produttore dal piglio molto poco sexy, con bottiglie dal look obsoleto – cosa che a noi, si sa, piace tanto. Generalmente il whisky di Glencadam è molto piacevole e fruttato, grazie anche, si dice, alla peculiare forma degli alambicchi con i lyne arms angolati all’insù, cosa che favorisce il reflusso. Oggi assaggiamo un’edizione limitata dal ricco range della distilleria, il 17 anni finito in barili di Porto. Sapete come la pensiamo sul Porto nella maturazione del whisky, ma abbiamo stima di Glencadam e non partiamo prevenuti.

IMG_1322_5N: l’apporto del Porto (riusciremo mai a evitare questo giochino di parole veramente pessimo? forse no) non si nasconde, con grandi note di marmellata di fragole; mantiene però una sua grande eleganza anche maltosa, con note di marzapane, di pane nero tostato, un sentore di brioche; e ci pare di trovare, ad equilibrare questi descrittori così zuccherini, perfino una venatura minerale, conferendo freschezza. Angelo Corbetta, che beve con noi, insiste sulla mela rossa.

P: l’attacco è fin da subito molto zuccheroso, con ancora note di marmellata di frutta e di croissant ultra-burroso. Molta vaniglia. Una nota vinosa piena, robusta, molto persistente; insistono poi note maltose dal distillato, e sicuramente i sentori di cereale sono ben fusi all’interno di questo universo di dolcezza – cosa non scontata con il Porto.

F: lungo, persistente, ancora molto dolce, richiudendosi con la frutta secca e un po’ di malto.

Chiariamoci subito: dolce, è dolce. E però nel complesso ci appare migliore della media dei finish in Porto, con i barili certamente presenti ma senza essere del tutto prevaricanti sugli aromi del distillato. Equilibrato, dunque, e piacevole: 86/100, anche se certo non costa poco…

Sottofondo musicale consigliato: Masayoshi Takanaka – Sexy Dance.

Glencadam 10 yo (2016, OB, 46%)

Malgrado questo blog veleggi sereno verso il suo ormai sesto compleanno, ancora non abbiamo mappato tutte le distillerie di Scozia: tra le ormai poche mancanti spicca Glencadam, dalle Highlands, celebre ai nostri stolti occhi per almeno due ragioni. La prima è che l’etichetta sembra essere stata catapultata direttamente dagli anni ’90, ma a noi checcefrega, ci importa quel che c’è dietro; la seconda è che pare che Jim McEwan sostenga spesso pubblicamente che Glencadam è uno dei suoi whisky preferiti, e insomma, di Jim c’è da fidarsi, o no? Oggi assaggiamo il 10 anni, versione base del core range, imbottigliato a 46%. Il colore è paglierino chiaro.

61ce9GWW6vL._SY445_N: nella sua limpidezza e delicatezza offre un buon compendio di ciò che un whisky ‘entry level’ di questa natura dovrebbe avere. Abbiamo una bella frutta gialla (banane, pere e mele mature), una vaniglia non ostentata e molto, molto cereale fresco. Completano una certa dose di acidità (vino bianco) e un pugnetto di lieviti. Floreale qua e là, per gli amanti delle lepidezze.

P: semplice ma di bella presenza. Come al naso offre piacevolezze sparse tra vaniglia e frutta gialla a piacere (succo di mela e pera), oltre a sentori vegetali in aumento: c’è infatti ancora tanto malto e qualcosa di simile all’anice, insomma vagamente speziato; Serge con la solita condivisibile saggezza parla di finocchietto. La gradazione a 46% poi dona una certa persistenza e pienezza a tutto l’insieme.

F: pulito e di media lunghezza. Pane caldo con una bella marmellatina di frutta gialla.

Come scrive Serge nella recensione che abbiamo linkato sopra, si tratta di un malto fondamentalmente onesto: sa di distillato, puro e semplice, buono e saporito, maltoso e vegetale, con una dolcezza fruttata molto sobria ed elegante. 84/100 è il giusto voto, secondo noi, per un ottimo “whisky che sa di whisky” e che costa francamente il giusto, attorno alla quarantina di euro. Brava Glencadam.

Sottofondo musicale consigliato: The 3rd and the Mortal – So pure.