Botti da orbi – Non si esce vivi dagli anni ’80 @ Winetip Milano

Ok, ci sono sempre più turisti dal Qatar o dall’Ontario in coda al Cenacolo. Benissimo, fiorisce l’industria del design e le vendite degli sgabelli in plexiglass vanno alla grande. Che gioia, un palazzo coperto da una giungla di begonie è stato eletto grattacielo più fico del mondo. Tutto da brividi. Però quel che davvero fa di Milano l’ombelico della piacevolezza è che in certi periodi dell’anno puoi inciampare in una degustazione di distillati praticamente ogni sera. Un plus di qualità della vita che – capite bene – fa sembrare il Pil pro-capite come un dettaglio trascurabile.
IMG_0377Nel nutrito arsenale di tentazioni che mettono alla prova i proverbialmente ascetici milanesi, verso la fine di novembre, è spuntata una serata dal titolo fantasy: “Whisky fantastici e dove trovarli”. Appuntamento nel Castello di Hogwarts alias la sede di via Morbelli di Winetip, rivenditore di vini con la bellezza di 3mila etichette e 80mila bottiglie. A fare gli onori di casa un Harry Potter più buongustaio, ovvero Martial Hernandez, l’uomo che ha trasformato l’azienda in punto di riferimento anche per i distillati. Nei bicchieri, cinque whisky distillati o imbottigliati fra la fine degli anni ’70 e inizio ’80. Praticamente un revival della Disco music in chiave di malto.

Martial è un francese del sud di origine spagnola che – nella sua lunga carriera di sommelier e maitre di sala – è finito in Italia e ci si è trovato a suo agio come un’ostrica in Bretagna. Tant’è che ha messo su famiglia e ormai da anni cerca, compra e rivende spiriti, un mestiere che se la gioca con il guardiano degli atolli come lavoro più bello del mondo. Girovagando per cantine, aste online e mercato parallelo, ha messo su un plotone di bottiglie mica male e vale la pena andare a dare un’occhiata (anche nel magazzino del tesoro…) per farsi un’idea di cosa si può trovare da lui.
Ad ogni modo, il gaudente Martial ha pensato che nell’accogliente cantina di Winetip un ciclo di degustazioni ci sarebbe stato a pennello. Così si è inventato un format unico nel suo genere, a suo modo geniale come l’acqua calda (o come il cognac, va…): bere i whisky mentre si sbranano formaggi erborinati, petto d’anatra affumicato, speck e altre godurie palatali. Come dite, così le note degustative vengono compromesse? Ma scusate, voi Beethoven lo ascoltate cercando di decifrare le semi-tone? Al mare in Sardegna vi tuffate per ponderare la salinità dell’acqua? No, lo fate perché vi rilassa e vi piace. E allora zitti e mosca: Stilton, cioccolato fondente, uno champagnino 100% Meunier e poche pippe mentali, si salpa.

glenlivet-unblended-12yo-75cl-43-seagram-import_IM175483Glenlivet 12 yo Seagram Italia (inizio anni ’80, OB, 43%)

O tempora o mores, uno Speysider d’antan che Seagram importava in Italia proprio mentre in tv trionfava il Drive In. Ha un naso da Tempo delle Mele: non perché sappia di strudel, ma perché è un inno alla dolcezza: un sac-à-poche di crema nelle narici, i cannoncini di Panarello, brioche all’albicocca. La frutta esulta come Tardelli al Mundial ’82: mela gialla, banana, ananas. Spuntano anche un tocco floreale di zagara, della cera figlia del tempo e un’impressionante aria di pandoro. Che però in bocca imita la carrozza di Cenerentola e ritorna zucca. La cremosità si dissolve come il trucco pesante dopo una notte a ballare, rimane un palato secco, giocato fra mandorla, arancia essiccata e pepe bianco. Emerge tutto il cereale, ma in un senso un po’ cheap, come di vodka. Ok, bestemmia torna indietro: come di vodka, ma buona. Totalmente bifronte, sembra un caso da manuale per spiegare l’assoluto e arbitrario strapotere del tempo sul malto: può amplificarne la frutta e la cera e il naso assurge in Paradiso; ma può anche dichiarare il liberi tutti e precipitare il palato in purgatorio. La media è un 83/100.

216572-bigLinkwood 10 yo “On the road serie” (1984/1995, Signatory vintage per Velier, 40%)

Nel 1995 la Velier – storico marchio di importatori genovesi – lanciò la serie “On the road”: 4 single cask di Signatory realizzati in 1.200 esemplari con etichette firmate dallo scenografo e illustratore Emanuele Luzzati. A noi tocca in sorte un bel Linkwood.
La differenza di naso rispetto al Glenlivet è netta, come passare da un Mirò a un Morandi (non Gianni). Il primo impatto è molto oleoso e delicato e nessuno si azzardi a dire che è colpa del petto d’anatra, che qui si è veri professionisti e ci si sfascia di mangime sì, ma con juicio. No, è che il naso è proprio recalcitrante, ha bisogno di tempo per superare la timidezza. Pian piano, come palla di neve che si fa valanga, guadagna vivacità sul lato fruttato e vira sull’esotico. Dall’albicocca e dalla mela (tanta!) passa a un mango frizzantino. Da qualche parte un filo di fumo, ma stavolta forse la suggestione è davvero colpa dello speck. Al palato paga un po’ dazio al grado loffio, ma sembra subito un capolavoro di equilibrismo che al confronto Roberto Bolle è un ubriaco sciancato: elegante, abbina malto dolce a una piacevole nota di arachide tostata che fa salivare. Di nuovo un filo di fumo, il legno c’è e parla la lingua del pepe. Succo di pompelmo e miele di acacia riassumono il bilanciamento che perdura nel finale, dove fa capolino un tocco sapido. Somiglia al “Nome della Rosa”, si può leggere come si vuole e resta sempre piacevole: sia come malto di grande bevibilità levigato e rotondo, sia come single cask ben sfaccettato e arricchito dall’esperienza. 87/100.

pdt__macallan_12yo_43__70cl_giovinetti_imp_6736_1Macallan 12 yo Giovinetti (anni ’80, OB, 43%)

Coup de théatre al cospetto del più atteso ospite di vetro della serata: chi sa dire se questa bottiglia è vera? Macallan Giovinetti di inizio anni ’80, fratello maggiore del famoso 7 anni creato per il mercato italiano. Però qualcosa all’ispettore Martial non tornava, quando gli era stata proposta. La bottiglia è sicuramente Macallan, l’etichetta probabilmente: ma siamo sicuri che sia proprio un 12 anni? Nel brusio degli astanti parte il consulto globale, ma l’unica voce che si alza competente è quella di Giorgio D’Ambrosio, che di Macallan ne ha maneggiato un esercito. E l’uomo dal Bar Metro ha detto sì: etichetta valida come il gol di Muntari, è la carta Fabriano che Macallan ha sempre usato. L’è Macallan. E l’è anca bùn.
Sticky toffee pudding appena avvicini le narici, ad aprire un bouquet compatto e tipico del tempo: fichi secchi, cioccolato al latte, marmellata di prugne e lamponi. La frutta è ponderosa e appiccicosa, datteri e pesche al forno, anche ciliegie sotto spirito. Pian piano dallo strato emergono resti di un naso più composito, come vestigia ben conservate: scatola del tabacco, poutpourri e crema di marroni a cucchiaiate. In bocca rimane la stessa sensazione di marmellata (di fichi) che dilaga e impasta tutto. Rispetto al naso il cioccolato si fa fondente, la frutta vira al tropicale maturo e compaiono delle note speziate/erbacee di cumino e rosmarino, seguite da un tocco acido di chinotto. Pienissimo e intenso, sciabola un finale lungo di crostata ai frutti rossi bruciata con un po’ di zenzero. Si dice che i vecchi Macallan siano un po’ tutti uguali. Di sicuro sono (quasi) tutti buoni e questo non fa eccezione. La capacità di avvolgere e colare su tutto è spia del fatto che qui dentro qualche barile vecchiotto c’era. E la magnifica sensazione di avere la bocca praticamente drageé di Macallan non è per nulla brutta. 90/100

IMG_0476_1Orkney 11 yo – Fragments of Scotland serie (1977/1988, Samaroli, 50%)

Samaroli e Highland Park sono tre parole che nella stessa frase scatenano il demone, come i versi al contrario nelle canzoni dei Black Sabbath. Formalmente la distilleria non è dichiarata, ma questa bottiglia rappresenta le Isole Orcadi nella serie di imbottigliamenti di Duthie dedicata da Samaroli nel 1988 ai “Frammenti di Scozia”, e dato che nell’arcipelago le distillerie sono due, gli avventori come Fantozzi furono colti da un leggerissimo sospetto… Così, mentre il distillato si ossigena, per un attimo ci si ferma a pensare all’essenza di questa serata: bottiglie nate per essere di largo consumo quando i calciatori avevano ancora i numeri dall’1 all’11 e c’erano in tv i cartoni dei Masters, che ora sono gioielli perduti, roba che in asta va a centinaia di euro.
Superato il momento malinconico per la clessidra delle nostre esistenze che si svuota inesorabile, torniamo concentrati sul whisky. L’impatto è bello sporchino, originalissimo. Cheddar affumicato, qualcosa di umido tra il fieno e il cordame bagnato. Ha un carattere forte, forse divisivo, ma sa quel che vuol dire. C’è del cuoio, magari bagnato anch’esso, e una vivace pennellata di carrube, sotto cui sta quieto un mare di malto e miele d’erica. Il carattere diventa esuberanza in bocca: una bomba a orologeria masticabile, ancora centrata su carrube e cioccolato fondente. La torba c’è pur senza essere contundente, ben sposata a miele di castagno e una intensa cera di quelle mineraline. In cauda salis, trade mark delle distillerie isolane che permane nel finale, mirabile, tra cola e Lindt fondente. Maleducato e cafone come il punk, ma quanta determinazione e quanta maestria in questo whisky di nerboruta tracotanza. 91/100.

69446-bigGlen Mhor 10 yo (1978, Intertrade, 65.3%)

Con il marchio Intertrade, fondato nel 1984, Nadi Fiori diede forma alla sua lunga amicizia con George Urquhart, patron di Gordon & MacPhail. E mai connubio fu più dilettevole per gli appassionati, dato che da quel momento gli italiani iniziarono a trovare in ristoranti ed enoteche di classe dei single malt praticamente sconosciuti fino a quel momento e non di rado imbottigliati a grado pieno, pienissimo, praticamente a livelli di supernova interstellare. Esattamente il caso di questo Glen Mhor, un titano da 65 gradi.
Sono pochi i whisky di questa distilleria disponibili in giro a prezzi umani, quindi la platea si fa silenziosa e curiosa per cercare di coglierne il carattere. Salvo accorgersi subito che è un bel rompicapo.
Assaggiato in batteria, nelle gozzoviglie, pareva che l’alcol funzionasse come quelle maschere con occhiali e baffi finti che travisano i connotati, come metterebbero a verbale gli appuntati dei carabinieri. Al naso, inizialmente, non si va oltre un senso di frutta (mele verdi, ananas, limone), vaniglia e salvia. Al netto di un tocco pungente quasi da sottaceto, non è aggressivo, non è napalm nelle narici. Ci si aspettava addirittura qualcosa di più violento, ma resta il fatto che è quasi soffocato. Sicché il saggio assaggiatore usa il vecchio trucchetto del “metti in sample e porta a casa”. E fa la cosa giusta, perché riprovato con calma e  (molto) tempo, beh, ha il suo perché.
A quelli che sanno aspettare, come dice la pubblicità della Guinness, squaderna una ricchezza minerale da propoli vecchio stile, con una nota “off” ma intrigante di rame e (pare incredibile) salsa di acciughe accennata. Il tutto prima di un’esplosione di pandoro e crema. Altro che diesel, è una littorina a carbone, prende velocità dopo decine di km, ma poi non la fermi più. Ah, giusto per restare in tema littorina: il bicchiere vuoto sussurra qualcosa di torbatino.
Anche in bocca l’alcol fa un po’ l’hooligan in un negozio di pizzi e merletti. Nocciole tostate, cereale e un sincero apporto di legno caldo. Miele e malto e una cremosità che con una gradazione umana sarebbe ancor più avvolgente. L’acqua lo migliora, aumentando il senso di burro sciolto e miele, ma estrae anche un’acidità curiosa, succo di limone in cui è caduta accidentalmente della cenere. E una mentina, toh. Finale tra crema di vaniglia, miele di eucalipto e frizzante zenzero candito (dopo l’aggiunta di acqua).
Philip Hills lo ha definito a “truly great postprandial whisky” e di sicuro ha doti eupeptiche non comuni. Però la sensazione è che questo Tyrannosaurus Rex abbia un potenziale ancor superiore e che la bardatura di alcol eccessiva lo limiti un po’ nello slancio. Tra parentesi, c’è da chiedere perdono per la lunghezza, ma davvero va sul podio dei whisky più difficili da decifrare: 86/100, media fra gli 84 iniziali e l’88 potenziale.

Glenlivet 15 yo single cask (2018, OB, 58,6%)

Pronto a sbocciare senza pietà

Non capita spesso che la distilleria con la più alta produzione annua di whisky di malto scozzese decida di scegliere ed elevare a imbottigliamento ufficiale un singolo barile dalle sterminate wharehouse che custodiscono whisky di ogni età. Quando succede, circa tre/quattro volte all’anno, consideriamo davvero sciocco non cercarne un assaggio con tutti i mezzi che il nostro ordinamento giuridico ci consente. Ovviamente non sempre ci si riesce, perché stiamo parlando di qualche centinaio di bottiglie distribuite in tutto il mondo e va da sé che la quota spettante al nostro Paese sia limitata a una manciata di esemplari, ma c’è un ma: ultimamente l’international brand ambassador del gruppo Chivas, Ken Linsday, si è fatto un bel giretto in Italia, partecipando al Bar Show di Roma e a degustazioni su Napoli e Milano. E così per festeggiare l’evento ha stappato senza pietà alcune bottiglie di questa rarità: a noi è toccato in sorte lo sherry butt numero 54310, che ha amorevolmente custodito il whisky di Glenlivet per 15 anni.

the-glenlivet-single-cask-15yo-2018N: uno sherry monster fatto e finito, poche ciance – e senza alcol. Subito diciamo “sa di Boero”, cioccolatoso e anche con un che di sour. C’è tutta la schiera di soldatini da sherry: cioccolato fondente, ciliegie sotto spirito, uvetta, frutta di Martorana (marzapane), tamarindo, cola… Vecchio mobile odoroso, di legno scuro, magari appena lucidato. Con acqua, ecco cuoio e un po’ di tabacco.

P: esplosivo, esagerato e – a grado pieno – un po’ allappante. Alcolico è alcolico, anche se non contundente. Allappa come il cioccolato al 97%… Molto coerente, tutto quel che avete letto al naso, poi con chiodi di garofano, spezie del legno. Super succoso, lamponi e ciliegie. L’acqua lo rende un po’ balsamico. Marmellata secca.

F: cioccolato fondente, legno speziato, noce moscata e chiodi di garofano. Torna la succosità di marmellata di frutti rossi.

The Glenlivet si è guadagnato negli anni la fama di whisky di grande eleganza, ma anche dalla spiccata personalità, peraltro cangiante: carattere fresco e agrumato con invecchiamenti brevi, tropicale e profondo per whisky maggiorenni e più. C’è chi dice che il 18 anni – precisamente l’uomo sullo sfondo nella foto all’inizio di questa pagina – sia uno dei migliori whisky in circolazione in quanto a rapporto piacevolezza/prezzo. Questo single cask pure regalerà pacchi di piacevolezza, ma distanziandosi non poco dai due stili tipici di Glenlivet. Qui siamo di fronte a un ottimo barile di sherry che ha sfogato tutto il suo tumultuoso talento sul distillato e si è preso tutta la scena. E noi sfideremmo chiunque non diciamo a dire si tratta di Glenlivet alla cieca, ma anche solo a inserirlo in una rosa di dieci possibili distillerie. Detto ciò, siccome noi votiamo le emozioni e non le nozioni, beh il voto è di quelli importanti: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Zella Day –  Seven Nation Army

Glenlivet 10 yo ‘Collective’ (2007/2018, The Artist, 48%)

gli alambicchi responsabili di questo whisky

Uno degli aspetti più affascinanti del mondo Scotch è la complessità delle relazioni tra le distillerie, degli intrecci tra gruppi e personaggi – complessità se vogliamo speculare a quella del whisky come distillato. Botti, persone, addirittura pezzi di distillerie circolano per la Scozia spesso grazie a un’amicizia, a una qualche istanza commerciale magari risalente a qualche decennio fa. Da appassionati è una caccia al tesoro risalire alla fonte storica di un sentore, rintracciare un destino lontano nascosto in una frase nel retroetichetta. Un esempio curioso arriva dai permessi (o dai dinieghi) che gli indie bottler ricevono sulla possibilità di indicare in etichetta il nome della distilleria da cui hanno acquistato il barile. Da anni Glenlivet ha una politica molto restrittiva in questo senso, ma oggi assaggiamo due barili selezionati e sposati da La Maison du Whisky nella serie Collective The Artist, e – sorpresa! – ecco apparire la distilleria “valle del fiume Livet” sulla bottiglia. A cosa si deve il privilegio di far riferimento a una delle distillerie più longeve e vendute di Scozia? Certo non lo sappiamo noi, chiedetelo a Lmdw oppure smarritevi nella complessità proteiforme di poco fa, ché noi abbiam da bere…

N: molto interessante, ci aspettavamo un ruffianone e invece no. C’è subito un agrume netto, che potrebbe essere arancia o mandarino; facciamo mandarancio e la chiudiamo così. Una punta metallica, che ricorda il profumo delle sale degli alambicchi, poi note erbacee, da distillato, cereali caldi. Fiammatine fruttate qui e là, soprattutto di mela (chips di mele). Decise note acetiche, aceto di mele?

P: ottimo corpo, molto grasso e masticabile. Ancora agrumato, con mele rosse, chips di mele, toffee. Colpisce, soprattutto con un pelino d’acqua, una nota sulfurea inattesa (zolfo, proprio, cerino). Ancora cereali, un sacco di carruba.

F: abbastanza lungo, tutto su toffee, frutta secca e cereali.

Nella miriade di combinazioni possibili di cui si parlava in ingresso capita anche di assaggiare una delle distillerie più blasonate al mondo selezionata da uno dei whisky shop più famosi e capaci al mondo e di rimanere contenti a metà. Questo Glenlivet francamente non ci ha entusiasmato, il naso non ci convince, mentre il palato regala degli spunti, ma quella nota sulfurea rimane lì più come un punto interrogativo che non come un tratto del carattere. Complessivamente resta un buon whisky, per carità, ma noi ci fermiamo a 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tredici Pietro feat Madame – Farabutto.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 11

Il “Calendario Avventato” al giorno n.11 ci regala Glenlivet 15 yo. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #11

Appoggi il naso sul bicchiere una prima volta ed è già amore. Da subito infatti si nota un velo minerale, delicato eppure molto presente, che ricorda la roccia bagnata e la terra umida. Tutto qui? Nemmeno per sogno, perché suadenti sono le note di crema pasticcera e vaniglia, di pastel de nata portoghese e cioccolato bianco. E poi frutta gialla matura e legno massello profumato. Al palato per fortuna è un mostro di continuità: stessa nota minerale in ingresso, ben integrata con sensazioni di crema pasticcera e cioccolato bianco. La frutta prende il volo, tra mela gialla, melone e frutti tropicali. Il corpo pare solido, c’è tanta intensità e tutti i lati si riverberano in un finale lungo, che lascia la bocca pastosa e ben ingrassata, tra un tocco elegante di legno, chiodi di garofano e una crema dolcesalata.

Proprio perché amiamo farci del male, azzardiamo che possa trattarsi di un whisky d’età medio-alta, sui 18 anni. Ci piace una certa complessità raggiunta e l’equilibrio tra le parti in causa, il fruttato, il cremoso e un qualcosa di inerte, molto elegante. Pur a grado quasi sicuramente ridotto, c’è ricchezza ed edonismo da vendere. Il pollice è in alto: 87/100.

Give ‘n’ Tell 25 yo (1992/2018, Spirit Still, 51,4%)

Give ‘n’ Tell è l’anagramma di… Glenlivet! Trattasi del secondo single malt più venduto al mondo, occupando (i dati sono del 2016) un 11% delle vendite globali. In linea con gli altri due brand sul podio, Glenfiddich e Macallan, anche Glenlivet ha avviato un processo di rinnovamento che la porterà entro l’anno venturo a raddoppiare la produzione, arrivando così a produrre la mostruosità di 22 milioni di litri annui. Lasciamo ad altri momenti la considerazione sulla sostenibilità sul lungo termine di una simile operazione, e pure quella sulla ciclicità della Storia – adesso concentriamoci sul bicchiere che abbiamo davanti! Si tratta di un single cask di Glenlivet imbottigliato da Spirit Still, 25 anni di maturazione in un barile ex-bourbon, gradazione piena – siamo molto felici di assaggiarlo, dato che Glenlivet di solito non vende barili a terzi e gli indie sono molto rari.

N: un esempio cristallino della rotondità e della pulizia fatte whisky, un tripudio di speysideness. Fruttatissimo e marmellatoso, tra mela gialla, pesca ed albicocca; succo d’arancia, arancia bella matura, pronta da spremere. Col tempo diventa sempre più tendente al tropicale. Ecco poi la teoria di sentori da botte bourbon: vaniglia, marzapane, cioccolato bianco. Pastafrolla, crema, un pasticcino alla frutta. Si sente un che di oleoso veramente piacevole e promettente per il palato…

P: esplode sulle papille, travolgendole con uno tsunami tropicale di rara intensità: solo questa prima botta di sapore merita il prezzo del biglietto. Pesca, maracuja e ananas maturo, poi cocco dal barile. Lychees. Avete presente il succo tropicale? Ecco. Vaniglia, certo. Grasso, pieno ed oleoso. Biscotto al burro Walkers. Sempre più cremoso, man mano vira verso il pasticcino alla frutta (pastafrolla e crema ancora). Un che di vagamente maltoso e tanta arancia, intensa.

F: persistente, lungo, intensissimo. Frutta tropicale e buccia d’arancia sgagnata, dura fino a dopodomani. Delizioso. Caramella alla violetta, ma in senso positivo… A bicchiere vuoto, una nota erbacea che già baluginava tra le fasi precedenti.

Eccellente: 92/100. Moderno sicuramente, con tanto barile, ma senza un vero difetto che sia uno – e con una intensità tropicale e fruttata veramente esplosiva. Ah, Glenlivet, perché non tornare a invecchiamenti alti e a gradi pieni? Perché ti distrai espandendo la produzione. Concentrati su quel che hai, che diamine! Una postilla: costa 125 sterline, meno della metà del XXV anni ufficiale, imbottigliato a 43%…

Sottofondo musicale consigliato: Nu Guinea – Ddoje Facce.

Glenlivet 18 yo s.c. edition (1996/2014, OB, ‘Tombreckachie’, 54,4%)

Glenlivet ha di recente ampliato l’offerta di imbottigliamenti ufficiali con una serie di single casks che, naturalmente, dovrebbero mostrare la vera anima della distilleria in tutte le sue cangianti varietà. Oggi assaggiamo la bottiglia che circola nel mercato italiano, presentata dal bomberissimo Andrea Gasparri allo scorso festival romano e, forse, in vetrina anche nell’ormai imminente Whisky Day milanese. Si tratta di ‘Tombreckachie’, diciottenne ex-bourbon che deve il suo nome impronunciabile da una fattoria vicina alla distilleria; imbottigliata a grado pieno.

TombreckachieN: un bel Glenlivet fruttato: pera, mela dolce, albicocca… Il tutto infagottato in quelle sfoglie burrose, con lo zucchero bruciacchiato ‘in coppa’. Frutta cotta e vaniglia, con perfino delle invenzioni tropicali. Mandorle, un velo di marzapane… Il complesso è molto ‘paludato’, composto, senza eccessi stucchevoli di botte. Forse una scorzetta d’arancia fa capolino.

P: bello espressivo anche a gradazione elevata. In realtà è un dram molto ‘classico’; è più dolce che maltoso, per intenderci ricorda più una crostata alla frutta che non fette biscottate. Nel complesso le suggestioni sono le medesime che al naso, tra una bella frutta gialla cotta / matura, le crostate, poi vaniglia e zucchero (cocco?).

F: abbastanza lungo e intenso, giocato su frutta secca (nocciola), pastafrolla e mele dolci.

Apprezziamo sempre quando le distillerie decidono di mettere in commercio dei single cask; nel caso di questo Glenlivet registriamo un dram molto ‘classico’, piuttosto standard, che – pur nell’ottima qualità complessiva – non aggiunge molto all’immagine della distilleria; anzi, a dirla tutta di solito da Glenlivet siamo abituati ad aspettarci qualcosa di più, soprattutto sul lato dell’intensità della frutta (certi Glenlivet tropicalissimi ci fanno ancora girar la testa…). Per questa ragione, il nostro giudizio numerico non supererà 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stevie Wonder – Sir Duke, auguri.

Glenlivet Alpha (2013, OB, NAS, 50%)

Lo scorso anno Glenlivet ha provato a stupire il pubblico mettendo sul mercato l’edizione limitata “Alpha”, senza rivelarne né età né invecchiamento, tenendolo in una bottiglia nera così che il colore non potesse dare indicazioni – secondo il Master Distiller Alan Winchester, la ragione stava nel desiderio di stimolare il più possibile l’esperienza sensoriale, senza lasciare spazio a pregiudizi. La bottiglia costava tanto (circa 120 euro), per essere un whisky di cui nulla si sapeva, e l’operazione aveva scatenato non poche polemiche, peraltro non del tutto ingiustificate; sta di fatto che in fretta la bottiglia è finita praticamente sold out, anche se per ora non sta guadagnando troppo valore. Qualche mese dopo, è stato svelato l’arcano: whisky invecchiato in botti di whisky, presumibilmente Glenlivet. Noi lo sappiamo, e quindi ci godiamo i nostri nuovi pregiudizi e iniziamo a valutarlo, a partire dal colore: paglierino.

Glenlivet-Alpha-bigN: zuccherino e cremoso, bello fruttato. Suggestione di gelato alla banana, ma anche crema pasticciera, frutta (banana pera pesche bianche), con qualche intuizione tropicale. Pulito come pochi, davvero protagonista il malto; suggestioni di assi di legno. Cocco e vaniglia. Ha il pregio di essere Glenlivet, e quindi pur se semplice riesce a essere pulito e fruttato con buona intensità. Dopo averlo assaggiato, notiamo anche una nota agrumata.

P: una trafila di stranezze, a partire da una dolcezza molto marcata e tuttavia non fruttata come ci saremmo attesi, né d’altro canto perdura la cremosità del naso. Si sente molto un malto zuccherino ancora imberbe, abbastanza alcolico ma ben retto da un corpo ben masticabile. Sa di… whisky! Un filo di cocco, poi legno, frutta secca, tra nocciola e mandorle. Con acqua, il palato si sfarina sul legno con note mentolate.

F: pulito, non lunghissimo, con frutta secca in deciso aumento.

Se non avessimo saputo la ricetta, avremmo parlato di un invecchiamento ex-bourbon carico e poco variegato, molto basato sul malto; sapendo che si tratta di botti probabilmente vergini condizionate in scotch, cogliamo suggestioni di “whisky alla seconda”, con i pregi di Glenlivet in bella mostra (frutta e pulizia). Di buona intensità, e però francamente di qualità complessiva niente più che media – 84/100 è il voto.

Sottofondo musicale consigliato: Micheal Jackson – Billie Jean.

Glenlivet 1983/2003 ‘Cellar Collection’ (OB, 46%)

La serie “Cellar Collection”di Glenlivet , nata nel 2001, prevede imbottigliamenti di qualità generalmente molto alta: nella nostra mente rimane impresso molto nitidamente quel Cellar del ’72 assaggiato al Milano Whisky Festival del 2012, una piccola gemma, un tripudio di ‘glenlivetismo’. Oggi assaggiamo il più giovane malto entrato a far parte della serie, ovvero un vent’anni (1983/2003) caratterizzato da un invecchiamento peculiare: parte sherry e parte bourbon, il tutto miscelato e maturato per tre anni in botti di legno francese (french limousine oak). Come sarà il risultato?

11839N: spicca subito l’anima della distilleria, con intense note tropicali e di albicocca; spumeggianti si rivelano anche suggestioni latamente fruttate, diciamo di confetture varie (fragola pare dominante). Nel complesso è molto ‘odoroso’, molto aromatico, se pure non di grande complessità: c’è la cara vaniglia, ci sono sfumature di noccioline (in generale, frutta secca in abbondanza); dopo un po’ siamo cullati da una crema al limone molto gradevole. Il tutto è come racchiuso da un costante profumo di legno umido, impregnato di whisky, insomma: di warehouse.

P: molto più dolce e cremoso, e molto più smaccatamente tale: prevalgono sentori di caramello, di vaniglia, di cioccolato bianco. Poi, ancora confetture varie (diremmo albicocca, che ritorna anche come albicocca disidratata); gli manca un po’ di grip a livello di corpo, forse, chissà a cosa si deve la scelta di una gradazione così bassa (quasi tutti gli altri Cellar sono imbottigliati cask strength, se pure – talora – il tempo è intervenuto a levigare). Frutta gialla, mandorla.

F: molto discreto e maltoso. Brioche con confettura d’albicocca, frutta secca.

Stereotypical Glenlivet, diremmo, senza grande presa però; non ci ha rubato il cuore, altre espressioni sono decisamente più intriganti (basti pensare all’incetta di premi fatta all’ultimo Milano Whisky Festival…). Il terzo legno francese non aggiunge né rovina, pare, e il risultato è a nostro giudizio un buon whisky che però non sboccia mai. 85/100 è il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: Paris ComboFibre de Verre.

Glenlivet XXV (OB, 43%)

Anche quest’anno la Pernod Ricard, rappresentata dal Brand Ambassador Andrea Gasparri, proporrà una masterclass durante il novembrino Milano Whisky Festival. Il parterre è davvero di tutto rispetto, con quattro imbottigliamenti ‘distillery only’ e due Glenlivet ufficiali, l’ormai irraggiungibile ‘Cellar’ e l’ultimo nato ‘Alpha’. Il consiglio, complice il prezzo veramente risibile della degustazione, è di non farsi sfuggire i biglietti rimasti, così come noi l’anno scorso non abbiamo mancato di partecipare all’evento Pernod Ricard del Festival. E proprio di quel piovoso giorno rinvanghiamo oggi il ricordo gradevole ma sbiadito di questo Glenlivet XXV, l’imbottigliamento ufficiale più anziano oggi nel core range della distilleria, ottenuto dal vatting di malto “finito” per un paio di anni in botti ex sherry Oloroso.

scotchtprN: come ci aspettavamo, c’è fin da subito un gran bailamme di frutta, bello compatto ma comunque variopinto (fragola, pesche gialle, un che di tropicale- ananas?- uvetta e prugne secche). Con anche una spruzzatina di arancia. Spicca poi una grande burrosità e maltosità; la suggestione è la solita brioche, ma anche il caffèlatte zuccherato, impasto per torte e zucchero bruciato. Questo whisky ci pare bello rotondo, elegante, cesellato. Conserva inoltre una sua freschezza, una lievità già percepita in altri Glenlivet pur attingendo alla grande anche da quanto il legno di botte aveva da offrire: incantevole il profumo di warehouse che rimane incollato al bicchiere.

P: complice forse la gradazione il corpo risulta leggermente penalizzato. Si confermano comunque una certa cremosità e una dolcezza levigata, tutta basata quest’ultima su sentori fruttati: ancora pesca gialla, albicocca, ancora note tropicali e uvetta. Al robusto apporto del malto si aggiungono qui nocciola e liquirizia. La legnosità diventa via via sempre più importante, senza però eccedere. Molto equilibrato, dunque.

F: gradevole, delicato e abbastanza lungo. Il quartetto è frutta, malto, legno e nocciola.

Siete amanti di whisky dai sapori delicati, sapientemente dosati per offrire un mix equilibrato di malto, legno e frutta? Sì? Beh, questo è il vostro whisky, non troppo impegnativo e con cui tuttavia è possibile giocare a lungo, viste le tante suggestioni (soprattutto olfattive) a cui può dare adito. Tutto molto appropriato, dunque, a parte il fatto che vi servirà un portafoglio altrettanto raffinato per portarne a casa una bottiglia; il prezzo infatti non è proprio popolare, ben oltre i 200 euro. Noi passiamo la mano e ci limitiamo ad appiccicarci sopra un numerino: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: il contesto ideale per questo Glenlivet Franco Battiato Summer on a solitary beach

Glenlivet 36 yo (1975/2012, Wilson & Morgan, 58,3%)

Dopo un paio di giorni sulle Orcadi presso Highland Park, riscendiamo giù giù per le Highlands fino ad arrivare nel cuore dello Speyside, a Ballindaloch: qui ecco stagliarsi Glenlivet, una delle distillerie più grandi di Scozia, con 10 milioni e passa di litri di whisky distillato ogni anno, e uno dei marchi di single malt più conosciuti al mondo, lottando costantemente con Macallan per guadagnarsi la medaglia d’argento nelle vendite mondiali (l’oro è sempre sul petto di Glenfiddich). Oggi assaggiamo, per la nostra rubrica Italians do it better, un Glenlivet del 1975 scelto da Wilson & Morgan e imbottigliato l’anno scorso (se non andiamo errati, il cask ex-sherry è il #5748). Il colore è ambrato.

30794N: attacca rivelandosi levigato e gentile. Certo non ci sono note ‘polverose’ e sporche (forse una traccia di minestrone?, che però scompare in fretta), come talvolta accade con questi invecchiamenti; anzi, è piuttosto zuccherino e agile: spiccano immediatamente cioccolato al latte, arancia candita, punte fruttate quasi tropicali (e mele rosse). Il legno si sente, in ogni caso, unitamente a note di erbe aromatiche molto gradevoli (di nuovo, ci ricorda un po’ dei vermouth). Frutti rossi moderati, assieme a una poderosa marmellata di fichi; capperi? Splendide note di uvetta, di zuppa inglese… Complesso e difficile da sezionare; molto invitante e intenso, comunque, è uno di quei malti che potresti stare ad annusare per ore…

P: l’alcol praticamente non si sente; attacco deciso e gradevolissimo sui frutti rossi, poi subito si integra con frutta matura e un che di cremoso (gelato agli agrumi, note tropicali, papaya!, ananas!); canditi, persino qualche nota vanigliata. C’è poi il malto, che regala suggestioni di brioche all’albicocca veramente piacevoli. Tante erbe aromatiche (genziana?) con un legno delizioso: verso la fine, soprattutto, rivela tracce di pepe e di zenzero candito, che accompagnano un finish…

F: …bello piccantino, lungo e fruttato (marmellata). Il legno si sente, allappa un po’, ma piacevolmente; ancora note erbacee (erba secca, vermouth, genziana).

Il giudizio complessivo non può che essere molto positivo: è un whisky arduo da sezionare, perché è compatto, e soprattutto al palato affianca con eguale intensità suggestioni che paiono continuamente differenti – e sempre molto buone. In definitiva, ci è piaciuto molto, e non possiamo che consigliare l’assaggio di un malto che ben rappresenta uno Speyside di ‘mezza età’, elegante e raffinato: il nostro giudizio sarà di 91/100, complimenti a Fabio Rossi e Luca Chichizola per la selezione.

Sottofondo musicale consigliato: Depeche ModeHome, e lo sappiamo che è una ruffianata…