Orkney 17 yo (2000/2017, North Star, 55,2%)

Una delle poche gioie che questi tempi oscuri e tetri regalano a noialtri peones dell’acquavite di cereali sono i frequenti Highland Park ‘nascosti’: HP non concede a cuor leggero agli imbottigliatori indipendenti la possibilità di dichiarare il nome sull’etichetta, e così bisogna arrangiarsi con nomi esotici. In questo caso, lo sforzo fatto da North Star è stato minimo, ma bisogna riconoscergli un certo gusto per il didascalico, che tutto sommato ci piace: Orkney, punto e basta. 17 anni di invecchiamento, di cui una quota incerta in un barile ex-Pedro Ximenez, varietà di sherry molto dolce – come sapete, d’altro canto.

N: molto aperto, inalcolico anche se a oltre 55%. Pungentino, le prime note che colpiscono sono di inchiostro (Angelo, che è un tipo preciso, riconosce anche la marca: Pelikan, possibilmente di colore rosso) e lievemente sulfuree, anche se svaniscono entrambe un po’ in fretta. Per il resto, il PX tende a prendere un po’ di scena, il lato costiero resta timido ma presente. Note di mele, confettura di pesche, cannella. Zucchero bruciato, tipo brûlé (crema catalana).

P: che bell’impatto! L’alcol qui è più presente. Mettendo per un attimo da parte la dolcezza, la componente torbata e marina di HP rimane un poco trattenuta (anche se la sapidità marina c’è), e resta soprattutto un senso sulfureo di arancia rossa marcia. Molto molto dolce, il PX copre tanto: iperzuccherino, note di mela cotta, di zucchero caldo, bruciacchiato. Ancora confettura di pesca melba. Una suggestione riassuntiva: caramello salato.

F: stupisce la spiccata salinità (lascia labbra salate), con torba fumosina e soprattutto una coltre di mela caramellata zuccherina estrema.

Non si fraintendano le prime parole che stiamo per scrivere: è un whisky stucchevole, con uno spiccato senso di ‘artificiale’… L’intervento del PX è a nostro gusto un po’ eccessivo, lascia una patina di caramello appiccicoso su un distillato tagliente e corposo come quello di HP. Insomma, bene ma non benissimo: quel che manca, a nostro parere, è un po’ di equilibrio, ma sappiamo che altri impazziranno, dunque suggeriamo di assaggiare: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: PJ Harvey – C’mon Billy.

Inganess Bay 18 yo (2000/2018, Maltbarn, 52,7%)

Già qualche mese fa segnalavamo il tripudio di Highland Park non dichiarati (eddai, dalle Orcadi, un malto sconosciuto… mica può essere Scapa, no?, eddai) che stanno invadendo il mercato tramite il prode lavoro degli imbottigliatori indipendenti. Oggi ne assaggiamo uno, per la gioia di grandi e piccini, selezionato da Maltbarn, selezionatore crucco: ce lo ha portato un amico al Milano Whisky Festival, vorremmo poterlo ringraziare ma (siamo delle persone orribili) nel turbine del lavoro non ci ricordiamo chi fosse – ci scrivi per dichiararti, così possiamo ringraziarti per bene? [EDIT: siamo dei bruciati, ma non vogliamo nasconderlo: e dunque grazie infinite a Fabio!, valente collega blogger dalla penna sopraffina]

N: aperto, profumato e piacevole, anche se stranamente sporco, tra note di grasso di prosciutto e formaggio. Molto nette delle note di fieno. Non arriva a squadernare aromi compiutamente sulfurei, ma resta sempre presente una puzzetta molto simile… Troviamo poi una terrosità opprimente, che schiaccia il naso e non fa uscire il resto. C’è chi dice muffa. Nonostante le apparenze, però, trova un suo equilibrio asimmetrico e paradossale, austero e isolano.

P: da subito cambiano le carte in tavola, ma da queste carte nasce la magia. Scordatevi la frutta, tranne forse un poco di limone, e prendete a piene mani terra torbosa, pepe bianco, cera e un cereale profondamente zuccherino, raffinatissimo. Non c’è troppo da descrivere, ma rimane la potenza di un nettare compattissimo, esplosivo, eppure sottilmente affilato.

F: strano a dirlo ma in bocca rimane un senso diffuso di “stireria” (ve lo ricorderete pure voi il profumo di amido da stireria, no?). Crosta di pane.

Un whisky nudo e crudo, un distillato eccellente offerto da Maltbarn nella sua integra mineralità, non intaccata da legni aggressivi e anzi esaltata dal paziente e quieto lavoro della botte. La conferma che, quando non viene smarmellata con una patina vichinga e con legni svilenti, Highland Park è una delle distillerie più straordinarie di Scozia: una piacevolezza da volare via, fino a Kirkwall. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: il vichingo ce lo mettiamo noi, ed è sotto la forma dei Thyrfing – Going Berserk. Il pezzo è invecchiato male, ma che ci vogliamo fare: erano dei pionieri.

Highland Park 18 yo (1956/1974, OB, ‘Ferraretto Import’, 43%)

Ferraretto è un nome che agli appassionati di whisky fa venire in mente una cosa sola: gli Highland Park degli anni ’70 e ’80. Noi siamo dei privilegiati, e oggi abbiamo la fortuna di assaggiare il secondo HP di quest’era, dopo un vintage del 1958 davvero entusiasmante (93 punti nel nostro archivio): grazie a Luca Bellia, appassionato pavese già citato su queste pagine, mettiamo naso e papille su un 1956, imbottigliato nel 1974 a 43%.

N: da subito molto complesso, ricco di cambiamenti: dopo un sonno lungo 40 anni, si stiracchia nel bicchiere man mano. Una discreta mineralità ci accoglie, assieme ad una ancor più discreta cera, contribuendo a delineare un profilo setoso, con richiami a vecchi mobili, propoli, vecchia carta, legno antico… Anche un filo di torba, con venature acri e ‘sudate’. Detto ciò, resta molto vivo nel bicchiere, con succose note di agrumi (mandarino e arancia, anche scorzette), con frutta di Martorana (quella di pasta di mandorle, laccata), fichi secchi. E poi ancora, sentori di torta di mele sfornata da poco. Forse frutto di una lieve ossidazione, ha sviluppato note di ‘dopobarba’, presenti solo a tratti per la verità.

P: qui purtroppo dobbiamo registrare una evidente perdita di gradazione, sicuramente sotto ai 40%, che restituisce un profilo depotenziato, sia come kick palatale (questa è bella, eh) che a livello di complessità dei sapori. Ad essere appiattita è soprattutto la quota minerale, purtroppo. Restano vive delle note dolcine, tra il biscotto al cereale, l’albicocca, una mela gialla cotta al forno… Miele? Vive una spezia, forse del pepe bianco, e poi sentori un po’ distanti di cera, di ‘whisky vecchio’. Ancora agrume – scorza d’arancia.

F: non lunghissimo, cera e albicocca piuttosto evidenti. Miele, pure.

Imbottigliato 44 anni fa, non è che possiamo prendercela con lui per aver perso un po’ di vivacità e di corpo – resta d’altro canto tutta l’eleganza di un naso spettacolare, che da solo giustifica il prezzo del biglietto. Vi risparmiamo il pippone sul “si stava meglio quando si stava peggio” e “com’erano buoni i whisky di una volta”, perché sono tutte cose che sapete già: 88/100. Luca: grazie infinite, davvero.

Sottofondo musicale consigliato: Afrika Bambaata & UB40 – Reckless.

Highland Park 17 yo (1958/1975, OB, ‘Ferraretto Import’, 43%)

Ah, i bei tempi andati… Grazie alla gentilezza di uno dei più importanti collezionisti italiani, Franco Di Lillo, abbiamo il privilegio di assaggiare un Highland Park ufficiale distillato nel 1958, messo in una bottiglia verde e tozza diciassette anni dopo, nel 1975, importato in Italia da Ferraretto. Pare superfluo sottolineare che si tratta di un bel pezzo di storia e che trovare bottiglie del genere è sempre più raro… Per fortuna c’è il Milano Whisky Festival, per fortuna ci sono i suoi espositori. E per fortuna che noi ci portiamo sempre dietro le boccette…

N: che fascino. Tutto molto compatto ed estremamente ‘vivo’, vivace, per nulla appesantito dal tempo. Ci piace partire dagli spigoli, che pure – lo ribadiamo – non si ergono a distanza, ‘sopra’ gli altri aromi, ma ne sono perfettamente paritari: e dunque la torba, lieve e cerosa, senza fumo, con note costiere e marine molto evidenti; pure suggestioni di legno umido, di cantina. Immediatamente poi si scala sull’agrume, sia scorza (d’arancia) che polpa (d’arancia). Un grande senso fruttato, incredibile, in grandissima crescita, con un sacco di frutta gialla, fresca (pesche molto succose, perfino un tocco di mango!); ma anche, più adulte, mele cotte e torta di mele. Orzata, mandorle e latte di mandorle (e perché non marzapane?). ‘ccezzzzionale. Col tempo si fanno strada anche note ‘ulteriormente torbate’, quasi fino a percepire un velo di fumo; poi anche tabacco e scatola di pipe; forse cuoio.

P: il corpo è medio, ma resta ben oleoso e masticabile; inizialmente si fa sentire una leggera torba terrosa, ancora bella costiera, e stupisce una certa lievissima ‘amarezza’ che forse è il portato di una qualche ossidazione in bottiglia durante gli oltre quarant’anni di invecchiamento in vetro (ne scrive anche Serge sul sito dei Malt Maniacs, qui). Pur senza deflagrare, si spandono intense note fruttate, coerenti col naso: quindi pesche gialle, mele, torta di mele; succo d’arancia (e scorzetta amara); ancora un malto da panico, brioche e pasta di mandorle e cereali. Un velo di fumo.

F: lungo e persistente, oscilla a lungo tra le sue tre anime: frutta, torba, cera/vecchio mobile, per la nostra gioia. Buonissimo.

Straordinaria complessità, e intensità aromatica incredibile, dopo tutto questo tempo. Pur avendo un dubbio sull’impatto dell’invecchiamento in bottiglia, ci ha stupito al palato la timidezza di una frutta che invece, al naso, si preannunciava epica. Se dunque il naso era da 95 punti e passa, il palato paga dazio e si attesta ‘solo’ sui 90: e dunque la nostra media personalissima è di 93/100. Grazie a Franco (e a Giorgio, e a Riccardo) per il sample, grazie davvero. 

Sottofondo musicale consigliato: Roger Waters – The Last Refugee.

Highland Park 30 yo (1986/2016, Cadenhead’s, 46,5%)

Ancora reduci dai bagordi di un capodanno elegantissimo e di rara sobrietà, in cui abbiamo perfezionato drink visionari come il “Mandela” e il “Mulo di Dufftown” (è certo opportuno stendere il più classico dei pietosi veli), cerchiamo di rimetterci diritti grazie agli sforzi congiunti di Orcadi e Campbeltown: con la bocca ancora impastata assaggiamo un Highland Park di trent’anni (dal 1986 al 2016 in due botti) della serie Small Batch di Cadenhead’s, storico imbottigliatore indipendente da qualche anno guidato da Mark Watt. Solo 176 bottiglie.

schermata-2017-01-02-alle-11-24-52N: a sorpresa, ancora molta torba anche dopo trent’anni, anche senza note di fumo: minerale, erica, miele, elegantissimo. Terra, fiori (fiori dolcini, se ha senso per qualcuno). Biscotti ai cereali e miele – davvero un sacco di cereale, di malto! Va pian piano aprendosi sulla frutta, e poi ancora su un cereale al limite del farmy (…) senza mai perdere in educazione (sempre più fiori). Diventa, ogni minuto che passa, sempre più elegante e persuasivo… Lievissima suggestione di vaniglia e mandorle.

P: alcol inesistente, corpo intenso e masticabile. Mostra subito una cera ‘sporca’ ma riesce ad essere delicatissimo allo stesso momento: fantastico. Attacca austero e poi si apre sul fruttato, mantenendo però una mineralità costante e magnifica. Panna montata? Ha una sua paradossale cremosità (chantilly?), sempre educatissimo mai ruffiano. Ancora miele, superfloreale. “Top top”, come direbbero a Nuova Delhi. Giano bifronte, abbina con inusitato equilibrio una frutta delicata e una ‘sporcizia’ elegantissima.

F: attacca sul cremoso e fruttato, attraverso il fiore galoppa verso una torba minerale lunghissima. E quanto malto pulito e incantevole…

Iniziamo l’anno come meglio non potremmo: Highland Park ci ha abituato a un carattere unico, in grado di mantenere in equilibrio perfetto un lato più selvaggio e rude ad uno più composto e ‘femminile’. Questo imbottigliamento di 30 anni, selezionato da un imbottigliatore  che in questi anni sta facendo sfracelli, non tradisce lo stile di casa ed anzi si erge a suo eccelso rappresentante: 92/100, e il 2017 inizia bene, dai, all’insegna di intensità e complessità. Alla grande.

Sottofondo musicale consigliato: Sixto Rodriguez – Sugar Man.

Highland Park 26 yo (1986/2013, Adelphi, 47%)

Recuperiamo dai meandri delle nostre inadempienze un single cask di Highland Park, imbottigliato da Adelphi nel 2013, che colpevolmente avevamo lasciato a riposare nel nostro armadietto dei samples. La distilleria di Kirkwall è da sempre una delle nostre favorite, grazie a quella torba leggera che complica senza prevaricare: ai più distratti ricordiamo che HP è tra le otto distillerie attive in Scozia a maltare almeno parzialmente il proprio orzo (l’unica che lo fa al 100% è Springbank) e che il brand ambassador globale è un danese gigantesco, con dei bicipiti grossi come il girovita di De Michelis, quindi guai a parlarne male. Adelphi, al contempo, è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere per la qualità delle sue selezioni, anche grazie all’ottimo lavoro di promozione fatto in Italia da Pellegrini. Bando alle ciance, si beva!

dscn9979bigN: il clima che si snasa è quello spigoloso delle Orcadi: multiforme, riesce a essere sia trattenuto che intenso, come d’altro canto ci hanno abituato i migliori Highland Park. Ha una nota minerale in primo piano, di torba, che pian piano si evolve e diventa un leggero fumo acre, sempre più evidente. Cera e olio d’oliva, mandorle amare. Poi la nota floreale (dire erica è quasi d’obbligo, ma in effetti…) apre ad un lato fruttato, di frutta gialla, ancora lieve e intenso al contempo, raffinatissimo (mele gialle, forse una marmellatina di limone?, il lato agrumato è splendido: buccia di limone candita). Anche lychee, e ancora cereali e una dolcezza da ciambelle. C’è un che di vino bianco secco, certi sciampagnini, per dire… Minerale e leggermente fruttato, appunto. Ottimo.

P: qui il lato fumosino, torbato e vegetale è subito più intenso, e al contempo resta più intensa anche la dolcezza. Ci viene in mente del miele leggero ai fiori e della frutta ancora tra la mela e l’agrume, magari in marmellata. Un pelino di vaniglia, di biscotti ai cereali. Ancora un po’ di vino bianco; anche frutta a pasta bianca (uva? lychees?), molto dolce ed intensa. Buono buono.

F: perdura uno splendido ricordo torbato, leggermente fumoso; ancora uva bianca, marmellata di limone. Cera.

89/100: molto coerente, molto buono, molto Highland Park. Botte certamente refill, davvero rispettosa di un distillato unico nel suo genere: delicato e intenso allo stesso tempo. A noi fa impazzire questo lato minerale-torbato, leggermente ceroso, e questa dolcezza trattenuta, di frutta giallina tendente al bianco: ha senso? Per noi sì, quindi pollice alzato e via così.

Sottofondo musicale consigliato: My Morning Jacket – Only memories remain.

Highland Park 8 yo (2014, Gordon & MacPhail, 43%)

È da qualche anno che Gordon & MacPhail (uno dei maggiori imbottigliatori indipendenti scozzesi) mantiene alcuni imbottigliamenti ‘fissi’, stabili, rilasciati a cadenza annuale, nella serie The MacPhail’s Collection. A Roma ne abbiamo portati via alcuni, e oggi affrontiamo una versione relativamente giovane di una delle nostre distillerie del cuore, Highland Park. Il colore, paglierino, è un bel colore.

Schermata 2016-05-05 alle 20.03.47N: un po’ pungente, sulle prime, l’alcol. Un whisky che vive di contrasti, come ci ha abituato la distilleria nelle sue espressioni più pure: unisce un lato salmastro (aria di mare nitida, salamoia) e torbato (nel senso di minerale, non di affumicato: ricorda proprio la terra umida, dopo la pioggia) ad un lato fruttatino e vanigliato che rimanda al marzapane e alla pera. Il tutto è scavato in una dimensione ‘erbacea’ (proprio erbe, foglie fresche) e di esibita gioventù che va dai lieviti, dall’aroma di mash tun, di cereale in infusione, ad un lato agrumato e limonoso molto seducente nella sua austerità.

P: ha un andamento curioso: attacca austero e abbastanza timido, riproponendo note di cereale acerbo e minerali – manca però all’appello quella splendida marinità del naso: e mentre uno si attarda a ricercarla, ecco che esplode inaspettata una dolcezza ‘grassa’, ancora sul marzapane, sui corn flakes, sui biscotti al burro (shortbread), magari quelli con lo zucchero sopra… Anche qualcosa di agrumato, probabilmente arancia (candita?).

F: bello lungo, grasso e torbato, con un fil di fumo e tanto bel cereale mineralizzato (eh?).

Un malto davvero godibile, come spesso capita quando si analizzano espressioni di Highland Park: il fascino della distilleria sta – tradizionalmente – nella splendida armonia che coinvolge anime assai distanti, dalla torba alla dolcezza, dal cereale alla marinità. Non ce n’è, a noi questo whisky piace molto: non vuole essere ruffiano, esibisce la sua giovane età come una collegiale consapevole e vive di una paradossale “semplice complessità”. Su whiskybase il prezzo è segnato attorno ai 40€, dunque più o meno quanto il 12 anni ufficiale: a parità di danaro, questo imbottigliamento ci pare una scelta molto più accattivante, e infatti il voto sarà proporzionato: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cullen Omori – Cinnamon.

Highland Park 10 yo ‘Ambassador’s Choice’ (2015, OB, 46%)

A una settimana di distanza, ci pare necessario chiudere i conti con la degustazione Highland Park: assaggiamo dunque la prima espressione presentata, una miscela di botti tra i 10 e i 15 anni (quello dei due che ha partecipato alla degustazione ricordava tutte ex-bourbon first fill, ma l’internet dice che si tratta di 70% bourbon e 30% sherry: ahi, la memoria…) selezionate personalmente da Martin Markvardsen. Sotto a chi tocca.

hlpob.10yov1N: già alla degustazione si commentava come questo fosse l’imbottigliamento ‘più Highland Park’ del lotto di novità presentate: se in primo piano ci sono le botti (tutte first-fill), con note sia di pasticceria, di brioche all’albicocca, di vaniglia e uvetta e frutta cotta, costanti restano le suggestioni minerali, di torba gentile, acre e minerale, senza però note di fumo. Un poco di buccia di arancia, bella matura; miele, un velo di caramello; anche spezie. Un lieve senso di tè affumicato.

P: grande intensità, e un corpo piacevolmente masticabile. Le componenti sono le medesime del naso, anche se tutto un poco potenziato: sia la vaniglia, l’uvetta, il miele, tutte suggestioni belle massicce; sia il lato minerale, che si fa più ‘sporco’, più torbato e più minerale. Ancora note di agrume maturo (arancia rossa). Molto piacevole.

F: sale ancora di più la componente torbata, che qui si fa anche evidentemente fumosa; e ancora miele e uvetta e brioche.

Buono proprio buono, e costa solo 50€. Un 10 anni con piena personalità, che non manda in soffitta le peculiarità della distilleria, rivelandosi –  ad esempio – molto più respectful dell’ultimamente scialbo 12 anni, e certo molto più gradevole dei tanti imbottigliamenti per duty free messi sul mercato negli anni. Complimenti a Martin: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The National – Morning Dew.

Highland Park 17 yo ‘Ice Edition’ (2016, OB, 53,9%)

HP Ice Logo

Il grande protagonista della degustazione di lunedì scorso era lui: Highland Park ‘Ice Edition’, ispirato al ruolo degli elementi nella mitologia nordica – mitologia che, come sapete bene, ormai da anni occupa le menti dei responsabili del marketing di Highland Park. C’è della legittimità in questa operazione: le Orcadi sono terra vichinga, passata alla Scozia come dote in un matrimonio tra una principessa danese e un principe scozzese: o meglio, diciamo che il buon Cristiano I di Danimarca era momentaneamente a corto di contanti e ha detto: “beh, sapete che c’è? avremmo due isolette dalle vostre parti, niente niente magari vi servono…”. Senza stare a entrare nel dettaglio di Nifelheim, Jotunn e altre amenità (che comunque, da vecchi metallari quali siamo, vi invitiamo caldamente ad approfondire), diciamo che l’immagine del ghiaccio è ben replicata in una bottiglia suggestiva, che farà certo storcere il naso ai puristi ma che – obiettivamente – ha un suo fascino. Si tratta di una miscela di botti di 17 anni, tutte ex-bourbon first fill.

Schermata 2016-03-24 alle 20.48.42N: Martin, presentandolo, insisteva sull’apporto delle botti ex-bourbon: ed effettivamente il legno è il grande protagonista, portando una ‘dolcezza’ molto pronunciata, tutta di vaniglia, marshmellow, torta paradiso (zucchero a velo e un leggero sentore limonoso); anche un po’ di cocco, e questo sentore porta a considerare l’altro grande lato: la frutta tropicale è in evidenza, tra mango, carambola e cocco. Decisamente in disparte, solo a tratti, ci sono sentori minerali, tra la cera e un qualcosa di ‘verde’, di vegetale (foglie, fiori freschi).

P: coerente con il naso; potente, assale il palato con grande, grandissima intensità, e lo irretisce con una grande compattezza di suggestioni. Domina un senso di acidità dolce, che ci rimanda direttamente alla frutta tropicale: ananas un po’ acidino, ancora carambola; poi si apre una dolcezza più vanigliosa, tra cocco e banana gialla. La curva vede chiudersi il palato su note (anche qui, delicate) leggermente minerali, tra un filo di torba, un poco di cera; ci sono anche note di spezie evidenti, di zenzero candito.

F: ancora tropicalia, vaniglia e un velo di fumo di torba, molto leggero.

Rispetto alla sensazione avuta in diretta durante la degustazione, assaggiandolo con calma lo abbiamo trovato complessivamente più ‘Highland Park’, con l’apporto della botte evidentemente in primo piano ma con quelle note più ‘sporche’, di quella torba leggera che vive solo in questa distilleria delle Orcadi. Più tropicale del previsto, complessivamente ci ha dato molta soddisfazione: tralasciando ogni considerazione sul prezzo (altino, per essere sì un’edizione limitata, ma pur sempre da 30000 esemplari), il nostro giudizio sarà di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: LA canzone, quella che meglio rappresenta un genere, l’epic viking black metal: Bathory – One Rode to Asa Bay.

Highland Park 22 yo (1992/2014, Cadenhead’s, 59,6%)

Dopo il primo Highland Park, ecco il secondo: si tratta una singola botte ex-sherry, 22 anni, selezionata e imbottigliata da Cadenhead’s – chi a Roma è passato dal banchetto Beija Flor ha avuto senz’altro occasione di assaggiarlo, dato che immediatamente, a prima snasata, ci era parso un campione: e come tale l’abbiamo presentato al pubblico. Il giorno dopo Serge e Francesco lo recensivano sui loro siti, entrambi con grande soddisfazione: oggi che l’imbottigliamento è esaurito, per il mercato italiano almeno, lo recensiamo anche noi.

Schermata 2015-04-29 alle 12.12.14N: incredibilmente aperto a quasi 60 gradi: e anche questo ha l’impronta dei grandi, ovvero una intensità impressionante abbinata alla capacità di evolvere e reinventarsi nel bicchiere. Risalta prima una gran festa di frutti rossi in confettura (fragola su tutti), arancia candita, un filo di caramello, un bel velo di tamarindo / chinotto. Poi (ma non è un poi, piuttosto un ‘nel frattempo’) il tutto è ingrossato da una vera anima intensa di torba vegetale e minerale, quasi ‘imburrato’ (proprio burro fresco); un pelo di tabacco dolce, aromatizzato, a donare ulteriore complessità. Con acqua, si apre su incantevoli suggestioni tropicali!, generiche ma sbebèm.

P: ariboom! Intensissimo, forse perfino più dell’altro, e vive di fiammate continue, con un corpo oleosissimo e masticabile. Le prime scioccanti esplosioni sono di agrumi, anche canditi, molto ricchi (dall’arancia al chinotto, un tripudio), poi tropicalia compatti e generici. Mela rossa. Poi, come al naso, non si perde d’animo neppure una certa torba, sia minerale / cerosa che bella affumicata. Una punta di tamarindo e rabarbaro, molto buona. Impressiona la tenuta con acqua, continuando ad evolvere sia il lato fruttato (sempre più tropical) che quello fumoso e torbato.

F: lungo e intensissimo. Tabacco da pipa e mela; tropicalia e cera, fumo e frutta. Top.

Iniziamo dal voto: 93/100, non uno di meno. Siccome stiamo confrontando, spieghiamo: sono due voti identici per due whisky diversi, come speriamo si capisca leggendo le tasting notes, ma anche simili: quello imbottigliato per Spirit of Scotland ha un naso esplosivo e palato e finale compatti; questo di Cadehead’s ha un naso compatto e palato e finale esplosivi. A rassicurarci sulla consistenza della distilleria, si sente la comune marca Highland Park – che è tra le nostre cinque distillerie preferite, non per caso.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Gun Street Girl.