Highland Park 26 yo (1986/2013, Adelphi, 47%)

Recuperiamo dai meandri delle nostre inadempienze un single cask di Highland Park, imbottigliato da Adelphi nel 2013, che colpevolmente avevamo lasciato a riposare nel nostro armadietto dei samples. La distilleria di Kirkwall è da sempre una delle nostre favorite, grazie a quella torba leggera che complica senza prevaricare: ai più distratti ricordiamo che HP è tra le otto distillerie attive in Scozia a maltare almeno parzialmente il proprio orzo (l’unica che lo fa al 100% è Springbank) e che il brand ambassador globale è un danese gigantesco, con dei bicipiti grossi come il girovita di De Michelis, quindi guai a parlarne male. Adelphi, al contempo, è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere per la qualità delle sue selezioni, anche grazie all’ottimo lavoro di promozione fatto in Italia da Pellegrini. Bando alle ciance, si beva!

dscn9979bigN: il clima che si snasa è quello spigoloso delle Orcadi: multiforme, riesce a essere sia trattenuto che intenso, come d’altro canto ci hanno abituato i migliori Highland Park. Ha una nota minerale in primo piano, di torba, che pian piano si evolve e diventa un leggero fumo acre, sempre più evidente. Cera e olio d’oliva, mandorle amare. Poi la nota floreale (dire erica è quasi d’obbligo, ma in effetti…) apre ad un lato fruttato, di frutta gialla, ancora lieve e intenso al contempo, raffinatissimo (mele gialle, forse una marmellatina di limone?, il lato agrumato è splendido: buccia di limone candita). Anche lychee, e ancora cereali e una dolcezza da ciambelle. C’è un che di vino bianco secco, certi sciampagnini, per dire… Minerale e leggermente fruttato, appunto. Ottimo.

P: qui il lato fumosino, torbato e vegetale è subito più intenso, e al contempo resta più intensa anche la dolcezza. Ci viene in mente del miele leggero ai fiori e della frutta ancora tra la mela e l’agrume, magari in marmellata. Un pelino di vaniglia, di biscotti ai cereali. Ancora un po’ di vino bianco; anche frutta a pasta bianca (uva? lychees?), molto dolce ed intensa. Buono buono.

F: perdura uno splendido ricordo torbato, leggermente fumoso; ancora uva bianca, marmellata di limone. Cera.

89/100: molto coerente, molto buono, molto Highland Park. Botte certamente refill, davvero rispettosa di un distillato unico nel suo genere: delicato e intenso allo stesso tempo. A noi fa impazzire questo lato minerale-torbato, leggermente ceroso, e questa dolcezza trattenuta, di frutta giallina tendente al bianco: ha senso? Per noi sì, quindi pollice alzato e via così.

Sottofondo musicale consigliato: My Morning Jacket – Only memories remain.

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Highland Park 8 yo (2014, Gordon & MacPhail, 43%)

È da qualche anno che Gordon & MacPhail (uno dei maggiori imbottigliatori indipendenti scozzesi) mantiene alcuni imbottigliamenti ‘fissi’, stabili, rilasciati a cadenza annuale, nella serie The MacPhail’s Collection. A Roma ne abbiamo portati via alcuni, e oggi affrontiamo una versione relativamente giovane di una delle nostre distillerie del cuore, Highland Park. Il colore, paglierino, è un bel colore.

Schermata 2016-05-05 alle 20.03.47N: un po’ pungente, sulle prime, l’alcol. Un whisky che vive di contrasti, come ci ha abituato la distilleria nelle sue espressioni più pure: unisce un lato salmastro (aria di mare nitida, salamoia) e torbato (nel senso di minerale, non di affumicato: ricorda proprio la terra umida, dopo la pioggia) ad un lato fruttatino e vanigliato che rimanda al marzapane e alla pera. Il tutto è scavato in una dimensione ‘erbacea’ (proprio erbe, foglie fresche) e di esibita gioventù che va dai lieviti, dall’aroma di mash tun, di cereale in infusione, ad un lato agrumato e limonoso molto seducente nella sua austerità.

P: ha un andamento curioso: attacca austero e abbastanza timido, riproponendo note di cereale acerbo e minerali – manca però all’appello quella splendida marinità del naso: e mentre uno si attarda a ricercarla, ecco che esplode inaspettata una dolcezza ‘grassa’, ancora sul marzapane, sui corn flakes, sui biscotti al burro (shortbread), magari quelli con lo zucchero sopra… Anche qualcosa di agrumato, probabilmente arancia (candita?).

F: bello lungo, grasso e torbato, con un fil di fumo e tanto bel cereale mineralizzato (eh?).

Un malto davvero godibile, come spesso capita quando si analizzano espressioni di Highland Park: il fascino della distilleria sta – tradizionalmente – nella splendida armonia che coinvolge anime assai distanti, dalla torba alla dolcezza, dal cereale alla marinità. Non ce n’è, a noi questo whisky piace molto: non vuole essere ruffiano, esibisce la sua giovane età come una collegiale consapevole e vive di una paradossale “semplice complessità”. Su whiskybase il prezzo è segnato attorno ai 40€, dunque più o meno quanto il 12 anni ufficiale: a parità di danaro, questo imbottigliamento ci pare una scelta molto più accattivante, e infatti il voto sarà proporzionato: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cullen Omori – Cinnamon.

Highland Park 10 yo ‘Ambassador’s Choice’ (2015, OB, 46%)

A una settimana di distanza, ci pare necessario chiudere i conti con la degustazione Highland Park: assaggiamo dunque la prima espressione presentata, una miscela di botti tra i 10 e i 15 anni (quello dei due che ha partecipato alla degustazione ricordava tutte ex-bourbon first fill, ma l’internet dice che si tratta di 70% bourbon e 30% sherry: ahi, la memoria…) selezionate personalmente da Martin Markvardsen. Sotto a chi tocca.

hlpob.10yov1N: già alla degustazione si commentava come questo fosse l’imbottigliamento ‘più Highland Park’ del lotto di novità presentate: se in primo piano ci sono le botti (tutte first-fill), con note sia di pasticceria, di brioche all’albicocca, di vaniglia e uvetta e frutta cotta, costanti restano le suggestioni minerali, di torba gentile, acre e minerale, senza però note di fumo. Un poco di buccia di arancia, bella matura; miele, un velo di caramello; anche spezie. Un lieve senso di tè affumicato.

P: grande intensità, e un corpo piacevolmente masticabile. Le componenti sono le medesime del naso, anche se tutto un poco potenziato: sia la vaniglia, l’uvetta, il miele, tutte suggestioni belle massicce; sia il lato minerale, che si fa più ‘sporco’, più torbato e più minerale. Ancora note di agrume maturo (arancia rossa). Molto piacevole.

F: sale ancora di più la componente torbata, che qui si fa anche evidentemente fumosa; e ancora miele e uvetta e brioche.

Buono proprio buono, e costa solo 50€. Un 10 anni con piena personalità, che non manda in soffitta le peculiarità della distilleria, rivelandosi –  ad esempio – molto più respectful dell’ultimamente scialbo 12 anni, e certo molto più gradevole dei tanti imbottigliamenti per duty free messi sul mercato negli anni. Complimenti a Martin: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The National – Morning Dew.

Highland Park 17 yo ‘Ice Edition’ (2016, OB, 53,9%)

HP Ice Logo

Il grande protagonista della degustazione di lunedì scorso era lui: Highland Park ‘Ice Edition’, ispirato al ruolo degli elementi nella mitologia nordica – mitologia che, come sapete bene, ormai da anni occupa le menti dei responsabili del marketing di Highland Park. C’è della legittimità in questa operazione: le Orcadi sono terra vichinga, passata alla Scozia come dote in un matrimonio tra una principessa danese e un principe scozzese: o meglio, diciamo che il buon Cristiano I di Danimarca era momentaneamente a corto di contanti e ha detto: “beh, sapete che c’è? avremmo due isolette dalle vostre parti, niente niente magari vi servono…”. Senza stare a entrare nel dettaglio di Nifelheim, Jotunn e altre amenità (che comunque, da vecchi metallari quali siamo, vi invitiamo caldamente ad approfondire), diciamo che l’immagine del ghiaccio è ben replicata in una bottiglia suggestiva, che farà certo storcere il naso ai puristi ma che – obiettivamente – ha un suo fascino. Si tratta di una miscela di botti di 17 anni, tutte ex-bourbon first fill.

Schermata 2016-03-24 alle 20.48.42N: Martin, presentandolo, insisteva sull’apporto delle botti ex-bourbon: ed effettivamente il legno è il grande protagonista, portando una ‘dolcezza’ molto pronunciata, tutta di vaniglia, marshmellow, torta paradiso (zucchero a velo e un leggero sentore limonoso); anche un po’ di cocco, e questo sentore porta a considerare l’altro grande lato: la frutta tropicale è in evidenza, tra mango, carambola e cocco. Decisamente in disparte, solo a tratti, ci sono sentori minerali, tra la cera e un qualcosa di ‘verde’, di vegetale (foglie, fiori freschi).

P: coerente con il naso; potente, assale il palato con grande, grandissima intensità, e lo irretisce con una grande compattezza di suggestioni. Domina un senso di acidità dolce, che ci rimanda direttamente alla frutta tropicale: ananas un po’ acidino, ancora carambola; poi si apre una dolcezza più vanigliosa, tra cocco e banana gialla. La curva vede chiudersi il palato su note (anche qui, delicate) leggermente minerali, tra un filo di torba, un poco di cera; ci sono anche note di spezie evidenti, di zenzero candito.

F: ancora tropicalia, vaniglia e un velo di fumo di torba, molto leggero.

Rispetto alla sensazione avuta in diretta durante la degustazione, assaggiandolo con calma lo abbiamo trovato complessivamente più ‘Highland Park’, con l’apporto della botte evidentemente in primo piano ma con quelle note più ‘sporche’, di quella torba leggera che vive solo in questa distilleria delle Orcadi. Più tropicale del previsto, complessivamente ci ha dato molta soddisfazione: tralasciando ogni considerazione sul prezzo (altino, per essere sì un’edizione limitata, ma pur sempre da 30000 esemplari), il nostro giudizio sarà di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: LA canzone, quella che meglio rappresenta un genere, l’epic viking black metal: Bathory – One Rode to Asa Bay.

Highland Park 22 yo (1992/2014, Cadenhead’s, 59,6%)

Dopo il primo Highland Park, ecco il secondo: si tratta una singola botte ex-sherry, 22 anni, selezionata e imbottigliata da Cadenhead’s – chi a Roma è passato dal banchetto Beija Flor ha avuto senz’altro occasione di assaggiarlo, dato che immediatamente, a prima snasata, ci era parso un campione: e come tale l’abbiamo presentato al pubblico. Il giorno dopo Serge e Francesco lo recensivano sui loro siti, entrambi con grande soddisfazione: oggi che l’imbottigliamento è esaurito, per il mercato italiano almeno, lo recensiamo anche noi.

Schermata 2015-04-29 alle 12.12.14N: incredibilmente aperto a quasi 60 gradi: e anche questo ha l’impronta dei grandi, ovvero una intensità impressionante abbinata alla capacità di evolvere e reinventarsi nel bicchiere. Risalta prima una gran festa di frutti rossi in confettura (fragola su tutti), arancia candita, un filo di caramello, un bel velo di tamarindo / chinotto. Poi (ma non è un poi, piuttosto un ‘nel frattempo’) il tutto è ingrossato da una vera anima intensa di torba vegetale e minerale, quasi ‘imburrato’ (proprio burro fresco); un pelo di tabacco dolce, aromatizzato, a donare ulteriore complessità. Con acqua, si apre su incantevoli suggestioni tropicali!, generiche ma sbebèm.

P: ariboom! Intensissimo, forse perfino più dell’altro, e vive di fiammate continue, con un corpo oleosissimo e masticabile. Le prime scioccanti esplosioni sono di agrumi, anche canditi, molto ricchi (dall’arancia al chinotto, un tripudio), poi tropicalia compatti e generici. Mela rossa. Poi, come al naso, non si perde d’animo neppure una certa torba, sia minerale / cerosa che bella affumicata. Una punta di tamarindo e rabarbaro, molto buona. Impressiona la tenuta con acqua, continuando ad evolvere sia il lato fruttato (sempre più tropical) che quello fumoso e torbato.

F: lungo e intensissimo. Tabacco da pipa e mela; tropicalia e cera, fumo e frutta. Top.

Iniziamo dal voto: 93/100, non uno di meno. Siccome stiamo confrontando, spieghiamo: sono due voti identici per due whisky diversi, come speriamo si capisca leggendo le tasting notes, ma anche simili: quello imbottigliato per Spirit of Scotland ha un naso esplosivo e palato e finale compatti; questo di Cadehead’s ha un naso compatto e palato e finale esplosivi. A rassicurarci sulla consistenza della distilleria, si sente la comune marca Highland Park – che è tra le nostre cinque distillerie preferite, non per caso.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Gun Street Girl.

Highland Park 18 yo (1996/2015, Malts of Scotland per Spirit of Scotland, 56,8%)

Oggi torniamo indietro nel tempo, ma solo di qualche settimana: magicamente ci ritroviamo all’Eur, nelle sale dello Spirit of Scotland… Assaggiamo due tra gli imbottigliamenti ‘nuovi’ più apprezzati dal pubblico durante la kermesse romana, entrambi due Highland Park: per primato d’ospitalità, si inizia con il ‘padrone di casa’, ovvero un single cask (#MoS 15004) imbottigliato dall’imbottigliatore tedesco Malts of Scotland (di cui già avevamo conosciuto qualche chicca) per lo stesso festival romano. Sospettiamo ci sia lo zampino di Max Righi, dato che è lui che importa per l’Italia i prodotti di MoS e che, grazie al tempio Whisky&Co, ha messo più d’una radice nell’Urbe…

Schermata 2015-04-27 alle 14.48.05N: mostruosamente ben strutturato e con un’evoluzione che ne rivela a poco a poco la complessità. Il primo impatto è magnificamente costiero, con note di salamoia, di arbusti verdi, di erica; poi di torba vegetale, con un velo di fumo, crescente col tempo; e soprattutto rimane costante una nota incantevole di burro fresco. Pian piano, poi, si abbatte sui nostri sensi un’altrettanto poderosa ondata zuccherina, dal marzapane (e che marzapane!) alla confettura d’agrume, fino all’albicocca e al miele, il tutto integratissimo col resto e perfettamente bilanciato. Vaniglia, cioccolato bianco. Top. Ma a riannusarlo ancora c’è banana verde, poi una cosa tropicale, poi quasi zucchero filato…

P: boom! All’inizio l’attacco esplosivo – ma elegante al contempo – pare sancire la prevalenza di un carattere orgogliosamente orientato al distillato, con una torba dura, un’indomita brezza costiera e minerale, con anche un pit di cera; anzi, notiamo anche un fil di fumo in aumento. E invece San Gennaro Single Cask fa il miracolo, squadernando pure una batteria di bombette fruttate (c’è chi dice banana, chi cocco, di sicuro albicocca disidratata) A completare lo show, cereali, noce moscata e una spruzzata di pepe. E il limone? Sì, c’è pure lui; solo non si vedono i due liocorni.

F: ancora perfetta armonia tra le complesse identità: cera e torba e fumo (di candela) e marzapane e banana e cereali.

Aspettiamo di assaggiare il secondo HP per fare un commento vagamente strutturato: adesso vogliamo solo annusare il bicchiere vuoto, e nel dramma del rimpianto singhiozziamo un 93/100. Grande Spirit of Scotland, e grande Pino Perrone: quest’anno avete scelto un imbottigliamento con cui ‘vincere facile’!

Sottofondo musicale consigliato: The National – Graceless.

Highland Park ‘Drakkar’ (2011, OB, 40%)

Che da queste parti risiedano degli ex-metallari militanti, beh, non è un segreto: e dunque non sarà sorprendente un certo senso nostro per i vichinghi. Highland Park, neppure questo è segreto, ha deciso di puntare proprio su una supposta eredità vichinga per aggredire il mercato… E, come è giusto, per farlo è salita su un drakkar ed è salpata verso terre da conquistare. Oggi assaggiamo appunto ‘Drakkar’, una versione NAS (no age statement, vale a dire senza età dichiarata) solo per duty free, il cui sample dobbiamo alla magnanimità di Davide, Gran Maestro dell’Ordine dei blogger italiani di whisky.

27972N: molto marino e leggermente torbato; il lato salmastro è davvero gradevole. Con una gran nota di arancia (in scorza, ma anche caramellata); si sente il miscuglio di botti, con note chiare di vaniglia. Col tempo si ‘scalda’ e la brina salmastra si affievolisce in favore di una maggiore rotondità (toffee, uvetta) e di una intensa componente speziata (cannella). Mele cotte, e prugne. Un pit di liquirizia, un’ombra di fumo.

P: d’una debolezza epocale, che stride con un naso gradevole. Ma c’è un palato? Qualche nota del naso ritorna (arancia, toffee, un che di cremoso astratto), ma pesantemente affievolito da una gradazione priva di dignità.

F: torna il naso. Frutta secca, un po’ amaro. Arancia, toffee, poi di nuovo un po’ di torba.

Un naso gradevole, in stile giovane Highland Park, violentemente penalizzato da un palato praticamente non pervenuto. Per carità: siamo di fronte a un whisky decente, non fraintendeteci, ma la gradazione così bassa toglie grip a un malto che di personalità ne avrebbe da vendere. Perdonateci, Odino e Freya: 80/100 è il massimo che possiamo concedere.

Sottofondo musicale consigliato: PhoenixDrakkar Noir, perché del metal adesso sarebbe troppo facile, e – diciamolo – sprecato.

Highland Park 1990 (2012, cask #15701, Signatory, 48,8%)

Se siete sul pezzo sapete che la blogografia italiana del whisky ha di recente visto l’aggiunta di una nuova voce, whiskysucks.com, grazie alle provvide impressioni sensoriali dell’amico Federico. Qualche mese fa ci eravamo scambiati alcuni sample: oggi ne affrontiamo uno che ci intriga assai, un Highland Park del 1990 invecchiato in una botte refill-sherry fino all’anno scorso, quando Signatory Vintage ha pensato bene di metterlo in bottiglia. Il colore è ambrato.

38294N: ha quella severa apertura dei nasi HP: c’è come uno schermo salmastro e minerale, sotto il quale c’è poi un altro whisky… Dapprima intense note di arancia (tanta, tanta scorza) e d’agrume, in generale (diremmo limone, certo, e una flebile suggestione di chinotto). Profilo molto pulito, un po’ trattenuto, quasi; un poco di frutta secca (mandorla) e di frutta gialla (albicocca?); vaniglia, pan di spagna, uvetta.

P: tutt’altra intensità, tutt’altra personalità. All’inizio pare quasi ‘nudo’, mentre pian piano si sviluppano sapori vari e decisi. Il Pantheon è lo stesso del naso: domina l’arancia, l’agrume; c’è un’intensa torba acre e minerale; c’è una compostissima nota tropicale, deliziosa e inattesa (ananas?). Più fruttato che al naso, decisamente. Un pizzico d’acqua non guasta, regalando note pepatine e una punta di nocciola.

F: torba, di brutto; molto pulito e asciutto, anche se non mancano piccole escursioni nei territori tropicali.

Molto buono, decisamente, composto come solo gli Highland Park sanno essere. Il profilo è quello che più ci sconfinfera, l’ammettiamo, e ad un palato davvero sontuoso corrisponde un naso forse fin troppo trattenuto: ecco, diciamo che se dovessimo trovare un difetto ci orienteremmo proprio verso il fatto che pare sempre lì lì per esplodere in un tripudio sensoriale, ma non compie mai quel passetto in più. Il nostro voto sarà di 87/100, in ogni caso; e la prossima volta che ci vediamo, Federico, te ne chiederemo un altro sample…

Sottofondo musicale consigliato: MinaWhisky, di cosa stiamo parlando?

Highland Park 30 yo (1981/2012, Silver Seal for Whisky Live Taipei, 51,4%)

384123_10151177444485513_27810200_nIeri abbiamo assaggiato un Highland Park spettacolare imbottigliato da Silver Seal, avvertendo che presto ne sarebbe arrivato un altro, per lo meno altrettanto buono. E infatti, eccolo qui: un Highland Park in sherry invecchiato 30 anni, selezionato da Max Righi per il Whisky Live di Taipei, in collaborazione (se non andiamo errati, nel caso Max ci correggerà) con Emmanuel Dron, proprietario dell’IMPRESSIONANTE whisky bar Auld Alliance di Singapore – se volete capire perché abbiamo abbondato con le maiuscole, guardate qua. Dron e Righi sono stati immortalati in occasione della presentazione della bottiglia (un’edizione limitatissima di 120 bottiglie e 42 magnum), e li potete vedere qui affianco. Saranno più felici per la bottiglia o per la compagnia? Mah. Il colore è ramato.

528708_347320975345639_1392919656_nN: l’alcol è gentilissimo. Di una complessità estrema, a partire da note minerali sì tipiche, ma qui integrate in un disegno (divino?) più ampio e continuamente cangiante. Torba, terra bagnata, gomma per cancellare; poi una gamma infinita di erbe aromatiche e spezie (cannella, genziana, eucalipto; ci viene in mente il vermouth). Cola. Poi caffè (che a tratti pare tiramisù), poi ancora frutta rossa elegante (fragola, amarene); fichi secchi e miele, poi caramello, anche zucchero di canna? Veramente incantevole, ogni volta che si avvicina il naso ci troviamo nuove sfumature. Arancia candita! Tabacco da pipa!

P: qui il lato minerale retrocede, a vantaggio di un’affumicatura crescente e grandiose suggestioni vegetali (foglie di tè – al bergamotto? – poi rabarbaro!, poi zenzero, eucalipto, a tratti mentolato). Intanto, si sviluppa una dolcezza profonda e da perdere la testa: marmellata d’arancia, poi note di caffè zuccherato, di cioccolato, di frutti rossi (mora e ciliegie), di chinotto. Fantastico. Intensità e complessità da panico.

F: intenso lungo e persistente, molto affumicato (ci tornano alla mente le note di fumo di pipa aromatizzato); poi frutta matura, caramello, un po’ di rabarbaro… Wow.

Un whisky buono buono buono: note speziate e di erbe aromatiche si integrano in un profilo di complessità notevolissima, tra una dolcezza fruttata, una mineralità da manuale HP, note marmellatose e fruttate splendide… Davvero, in continua evoluzione, a ogni snasata e ad ogni sorso questo whisky pare cambiare, pur mantenendo (non sappiamo se si capisce quel che intendiamo) una compattezza molto particolare, che lo rende uguale e diverso ad ogni approccio. Highland Park al suo meglio, diremmo: complimenti, per il secondo giorno di fila, a Max per la selezione: 94/100 è il nostro giudizio, chissà se da qualche parte in Europa una bottiglia c’è ancora, e chissà quanto potrà costare…

Sottofondo musicale consigliato: in omaggio all’estremo Oriente…

Highland Park 22 yo (1988/2011, Silver Seal, 53,4%)

Riprendiamo il nostro viaggio tra gli imbottigliamenti italiani: è addirittura da due anni che abbiamo in armadietto un sample di questo Highland Park del 1988 di Silver Seal. L’avevamo assaggiato al Milano Whisky Festival del 2011 e avevamo deciso di comprarlo per riberlo a casa, ma poi abbiamo sempre atteso, un po’ per ‘deferenza’ e un po’ per attendere di avere uno sparring partner adeguato… Ora abbiamo risolto quest’ultimo problema (domani scoprirete di che si tratta), e quindi mettiamoci sotto con Highland Park: Max Righi ha selezionato questo barile ex-bourbon e l’ha imbottigliato appunto nel 2011, con un’etichetta – a nostro giudizio – molto bella. Il colore è paglierino chiaro.

whoaN: ci sono i classici della distilleria, ad alta forza d’urto (salamoia, sale, sassi di torrente) con una lieve torbatura (senza incursioni affumicate, però) e un gentile profilo vegetal-floreale (erica, erbe aromatiche; diciamo anice, fiori di bergamotto). Lana bagnata? Sbagliato pensare che il profilo ‘naked’ sia lasciato solo: c’è poi tutto un lato bourbonesque imponente (vaniglia, marzapane, liquirizia) e con note fruttate fantastiche (dal cedro candito fino a un delirio di banana, tra il frullato cremoso e la banana verde). Poi ancora frutta gialla, nocciola, nitidi sentori di legno (appena lucidato). Molto buono, ricordavamo bene.

P: davvero coerente col naso. Minerale, ancora, ed oleoso (ma come sapore: proprio olio d’oliva, sfumature). Ci sono una dolcezza nervosa molto vanigliata (con note di pasta di mandorle) e un miele davvero intenso; poi ancora torna la banana, questa volta – ci pare – sotto forma di mousse cremosa. Frutta secca (noce). Una crescente affumicatura acre, torbata, si fa strada piano piano. Una nota di tè verde; forse fave di cacao? Verso il finale si fa quasi salatino.

F: lungo, persistente ma molto discreto, tutto su torba, su una crescente affumicatura acre, su vaniglia e crema di marroni (!).

Discreto, compatto, austero: buono buono. Qualcuno dei presenti alla degustazione (cioè o Jacopo o Giacomo, non c’è tanta scelta) ha persino dichiarato: “sembra un Port Ellen senza l’affumicatura dei Port Ellen”. In realtà, quando è tornato sobrio, ha ammesso: “sembra un Highland Park, di quelli buoni”. Insomma: ci è piaciuto moltissimo, finora è uno dei più buoni ‘nuovi’ Silver Seal che abbiamo assaggiato. Complimenti a Max per la selezione; il nostro giudizio sarà di 92/100, non molto diverso da quello di Serge. Le poche bottiglie rimaste (delle 277 prodotte) costano circa 160 euro.

Sottofondo musicale consigliato: il nuovo, bellissimo singolo dei The NationalDemons.