#iorestoacasa Whisky Tasting vol.1: Glencadam, Royal Brackla, Kilchoman

In preparazione alla seconda degustazione online che faremo in collaborazione col Milano Whisky Festival venerdì sera (per tutte le informazioni, tenete d’occhio la nostra pagina facebook e il sito whiskyshop.it), andiamo a ripercorrere i primi cinque assaggi, i primi cinque whisky bevuti in compagnia di una settantina di appassionati lo scorso giovedì 2 aprile. Il Kilkerran 12 anni e il Caol Ila 18 anni ‘Unpeated’ li avevamo già recensiti, e vi rimandiamo a quelle impressioni, che restano valide anche dopo l’ennesimo assaggio. Ecco gli altri tre, in rigoroso ordine d’assaggio.

whiskyshop-glencadam-14Glencadam 14 yo ‘Oloroso Finish’ (2013, OB, 46%)

N: la cosa che ci piace di più di Glencadam, lo diciamo spesso, è l’onestà. Nonostante il finish, per così dire, resta evidente il distillato, con le sue screziature lievemente minerali, e in generale il profilo resta molto fresco e agile. Profuma tanto di cereale e frutta, con pesca e albicocca in evidenza. C’è anche un poco di cioccolato al latte (ovetto kinder), a fare da alfiere di una dimensione dolce, vanigliata e da pasticcino.

P: resta molto delicato, seppur con zaffatine di sapore generose, ma rispetto al naso si ricorda un po’ di più di essere un finish in sherry Oloroso: compaiono infatti inedite note di mon cheri (cioccolato e ciliegia), di frutta rossa, non intensa e monolitica ma come diluita all’interno del profilo di cui sopra. Ancora una bella pesca succosa, venata di un cereale minerale.

F: lungo e burroso, con shortbread, burro caldo e succo di pesca.

86/100. Dai, bello. Onesto e piacevole, non sarà un golem di complessità (un golem di complessità? ma cos…?) ma di certo fa il suo mestiere: farsi bere senza pensieri.

whiskyshop-royal-brackla-aeg-11Royal Brackla 11 yo (2007/2018, A&G, 55,4%)

N: esordisce esibendo tutti i muscoli della sua gradazione alcolica, senza risparmiare neppure delle note leggermente acetiche e al limite del petrolifero. Abbiamo un distillato che si presenta molto nudo: ricorda quasi a tratti un gin, molto basato sulla dominante balsamica del ginepro e con una bella acidità da lievito. Molto citrico, tanto limone; una leggera mineralità; c’è anche un astratto senso lievemente metallico (rame). Solo un po’ a fatica esce una vaniglia molto basic, al massimo con un po’ di pastafrolla. L’acqua ammorbidisce l’impatto alcolico, ma resta un whisky nudissimo e trasparente; crescono note di vaniglia, pane e zucchero.

P: il primo impatto è decisamente migliore, molto più bilanciato rispetto al naso. Se resta un po’ imbizzarrito sul piano alcolico, c’è da dire che l’effetto è più di calore che non di pungenza. I sentori restano simili, ma è l’equilibrio generale a cambiare. La dolcezza si fa più evidente, con vaniglia e con della frutta gialla che finalmente qui fa capolino; certo, ancora agrumato (ma un agrume un po’ più dolce, non solo limone – che pure resta dominante) ma decisamente più gradevole. Pane, mollica di pane. L’acqua fa lo stesso effetto che al naso, ammorbidisce ma non sposta.

F:  piuttosto lungo e nudissimo, con mandorla, limone, pane bianco zuccherato.

Semplice e onesto, ancor più del precedente: il naso è limpido ma ostico, il palato è un manualetto di distillato scozzese. Non si cerchi qui ciò che non c’è, e si apprezzi la materia prima. 82/100.

kilchomanmwf2015-1Kilchoman 2009 (2015, OB for Milano Whisky Festival, 59,1%)

N: rispetto al Brackla, la gradazione si fa sentire un po’ di meno… Questo è un whisky che parla di distilleria: senti la materia prima, ti torna in mente il malting floor, il cereale impregnato, l’erba bruciata, il profumo del kiln mentre si sta torbando l’orzo… Molto seducente. Cedro (a testimoniare un agrume verde e dolce), un poco di lime magari, e tanta cenere. Da qui prende il via un lato balsamico delizioso, erbe aromatiche bruciacchiate, aghi di pino, perfino resina. Cenere tappeto costante. L’acqua apre molto, vien fuori una bella dolcezza inaspettata.

P: esplosivo. Se non amate i whisky torbati, state lontani da questo single cask: sembra un tizzone ardente fumante. Una generosa nota di inchiostro tende a rendere il contesto ancora più estremo: a dominare la scena, in tutto e per tutto, è una torba aggressiva, intensa, amaricante e fumosissima, secca, con tanta cenere. Un lieve sentore costiero e marino (kippers affumicati, conoscete?). La torba fa pochi prigionieri: resta in disparte una dolcezza zuccherina e vagamente vanigliata, un po’ di lime, ma al massimo emerge un formaggio affumicato (scamorza). Anche qui l’acqua sposta molto, amplifica la parte marina e salata e al contempo spalanca la porta a una dolcezza addirittura fruttata: mela gialla.

F. lungo e secco, fumo, cenere, torba. In purezza. Con acqua, diventa sapidissimo, con note di salamoia.

Per chi ama pucciare la lingua in un posacenere, per chi brucia le padelle per potersi godere gli effluvi della combustione: Kilchoman così ‘estremi’ ne abbiamo incrociati di rado. E però aggiungete un goccio d’acqua, è un whisky che nuota alla grande. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Beatles – Strawberry Fields Forever.

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Botti da orbi: Newcastle Whisky Festival

(Questo reportage è stato realizzato prima che esplodesse il caos universale del coronavirus. Lo ricorderemo così, come l’ultima scorpacciata di dram prima della fine del mondo).

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L’amore ai tempi del Newcastle Whisky Festival

Buoni tutti di andare al Whisky Live a Parigi alternando dram di Karuizawa e flute di Bollinger. Troppo facile fare un salto a Limburg e sciacquare le viscere enfie di malto con splendide lager ghiacciate. Il vero asceta che rifugge le comodità sale fino a Newcastle-upon-Tyne, estremo nordest inglese, terra di operai disoccupati da film di Ken Loach e densissime brown ale. E lì – esultando come Alan Shearer dopo un gol – si tuffa nel clima geordie del whisky festival locale.

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L’idillico Civic centre di Newcastle in uno dei 7 giorni di sole previsti nel 2020

Il Newcastle Whisky Festival non è esattamente uno degli appuntamenti maltofili da segnare in rosso sul calendario. Non ha paillettes e si tiene in un Civic Centre brutalista su cui torreggiano dei cavallucci marini (sono il simbolo della città, l’abuso di alcol non c’entra…). Però il festival ha una storia interessante. Infatti fa parte degli eventi targati The Whisky Lounge, il più grande organizzatore di manifestazioni a tema whisky nel Regno Unito. TWL ha il nome e il volto di Eddie Ludlow, detto “Whisky Evangelist”, che con la moglie Amanda si è messo in mente di portare la cultura del whisky anche nei centri meno posh dell’Inghilterra profonda: York, Bristol, Nottingham, Liverpool… Il whisky è la sua missione, dunque lasciate che il vostro reporter venga a lui…

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Chi siete? Da dove venite? Un fiorino!

Prima di tutto, due coordinate logistiche, casomai vi pungesse la voglia. Il festival si tiene nella giornata di sabato (quest’anno in un eccezionale 29 febbraio), divisa in due sessioni: una dalle 12 alle 16 e l’altra dalle 17 alle 21. I biglietti per ogni sessione costano una quarantina di sterline e danno diritto a un bicchiere, una guida e un gettone del valore di 5 pounds. “Soldino” da investire saggiamente in un laboratorio, in uno degli Eddie’s tastings o nei malti “under the counter” a pagamento, come l’Highland Park 17 “the Dark” o uno dei whisky rari esposti nell’angolo dei nerd/collezionisti. Per il resto, allungate il Gleincairn e vi sarà liberamente versato (1 cl, eh…).

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Colazione dei campioni al Five Swans

Iniziare a mezzogiorno non è uno scherzo, quindi è meglio mettere qualcosa sotto i denti. Tipo una english breakfast al vicino Five Swans pub. Opportunamente zavorrati, si può dare il via alle danze. Prima osservazione: pieno quasi fin da subito, il festival. Vero è che gli spazi non sono sconfinati: tutti gli stand di whisky (una trentina in tutto), la cucina, il negozietto dei dolci più calorici del globo e il bar temporaneo nel salone al piano terra; la piccola area gin e il banco mixology nella balconata al primo piano. Comunque basta mezz’ora ed ecco la folla. Seconda osservazione: parecchi over 60, a testimoniare come qui – a due passi dal vallo di Adriano – lo Scotch sia quasi di casa, spirito endemico della popolazione molto prima di essere moda o business.

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Raduno di capelloni al banchetto Kilchoman

Passeggiando qui e là da un banchetto all’altro come un umarell dei dram, quindi rigorosamente con le mani incrociate dietro la schiena, si va di stream of consciousness. Rispetto al Milano Whisky Festival, sia la competenza media dei visitatori, sia la qualità media delle bottiglie è in genere più bassa. Se si esclude la dozzina di malti rari in mescita a pagamento, le perle preziose sono pochine. Diageo e LVMH non pervenute, Pernod Ricard porta Aberlour, Chivas Regal e Glenlivet: Nadurra in sherry a 60° e Chivas Mizunara molto apprezzati dai geordie locali. Qualche Laphroaig OB, bei Bowmore (Vault Edition e 19 yo), un Highland Park 16 yo nuovo di pacca e il 17 yo Dark. C’è Kilchoman con l’UK edition small batch, c’è Distell con Deanston e Bunnahabhain, c’è Inverhouse con Old Pulteney e Ancnoc. Però ci sono un sacco di etichette di nicchia interessanti. Piccole produzioni, whisky sperimentali, cose curiose insomma. Una impressionante gamma di Mackmyra in cui spiccano i monumentali imbottigliamenti della serie “Moment”, il nuovissimo Bimber in sherry (tre anni e non sentirli), Lakes distillery con la Quatrefoil collection e parecchi altri. Eddie lo spiega bene: “Abbiamo creato Whisky Lounge per portare il whisky a un nuovo pubblico. Ora vogliamo portare anche i nuovi whisky al nuovo pubblico”.

Ordunque, mosso da questo spirito evangelizzatore, anche il reporter si adegua. E sceglie per le sue umili notule di degustazione degli assaggi curiosi. Non per forza i più buoni, ma novità e bizzarrie, esotismi e cose che valeva la pena assaggiare.

sb1098Kilchoman UK exclusive small batch (2019, OB, 48.3%)
Uh che bella bestiola, allo stesso tempo costiera e coccolosa. 75% invecchiato in bourbon, 25% madeira e 5% sherry: 1260 bottiglie per il mercato britannico. Al naso è bello fresco, marino: ostriche e gelato al limone, alghe wakame e borotalco. Melone bianco, anche. C’è poi un’anima erbacea vivida, canfora e timo, e un delicato fumino. Accanto, ecco la dolcezza, spessa e piacevole, come mandorle caramellate. Una dolcezza che in bocca prende il sopravvento: di nuovo caramello e zucchero bruciato, crema di agrumi e ananas grigliato. Caffelatte e cioccolato al latte, pure. Qui la torba si fa più potente e prende la via della cenere. Finale coerente, con caramello dolcissimo, frutta matura e un tocco di legno amaro. E sale, anche!
Molto morbido e piacione, con quella torba esibita ma non invasiva che ti conquista. Non è il Kilchoman più complesso e ortodosso del mondo e forse è un po’ costruito. Ma è costruito bene, perché non trad
isce l’anima isolana e ne berresti subito un altro. 87/100.

m57327Westward Oregon single malt (2018, OB, 45%)
La Seattle dove nacque il grunge non è lontana dall’Oregon. E dal Northwest arriva anche questo single malt, a tutti gli effetti parte della new wave dei craft whiskey americani. Orzo locale fermentato con lieviti di birra, distillato due volte in pot-still e infine invecchiato in botti di rovere vergine. Il risultato è ovviamente bello concentrato sul legno, che fin dal naso ci dà dentro a zaffate. E’ giovane ovviamente, con un aroma di nocciole al miele e un che di fienile/stallatico. Woody e farmy, si direbbe. C’è una frutta cotta vaga (prugne? pera?) e della vaniglia. Zucchero di canna, anche! In bocca molto dolce e molto giovane. Qualcosa di artificiale, fra i marshmallows e lo sciroppo d’acero. Pesca sciroppata. L’alcol e il legno sembrano scissi e il barile prende la forma del bastoncino di liquirizia. Un po’ aggressivo al palato. Finale dolciastro ma medio lungo: banana flambé, cioccolato al latte e stecchetta di liquirizia.
Non piacevolissimo, soprattutto al palato. Al naso il tocco nocciolato mitiga legno e gioventù, mentre in bocca la giovane età lo rende troppo slegato e rude. 76/100.

austr_sta6Starward Nova (2018, OB, 41%)
Single malt da orzo australiano totalmente maturato in barili di ex vino rosso locale. Tre anni di età, un packaging affascinante che strizza l’occhio non si sa perché all’astronomia e qualche perplessità: tre anni tutti in barili di vino rosso (Syrah, Pinot Nero), peraltro definiti “molto attivi” possono fare grossi danni…
Beh, l’attacco non è dei migliori, con una botta pungente e acetica di solvente. L’impatto del vino è evidente, ma accanto ad agrumi acidini e aspra uva rossa (Pinot Nero), compare anche una frutta più piacevole: mele rosse e fragole. Un che di rosa, un tocco di ginepro e lievito.
In bocca è di una dolcezza impressionante, seguita però da un contrafforte amarognolo e tannico. Gelee al mandarino, poi una vinosità da cognac giovane. Sugo d’uva con un tocco acido e caramello. Per la gradazione è piuttosto aggressivo. Finale amarognolo e corto, fra legno e pepe.
Siamo nel campo dello sperimentale, della nicchia. Non è drammatico, ha anche una frutta molto vivace che danza sul palato. Però non si può neppure dire che sia una piacevolezza, perché l’influsso del vino è preponderante e l’effetto è un po’ stucchevole. 77/100.

secret-speyside-works-20-years-1546516-s308Speyside 20 yo (2019, The Whisky Works, 47.1%)
Butti un occhio e rimani rapito. Cosa sono quelle bellissime bottiglie, colore e note di degustazione a braccetto fin dalla scatola? Ebbene, è “The Whisky Works”, il braccio armato del colosso Whyte & Mackay nel ramo del blending e dell’imbottigliamento indipendente. Diretta da Gregg Glass, finora ha in catalogo solo quattro espressioni: un blended, un blended malt delle Highlands, un single grain e un single malt. Ovvero questo Imperial di 20 anni, affinato per 7 mesi in barriques di cognac Bourgoin: ci si poteva forse esimere dall’assaggiare? Al naso è sorprendente: sfoggia una frutta fresca talmente sfacciata da sembrare più giovane. Melone bianco, platano, pera in macedonia. Poi, tra volute di zucchero a velo e dolcetti mediorientali, emerge un tocco erbaceo probabilmente dato dal finish: caramelle Valda, té verde e crema per il corpo (a sottolinearne la burrosità). Pannacotta alle fragole. A volte sembra di annusare un’ottima slivovica di prugne. In bocca invece recupera il suo status di ventenne: morbido, vellutato e profondo, attacca dolce – biscotto, miele, tarte tatin di pere – e poi lascia la scena alle spezie del legno. Che piacevole pizzicorino: nella dolcezza sciroppata di marmellata di prugne e caramello ecco lampi di zenzero, liquirizia pura, pepe bianco. Praline al cioccolato bianco! Un’idea di cognac, ora. Il finale è la cosa meno convincente, all’inizio: c’è un che di legno grezzo che non si addice al portamento del whisky. Per fortuna sparisce e rimane lungo, pulito e piccantino, con ancora melone bianco e un che di agrumato.
Beh, gran bel whisky come spesso gli Imperial. Ma piuttosto insolito, di sicuro a causa del finish. Il cognac aggiunge qualche pennellata personale al quadro. Che probabilmente sarebbe stato una bella opera d’arte anche senza, ma anche così è un piacere: 88/100.

highland-park-16-twisted-tattooHighland Park 16 yo Twisted tattoo (2019, OB, 46.7%)
Nemmeno il tempo di dire: “Toh, forse dopo orsilupiaquileThoreOdino Highland Park sta recuperando il senno”, ed ecco spuntare una nuova tamarrata made in Orkney. Se i due 17 yo Light e Dark sembrano dei classici, qui siamo nel campo della bottiglia di grande impatto. Un 16 anni invecchiato in botti ex bourbon ed ex vino rosso spagnolo della Rioja. Sulla bottiglia nera campeggia un dragone rosso. E per ora l’ottimo accostamento cromatico sembra l’unica cosa buona… Come non detto: il naso è aromatico. C’è una patina di cera di candela alla fragola, arancia rossa e burro di cacao. La mineralità di HP c’è, così come un tocco di torba. Ma sopra si stende uno strato variegato di frutta (more, ribes nero e succo di albicocca) e una sensazione umida. Fieno, cantina, erica dopo la pioggia. C’è anche un che di sughero. Al palato è cremosissimo e dolce, sarà il clima spagnolo ma ricorda la malaga. Pesca, frutti rossi, crumble di mele. Parecchia vaniglia. Poi si asciuga e vira sulla mandorla e il pepe. Chiude secco: fumo, zenzero e un pizzico di sale.
Non è spiacevole, anzi a occhio avrà parecchi estimatori. Certo, è il nuovo stile HP: botti cariche, dolcezza esondante (qui anche una certa astringenza del legno e l’apporto di frutti rossi). Il dna della distilleria fa un passo indietro e saluta da dietro la vetrina del tatuatore. 85/100.

159823-bigBruichladdich 23 yo (2016, The Whisky Lounge, 55.4%)
Trenta bottiglie di un barile distillato nel 1992, con in etichetta il bell’Eddie che alza il calice alla nostra salute. Scelta estetica così così, ma l’ultimo bicchiere dev’essere buono, non bello. E al naso non c’è dubbio che lo sia: un bel Laddie maltoso, dove la vaniglia e il cioccolato al latte procedono insieme alla frutta (mela, ananas). C’è anche – come spesso capita per i Bruichladdich – una cerealosità più vegetale, come di spiga e fieno umido. Balena anche un profumo speziato non semplice da individuare: coriandolo, o forse foglie di curry. Al palato la gradazione non si nasconde, ma è di una coerenza ammirevole: malto, biscotto, miele. Piuttosto carico, il legno mostra i muscoli: zenzero, stecche di vaniglia. Crema al limone. E un piacevolissimo tocco di sale che alleggerisce il tutto. Chiude più secco, nocciola e buccia di mela golden. Tisana.
Una chiusura più che degna, un Bruichladdich che porta in palmo di mano le insegne della distilleria, ovvero il cereale e il tocco isolano. La forza di questo barile è nell’equilibrio, davvero mai in discussione in ogni fase. Solido, pulito, sostanziale. 88/100.

La musica finisce, le porte si chiudono, gli amici si salutano. E’ tempo di andare. Al pub, ovviamente. L’Evangelista del whisky ha fatto un buon lavoro, l’apostolo ha tempo per un’ultima cena.

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Visto come gioca il Newcastle United, impossibile biasimare i ragazzi della curva…

Whisky Revolution “Il regalone finale” – Day 25

Blend-AboutUs-03Ieri siamo giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, e oggi andiamo oltre col mega regalone di Natale. Gli ultimi quattro campioni misteriosi infatti andavano bevuti tutti assieme, per essere scartati sotto l’albero la mattina del 25. E così abbiamo fatto. Un ultimo ringraziamento va ancora all’allegra macchina da guerra del Blend, che anche per quest’ultimo giorno ci ha regalato sorprese, affetto, trabocchetti e un gran finale.

Buon natale a tutti, abbracciamoci!

❤1 Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Molto buono, intensissimo. La marinità pesciosa, con una torba aggressiva e fumosa, ci 48412111_2001200100178065_1832716451337732096_nporta subito su Islay; per lunghi tratti è proprio pescioso, con note di peschereccio. Gomma ed etere, con sentori di tela cerata; diesel e smog. A grado pieno, diremmo, ma molto aromatico allo stesso tempo. Caramello, cola e tamarindo a sostanziare la zuccherinità. Verosimilmente giovane, con punte ‘verdi’, fresche, quasi balsamiche, tra eucalipto e clorofilla. Esplode al palato, dirompe un turpiloquio di sapori: la torba è ancora più aggressiva, con braci e legno in fiamme (chi non l’ha mai mangiato?). Si allarga un tappetone dolce, con zucchero di canna, caramello e tamarindo ancora. Il finale è proprio di aringhe affumicate, kippers di Campbeltown.

Se dovessimo ipotizzare un imbottigliamento, diremmo An Islay Distillery 9 anni, Cadenhead’s Small Batch (tre barili di Laga, due sherry e uno bourbon). E invece no, di isolano si tratta, ma avevamo nel bicchiere Kilchoman Comraich, gli imbottigliamenti esclusivi dedicati ai locali/santuari sparsi per il globo: 87/100.

❤2 Vat 69 (2018, OB, 40%)

48411380_2001201660177909_8581649325208109056_nDifficile da inquadrare, a maggior ragione dopo la mangiata di questi giorni. Si sente la gioventù, profuma di distilleria, di lieviti, di alambicchi, di canditi… Ci viene il dubbio, percependo una patina dolce un po’ cheap e ‘alta’, che possa essere un finish. Un po’ di inchiostro. Il palato è debole di corpo, con sapori di liquirizia industriale, di inchiostro, e svanisce rapidamente. Il finale, scandalosamente corto, sa di… vodka, di distillato di cereali molto pulito.

Non riesce neppure ad essere pacchiano, con la sua dolcezza così “da discount”. Francamente è un 72/100.

❤3 Ardbeg Blasda (2010, OB, 40%)

Pesca bianca, oleoso (olio di lino, o di sesamo forse). Delicato e fruttato, con una patina di 48987057_2001202420177833_104990836327972864_nzucchero a velo. Mela verde, anche? Resta fresco e con un velo di torba leggera… Fine, elegante. Uva bianca. Al palato è molto vegetale, ancora, rivela di nuovo una cerealosità vegetale torbata. Il finale non è lunghissimo, ma il fumo di torba si riprende ancora un po’ di spazio sul cereale. Molto nudo, poca botte.

Potrebbe essere un Bruichladdich Islay Barley? Non ci fa così sensazione scoprire che invece si tratta di una delle creazioni più controverse degli ultimi anni in casa Ardbeg: 83/100.

❤4 Kilchoman 100% Islay (2012/2018, OB for Beija Flor , 59,1%)

48373414_2001203500177725_3640734766254260224_nTorbato giovane, con una mineralità marina (un po’ di scoglio, dice Zucchetti). Acidità limonosa. Zuccherino, ma di zucchero astratto (a velo), confetto. A suo modo timido, forse un po’ alcolico, molto onesto. Il palato è esplosivo, intenso, con limone e zenzero. È potente ed elegante al contempo, la gradazione è forse alta. Crema di limone, ancora fumo e braci.Finale molto lungo e intenso, con una bella sapidità.

Lagavulin 12? No, però non ci siamo andati molto lontano. In ogni caso, è un grande whisky. Il palato è sorprendente per ricchezza, dopo un naso tutto sommato quasi timido. Vai di 89/100!

 

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 18

Il “Calendario Avventato” oggi ci fa bere Kilchoman Sanaig, assemblaggio di barili ex sherry ed ex bourbon lanciato qualche anno fa dalla distilleria di Anthony Wills. Tenete conto cheIMG-20181203-WA0013 l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Il rischio di farsi male è dietro l’angolo, ma vediamo.

Whisky #18

48361522_1999056140392461_5307003629801046016_nDiremmo di star leggendo un manuale che spiega come si fa un whisky isolano a prevalenza bourbon. Ci sono vaniglia, crema, limone, eucalipto, torba con alghe e mare. Ci cattura una suggestione di pastiglie Leone salvia e limone. In bocca è molto dolce ma si salva dalla stucchevolezza grazie a note agrumate e fresche che ricordano il lime. La torba è ben presente, sul legno bruciato, mentre la marinità completa senza strafare. Il corpo è un po’ debole, non ci sono guizzi di incredibile intensità, ma nel complesso ci sembra un whisky ben fatto, equilibrato, senza difetti. Caol Ila, forse? In ogni caso per noi è 83/100.

Dopo che ci è stata rivelata l’identità siamo soddisfatti a metà. Caol Ila e Kilchoman non sono poi distillerie così lontane per stile e quindi l’errore non è poi così catastrofico. Rimaniamo invece abbastanza perplessi nel rileggere le nostre tasting notes, perché non troviamo nessun riferimento all’invecchiamento in sherry, le cui botti sono peraltro in maggioranza nella “ricetta” del Sanaig; è pur vero che tutte le botti ex-bourbon sono come di consueto di primo riempimento e quindi molto fresche, ma accidenti qui ci tiriamo una bacchettata sulle mani da soli. Fa male, fa molto male…

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 14

Il “Calendario Avventato” al giorno n.14 ci regala Kilchoman Port Matured 2018. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #14

Già dal colore ci parla di sé. È un oro rosa che suggerisce un invecchiamento in qualche botte non convenzionale: la sfumatura rosina ci porta a… Porto? La fragola in confettura c’è, se proprio dovessimo azzardare… E poi, poi, poi, la torba, che è potente, sferzante, ad alto tasso di ppm. In generale un whisky umido, con sensazioni di frutta troppo matura. Melograno lasciato lì, arancia rossa. In bocca ha una presenza importante con torba bruciata e liquirizia. Qua e là schizzi e spruzzi iodati. Tutto molto compresso e di una dolcezza straripante. Tanta arancia, zucchero bruciato, geleé alla fragola. Il finale a sorpresa rimane un po’ corto.

In tutta onestà, ma lo sapete già se ci leggete, noi non amiamo questi profili: torba e Porto (perché ci scommettiamo, è un invecchiamento in Porto) non sempre si sposano bene, e anche quando lo fanno a noi non convincono mai appieno. Detto ciò, non c’è niente di male a fare anche whisky del genere, ampliano l’universo del possibile: e questo è ben fatto, rimane con un suo paradossale equilibrio che, in ogni caso, non ci fa salire sopra agli 83/100. Ma è un problema nostro, you know.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 9

Il “Calendario Avventato” al giorno n.9 ci regala Kilchoman Machir Bay,IMG-20181208-WA0012 l’imbottigliamento entry-level della famiglia Kilchoman. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post.

Whisky #9

47316602_1991444174486991_9081419442121867264_nQui abbiamo di fronte un torbato, sicuramente piuttosto giovane, fresco e vivace. Annusando ci pare di sentire un fumo molto acre e intenso, con un sottofondo vegetale, molto cerealoso e ‘naked’, con aromi primari di cereale, di fermentazione. All’inizio ci sembrava di riconoscere una spiccata marinità, ma man mano che il tempo passa quella prima suggestione svanisce e ci viene il dubbio di averla confusa con una decisa nota di limone… Anche dello zenzero fresco. Al palato l’intensità è buona, e replica pedissequamente il naso: se la torba è brace e cenere intensa, ancora si agita una dolcezza deliziosa, onesta e giovane, di cereale (proprio il chicco d’orzo torbato che ti fanno assaggiare in distilleria all’inizio dei tour…). Punte pepate. Il finale è intenso e lungo, anche se a durare è soprattutto il fumo, mentre la dolcezza di malto immerso in limone svanisce abbastanza rapidamente.

Un buon whisky semplice, onesto, che non prova neppure a nascondere la sua gioventù e la sua natura profondamente basica, oseremmo dire materica. La poca marinità ci fa dubitare della sua provenienza: molto probabilmente è una distilleria di Islay, ma potrebbe anche essere un whisky di distillerie “di terra”. Il giudizio è positivo, anche se numericamente tiene conto dei peccati di gioventù: 84/100.

Kilchoman 100% Islay (2017, OB, 50%)

Non è difficile capire che dietro a questo imbottigliamento in edizione limitata si celino ambizioni da prodotto artigianale. Molto meno semplice è passare dall’idea di marketing ai fatti, e a Kilchoman lo si fa così: si utilizza solo orzo cresciuto su Islay, coltivato direttamente da loro nei campi antistanti la distilleria, lo si lavora sui pavimenti di maltazione interni (dedicati interamente alla torbatura leggera, da 20 ppm, dell’orzo che serve a questo imbottigliamento), distillazione, invecchiamento (solo barili ex bourbon di primo riempimento) e imbottigliamento tutto in loco. Diciamo che almeno il consumo, per fortuna, non viene limitato alla sola Islay: hanno il buon cuore di mandare le poche bottiglie prodotte ogni anno con l’etichetta 100% Islay a spasso per il mondo. Questa è la settima release, tra poco uscirà l’ottava e grazie all’intercessione dell’importatore avremo la fortuna di presentarla in anteprima al prossimo Whisky Revolution a Castelfranco, all’interno di una degustazione memorabile: una verticale con tutte le otto release, una dopo l’altra…

187404-bigN: molto puntuto e rarefatto, delicato e al contempo di assertiva personalità. Si snoda tra un’aria di mare sferzante, intensa (sembra proprio di stare sul ferry, ad annusare gli spruzzi a pieni polmoni) e fiori di camomilla, zafferano, limone verde, lime… La pasticceria non si sente poi così tanto, ma in fondo son pur sempre botti first fill, e dunque ecco arrivare una vaniglia da pasticcino. Paiono esserci poi anche aghi di pino, eucalipto, a testimoniare un lato balsamico molto piacevole. Alghe riarse.

P: l’ingresso è potente, pieno, ancora con una sapidità marina conclamata e irrefutabile. Dietro a questa prima nota chiarissima, ecco che entra in gioco il barile, con dei sentori vanigliati, di crema pasticciera, di liquirizia perfino. Ha poi note erbacee, lievemente amaricanti, e poi zafferano e ancora un che di camomilla zuccherata. Evidente è il sapore di cereale, dolce e delizioso. Non abbiamo nominato la torba: si sente il fumo, ma poco tutto sommato.

F: delicato eppure lungo e persistente, tutto giocato sulla dicotomia mare e crema.

Anni addietro avevamo avuto modo di storcere i nostri ingombranti nasoni di fronte all’inaugural release della serie 100% Islay. A distanza di 7 anni ci vien da dire “ne è passata di acqua sotto ai ponti…”. Quello che all’epoca ci era sembrato un distillato tanto giovane, sui 3 anni, sballottato da botti impazienti di dar personalità, oggi è diventato un imbottigliamento di grandi profondità ed equilibrio, pur rimanendo un whisky relativamente giovane (questo del 2017 è un vintage 2010). Come i più accorti avevano previsto, Kilchoman ha impiegato poco per affermarsi come eccellente distilleria su Islay, e i lavori di espansione, con tanto di nuovo malting floor, sono forse il coronamento del percorso iniziato nel 2005. Intanto a questo 100% Islay diamo un bel 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Robyn Adele Anderson – Lullaby of Birdland (Ella Fitzgeral cover)

Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.

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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100

Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)

Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

Kilchoman ‘Caos Calmo’ (2011/2018, OB for RWF, 58,6%)

Questa ve la dobbiamo raccontare. Sapete che abbiamo un passato (e sprazzi di presente) da devoti del dio metallo, e condividiamo questa perversione con molti appassionati di whisky, tra cui l’insospettabile Pino Perrone – che non ha bisogno di presentazioni, vero? Dunque, tempo fa scopriamo che uno dei clienti fissi di Whisky&Co, splendida whiskyteca romana, è Taneli Jarva, tatuatore finlandese e soprattutto leggendario bassista dei Sentenced (degli sfigatoni mezzi romantici, che infatti Taneli ha abbandonato perché troppo melodici) e… degli Impaled Nazarene!, delicatissima band di metal estremo che ha deliziato le platee mondiali con album quali Tol Cormpt Norz Norz (autodefinitosi come “Exclusively Industrial Cyber Punk Sado Metal”) o Finland Suomi Perkele – gente con l’attitudine che ci piace, dei pazzi squilibrati, privi di alcuna morale apparente, con un gusto perverso per le bottiglie di whisky spaccate sulle proprie teste, un’infatuazione non sappiamo quanto goliardica verso il nazionalsocialismo, appassionati di rutti e Satana e birre nei parcheggi, insomma: dei simpaticoni. Qualcuno ha giustamente proposto Mika Luttinen come candidato al Nobel per la Letteratura – dev’essere per questo che hanno smesso di assegnarlo, chissà. All’ultimo Roma Whisky Festival, Pino ha presentato come imbottigliamento del festival un single cask di Kilchoman (da lui stesso ridefinito “Caos Calmo” in uno struggente e lirico pezzo sul blog del festival, purtroppo ora divorato dalle sacche di Google e da scellerate decisioni di web manager), e noi gli abbiamo chiesto di tenercene una bottiglia da parte: presente lo stesso Taneli al festival, non abbiamo resistito al fascino dell’autografo – la bottiglia perderà valore collezionistico, ma checcefrega, tanto la dobbiamo bere. Qui sopra, un’istantanea per eternare il momento storico dell’autografo. Rimandiamo ad altro momento le chiacchiere sul bellissimo tatuaggio che Pino si è fatto fare da Taneli e assaggiamo il Kilchoman, con grandi aspettative.

N: la gradazione forse chiude un po’, ma di certo non copre il diffondersi degli aromi. Spicca fin da subito un sentore nitido agrumato, di lime. Una nota contratta fruttata, forse oltre il limite del tropicale, prelude a una nota cremosa e vanigliata dal barile (effetto: crema al limone?). All’improvviso: una folgorazione di nachos con formaggio fuso e peperoncini dolci – ma forse è solo l’annunciarsi di Islay, tra sentori timidamente iodati e una torba bella generosa e cinerea.

P: l’attacco è ancora su un agrume elegantissimo e tagliente, che di nuovo ci ricorda il lime. Intenso ed esplosivo, dopo questo primo sentore scoppia il barile, con note di liquirizia, vaniglia, legno e fruttini dolci. Tante note bruciate, di torba cenerosa, dura, da braci appena spente. Borotalco. Una nota salina, appena accennata…

F:…accompagna verso il finale, tutto sulla cenere e sul legno bruciato, con ancora venature di agrume.

Le aspettative sono confermate per il barile 471/2011. Grande equilibrio, tutto giocato sulla virulenza del fumo, particolarmente scuro e denso in questo single cask, e una deliziosa e delicata acidità agrumata. L’apporto del barile, ex-bourbon first fill, si sente tutto, ma senza risultare stucchevole come talvolta può accadere. Equilibrio, intensità e grande soddisfazione finale sono i requisiti per appiccicare un 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Impaled Nazarene – Mortification / Blood Red Razor Blade.

Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Comraich, chi è costui? Da qualche settimana Kilchoman ha lanciato il suo programma di “santuari” (Comraich in gaelico, appunto), ovvero ambasciate della distilleria più agricola di Islay, sparse in giro per il mondo. Ma che vuol dire essere santuario di Kilchoman? I locali, accuratamente selezionati, saranno le sedi di eventi speciali nel corso dell’anno, ospiteranno l’intero range di edizioni stabili e limitate messe sul mercato e soprattutto – per quel che interessa a noi, gente col bicchiere sempre vuoto – avranno in bottigliera una chicca esclusivissima: questo Kilchoman ‘Comraich’, appunto. Ogni anno verranno rilasciati quattro imbottigliamenti di questa serie, ma attenzione: a differenza di quanto accade con le ambasciate di Ardbeg, queste bottiglie NON saranno in vendita, né presso i locali né presso i distributori, e saranno disponibili all’assaggio solo ed esclusivamente nei santuari. Il primo imbottigliamento della neonata serie è una miscela di tre barili del 2007 (due ex-bourbon, uno ex-sherry Oloroso), in edizione limitata a 1019 bottiglie – è quasi un 10 anni, dato che il barile ex-sherry ha compiuto solo 9 anni e dieci mesi. In Italia i Comraich sono tre: il BLEND whiskybar di Castelfranco Veneto, il Rasputin Secret Bar di Firenze, l’Old London Pub di Trieste. Noi l’abbiamo assaggiato qualche settimana fa in distilleria e ci era piaciuto molto – lo riassaggiamo adesso con più attenzione, vediamo.

N: impatto ottimo, torba ‘densa’ e davvero intensa, molto tipica dello stile di Kilchoman: dunque poco marina, decisamente fumosa e profondamente minerale. Note di borotalco, di eucalipto, piacevoli e anch’esse intense – sempre molto balsamico. Questo lato resta molto evidente e sempre presente, ma sotto si agita un lato ‘dolce’ e fruttato molto variegato e anch’esso intensissimo: marmellata di fragole e pesche sciroppate, a testimoniare la quota di sherry presente, con suggestioni di caramello, di uvetta, di crema pasticciera – ci fa venire il mente il solito pasticcino di frutta, anzi: un cannolo siciliano! Elegante e brutale, sfacciato.

P: se possibile, le sensazioni di torba addirittura aumentano, profonde e ancora molto piene, fumose, bruciate. La prima suggestione che viene in mente è il pezzo di maiale appena tolto dalla brace, ancora sporco di cenere… Senza diventare marino, rivela comunque una nota sapida, nitidamente salata, che ci stupisce. La dolcezza è anche qui bruciata, croccante e scura: ci viene in mente una tarte tatin innanzitutto, crema pasticciera ancora, caramello. Perdura anche una dimensione balsamica poderosa, con aghi di pino, alloro ed eucalipto.

F: falò spento, brace – tantissima brace, proprio pezzi di legno in fiamme, se per caso non avete inteso. Pancetta affumicata bruciata. Ancora dolcezza marmellatosa.

Molto buono, soprattutto – diremmo – molto saporito: intenso, compatto, senza sbavature. Il primo Kilchoman così ‘maturo’ che ci capita di assaggiare è un esempio eccellente di uno stile senza compromessi, che punta sfacciatamente verso la coesistenza di armonia, intensità e complessità: sono evidenti gli influssi dei barili e pure molto ben integrati, così come altrettanto palese è la vivacità di un distillato che già in partenza è torbosissimo e fruttato. Decisamente promosso: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Sanctuary.