Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

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Diageo Special Release 2017 (MWF tasting – 15.5.18)

Ieri sera grazie a Diageo Italia e al Milano Whisky Festival c’è stata una delle degustazioni più attese dell’anno: cinque Special Release del 2017 sono state aperte per la gioia di una quarantina di appassionati e professionisti – nel pubblico c’erano tanti giocatori del whisky game italiano, ed è stato molto piacevole salutare tanti amici. Il parterre prevedeva il Collectivum XXVIII, il Blair Athol 23, il Lagavulin 12, il The Cally 40 (SR del 2015, da noi già recensito qui) e… il Brora 34! Ogni volta che ne assaggiamo uno, ci diciamo che probabilmente è l’ultimo Brora che berremo nella nostra vita… e dunque abbiamo deciso di rimandare l’esperienza: abbiamo fatto un sorso infinitesimale, ci siamo presi un sample e nei prossimi giorni ce lo beviamo con calma. Partiamo con le solite tre ‘sentenze’, mini-recensioni prese sul momento.

Collectivum XXVIII (2017, OB, 57,3%)
Un Blendend Malt senza età dichiarata, frutto dell’unione di tutte le distillerie di malto di Diageo: “Diageo in un bicchiere”, diceva il grande Franco Gasparri. Note di frutta gialla, morbido, mite; bel naso aperto nonostante l’alta gradazione, al palato un po’ troppo ‘frizzantino’ (pepe e zenzero), un po’ troppo presente l’alcol. Oleoso comunque; cremoso (zabaione). L’acqua giova ma non troppo, rendendo meno espressivo il naso e aprendo invece il palato. Una cassetta di mele gialle, vere protagoniste. 85/100

Blair Athol 23 yo (1993/2017, OB, 58,4%)
Solo maturazione in barili ex-sherry. Una bella mela rossa, qualcosa di floreale al naso (con acqua si fa più dolce, con note di torta di mele, di miele); al palato appare alcolico e un po’ debole rispetto alle attese, con sentori chiari di aceto di mela. Con acqua si fa decisamente più fruttato (ancora mela rossa), poi castagna e caramelle Rossana. Una venatura mentolata al palato. L’acqua è fondamentale. 86/100

Lagavulin 12 yo (2017, OB, 56,5%)
La sedicesima release del Lagavulin 12. Da subito, è lui: molto costiero e marino, poi frutta bianca; aria di mare, fumosissimo. Lagavulin sarebbe riconoscibile in mezzo a mille! Anche al palato c’è tanto sale, tanto mare, fumo, una dolcezza leggera (uva e zucchero a velo). Come sempre, Laga mantiene una solidità e una qualità da spavento. 90/100

Sottofondo musicale consigliato: Fantastic Negrito – Plastic Hamburgers, così, a caso.

The Speyside Files #2: Spirit Still + Dramfool

Lo Spirit of Speyside è ormai diventato un festival grande, importante e molto affollato: per questa ragione abbiamo deciso di privilegiare gli eventi più piccoli, cercando chicche nascoste sotto profili da underdogs. Così la presentazione di un nuovo imbottigliatore indipendente ci è parso perfetto: giovedì 3 a Craigellachie abbiamo partecipato all’esordio ufficiale di Spirit Still, start up di due giovani scozzesi, accanto a un paio di assaggi di Dramfool, altro indie-bottler scozzese con una particolare predilezione per i torbati di Islay. Qui di seguito alcune sentenze, prossimamente una recensione estesa per quello che ci è sembrato immediatamente il dram migliore della serata.

Inutile dire che si tratta per lo più di single casks, a grado pieno o comunque non troppo ridotto, senza colorazione artificiale: insomma, qui si parla di gente per bene.

Carsebridge 52 yo (1964/2018, The Spirit Still, 40,8%)

Piacione, privo di quella nota vinilica che talvolta contrassegna i grain. Frutta molto matura (banana soprattutto), vaniglia, toffee, creme brulée. In un secondo momento esce un legno caldo seducente. Molto convincente ed equilibrato, mai eccessivo anche se – come tutti i grain, diciamocelo – difetta un po’ in complessità assoluta. 87/100

Burnside 18 yo (2018, The Spirit Still, 58,2%)

Al naso appare nudo e chiuso, sulle prime, ma poi in bocca esplodono miele, cera, frutta gialla tropicale matura (ananas perentorio e indiscutibile). Poi tutta la maltosità di Balvenie, spettacolare; l’acqua apre il naso e porta il palato su intense note balsamiche. Sempre squilibrato, ad essere sinceri, e incoerente tra naso e palato: ma proprio per questo delizioso. 89/100

Speyside 22 yo (1995/2018, Dramfool, 55%)

Imbottigliamento speciale per lo Spirit of Speyside. A molti è piaciuto tanto, noi francamente abbiamo trovato pesanti note sulfuree, soprattutto al naso, con qualche puzzetta di troppo. Questo lato non ci è parso bilanciato da una dolcezza un po’ troppo semplice, slegata, da zucchero di canna e frutti rossi caramellosi. Se vi piace il sulfureo probabilmente vi farà impazzire; noi ci dobbiamo trattenere. 76/100

Like A Villain 9 yo (2008/2018, The Spirit Still, 52%)

Si tratta di un Lagavulin (che detto alla scozzese suona un po’ come Like A Villain…) invecchiato in un barile ex-bourbon e finito per 6 mesi in un barile ex-Cote du Rhone. Al naso molto Lagavulin, con lime e castagne e una torba intensa, marina e bruciata. Non vinoso ma dolce, forse un po’ troppo?, con tanta vaniglia. Poi la violenza aggraziata di Laga c’è tutta: mare e torba da panico. 86/100

‘The Quartet’ blended malt (2018, The Spirit Still, 46%)

Miscela di quattro single malt di Highlands e Speyside (Ardmore, Mortlach e…?), tutti invecchiati e poi miscelati in barili ex-sherry. Un po’ ruffiano forse vista l’intensità dello sherry, ma con evidente la quota torbatina: dunque dado e zolfo e un filo di fumo acre, anche un velo ferroso; poi dall’altro lato una dolcezza da frutta rossa, castagne, salsa barbecue, carruba. Incoerente anche lui, naso più ruffiano e palato più maleducato. Mortlach e Ardmore evidenti: così ci era parso anche sul momento, quando ci ricordavamo tutte e quattro le distillerie coinvolte. 85/100

Considerazione conclusiva: complimenti a Colin Fraser e Adam Irvine di Spirit Still, davvero, i quattro loro whisky assaggiati sono stati molto soddisfacenti e – dobbiamo dirlo – ci paiono presentati al pubblico ad un prezzo adeguato. Il quinto arriverà la settimana prossima, e sarà un campione vero… Quanto a Dramfool, in questo contesto era ancillare a Spirit Still: noi non abbiamo amato lo Speyside, ma sappiamo che hanno collezionato una serie di isolani, soprattutto di Bruichladdich, molto apprezzati: per il Feis Ile ci saranno un Port Charlotte 15 anni e un Octomore di 6, ai fortunati che saranno sull’isola consigliamo caldamente un assaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Squeeze – Cool for Cats.

Lagavulin 16 yo ‘Feis Ile 2017’ (2017, OB, 56,1%)

Novelli Zapotec e Marlin, abbiamo creato una macchina del tempo che ci ha riportati al Feis Ile del 2017: assaggiato con temperata soddisfazione il Bunnahabhain ventenne in Virgin Oak, ora ci spostiamo dall’altra parte dell’isola, mettendoci pazientemente in coda fuori da Lagavulin… Naturalmente, quando si parla di Open day di Lagavulin 2017 non si può non ricordare l’immagine qui sopra, un pezzo di italianità imperitura impresso a caldo nella mente di ciascuno di noi. Detto ciò, passiamo al whisky: si tratta di un sedicenne finito in barili di Moscatel, imbottigliato a grado pieno, non colorato non filtrato. Moscatel, già.

N: si sente, delicato ma netto, l’apporto del Moscatel, con note delicate di ciliegie, di uvetta, di torta calda, pasta frolla con uvetta forse. Liquirizia e caramello. Per il resto, è un eccellente Lagavulin ‘normale’, con torba tagliente, acre, odore di porto, di pesce e salamoia, di fumo di sigaro, di cenere; poi ha note agrumate, di arancia amara, magari essiccata.

P: molto presente e ‘grasso’ in bocca. Il primo impatto è ancora sulla dolcezza, con note di pasticceria (sul momento ci viene in mente un buon cannoncino ripieno di crema), di uva passa, di kranz. Ancora caramello, liquirizia dolce. Poi esplode la torba, ancora cenerosa e marina. Che bella sapidità, a tratti incontenibile.

F: sale e uvette sotto spirito. Cenere e crema. Molto lungo…

Molto buono e abbastanza complesso, come quasi sempre accade con Lagavulin: ci è piaciuta molto questa dolcezza compatta ma screziata, da caramello salato e pasticceria, con il lato più sharp di Lagavulin che resta indomito e non addomesticabile. Non il migliore dei Laga possibili, forse, ma di certo una bevuta che lascia tanta soddisfazione: a noi, almeno, forse non al pescatore di Islay che ci ha insultato quando abbiamo scelto di spendere 18 soldi per ordinarlo al pub di Port Ellen, al grido di “ma come fai a bere quella roba, ti brucia nello stomaco, puzza di fumo, il whisky dev’essere morbido, tipo White&Mackay” – tutto questo, naturalmente, in un inglese gutturale pressoché incomprensibile, e dopo una sessione di Tennent’s sicuramente serrata, a giudicare da fiato e viso rubizzo. A dimostrare il nostro spirito libero e l’autonomo pensiero, non ci lasciamo influenzare dal villico e stampiamo 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: P.F.M. – Oniro.

Lagavulin Distiller’s Edition (2001/2017, OB, 43%)

Prima di Natale abbiamo assaggiato un buon Talisker Distiller’s Edition: poco dopo, per mero spirito analogico, abbiamo pensato di berci anche il Lagavulin DE del 2017, anch’esso caratterizzato da una extra-maturation in sherry Pedro Ximenez. Lo ricordiamo come il migliore della collezione Diageo Distiller’s Edition…

N: facciamoci prendere dalla suggestione del paragone, rispetto all’omologo Talisker DE bevuto poco prima il profilo cambia – e cambia a livello qualitativo, perché gli ingredienti, in qualche modo, sono simili. Anche qui la marinità è in evidenza, ma in modo ancora più spiccato: iodio e salmastro, alghe, ostriche – tagliente, sferzante. In più, aumenta un senso di torba terrosa, minerale, con un fumo acre ancora molto forte. La vera differenza, se ha senso paragonare distillerie e invecchiamenti diversi, è nella qualità degli aromi ‘dolci’ e zuccherini: troviamo qui liquirizia, uvetta; ciambellone e, più speziato, pan dei morti. Arancia rossa. Molto carico, eppure molto elegante.

P: inizialmente paga un po’ dazio ad una gradazione così ridotta, che ne penalizza l’esplosività – anche se bisogna riconoscere che il corpo ha una sua pienezza, non delude affatto. L’attacco è di mare: alghe e acqua di mare, poi ancora un fumo smoggoso e acre di torba. Poi, arrivano bordate dolci: caffè zuccherato, liquirizia, arancia rossa; caramello. Viene in mente il bacon, il grasso di maiale in cottura sulla brace. Le due anime (isolanità torbata e dolcezza sherried) si mitigano a vicenda, raggiungendo un ottimo equilibrio, non perdendo in intensità.

F: caffè zuccherato, ancora tanta arancia, poi liquirizia. Molto molto bruciato, poi bacon, poi ancora iodio.

87/100. Proprio buono, davvero molto elegante. Se vogliamo dirla tutta, non è lo stile di Lagavulin che preferiamo, ci piacciono di più quelli nudi, quelli con più quota in bourbon, con legni meno attivi – e però è buono, porcaccia la miseria, non possiamo che ripetere il commento che facemmo assaggiandone una vecchia versione: il distillato di Lagavulin non lo azzittisci, manco con il Pedro Ximenez.

Sottofondo musicale consigliato: Tears for Fears – Break it down again.

Lagavulin 12 yo (anni ’80, OB, ‘Montenegro import’, 43%)

Dopo poco più di una settimana dalla degustazione “Classic Malts da sogno”, assaggiamo qualche campione che ci siamo portati a casa. Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo whisky assaggiato: si tratta di una bottiglia storica, Lagavulin 12 anni ‘White Horse’ Montenegro Import per il mercato italiano. Si tratta dell’imbottigliamento ufficiale di Lagavulin che occupa gli scaffali per tutta la prima metà degli anni ’80, venuto dopo il 12 anni con etichetta bianca e subito prima dell’istituzione del 16 anni, nel 1987. Il pavimento di maltazione ha chiuso nel 1974 a Lagavulin, dunque con ogni probabilità si tratta di un malto ancora prodotto in maniera tradizionale. Basta parole, avanti la storia.

IMG_8079_4N: straordinario, apertissimo e intensissimo. La cosa che ci sbalordisce a primissimo impatto è la frutta, una frutta rossa succosa e in composta: ciliegia, incredibile (avete presente la confettura di ciliegia?); more, anche qui sia fresche che in marmellata. Sentori del genere li avevamo trovati solo nel Bowmore Bicentenary, il che è tutto dire.  Arancia candita, molto carica di zucchero, e forse un cenno di zenzero (sempre candito). Spostandoci lentamente verso sentori più duri, passiamo su un tappeto di castagne arrosto, per poi finire su cuoio, tabacchi e vecchi mobili in legno. Infine, il dolce approdo sulle coste di Islay: appena un velo di catrame, di terra bruciata, bacon (o barbecue spento, col grasso di maiale che ancora cola…), qualcosa di più iodato anche, ma lontano: non aria di mare tout court, corda bagnata dall’acqua, forse. Appena un accenno di eucalipto. Non è brutale, anzi: è elegantissimo, invitante e succoso…

P: ugualmente intenso e complesso, anche se con importanti variazioni sul tema. Innanzitutto, l’isolanità si prende decisamente più spazio: è più salato, più pescioso, più bruciato (proprio legno bruciato), con una torba attiva, tra la cenere e un forte senso medicinale… Eccessivo? Neanche per idea, conserva una miracolosa eleganza che va coltivando con suggestioni di carruba, caffè, cuoio. Il lato dolce esibisce meno frutti di bosco (anche se le more sono innegabili, anche in caramella: avete presenti le fruit joy?), poi c’è il caramello salato, e poi un senso incantevole di bordo di crostata leggermente bruciato… E poi anche il chinotto, o il tamarindo…

F: lunghissimo, la torba (molto naturale, viva, cenerosa e acre) perdura all’infinito. Castagne bruciate ancora, anche arancia zuccherata… A dire la verità torna un po’ tutto qual che avevamo riconosciuto al palato (tranne forse la salinità, qui in disparte), ed è una cosa che ci sorprende – piacevolmente.

Non basteranno gli aggettivi, forse, ma la cosa che sempre ci lascia a bocca aperta quando assaggiamo prodotti del genere è che questo era un imbottigliamento base, normale, non una costosissima special release, un single cask particolarmente memorabile o altro. No, era “il Lagavulin”, e basta. Spaventosa beverinità, sesquipedale intensità, complessità da urlo: ma è possibile riconoscere una frutta del genere, così fresca, così vivace, così succosa, accanto ad una torba pesante ma delicata al contempo? Capolavoro. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Captain Beefheart – Electricity.

Lagavulin 18 yo ‘Feis Ile 2016’ (2016, OB, 49,5%)

Il Feis Ile è alle porte, e noi, come ogni anno, siamo a Milano. Decidiamo però di affrontare la malinconia con uno degli imbottigliamenti più celebrati del Feis Ile dell’anno scorso, vale a dire un Lagavulin di 18 anni, miscela da barili ex-sherry ed ex-bourbon refill – scegliamo Lagavulin anche perché domani andrà in scena un tributo alla storia della distilleria, con la degustazione da Angelo che vedrà aperte due bottiglie memorabili: il 12 anni White Horse e il primissimo 16 anni imbottigliato nel 1987. Ma via, torniamo al presente…

N: beh, che impatto! Una coltre di fumo denso di torba, che ricorda quasi un sigaro spento, la cenere ancora viva, le braci spente… A far da contorno, il mare nelle sue forme, anzi proprio la spiaggia scozzese: c’è l’alga riarsa al sole, c’è l’aria salmastra. Sulla ‘dolcezza’ non troviamo grandi esplosioni cremose, bensì un senso – straordinariamente vivido – di torta paradiso, e poi anche di ciambellone appena sfornato. L’agrume invece è caldo, non limone ma mandarino, o arancia rossa. Faremmo un torto a questo whisky se dimenticassimo quei sentori di sottobosco, di conifere, di aghi di pino. Eccellente.

P: intenso e compatto, splendido davvero. Un’unica emozionante esplosione di sapori, tutti legati tra loro… Torba e mare, mineralità e sapidità sono ancora una volta devastanti, con legno e alghe bruciate, e cenere infinita. Un che di vagamente medicinale. C’è poi il cedro candito ad agitarsi sul palcoscenico, ancora la torta paradiso, lo zucchero a velo; si esibisce sfrontato anche il cereale, come a simulare una gioventù che già non c’è più. Vaniglia e pan di Spagna, forse latte condensato? E poi ancora il lato balsamico, bello sbilanciato sul pino. L’acqua plaa una dolcezza già delicata, esaltandone spigoli e acidità e rendendolo molto più agrumato.

F: infinito, intensissimo. Cenere, bruciato, costiero. Raffinatissimo, a suo modo è di una delicata brutalità.

93/100, è pressoché perfetto. Ti offre tutto quel che puoi desiderare da un malto di Islay, e lo fa con l’eleganza spigolosa e selvaggia che forse solo Lagavulin riesce a mettere in campo. Vario, complesso, intenso, compatto, isolano… Ripetiamo, a un whisky del genere non potremmo chiedere di più.

Sottofondo musicale consigliato: Genesis – The return of the giant Hogweed.

South Shore Islay 8 yo (2016, Valinch&Mallet, 48,8%)

Abbiamo ancora in mente gli occhi di Fabio Ermoli quando ci ha annunciato “ho comprato un tank di L*******”: gli occhi erano lucidi e si stava già stampando il simbolo del dollaro sulle pupille. Si scherza caro Fabio (anzi, Fabietto): siamo molto felici di assaggiare un malto di Islay sconosciuto, proveniente dalla costa sud ed innominabile (e dunque…). Pare interessante che sia un otto anni proprio quando una celebre distilleria innominabile della costa sud  di Islay festeggia i 200 anni con un 8 anni ufficiale… Sarà un indizio? Una coincidenza? Chissà.

N: molto intenso ed espressivo, apertissimo e clamorosamente piacevole (avremmo detto 43 max 46, fantastico). Suggestioni forti: crema caffè e cacao (per non dire direttamente tiramisù). Un filo di olio di mandorle. Ma non si pensi a un naso troppo ‘dolcione’, c’è anche tanto distillato a parlare: tanto limone, ovviamente. Una torba molto intensa, fumo acre e affilato; grande marinità (più marino che costiero, più acqua di mare che non il puzzo delle città di mare). Liquirizia in legnetti.

P: qui il tiramisù diventa torta paradiso, o una torta della nonna con crema di limone (l’agrume prende tanto spazio soprattutto in avvio). Poi pian piano vira verso il pesante (liquirizia e tiramisù ancora). Beverinità spaventosa, pienezza incredibile. Sa di pesce e salamoia e cenere, un fumo devastante. Limonata zuccherata, cresce la quota di vaniglia e fa pure capolino una pera bella matura. Un senso di borotalco. Molto ricco.

F: se al palato il fumo (legno bruciato oltre alla torba acre) era devastante, qui diventa mastodontico. Ancora pesce e fumo e vaniglia. Liquirizia. Labbra salate.

Questo e l’8 anni ufficiale celebrativo del bicentenario sono le due facce della stessa medaglia: l’altro era forse più nudo, più scopertamente giovane, qui le botti sembrano un poco più attive… Non ci sentiamo di dare un voto diverso: 89/100, anche se per la gioia di Fabio e Davide sappiamo che i tedeschi preferiscono questo…

Sottofondo musicale consigliato: Jim James – State of the art (aeiou).

Lagavulin 12 yo (2015, OB, 56,8%)

Sparring partner perfetto del nuovo, attesissimo 8 anni ci è parso essere il fratellone 12, a grado pieno, rilasciato nello scorso autunno nell’ambito delle Special Release di Diageo. Poche ciance, via alla degustazione.

lagavulin-12-year-old-special-release-2015-whiskyN: complice la gradazione, si concede con fatica; estremamente compatto e trattenuto. L’alcol non respinge, ma sono evidenti note di acetone, di solvente. L’effetto, a prima snasata, è di solvente per lo smalto per le unghie, che ricorda un po’ l’olio di mandorle; contribuisce poi a un profilo austero e nudo una marinità veramente imponente. Togliersi lo smalto su una scogliera, è questa l’immagine che le nostre menti malate hanno prodotto? Davvero? Molto poco sexy (non solo l’immagine, adesso intendiamo il whisky): c’è lana bagnata, c’è una torba minerale e fumigante (sa proprio di cenere), c’è un cereale caldo e pieno, ma c’è anche un qualcosa di fruttato (pera, diremmo) e un bello zenzero candito. Spiegato così non vi attira? Beh, invece fidatevi, è splendido.

P: paragonandolo al nuovo ottenne, questo ci appare più torbato, più fumoso, più agrumato, meno dolce e meno marino. Si muove tutto su bombette di sapore, una diversa dall’altra: domina ancora un’austera nudità, con note molto evidenti di cenere, di fumo di torba, di legno bruciato (ne assaggiate spesso, di legno incandescente, no?). Fa capolino anche un lato medicinale, a dimostrare l’intensità della torba. C’è una forte dimensione di agrume dolce (limonata zuccherata?, ma anche frutta tropicale tipo la carambola, per i pochi sventurati che la conoscono), e anche di fieno caldo, di malto dolce.

F: lungo e persistente, inizia sulla dolcezza (ancora maltosa, erbacea) e poi perdura un senso di acqua di mare, di erba bruciata, di cenere che vi perseguiterà fino all’indomani, almeno.

Partiamo proseguendo il paragone con il nuovo 8 anni: rispetto a quello, è un po’ più complesso, è meno marino ma è anche meno ‘sexy’ (e già quello era ammiccante come una giovane educanda). Anche a questo dobbiamo riconoscere il merito di puntare sulla qualità del distillato – francamente indiscutibile – e sulla sua dolcezza naturale, priva di sverniciate di vaniglia. 91/100, avanti un altro.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Twilight zone / Wrathchild.

Lagavulin 8 yo (2016, OB, 48%)

È ancora tempo di bicentenari, su Islay: dopo Laphroaig e Ardbeg, che hanno celebrato il duecentesimo genetliaco ufficiale l’anno passato, nel 2016 tocca a Lagavulin, una delle distillerie più amate, venerate, ricercate dal pubblico di whiskofili. Il primo degli imbottigliamenti celebrativi (sì, ce ne saranno almeno tre: questo, uno per il Feis Ile ed una Special Release… si mormora di un 25 anni a grado pieno in arrivo, ma costerà come una rata del mutuo per la vostra bella casetta) è un 8 anni non filtrato a freddo, ridotto alla gradazione di 48%. In limine, ci piace lodare che Lagavulin (quindi: Diageo) abbia scelto di dichiarare la giovane età e non si sia trincerata dietro ad un NAS; scelta controcorrente, come sappiamo. Ma insomma: l’attesa era tanta, e finalmente ora l’abbiamo nel bicchiere. Il colore è paglierino molto chiaro, sembrerebbe naturale – fonti bene informate, però, ci avvertono che un po’ di caramello potrebbe essere scappato pure qui…

lg_1461N: se dovessimo identificare una caratteristica peculiare, diremmo che è infinitamente marino e iodato (sale; aria di mare, proprio, davvero impressionante). Sulle prime pare molto naked, sullo stile del fratellino maggiore di 12 anni; colpisce una netta mineralità, una torba terrosa e un fumo acre ma relativamente leggero (anche se, a onor del vero, progressivamente sale un senso di legno bruciato). Lana bagnata. La gioventù è esibita da note di malto giovane, tra pane, lievito, un po’ di  limone, canditi… La zuccherinità, presente e in crescita, è fresca e su note floreali (violette e caramelle alla v.), lievemente fruttata (frutta bianca), e con un poco di vaniglia. C’è poi una dimensione speziata (alla degustazione c’è chi parlava di cumino e di paprika) e di pepe bianco. Olio di mandorle. Tutti questi aromi esibiscono grande compattezza e grande intensità, in una cornice – ripetiamo – prepotentemente costiera e marina.

P: ottima intensità, il corpo è coerente con lo stile di casa, oleoso e compatto – ma il miracolo è che è anche beverino alla grande. Al fianco della marinità, che rimane spettacolare, intensissima e in primo piano (acqua salata, aria di mare), si aggiunge una dolcezza più marcata, facile ma molto godibile: vaniglia, canditi ed esplosioni di liquirizia dolce; perfino qualche nota fruttata (uva bianca) e un che di mandorla. Poi, il minerale non molla di un millimetro; il palato si chiude su un fumo – stavolta sì – marcatamente Laga, con note pesanti di legna bruciata. Ancora spezie e pepe bianco.

F: ritorna la gioventù del cereale, molto ben impastata con legna bruciata, sale e pepe bianco.

Non giriamoci attorno: è davvero molto buono. È giovane, certo, a suo modo è relativamente semplice, ma lo spirito di Lagavulin (pur se toccato da una dolcezza di vaniglia che al palato fa capolino con più insistenza) resta francamente insuperabile. Appare simile al 12 anni nelle sue espressioni migliori, dato che il lato isolano è davvero prominente, soprattutto al naso. Nel cappello introduttivo avevamo lodato l’operazione di trasparenza (età bassa dichiarata e non NAS); qui dobbiamo anche lodare la scelta della nudità, di un profilo guidato dal distillato e solo marginalmente impreziosito dalla botte. Se lo trovate, il prezzo attuale che si vede sul web (attorno ai 70€, ma si trova anche a meno) ci pare davvero molto onesto. Whiskyfacile approva: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – Seven steps to heaven.