Lagavulin 12 yo (anni ’80, OB, ‘Montenegro import’, 43%)

Dopo poco più di una settimana dalla degustazione “Classic Malts da sogno”, assaggiamo qualche campione che ci siamo portati a casa. Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo whisky assaggiato: si tratta di una bottiglia storica, Lagavulin 12 anni ‘White Horse’ Montenegro Import per il mercato italiano. Si tratta dell’imbottigliamento ufficiale di Lagavulin che occupa gli scaffali per tutta la prima metà degli anni ’80, venuto dopo il 12 anni con etichetta bianca e subito prima dell’istituzione del 16 anni, nel 1987. Il pavimento di maltazione ha chiuso nel 1974 a Lagavulin, dunque con ogni probabilità si tratta di un malto ancora prodotto in maniera tradizionale. Basta parole, avanti la storia.

IMG_8079_4N: straordinario, apertissimo e intensissimo. La cosa che ci sbalordisce a primissimo impatto è la frutta, una frutta rossa succosa e in composta: ciliegia, incredibile (avete presente la confettura di ciliegia?); more, anche qui sia fresche che in marmellata. Sentori del genere li avevamo trovati solo nel Bowmore Bicentenary, il che è tutto dire.  Arancia candita, molto carica di zucchero, e forse un cenno di zenzero (sempre candito). Spostandoci lentamente verso sentori più duri, passiamo su un tappeto di castagne arrosto, per poi finire su cuoio, tabacchi e vecchi mobili in legno. Infine, il dolce approdo sulle coste di Islay: appena un velo di catrame, di terra bruciata, bacon (o barbecue spento, col grasso di maiale che ancora cola…), qualcosa di più iodato anche, ma lontano: non aria di mare tout court, corda bagnata dall’acqua, forse. Appena un accenno di eucalipto. Non è brutale, anzi: è elegantissimo, invitante e succoso…

P: ugualmente intenso e complesso, anche se con importanti variazioni sul tema. Innanzitutto, l’isolanità si prende decisamente più spazio: è più salato, più pescioso, più bruciato (proprio legno bruciato), con una torba attiva, tra la cenere e un forte senso medicinale… Eccessivo? Neanche per idea, conserva una miracolosa eleganza che va coltivando con suggestioni di carruba, caffè, cuoio. Il lato dolce esibisce meno frutti di bosco (anche se le more sono innegabili, anche in caramella: avete presenti le fruit joy?), poi c’è il caramello salato, e poi un senso incantevole di bordo di crostata leggermente bruciato… E poi anche il chinotto, o il tamarindo…

F: lunghissimo, la torba (molto naturale, viva, cenerosa e acre) perdura all’infinito. Castagne bruciate ancora, anche arancia zuccherata… A dire la verità torna un po’ tutto qual che avevamo riconosciuto al palato (tranne forse la salinità, qui in disparte), ed è una cosa che ci sorprende – piacevolmente.

Non basteranno gli aggettivi, forse, ma la cosa che sempre ci lascia a bocca aperta quando assaggiamo prodotti del genere è che questo era un imbottigliamento base, normale, non una costosissima special release, un single cask particolarmente memorabile o altro. No, era “il Lagavulin”, e basta. Spaventosa beverinità, sesquipedale intensità, complessità da urlo: ma è possibile riconoscere una frutta del genere, così fresca, così vivace, così succosa, accanto ad una torba pesante ma delicata al contempo? Capolavoro. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Captain Beefheart – Electricity.

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Lagavulin 18 yo ‘Feis Ile 2016’ (2016, OB, 49,5%)

Il Feis Ile è alle porte, e noi, come ogni anno, siamo a Milano. Decidiamo però di affrontare la malinconia con uno degli imbottigliamenti più celebrati del Feis Ile dell’anno scorso, vale a dire un Lagavulin di 18 anni, miscela da barili ex-sherry ed ex-bourbon refill – scegliamo Lagavulin anche perché domani andrà in scena un tributo alla storia della distilleria, con la degustazione da Angelo che vedrà aperte due bottiglie memorabili: il 12 anni White Horse e il primissimo 16 anni imbottigliato nel 1987. Ma via, torniamo al presente…

N: beh, che impatto! Una coltre di fumo denso di torba, che ricorda quasi un sigaro spento, la cenere ancora viva, le braci spente… A far da contorno, il mare nelle sue forme, anzi proprio la spiaggia scozzese: c’è l’alga riarsa al sole, c’è l’aria salmastra. Sulla ‘dolcezza’ non troviamo grandi esplosioni cremose, bensì un senso – straordinariamente vivido – di torta paradiso, e poi anche di ciambellone appena sfornato. L’agrume invece è caldo, non limone ma mandarino, o arancia rossa. Faremmo un torto a questo whisky se dimenticassimo quei sentori di sottobosco, di conifere, di aghi di pino. Eccellente.

P: intenso e compatto, splendido davvero. Un’unica emozionante esplosione di sapori, tutti legati tra loro… Torba e mare, mineralità e sapidità sono ancora una volta devastanti, con legno e alghe bruciate, e cenere infinita. Un che di vagamente medicinale. C’è poi il cedro candito ad agitarsi sul palcoscenico, ancora la torta paradiso, lo zucchero a velo; si esibisce sfrontato anche il cereale, come a simulare una gioventù che già non c’è più. Vaniglia e pan di Spagna, forse latte condensato? E poi ancora il lato balsamico, bello sbilanciato sul pino. L’acqua plaa una dolcezza già delicata, esaltandone spigoli e acidità e rendendolo molto più agrumato.

F: infinito, intensissimo. Cenere, bruciato, costiero. Raffinatissimo, a suo modo è di una delicata brutalità.

93/100, è pressoché perfetto. Ti offre tutto quel che puoi desiderare da un malto di Islay, e lo fa con l’eleganza spigolosa e selvaggia che forse solo Lagavulin riesce a mettere in campo. Vario, complesso, intenso, compatto, isolano… Ripetiamo, a un whisky del genere non potremmo chiedere di più.

Sottofondo musicale consigliato: Genesis – The return of the giant Hogweed.

South Shore Islay 8 yo (2016, Valinch&Mallet, 48,8%)

Abbiamo ancora in mente gli occhi di Fabio Ermoli quando ci ha annunciato “ho comprato un tank di L*******”: gli occhi erano lucidi e si stava già stampando il simbolo del dollaro sulle pupille. Si scherza caro Fabio (anzi, Fabietto): siamo molto felici di assaggiare un malto di Islay sconosciuto, proveniente dalla costa sud ed innominabile (e dunque…). Pare interessante che sia un otto anni proprio quando una celebre distilleria innominabile della costa sud  di Islay festeggia i 200 anni con un 8 anni ufficiale… Sarà un indizio? Una coincidenza? Chissà.

N: molto intenso ed espressivo, apertissimo e clamorosamente piacevole (avremmo detto 43 max 46, fantastico). Suggestioni forti: crema caffè e cacao (per non dire direttamente tiramisù). Un filo di olio di mandorle. Ma non si pensi a un naso troppo ‘dolcione’, c’è anche tanto distillato a parlare: tanto limone, ovviamente. Una torba molto intensa, fumo acre e affilato; grande marinità (più marino che costiero, più acqua di mare che non il puzzo delle città di mare). Liquirizia in legnetti.

P: qui il tiramisù diventa torta paradiso, o una torta della nonna con crema di limone (l’agrume prende tanto spazio soprattutto in avvio). Poi pian piano vira verso il pesante (liquirizia e tiramisù ancora). Beverinità spaventosa, pienezza incredibile. Sa di pesce e salamoia e cenere, un fumo devastante. Limonata zuccherata, cresce la quota di vaniglia e fa pure capolino una pera bella matura. Un senso di borotalco. Molto ricco.

F: se al palato il fumo (legno bruciato oltre alla torba acre) era devastante, qui diventa mastodontico. Ancora pesce e fumo e vaniglia. Liquirizia. Labbra salate.

Questo e l’8 anni ufficiale celebrativo del bicentenario sono le due facce della stessa medaglia: l’altro era forse più nudo, più scopertamente giovane, qui le botti sembrano un poco più attive… Non ci sentiamo di dare un voto diverso: 89/100, anche se per la gioia di Fabio e Davide sappiamo che i tedeschi preferiscono questo…

Sottofondo musicale consigliato: Jim James – State of the art (aeiou).

Lagavulin 12 yo (2015, OB, 56,8%)

Sparring partner perfetto del nuovo, attesissimo 8 anni ci è parso essere il fratellone 12, a grado pieno, rilasciato nello scorso autunno nell’ambito delle Special Release di Diageo. Poche ciance, via alla degustazione.

lagavulin-12-year-old-special-release-2015-whiskyN: complice la gradazione, si concede con fatica; estremamente compatto e trattenuto. L’alcol non respinge, ma sono evidenti note di acetone, di solvente. L’effetto, a prima snasata, è di solvente per lo smalto per le unghie, che ricorda un po’ l’olio di mandorle; contribuisce poi a un profilo austero e nudo una marinità veramente imponente. Togliersi lo smalto su una scogliera, è questa l’immagine che le nostre menti malate hanno prodotto? Davvero? Molto poco sexy (non solo l’immagine, adesso intendiamo il whisky): c’è lana bagnata, c’è una torba minerale e fumigante (sa proprio di cenere), c’è un cereale caldo e pieno, ma c’è anche un qualcosa di fruttato (pera, diremmo) e un bello zenzero candito. Spiegato così non vi attira? Beh, invece fidatevi, è splendido.

P: paragonandolo al nuovo ottenne, questo ci appare più torbato, più fumoso, più agrumato, meno dolce e meno marino. Si muove tutto su bombette di sapore, una diversa dall’altra: domina ancora un’austera nudità, con note molto evidenti di cenere, di fumo di torba, di legno bruciato (ne assaggiate spesso, di legno incandescente, no?). Fa capolino anche un lato medicinale, a dimostrare l’intensità della torba. C’è una forte dimensione di agrume dolce (limonata zuccherata?, ma anche frutta tropicale tipo la carambola, per i pochi sventurati che la conoscono), e anche di fieno caldo, di malto dolce.

F: lungo e persistente, inizia sulla dolcezza (ancora maltosa, erbacea) e poi perdura un senso di acqua di mare, di erba bruciata, di cenere che vi perseguiterà fino all’indomani, almeno.

Partiamo proseguendo il paragone con il nuovo 8 anni: rispetto a quello, è un po’ più complesso, è meno marino ma è anche meno ‘sexy’ (e già quello era ammiccante come una giovane educanda). Anche a questo dobbiamo riconoscere il merito di puntare sulla qualità del distillato – francamente indiscutibile – e sulla sua dolcezza naturale, priva di sverniciate di vaniglia. 91/100, avanti un altro.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Twilight zone / Wrathchild.

Lagavulin 8 yo (2016, OB, 48%)

È ancora tempo di bicentenari, su Islay: dopo Laphroaig e Ardbeg, che hanno celebrato il duecentesimo genetliaco ufficiale l’anno passato, nel 2016 tocca a Lagavulin, una delle distillerie più amate, venerate, ricercate dal pubblico di whiskofili. Il primo degli imbottigliamenti celebrativi (sì, ce ne saranno almeno tre: questo, uno per il Feis Ile ed una Special Release… si mormora di un 25 anni a grado pieno in arrivo, ma costerà come una rata del mutuo per la vostra bella casetta) è un 8 anni non filtrato a freddo, ridotto alla gradazione di 48%. In limine, ci piace lodare che Lagavulin (quindi: Diageo) abbia scelto di dichiarare la giovane età e non si sia trincerata dietro ad un NAS; scelta controcorrente, come sappiamo. Ma insomma: l’attesa era tanta, e finalmente ora l’abbiamo nel bicchiere. Il colore è paglierino molto chiaro, sembrerebbe naturale – fonti bene informate, però, ci avvertono che un po’ di caramello potrebbe essere scappato pure qui…

lg_1461N: se dovessimo identificare una caratteristica peculiare, diremmo che è infinitamente marino e iodato (sale; aria di mare, proprio, davvero impressionante). Sulle prime pare molto naked, sullo stile del fratellino maggiore di 12 anni; colpisce una netta mineralità, una torba terrosa e un fumo acre ma relativamente leggero (anche se, a onor del vero, progressivamente sale un senso di legno bruciato). Lana bagnata. La gioventù è esibita da note di malto giovane, tra pane, lievito, un po’ di  limone, canditi… La zuccherinità, presente e in crescita, è fresca e su note floreali (violette e caramelle alla v.), lievemente fruttata (frutta bianca), e con un poco di vaniglia. C’è poi una dimensione speziata (alla degustazione c’è chi parlava di cumino e di paprika) e di pepe bianco. Olio di mandorle. Tutti questi aromi esibiscono grande compattezza e grande intensità, in una cornice – ripetiamo – prepotentemente costiera e marina.

P: ottima intensità, il corpo è coerente con lo stile di casa, oleoso e compatto – ma il miracolo è che è anche beverino alla grande. Al fianco della marinità, che rimane spettacolare, intensissima e in primo piano (acqua salata, aria di mare), si aggiunge una dolcezza più marcata, facile ma molto godibile: vaniglia, canditi ed esplosioni di liquirizia dolce; perfino qualche nota fruttata (uva bianca) e un che di mandorla. Poi, il minerale non molla di un millimetro; il palato si chiude su un fumo – stavolta sì – marcatamente Laga, con note pesanti di legna bruciata. Ancora spezie e pepe bianco.

F: ritorna la gioventù del cereale, molto ben impastata con legna bruciata, sale e pepe bianco.

Non giriamoci attorno: è davvero molto buono. È giovane, certo, a suo modo è relativamente semplice, ma lo spirito di Lagavulin (pur se toccato da una dolcezza di vaniglia che al palato fa capolino con più insistenza) resta francamente insuperabile. Appare simile al 12 anni nelle sue espressioni migliori, dato che il lato isolano è davvero prominente, soprattutto al naso. Nel cappello introduttivo avevamo lodato l’operazione di trasparenza (età bassa dichiarata e non NAS); qui dobbiamo anche lodare la scelta della nudità, di un profilo guidato dal distillato e solo marginalmente impreziosito dalla botte. Se lo trovate, il prezzo attuale che si vede sul web (attorno ai 70€, ma si trova anche a meno) ci pare davvero molto onesto. Whiskyfacile approva: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – Seven steps to heaven.

Lagavulin 16 yo (2014, OB, 43%)

Grave il manto della colpa cade sulle nostre spalle e rubizzo è il nostro volto nel volgere il pensiero a ciò che mancava: e ciò che mancava, qui sul sito, era il re dei single malt, la bottiglia che più facilmente fa breccia nel cuore degli appassionandi al malto, il torbato oggetto di culto di ogni whiskofilo che si rispetti (e qui intendiamo: che rispetti se stesso). Alludiamo al Lagavulin 16 anni, unica versione stabile del core range, assieme alle edizioni annuali (12 anni e Distiller’s Edition): perché per imporre uno stile basta una bottiglia, non c’è mica bisogno di età differenti, NAS e finish in Tavernello, no: basta la qualità. E beh, dopo aver assaggiato il 12 anni White Horse degli anni ’70, quale miglior modo per calcare ancora le terre di Islay?

lagavulin_16_yearN: sembra determinante l’influenza delle botti ex sherry, pur incastonata in uno di quei profili ‘fusi’, compatti, di grande espressività e monolitica varietà. Un whisky appiccicoso, a volerlo descrivere con un colore sarebbe ‘marrone’: ti si incolla alle narici con note di caramello, tamarindo, arance glassate, prugne cotte, marmellata ai frutti di bosco. Anche scorza d’arancia rossa. Mica male nemmeno la torba, che è pesante, smoggosa e supportata da una marinità intensissima (alghe riarse); anche una nota di carne su barbecue. Suggestioni di cuoio.

P: che compattezza e che ricchezza! In coerenza col naso si conferma assai marino fin dall’attacco: è proprio salato. Nello stesso istante però si percepisce anche una dolcezza, pronunciata ma elegante, che richiama liquirizia, frutta cotta (mele e prugne; ma anche confettura di fragola), arancia e chinotto, caramello bruciacchiato. A proposito di bruciato, qui la torba ricorda il legno carbonizzato e il bacon. Ancora una sensazione pesante di smog.

F: lungo, lunghissimo. Salato e bruciato, con splendidi inserti di caramello e agrumi.

Notevole complessità, eccellente intensità, sorprendente bilanciamento: il Lagavulin 16 anni è, semplicemente, il miglior single malt torbato tra le versioni ‘base’ – e badiamo bene a questo aspetto, è una versione ‘base’, appunto, che assaggiata blind non avrebbe nulla da invidiare ad espressioni più esotiche e – certamente – più costose. Apprezziamo anche i punti di contatto (di coerenza e consistenza) con il ‘nonno’, il 12 White Horse degli anni ’70 Ci inchiniamo al Lord of the Malts: 90/100, e forse siamo stati bassi (ad esempio, il prode IBR è più munifico; ma date un’occhiata anche ai voti di Serge)…

Sottofondo musicale consigliato: Deep Purple – Child in time.

Lagavulin 12 yo ‘White Horse Distillers’ (anni ’70, OB, 43%)

Non occorre presentare la distilleria, che è tra le più (giustamente) famose al mondo: due parole per la bottiglia invece sì, vanno spese. Siamo negli anni ’70, e il whisky in Italia piace, piace un sacco: Carpano, oltre a produrre Vermouth, importa nel belpaese il 12 anni ufficiale di Lagavulin (proprietà White Horse Distillers) – siamo nella prima metà degli anni ’70, e si capisce perché le scritte in basso sono in rosso, non in grigio, come accadrà nelle ultime versioni di quest’etichetta prima di passare, all’alba degli anni ’80, all’etichetta color crema con le scritte in verde. Questa bottiglia è storia: nel 1965 in distilleria hanno smesso il riscaldamento a fuoco diretto degli alambicchi, e qui con ogni probabilità abbiamo a che fare con distillato precedente a quella data. Insomma, abbassiamo tutti gli occhi, apriamo le narici, incominciamo il viaggio.

Lagavulin-12-y.o.-White-Horse-Carpano-Import-e1430913261743N: spaventosa complessità, anche perché non pare aver perso neanche un po’, nei 40 anni passati in bottiglia, del suo spettro aromatico originale (anche se beh, ovviamente non lo sapremo mai). Difficile far ordine tra le suggestioni simultanee, ma proviamoci. Molto salmastro, quasi salino, proprio; manca, di Islay, il fumo poderoso, ma si avverte solo un che di polvere da sparo, di fumighé blando ma intenso e acre (smog?, ma lievissimo… Splendido paradosso!). Poi si entra in un bello spettacolo ‘zuccherino, con carruba, liquirizia, prugne secche, pan di Spagna imbevuto, cioccolato (siamo eretici, ma diciamolo: ricorda, questa nota, la Fiesta…). Tutto ciò, però, è come schermato da incantevoli e inebrianti note sporche, di cuoio, vecchi libri polverosi, foglie di tè; cera (anzi: ricorda la tela cerata, o… i Barbour!, ve li ricordate?). Spezie del legno. Chinotto. To-ta-le.

P: il corpo sembra easy, ed è molto beverino in effetti; però, quante storie raccontate in un solo dram. Grandiosa complessità!, stupefacente intensità. Attacca su quella cera unica, che è solo nei whisky vecchi (cera, cera d’api); evolve verso il dolce, il fruttato e il dolce legnoso (liquirizia salata, carruba, cachi!, mango, tarte tatin, mele caramellate…), e poi a un certo punto… Bam!, esplode un’affumicatura intensa ed elegantissima: ci ricorda nitidamente del maiale sulla brace, è fantastico. Ancora molto sapido / salino. Tè. Mamma mia…

F: un mix infinito di fumo, cera, pepe, tè zuccherato, chinotto… Persistente come un dolore alla schiena, intenso come un pugno ben assestato.

Quel che davvero ci lascia di stucco, oltre al fatto che il bicchiere è vuoto, è che questo Lagavulin era una bottiglia di consumo, da bere alla sera, parlando di Democrazia Cristiana e di PCI, di guerra del Kippur, di terrorismo, della morte di Jim Morrison, di droghe psichedeliche, di tuo zio che era caduto dalla bicicletta, di quella ragazza scandalosa col caschetto e due cosce indimenticabili, di Watergate e ritiro delle truppe in Vietnam, delle bombe di Bonimba, insomma: era un whisky da bere, da consumare, non da star lì a venerare come se fosse chissà che – e lo dimostra il corpo così beverino… A noi non resta che asciugare le lacrime davanti a un mostro di intensità e di complessità, e incidere sulla pietra un 95/100. Se volete rinnovare il lutto, leggete le parole di IBR. Grazie, grazie infinite a Salvatore Mannino per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: The Doors – Riders on The Storm.

Ileach (2013, 40%)

Come sapete, è molto difficile trovare Lagavulin indipendenti: questo perché la distilleria concede pochissime botti all’esterno, conscia della forza del proprio blasone; e quelle che concede non possono essere imbottigliate a marchio ‘Lagavulin’. Tra oggi e lunedì, però, noi proveremo a confrontare due ‘quasi-Lagavulin’, ovvero due imbottigliamenti senza distilleria dichiarata ma che – rumors dicono – dovrebbero essere proprio della distilleria più elegante di Islay. Iniziamo con un Ileach, un NAS indipendente che si trova, volendolo cercare, tutto sommato a poco prezzo (intorno ai 20 euri).

MALTS_ILE1N: sarà che è a 40%, sarà che la bottiglia è aperta da un po’… ma è sicuramente molto aperto e annusabile. Pare avere una doppia anima: c’è innanzitutto un aspetto ruffiano, dolcione (con massiccio caramello; candy alla liquirizia; zucchero bruciato, frutta cotta mista), ma anche note quasi ‘off’, di arancia macerata, di umidità, di formaggio… Torbato, d’una torba minerale (lana bagnata) e marina (acqua di mare). Ha anche qualche nota medicinale, tipo dentista, e qualche puntina mentolata.

P: il corpo è deboluccio e l’effetto è di tre componenti (dolce, marino, fumigato) slegate, presenti ma non integrate: tra le tre pare stagliarsi con più costanza la dolcezza, ancora caramellata e agrumata; e però sfocia nell’opposto, in un legno eccessivo, di troppa liquirizia (che a intuito pare essere risultante dall’effetto di qualche botte ex-sherry). Una nota d’inchiostro, crescente. Ancora molto torbato, acre e morbido.

F: parte sulla forte dolcezza, che però improvvisamente fugge di fronte a una torba gommosa, acre (gomma bruciata); un senso di amaro ancora da inchiostro.

Potrebbe essere Lagavulin, sì; ciò non toglie che questo imbottigliamento abbia dei difetti, soprattutto tra palato e finale. Si tratta di una torba ruffianona, di un Islay ‘da introduzione’, che più facilmente sedurrà chi si avvicina al whisky e meno chi ci sguazza da più tempo: c’è tutto quel che dovrebbe, ma resta slegato, le anime lottano tra loro senza dare l’impressione d’armonia. Comunque, dato il prezzo, a nostro gusto è senz’altro meglio di altre cose in commercio più o meno alla stessa cifra (leggi: Laphroaig 10). 78/100 è il numero.

Sottofondo musicale consigliato: Antonello Venditti – Il compleanno di Cristina.

Lagavulin 12 yo (2012, OB, 56,5%)

Dal 2002 Lagavulin, distilleria giustamente tra le più apprezzate fra gli appassionati di Scotch whisky, fa uscire un’edizione speciale di 12 anni, in edizione limitata e imbottigliata a grado pieno. Si tratta di imbottigliamenti sempre di livello altissimo, dal rapporto qualità/prezzo più che soddisfacente (sugli 80 euro) e che rappresentano forse una parziale consolazione per la mancanza di un vero e proprio core range per la distilleria, che si presenta sul mercato col solo, immenso 16 anni. L’edizione del 2012 era l’undicesima uscita di questa serie, risultato del vatting di botti ‘refill american oak’.

lagavulin-12-year-old-2012-release-whiskyN: a dispetto della gradazione, si lascia annusare con facilità. Ne emerge un profilo brutalmente raffinato; ci spieghiamo: l’intensità è sì massima, ma qualitativamente si percepiscono tutti aromi per nulla ruffiani. Innanzitutto l’affumicatura è molto intensa ma non invadente, sulla cenere; avanzano poi note minerali, di torba vegetale (terra bagnata); si lasciano apprezzare punte iodate, controbilanciate da un lato agrumato (agrumi canditi alla grande, lime) e da punte ‘dolci’, sobriamente vanigliate. Poi caffè e tanta liquirizia; una punta anice e note di malto: anzi: di grano caldo, sotto al sole.

P: ingresso impressionante, sembra di bere acqua di mare; poi ti accoglie, si arrotonda in un caldo abbraccio, con sprazzi di dolcezza acuta (zucchero a velo, meringa, vaniglia, liquirizia) e un agrumato raramente così intenso (limonata, pompelmo, cedro). Quindi si richiude magistralmente nel suo elegante cappotto maltato, vegetale, aggumicato (cenere, torba acre). Al palato in realtà indulge in qualcosa di bruciato, legno? Zuccherino ma non troppo fruttato. Splendido, pulitissimo, perfettamente ‘nudo’ senza sembrarlo.

F: lunghissimo e frizzantino: resistono le note costiere, minerali e marine; spadroneggiano le starpaglie bruciate e le braci su un retrogusto zuccherato.

Questo 12 anni non arretra di un millimetro rispetto allo stile che ha reso la distilleria di Islay una delle bevande più apprezzate sul pianeta. Ha infatti quella sua tipica raffinata sobrietà, unita però a una ben decisa intensità e pervasività di odori e sapori che ti fanno pensare: “ma qual è l’ultima volta che ho assaggiato un Lagavulin cattivo?”. Qui la recensione di Serge, qui il nostro voto: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Giuseppe VerdiRequiem ‘Dies irae, Libera me’

Lagavulin Jazz Festival (1995/2013, OB, 51,9%)

Dal 12 al 14 settembre si terrà la sedicesima edizione del Lagavulin Jazz Festival, evento eccezionale che ogni anno porta jazzisti di fama internazionale su Islay per una due giorni di puro godimento sensoriale. E dal 2011 la distilleria contribuisce da par suo a rendere il tutto ancora più confortevole con un imbottigliamento dedicato, edizioni limitate che diventano istantaneamente oggetti di culto. Quella che assaggiamo è stata prodotta in 1500 esemplari.

lagavulin-jazz-festival-2013N: l’alcol sta a zero e a parte questo merito, il naso di questo Laga è quanto di meglio ci si possa attendere dal matrimonio tra un torbatone di Islay e botti di sherry. Difficile da sezionare, le due entità sono fuse magnificamente; proviamoci però. Innanzitutto, c’è una forte affumicatura in stile Lagavulin, catramosa e torbosa; è anche molto marino, “salato”. Tutto ciò danza assieme a una ‘dolcezza’ veramente strutturata e composita: da tabacco da pipa a tè earl grey, amarene sotto spirito, strudel, uvetta e agrumi (bergamotto senz’altro). E ancora liquirizia salata e legno bello tanninico.

P: l’alcol deve essere rimasto nel sample, è subito beverinissimo. L’attacco è dominato da una dolcezza intensa e avvolgente: caramello, arancia, tarte tatin (tante mele!); ma risulta comunque fornire dei descrittori, poiché è tutto molto compatto e qua e là compaiono suggestioni potenzialmente infinite. Dopo quest’inizio terrificante, segue (senza vere cesure a dirla tutta) la cavalcata isolana, con un “legno salato” e bruciato da capogiro.

F: molto fumoso e brutale, ma anche dolce (marmellate di fragole e arancia); catrame, inquinamento, legno bruciato. Infinito.

Se avessimo dovuto scrivere una recensione con pochissimi caratteri a disposizione, magari con un tweet, avremmo semplicemente scritto: “N: classy P: powerful F: endless”. E avremmo tutti capito che questo Lagavulin è l’ennesimo prodotto eccezionale di una distilleria che proprio non riesce a scendere sotto certi standard qualitativi: 91/100. Grazie all’infallibile Sacile Team per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: non sarà di Islay, ma è gran jazz: Charlie Mingus – Fables of Faubus.