Laphroaig 10 yo ‘Cask Strength’ (2016, batch #008, 59,2%)

Chi ha la sventura di frequentarci sa bene quanto a noi non piaccia il Laphroaig 10 anni ‘normale’, a grado ridotto: prima o poi, promettiamo, scriveremo le nostre cattive opinioni anche sul blog. Per contro, nei confronti del 10 anni Cask Strength abbiamo una vera e propria venerazione: quando eravamo su Islay a ottobre non abbiamo potuto esimerci dal portarci a casa un grasso sample dell’ultimo nato, il batch #8, che finalmente sbocciamo quest’oggi.

N: come a Napoli accade tre volte l’anno, anche a Laphroaig avviene un miracolo: non ci sono statue che piangono sangue, ma whisky a quasi 60° che non svelano manco una leggera nota alcolica. L’intensità è clamorosa ed è pure molto complesso: iniziamo dalla nota balsamica, tra eucalipto e borotalco e aghi di pino; poi non dimentichiamo una ‘dolcezza’ molto forte, sparata ma non pacchiana, di vaniglia, caramello e liquirizia, mentre la frutta (quella rossa in particolare) resta solo allusa, quasi un miraggio. Dopo un po’, si scorge un mantello che altro non è che la garza, il medicinale tipico di Laphroaig… Rabarbaro, anche. Il tutto è perfettamente integrato e avvoltolato in un fumo di torba lieve, trattenuto dalla gradazione ma profondo, torboso e acre. Marmellatona d’arancia. Ah, quasi ci dimentichiamo di far cenno all’aria del mare che sbatacchia le sue onde sulla distilleria…

P: il miracolo di cui sopra si ripete anche al palato. È supermarino, supermedicinale: e già questa è una bella cosa da riscontrare. Si apre sull’acqua di mare, salata e intensa, al limite dell’ostrica, fusa con una dimensione balsamica e pienamente medicinale, acre; poi si squaderna una dolcezza per così dire ‘arancione’, con arancia in ogni forma (marmellata, scorzette), liquirizia, un po’ di miele scuro. After-eight? E pensate un po’, uno si perde in tutte queste suggestioni… e quasi si dimentica della torba, del fumo! Cose che a Laphroaig, voi sapete, pare brutto trascurare.

F: legno bruciato, cenere (pesante, quasi cenere di sigaro); perdura l’acqua di mare, il sale, e anche una prima dolcezza appiccicosa, da miele.

91/100: dispiace proprio aver preso solo un sample e nom, che so, tre casse. Laphroaig lavora bene, benissimo, peccato che talvolta se ne scordi. Caldamente consigliato, come tutti i CS.

Sottofondo musicale consigliato: Aldous RH – Sensuality.

Laphroaig 16 yo (1987/2004, Silver Seal, 46%)

Non possiamo esimerci dal bere un secondo Laphroaig, non siete d’accordo? Dopo l’ottimo quattordicenne di Hidden Spirits, oggi tocca a un sedicenne di Silver Seal: si tratta di un imbottigliamento ormai storico, un distillato del 1987 messo in bottiglia nel 2004 dopo anni trascorsi in una botte ex-sherry. La selezione è opera di Ernesto ‘Rino’ Mainardi, celebrato da molti (e da molti autorevoli appassionati, non da cialtroni come noi) come uno dei migliori nasi italiani, se non il migliore. Noi abbiamo potuto mettere le mani su uno dei 770 esemplari di una boccia del genere, ormai esaurita dovunque (e dove lo trovate un Laphroaig in sherry oggidì?, ditecelo, forza) perché era compresa nel pacchetto “Socio Conoscitore 2015” di Whiskyclub.it – una ragione in più per aderire al Club! Il colore è ramato pieno.

laphroaig_silver_seal_16_1987N: impossibile non partire da un lato fruttato, raramente così clamoroso: frutti rossi e neri (lamponi, fragole, more e mirtilli) intensissimi, succosi e iperzuccherini, che arrivano a ricordare le Fruit Joy scure, alle more, e in generale concentrati di frutti di bosco (forse soprattutto more e mirtilli). Prima ancora della torba, arrivano intense suggestioni di eucalipto, di tè, poi di tabacco da pipa; mare e medicine, grandi classici di Laphroaig, rimangono un po’ in disparte, anche se la torba ovviamente si fa sentire dando ulteriore sostanza… Un lieve senso di zolfanelli, di fiammiferi, con un lato sulfureo a dare un ulteriore strato.

P: all’attacco sembra mansueto, complice la gradazione ridotta; ma si tratta di un’impressione destinata a svanire molto presto. Come sopra, propone un tripudio di frutti rossi (ciliegia e lampone) che, però, forse sono soprattutto neri (more e mirtilli in gran spolvero). Arancia rossa matura, ancora a simulare un che di sulfureo, e tabacco da pipa; solo un cenno di tè affumicato (Lapsang Souchong). In aumento, qui, c’è il lato isolano, soprattutto con l’acqua di mare che riemerge, con note sapide e intense; ancora, la torba (più vegetale che fumosa – solo un qualcosa di bruciato) è parzialmente mitigata.

F: lungo e molto, molto persistente: colpisce la resistenza della frutta, dolce e davvero intensa; poi, labbra salate e fumo acre, di torba, infinito.

Come amiamo dire spesso, certi Laphroaig in sherry riescono a realizzare il miracolo di un perfetto equilibrio tra due mondi (torba e sherry, appunto) apparentemente distantissimi… E questo è senz’altro uno di quei “certi”. Rinnova il miracolo dello stupore primordiale il riconoscere un Laphroaig a grado ridotto intensissimo, certo, ma tutto giocato su sfumature setose, sulle molteplici nuance che la combo botte e distillato riesce a produrre. Capolavoro d’estate. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Patty Pravo – Il dottor Funky.

Laphroaig 14 yo (2000/2015, Hidden Spirits, 48%)

Andrea Ferrari è proprietario di Hidden Spirits, una piccola e bellissima realtà nel nutrito italico mondo dell’imbottigliamento indipendente di whisky; se vi capita di passare da Ferrara, varrà la pena di fare un salto nel suo negozio… Vi consigliamo di leggere questa bella intervista di Andrea concessa ai microfoni di FerraraItalia, intervista che racchiude bene le ragioni e la mentalità che stanno dietro all’esperienza Hidden Spirits. In passato abbiamo già assaggiato qualcosa, ora mettiamo il naso su un Laphroaig di quattordici anni, 180 bottiglie, ridotto a 48%. Forza!

wl0574i2332-25_im273143N: Andrea ama selezionare botti che lascino cantare il distillato, senza coprirlo con sverniciate di legno: anche questo Laphroaig non fa eccezione, svelando la sua anima più marina e indulgendo in una ‘dolcezza’ composta. Ma andiamo con ordine: innanzitutto il mare, con generose zaffate di acqua salata e molluschi (ostriche uber alles). La torba pare più tendere al vegetale e al minerale che non all’affumicato, rivelandosi quasi ‘gentile’ visto lo stile di casa – stile di casa che riemerge evidente con note medicinali, di garze. Poi, una piccola teoria di agrumi canditi, dolci e delicati (limone, cedro); ancora, cristalli di zenzero. Erbe aromatiche da cucina (salvia). Un naso delicato e molto, molto buono.

P: di nuovo si nota subito il mare, con ondate di acqua salata a frangersi sul palato, mareggiata dopo mareggiata. C’è una dolcezza astratta e molto piacevole, trattenuta, tutta giocata tra lo zucchero liquido, una lievissima vaniglia e un qualcosa di fruttato (kiwi, forse?). Tanto, tanto legno bruciato; una bella suggestione erbacea (ancora erbe aromatiche, salvia e rosmarino).

F: molto, molto salato e marino; poi, un senso di bruciato (legno, o anzi: prato bruciato?).

Un Laphroaig apparentemente delicato, certo nudo, pulito e tutto incentrato sulla qualità del distillato – e il distillato di Laphroaig, si sa, di qualità ne ha tanta, più o meno come l’attacco della Juve dell’anno prossimo (purtroppo). Insomma, un imbottigliamento eccellente, per chi non ha timore di sperimentare fino in fondo l’anima di Laphroaig – e al solito, meno male che ci sono gli indipendenti! 88/100, avanti con un altro Laphroaig italiano…

Sottofondo musicale consigliato: Fever Ray – If I had a heart.

Laphroaig Cairdeas 200th Anniversary (2015, OB, 51,5%)

Arrivati a recensire il venticinquesimo Laphroaig, ci rendiamo conto che 1) pur tenendo conto di tutti quelli mai finiti sul sito, ne abbiamo bevuti pochissimi; 2) non c’è più bisogno di spiegare perché Laphroaig sia importante, né perché sia amata, quindi ce e ve lo risparmieremo. Assaggiamo oggi l’imbottigliamento Cairdeas 2015, ovvero quello per il Feist Ile dell’anno passato: ed era un anno particolare il 2015, cioè il duecentesimo di vita della distilleria… John Campbell, distillery manager, ha preparato una ricetta speciale: solo orzo maltato in casa, solo due alambicchi utilizzati (i due più piccolini, i due più vecchi), invecchiamento nella warehouse N.1, età non dichiarata. Andiamo? Andiamo.

July15-LaphroaigCairdeas2015N: poco alcolico, ma per il resto è tanto di tutto… Nel senso che, ad esempio, la ‘dolcezza’ non è solo intensa, è straripante, profonda, giocata su note di pasta di mandorle, di zucchero a velo, perfino di borotalco. I classici biscotti zenzero e cannella di Natale. C’è una nota agrumata incantevole, diremmo proprio di lime, complicata da una punta mentolata. La torba, poi, è sporca, sa proprio di smog, di diesel, e al contempo c’è anche tanta garza medicinale, tanta corsia d’ospedale; ma è un po’ una garza ladra che si è rubata la marinità. Anche oggi abbiamo fatto la nostra battuta pessima, grazie.

P: clamorosamente poco alcolico per la gradazione che ha. L’ingresso è mostruosamente torbato e fumoso, e ancora pare di scendere in un sottosuolo distopico pieno di smog, di fumo, di motori accesi, di plastica bruciata e desolazione. Però poi arrivano assieme dolcezza e (una fenomenale) acidità, indissolubilmente unite e per questo bilanciatissime, con note di confetti alla mandorla e di lime. Il tutto pare accadere nel laboratorio di un dentista, tante sono le note medicinali. Diciamo che l’acidità fa da collante tra una timida dolcezza e uno smog atrocemente intenso. Ancora, niente sale e poco mare.

F: lunghissimo e intenso, ancora lime, ancora smog, fumo, torba, confetti, biscotti ai cereali. Ottimo.

Uno dei Laphroaig migliori che ci sia mai capitato di assaggiare; e le parole sono già anche troppe. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Alberto Fortis – Milano e Vincenzo.

Laphroaig 18 yo (2015, OB, 48%)

Tra la fine del 2009 e l’inizio 2010 Laphroaig ha deciso di mandare in pensione un’espressione storica, il 15 anni, per sostituirla con un più maturo diciottenne a gradazione più elevata (48%) – che il passaggio sia stato controverso e non proprio indolore per gli appassionati, è testimoniato in via indiretta da questo bel post di Claudio Riva, dei tempi in cui ancora si dedicava alle sole sorti di Laphroaig. Con gli anni le acque si sono calmate e – per quanto non manchino gli orfani dello storico 15 – tutti si sono abituati ad avere a che fare con il 18… Almeno, fino all’anno scorso, quando per il bicentenario di distilleria è stato lanciato un nuovo 15 anni!, per ora in edizione limitata ma (dicono i bene informati) pronto dalla fine 2016 a subentrare di nuovo all’ormai rottamando 18. Insomma, nel dubbio è bene assaggiarlo fin che si può e fin che ancora perdura nel core range: via con la degustazione.

lrgob.18yoN: paradossalmente, rispetto all’imbottigliamento-base di Laphroaig, il Select, ha un naso sulle prime meno espressivo, più trattenuto, più pungente. Però è solo sulle prime: dopo un poco si lascia avvicinare, aprendosi innanzitutto su una ‘dolcezza’ molto seducente, tra una crema alla vaniglia e delle stupefacenti note di frutta tropicale (ananas, ma ci spingeremmo fino alla maracuja) – se ci conoscete un minimo, saprete che stiamo per scrivere: pasticcino alla frutta. Elegante e cesellata è l’affumicatura, anche se è relativamente in disparte, con note di tè affumicato; anche la marinità c’è ma solo allusa, e quasi inesistente, se non a sprazzi, è il lato medicinale (che pure emerge con un po’ di garza).

P: di grandissima intensità e di corpo strutturato. Il percorso è nettamente bipartito: si apre con una composta eleganza sul lato isolano, con acqua di mare, una torba acre e terrosa, una bella sapidità, senza mai tracimare nell’eccesso; poi, dopo pochissimo, si spalanca una voragine di dolcezza, tra pesche mature e una tropicalità esuberante (maracuja, mango) e molto, molto intensa. Vaniglia, anche.

F: la dolcezza vanigliosa e fruttata qui prende la scena, lasciando solo un mero cenno di torba acre e affumicata. Niente acqua di mare.

Poche ciance, è molto buono. Atipico, se vogliamo, rispetto a certe costanti di Laphroaig che amiamo: atipico e deficitario dunque (dove son finiti mare e medicine?), ma così dicendo stiamo confrontando un malto reale con un malto che esiste solo nel nostro cuore, quindi sovrapponiamo un giudizio a un pregiudizio, e non va bene. Anche perché l’effetto complessivo è di grande eleganza, la bevuta è piacevole, l’intensità è sempre infuocata. 87/100 sarà l’opinione tradotta in numero, a testimoniare la grande qualità del whisky che – ahinoi – abbiamo ormai finito.

Sottofondo musicale consigliato: The Notorius B.I.G. – Mo money mo problems.

Laphroaig ‘Select’ (2015, OB, 40%)

Allora, sentite un po’ questa. C’è una distilleria tra le più blasonate di Scozia, sia perchè è in attività da 200 anni sia perchè imbottiglia un whisky di malto davvero speciale. Oltre a molti apprezzabili imbottigliamenti ufficiali e decine di single cask indimenticabili, questa distilleria produce una versione che distribuisce in tutto il mondo. Una versione che è invecchiata (almeno) dieci anni, che piace anche se magari è peggiore del suo omologo di venti anni fa; insomma, è semplice ma con un concetto, quello del whisky torbato e iodato, molto spinto. E quindi piace. Poi, improvvisamente, si decide che questa non basta più: affianco a questa espressione da domani bisognerà miscelare assieme un distillato senza più età d’invecchiamento dichiarata (quindi inferiore ai dieci anni, si presume) e affinato in barili ex Oloroso, ex Pedro Ximenez, ex Bourbon first fill, american virgin cask e quarter cask. La fine della storia è qui sotto…

lrgob.non8N: molto aromatico, certo molto aperto: e certo, a prima impressione, qualcuna delle innumerevoli botti usate doveva avere un legno mooolto pieno di sé (sarà il virgin american oak? scommetteremmo di sì). La sensazione di trucioli, di legna tagliata è subito evidente: poi rileviamo un pesante tocco di limone, una dolcezza molto monolitica di vaniglia, di formaggio dolce (emmenthal); un po’ di torba marina, acre e fumosa, c’è anche se in versione delicata rispetto agli standard di casa, mentre manca del tutto il medicinale; sopra tutto, però, svetta e fodera il naso una nota pungente di distillato e di cereale giovane, ancora da ‘sgrezzare’. Da annusare in fretta, perché dopo un po’ che sta nel bicchiere tende a sfarinare.

P: il corpo è debole, e non mancano le velleità un poco alcoliche. Qui il lato fumoso è molto più presente, con note di sigaretta spenta, di fumo acre, anche un po’ di terra bagnata; ma il mare non c’è (riemergerà al finale), e soprattutto domina la scena una dolcezza greve, di legno, di liquirizia intensa, di cereale (tipo corn flakes glassati). Passabile, ma estremamente semplice.

F: liquirizia, fumo di sigaretta, braci spente; un che di salato e marino.

Un Laphroaig privo dei caratteri della sua anima più tipica (ma abbiamo capito che certe cose le dobbiamo cercare negli indipendenti, ormai); semplice, e come già notammo per il Blasda, è senz’altro un torbato che potrà folgorare chi non ne abbia mai assaggiati esemplari e attirarlo dentro la rete del whisky: ma la previsione è che dopo poco passerà ad altro. Ottimo per la miscelazione, probabilmente, con i sapori così semplici, netti e forti al palato. 75/100

Sottofondo musicale consigliato: Aaron Neville – Hercules

Laphroaig ‘Arcobaleno’ (2015, I Love Laphroaig, 50,3%)

La strenna natalizia di Claudio Riva è arrivata, direbbe qualcuno: e farebbe bene, perché in effetti ogni anno, quando il freddo inizia a mordere le chiappe dei più, e l’opzione divano-coperta (possibilmente in piacevole compagnia, cosa che da sola basta a spiegare la grande quantità di donne incinte in tarda estate, ma insomma, forse divaghiamo) diventa primaria, ecco: arriva Riva e come un babbo natale anticipato e senza barba porta nei bicchieri degli appassionati un Laphroaig da lui personalmente selezionato. Quest’anno la scelta appare rivoluzionaria: trattasi infatti di un NAS, miscela di tre botti (se non andiamo errati e non riportiamo male rumors, trattasi di due sopra i dieci anni – anche tanto sopra – e una sotto), e qui trovate le spiegazioni che il buon Claudio offre per motivare l’opzione. Il nome “Arcobaleno” non è un tributo alla comunità LGBT, bensì al bellissimo arcobaleno avvistato all’ultimo Feis Ile da Claudio & co. Bando alle ciance, via alla degustazione.

bottiglia-arcobaleno-575-523x572N: rispetto all’altro di Valinch, questo ‘strilla’ nel bicchiere, con un profilo simile ma decisamente più intenso; emerge un distillato nervoso, con una torba fumosa aggressiva, da motore diesel; e con una marinità esuberante, da nuotata, quasi pesciosa (ci fa venire in mente con grande evidenza le ostriche). Anche qui quel velo di borotalco, che si somma ad una nota ‘organica’ ma quasi ‘dolcina’, che ci rappresentiamo con: emmenthal. Un che di caramello, di legna calda e bruciante; limone zuccherato.

P: molto denso e masticabile; rispetto al Valinch, vive meno di fiammate di sapore, restando più lineare – e proprio questa sua ‘liquorosità’ lo rende affascinante, perché questo lato va a impattare con l’anima Laphroaig più verace. La dolcezza è di meringa, zucchero liquido e un senso di toffee e un qualcosa di vagamente marsalato. E, per suggestione fonica, mar salato, con un fumo acre e ceneroso. Pare a un certo punto di riconoscere quasi qualcosa di… saponoso?, forse un ricordo di dopobarba?

F: dolciastro, caramellato; e acqua di mare, e fumo acre. Lungo, non inesauribile ma molto intenso.

Molto diverso dallo sparring partner d’occasione: decisamente più evidente l’apporto del legno, che si porta via qualcosa in complessità soprattutto al palato, in cui peraltro compare qualcosa di vinoso (di nuovo, forse ricordiamo male ma ci pare di aver sentito che almeno una delle botti ha passato un finish: forse di Marsala? ma è pura speculazione). Comunque, molto buono, come sempre, e ad un prezzo davvero onesto: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tame impala – Solitude is Bliss.

Laphroaig 16 yo (1998/2015, Valinch & Mallet, 55,6%)

Lunedì abbiamo assaggiato un Clynelish magnifico selezionato e imbottigliato dal neonato marchio italico Valinch & Mallet: oggi rimettiamo il naso su un loro imbottigliamento, questa volta spostandoci però su Islay, nello specifico a Laphroaig. Si tratta di un barile ex-bourbon di quasi 17 anni, che giunge nei nostri bicchieri a 55,6%, distillato negli ultimi giorni in cui il buon Iain Anderson lavorava in distilleria (così ci dicono, noi riportiamo) – lo assaggiamo affianco al nuovo Arcobaleno, la nuova selezione di I Love Laphroaig, che pubblicheremo lunedì prossimo.

12305486_10153284939801958_1801105923_nN: alcol poco presente; è uno di quei Laphroaig maestosamente marini e finemente cesellati, senza eccessi di botte. C’è una torba un po’ ‘incazzata’, che produce un fumo denso, da smog, acre; e con qualcosa del borotalco. La nota medicinale, di garza, di ospedale, di clinica, è pungente ma fine. A dare la misura della raffinatezza del complesso valga il lato fruttato, tutto giocato su un balletto di cedro, lime e una bella quota di lychees. Il mare, si diceva: è più ‘aria di mare’ (in una fredda mattina umida…) che non acqua – sempre che si capisca cosa intendiamo. Un pelo di castagne bollite? Banana?

P: che cambio di passo!, qui è molto più aggressivo. Ancora intensamente marino, salatissimo; e ancora tanto medicinale (quasi: antibiotico), con una nota amaricante di legno bruciato davvero tanto intensa. Cenere, limone; si accentua moltissimo quel carattere indomito di Laphroaig che tanti appassionati ha nei secoli conquiso. Decisamente distillate-driven; con acqua si esalta il malto, l’orzo, e diventa un poco più morbido.

F: una landa spelacchiata di erba bruciata, cenere e sale; falò spento; lunghissimo, infinito.

Non possiamo che confermare l’impressione positiva ricavata dall’assaggio del Clynelish; anche questo Laphroaig è di alto profilo. Il naso è levigatissimo, pieno di severo contegno: mentre al palato si rivela incoerente, perché nudo nudo e davvero aggressivo, amaro, fortissimo. Intendiamoci, è una questione di gusti: noi assegneremo ‘solo’ (si fa per dire) un 87/100, ma è un profilo che – ad esempio – Serge probabilmente adorerebbe.

Sottofondo musicale consigliato: Toxic Holocaust – Acid fuzz.

Laphroaig Cairdeas 2014 (OB, Amontillado Finish, 51,4%)

Due anni fa, i più nerd tra voi lo ricorderanno, la versione Cairdeas di Laphroaig fu un fallimento colossale: il finish in Porto, infatti, aveva reso un ottimo distillato in una ridicola pacchianata, a partire dal colore in stile Spritz… Oggi assaggiamo la versione Cairdeas per il Feis Ile dell’anno successivo, ovvero la 2014: si tratta di un finish in botti di Sherry Amontillado, e il distillery manager John Campbell vi spiega tutto in questo video: è il nostro ventesimo Laphroaig, ci piacerebbe che fosse buono. Il colore è dignitoso, un normale paglierino.

laphroaig_cairdeas__26134.1408984668.1280.1280N: anzitutto, rispetto al Quarter Cask pare un po’ più ‘maturo’, leggermente più levigato, oltre che figlio di botti più sobrie. C’è minore ‘dolcezza’, per così dire, e meno agrumi canditi: però allora che cosa comanda? Di certo, un limone pungente e un senso di frutta acerba; note di Sprite! Poi, un pelo di vaniglia/pasta di mandorle e un lato tanto medicinale (tante garze qui). La torbatura sa un po’ meno di ‘chimico’, ma appare decisamente cenerosa, da braci spente. Sicuramente questo whisky è meno cafone del QC, pur rimanendo simile e restando in una categoria di “Laphroaig giovane un po’ costruito”. Ma hey, questo è il mondo, no?

P: decisamente molto particolare, più di quanto il naso non lasciasse presagire. Il mix tra bourbon first fill e Amontillado dà un effetto come di ruffiana cremosità, però ingentilita dall’intervento di questo tipo di sherry piuttosto secco. In ordine troviamo un’accoglienza di limone potente, molto nitido e intenso; anche lime, asprigno. Quindi intervengono assieme la torba intensa salata e l’Amontillado vinoso. Noce, caramello salato, biscotti di malto e miele, il tutto in un contesto di grande piacevolezza.

F: ancora agrumi, caramello salato e braci spente.

Decisamente promosso; magari non sarà un tripudio di complessità, ma assaggiato affianco al Quarter Cask rivela tutti i suoi pregi, la sua – se si può dire a proposito di un whisky – sobrietà. L’Amontillado, pur non nascondendosi, impatta sul distillato Laphroaig senza rovinarne le peculiarità, e 87/100 sarà il giusto voto. Giusto in base a cosa? In base a come ci gira, ovviamente. Ciao.

Sottofondo musicale consigliato: The Puppini Sisters It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing)

 

Laphroaig ‘Quarter Cask’ (2014, OB, 48%)

Stavamo abbozzando un’introduzione a una delle versioni ufficiali più celebri della storia recente di Laphroaig, ‘Quarter Cask’; quando abbiamo trovato questo link, che chiude la questione meglio di quanto ogni nostra più ambiziosa stringa sintattica sarebbe mai riuscita a fare. Per i pigri, un’introduzione brutalmente semplice: quarter cask vuol dire botte piccola, che vuol dire più legno per meno distillato, che vuol dire maturazione rapida, che vuol dire tanto sapore più in fretta. Si tenga conto che, pur essendo tecnicamente un NAS, si tratta circa di un 6 o 7 anni maturato in botti ex-bourbon e finito per qualche mese in QC. C’avete capito qualcosa? No? L’avevamo detto che non dovevate essere pigri, ma voi no, no, continuamente no.

quarterCaskN: subito impattiamo su una muraglia di torba Laphroaig, qui tutta acre e con caratteri di gomma bruciata, un po’ di smog, diesel… Cuoio, anche. Poi, certo note di “garza” le trovi solo nei Laffy; note marine (brezza, spuma marina), ma solo a tratti. Un Laphroaig abbastanza tipico, dove si nota tanta gioventù nervosa, e dopo un po’ ecco anche quel ‘rinforzino’ di legno delle botti piccole… Limone prepotente, poi cedro in quantità; bello fruttato, a suo modo, con anche una spruzzata di menta fresca… Pericolosamente tendente al Mojito! Zucchero liquido: la ‘dolcezza’ cresce tanto con il tempo, facendosi quasi caramellosa e calda. Liquirizia.

P: decisamente ruffiano e, per dirla con le parole del filosofo, bello “puttanone”. Una coltre di liquirizia e caramello sotto un’altra coltre di legno veramente eccessiva, di fianco a una coltre di armadietto delle medicine e torba marittima, salata. Il tutto certo non pecca in intensità, ma francamente parepoco armonioso e non perfettamente legato. Ancora note giovani e canditose.

F: legno bruciato, cola e liquirizia.

Comprendiamo l’operazione: Laphroaig ha uno stile particolare, come si sa, aggressivo, non è un gusto ‘per tutti’; ma se hai quel gene lì (quale gene? ma di che state parlando? facili, ma ne fate una questione genetica?) che te lo fa apprezzare, e non conosci ancora il mondo di Laphroaig, di certo questo Quarter Cask ti lascerà folgorato e ti farà impazzire. Un perfetto Laphroaig entry-level, dunque (costa circa 30 euro), che alla lunga rischia forse di stufare un pochino. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Verdena – Valvonauta.