Macallan Edition N.1 (2015, OB, 48%)

50 sfumature di Macallan

Abbiate pazienza, non torneremo per l’ennesima volta a spiegare il concept dei “Macallan Pantone” (e non è una nostra battuta, è la vera verità), ovvero gli Edition in serie numerata fatti in collaborazione con l’Istituto Pantone: vi rimandiamo alle nostre già immortali parole vergate qui e qui, ad esempio – ma avevamo bevuto anche la N.2, qui. Oggi però la giornata è speciale, perché assaggiamo l’unico imbottigliamento davvero ‘raro’ della serie, ovvero il N.1: frutto della miscela di 130 barili ex-bourbon ed ex-sherry (quindi sì, dai, raro ma non troppo, calcolatrice alla mano…), è l’edizione più ricercata della serie, e quando ancora si trova in vendita online è abbondantemente oltre le 1000€. Ringraziamo dunque quel matto di Claudio Cantelmo (solo uno dei suoi mille pseudonimi, ma è giusto che resti nel mistero) per il sample, dato che lui una boccia ce l’aveva a casa, sì: e l’ha aperta.

N: molto appiccicoso, come naso, molto profondo. Toffee e cioccolato bianco, caffellatte zuccherato. Poco fruttato, troviamo solo qualche nota di confettura di fragola, ma di quelle un po’ troppo zuccherate e forse bruciacchiate. Pesche agli amaretti. Stiamo forse dimenticando l’agrume, anzi l’arancia: scorzetta impregnata?

P: molto buono, soddisfacente. Qui è più compiutamente fruttato, con pesca, tanta uvetta, mandorle e frutta secca, albicocche secche… Vira poi verso un qualcosa di più secco, che tende ad asciugare. Bitter all’arancia? Non possiamo non citare il malto, con biscotti digestive. Ha anche una cosa che ricorda una warehouse…

F: bello persistente, lungo e pieno. Molto cioccolato al latte e nocciola; più in disparte frutta rossa, uvetta e arancia.

Molto piacevole, ha il vestito dei Macallan ‘veri’, le spalle larghe e una bella complessità. Agrumi e cioccolato sono i sentori più decisivi di questo malto, e se la cosa può avere un senso per altri oltre a noi, è un invecchiamento in sherry prevalentemente ‘marrone’, non ‘rosso’: scusate, ci siamo fatti prendere dal clima pantonesco. Ma insomma, dai, ci è piaciuto, e gli diamo 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Pumas – Colors.

Macallan 12 yo (1988/2000, Caledonian Selection, 57,4%)

La serie Caledonian Selection, dell’imbottigliatore Liquid Gold, è stata spesso presente sugli impolverati scaffali delle enoteche italiane – ricordiamo bene la silhouette peculiare di questi decanter che ci guardavano tristi, magari nascosti e umiliati dietro a una bottiglia di Black & White… E colpevolmente le abbiamo sempre lasciate lì, nella loro tristezza. L’imbottigliatore ha chiuso i battenti nel 2005, a quel che ne sappiamo, e in tutta onestà non avevamo mai assaggiato nulla – prima di oggi!, dato che grazie ad Angus abbiamo messo le mani su un sample di un Macallan di 12 anni, single cask ex-sherry imbottigliato a grado pieno.

N: fin dall’inizio esibisce una bella complessità, tra frutti rossi, tiramisù, spremuta d’arancia zuccherata. C’è poi un lato più screziato, tra la sagrestia e un filo di zolfo. La sensazione generale, se ha senso per un Macallan in sherry, è di “umidità”: ricorda nitidamente le foglie umide calpestate in autunno.

P: l’alcol c’è ma non disturba troppo, e la cosa ci piace vista l’alta gradazione. Contribuisce anzi a formare un gusto pieno, caldo, dolce. Esplode su note sherrose, di mela rossa, arancia dolce e marmellata d’albicocche. Non mancano suggestioni di caramello, e soprattutto un sentore – sorprendente – di rosa canina.

F: indugia ancora su caramello, cioccolato e mela rossa (strudel?), ma poi dimostra grande intelligenza andando a chiudere con grande pulizia, senza abusi legnosi. Una piacevole nota di malto e noci ci culla.

Un Macallan giovane con tanta personalità: non ha quella pomposità un po’ compiaciuta di certi sacri Macallan, si mostra anzi curiosamente affilato, soprattutto al naso, e al palato esibisce l’apporto del barile senza negarsi un paio di staffilate inattese (rosa canina, davvero?). 88/100, se ne trovate su scaffali abbandonati… Salvateli. Grazie Angus!

Sottofondo musicale consigliato: Brockhampton – Boy Bye.

Botti da orbi – Non si esce vivi dagli anni ’80 @ Winetip Milano

Ok, ci sono sempre più turisti dal Qatar o dall’Ontario in coda al Cenacolo. Benissimo, fiorisce l’industria del design e le vendite degli sgabelli in plexiglass vanno alla grande. Che gioia, un palazzo coperto da una giungla di begonie è stato eletto grattacielo più fico del mondo. Tutto da brividi. Però quel che davvero fa di Milano l’ombelico della piacevolezza è che in certi periodi dell’anno puoi inciampare in una degustazione di distillati praticamente ogni sera. Un plus di qualità della vita che – capite bene – fa sembrare il Pil pro-capite come un dettaglio trascurabile.
IMG_0377Nel nutrito arsenale di tentazioni che mettono alla prova i proverbialmente ascetici milanesi, verso la fine di novembre, è spuntata una serata dal titolo fantasy: “Whisky fantastici e dove trovarli”. Appuntamento nel Castello di Hogwarts alias la sede di via Morbelli di Winetip, rivenditore di vini con la bellezza di 3mila etichette e 80mila bottiglie. A fare gli onori di casa un Harry Potter più buongustaio, ovvero Martial Hernandez, l’uomo che ha trasformato l’azienda in punto di riferimento anche per i distillati. Nei bicchieri, cinque whisky distillati o imbottigliati fra la fine degli anni ’70 e inizio ’80. Praticamente un revival della Disco music in chiave di malto.

Martial è un francese del sud di origine spagnola che – nella sua lunga carriera di sommelier e maitre di sala – è finito in Italia e ci si è trovato a suo agio come un’ostrica in Bretagna. Tant’è che ha messo su famiglia e ormai da anni cerca, compra e rivende spiriti, un mestiere che se la gioca con il guardiano degli atolli come lavoro più bello del mondo. Girovagando per cantine, aste online e mercato parallelo, ha messo su un plotone di bottiglie mica male e vale la pena andare a dare un’occhiata (anche nel magazzino del tesoro…) per farsi un’idea di cosa si può trovare da lui.
Ad ogni modo, il gaudente Martial ha pensato che nell’accogliente cantina di Winetip un ciclo di degustazioni ci sarebbe stato a pennello. Così si è inventato un format unico nel suo genere, a suo modo geniale come l’acqua calda (o come il cognac, va…): bere i whisky mentre si sbranano formaggi erborinati, petto d’anatra affumicato, speck e altre godurie palatali. Come dite, così le note degustative vengono compromesse? Ma scusate, voi Beethoven lo ascoltate cercando di decifrare le semi-tone? Al mare in Sardegna vi tuffate per ponderare la salinità dell’acqua? No, lo fate perché vi rilassa e vi piace. E allora zitti e mosca: Stilton, cioccolato fondente, uno champagnino 100% Meunier e poche pippe mentali, si salpa.

glenlivet-unblended-12yo-75cl-43-seagram-import_IM175483Glenlivet 12 yo Seagram Italia (inizio anni ’80, OB, 43%)

O tempora o mores, uno Speysider d’antan che Seagram importava in Italia proprio mentre in tv trionfava il Drive In. Ha un naso da Tempo delle Mele: non perché sappia di strudel, ma perché è un inno alla dolcezza: un sac-à-poche di crema nelle narici, i cannoncini di Panarello, brioche all’albicocca. La frutta esulta come Tardelli al Mundial ’82: mela gialla, banana, ananas. Spuntano anche un tocco floreale di zagara, della cera figlia del tempo e un’impressionante aria di pandoro. Che però in bocca imita la carrozza di Cenerentola e ritorna zucca. La cremosità si dissolve come il trucco pesante dopo una notte a ballare, rimane un palato secco, giocato fra mandorla, arancia essiccata e pepe bianco. Emerge tutto il cereale, ma in un senso un po’ cheap, come di vodka. Ok, bestemmia torna indietro: come di vodka, ma buona. Totalmente bifronte, sembra un caso da manuale per spiegare l’assoluto e arbitrario strapotere del tempo sul malto: può amplificarne la frutta e la cera e il naso assurge in Paradiso; ma può anche dichiarare il liberi tutti e precipitare il palato in purgatorio. La media è un 83/100.

216572-bigLinkwood 10 yo “On the road serie” (1984/1995, Signatory vintage per Velier, 40%)

Nel 1995 la Velier – storico marchio di importatori genovesi – lanciò la serie “On the road”: 4 single cask di Signatory realizzati in 1.200 esemplari con etichette firmate dallo scenografo e illustratore Emanuele Luzzati. A noi tocca in sorte un bel Linkwood.
La differenza di naso rispetto al Glenlivet è netta, come passare da un Mirò a un Morandi (non Gianni). Il primo impatto è molto oleoso e delicato e nessuno si azzardi a dire che è colpa del petto d’anatra, che qui si è veri professionisti e ci si sfascia di mangime sì, ma con juicio. No, è che il naso è proprio recalcitrante, ha bisogno di tempo per superare la timidezza. Pian piano, come palla di neve che si fa valanga, guadagna vivacità sul lato fruttato e vira sull’esotico. Dall’albicocca e dalla mela (tanta!) passa a un mango frizzantino. Da qualche parte un filo di fumo, ma stavolta forse la suggestione è davvero colpa dello speck. Al palato paga un po’ dazio al grado loffio, ma sembra subito un capolavoro di equilibrismo che al confronto Roberto Bolle è un ubriaco sciancato: elegante, abbina malto dolce a una piacevole nota di arachide tostata che fa salivare. Di nuovo un filo di fumo, il legno c’è e parla la lingua del pepe. Succo di pompelmo e miele di acacia riassumono il bilanciamento che perdura nel finale, dove fa capolino un tocco sapido. Somiglia al “Nome della Rosa”, si può leggere come si vuole e resta sempre piacevole: sia come malto di grande bevibilità levigato e rotondo, sia come single cask ben sfaccettato e arricchito dall’esperienza. 87/100.

pdt__macallan_12yo_43__70cl_giovinetti_imp_6736_1Macallan 12 yo Giovinetti (anni ’80, OB, 43%)

Coup de théatre al cospetto del più atteso ospite di vetro della serata: chi sa dire se questa bottiglia è vera? Macallan Giovinetti di inizio anni ’80, fratello maggiore del famoso 7 anni creato per il mercato italiano. Però qualcosa all’ispettore Martial non tornava, quando gli era stata proposta. La bottiglia è sicuramente Macallan, l’etichetta probabilmente: ma siamo sicuri che sia proprio un 12 anni? Nel brusio degli astanti parte il consulto globale, ma l’unica voce che si alza competente è quella di Giorgio D’Ambrosio, che di Macallan ne ha maneggiato un esercito. E l’uomo dal Bar Metro ha detto sì: etichetta valida come il gol di Muntari, è la carta Fabriano che Macallan ha sempre usato. L’è Macallan. E l’è anca bùn.
Sticky toffee pudding appena avvicini le narici, ad aprire un bouquet compatto e tipico del tempo: fichi secchi, cioccolato al latte, marmellata di prugne e lamponi. La frutta è ponderosa e appiccicosa, datteri e pesche al forno, anche ciliegie sotto spirito. Pian piano dallo strato emergono resti di un naso più composito, come vestigia ben conservate: scatola del tabacco, poutpourri e crema di marroni a cucchiaiate. In bocca rimane la stessa sensazione di marmellata (di fichi) che dilaga e impasta tutto. Rispetto al naso il cioccolato si fa fondente, la frutta vira al tropicale maturo e compaiono delle note speziate/erbacee di cumino e rosmarino, seguite da un tocco acido di chinotto. Pienissimo e intenso, sciabola un finale lungo di crostata ai frutti rossi bruciata con un po’ di zenzero. Si dice che i vecchi Macallan siano un po’ tutti uguali. Di sicuro sono (quasi) tutti buoni e questo non fa eccezione. La capacità di avvolgere e colare su tutto è spia del fatto che qui dentro qualche barile vecchiotto c’era. E la magnifica sensazione di avere la bocca praticamente drageé di Macallan non è per nulla brutta. 90/100

IMG_0476_1Orkney 11 yo – Fragments of Scotland serie (1977/1988, Samaroli, 50%)

Samaroli e Highland Park sono tre parole che nella stessa frase scatenano il demone, come i versi al contrario nelle canzoni dei Black Sabbath. Formalmente la distilleria non è dichiarata, ma questa bottiglia rappresenta le Isole Orcadi nella serie di imbottigliamenti di Duthie dedicata da Samaroli nel 1988 ai “Frammenti di Scozia”, e dato che nell’arcipelago le distillerie sono due, gli avventori come Fantozzi furono colti da un leggerissimo sospetto… Così, mentre il distillato si ossigena, per un attimo ci si ferma a pensare all’essenza di questa serata: bottiglie nate per essere di largo consumo quando i calciatori avevano ancora i numeri dall’1 all’11 e c’erano in tv i cartoni dei Masters, che ora sono gioielli perduti, roba che in asta va a centinaia di euro.
Superato il momento malinconico per la clessidra delle nostre esistenze che si svuota inesorabile, torniamo concentrati sul whisky. L’impatto è bello sporchino, originalissimo. Cheddar affumicato, qualcosa di umido tra il fieno e il cordame bagnato. Ha un carattere forte, forse divisivo, ma sa quel che vuol dire. C’è del cuoio, magari bagnato anch’esso, e una vivace pennellata di carrube, sotto cui sta quieto un mare di malto e miele d’erica. Il carattere diventa esuberanza in bocca: una bomba a orologeria masticabile, ancora centrata su carrube e cioccolato fondente. La torba c’è pur senza essere contundente, ben sposata a miele di castagno e una intensa cera di quelle mineraline. In cauda salis, trade mark delle distillerie isolane che permane nel finale, mirabile, tra cola e Lindt fondente. Maleducato e cafone come il punk, ma quanta determinazione e quanta maestria in questo whisky di nerboruta tracotanza. 91/100.

69446-bigGlen Mhor 10 yo (1978, Intertrade, 65.3%)

Con il marchio Intertrade, fondato nel 1984, Nadi Fiori diede forma alla sua lunga amicizia con George Urquhart, patron di Gordon & MacPhail. E mai connubio fu più dilettevole per gli appassionati, dato che da quel momento gli italiani iniziarono a trovare in ristoranti ed enoteche di classe dei single malt praticamente sconosciuti fino a quel momento e non di rado imbottigliati a grado pieno, pienissimo, praticamente a livelli di supernova interstellare. Esattamente il caso di questo Glen Mhor, un titano da 65 gradi.
Sono pochi i whisky di questa distilleria disponibili in giro a prezzi umani, quindi la platea si fa silenziosa e curiosa per cercare di coglierne il carattere. Salvo accorgersi subito che è un bel rompicapo.
Assaggiato in batteria, nelle gozzoviglie, pareva che l’alcol funzionasse come quelle maschere con occhiali e baffi finti che travisano i connotati, come metterebbero a verbale gli appuntati dei carabinieri. Al naso, inizialmente, non si va oltre un senso di frutta (mele verdi, ananas, limone), vaniglia e salvia. Al netto di un tocco pungente quasi da sottaceto, non è aggressivo, non è napalm nelle narici. Ci si aspettava addirittura qualcosa di più violento, ma resta il fatto che è quasi soffocato. Sicché il saggio assaggiatore usa il vecchio trucchetto del “metti in sample e porta a casa”. E fa la cosa giusta, perché riprovato con calma e  (molto) tempo, beh, ha il suo perché.
A quelli che sanno aspettare, come dice la pubblicità della Guinness, squaderna una ricchezza minerale da propoli vecchio stile, con una nota “off” ma intrigante di rame e (pare incredibile) salsa di acciughe accennata. Il tutto prima di un’esplosione di pandoro e crema. Altro che diesel, è una littorina a carbone, prende velocità dopo decine di km, ma poi non la fermi più. Ah, giusto per restare in tema littorina: il bicchiere vuoto sussurra qualcosa di torbatino.
Anche in bocca l’alcol fa un po’ l’hooligan in un negozio di pizzi e merletti. Nocciole tostate, cereale e un sincero apporto di legno caldo. Miele e malto e una cremosità che con una gradazione umana sarebbe ancor più avvolgente. L’acqua lo migliora, aumentando il senso di burro sciolto e miele, ma estrae anche un’acidità curiosa, succo di limone in cui è caduta accidentalmente della cenere. E una mentina, toh. Finale tra crema di vaniglia, miele di eucalipto e frizzante zenzero candito (dopo l’aggiunta di acqua).
Philip Hills lo ha definito a “truly great postprandial whisky” e di sicuro ha doti eupeptiche non comuni. Però la sensazione è che questo Tyrannosaurus Rex abbia un potenziale ancor superiore e che la bardatura di alcol eccessiva lo limiti un po’ nello slancio. Tra parentesi, c’è da chiedere perdono per la lunghezza, ma davvero va sul podio dei whisky più difficili da decifrare: 86/100, media fra gli 84 iniziali e l’88 potenziale.

Macallan Edition N.5 (2019, OB, 48,5%)

Qualche anno fa, scherzando un po’, avevamo parlato dei primi NAS di Macallan (Ruby, Amber, Gold e Sienna) come dei “Macallan Pantone“, per dire che stavano puntando tutto sui colori… E alla fine, Macallan ci ha preso sul serio. I vari “Edition” sono infatti preparati in collaborazione proprio con lo studio Pantone, per valorizzare le infinite sfumature cromatiche legate al whisky – e a proposito della nostra bevuta di oggi, il violetto Edition N.5, sul sito ufficiale della distilleria si parla solo di quello. Anche se poi, in etichetta, sono indicate tutte le tipologie di barili usate, con una cura per il dettaglio davvero inusuale (come già accaduto anche con l’Edition N.4, ad esempio). E dunque, perché non puntare (anche) su quello? Ad ogni modo, non vogliamo essere polemici, e in fondo siamo d’accordo con tutto quello che scrive Mark su malt-review.com nel cappello introduttivo.

N: se si pensa al noumeno del Macallan in sherry (cioè?, direte voi, a ragione), questo fenomeno ne è distante: è uno di quei Macallan ‘pallidi’, anche se non così pallido come il range normale triple wood ecc. Cioccolato al latte, anzi: Lindor al latte! C’è malaga, forse zuppa inglese: a testimoniare una presenza tenue di frutti rossi, come diluiti in un mix di gelato, vaniglia, crema. Albicocche secche, arancia dolce, uvetta. 

P: super beverino e molto dolce, conferma le impressioni del naso: sa di zuppa inglese. Potremmo forse chiudere il palato qui: è il whisky più zuppinglesoso che abbiamo mai incrociato. Talmente dolce che la nota di arancia si rivela liquorosa, come Cointreau; tanta vaniglia, crema e uvetta. Il malto non c’è, coperto dalla coltre appiccicosa di dolcezza. Cacao.

F: Angelo, che beve con noi, ci stupisce con una nota epifanica: buccia di pesca.

E che gli vuoi dire, è un whisky complessivamente piacevole, certo un po’ sbilanciato sul dolce – più o meno siamo sul livello dell’Edition N.4, forse un pelo più piacione, e dunque, mostrando grandissima coerenza, ci piace anche un punticino in più: 85/100. Grazie a Marco e Chiara di Velier per il generoso sample.

Sottofondo musicale consigliato: The Jimi Hendrix Experience – Purple Haze.

Macallan Extravaganza – tre assaggi e Macallan ‘Estate’

Ieri pomeriggio due illustri rappresentanti del collettivo qui dedicato alla degustazione compulsiva di molti malti (Jacopo e Zucchetti) hanno partecipato alla presentazione del nuovo Macallan Estate – ci piace chiarire subito che non si tratta della prima bottiglia di una serie dedicata alle Quattro Stagioni di Vivaldi, deponete il sovranismo linguistico e sappiate che Estate in inglese si legge “Istèit” e vuol dire “tenuta”. L’imbottigliamento, dunque, è dedicato alla tenuta in cui sorge Macallan, e nella quale si coltiva anche dell’orzo, tutto destinato alla produzione di questa bottiglia.

Invitati da Velier, che non possiamo che ringraziare per l’ennesima puntata di “alcolismo pomeridiano in contesti esclusivi”, i nostri prodi bevitori hanno partecipato a una sobria degustazione di due drink e quattro malti. I cocktail, d’apertura e chiusura, preparati da Guglielmo Miriello e dallo staff del Ceresio 7, erano – onestamente – eccellenti: in particolar modo il primo, l’Easy Rider, ci ha veramente sedotto.

Nicola Riske, deliziosa Brand Ambassador di Macallan che già in passato avevamo avuto modo di conoscere e ascoltare, era presente a raccontarci alcuni imbottigliamenti della gamma ‘normale’, prima di passare al pezzo grosso, l’Estate (Istèit). Senza perdere altro tempo, ecco le nostre sobrie note di degustazione.

Macallan 12 yo ‘Double cask’ (2019, OB, 40%) 

N: molto dolce e pesante, carico. Caramello e sticky toffee pudding (siamo gente che ha visto il mondo, che credete). Caramelle alla banana. Marmellata di arancia, cioccolato all’arancia – l’agrume è molto presente. Nocciole, poi bordate di noce moscata, sentori chiari di lieviti e distillato (si sente tanto la gioventù, cosa che stupisce vista la presenza netta dei legni). P: oleoso, poi cannella, gianduia… Ancora caramello, ancora buccia d’arancia, poi pepe nero, pane tostato col cioccolato, un tocco di sale e (tremate) salsa di soia, infine legno e caffè. F: breve, dal dolciastro iniziale vira al secco con arancia, spezie e (tremate) angostura.

Nel complesso, ci è parso piuttosto sgraziato: al naso è enfatico, con gioventù esibita e dolcezza gonfiata. Il finale secco stona col resto, e la gradazione contribuisce a dargli una sensazione di anonimato un po’ deludente. Non male, intendiamoci, ma comunque non oltre gli 81/100.

Macallan 15 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: fin da subito molto più elegante, con nocciole a iosa, mandarini, cioccolato bianco (il Ritter sport bianco col ripieno di frutta), crosta di pane… Lo sherry è più evidente ma resta molto pulito ed equilibrato; c’è anche un evidente e assai piacevole tocco floreale di acqua di rose. Solo dopo un po’ emergono le spezie e il legno. Bellissimo naso. P: un po’ deludente rispetto al naso, complice senz’altro una gradazione depotenziante. È piuttosto dolce, con cioccolato al latte e ananas in prima fila. Buccia di pompelmo, a confermare il ruolo che l’agrume ha nella palette aromatica di Macallan, e pepe bianco – ma nel complesso un po’ piatto. Vira al secco verso il finale. F: dolce, frutta mista (ananas) e ancora nocciola.
Ha un carattere differente dagli altri, e certamente dimostra un’eleganza superiore e apprezzabile. Il bilanciamento fra spezie, dolcezza e frutta è buono, soprattutto al naso: peccato, infatti, per la sensazione di un palato un po’ monocorde. Ciononostante, 85/100.
Macallan 18 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: ancora frutta secca molto esibita: la sensazione è di oleosità, poi noci e mandorle. Non manca un lato più compiutamente fruttato, al limite di un tropicale trattenuto ed elegante, con mango, ananas caramellato; poi cannella, tabacco, cioccolato e fichi secchi a go go – lo sherry è con noi. P: molto tropicale anche qui, poi tanta mela. Seguono a ruota le spezie (peperoncino e zenzero, a sottolineare la piccantezza). Cacao amaro e ancora frutta secca (mandorle). Poi il toffee cremoso e una nota di caramello, che richiama il croccante. F: mandarino, toffee, noce moscata e pepe.
Non è affatto un cattivo whisky, è nel complesso molto incentrato sulla frutta secca e il toffee. In franca onestà, ci pare un peccato che manchi di quel quid in grado di farlo emergere sui suoi coetanei 18enni, sempre più agguerriti. Tra le altre cose, anche se nella valutazione noi non teniamo mai conto del prezzo, questa è una boccia da 240€… 84/100.
Macallan ‘Estate’ (2019, OB, 43%)
N: improvvisamente una nota di All Stars sudate, di gomma umida e chiusa: ma non temete, il whisky è stato servito un pelo troppo freddo e occorre aspettare. Pian piano si passa al fieno umido e infine, miracolosamente, si apre. Quando succede, esce subito l’arancia (olio essenziale), poi spezie varie fra cui la cannella e curiosamente… il curry. Poi note più attese, come la banana, il mango, l’arancia matura e un tocco evidente di ciliegia/amarena. P: si apre con liquirizia e caramello, seguite da scorza di arancia e cacao amaro. Curiosa nota distinta di curry, che anche al naso aveva fatto capolino. Mela cotogna cotta, prima di un retrogusto speziato fra zenzero, pepe rosa e noce moscata. F: cacao amaro e cioccolato fondente, cacao amaro, castagna dolce.
Ha bisogno di parecchio tempo per aprirsi, occorrono il giusto distacco e la giusta pazienza. Quando succede, però, si scopre un whisky molto equilibrato e piuttosto energico, con note agrumate spiccate e una coerente cremosità cioccolatosa. 87/100.

Macallan ‘Rare Cask’ N.3 (2018, OB, 43%)

In vacanza a Dubai e non sai come spendere quei fastidiosi ultimi 5k di spiccioli? Passa da noi!

È oggettivamente buffo sapere che tanti appassionati di soldi (non di whisky: di soldi, avete letto bene) si gettano a capofitto su ogni nuovo Macallan che Iddio getta in terra, ed è particolarmente buffo che lo facciano per la serie Rare Cask. Senza voler essere sgarbati, sia chiaro, ma quanto può essere scorretto e disonesto intellettualmente mettere sul mercato ad almeno 260€ un imbottigliamento senza età dichiarata, con una tiratura da decine di migliaia di bottiglie, chiamandolo “Rare Cask“, facendo una serie il cui numero di batch riparte da 1 ogni anno? Dai, sembra una roba tipo “mandato zero“, quelle supercazzole francamente offensive per l’intelligenza umana, ma tant’è: queste versioni sono sold out dovunque, quindi chi ha ragione, chi le produce e le vende o chi semplicemente ne scrive? Insomma, pieni del torto che ci confà andiamo a recensire il batch #3 della serie Rare Cask di Macallan, composto da barili sia di quercia americana che europea. Buono a sapersi, eh.

N: molto profumato, molto aperto e aromatico, piuttosto ruffianone. C’è uno sherry molto succoso, molto fruttato, tra note di arancia rossa, di pesca (di tè alla pesca), di buccia di mela rossa. Uvetta. C’è pure la quota di ex-bourbon, con vaniglia evidente ma integrata: panettone? Caramella mou.

P: buono, l’ingresso è un po’ in punta di piedi, inizia beverino ed evolve verso la profondità. Crosta di panettone, arancia rossa, gelato Malaga. Crostata bruciacchiata. Non si può non menzionare il legno, con qualche punta speziata, forse chiodi di garofano. Tanto cioccolato al latte.

F: cacao, tè troppo infuso, uvetta; rivela una quota di artificiosità, virando sul secco e sul legnoso.

Facile, godereccio, piacione, il finale svela che qui c’è stata una bella operazione di ingegneria dei legni. Tutto bene, tutto legittimo, il whisky è obiettivamente piacevole, diciamo da 86/100. Tenendo conto di ciò, ne compreremmo mai una bottiglia? No.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave – Leviathan.

Macallan 18 yo 1971 (1989, OB, 43%)

Tra meno di una settimana ci troveremo per il settimo anno consecutivo ad aprire qualche bottiglia speciale e dei tempi che furono sotto le benevolenti insegne del Tasting Facile. La degustazione è sold out, ma siccome siamo sadici vi mettiamo comunque qui il link con le bottiglie in degustazione. Quest’anno purtroppo e stranamente rimarremo orfani di Macallan, una distilleria che siamo quasi sempre riusciti a inserire nel parterre, e quindi per aiutarci a elaborare il lutto, abbiamo pescato un campione superstite proprio da un Tasting Facile di qualche annetto fa. Quando ancora un 18 anni del 1971 non costava quanto un motorino. L’import è di Giovinetti.

de6f223c-8e37-11e6-8e32-2c08811f9246N: mamma mia, che spettacolo. Il profilo è quello dei vecchi Macallan, e fin qui siamo al pleonasmo. La cosa che più stupisce è una freschezza balsamica incredibile, profonda (eucalipto); poi per suggestione verbale, aceto balsamico, aceto di more. Si apre il quaderno della frutta rossa, con more, lamponi, cioccolato fondente alla frutta rossa; anche ciliegia sotto spirito, molto intensa. Escono, col tempo, note profonde di legno, di mobili vecchi, di tabacco da pipa.

P: eccellente, come previsto. Il corpo è pieno ma dalla la bevuta è molto facile. Sbalordisce l’intensità della frutta rossa, anzi: della frutta nera, con more in evidenza e una quantità inimmaginabile di marmellata di mirtilli. Uvetta, cioccolato fondente, scorza d’arancia rossa essiccata. Chinotto. C’è anche una nota evidente di nocino – sia detto con rispetto, eh. Resta ancora balsamico, con erbe aromatiche secche (timo forse?). Sopratutto verso il finale arriva una nota polverosa, da legno vecchio…

F: eccellente, lungo, infinito anzi: parte avvolgente e dolce, con marmellata di mirtilli e cioccolato, torna poi quella nota balsamica ed erbacea, qui più amara, che ci fa venire in mente addirittura un cenno di propoli.

Abbiamo sentito una volta un saggio decano del mondo del malto lamentarsi della serie dei 18 anni di Macallan perché, esclusi quelli più recenti, molti vintage tendono ad assomigliarsi e quindi, pur essendo tutti di qualità molto alta, alla fine non sorprendono. Ecco, quanto vorremmo anche noi aver perso quello stupore fanciullino, vedendolo evaporare dopo aver tracannato decine di questi vecchi Macallan. E invece a noi non resta che meravigliarci e inchinarci di fronte a un profilo unico per davvero: 93/100. Noi promettiamo che Macallan l’anno prossimo tornerà nel Tasting Facile: ma se vi capita sotto mano, spendeteli questi soldini per un dram, perchè ne vale la pena.

Sottofondo musicale consigliato: Diodato – Non ti amo più

Macallan Edition No.4 (2018, OB, 48,4%)

Ormai è francamente difficile star dietro alla gran messe di imbottigliamenti senza età dichiarata messi sul mercato da Macallan: non ci sarebbe niente di male, se non fosse che generalmente, dato che The Macallan è “brand di lusso” e non più (o non più solo) “grande distilleria di whisky”, queste bottiglie escono a prezzi obiettivamente insensati e restano ostaggio dei flippers, che le rivendono ad altri flippers, eccetera eccetera. Niente di male, niente di illegittimo, per carità: la tendenza delle aste recenti però mostra bene come il mercato si stia iniziando a stufare di questi atteggiamenti, e insomma, staremo a vedere. Oggi assaggiamo una versione tra le più ‘accessibili’, l’Edition n.4: si tratta di un’edizione limitata, limitatissima anzi, a sole 300.000 bottiglie (…), ed è maturata in… tenetevi forte, sedetevi, fate un respirone… European/American Oak refill butts, European/American Oak refill hogsheads, American Oak first fill Vasyma hogsheads, European Oak first fill Diego Martin Rosado butts, European Oak first fill Jose Y Miguel Martin butts, European Oak first fill Tevasa butts/puncheons e infine European Oak first fill Tevasa hogsheads. Ok, grazie per la trasparenza, Macallan. L’intera linea delle Editions verte proprio sull’importanza del legno per Macallan: avevamo assaggiato l’Edition n.2 e ci era piaciuta molto, nonostante tutto, quindi stiamo a vedere. Come quell’altra volta, ringraziamo Marco Callegari e Velier per il campione.

N: è un profilo molto ‘marrone’, e con questo non siate maliziosi nel trarre conclusioni affrettate. C’è qualcosa di molto appiccicoso, bruciato: caramello, crosta di torta di mele bruciacchiata, melassa. Si spinge poi ancora più un profondità con carruba e foglia di tabacco, fichi secchi, e a tratti si fa torrido (oh, l’avevamo scritto così in bozza, abbiate pietà, qualsiasi cosa voglia dire). Banoffie pie, se conoscete questa aberrazione britannica. Noce di Pecan, a restituire come una densità da bourbon. Arancia rossa un poco rancida: un’arancida?

P: il corpo è buono, la gradazione sostenuta si svela inavvertita, e l’attacco è dominato da sapori molto intensi: ancora caramello, carruba, marmellata di arancia amara (un’arancida amarcia, forse, a questo punto?), crostata bruciacchiata, banana caramellata, ancora forse qualcosa di tabaccoso. Si sente il legno, con spezie varie e foglie di tabacco. C’è però un qualcosa di strano, con un’acidità quasi da salsa agrodolce.

F: non lunghissimo, intenso però, con legno, carruba e arancia.

Il discorso, purtroppo, è il solito: se mi scrivi 7 anni e me lo fai pagare 40€, lo apprezzo; se me lo fai pagare 130, non mi dici l’età e te la meni, mi trovo costretto a penalizzarlo. Il rapporto qualità/prezzo non è certo dei migliori, ma comunque, intendiamoci, si lascia bere piacevolmente: e in fondo se sei miliardario, una bottiglia da 130€ è fascia da entry-level, con i whisky da 40€ ci fai lavare i cessi alla servitù, probabilmente. Fossimo in Macallan staremmo a meditare un po’ sul futuro: come insegna quel tale “la reputazione di oggi sono le vendite di domani”, e come insegna quell’altro “la reputazione di un brand è quel che la gente dice quando non sei nella stanza”. Comunque, 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sfera Ebbasta – Ricchi x sempre.

Macallan 12 ‘Sherry Oak’ (2017, OB, 40%)

Nonostante il drammatico rientro post-vacanziero, siamo ancora obnubilati dagli ozii e per tale ragione ci concediamo di iniziare la settimana con una coccola: Macallan 12 anni ‘sherry oak’. Confessiamo di non capirci tanto nel mare magnum del core range di Macallan, il produttore più posh di Scozia (poshness cui contribuisce il nuovo grandioso design della stessa distilleria, una bazzecola da 140 milioni di sterle) – ma ci sembra di aver capito che, dopo anni di assenza, il 12 anni in sherry sia finalmente rientrato in distribuzione in Italia. Armati di bicchiere, eccoci ad analizzarlo solo per la gioja dei nostri ventisei lettori.

N: intenso ed aromatico, molto ricco; davvero apprezzabile l’intensità anche a 40%. Esibisce generose staffilate di gelée alla fragola, di arancia, di un bel chinotto. Legno fresco e vagamente vaniglioso (addio, botti dai sentori di legno umido e profondo!). Ricorda cose iperzuccherate, in generale: sciroppo di ciliegia, o amarene Fabbri. Fichi molto maturi e cristalli di zucchero.

P: molto morbido, decisamente dipanato e zuccheroso. Ha proprio chiaro un senso di zucchero profondo e ‘secco’: quindi pastiglia Leone alla fragola, sciroppo di amarena, confettura di frutti rossi. Succo d’arancia e tocchetti di legno fresco. Cioccolato al latte. Verso il finale tende a una certa astringenza.

F: pulito e zuccherino, di nuovo, di media persistenza. Mele e sciroppo di ciliegia.

Molto zuccherino, al limite della ruffianeria – forse oltre tale limite, a dire la verità. Si sente nettamente il legno ‘fresco’, con un impatto molto forte sul distillato. Tecnicamente gli diamo 83/100: valutiamolo per quel che è, un whisky di 12 anni imbottigliato a 40% che dovrebbe essere un entry-level: non è certo particolarmente complesso ma non ha veri difetti, a parte quello del prezzo (costa più di 80€). A dispetto di quanto scrive F. Paul Pacult, “world renowned whisky writer”, noi non siamo convinti che sia “semplicemente il miglior 12 anni sul mercato”: anche se, di certo, se volete impressionare gli ospiti sul vostro yacht questo Macallan farà la sua porca figura, in una serata d’estate, mentre siete lì ormeggiati davanti ad Anacapri.

Sottofondo musicale consigliato: Queens of the Stone Age – Millionaire.

Macallan 18 yo ‘sherry oak’ (1985/2003, OB, 43%)

Sarebbe offensivo per la vostra specchiata intelligenza delle cose del whisky premettere a questa recensione una didascalica circonvoluzione retorica che spieghi cosa, come e perché: non prendiamoci in giro, la serie dei Macallan 18 anni in sherry con il millesimo indicato non richiede nulla di tutto ciò. Consultate Whisky Paradise se volete della pornografia di Macallan (e non solo, per la verità) e avete velleità di studiare le variazioni delle etichette: noi qui vi raccontiamo solo di questo diciottenne del 1985.

N: un whisky molto ‘arancione’, in cui le suggestioni ci parlano di una bella brioche calda all’albicocca, marmellata di fragole, mele rosse fresche e miele. Un pizzico di vaniglia, il classico ciambellone al forno e cera d’api – quest’ultima testimonia di una cosa che si sa: che il distillato di Macallan ha le spalle larghe. Pane al latte con uvetta (e uvetta da sola); pasta di mandorle. Lo sentiamo molto caldo, anche se lontano dalle profondità dei mitici 18 anni anni ’60-’70, con generose zaffate di legno di botte, piacevolmente tostato, quasi ‘tabaccoso’, dopo un po’. A ben vedere l’arancia c’è, eccome se c’è.

P: potente, ma anche molto elegante: pare quasi cask strength, a giudicare dal kick e dalla texture. I sentori di frutta rossa (merita una menzione speciale l’uvetta, evidentissima) qui sono decisamente più evidenti; ancora molto maltoso e anche burroso, il che ci rimanda di nuovo all’immagine di una bella torta appena sfornata. Ancora arancia e miele – in definitiva, è molto coerente col naso, anche se certo stupisce per carattere.

F: lungo e persistente, note di burro tostato, arancia e uvetta.

Diciamo fresco ma non troppo, perchè il legno dà profondità, tostatura, sfaccettature: non sarà forse un mostro di complessità, e certo siamo lontani dal mito, dai Macallan storici e supersherried distillati nei decenni precedenti… Ma non ci sentiamo di condannarlo per contrasto con la storia, anzi: ci piace valorizzarne la modernità (ci sono sentori che fanno pensare a quercia americana), la coerenza, la soddisfazione che ti lascia. 89/100, davvero molto buono. I prezzi guardateli voi, che a noi ci scappa da piangere.

Sottofondo musicale consigliato: Guns n’ Roses – Estranged.