Macallan-Glenlivet 25 yo (1950/1975, Gordon&MacPhail, 43%)

Ci stiamo lentamente avvicinando al Milano Whisky Festival: come sempre, accanto ai banchetti degli importatori e distributori, degli imbottigliatori e degli appassionati, c’è uno stand che proprio non si può perdere di vista: quello di Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, due tra i maggiori collezionisti al mondo. Per darvi un’idea delle bottiglie che si possono trovare, oggi vi presentiamo uno dei campioni che ci siamo portati a casa l’anno scorso… Un Macallan 25 anni di Gordon & MacPhail, distillato nel 1950 e imbottigliato nel 1975, importato in Italia da Pinerolo. Serve dire altro?

N: chapeau, e dovremmo chiudere qui il naso. Siamo accolti da quella coltre di polverosa umidità che solo nei distillati così attempati sappiamo riscontrare: dunque una straordinaria cera, la cera d’api, un vecchio cassetto di legno… C’è una nota di ‘chiesa’, peculiarissima, davvero setosa. Vecchi mobili in legno: c’è proprio profumo di legno vecchio in cantina, forse perfino con una lieve nota di resina. Se dovessimo attribuirgli un colore, sarebbe un arancione intensissimo: ha note di albicocca disidratata, di una brioche gonfia di marmellata di frutti di bosco, fragole, molta arancia (che col tempo diventa sempre più buccia d’arancia), chips di mele. E perché non fichi secchi? E perché non un miele millefiori?

P: forse ha lasciato qualcosina in intensità a quei quarant’anni di invecchiamento in bottiglia; ripropone comunque in maniera più che persuasiva quel binomio del naso tra note setose e ‘antiche’ e rimandi a una grande frutta matura. Partiamo da quest’ultima dimensione: miele senz’altro, ancora molta arancia (marmellata e scorzetta), mele rosse, confettura di albicocca. D’altra parte, ecco tornare un legno impolverato, quello splendido senso di umidità, di cera. Se dicessimo di sentirci una leggera nota sapida, anzi proprio salata, ci prendereste per matti?

F: un leggero fumino, un che di tostato (o, chissà, proprio di torbato: è un fumino acre…) perdura un senso ancora di legno, malto, miele, frutta gialla, perfino qualcosa di più ‘grasso’, tipo toffee.

Assaggiare certe chicche di un tempo in cui non eravamo neppure nati vuol dire confrontarsi con la leggenda, con il mito, con bottiglie che in asta vanno ben oltre le mille euro… Questo Macallan non fa eccezione, e il naso è un’esperienza assolutamente unica: certo rimane la sensazione che gli oltre quarant’anni in vetro abbiano sottratto un po’ di gradazione e di intensità, soprattutto al palato. A un naso da (molto) oltre 90 punti, dunque, segue un palato meno straordinario, e ci fermeremo per questo a un deferente 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yes – Starship Troopers.

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Macallan 18 yo ‘sherry oak’ 1997 (2015, OB, 43%)

Beh, questa è storia. Macallan lancia la serie di 18 anni in sherry nel 1963, e da allora ogni annata vede un imbottigliamento fisso: le quotazioni in asta di queste bottiglie – fin da subito oggetto da collezione, soprattutto in Italia – hanno subito un’impennata pazzesca, e se fino a qualche anno fa capitava di trovarne in giro in enoteche e ristoranti, oggi i razziatori professionisti hanno incamerato praticamente tutto – e probabilmente anche già rivenduto. Fatta questa premessa, negli ultimi anni l’Italia si è vista di fatto esclusa da una diffusa distribuzione delle release annuali, e gli appassionati devono rivolgersi all’estero: così han fatto Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival, che in Russia hanno comprato la versione 1997/2015 e l’hanno sbocciata all’ultimo Milano Whisky Day – noi, rapaci, ne abbiamo preso un sample per poterlo bere qui davanti a voi. Ah, tecnicamente non è un vintage, dato che l’etichetta dichiara “distilled in 1997 and earlier years”: svegliaaaa!!!1!1!

N: bello respirabile, la gradazione non c’è. Sulle prime, appena versato, si esalta l’acidità della frutta rossa, diremmo soprattutto ciliegia (dominante) fresca, nocciolino di ciliegia, prugna secca. Dopo un po’ si scalda leggermente, svelando note di fichi secchi, uvetta. Abbastanza semplice, ma impreziosito da una robusta base maltata davvero gradevole e deep. Una leggerissima patina nocciolata. Solo dopo tanto tempo regala note più pesanti, quasi di tabacco da pipa.

P: entra in punta di piedi, l’impressione è che migliori via via. All’inizio pare debole, su una ciliegia quasi sciapa: e però poi migliora molto, oscillando tra la frutta rossa e quella nera in crostata, ma senza essere burroso… Prugne secche, tanto malto (certi biscotti al malto), qualche nota di arancia e miele.

F: lungo e persistente, tutto giocato sull’alternanza di frutta secca e ancora frutta rossa.

Intendiamoci: è un buon whisky, si sente che il distillato ha delle qualità – ovviamente, dirà qualcuno, è pur sempre Macallan! E infatti, da questi imbottigliamenti uno cerca qualcosa di più di un whisky elegante e beverino, ma in fondo un po’ anonimo e “loffio” se paragonato a tanti altri imbottigliamenti contemporanei con simile ‘carta d’identità’ e con prezzi quasi dimezzati (Glengoyne, GlenDronach, tanto per dirne un paio…), per tacere ovviamente dei possibili confronti coi Macallan 18 del passato. 86/100 dunque, un voto intermedio per un malto buono, gradevole, che compiacerà il facoltoso bevitore occasionale ma non potrà che lasciare qualche dubbio all’appassionato – ma lo sappiamo tutti, non è lui il target del brand, facciamocene una ragione.

Sottofondo musicale consigliato: Colour Haze – Did El It.

Macallan ‘Rare Cask’ (2016, OB, 43%)

Nei magazzini di Macallan riposano tantissime botti, ma solo poco più dell’1% ha il bollino di “Rare cask”. Questo imbottigliamento, punta della serie 1824 (quella dei NAS nomati sui colori, che abbiamo assaggiato qui) curato da Bob Dalgarno in persona (Master Whisky Maker di Macallan), viene proprio da una selezione di 16 tipologie diverse di sherry cask, non tutte first-fill, di età diverse, pescando solo tra le botti bollate appunto come rare. Non sembra essere un’edizione molto limitata, quindi possiamo interrogarci a lungo sulle vie del marketing e sulla sostanza numerica cui si lega il concetto di “raro”; esercizio vano, però, quando di fronte c’è un bicchiere profumato che richiede la nostra presenza. Eccoci.

macob-non66N: immediatamente smooth e apertissimo, squaderna un bel profilo aromatico, succoso e invitante. Immediatamente ci colpisce il lato fruttato, appunto succosissimo, con note di frutti di bosco (more e lamponi, anche in marmellata, ma anche di succo ai f.d.b.), di ciliegia; poi cioccolato fondente (magari aromatizzato ai frutti rossi?). Ancora l’arancia protagonista, con qualche suggestione profumata di legno di cedro e, incredibile!, di rose, per nulla pacchiana, sia chiaro.

P: molto gradevole e d’impattante beverinità; ci lascia immaginare dei descrittori molto ‘pesanti’, e tuttavia al contempo ci offre un’impressione generale di grande freschezza. L’alcol sta a zero, con un buon corpo, non troppo esile. Ripetiamo la presenza di frutti rossi in varia forma (more, ciliegie, lamponi; marmellata, caramelle, frutta fresca) e ancora un lato agrumato diffuso e interessante. Poi, ancora quella nota di rosa. La presenza del legno e dei suoi tannini si mostra con una chiusa al limite dell’amaricante, tra il cioccolato e delle spezie leggere (un filo di cannella).

F: ancora aranciato, qui oltre al tripudio di frutta rossa resta un che di più dolce, diremmo di cioccolato bianco, forse vaniglia…

Andiamo subito al punto: è un buon whisky, molto gradevole, di una beverinità esasperante, che certo ci farebbe finire una bottiglia in mezz’ora, se avessimo 250€ da spendere senza pudori. Detto ciò, e senza voler ripetere meccanicamente quel che ha scritto Serge l’altra mattina, è probabilmente un whisky non propriamente costruito con in mente il pubblico di superappassionati nerd e feticisti del whisky (per fortuna, dirà qualcuno a ragione, noialtri siamo gente brutta, per fortuna che c’è il mondo reale là fuori); e la gradazione così bassa, che lo rende così beverino, penalizza un po’ la corposità di un distillato che, sappiamo bene, è tra i più ‘grassi’ di Scozia. In ogni caso, chi lo berrà non potrà non apprezzarlo: insomma, non può non piacere, e piace anche a noi: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dumbo gets mad – Indian food.

Macallan 7 yo ‘Maxxium’ (inizio anni 2000, OB, 40%)

Dopo il celebre 7 anni di Giovinetti, l’import italiano è passato a Maxxium, azienda che è subentrata a livello globale per la distribuzione di Macallan; nei primi anni del 2000 il 7 yo  reso celebre dalla qualità, prima che dalle note pubblicità, è stato sostituito da un omologo con etichetta diversa e, bello grosso sotto il 7, la scritta “Maxxium Import”. Quasi come il Giovinetti insomma, ma dopo.

12041_1N: la prima nota che colpisce le narici è – purtroppo – di un alcol poco integrato, anzi proprio di solvente. Tutto è giocato su note ‘pesanti’ e appiccicose di frutta cotta (prugne), uvetta, tamarindo (l’avete mai assaggiato? no? fatelo!). Marmellata di more, anche un poco di arancia. Un che di tabacco da pipa, greve. Intendiamoci, i descrittori di per sé sono gradevoli, ma nel complesso questo whisky non sembra del tutto ‘centrato’… Un che di vagamente metallico e sulfureo chiude questo naso.

P: al di là di una nota alcolica che resta inutilmente presente a dispetto della bassa gradazione, non è certo tra i Macallan più espressivi: tra una caramella alla violetta, un po’ di marmellata di fragola, un tamarindo e una buccia d’agrume… si consuma un episodio dimenticabile nella grande storia di questo imbottigliamento. Ancora emersioni sulfuree.

F: ancora marmellata di fragola e tamarindo. Di media durata.

Se trovate un 7 anni che riposa dimenticato su uno scaffale, compratelo: che sia Giovinetti o sia Maxxium, il valore collezionistico è analogo e alto per entrambi. Di certo, non il valore qualitativo: 73/100 è il nostro giudizio, avanti un altro, e in fretta.

Sottofondo musicale consigliato: Vasco Rossi – Vado al Maxxium.

The Macallan Tasting @Ceresio7 – 6-2-2017 (e due recensioni)

schermata-2017-02-07-alle-15-26-48Grazie alla consueta ma non scontata cortesia di Velier (nelle persone di Chiara Barbieri e Germano Pedota), siamo stati invitati alla presentazione di alcune referenze di Macallan presso la splendida cornice del Ceresio7 Pools & Restaurant a Milano. Ora, vi rendete perfettamente conto che tra i tanti peccati cui un uomo può concedersi, il rifiutare una degustazione un lunedì pomeriggio è forse tra i più deprecabili: e dunque uno di noi ha avuto cuore di sacrificarsi, oseremmo dire: di immolarsi sull’altare del senso del dovere.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-28Il luogo, che avevamo già visto sempre grazie a Velier e al gruppo Edrington (i più attenti ricorderanno la degustazione di Highland Park dell’anno passato), conferma la sua bellezza – rispetto a quel primo evento, qui risalta la deliziosa eleganza di Nicola Riske, Brand Ambassador di Macallan per il Sud Europa, senza nulla togliere al nerboruto Mikael Markvardsen di HP… A Nicola siamo particolarmente affezionati perché, al nostro primo Spirit of Scotland ormai 4 anni fa, proprio lei acquistò una maglietta di whiskyfacile: se pure non dovesse conservarla più, resterà senz’altro la nostra brand ambassador preferita, sappiatelo. Quanto a The Macallan, beh, pare superfluo dire che si tratta di uno dei marchi iconici per eccellenza: da decine di anni il brand coincide con il concetto stesso di scotch, e ha attraversato in lungo e in largo il mercato del lusso ben prima che la stessa idea venisse in mente ai piani intermedi dell’industria dello scotch. Sappiamo anche che negli ultimi anni ha dovuto difendersi da non poche (giustificatissime) critiche da parte dei whiskofili duri e puri, dopo aver abbandonato per molti imbottigliamenti sia l’indicazione dell’età che l’invecchiamento in sole botti ex-sherry, due dei capisaldi di Macallan nel corso di tutto il secondo Novecento (anche se alcune nuove release per altri mercati fanno intravedere possibili cambi di strategia) e dopo aver esplicitamente privilegiato il mercato del lusso puro con poco riguardo verso quella stessa comunità di appassionati che tanto aveva contribuito a rendere Macallan, beh, The Macallan.

schermata-2017-02-07-alle-15-43-28Il percorso di degustazione è iniziato dal 12 anni ‘Fine Oak, da quest’anno reintrodotto sul mercato italiano – come già ricordavamo qui, proprio la serie Fine Oak è stata a suo tempo responsabile di quella diffusa disaffezione nei confronti di Macallan. Questo 12 anni è il risultato della miscela di tre tipologie di botti: quercia americana ex-bourbon, quercia americana ex-sherry, quercia spagnola ex-sherry – si tenga conto che il punto su cui maggiormente Nicola ha insistito è proprio l’investimento nei legni, dato che “il 70/80% del carattere del whisky è dato dalla botte”. Definito uno “springtime dram“, il 12 anni Fine Oak pare un’ottima introduzione al whisky, coerente con lo stile di molti Speysiders di media età: colpiscono, soprattutto al naso, note di canditi, di zenzero, forse perfino un accenno di lievito; certo note più rotonde di miele e mandorle agevolano la rotondità del palato, con un finale parso un po’ più ‘secco’, con qualcosa di frutta essiccata (albicocche?). Complessivamente è un buon whisky, meritevole (indicativamente) di un 84/100.

Secondo whisky lasciato a circolare liberamente nell’organismo del nostro inviato Jacopo schermata-2017-02-07-alle-15-29-19è stato il Macallan Sienna, che già avevamo bevuto e recensito qui: confermiamo le buone impressioni e riportiamo l’elegante risposta di Nicola a chi chiedeva le ragioni dell’abbandono dell’age statement: “come in un albero di mele, la maturazione delle botti non è omogenea, e non indicare l’età ci permette di scegliere solo le mele, ehm le botti migliori, senza curarci dei vincoli dell’età”. Anche qui, tutta la comunicazione era tesa a marcare l’importanza del legno, acquistato direttamente da foreste in Ohio e Spagna e tenute a maturare prevalentemente con sherry – Nicola ha sempre usato il termine sherry seasoned, vale a dire botti ‘stagionate in sherry’, che hanno contenuto sherry per un paio d’anni, dettaglio di cui forse val la pena di tener conto.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-51Il terzo dram generosamente versato è il molto atteso Edition n.2, edizione limitata frutto della collaborazione di Bob Dalgarno, “Whisky Maker” a Macallan (non ci stancheremo mai di annotare in quanti evocativi modi si possa definire un mestiere – e quanto più si salga nella scala del lusso più si cerchi la semplicità), e i fratelli Roca, proprietari del celebre ristorante galiziano El Celler de Can Roca, pluristellato e ‘miglior ristorante del mondo’ nel 2013 e nel 2015. Anche questo non ha età dichiarata, anche questo è una miscela di quercia americana ed europea a sola stagionatura in sherry di varie bodegas, ha le particolarità di non usare solo botti first-fill e di essere imbottigliato a 48,2%. Il naso è molto ricco e invitante, con note di caramello, tartufi di cioccolato, miele, frutta secca, cioccolato, mele cotte e tanto agrume; al palato, molto coerente, l’arancia si prende la scena (nei nostri deliri diremmo: arancia caramellata) assieme a qualche punta speziata, soprattutto di noce moscata, che perdura fino alla fine. Il complesso è molto convincente, anche grazie a qualche nota ‘giovane’ qui e là che fa capolino (canditi, ancora zenzero candito) e che rende il tutto più pimpante e leggero. Staremmo ancora intorno agli 88/100.

schermata-2017-02-07-alle-15-47-49Il quarto whisky, invece, ce lo siamo portati a casa e ce lo beviamo in santa pace stasera: quindi per le nostre impressioni sul celebrato e costosissimo Macallan “Rare Cask” abbiate cuore di aspettare fino a domani… Per adesso, possiamo già notare come nel complesso Macallan non riesca proprio a fare whisky di bassa qualità: certo, rispetto ai Macallan del passato, diciottenni invecchiati in botti che avevano contenuto sherry per tanti anni, siamo su un’altra categoria, ma questo lo sapevamo già, non avrebbe nessun senso cercare in un New Beetle il fascino del Maggiolone, e d’altro canto ci siamo pure un po’ scocciati di rimpiangere dei tempi andati che, per inciso, non abbiamo vissuto. Armati di pragmatismo e velleità generazionali, ci godiamo quel che ci passa nel bicchiere: è ormai un fatto, tendenzialmente irreversibile a parte alcune orgogliose sacche di resistenza, che l’industria del whisky va nella direzione di concept whisky costruiti grazie a legni molto attivi – a Macallan vanno oneri ed onori di essere stata la prima a fare una rivoluzione copernicana su quel che lei stessa aveva creato, e in questa sede, dato che gli oneri sono già stati ricordati tante volte (e, un po’ casualmente, ci torna sopra, e con parole pesanti, il sommo Serge proprio quest’oggi) e parrebbe inelegante non apprezzare l’ospitalità, ci piace soprattutto indulgere in lodi. Quindi in fin dei conti brava Macallan, c’è costruzione e costruzione, e i tuoi whisky – banalmente – sono buoni. Serve altro?

Grazie ancora a Velier e a Nicola Riske per l’ottima opportunità di assistere a questa bella presentazione e, soprattuto, per averci dato un pretesto per ubriacarci al lunedì pomeriggio.

Macallan 7 yo ‘Giovinetti’ (anni ’90, OB, 40%)

Tutti vi siete imbattuti in questa bottiglia, consapevolmente o meno. La sua pubblicità era celeberrima, quando noi ancora preferivamo le merendine al whisky; si tratta di un Macallan, selezionato in esclusiva da Armando Giovinetti (importatore di Macallan all’epoca) per il mercato italiano, particolarmente appassionato di whisky… giovinetti. Va bene, abbiamo esaurito il nostro bonus di battute infelici, dunque torniamo alle informazioni: è ovviamente una bottiglia di culto, a piena maturazione in botti ex-sherry, anche se all’epoca era un single malt di consumo. Rilasciato nel 1985, è rimasto in vita fino alla fine degli anni ’90, quando Maxxxium subentrò a Giovinetti come importatore – il 7 anni è rimasto ancora per qualche tempo, ma la qualità si è inabissata.

the-macallan-7-year-old-armando-giovinetti-special-selection-whiskyN: che qualità, signori: ricco e molto aperto, l’invecchiamento in sherry ostenta tutta l’opulenza dei frutti rossi (lamponi, ciliegia, uva passa). Sherry caldo, molto zuccherino (crostata di more, marmellata di fragole); si concede il lusso di esibire anche un lato più ‘cremoso’, con panna cotta e caramello, brioche burrosa, caffelatte zuccherato. C’è anche un bel tocco di legno caldo e odoroso, a rendere ancora più grossa la struttura; poi tamarindo, tabacco da pipa, cioccolato ai frutti di bosco, fichi secchi. Insomma, un luna park olfattivo…

P: mantiene appieno tutte le promesse del naso, rivelando a 40% un corpo e una struttura che certi whisky a grado pieno si sognano… Il primissimo impatto è sul cioccolato e i fichi secchi, seguito a ruota da uno spettacolo di legno accompagnato da una teoria di frutta secca seducente (nocciola soprattutto, in grandissimo spolvero). Ancora marmellata d’arancia, ancora brioche, ancora frutti rossi (more soprattutto), tabacco; il lato più ‘cremoso’ qui pare soprattutto di créme caramel. Grandissima coerenza, grandissima qualità.

F: lungo e persistente, si divide tra legno, malto brioscioso, frutta rossa.

Pazzesco come un 7 anni abbia questa qualità, questa struttura, questa complessità, questo corpo. Macchina del tempo, riportaci a quando una bottiglia del genere era la norma, la noiosa, deprecabile, stolida norma. In attesa del miracolo gli affibbiamo un roboante 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Odetta – Baby,I’m in the mood for you

Macallan 10 yo Fine Oak (OB, 40%)

Segnatevi bene quest’anno, che per i fan della distilleria è quello della disperazione: l’irripetibile (?) 2004. Nello stesso periodo in cui le Olimpiadi facevano gloriosamente ritorno alle origini in quel di Atene, Macallan decideva infatti di recidere le radici da cui s’era involata fin sopra il cielo la sua reputazione. Da quelle parti mai nessuno aveva osato mettere in dubbio il dogma di un invecchiamento realizzato completamente in botti ex sherry e invece oramai undici anni fa ecco la svolta grazie al lancio della serie “Fine Oak”, con tanto di ricco core range nuovo di pacca: 10, 12, 15, 17, 18, 21, 25, 30 anni. Mica un esperimentino da poco, insomma, e il tutto assemblato grazie a un bel misto di botti ex bourbon ed ex sherry, in ossequio ai mutati equilibri di mercato (con un prezzo delle botti provenienti da Oltreoceano ridicolmente basso) e in barba alla tradizione. Vediamo dove porta questa rivoluzione…

macob.10yov6N: per prima cosa colpiscono note alcoliche. Dopo un po’ di respiro compare nitida una gran frutta secca (nocciola ma anche un non so che di arachidi) via via sempre più predominante e relega in secondo piano sia l’apporto arrotondante della vaniglia sia note di frutta di cotta (prugne, uvetta e mele). Il malto si sente ma pare ancora accertino, con sentori di mash tun. Molto semplice, pare tutto qui.

P: leggerino di corpo e si appalesa ancora da subito la dominanza della frutta secca: di nuovo nocciola, ancora arachidi e noci. Cioccolato alle nocciole e una timida nota di vaniglia. Scarsino, con anche qualche nota sherried per carità (uvetta e forse anche un fantasma di frutti rossi) e una leggera suggestione di arancia, ma tutto molto molto debole, non supportato da un’adeguata intensità.

F: non lungo ma abbastanza intenso. Giocato su noce e nocciola.

Passando al commento complessivo, ci spiacerebbe penalizzare troppo un whisky comunque onesto, privo di difetti sostanziali e in definitiva solo molto semplice e schivo. Troppo per un The Macallan? Diremmo di sì, ma ormai la stagione di questi ‘fine oak’ è conclusa e preferiamo guardare avanti, senza infierire più di tanto: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sidney Bechet – Si tu vois ma mère

The Macallan 1959 (1973, OB, Rinaldi import, 46%)

Ci siamo appena risvegliati dalla degustazione da sogno e come per magia abbiamo realizzato che mentre sognavamo, in realtà vivevamo e bevevamo e godevamo. Insomma, era tutto vero: sabato all’Harp Pub si è assaggiato questo e quest’altro nettare, oltre al Port Ellen Rare Malt 20 anni, tra le facce soddisfatte della quindicina di appassionati accorsi (pochini sì, ma chi non c’era avrà avuto i suoi buoni motivi o forse pensava fosse uno scherzo). Ciliegina sulla torta di questo già conturbante dolciume è stato poi il Macallan di oggi, uno di quegl’import by Rinaldi che hanno contribuito a creare il mito della distilleria nel secolo passato e a fare del mercato italiano La Mecca del collezionismo d’oggidì. Riaddormentiamoci…

wm04041309-52_IM219652N: si presenta subito apertissimo e di colossale intensità. Ci porta a ridiscutere il concetto di sherry-cask, una sorta di iper-sherrycask, con quelle caratteristiche ma portate alle stelle. L’atmosfera è per così dire duplice, giocata cioè su due campi opposti: da una parte una patina ‘old’ di vecchi libri, dall’altra una frutta fresca, succosa, viva. La frutta- ah che felice parata di tutti i cliché ex sherry: prugne, uvette, fichi; frutta rossa (fragole, lamponi e ciliegie). E poi anche pesche e mango, oltre a un agrumato possente, tra l’arancia, il chinotto e il bergamotto (tè earl grey?). C’è poi una parte più da dolciume, che ricorda cioccolato, caramello, zucchero glassato, crema. Il tutto, si diceva, coccolato da un’avvolgente patina di carta vecchia, di legno odoroso (vecchi mobili) e qualche spezia. Tamarindo, tabacco da pipa. Balsamico.

P: ci sorprende rispetto al naso: affiancato a qualche conferma, infatti, emerge un lato, che si fa via via primario, molto balsamico, resinoso: proprio aghi di pino. Nel complesso non si può dire sia dolcissimo, con una forte presenza di tannini. Non sono vere e proprie ‘off notes’, ma di certo sono assai personali. Decise anche le note balsamiche di Pastiglia Valda. In generale è molto liquoroso e affiora una suggestione di Grand Marnier. Poi affianco si sparpaglia una clamorosa frutta rossa (ciliegia soprattutto), cioccolato, agrumi e ancora una punta di mango. Una grande intensità e vitalità del distillato, ci preme di sottolineare.

F: legno, tabacco, frutta secca (noce e nocciola) e frutta rossa; agrumi.

Un naso superlativo, che andrebbe ben oltre i 90 punti fino in cima alle classifiche e un palato spiazzante, tra il dubbio che nell’affinamento in bottiglia qualcosa sia mutato (siamo a ben 42 anni di riposo!) e che invece il difetto sia nostro e della nostra inesperienza con certi pezzi di Storia. Ad ogni modo pare esserci quasi uno sdoppiamento, in sè interessante e assolutamente inedito per noi, tra un lato balsamico/legnoso e uno più classico dolce e fruttato. Un whisky bifronte che, non fraintendete, ci è piaciuto assai e che difatti si becca un 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: AqualungStrange and beautiful (forse questo titolo è la giusta sintesi)

 

Macallan 24 yo (1989/2014, Silver Seal, 54,4%)

Macallan è Macallan, si sa, e quindi è bene tenere alte le aspettative; Silver Seal è Silver Seal, si sa, e quindi è bene tenere alte le aspettative; quando si assaggia un Macallan di Silver Seal, dunque, le aspettative non possono che essere alte… A maggior ragione se la serie dell’etichetta si chiama “Whisky is Art” (anche se lo stesso selezionatore, Max Righi, ci spiega con preoccupazione che oggidì il whisky è sempre meno un’arte, appunto, e sempre più business… ma la serie vuole appunto essere innanzitutto una dichiarazione d’amore e d’intenti), e sullo sfondo campeggia addirittura l’immortale Colosseo! Si tratta di un single cask di 24 anni: assaggiamolo.

SFW10_75_1N: la gradazione non si nasconde, e sulle prime tutto resta coperto; dopo un po’, però, si levano ricche e succose note di frutta, che pare arrivare quasi alla caramella gelée: pesca e albicocca; gelée all’arancia; appena un accenno di banana, mentre sotto si agita uno strato di marzapane assai vivace e profondo. Fa capolino un po’ di  legna tagliata. Con acqua, si apre molto bene sul fruttato, diventando quasi cremoso (vaniglia in gran crescita).

P: mantiene la promessa fruttata del naso, ma ci aggiunge anche crema e vaniglia: si ottiene dunque un bellissimo senso di pienezza. A stupire c’è una maltosità pulita e cristallina, cerealosa e splendidamente vegetale, che fa tutt’uno con la frutta. L’acqua lascia erompere il lato zuccherino e torna quel senso di gelée; un pit di ananas, perfino?

F: maltoso, una leggera frutta secca; si richiude proprio qui, dopo una bella danza fruttata.

Un single cask che è un’ode al whisky, perché riesce molto bene a unire l’eleganza di un distillato pulito, fruttato e “che sa di malto” ad una gentile patina di botte, che arrotonda la frutta e ammorbidisce gli spigoli. Molto equilibrato, appunto, e poi: dov’è che trovate un single cask di un Macallan indipendente, oggigiorno, oltretutto in botte ex-bourbon? 87/100, il voto più giusto nel nostro quadernino.

Sottofondo musicale consigliato: Joe Strummer – Burning Light (dal film di Aki Kaurismaki “Ho affittato un killer”… guardatelo!)

Macallan 22 yo (1990/2013, Adelphi, 56%)

Concludiamo la settimana dedicata ai Macallan indipendenti con un’uscita relativamente nuova di Adelphi, imbottigliatore scozzese attivo dal 1993 e dagli standard qualitativi solitamente eccellenti. Per questo assaggio dedichiamo un ringraziamento particolare a Gianni Alcini, appassionato cultore della materia maltosa e uomo di franca genorosità, che ha voluto sottoporre ciò che restava della sua bottiglia al nostro giudizio e soprattutto alle nostre spalancate bocche. Grazie!

Adelphi-Macallan-22N: riconosciamo i tratti in qualche modo tipici di Macallan: malto imponente, mele rosse, mou, caramello, legno tostato; anche l’agrumato qui è veramente in primo piano; una certa liquorosità sherrosa. Diciamo anche biscotti al burro e aggiungiamoci pure nocciola. E la goduria è servita. Rispetto al Silver Seal tuttavia si notano i 13 anni di distanza tra le distillazioni; al di là della diversa gradazione, ci sono infatti un ‘alcol’ e un profilo complessivamente più secchi, più pungenti (lucido per legno), senza comunque, intendiamoci, che questo appaia come un difetto. L’aggiunta d’acqua lascia che esploda il lato agrumato, per il resto apre senza cambiare le carte in tavola.

P: un po’ alcolico l’impatto, ma la sensazione è presto sostituita da una gradevole succosità. Tanta frutta rossa e nera; ancora mele rosse e confettura di more, marmellata d’arancia. A sorpresa il legno c’è ma risulta essere umido e macerato, comunque raffinato. Infine, una nota di pasticceria, che a noi ricorda torta di mele e pandoro. L’acqua espande il sapore, rendendo più dolce il tutto. A noi aggrada di più liscio.

F: composta di more e molto legno umido. Lungo e persistente. Nocciola e un poco di cioccolato.

La degustazione incrociata di questo 22enne, di un Samaroli e di un Silver Seal è stata davvero divertente e istruttiva, con i due imbottigliamenti italiani agli antipodi (uno delicato e fresco, l’altro straripante e sherroso), e quest’ultimo di Adelphi ancora differente. Un Macallan moderno, che ha perso le profondità liquorose e i vortici di sapori succosi di un tempo, dove tutti gli elementi sono collocati per così dire “in superficie”, ma che si distingue fieramente per una maltosità molto pronunciata e una qualità complessiva che innamora. Comunque, se questo è il presente, per una volta abbandoniamo volentieri la diffidenza verso il futuro: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kevin McLeodNight on the Docks