Botti da orbi – Rum United Drinking Club

l’illuminato Marco Zucchetti che verga queste righe

[Rieccolo: mister Marco Zucchetti inaugura il ritiro estivo di Whisky Facile per la preparazione estiva, un ritiro blindato come neppure quello di Conte all’Inter, e siccome è un visionario, un esteta del calcio, convoca addirittura undici rum!]

Nazionale maggiore, under 20, under 21, perfino la nazionale femminile. C’era un tale ingorgo di squadre per cui tifare in questo inizio d’estate che sembrava di stare a piazzale Loreto alle sei di sera. Però dato che a ciascuno il suo, come diceva quell’ultrà di Sciascia, qui si pensava a quale squadra donare il nostro cuore in questo giugno finalmente torrido. Ci sarebbe la Real Tiki, tutta ombrellini e coppe (di frutta); ci sarebbe la Gin Tonic FC, dal gioco frizzante; oppure il Deportivo Bollicine, espressione perfetta del calcio champagne. Ma noi il calcio moderno – pardon, il beverage moderno – lo apprezziamo con moderazione. E da bravi veterospiritisti riempiamo la curva del Rum United, a costo di schiattare di caldo al primo sorso. Undici campioni tosti, ognuno con il suo stile. Un famoso presidente di calcio parecchio vincente preferisce giocatori senza barba e senza tatuaggi. Noi preferiamo i rum che sudano e danno l’anima, non i veneziani tutti veroniche e svolazzi dolciastri. Undici, undici / undici rummoni / Noi vogliamo / undici rummoni!

Skeldon 18 yo (Guyana, 2000/2018, El Dorado ‘rare collection’, 58,3%)

Portiere

La Demerara distilleries fa rivivere il mark della distilleria chiusa nel 1960, prodotto poi da Uitvlugt e ora da Diamond. Al naso è muscolare ma piacevole, dà sicurezza. C’è un che di cantina umida che subito si dissolve in una golosità da tiramisù e torcetti al burro. Prugne Sunsweet, lamponi, vaniglia e noci chiudono il cerchio, dove gli esteri non fanno capolino. Nessuna distrazione, né fra i pali né in uscita. Il tiramisù (o tiratisù dopo aver parato un rigore) rimane e di fatto il palato è coerente all’olfatto. È potente, piccante, con cacao, frutta secca e vino rosso fortificato, forse strudel. Qualcosa di cuoio e legno che un po’ allappa. Finale lungo e speziato, cannella, uvetta e cioccolato. Buono, da leccarsi i baffi, la dolcezza è ben integrata. Il legno invece è un filo troppo marcato, ma d’altronde al portiere non si richiedono piedi sopraffini, ma reattività e affidabilità. Come si dice a Milano, “inscì aveghen”, ad avercene! 89/100

Savanna ‘Indian Ocean Stills’ 6 y (Réunion, 2012/2018, Velier, 61%)

Terzino destro

Vero e proprio talento in erba: un rhum agricole dall’Oceano Indiano, quindi non sorprende il naso minerale. Si va dalla melissa al limone candito, dal gesso ad una nota balsamica quasi di Vix Sinex e Brooklyn alla clorofilla: è freschissimo, va su e giù sulla fascia e non (si) stanca mai. Cacao in polvere e una nota quasi affumicata a dare una prospettiva diversa: olfatto eccellente. In difesa però sa essere un mastino. Palato coerente e molto affilato, alcol poderoso; la prima sensazione è ancora erbacea (succo di canna fresco, curry verde e molta anice, quella del ghiacciolo che non a tutti piace). Poi evolve, si fa più zuccherino tra litchies e un che di latte di soia che lega i sapori. Diciamo che manca un po’ di senso tattico e malizia. Finale dolciastro, banana verde grigliata e un tocco amaro di mandorla che con l’acqua svanisce. Eccentrico, per solutori più che abili, unisce un naso da togliere il fiato a un palato in cui l’erbaceo cede al dolciastro. Proprio come quelle promesse della Coppa d’Africa che fanno sognare ma ogni tanto si dimenticano di difendere. 86/100

Royal Navy Tiger Shark (2019, Velier, 57,18%)

Difensore centrale

In mezzo non si può sbagliare, occorre un Baresi, un Beckenbauer. Qui c’è a guidare la difesa c’è un blend di tre rum 100% pot still da due distillerie differenti non specificate, invecchiati ai caraibi per una media di 14 anni. Due polpacci così, due polmoni così e anche altre due cose così. Gli esteri parlano di Giamaica, ma qui stanno sotto un lenzuolo di caramello, caffè e cioccolato fondente. Tackle duro e poi imposta a testa alta. Caldarroste, arancia e diesel, ma non sgradevole. Un olfatto con due anime, una agonistica e una tecnica. L’esperienza si fa sentire al palato, dove salgono di tono le note legnose (liquirizia, vaniglia del Madagascar, cacao e mandorle). Balenano dell’ananas e delle note floreali che si alternano al diesel. Caffè espresso e un tocco curiosamente salato a sottolineare il carattere del leader. Finale di nuovo di liquirizia e gasolio. Niente di addomesticato nello squalo. Riesce nell’impresa di tenere insieme due vie, quella degli esteri spinti e quella speziata/cremosa. Un osso duro. 88/100

Bellevue 21 yo (Guadalupa, 1998/2019, Milano Rum Festival, 57%)

Terzino sinistro

Ogni squadra ha il suo idolo un po’ pazzo. Noi abbiamo questo single cask selezionato da Andrea e Giuseppe, che al naso è un bel rebelòt: legno smaltato, cola, prugne secche, con cacao e banana flambé. Si aggiunge una nota balsamica di muschio e vetiver. Insomma, il ragazzo fa un po’ di tutto, sombrero, tiro al volo, autorete, zuffe: una testa matta. Al palato è un po’ alcolico e si fa secco, quasi rissoso: melassa, noci, zenzero e un tocco floreale (zagara?). Non sta fermo un attimo, si agita ma nel finale si rilassa e si fa più dolce, cioccolato al latte e caramello. Non è Gigi Meroni che si portava al guinzaglio una gallina, ma poco ci manca. Non del tutto equilibrato e di beva non agile, ma emozionale. Un barile alla Gascoigne. 84/100

Rhum Rhum Liberation Integral 6 yo (Marie Galante, 2015, OB, 58,4%)

Mediano

Uno dei gioiellini del maestro Capovilla, invecchiato ai Tropici in un tonneau ex Sauternes. E del vino francese ha la classe cristallina. Il naso è invaso dai profumi: macedonia esotica, pasticcino all’albicocca, ciliegie sotto spirito, resina dolce: Pirlo che esce dalla sua area con una finta e un lancio di esterno. C’è il vino, c’è la cannella e il tabacco dolce. I piedi buoni ci sono. Ma anche la grinta, eh. Perché in bocca si fa speziato: pepe, chili e angostura. Piccante, legnoso e dolce/amaro (zucchero di canna, china e caffè in polvere), lascia il segno anche coi tacchetti. Non dà il meglio sotto il diluvio, perché con l’acqua si slega un po’, anche se diminuisce l’amaro. Finale di legno, buccia di mela rossa grigliata e mandorla. Esperimento unico, grande intensità aromatica. Un po’ strabico fra olfatto fruttato e palato, visione di gioco e foga da incontrista puro. 85/100 

Diplomatico Distillery collection N.3 Pot still 8 yo (Venezuela, OB, 47%)

Ala sinistra

Non a grado pieno, quindi il confronto col resto della squadra è arduo. È uno di quei rum (pardon, calciatori) che avrebbero fatto impazzire il buon Moratti. Perché è farfarello e fiabesco, magari incostante ma da coccolare. Vogliamo chiamarlo il Recoba della squadra? Dopo alambicco Kettle e colonna Barbet, Diplomatico continua la sua serie Distillery collection con un Pot still. Non stupisce dunque la densità di tamarindo e cola al naso. Molta pasticceria, dal panettone alle mandorle tostate. Cioccolato al latte e mango. Pastoso. Non molla il pallone, lo vezzeggia, ne dribbla uno e lo ridribbla, mentre metà pubblico lo osanna e l’altra metà impreca. Poi a conti fatti è molto meno fru fru di quanto gli piace mostrarsi. In bocca infatti è meno dolce del previsto, il caramello bruciato prende note di fumo e il cioccolato si fa fondente. Cannella, albicocca secca e banana. Chiusura sul legno (bastoncino di liquirizia) e datteri, se ha un difetto è quello di non sapersi imporre. Piacevole e senza stucchevolezze spagnoleggianti, ma non emerge per personalità. Insomma, se ci fosse un altro rigore contro l’Helsingborg, non guardatelo bevendo questo rum. 83/100

Versailles 14 yo (Guyana, 2004/2018, Milano Rum Festival, 57%)

Ala destra

Il coraggio, come sa bene Don Abbondio, chi non ce l’ha non se lo può dare. L’altro barile dei milanesi A&G è un Demerara bello tosto color oro zecchino a cui il coraggio non manca. Sfrontato come un Cantona, estroso e imprevedibile. Le note olfattive sono quasi fermentate: smalto, kirsch e kiwi. Gli esteri per un attimo sconfinano quasi nell’acciuga sotto sale. Trucchi, giochini, finte e doppi passi, Garrincha che parte lasciando lì il pallone. Niente paura, poi arrivano marzapane, cedro e pasticcino alla frutta. Col tempo legno affumicato, con acqua più erbaceo (nocciole verdi). Oltre ai fuochi d’artificio c’è la sostanza, i cross per le punte arrivano da lui. Certo, deve uscire dalla nebbia in cui ogni tanto si va a ficcare. Perché l’affumicatura è una suggestione anche al gusto, dove i tannini non si nascondono (chiodi di garofano). Di nuovo marzapane, cioccolato bianco e il mix ananas maturo/banana flambé. Una goduria il finale burroso e di mousse di frutta, come un pallonetto sotto il sette. Molto nudo e crudo, non dimostra mai i suoi anni e mostra tre facce diverse: naso strano, palato affilato e finale equilibrato. Multiforme ed eclettico, uno nessuno e centomila. 85/100

Hampden 23 yo (Giamaica, 1992/2016, Silver Seal, 50%)

Regista

Il perno del sistema di gioco ha l’equilibrio e la leadership come virtù cardinali. La creazione di Max Righi ha un naso da volare via in cui gli esteri si uniscono a note di frutta cerosa ed erbe fermentate. Il che si traduce in profumi di paraffina e vernice, melone bianco, melissa e platano. Ma anche lievito di birra e acqua ragia, erba tagliata che fermenta e caramelle menta e anice. Complicatissimo, da perdercisi. D’altronde tutti i grandi pensatori del centrocampo sanno farsi volpe e leone, far partire bolidi da fuori e smarcare le punte con un passaggio no-look. Il palato accoglie la frutta cerosa (ananas flambé, ciliegie, perfino olive), ma la parte “sporca” non demorde: gomma bruciata, caffè tostato e una impressionante nota di peperoni gialli. Guizza ancora dell’acidità di succo di pompelmo. È un rum che fa reparto da solo, non si tira indietro e dà la carica, anche a costo di prendere qualche cartellino giallo dagli arbitri più fighetti. Non molla mai, con un finale infinito di nuovo di peperoni, menta, cera e polvere di caffè. Niente, è un capolavoro multistrati, un capitano nato. Cose tra loro estranee che interagiscono alla perfezione. Bandiera. 91/100

Cachaça Magnifica Single cask 13 yo (Brasile, 2005/2018, Milano rum festival, 43°)

Trequartista

Ogni brasiliano è un mondo a sé, ma questo lo è ancor di più: un single cask di cachaça pescato dai ragazzi del MRF. Accompagnato da un po’ di scetticismo generale (tipo quando sbarcò Kakà), quindi si assaggia con curiosità doppia. A occhi chiusi diresti rhum agricole. D’altronde la materia è la stessa. Dai brasiliani sappiamo cosa attenderci, tecnica sopraffina, ma saprà incidere? Dominano note erbacee ma sui toni della verdura (cetriolo aromatizzato, sedano). Poi ananas e papaya e gelato alla crema, perfino del gianduia. Perbacco, il carioca se la cava bene. Emergono anche dei lieviti, note di pennarelli Pelikan. Sa anche essere pericoloso, perché in bocca è beverino assai. L’erbaceo si attenua in note di caramella alla mela. Si gonfia la parte più di pasticceria: cioccolato al latte, babà, alchermes, uva passa. Torta di banana. Assist sfornati come bon bon. La dolcezza di tocco resiste nel finale, tra cioccolato e gommose alla frutta. Suggestione di limoncello, ma forse sono traveggole da carnevale di Rio, o forse l’ha appena comprato il Napoli. Sorpresa vera, il legno Ipe suona melodie un po’ esotiche ma l’effetto è di una cremosità golosa oltre l’anima vegetale della materia prima. Missão cumprida, la torcida esulta. 87/100

Foursquare 11 yo (Barbados, 2004/2015, OB, 59%)

Seconda punta

Un Massaro, un Ganz, un rapinatore d’area di rigore che fa vincere gli scudetti in silenzio. Rum da pot still e da colonna invecchiato in botti ex bourbon e distribuito da Ghilardi. Alle prime sembra un rye whiskey (no beh, diciamo un parente): paprika, pesca sciroppata, miele di castagno. Naso zuccherino, vaniglia e mango essiccato, madeira liquoroso. Entra facile nel cuore degli appassionati, sai che non è da Pallone d’Oro ma tutti lo vorrebbero nella loro squadra/vetrinetta dei liquori. Al palato rimane sul lato dolce della forza: croccante di mandorle, datteri dragée e miele grezzo. Cremoso e con alcol quasi a zero nonostante i 59°. Liquore al caffè e biscotti di zenzero. Un dessert, nel senso che arriva alla fine e ti lascia in bocca il sapore di vittoria. Finale piacevole, fra caramello, fichi secchi e albicocca. Profilo gentilmente e piacevolmente cioccolatoso anche se estraneo agli eccessi dei ron spagnoli. Magica la sparizione dell’alcol, tipo Inzaghi che per un’ora sembrava essere rimasto negli spogliatoi e quando spuntava sul filo del fuorigioco era già gol. 87/100

Port Mourant 36 yo (Guyana, 1972/2008, Velier, 47,8%)

Bomber

Quando si parla degli dei, occorre reverenza. La stessa che si deve a certi attaccanti di esperienza che hanno più classe che anni sulla carta d’identità. Questa è una bottiglia epica di Luca Gargano che all’asta va a 3mila sterline, quindi òcio, parliamo di un Pallone d’Oro. Il primo naso è di mela Stark matura, poi si scende in profondità: fichi secchi, legno palissandro e uvetta. Non basta segnare tanto, bisogna anche segnare in un certo modo. Come Van Basten, come Cruyff. C’è un che di biblioteca e una patina di cera calda. Frutti neri, tabacco aromatico, zabaione e dopo 36 anni agrume ancora vivido. Non sembra neppure rum, spunta perfino un che di salsa di soia: sontuoso. La stessa mascella che cade estasiata per la rovesciata di CR7, o lo stacco di testa di Pelé. In bocca è tutto giocato sul caffè e le spezie (cannella/vaniglia). Scuro, cremoso, ancora marmellata di more, violetta, cioccolata, legno antico. Che cos’è la sapienza? L’arte di fare le cose perfettamente senza sforzo. Il retrogusto è di mirtilli e uva rossa, il finale è vibrante, con fichi secchi e cioccolato grasso, quasi alla panna. Non c’è molto da dire, mostra un’opulenza e una molteplicità di sfaccettature impressionante. Sfavillante, da Hall of Fame. 94/100

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Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 12

Il “Calendario Avventato” al giorno n.12 ci regala Appleton Estate Reserve Blend. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky (???) #12

I nostri amici del BLEND ci hanno teso l’ennesimo scherzetto… A meno che i nostri nasi si siano nel frattempo guastati e le papille interrotte (cit.), questo che abbiamo nel bicchiere è un rum! Il naso è molto piacevole e morbido, con una morbidezza vanigliata che arriva dal barile, presumibilmente, poi nette note viniliche. Una frutta semplice ma intensa e matura, diremmo litchees e pesche, con dei guizzi d’eucalipto. Il palato è meno appagante, a dirla tutta, sembra pagare una gradazione bassa che non supporta l’intensità della bevuta; tornano quelle note viniliche e quasi balsamiche, con arancia (diremmo addirittura un liquore all’arancia) e una frutta astratta, profondamente zuccherina (e a proposito di zucchero, come non citare lo zucchero di canna? Quello vero, però, in polvere). Il finale è intenso e piacevole, tutto caricato sulle spalle dello zucchero di canna, ma non proprio lunghissimo.

Come di consueto, quando si tratta di rum preferiamo non sparare dei voti, dato che la nostra esperienza è molto più limitata; detto ciò, è un rum piuttosto semplice e piacevole, e se dovessimo sbilanciarci punteremmo forte su un rum di scuola francese (ehm…) con una maturazione non altissima in botti ex-bourbon.

Botti da orbi – “La degustazione del secolo” pt. 2

Ecco la seconda parte del reportage di Marco Zucchetti (che potete vedere qui sotto, sfocato e straordinariamente lucido al contempo, come solo lui sa essere) sulla “Degustazione del secolo”, evento straordinario tenutosi a Londra due settimane fa in occasione del lancio di Hampden da parte di Velier e La Maison Du Whisky. Che capolavoro…

BALLY 1924 (Martinica, 45°)

Altro pezzo storico: il primo millesimato in assoluto della casa. Il rum talking fra gli esperti a fine degustazione gli assegna la palma di più enigmatico della serata. Vediamo perché.

Di un mogano tenue, è delicato anche nei profumi. Fresco, con pesca e susine, ha il profilo più dolce e sensuale. Cioccolato al latte, quasi floreale. Col tempo emerge una distinta nota di ciliegia e bon bon alla fragola. È un’eccentrica vecchietta assai profumata, e anche al palato rimane sulla fantasia floreale: violetta e lavanda. Ma sotto le vesti graziose e leggiadre si coglie comunque un bel corpo secco e austero, con chiodi di garofano e noci pecan tostate.

Il finale è speziato (chili), con crostatine bruciacchiate alla marmellata di frutti neri (più more che mirtillo). Ma al di là della ruota della fortuna delle suggestioni retrolfattive, resta un rum che parla molte lingue, lancia segnali e poi si nasconde, senza mai farsi capire del tutto. Intendiamoci, è di una eleganza rara, ma chi indovina dove va a parare è bravo. D’altronde lo avevamo detto che era femmina…

Criptico: 88/100

SKELDON 1978 (Guyana, 60.4°, imbottigliato 2005)

Ecco, lui la vecchietta di cui si parlava prima potrebbe difenderla dai malintenzionati a forza di schiaffi tipo Bud Spencer. Trattasi di rum mastodontico dal cuore d’oro, una cascata di muscoli e un altruismo con cui regala sensazioni a piene mani. Usciamo un attimo dalle metafore antropomorfe: blend di tre barili provenienti da una distilleria chiusa negli anni ’50, è uno dei primi imbottigliamenti fatti da Luca Gargano, e forse il suo preferito. C’è da capirlo: tutto comunica potenza in questo bicchiere dove i riflessi rossi accendono già la fantasia. Poi non devi far altro che lasciarti trasportare dalle folate impetuose di aromi: smalto, arancia, un che di barbecue, melassa spessa, un’aria di foglie umide e sottobosco e perfino un’idea di balsamico invadono il naso.

In bocca ti viene in mente il climax di qualche sonata di Beethoven, dove tutto congiura per spingerti a invadere la Polonia in un delirio di onnipotenza. Secco e impegnativo, unisce legno, polvere, amarena sciroppata e una impressionante liquirizia pura. Imbottigliato nel 2005, ha passato 26 anni nei barili ai Tropici, il che lo rende denso e infinito. Muscoli e cuore, ma anche attributi e una saggezza coraggiosa, da eroe che molte ne ha viste, molte ne ha vinte e molte ne sa raccontare.

Epico: 93/100

HAMPDEN 2011 (Jamaica, 60°, imbottigliato 2018)

L’ultima tappa della degustazione, ultimo frazionista della staffetta 5xRum. Insieme alla versione base a 46°, è il primo imbottigliamento ufficiale di rum invecchiati da parte della distilleria giamaicana diventata mito per via del suo profilo aromatico da record: di fatto, è il rum con la maggior concentrazione di esteri al mondo. E dato che la serata è un po’ da Guinness, le credenziali con cui si parte sono quelle giuste.

In effetti già alla prima sniffata si capisce che l’ordinario non fa per Hampden. Qui la definizione potrebbe essere “rum corazzato”. Nel senso che l’alcol vigoroso e soprattutto una coltre acre di trementina e smalto (il Crystal Ball, per i ragazzi degli anni Ottanta…) possono scoraggiare i bevitori amatoriali. Ma l’attesa del piacere non è essa stessa il piacere? E dunque chi ha la pazienza e l’ardore di non lasciarsi respingere, viene premiato. Dopo poco gli esteri abbassano la guardia e si può entrare timorosi in un mondo di mela cotta e arachidi. Avanzando e sorseggiando, poi, arrivano caramello, pesche all’amaretto. E accanto a una dolcezza imprevedibile, compare anche un lato salato, quasi di pop corn e mandorla tostata, che tiene le redini del lungo finale.

La fermentazione di 15 giorni, l’uso esclusivo di lieviti selvaggi e gli alambicchi pot still di sicuro fanno una gran differenza. Dicono che il clima di Trelawny – il grand cru del rum giamaicano – e l’acqua di sorgente siano altrettanto determinanti. Noi che non siamo indigeni come le 23 specie di uccelli tropicali che popolano le foreste intorno alle piantagioni non lo possiamo sapere e ci fidiamo. Ma capiamo che il risultato è comunque uno spirito fiero, che può dividere sul gusto (soggettivo, si sa) ma non sulla qualità.

Sfrontato: 88/100

“Mi diede una strana sensazione, e il resto di quella notte non parlai molto. Mi limitai a starmene seduto e a bere, cercando di decidere se stessi diventando più anziano e saggio o semplicemente più vecchio”.

Le cronache del rum, Hunter S. Thompson, 1998

Botti da orbi – “La degustazione del secolo”, pt. 1

Da oggi nasce una nuova rubrica sul blog, “Botti da orbi“, e una penna prestigiosa si aggiunge a whiskyfacile: come Serge Valentin ospita le recensioni di Angus MacRaild sul suo sito, noi siamo onorati di ospitare il sommo Marco Zucchetti, corrispondente italiano di scotchwhisky.com e vicedirettore di un importante quotidiano nazionale. Avrà spazio completamente libero, scriverà di whisky ma non solo, con recensioni e reportage… E per farvi capire di che pasta è fatto, oggi esordisce sulle pagine virtuali di whiskyfacile con un Rum di Barbados del 1780 ed un Saint James di fine ‘800. Grazie Zuc, da volare viaaaaaa!

Eravamo una trentina alla Degustazione del secolo. Che detto così fa un po’ ritrovo massonico e un po’ club Bilderberg, ma molto più divertente. Era giovedì 13 settembre ed eravamo a Londra. Che per l’occasione era perfino assolata per festeggiare l’evento. Giornalisti, esperti, distributori e blogger da una parte. Cinque rum dall’altra, a coprire quattro secoli, dal 1780 al 2018. Ad arbitrare Luca Gargano, lo stregone genovese di Velier. Che per lanciare i primi rum invecchiati prodotti da Hampden Estate e distribuiti appunto da Velier e Maison du Whisky ha pensato (bene) di aprire qualche bottigliuccia da nulla della sua collezione. Noi si era lì, nel posto giusto al momento giusto, per una di quelle congiunture astrali che ti farebbero quasi credere all’oroscopo. Questo è il resoconto più o meno puntuale di che cosa abbiamo assaggiato quella sera in cui avevamo tutti Saturno in congiunzione coi Caraibi, a partire dall’Harewood, il rum più vecchio al mondo.

tutte le foto sono di Velier

HAREWOOD 1780 (Barbados, 69°)

Ci sono rum da spiaggia, da discoteca, da caminetto. E poi ci sono rarissimi rum da museo, come questo. Al mondo non ne esistono di più vecchi, è la Stele di Rosetta dei distillati di canna. E come ogni reperto archeologico è prezioso (secondo Sukhinder Singh di whiskyexchange.com oggi vale almeno 50mila sterline a bottiglia) e va maneggiato con cura. Quindi prima di cominciare a flirtare col bicchiere, è buona creanza fare almeno le presentazioni. Il rum fu distillato nelle Barbados nel 1780, l’anno in cui il grande uragano nei Caraibi fece 22mila morti. Nel frattempo, con grande pragmatismo, Henry Lascelles, conte di Harewood, spediva i suoi barili in Inghilterra. Le oltre duecento bottiglie ottenute finirono nelle cantine della Harewood House, vicino a Leeds. Fra una caccia alla volpe e una partita di schiavi da rivendere, il tempo per sorseggiarlo era poco e i nobili non si avventarono su quelle bottiglie con troppa foga. Poi, il rum passò di moda e pian piano tutti le dimenticarono. Fino al 2011, quando l’ultimo erede le ritrovò durante un inventario un po’ come quando sul fondo dei cassetti rispuntano quelle t-shirt che pensavamo di aver perso in vacanza. Erano totalmente incrostate di ragnatele e polvere, ma i registri (e le analisi di Christie’s) non mentono mai: erano rum (alcuni light e alcuni dark) del 1780. Scoperto il tesoro, i conti hanno messo all’asta le 28 bottiglie superstiti e destinato il ricavato a una fondazione di Charity caraibica, riequilibrando il karma di secoli di colonialismo. Bel gesto. L’ultimo lotto di 16 pezzi è stato venduto nel 2014 a 8.482 sterline la bottiglia, penny più penny meno. Quattro sono finite nella ciclopica collezione di Luca Gargano. Una di queste, di rum chiaro, è la venerabile signora di cui si sta parlando. Che ci perdonerà per averne indelicatamente rivelato l’età.

Ora, con gli spiriti così nobili si è sempre in soggezione. Ogni gesto è ponderato, il bicchiere sembra fragile come un Uovo Fabergé e anche sul panel di degustatori più caciarone cala un silenzio irreale. Ci si prepara come penitenti a sniffare la polvere dei secoli, la sacra aria stantia delle cripte e delle biblioteche. Poi arriva il rum. Ed è come se il defunto arrivasse al suo funerale per dire a tutti di star su col morale, che non è mica morto nessuno.

Di uno scintillante color oro, non ha per nulla l’aria del rudere liquido plurisecolare. A pensarci bene è naturale: quel rum ha passato 236 anni in bottiglia, ma non più di 18-24 mesi in botte. Logico dunque che sia ancora chiaro. Quel che sfida la fisica e la chimica è invece la freschezza, che ti soffia in faccia dal bicchiere. Al naso si apre con esteri fini ma vibranti, succo di ananas, banana, una suggestione di aceto di mele. E cambia, si sgranchisce, riprende dimestichezza con l’atmosfera per troppo tempo proibita dalla gabbia di vetro e sughero. La parte vegetale, come di fieno, è inebriante. È la canna da zucchero al suo più alto grado di purezza, prima della modernità. Note che si trovano ormai solo in certi Clairin atavici di Haiti. Poi gli esteri si assopiscono, fa capolino della noce moscata, un’equilibrata frizzantezza come di gazzosa e dopo un’ora dal bicchiere montano volute di fiori, cera d’api e albicocca. Il fatto è che tutta questa complessità è quasi del tutto primaria: il legno è stato praticamente a guardare mentre il distillato di canna faceva il lavoro. In bocca seconda sorpresa: la potenza. I quasi 70 gradi ci sono ancora e sono magnificamente integrati in un sorso vellutato. Più secco che dolce, la noce moscata è di nuovo la testa di ponte, la polena del vascello pirata. Dietro, a remare, sensazioni di frutta secca (noccioli di pesca) e un curioso tocco sapido che lascia poi la scena a un finale non lunghissimo ma piacevole, “spiritoso” in ogni possibile senso. Di fatto, è come se un adolescente fosse entrato in una camera di crioconservazione. Nulla è cambiato, non una ruga è spuntata da prima della Rivoluzione francese. Non è un rum, è un documento da consultare. Di sicuro la lezione di Storia più piacevole della storia. Leggenda. 95/100

SAINT JAMES 1885 (Martinica, 47°, imbottigliato 1952)

Gargano lo ha scoperto in fondo ai magazzini nel 1991. Prodotto curiosamente da succo di canna “cotto” (una specie di riduzione per renderlo più denso), ha anche rischiato di finire distrutto. Ma per fortuna si è salvato e possiamo raccontarlo.

Mostruosamente oscuro, di un mogano spesso, più caffè turco che Coca Cola. Il caffè è il filo conduttore anche all’olfatto. Polvere di caffè per la precisione. Non c’è certezza su quanto sia stato in botte, pare comunque la bellezza di 67. Forse qualcuno meno, ma il legno ha conquistato senza pietà il suo spazio vitale come nemmeno a Risiko con la Kamchatka.

È tostato, note di prugne secche e cacao amaro, a cui si affianca un evidente tocco più acido, fra il rancio e l’aceto balsamico. Col passare dei minuti anche tamarindo. Ecco, qui si sente il tempo, che ne smussa anche il grado alcolico. In bocca l’antichità ti si appiccica alle gengive: liquirizia, cioccolato fondente, tannini piccanti e retrogusto amaro di caramello bruciato. Rimane il guizzo acidulo, che però viene trascinato via da un finale coerente di fondi di caffè, cioccolato al peperoncino e spezie.

Nessuno chiede a Sean Connery di recitare la parte del bimbominkia, quindi non chiedete la beverinità a questo ponderoso colosso oscuro. Vetusto. 90/100

Foursquare ‘Triptych’ (2016, Velier, 56%)

Sei mesi fa abbiamo compiuto quello che è senz’altro un passo piccolo per l’umanità, ma per whiskyfacile è grandissimo: organizzando il Freak Show abbiamo aperto al mondo del sottoprodotto caraibico (citazione da attribuirsi rigorosamente al sommo Terziotti), cioè al rum. Il punto di partenza è stata la constatazione di come l’assenza di un disciplinare per il rum sia un problema per la percezione dell’intera categoria: facendola più semplice di come è, se è tutto permesso chi lavora bene non ha modo di distinguersi da chi lavora male, perché in etichetta è rum il primo ed è rum il secondo – per intenderci, proprio la rigidità del disciplinare dello scotch whisky ne ha permesso la crescita e l’affermazione. Consci del problema, alcuni distillatori di rum hanno deciso di provare a cambiare le cose: in particolare, Luca Gargano di Velier (proprietario di Rhum Rhum a Marie Galante, oltreché ovviamente importatore in Italia) e Richard Seale di Foursquare Distillery, su Barbados,  hanno deciso di lanciare una nuova proposta per un disciplinare del rum modellata proprio su quello del whisky scozzese, su cui potete leggere qualche impressione qui, qui e qui. Ora, stimolati dalla riflessione abbiamo voluto aprire proprio un Foursquare “Triptych”, un single blended rum (cioè un rum di singola distilleria ma frutto di miscela di distillato da pot still e da column still), miscela di barili di tre annate (2004, 2005, 2007) e di tre tipologie diverse (bourbon, madeira, quercia americana vergine) selezionato e imbottigliato da Velier due anni fa. Ah, non dimentichiamo che la maturazione è avvenuta alle Barbados. Presenta diffusamente distilleria e imbottigliamento il buon Steven.

N: incredibilmente aperto e accogliente pur se a 56%, da subito – da profani quali siamo – ci sembra predominante l’apporto dei legni rispetto al distillato in sé. Al di là di una nota vinilica, molto evidente e frequente in questo tipo di distillato, il bouquet aromatico si dipana poi su note di caramello, di miele; c’è una componente molto fruttata, che ci regala l’epifania delle pesche sciroppate. Biscotti cannella e zenzero, a dimostrare la presenza di spezie molto strutturate. Non si dimentichi la scorza d’arancia (o l’arancia candita). Un che di chimico, insondabile e sfuggente alla nostra parola, che forse definiremmo Coccoina.

P: anche qui i 56% sono in sordina, e lasciano spazio a un rum davvero pieno e soddisfacente: esplode in bombe di sapore ‘appiccicose’, dal caramello alla frutta sciroppata. Forse un che di barretta con caramello e arachidi? Burroso, grasso. Ciliegie sotto spirito. Si fa ancora più evidente un lato tostato e speziato di grande complessità: abbiamo ancora cannella (dolcetti alla cannella, o i chewing-gum alla cannella che c’erano in commercio anni fa…) e chiodi di garofano. Come dimenticare però l’agrume?, soprattutto chinotto, arancia rossa. Tende all’amarino, dopo un po’.

F: si riverbera a lungo, tra una dolcezza intensa e un che di amaricante, con tante spezie. Nel finale del finale, a sorpresa, un che di curiosamente catramoso e di cherosene, tipo – ma solo “tipo”.

Non vogliamo dare voti numerici ai rum, lo sapete, perché siamo gente di straordinaria umiltà e ineguagliata coscienza: ma se volete la nostra opinione, e se siete su questo sito forse vi interessa, beh: ci piace veramente tanto tanto. Molto buono, complesso, con molti strati aromatici portati dai barili, certamente attivi, ma anche con piacevolissime emersioni del distillato, uno dei più interessanti attualmente prodotti. Insomma, trattasi di un rum sicuramente costruito, ma costruito bene bene. Bravo Richard, bravo Luca. Qui le opinioni di Serge, che un voto lo dà e ci trova d’accordo, e del grasso pirata, il nostro punto di riferimento in materia di distillato caraibico. Esaurito dovunque, aspettatevi di comprarlo in asta a un prezzo decisamente più alto di quello d’uscita.

Sottofondo musicale consigliato: Kamasi Washington – Street Fighter Mas.

Ghibinet 8 yo (2016, Gluglu 2000, 51,7%)

Mauro Leoni, animatore dello storico club Gluglu 2000, una ne fa e cento ne pensa. Ad esempio è già da qualche mese che la Single Malt Whisky Society è tornata in italia, manco a dirlo grazie al suo impegno; quasi due anni fa, invece, vedeva la luce quello che lo stesso Glen Maur definì “il primo single malt italiano”: distillato a partire da orzo maltato inglese e tedesco nella distilleria bormiese Peloni (la stessa che produce il Braulio, per interderci), il Ghibinet ha trascorso otto anni in una botte che aveva contenuto in precedenza Caol Ila. E poi, e poi… eccolo sbucare come se nulla fosse da un banchetto del Milano Whisky Festival, quasi a voler richiamare la genesi del nome che porta: Ghibinet, la notte dei doni, dal tedesco “gaben nacht”. In Alta Valtellina, nelle vigilie di Natale, Capodanno ed Epifania, i bambini passano nottetempo casa per casa chiedendo doni, secondo un’antica usanza. E noi ci siamo sentiti tanto dei pargoli a ricevere inaspettatamente un campione omaggio di questa strana creatura…
Ne esistono 180 bottiglie da 70 cl e 200 da 20 cl, se vi venisse voglia di un assaggio.

Ghibinet_2008_V1aN: molto aromatico: spiccano sulle prime note profondamente erbacee, con rabarbaro, eucalipto, erbe di montagna… ci ricorda le caramelle svizzere tanto celebri di questi tempi. Il legno, impregnato di fumo di Caol Ila, ha effettivamente ceduto molto del carattere del distillato originale al nipotino italico: note di posacenere, per la verità più robuste del consueto stile di Caol Ila, e un’accennata marinità (salamoia, olive nere). Per il resto, oltre ad una leggera vaniglia, troviamo non tanto una dolcezza fruttata, ma nitidi sentori di cereale zuccherino (porridge).

P: l’impatto è massiccio, anche se a tratti l’alcol pare emergere fin troppo, restando un po’ slegato. Il distillato si sente molto, anche se non nell’accezione di molti new make scozzesi, che pur se erbacei riportano alla mente canditi e lieviti; piuttosto si sente nitido il sapore del cereale dolcino, molto secco. Ancora iper-erbaceo, con infinite note di eucalipto, infusi di erbe… Glen Maur parla di un velo di vaniglia, poi pare proprio di addentare un chicco di grano. Per il resto, domina la scena il fumo, ancora molto intenso, forte e ‘sigarettoso’, con note marine (ancora sale e salamoia). 

F: erba fresca e fumo, lungo, lunghissimo e persistente; ricorda decisamente certi mezcal, erbacei e fumosissimi.

Per certi versi il Ghininet sa essere più scozzese di uno scozzese, super secco e nitido. Ci è sembrato di bere un malternative, a dir la verità, a metà tra un mezcal, un whisky isolano e una grappa nostrana secchissima. Esperimento approvato, ma per dargli solidità bisognerebbe continuare a distillare, sperimentare. Noi attendiamo fiduciosi e incoraggiamo con un 78/100.

Sottofondo editoriale consigliato: non potevamo non rilanciare un’intervista a Telemonteve Livigno di Mauro Leoni, che tra tante cose spiega da dove viene il nome del club Gluglu, che richiama il “rumore tipico di una Samsonite rigida con dieci bottiglie di whisky all’interno”. Beh, capolavoro!

Rum

Rum distillery 19th centuary-M

Di tanto in tanto ci spingiamo anche in territori poco esplorati, alla ricerca di qualche nettare a base di canna da zucchero distillata:

Appleton Estate Reserve Blend (Jamaica, 40%)

Bally 1924 (Martinica, 45%) – 88/100

Bellevue 21 yo (Guadalupa, 1998/2019, Milano Rum Festival, 57%) – 84/100

Caroni 19 yo (1997/2016, Valinch & Mallet, 51,8%)

Clairin ‘Michel Sajous’ 2nd release (Haiti, 53,5%)

Clairin ‘Casimir’ 2nd release (Haiti, 54%)

Demerara 12 yo Guyana Diamond (2003/2016, Silver Seal, 46%)

Demerara 23 yo Uitvlugt (1992/2016, Silver Seal, 50%)

Diplomatico Distillery collection N.3 Pot still 8 yo (Venezuela, OB, 47%) – 83/100

Enmore 2002 (2014, Silver Seal, 55%)

Foursquare ‘Triptych’ (2016, Velier, 56%)

Foursquare 11 yo (Barbados, 2004/2015, OB, 59%) – 87/100

Hampden 2011 (Jamaica, 60%, imbottigliato 2018) – 88/100

Hampden 23 yo (Giamaica, 1992/2016, Silver Seal, 50%) – 91/100

Harewood 1780 (Barbados, 69%) – 95/100

Port Mourant 36 yo (Guyana, 1972/2008, Velier, 47,8%) – 94/100

Royal Navy Tiger Shark (2019, Velier, 57,18%) – 88/100

Rhum Rhum Liberation Integral 6 yo (Marie Galante, 2015, OB, 58,4%) – 85/100

Saint James 1885 (Martinica, 47%, imbottigliato 1952) – 90/100

Savanna ‘Indian Ocean Stills’ 6 y (Réunion, 2012/2018, Velier, 61%) – 86/100

Skeldon 1978 (Guyana, 60.4%, imbottigliato 2005) – 93/100

Skeldon 18 yo (Guyana, 2000/2018, El Dorado ‘rare collection’, 58,3%) – 89/100

Port Morant – Demerara Rum 37 yo (1975/2013, Silver Seal, 51,7%)

Versailles 14 yo (Guyana, 2004/2018, Milano Rum Festival, 57%) – 85/100

 

 

Milano Sakè Festival

Sabato 30 settembre e domenica 1 ottobre si è tenuto nella suggestiva cornice della Cascina Cuccagna un evento cui mai avremmo pensato di prender parte, un po’ per pigrizia e un po’ per l’oggettiva novità qui sul suolo italico rappresentata dal misterioso fermentato di riso. E invece, abboccando alla deliziosa esca propinataci da Marco Callegari di Velier, eccoci a varcare le porte di un festival interamente dedicato al Sakè. O meglio, quasi interamente, perché lo storico importatore genovese, presente coi suoi sakè e shochu, si è apparecchiato anche un angolino tutto addobbato di whisky giapponesi e ha infilato nella due giorni milanese anche due degustazioni di whisky, a una delle quali ha ben pensato di invitarci.
Ma andiamo con ordine. Appena arrivati in Cascina Cuccagna ci gettiamo curiosi come bambini sulla birra di riso, riempiendoci la testa di informazioni: scopriamo tra le altre cose che il sakè può contenere alcol aggiunto, che può essere pastorizzato e diluito con acqua e che buona parte della qualità dipende da quanta parte del chicco di riso viene usata.

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Le cantine sono diverse centinaia e quindi non le abbiamo assaggiate tutte, ma la palma di sakè più convincente va al Katori 90, delicato e floreale, con sentori di lievito di birra e mela verde. Ci sorprende una bella acidità al palato e ci llumina la suggestione della fava di cacao, mentre il chicco di riso è bello presente e nel finale la bocca rimane molto morbida, con un senso di pulizia che invita a bere e a mangiare. Un inno ai piaceri della tavola, insomma. In generale i vari assaggi fatti durante la giornata ci hanno a più riprese emozionato, anche se l’impressione è che in Italia il sakè ne debba fare ancora di strada prima di poter essere capito e apprezzato, complice anche un prezzo delle bottiglie spesso simile a quello dei nostri vini di livello medio-alto.

Ma torniamo da dove siamo venuti, al nostro distillato d’orzo. La degustazione a cui abbiamo partecipato è stata tenuta a due teste, due nasi e due bocche da Marco e Alessandro Coggi, esperto di Giappone e di malti giapponesi, oltre che collezionista di whisky e amante dei piaceri della vita. Il contesto era quindi ideale e la degustazione peraltro piacevolmente informale (con la pericolosissima tecnica dell’automescita!). Tra i presenti segnaliamo il vincitore del Nikka Perfect Serve del 2016, il bartender Niccolò Avanzi dell’Hotel Gallia, anche lui attestato a livelli di esaltazione massima sul whisky del Sol Levante. Noi eravamo con Andrea del The Monkey Whisky Club (il nome del club dice già tutto ma se volete scoprire cosa fanno a Milano questi matti, andate sul loro sito), il quale è rimasto positivamente colpito dal The Chita: img-20171001-wa0003-537700552.jpgun single grain di casa Suntory senza età dichiarata. A 43 gradi risulta comunque bello consistente, con ricche note cremose di banana e vaniglia. I sentori di mais sono nitidi. La particolarità sta nella sua freschezza di giovincello e nel suo essere gradevolmente mentolato ed erbaceo. Lo promuoviamo con un 83/100. Per ora, da veri maestri della suspense abituati a vivere sempre sul filo di lana, vi rimandiamo a un futuro indefinito per le recensioni più approfondite degli altri whisky, che per la cronaca erano un giovane Mars Maltage Combo, un sorprendente Ichiro’s blended e lo Yoichi 10 yo.

 

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Foto di The Monkey Whisky Club

E ancora grazie a Marco Callegari per la consueta gentilezza e ad Ale Coggi per il solito buon umore dispensato a piene mani. Kanpai!

Enmore 2002 (2014, Silver Seal, 55%)

Continuiamo il ciclo sugli indie con un secondo imbottigliamento di Silver Seal. Da qualche anno il rum sta incontrando un interesse sempre maggiore, anche a livello collezionistico, e di tanto in tanto ci sembra doveroso, oltre che interessante e per noi didattico, andare un po’ off topic. Senza contare che il caldo agostano di questi giorni ispira facilmente una gita dalle parti delle Americhe. Ci viene dunque magistralmente in soccorso Silver Seal. che imbottiglia spesso e volentieri rum invecchiati sul suolo scozzese, e questo Enmore, non fa eccezione. Si tratta di una distilleria della Guyana mitica e oramai chiusa dal 1993, ma il cui alambicco Coffey in legno (!) è ancora in funzione presso la Diamond Distillery. Quella della Diamond e dei suoi alambicchi storici recuperati qua e là lungo il fiume Demerara è una storia molto affascinante, che vi racconta molto bene qui Francesco Mattonetti de Lo Spirito dei Tempi. Noi intanto soppesiamo il bicchiere di rum.

ob_ea3445_dsc-7718N: molto, molto fruttato: melone maturo alla grande, uvetta, banana matura e spappolata, cocco. C’è poi un lato zuccherino anch’esso molto intenso, tra toffee, melassa… Una lieve nota chimico-plasticosa, vinilica, che identifichiamo con il “sacchetto di plastica” che ormai non è più. L’effetto, come spesso ci accade di rilevare con questi Demerara, è di una frutta ‘fermentata’, troppo matura ma non ancora completamente andata. Accenni speziati (cannella).

P: una calda esplosione di cioccolato fondente, anzi: di frutta rossa (tantissima!, amarene e uvetta) pucciata nel cioccolato fondente. Poi una nota intensa di rabarbaro, o forse di caramella al rabarbaro, con una suggestione speziata ed erbacea (al limite del mentolato). Zucchero bruciato. Regge splendidamenta l’acqua, liberando note dolci-acide che ci ricordano i dolcetti giapponesi di riso, i Mochi (quelli al fagiolo rosso?).

F: prosegue quel senso di rabarbaro, molto vegetale ed erbaceo anche qui; poi uvetta e melassa. Non ci sono storiei: spesso i rum al finale… sanno di rum!

Spesso quando beviamo rum cerchiamo la particolarità in modo da ampliare il nostro spettro degustativo; qui la nostra esigenza resta forse in parte frustrata, perché siamo di fronte a un distillato per molti versi standard, ma di certo la qualità è quella di un ottimo Demerara dall’invecchiamento ultradecennale, con ricche note dolci che non sfumano nello stucchevole, con un eccellente equilibrio tra canna da zucchero e legni. Nel mare magnum del web c’è chi, come il puntualissimo sito thefatrumpirate.com, mette in dubbio che si tratti di un single cask, ma questa per noi turisti del rum è davvero questione di lana caprina, che lasciamo volentieri sbrogliare a ben altre eminenze. Come sempre, per riguardo verso la nostra ignoranza in materia, non diamo voto, ma l’assaggio ci è piaciuto e consigliamo caldamente di provarlo.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicio Capossela – L’oceano Oilalà

Caroni 19 yo (1997/2016, Valinch & Mallet, 51,8%)

Non facciamo outing solo oggi: il rum ormai ci piace davvero, e nel nostro orizzonte degustativo (?) inizia davvero ad essere una Malternativa… Una delle distillerie più in voga è Caroni, di Trinidad & Tobago, chiusa nel 2003 e riscoperta grazie al lavoro archeologico di Luca Gargano, mastermind di Velier (qui qualche cenno storico). La classica distilleria abbandonata, i classici barili dimenticati in un magazzino… ed è subito mito. Oggi assaggiamo un single cask (n. 100 del 1997) di sole 300 bottiglie selezionate e imbottigliate da Valinch&Mallet, marchio giovane e italianissimo che abbiamo imparato essere molto, molto affidabile.

N: fa subito intendere di essere molto strutturato. Nello specifico ci pare di intuire una doppia anima: da una parte tutta una serie di note sporche molto particolari, come pellicola di plastica, gomma, canfora, succo di pomodoro; dall’altra una bella squadernata di dolcezza cremosa, dalla frutta molto matura (banana, melone, mango) alla noce di pecan, fino a tabacco da pipa aromatizzato e albicocche disidratate. Un pizzico di cannella. Che naso ricco!

P: la violenza alcolica è notevole, sicuramente da gestire. In generale ripropone la stessa esuberante dolcezza del naso (ancora tanto melone maturo e noce di pecan), accompagnata da una sottile nota inquinata, tipo gasolio (quasi a ricordare certa torba di Islay!). Le mitiche cicche Brooklin alla cannella. Il tutto è qui però come ricompreso in un’aura più ampia, che definiremo stentoriamente con una parola: propoli.

F: lascia la bocca piacevolmente secca, anche se a lungo assalita da ritorni fruttati davvero gradevoli.

Come potete immaginare la nostra esperienza di degustatori di Caroni è molto limitata. Possiamo però dire che il naso ci è parso perfetto, intrigante ed equilibrato, ed anche il palato, esplosivo e molto espressivo, ha il solo limite di non incontrare il nostro gusto fino in fondo; e peccato non avere un altro Caroni da bergli affianco perché si sa, “reason is in comparison”. Alla fine per noi ha l’unico difetto di non essere un whisky… Insomma, eccellente selezione di Fabio e Davide!

Sottofondo musicale consigliato: Natalie Merchant – Carnival.