Enmore 2002 (2014, Silver Seal, 55%)

Continuiamo il ciclo sugli indie con un secondo imbottigliamento di Silver Seal. Da qualche anno il rum sta incontrando un interesse sempre maggiore, anche a livello collezionistico, e di tanto in tanto ci sembra doveroso, oltre che interessante e per noi didattico, andare un po’ off topic. Senza contare che il caldo agostano di questi giorni ispira facilmente una gita dalle parti delle Americhe. Ci viene dunque magistralmente in soccorso Silver Seal. che imbottiglia spesso e volentieri rum invecchiati sul suolo scozzese, e questo Enmore, non fa eccezione. Si tratta di una distilleria della Guyana mitica e oramai chiusa dal 1993, ma il cui alambicco Coffey in legno (!) è ancora in funzione presso la Diamond Distillery. Quella della Diamond e dei suoi alambicchi storici recuperati qua e là lungo il fiume Demerara è una storia molto affascinante, che vi racconta molto bene qui Francesco Mattonetti de Lo Spirito dei Tempi. Noi intanto soppesiamo il bicchiere di rum.

ob_ea3445_dsc-7718N: molto, molto fruttato: melone maturo alla grande, uvetta, banana matura e spappolata, cocco. C’è poi un lato zuccherino anch’esso molto intenso, tra toffee, melassa… Una lieve nota chimico-plasticosa, vinilica, che identifichiamo con il “sacchetto di plastica” che ormai non è più. L’effetto, come spesso ci accade di rilevare con questi Demerara, è di una frutta ‘fermentata’, troppo matura ma non ancora completamente andata. Accenni speziati (cannella).

P: una calda esplosione di cioccolato fondente, anzi: di frutta rossa (tantissima!, amarene e uvetta) pucciata nel cioccolato fondente. Poi una nota intensa di rabarbaro, o forse di caramella al rabarbaro, con una suggestione speziata ed erbacea (al limite del mentolato). Zucchero bruciato. Regge splendidamenta l’acqua, liberando note dolci-acide che ci ricordano i dolcetti giapponesi di riso, i Mochi (quelli al fagiolo rosso?).

F: prosegue quel senso di rabarbaro, molto vegetale ed erbaceo anche qui; poi uvetta e melassa. Non ci sono storiei: spesso i rum al finale… sanno di rum!

Spesso quando beviamo rum cerchiamo la particolarità in modo da ampliare il nostro spettro degustativo; qui la nostra esigenza resta forse in parte frustrata, perché siamo di fronte a un distillato per molti versi standard, ma di certo la qualità è quella di un ottimo Demerara dall’invecchiamento ultradecennale, con ricche note dolci che non sfumano nello stucchevole, con un eccellente equilibrio tra canna da zucchero e legni. Nel mare magnum del web c’è chi, come il puntualissimo sito thefatrumpirate.com, mette in dubbio che si tratti di un single cask, ma questa per noi turisti del rum è davvero questione di lana caprina, che lasciamo volentieri sbrogliare a ben altre eminenze. Come sempre, per riguardo verso la nostra ignoranza in materia, non diamo voto, ma l’assaggio ci è piaciuto e consigliamo caldamente di provarlo.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicio Capossela – L’oceano Oilalà

Caroni 19 yo (1997/2016, Valinch & Mallet, 51,8%)

Non facciamo outing solo oggi: il rum ormai ci piace davvero, e nel nostro orizzonte degustativo (?) inizia davvero ad essere una Malternativa… Una delle distillerie più in voga è Caroni, di Trinidad & Tobago, chiusa nel 2003 e riscoperta grazie al lavoro archeologico di Luca Gargano, mastermind di Velier (qui qualche cenno storico). La classica distilleria abbandonata, i classici barili dimenticati in un magazzino… ed è subito mito. Oggi assaggiamo un single cask (n. 100 del 1997) di sole 300 bottiglie selezionate e imbottigliate da Valinch&Mallet, marchio giovane e italianissimo che abbiamo imparato essere molto, molto affidabile.

N: fa subito intendere di essere molto strutturato. Nello specifico ci pare di intuire una doppia anima: da una parte tutta una serie di note sporche molto particolari, come pellicola di plastica, gomma, canfora, succo di pomodoro; dall’altra una bella squadernata di dolcezza cremosa, dalla frutta molto matura (banana, melone, mango) alla noce di pecan, fino a tabacco da pipa aromatizzato e albicocche disidratate. Un pizzico di cannella. Che naso ricco!

P: la violenza alcolica è notevole, sicuramente da gestire. In generale ripropone la stessa esuberante dolcezza del naso (ancora tanto melone maturo e noce di pecan), accompagnata da una sottile nota inquinata, tipo gasolio (quasi a ricordare certa torba di Islay!). Le mitiche cicche Brooklin alla cannella. Il tutto è qui però come ricompreso in un’aura più ampia, che definiremo stentoriamente con una parola: propoli.

F: lascia la bocca piacevolmente secca, anche se a lungo assalita da ritorni fruttati davvero gradevoli.

Come potete immaginare la nostra esperienza di degustatori di Caroni è molto limitata. Possiamo però dire che il naso ci è parso perfetto, intrigante ed equilibrato, ed anche il palato, esplosivo e molto espressivo, ha il solo limite di non incontrare il nostro gusto fino in fondo; e peccato non avere un altro Caroni da bergli affianco perché si sa, “reason is in comparison”. Alla fine per noi ha l’unico difetto di non essere un whisky… Insomma, eccellente selezione di Fabio e Davide!

Sottofondo musicale consigliato: Natalie Merchant – Carnival.

Demerara 23 yo Uitvlugt (1992/2016, Silver Seal, 50%)

A dispetto del disinteresse che nel nostro pubblico suscita il rum, noi da bravi satanisti perseveriamo nell’errore e restiamo nell’area del Demerara con l’alambicco di Uitvlugt, nella Guyana, conservato anch’esso presso la Diamond (se non andiamo errati: con ‘sti alambicchi della Guyana non si capisce nulla); forti dell’ubiquità concessaci dalla lingua italiana, restiamo pure nel modenese con la selezione del sempre ottimo Max Righi, aka Mr Silver Seal. 23 anni di riposo per finire in vetro l’anno scorso. Alla grande.

silver-seal-uitvlugt-demerara-rum-23-years-old-1992-gb-50-vol-07-l-jpgN: se può aver senso paragonarlo al Diamond appena bevuto, rispetto a quello qui l’invecchiamento quasi doppio certo non passa inosservato. C’è infatti una forte impronta del legno a dare struttura e una ‘dolcezza’ più profonda e calda, anche se simile come descrittori: frutta gialla (pesche sciroppate), burro, brioche all’albicocca, vaniglia. Di tanto in tanto riaffiora la canna da zucchero, assieme ad un lato balsamico ben integrato (un velo di sciroppo d’eucalipto), con in coda delle emersioni minerali veramente dense (Serge arriva a parlare di ostriche e catrame, noi ci fermiamo prima).

P: rispetto al naso si attua una piccolissima rivoluzione, soprattutto come proporzioni: emerge infatti con ancor maggiore chiarezza quella mineralità davvero stuzzicante, con suggestioni sparse di paraffina, chiodi di garofano, olive nere, liquirizia salata e aghi di pino. Una punta pepata. Il lato più dolce è invece denso e grasso, con frutta secca burrosa (noce di Pecan, di brutto) e ancora un mix di vaniglia e pesche sciroppate. Ancora buccia di lime.

F: ancora noce di Pecan, olive nere, liquirizia salata. Lungo e persistente.

Se ci era piaciuto il primo Demerara, quest’altro impronunciabile non può che piacerci ancor di più: stupefacente è quel lato minerale, appena presente al naso e invece esplosivo al palato, che letteralmente ci sconfinfera. Di nuovo: promosso a pienissimi voti, molto vicino al nostro gusto: Serge e Giuseppe danno entrambi 91/100, hanno senz’altro le loro buone ragioni.

Sottofondo musicale consigliato: Black Sabbath – Killing yourself to live.

Demerara 12 yo Guyana Diamond (2003/2016, Silver Seal, 46%)

Torniamo a bere rum dopo un bel po’, perché bisogna conoscere il proprio nemico, no? Attingiamo dal bacino dei Demerara e ci abbandoniamo all’alambicco di Diamond, distilleria della Guyana: qui sono conservati gli alambicchi di Enmore, Port Mourant e Versailles, ma quello cui facciamo riferimento per il rum di oggi è un Coffey Still a due colonne originario proprio di Diamond. Per informazioni decisamente più accurate, date pure un’occhiata a questo bel reportage. La selezione è del grande Max Righi, che nel tempo ci ha abituato a imbottigliamenti di livello sempre alto: questo è un 12 anni messo in vetro l’anno scorso a grado ridotto a 46%.

demerara-diamond-12-y-o-1993-2016-silver-seal-e1470911913305N: abbastanza alcolico a dispetto del grado ridotto; ha un lato ‘dolce’ molto grasso, di caramella mou, pesca sciroppata, vaniglia, impasto della pastafrolla, un po’ di burro… Accanto a questo lato golosone, c’è tutta una dimensione più spigolosa, tra la vinavil, la gomma, il sedano e potenti influssi balsamici (diremmo eucalipto, o un anice zucceratoo). Suggestioni astratte di agrume e di qualcosa di floreale (sembriamo dei maniaci se citiamo il profumo delle pastiglie Leone miste? forse sì).

P: rispetto al naso, si fa più fruttato, con note di pesca bianca molto matura e – qui paghiamo dazio al caro Bevitore Raffinato – di melone. Ancora abbastanza giovane da ricordare il rum ‘bianco’, si sente ancora molto la materia prima, la canna da zucchero, assieme ad una bella agrumatura da lime (proprio la buccia masticata…). Resta un tappeto di eucalipto e anice, con in più qualche suggestione vegetal-vinilica, per quel che può significare.

F: buono, lungo e persistente, pare un mix di melone e lime balsamici. Eh?

Beh, 12 anni di botte ma il distillato si sente ancora tanto… Complessivamente ci è piaciuto molto, è delicato ma con una sua bella personalità – noi di rum ne capiamo poco ovviamente e lo sapete, ma nel nostro piccolo dobbiamo dichiarare la nostra piena approvazione. Non diamo voti, ma da pedanti maestrini ci limitiamo a un promosso/rimandato/bocciato, e in questo caso la promozione è strameritata.

Sottofondo musicale consigliato: Caraibi e diamanti, cosa se non Rihanna – Diamonds?

Clairin ‘Casimir’ 2nd release (Haiti, 54%)

All’ultimo Rum Day ci siamo portati a casa qualche boccetta di nettare del Nuovo mondo, per divertirci poi ad allargare i nostri orizzonti. Ci siamo fatti segnalare i prodotti più particolari e sicuramente tra questi si devono annoverare i Clairin, la parola con cui gli haitiani indicano il rum, e la cui selezione è il frutto della passione di Luca Gargano, attuale mastermind della storica azienda italiana Velier. Per l’incredibile storia di questi rum locali, vere perle nascoste dei Caraibi, rimandiamo a un’altra nostra recensione, dove ci cimentavamo con l’espressione di Michel Sajous. Questo ‘Casimir’, prodotto con metodo agricole e a doppia distillazione, vede l’aggiunta di zenzero, citronella e anice durante la fermentazione, che viene ottenuta ancora spontaneamente. Forse qualcosa di più che un prodotto “particolare”…

Clairin_casimir-333x700N: estremamente espressivo e odoroso. L’alcol non pizzica. Rispetto al Sajous, quella particolarissima nota minerale si perde un po’, mentre rimane una sensazione acidula di succo di pomodoro, molto decisa e a tratti disturbante. Accanto però c’è tutta una parte vegetale-speziata decisamente accattivante. La citronella, aggiunta in fase di fermentazione, pare sentirsi. Tra la frutta, susine e uvette. E poi sicuramente tanta, tanta canna da zucchero, con un odore di alcol distillato molto duro e per nasi forti. Complessivamente repelle e attira allo stesso tempo. Molto secco.

P: in bocca è esplosivo e saporito, comunque poco alcolico. Ha un sapore molto dolce e compatto, dove la canna da zucchero la fa sicuramente da padrona. In sottofondo, si sentono note speziate ed erbose (sarà la suggestione però c’è ancora la citronella) che stuzzicano il palato; il sapore è semplice, per quanto indefinibile. Particolarissimo.

F: zuccherino e abbastanza lungo.

Rispetto al cuginetto ‘Sajous’, il Casimir ci ha stupito un po’ meno, ma siamo comunque nel campo dello sorpresa emozionante, dello sconcerto sensoriale. Come di consueto, niente voto; semplicemente ci portiamo a casa questa lezione di odori e sapori.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicius de Moraes Que maravilha

 

Clairin ‘Michel Sajous’ 2nd release (Haiti, 53,5%)

Domenica e lunedì si è svolta a Milano la prima edizione del Rum Day e noi ci siamo fatti volentieri un giretto. L’organizzazione era in grande stile e non si è badato a spese (ingresso gratuito e assaggi gratuiti!) e inoltre, grazie alla gentilezza dei molti operatori presenti (Velier era il grande mattatore con una buona metà dei banchetti affittati per altrettanti marchi importati), abbiamo potuto imparare tante cose su un distillato dalla storia affascinante e dai metodi di produzione assai variegati. Alla fine ci siamo portati a casa qualche campione e in particolare ci ha colpito questa storia: Clairin (il nome hatiano per ‘rum’) non è propriamente una distilleria ma un brand, la cui creazione è il frutto dei viaggi in avanscoperta del patron di Velier, Luca Gargano. Su Haiti sono presenti infatti ben 532 distillerie, contro le 40 della totalità dei Caraibi, e la stragrande maggioranza sono microrealtà contadine, senza alcuna struttura commerciale. Gargano ha quindi selezionato il rum di tre differenti produttori, studiando poi un’etichetta e un marchio comuni. Insomma, un terreno vergine che nel mondo del whisky è stato totalmente consumato decenni e decenni fa. Qualche cenno: si tratta di un ‘Rum Agricolo’ (utilizzo di succo di canna da zucchero e non melassa, distillatore discontinuo) ottenuto con metodi- ci dicono- unici nel mondo del rum: le canne da zucchero crescono in mezzo ad altri alberi da frutto, assorbendone verosimilmente alcuni caratteri, la fermentazione avviene spontaneamente senza lieviti selezionati e vengono usati alambicchi “artigianali”, evitando infine qualsiasi filtrazione. Buttiamoci anche noi alla scoperta dell’ignoto!

CLairin_sajous-332x700N: davvero particolare rispetto a tutti i rum assaggiati finora. Ha infatti una moltitudine di note che rimandano sorprendentemente al salato: olive in salamoia, concentrato di pomodoro, worcestershire sauce, bottarga. Robe da pazzi, insomma! Più in generale, si presenta minerale e vegetale; ricorda il vapore del ferro da stiro. L’alcol è molto trattenuto e anche il profilo complessivo del naso non è di quelli esplosivi, ultra zuccherini, ma assai composto. Si potrebbe quasi dire austero. C’è comunque una nota di canditi indistinti.

P: molto beverino e con la percezione dell’alcol quasi assente. Al palato la sobrietà di cui sopra risulta accentuata, con un imbocco di grande mineralità che spiazza e molto vegetale (sembra quasi torbato!). Si confermano note salate di oliva e succo di pomodoro. Il sapore di canna da zucchero ovviamente c’e’, ma non aggredisce nè monopolizza. Anche perché dopo un’iniziale fiammata di dolcezza fruttata assieme zuccherosa e aspra- ci ricorda un poco la susina gialla- il palato si ripulisce quasi subito e si torna su delicate suggestioni vegetali.

F: di buona persistenza, ancora tutto nel segno del vegetal-mineral-simil torboso. Olive, salamoia, anice.

Mai e poi mai avremmo pensato di imbatterci in un rum con queste caratteristiche, davvero. E ci piace lasciarci suggestionare da un particolare nella descrizione fattaci al Rum Day, ossia la crescita spontanea delle canne da zucchero in mezzo ad altri alberi da frutto. Ci pare infatti di ritrovare qui i segni di una vegetalità più complessa e indistinta della sola canna da zucchero; sicuramente sbaglieremo ma immaginiamo questo Clairin Sajous come un vero e proprio distillato di foresta. Il voto non lo daremo, perchè siamo troppo inesperti in materia, valutate voi anche perché crediamo proprio che Velier lo proporrà nello spazio dedicato ai Rum di questo Milano Whisky Festival. Un assaggio è assolutamente obbligato, vi aprirà un mondo.

Sottofondo musicale consigliato: Various Artists 25 for HaitiWe are the world (e non sarebbe male se anche il commercio del Rum aiutasse Haiti a lasciarsi alle spalle la sua lunga storia di povertà)

 

Port Morant – Demerara Rum 37 yo (1975/2013, Silver Seal, 51,7%)

Noi appassionati di whisky siamo assai spocchiosi, quando si tratta di affrontare altri distillati; e noi di whiskyfacile, in particolare, oltre a essere spocchiosi siamo pure ignoranti… Inauguriamo dunque quest’oggi, ispirati dal clima tropicale milanese, una sezione di ‘malternative’ (rubiamo la definizione a Serge, naturalmente), e siccome siamo spocchiosi e ignoranti ma ci piace trattarci bene, iniziamo alla grande: assaggiamo un Rum Demerara prodotto dalla distilleria Port Morant, in Guyana, distillato nel 1975, invecchiato nella botte #2050 e imbottigliato all’inizio di quest’anno da Silver Seal. Chi se ne intende, come l’amico Francesco, ci insegna che i rum Demerara di Port Morant sono tra i più pregiati e apprezzati, distillati in alambicco discontinuo in legno e particolarmente adatti a lunghi invecchiamenti: se volete ulteriori informazioni, ci limitiamo a rimandare a siti di alcuni amici, dal Rum Club Italiano a Isla de Rum (di Leonardo Pinto, organizzatore del festival Show Rum). Ma insomma, eccoci al nostro pargolo: il colore è rosso rubino, intenso e scuro.

Schermata 2013-07-08 alle 12.08.26N: l’alcol non disturba affatto, è subito molto aperto e profondo, molto aromatico. Oltre a ovvie note di melassa e zucchero di canna, si è subito travolti da una ciliegia nitida ed esuberante (sciroppo ai frutti rossi, ciliegie sotto spirito), che agli amanti del whisky farà venire in mente sherry monster belli invecchiati… Note quasi di… pastelli a cera! C’è poi un miraggio speziato, quasi balsamico, che ricorda – diciamo – caramelle alla propoli (ma anche sciroppo d’erbe… tipo il centerbe?). Anice stellato. Ci sono tracce, col tempo, di cuoio; poi uvetta. Aceto balsamico (di quelli buoni); legni speziati (non è sandalo, è qualcosa di simile…).

P: il corpo è denso e intenso. Inizia lo spettacolo pirotecnico: il primo razzo sparato è balsamico ed erbaceo (eucalipto, propoli, anice, rabarbaro); subito a ruota, il cielo si fa rosso per le esplosioni di ciliegie, frutti rossi, amarene sotto spirito. Mentre i due fuochi continuano ad ardere, si innesta un legno speziato vagamente tanninico, con suggestioni di fave di cacao, quasi di fondi di caffè.

F: balsamico, sciropposo; ancora vivissimo (è veramente infinito…), replica la fase finale del palato, con in più una nota di creme caramel da panico.

Buonissimo. Convincerebbe anche i meno propensi alle melensaggini del rum, noi per primi: di certo molto complesso, di certo privo di quella dolcezza un po’ (a nostro gusto) eccessiva che spesso in passato non ci aveva convinto appieno in altri rum, questo Demerara di Port Morant ci ha veramente sorpreso per l’intensità e il bilanciamento complessivo delle varie anime che si agitano nel bicchiere. Complesso al naso, denso e vellutato al palato, interminabile al finale. Non daremo un voto, perché – come detto – proprio non ce ne intendiamo, ma sappiate che ci è piaciuto, veramente tanto, anche se le nostre note di degustazione non rendono giustizia alla complessità riscontrata. Per noi quelle del rum sono lande inesplorate, ma questo potrebbe essere un bel fortino da cui far partire le spedizioni… Grazie a Max e Betty per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: esclusi i Manowar con la splendida Guyana (Cult of the damned), stiamo su territori caraibici: Buena vista social clubDos Gardenias.