Ghibinet 8 yo (2016, Gluglu 2000, 51,7%)

Mauro Leoni, animatore dello storico club Gluglu 2000, una ne fa e cento ne pensa. Ad esempio è già da qualche mese che la Single Malt Whisky Society è tornata in italia, manco a dirlo grazie al suo impegno; quasi due anni fa, invece, vedeva la luce quello che lo stesso Glen Maur definì “il primo single malt italiano”: distillato a partire da orzo maltato inglese e tedesco nella distilleria bormiese Peloni (la stessa che produce il Braulio, per interderci), il Ghibinet ha trascorso otto anni in una botte che aveva contenuto in precedenza Caol Ila. E poi, e poi… eccolo sbucare come se nulla fosse da un banchetto del Milano Whisky Festival, quasi a voler richiamare la genesi del nome che porta: Ghibinet, la notte dei doni, dal tedesco “gaben nacht”. In Alta Valtellina, nelle vigilie di Natale, Capodanno ed Epifania, i bambini passano nottetempo casa per casa chiedendo doni, secondo un’antica usanza. E noi ci siamo sentiti tanto dei pargoli a ricevere inaspettatamente un campione omaggio di questa strana creatura…
Ne esistono 180 bottiglie da 70 cl e 200 da 20 cl, se vi venisse voglia di un assaggio.

Ghibinet_2008_V1aN: molto aromatico: spiccano sulle prime note profondamente erbacee, con rabarbaro, eucalipto, erbe di montagna… ci ricorda le caramelle svizzere tanto celebri di questi tempi. Il legno, impregnato di fumo di Caol Ila, ha effettivamente ceduto molto del carattere del distillato originale al nipotino italico: note di posacenere, per la verità più robuste del consueto stile di Caol Ila, e un’accennata marinità (salamoia, olive nere). Per il resto, oltre ad una leggera vaniglia, troviamo non tanto una dolcezza fruttata, ma nitidi sentori di cereale zuccherino (porridge).

P: l’impatto è massiccio, anche se a tratti l’alcol pare emergere fin troppo, restando un po’ slegato. Il distillato si sente molto, anche se non nell’accezione di molti new make scozzesi, che pur se erbacei riportano alla mente canditi e lieviti; piuttosto si sente nitido il sapore del cereale dolcino, molto secco. Ancora iper-erbaceo, con infinite note di eucalipto, infusi di erbe… Glen Maur parla di un velo di vaniglia, poi pare proprio di addentare un chicco di grano. Per il resto, domina la scena il fumo, ancora molto intenso, forte e ‘sigarettoso’, con note marine (ancora sale e salamoia). 

F: erba fresca e fumo, lungo, lunghissimo e persistente; ricorda decisamente certi mezcal, erbacei e fumosissimi.

Per certi versi il Ghininet sa essere più scozzese di uno scozzese, super secco e nitido. Ci è sembrato di bere un malternative, a dir la verità, a metà tra un mezcal, un whisky isolano e una grappa nostrana secchissima. Esperimento approvato, ma per dargli solidità bisognerebbe continuare a distillare, sperimentare. Noi attendiamo fiduciosi e incoraggiamo con un 78/100.

Sottofondo editoriale consigliato: non potevamo non rilanciare un’intervista a Telemonteve Livigno di Mauro Leoni, che tra tante cose spiega da dove viene il nome del club Gluglu, che richiama il “rumore tipico di una Samsonite rigida con dieci bottiglie di whisky all’interno”. Beh, capolavoro!

Annunci

Connemara ‘peated original’ (2017, OB, 40%)

Tra gli addetti ai lavori e non è oramai opinione diffusa che il whiskey irlandese, a lungo bistrattato durante il Secolo Breve, si appresti a prendersi una saporitissima rivincita nei confronti del whisky scozzese. Sono molte le aperture recenti di nuove distillerie e ancora di più sono i nuovi marchi, che si alimentano tramite l’acquisto di botti dalle distillerie storiche. Tra queste, anche se non proprio dalla storia secolare, figura Cooley, fondata nel 1987 e autrice dietro le quinte di ottimi singoli barili, acquistati e imbottigliati da realtà indipendenti più o meno famose. Cooley, che nel 2012 è stata acquistata da jim Beam, ha inoltre da tempo creato una linea di whiskey torbati, a partire dal qui presente Nas ‘original’. Questo malto è nato per sparigliare alcuni dei clichè più consolidati dell’industria del whiskey irlandese: è infatti torbato e distillato non tre, ma due volte. Ci sono tutte le premesse per una sapida recensione.

connemara-peated-single-maltN: schietto e semplice: impasto del pane, tanto limone; biscotti ai cereali (quelli al malto e miele, ad essere precisi); e poi la torba, che si sente bene, intensa anche se delicata, con un po’ di liquirizia e lontano legno bruciato. Un’indistinta aura floreale, soooo irish!

P: corpo debole, molto etereo. Piacevole, più dolce e fruttato del naso: ha note di carambola perfino, poi di mela gialla. Vaniglia. Ancora cereali. Ancora torba, non brutale ma presente. Sa di zucchero bianco, di sciroppo di zucchero.

F: slegati alcol (l’effetto è quello di un profumo vecchio) e una torba a metà tra il plasticoso e il legno bruciato. Dolcezza astratta, forse la parte meno convincente.

La nostra valutazione si ferma un po’ a sorpresa (e già immaginiamo i lettori sbigottiti) a 78/100. Al naso tutto sembra far pensare a un whisky senza pretese ma piacevole, irlandesemente easy. Tuttavia al palato e al finale si perde tra un corpo insufficiente e qualche smagliatura alcolica di troppo. D’altra parte è pur sempre vero che questo insolito irlandese torbato varcherà la soglia di casa vostra se sarete disposti a spendere circa 35 euro, il che lo rende comunque un prodottino dal buon rapporto qualità/prezzo, coi tempi che corrono.

Sottofondo musicale consigliato: The Cranberries – Linger

Booker’s Kentucky Straight Bourbon (2015, OB, 62,7% )

Il Booker’s Kentucky Straight Bourbon è la versione ‘premium’, se ci permettete l’orrenda formula, del bourbon di Jim Beam: il distillery manager Booker Noe, che vedete ritratto qui a destra in tutta la sua americanità, nel 1992 ha deciso di mettere in commercio una versione di Jim Beam a grado pieno, in lotti diversi, versione che fino a quel momento era solo privata, per pochi amici e dipendenti. Gode di un’ottima fama tra appassionati, banconieri, alcolisti anonimi e ladri di bestiame, e dunque ci pare il caso di dargli una chance. Abbiamo tra le mani il batch #2015-02, maturato sei anni e un mese, imbottigliato a grado pieno.

N: la gradazione impatta in due sensi: da un lato pare relativamente ‘chiuso’, trattenuto e inaccessibile, dall’altro quel che arriva ha una compattezza e una profondità davvero notevoli. Proviamo a farci strada: a primo impatto c’è una nota chimico-alcolica, vagamente vinilica, di Crystal Ball; poi ecco la frutta secca, soprattutto noce di Pecan; vaniglia, panna cotta e caramello; un che di liquore all’arancia; poi ecco il lato vegetale, tra il lieve balsamico (eucalipto) e il vegetale. Con un bel po’ d’acqua, diventa molto più affrontabile e aperto, e complessivamente guadagna di brutto: l’alcol si dirada e aumentano le note di legno profumato, di tabacco da pipa, speziato. Ancora tanta arancia.

P: come sopra, la gradazione è insensatamente urticante – d’altra parte, pur nella nostra umile e limitata esperienza di bourbon, proprio la gradazione aiuti questo bourbon dalle secche dei cliché: abbiamo sì vaniglia, noce di Pecan e banana, però il cuore inespugnabile pare essere un continuo riverbero di una resina collosa di caramello e arancia – e, andando per suggestioni, il termine resina arriva forse non a caso, perché preso da un altro capo si conficcano fittissimi in gola aghi di pino, balsamici che manco nei boschi dell’Oregon. L’acqua anche in questo caso aiuta non poco al pieno dispiegamento: aumenta l’evidenza del rye, con note di segale e sedano; si fa ancora più burroso (proprio note di burro fresco).

F: davvero lunghissimo, tutto su un burro impressionante, la noce di Pecan, ancora code speziate e resinose.

Veramente soddisfacente, offre tutto quello che uno si aspetta da un bourbon pieno, compatto, con tanta personalità da vendere. Dolce e resinoso, balsamico e speziato, vanigliato e burroso: perfetto. Come scritto, mostra vantaggi e svantaggi di una gradazione così alta e di una concentrazione di aromi e sapori così densa, e per questo chiudiamo la recensione con una domanda: possiamo considerare questo Booker’s come l’Abunad’h del bourbon? Forse sì, e sedotti da questa affinità elettiva spariamo un 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Don’t tread on me.

Cooley 13 yo (2003/2017, The Exclusive Malts for The Whisky Barrel, 52,7%)

Cooley è una delle distillerie ‘storiche’ d’Irlanda, anche se la sua storia è appena trentennale: fondata nel 1987 sulle ceneri di un impianto per la distillazione delle patate, negli anni ha messo sul mercato whisky con stili differenti a diversi marchi, come è usuale nel mondo degli Irish, tra cui Kilbeggan (anche se ora questa è una distilleria a sé stante), Connemara, Tyrconnell… Chi volesse approfondire i fatti irlandesi d’acquavite, orientatevi qui e qui per un’eccellente introduzione. Negli ultimi tempi circolano tanti single cask di Cooley, e soprattutto quelli intorno ai vent’anni godono di una fama altissima: noi abbiamo messo le mani su un Cooley di 13 anni in sherry, single malt e distillato in pot still – quindi, se vogliamo, un irlandese poco irlandese… Selezionato da Exclusive Malts (Creative Whisky Company) per il negozio The Whisky Barrel, è un barile ex-sherry imbottigliato a grado pieno. Aperto allo scorso Freak Show, finalmente lo beviamo.

cooley-13-year-old-2003-exclusive-malts-10th-anniversaryN: molto aperto ed aromatico, pare una varietà di sherry cask particolarmente ‘morbida’ e zuccherina – uno sherry più arancione che rosso, se intendete le nostre suggestioni cromatiche. La frutta rossa infatti è in disparte; molto evidente è invece una nota di caramella dura alla fragola (perfino i Chupa-chups panna e fragola), e in generale c’è una nota astratta di “caramella” molto evidente. In primo piano abbiamo anche la brioche al miele, la confettura d’albicocca, e perfino la mela rossa glassata, quella che si mangia sugli stecchi… e che scopriamo chiamarsi ‘mela stregata’. C’è poi un lato di ciambellone, di pandoro, di vaniglia, piuttosto smaccato; infine, una nota di legno nuovo conferisce una certa freschezza al tutto.

P: si confermano le impressioni del naso, con in più una nota floreale molto ‘irlandese’, ricorda fiori edibili, tipo la violetta (anche la violetta glassata). Resta sempre molto zuccherino, tutto su note di miele (miele da solo, ma anche biscotti al miele e all’orzo), brioche ripiena di confettura d’albicocca, zucchero a velo; si aggiungono note agrumate, aranciate, che ci ricordano proprio il calore dell’arancia candita del panettone. Tanta mela gialla. La frutta rossa è sempre più un ricordo…

F: …almeno fino al retrolfattivo, in cui torna una fragola ‘industriale’, da caramella alla fragola – e poi il solito miele, la solita brioscia, la solita mela.

Come era prevedibile guardando alla ‘ricetta’, è un Irish molto scozzese, assaggiandolo blind non sappiamo se avremmo identificato il paese d’origine. Il barile è molto attivo, ma a giudicare dalla degustazione doveva trattarsi di quercia americana sherry-seasoned  (sappiamo che è la norma, lo diciamo perché qui è particolarmente evidente) – il risultato è un whisky molto zuccherino, intenso, con note di caramelle davvero in primo piano. Decisamente molto, molto piacevole; congratulazioni agli amici di The Whisky Barrel per la selezione: 86/100 e avanti così.

Sottofondo musicale consigliato: The Pogues – Sunny Side of the Street.

Cleveland Underground ‘Black Cherry Wood’ (2016, OB, 47%)

Tom Lix, fondatore della Cleveland Whiskey, ha un’idea fissa: scandalizzare tutti i produttori di whisky sul pianeta proponendo un metodo di invecchiamento a dir poco estremo. Come sembrano dimostrare le immagini shoccanti del video che alleghiamo qui sotto, alla Cleveland invecchiano il loro new make spirit in tank d’acciaio assieme a trucioli di botte, il tutto centrifugato per la bellezza di 24 ore. E poi, e poi, il nostro whisky come per magia è pronto! Il buon Tom, che ama definire la Cleveland “a technology company in the whiskey space”, se ne sbatte alla grande dei soloni pronti ad alzare il sopracciglione e sfida tutti ad assaggiare i suoi prodotti alla cieca, perché “è il sapore che conta, non il modo in cui lo faccio!”. L’espressione che beviamo oggi è invecchiata con legno di ciliegio e si può reperire in Italia grazie allo spirito pionieristico dell’importatore Lost Drams.

35b5a43e84N: aperto e aromatico, ha note tipiche di un bourbon con qualche twist che non ci dispiace. E dunque partiamo dalla noce di Pecan, dal toffee, dallo zucchero filato: in generale non si pensi però a un profilo così melenso, dato che risulta mitigato da una nota speziata di chiodi di garofano e da un’insolita nota di ciliegia fresca e zuccherina (chissà se il legno di ciliegio sa di ciliegia…). Spicca anche una nota di sedano, che mostra un’alta quota di rye whiskey presente.

P: ripete l’inusuale (dis)equilibrio del naso, sfoderando sia una timida noce di Pecan e la dolcezza da bourbon (se pure sfrondato della cremosità estrema da vaniglia) che quella nota di segale, cioè di sedano; e perdura anche quel senso di legnosità, quasi allappante, per cui hai la sensazione come di addentare un tronco. Spicca però seriamente una ciliegia succosissima!, forse proprio succo, o amarene… Notevolissimo.

F: buccia d’arancia macerata al fondo di un cocktail (di un Old Fashioned, per essere inutilmente precisi), poi ciliegia, infinita.

Un prodotto particolare, non ha quella rotondità sfacciata tipica dei bourbon, compensata però da note di ciliegia veramente succosissima. Un bourbon poco bourbonoso, poco burroso, relativamente secco… ma succoso, succoso, succoso. La sua relativa secchezza e la sua persistenza lo rendono forse un’ottimabase per dei cocktail classici (qualcuno ha detto Old Fashioned?), se proprio proprio ti stufa la bevuta in purezza. Particolarissimo: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Garbage – Cherry Lips

Degustazione “Botte da Orbi” @La Corte dei Miracoli (8.11.2017)

img-20171108-wa0036-e1510697235891.jpg

L’8 novembre 2017 sarà una data da ricordare, perché segna il giorno esatto in cui abbiamo scoperto un nuovo covo di whiskofili a Milano. A due passi dai Navigli, precisamente nella sede dell’associazione culturale La Corte dei Miracoli, il duo di appassionati di whisky composto da Corrado De Rosa e Alessandro Vigorelli Porro, ha infatti da poco iniziato a cimentarsi in serate a tema: beh, degustazioni di whisky, per l’appunto. L’approccio è molto conviviale, a partire dal proposito subito esplicitato di puntare al pareggio di bilancio e arricchire unicamente la bottigliera del locale con le bottiglie (eventualmente) sopravvissute alla serata. Noi abbiamo trovato uno zoccolo duro di amici e frequentatori dell’associazione che si affacciavano curiosi al mondo del distillato di malto. Insomma, un contesto informale dove tutti stavano sullo stesso piano, impegnati a snocciolare suggestioni a tutto spiano sui malti in assaggio, nel frattempo prodigandosi a demolire la credibilità dei prodi relatori, a loro volta all’unisono protesi all’autodemolizione alcolica della propria integrità fisica e morale. “Beh, capolavoro!”, direbbe qualcuno – e così diciamo noi.IMG-20171108-WA0032
Ma si diceva dell’8 novembre: la degustazione Botte da orbi era a tema wood finish, ovvero imbottigliamenti con maturazioni piene o parziali avvenute in botti “anomale” rispetto alla consueta dicotomia ex-bourbon / ex-sherry cask. Di tre whisky su quattro abbiamo steso le nostre note di degustazione in formato ridotto, per venire incontro una volta tanto ai fautori del “piccolo è bello”. Che – diciamocelo – in tempi di sistema-Paese, di globalizzazione e di maxi fusioni tra conglomerate cinesi, non se la passano tanto bene. Eh?

arran cask sauternes finish 2017Arran The Sauternes Cask Finish (2017, OB, 50%): 50 gradi e non sentirli. Dà subito una sensazione di cremosità (torta al limone). Marshmallow e miele. Poi si appalesa la frutta (albicocca, banana) ma anche un poco di legno tostato. In bocca si sente maggiormente l’alcol e purtroppo cresce anche un senso di gioventù, a base di legna fresca. Ancora frutta gialla, banana e vaniglia. Nel finale, ancora legno tostato. Pure troppo, diciamo. Questo Arran ti dà delle gioie nella fasi iniziali e poi via via va smarrendosi, ma si rimane su un dignitoso 82/100.

balvenie_14yo_caribbean

Balvenie 14 yo ‘Old Caribbean Cask’ (2015, OB, 43%). E via di mela grattugiata farinosa e molto matura, con un profilo certo dolce ma non eccessivo. Legno di sandalo, mandorle e burro cacao. Ma resiste anche quella bel sentore di malto caldo di Balvenie. In bocca è a suo modo raffinato, con note di pesche, mele e miele. Frutta secca. In generale è tanto dolce, ma si ferma un attimo prima del troppo che stroppia: 84/100.

Teeling-Stout-Cask-Small-BatchTeeling Stout Cask Finish (2017, OB, 46%). Ebbene sì, trattasi di finish in botti che hanno contenuto birra prodotta dal birrificio “200 Fathoms Imperial Stout”. Non vorremmo dare l’idea di essere essere prevenuti, ma è a tratti imbarazzante: olio d’oliva, con note erbacee di foglia d’insalata e molto distillato nudo sugli scudi. Sciacquatura di piatti (alla pera). Caffè. La birra si sente, purtroppo: 74/100.

Il quarto whisky era un Port Charlotte 8 anni ufficiale, anni completamente trascorsi in una botte ex cognac. Ci è sembrato da subito molto interessante e che per questo meritasse un assaggio più meditato; così ce lo siamo portati a casa e prossimamente saremo ben lieti di tornarci. Intanto corre voce che la prossima serata alla Corte dei miracoli sarà dominata dai whisky indiani… Stay tuned!

Sottofondo musicale consigliato: Queen – The Miracle

Puni Nova #02 vs Puni Nova #03 (2016 e 2017, OB, 43%)

Nova è uno dei due imbottigliamenti ‘base’ di Puni, distilleria altoatesina di cui non sappiamo stancarci di lodare il lavoro. Grazie alla consueta gentilezza dello staff, e di Julia in particolare, abbiamo ricevuto campioni del Batch #02, edizione 2016, e del batch #03, uscito nel corso dell’estate 2017. Trattasi di un (anzi, due) tre anni: miscele di quercia europea ed americana. Facciamo per comodità una sola recensione in confronto, come già provato per le due versioni di Puni Nero, ma, d’altro canto, reason is in comparison.

N: pur avendo la medesima età dichiarata, il batch #02 si presenta subito leggermente più ricco di sentori di lieviti, canditi, mash tun, e con una componente alcolica più leggermente avvertibile. Volendo riassumere in una figura unica, la differenza (se pure, attenzione!, di sfumature si tratta) è quella che passa tra una pera matura e una pera acerba… Per il resto, i punti comuni sono tanti: la morbida vaniglia, la buccia di banana verde, una mandorla fresca, olii essenziali di limone; un leggero pan di Spagna. Col tempo e l’ossigeno, in entrambi cresce la vaniglia, quasi la crema pasticcera.

P: come già accaduto per il batch #001, il batch #02 esibisce in pieno un’austerità singolare (pane, cereale, erba fresca), giocando le sue carte su un nonsoché di secco e amarognolo che sorprende; il batch #03, tuttavia, come già al naso ci appare leggermente più equilibrato e forse più di nostro gusto, risultando maggiormente equilibrato. Aumenta infatti una certa consistenza cremosa e fruttata: frutta gialla, forse financo banana. Volendo riassumerli entrambi, comunque vaniglia, cereali e pera, lieviti e (semino di) limone; la buccia di mandorla, amara.

F: per entrambi il finale è componente pregevole, con una bocca che resta pulita, intensi sentori di frutta secca oleosa (mandorla, noce) e l’evidenza dell’apporto del bourbon.

Veniamo alle considerazioni finali. Innanzitutto, chiariamo che la consistenza è notevole, le differenze (necessarie quando si imposta un imbottigliamento in batch) sono davvero minime, sfumature, e il profilo è effettivamente molto molto simile. A voler dire la nostra, comunque, 02 si prende 80/100, 03 si prende 81/100, ci sembra più cremoso, più ‘maturo’, anche se proprio di poco.

Sottofondo musicale consigliato: Angel Canales – Dos Gardenias.

Armorik ‘Double Maturation’ (2017, OB, 46%)

Qualche settimana fa abbiamo assaggiato Armorik Classic, whisky di malto dalla Bretagna con spiccate velleità artigianali, come abbiamo avuto modo di raccontare qui. Oggi torniamo nelle terre delle chansons de geste e ci versiamo nel bicchiere il “Double Maturation”, versione senza età dichiarata, con una prima fase di maturazione in barili di quercia bretone ed un secondo passaggio in botti ex-sherry. Il Classic ci aveva stupito per intensità e complessità, chissà se questo reggerà il confronto.

N: paragonandolo al Classic, qui ritroviamo un distillato di una certa presenza, piuttosto grasso, che forma per così dire una patina cerosa, quasi minerale (meno che nell’altro). Qui però si fa più imponente il lato fruttato, forse portato di una costruzione di legni più ‘ingegneristica’ e inusuale, di certo molto piacevole: note di frutta gialla (mela gialla senz’altro, pesche mature) e perfino quasi tropicale. Resta, più debole che nell’altro, una bella nota di cereale caldo. Cresce una nota di pastafrolla, di vaniglia.

P: ancora esibisce un bel corpo, pieno e con una bella intensità di sapori. Qui le differenze con l’altro sembrano assottigliarsi, anche se qui resta una frutta decisamente più marcata (ancora gialla, mele e pesche). C’è di nuovo scorza d’arancia, forse una note di miele; poi brioche, vaniglia, ancora base per torte. Resta la venatura minerale, anche se – di nuovo – meno spiccata.

F: lungo e persistente, elegante con note fruttate, di pastafrolla, un velo minerale e una chiusa con richiami di rovere.

L’identità comune resiste, e questo aspetto ci piace, vuol dire che la distilleria ha una sua anima precisa; se il Classic era meno ‘classico’ e più particolare, più affilato forse, questo appare più ruffiano, se si vuole, e probabilmente potrà piacere di più a un pubblico più vasto. Detto ciò, confermiamo l’ottima impressione complessiva avuta assaggiando il primo, e la valutazione resta la medesima, 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ensemble ‘Diabolus in Musica’ dir. Antoine Guerber – Chanson de Guillaume.

World Whisky

map

Canada

Mc Guinness Old Canada 8 yo (anni ’70, OB, 40%) – 79/100

Germania

Slyrs 3 yo (2010, OB, 43%) – 76/100

Francia

Armorik ‘Classic’ (2017, OB, 46%) – 85/100

Armorik ‘Double Maturation’ (2017, OB, 46%) – 85/100

India

Amrut Fusion (2009, OB, 50%) – 83/100

Amrut ‘single cask for la Maison Du Whisky’ (2009/2013, OB, 60%) – 84/100

Irlanda

Connemara Turf Mor (2010, OB, 58,2%) – 85/100

Limerick ‘Slaney Malt’ 23 yo (1991/2015, Adelphi, 59%) – 91/100

Knappogue Castle 1995 (2007, OB, 40%) – 80/100

The Whistler ‘Blue note’ 7 yo (2017, OB, 46%) – 84/100

A Quiet Man 12 yo (2017, OB, 46%) – 80/100

Mad March Hare Recipe N. 27 (OB, 40%) – 60/100

Teeling Stout Cask Finish (2017, OB, 46%) – 74/100

Connemara ‘peated original’ (2017, OB, 40%) – 78/100

Cooley 13 yo (2003/2017, The Exclusive Malts for The Whisky Barrel, 52,7%) – 86/100

Myanmar

Grand Royal ‘Special Reserve’ (2014, OB, Myanmar, 43%) – 50/100

Svezia

Mackmyra ‘Vintertradgard’ (2014, OB, 51,1%) – 87/100

Svizzera

Santis Malt (OB, 40%) – 78/100

Taiwan

Kavalan Solist ‘sherry cask’ (2013, OB, 58,7%) – 87/100

Kavalan ‘King Car Conductor’ (OB, NAS, 46%) – 83/100

Kavalan ‘Concertmaster’ Port cask finish (NAS, OB, 40%) – 65/100

Usa

McCarthy’s Oregon 3 yo (2013, OB, 42,5%) – 85/100

Balcones Brimstone (2013, OB, batch BRM1113, 53%) – 87/100

Michter’s Us *1 Small Batch Bourbon (OB, 45,7%) – 84/100

Wild Turkey (anni ’90, OB, 43,4%) – 78/100

Sunny Brook 4 yo (OB, 43%) – 87/100

Cleveland Underground ‘Black Cherry Wood’ (2016, OB, 47%) – 85/100

Booker’s Kentucky Straight Bourbon (2015, OB, 62,7% ) – 87/100

Puni Sole batch 01 (2017, OB, 46%)

Dopo aver assaggiato i due Nero, edizioni speciali di Puni introdotte nel 2016, oggi mettiamo alla prova Sole, la ‘special release’ del 2017 (dispiace se la chiamiamo così?) – si tratta di una maturazione più tradizionale rispetto a quella in Pinot nero, ed è la prima volta che entrano dei barili ex-sherry in un imbottigliamento ufficiale della distilleria italiana, a quel che ci risulta. Due anni in bourbon e altri due in Pedro Ximenez, Sole è tributo al sole (ah!) che fa appassire le uve e al metodo solera usato nella maturazione dello sherry – fughe foniche, giochi linguistici e metafore ardite, eh.

N: davvero tutto molto esuberante anche se a suo modo delicato. Dimostra una bella maturità per l’età che ha. Anzitutto pare che venga accidentalmente versato un bel barattolo di miele nel naso, poi tante pesche, albicocche, vaniglia e crema pasticcera. Come da tasting notes ufficiali della distilleria, troviamo un bel lato agrumato a base di scorza d’arancia. Piacione, piacente,piace.

P: anche in bocca una sensazione di miele liquido lega tutto il palato. Fresco e agrumato (biscotto all’arancia) con in più generose note di mele e pesche. Invero, molto semplice e diretto, ma senza veri difetti e anzi con qualche evidente pregio. Tipo quella sensazione dì pasticcino pastafrolla e crema… mmm!

F: di media durata. Richiami alla botte con frutta secca: noce e mandorla.

La qualità è indubbiamente alta: rispetto ad altri imbottigliamenti è più ‘normale’ come profilo, con il cereale meno evidente, meno nudo se confrontato al Nova – meno speziato del Nero, certo più ‘centrato’, a nostro gusto, rispetto all’Alba, con cui condivide un concept virato su una sobria dolcezza. Non bisogna aspettare una complessità travolgente, ma se cercate un buon whisky dolce, pieno e diretto, questo Sole fa per voi. Bravi ragazzi, e grazie a Julia per il sample! 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mink DeVille – Spanish Stroll.