Évadé (2019, OB, 40%) vs Évadé Peated (2019, OB, 43%)

C’è in Francia un’azienda che importa e distribuisce sul mercato interno diversi marchi di whisky, non solo scozzese: questa vocazione internazionaleggiante deve aver influito anche sul nome dell’azienda stessa, dato che si chiama “Whiskies du Monde“. Nel novero dei diversi marchi più e meno esotici distribuiti c’è anche questo curioso Whisky Francese, di nome Évadé, con due espressioni, la prima non torbata e l’altra sì: e un po’ evasiva è anche la presentazione, a dirla tutta. Partendo dal primo: si sa che è una miscela di single malt tra i 3 e i 5 anni, che è distillato in alambicco Charentais (e già questo ci mette in guardia; ma poi soprattutto, distillato da chi?, e dove?) e che è invecchiato in un mix di botti da mal di testa: quercia francese nuova e usata per vini liquorosi locali (quali? boh), botti ex-bourbon, ex-cognac ed ex-vino rosso di Borgogna. Proviamo ad assaggiare, lasciando da parte i pregiudizi?

N: alla cieca sarebbe difficile indovinare la materia del distillato. Per certi versi ricorda un distillato di frutta, che potrebbe essere di albicocche, fragoline di bosco (potrebbe ricordare un distillato di frutta tedesca, Obstler?); sicuramente molto giovane con note di frutta candita, pera, scorza di limone e distillato in purezza. La componente alcolica risulta ben integrata. Qualche zaffatina di fiori freschi.

P: ribadiamo: alla cieca, in quanti direbbero whisky? Sarà l’alambicco Charentais, sarà la grande varietà di botti utilizzate, ma la materia prima risulta piuttosto incerta. L’alcol si sente poco e risulta gradevolmente beverino; detto questo l’intensità dei sapori è molto  smorzata, tra note di frutta gialla (mela gialla,pera), zuccherino liquido e miele millefiori. Ancora canditi.

F: abbastanza breve con ancora una zuccherosità vagamente floreale.

Anche se non è “il male assoluto”, è davvero troppo diverso da quello che ci aspettiamo da un whisky. Di per sé non sembra un distillato mal fatto, in assoluto, ma rimane comunque poco persistente e fin troppo facile da bere; fin troppo poco whisky, forse: 71/100.

Il Peated invece è una miscela di whisky tra 4 e 7 anni in ex-bourbon (di Heaven Hill) e Virgin Oak casks. Vediamo cosa porterà la torba… Siccome sono molto prodighi di informazioni (a parte il nome della distilleria, ma cosa volete che sia), sappiamo che la torba è tedesca, della zona di Amburgo. Che bello.

N: simile al precedente, ma un po’ meno carico dal legno. Alcol assente. Si sente tanto il distillato giovane, ma è un distillato anonimo ancora, assaggiandolo alla cieca non scommetteremmo sul cereale. C’è un sentore di… popper, poi molti lieviti, purea di pera – al solito ricorda un distillato di frutta, quindi ancora pera e albicocca. Un’aria di torba, che fa venire in mente il fumo di una sauna – è un’idea di fumo, non fumo.

P: molto beverino e trattenuto, fin troppo, diremmo che è compiutamente sciapo. Estrema dolcezza iniziale, tutta sulla pera e sull’albicocca acerba. Molto poco fumo, tende a virare rapidamente verso un sentore amaro poco rassicurante, e poi…

F: …cade, scompare del tutto. Il finale ha un accenno di alcol dolce, e poco più.

Che dire, grazie amici: assaggiare dei whisky del genere contribuisce a ricordarti che non è facile distillare l’orzo maltato e farlo bene. 68/100. Non solo. Questo ci fa riflettere anche un po’ sul whisky estero, in generale, e francese in particolare: parlando con i ragazzi di Armorik, che erano in Italia in occasione dello scorso Whisky Revolution Festival, loro ci dicevano di essere molto orgogliosi di essere riusciti a ottenere la d.o.p. (semplificando) per la Bretagna e a stabilire un disciplinare per la produzione del whisky locale, perché avevano la sensazione che in tanti si stessero mettendo a distillare “cose” in modo un po’ raffazzonato per poi chiamarle “whisky”. Questo Évadé, con tutto il rispetto che si deve a un prodotto dell’umano ingegno, sembra esattamente uno di quei prodotti che sul medio periodo non possono che nuocere alla definizione di una categoria: e che la cosa valga da monito anche ai molti che hanno velleità di produzione di whisky in Italia e che a breve inizieranno a invadere il mercato. Bene le piccole produzioni, bene l’idea di ‘metterci del proprio’, bene anche il desiderio di inseguire una moda commerciale: ma quello che conta è sempre il bicchiere, e il bicchiere non mente, mai, neppure se nascosto dal miglior marketing possibile.

Sottofondo musicale consigliato: Bobby Bare – Find out what’s happening.

Filey Bay ‘2nd release’ (2019, OB, 46%)

Da un po’, ormai, il whisky Inglese sta vivendo una sua personalissima Golden Age, con nuove distillerie in rampa di lancio, con filosofie chiare, concetti forti alle spalle e – soprattutto – grande qualità nel bicchiere, anche a fronte di età molto giovani. Abbiamo Costwolds, Bimber, St. Georges, Lakes… Il segreto, sembra, è quello di produrre un new make di altissima qualità, “già buono da bere bianco”, se vogliamo, così che una breve maturazione con legni di qualità riesca a dare effetti ottimi in tempi rapidissimi. Ultimamente ci piace sperimentare cose nuove, e dunque affrontiamo Filey Bay, il Single Malt distillato nella piccola Spirit of Yorkshire Distillery – gente che, a proposito di concetti forti, fa del #fromfieldtobottle il proprio mantra (leggetevi tutto qui). Oggi assaggiamo la Second Release, solo 6.000 bottiglie, miscela di pot e column still, maturazione tutta in botti ex-bourbon.

N: non fa nulla per vestirsi da grande e vendersi più maturo, ma fa proprio bene. Un profilo onesto, fatto di lime, yogurt, sorbetto agli agrumi, un gran gelato alla banana. Piacevolmente erbaceo, quasi verso note di dentifricio (avete presente l’Emoform, leggermente salato? Proprio lui). Solo dopo un po’ esce la vaniglia (artificiale: Danette alla vaniglia). Una lieve patina come polverosa, da catasta di cereali.

P: molto interessante. Qui è più pungente che non al naso, resta senz’altro dolce, con vaniglia, biscotti, chicco di malto e un po’ di cioccolato bianco. Pera. Non pensatelo stucchevole però, mantiene una sua bella freschezza con albedo di limone, l’erbaceo del chicco d’orzo. A tratti ancora sorprendentemente sapido.

F: abbastanza lungo e lievitoso, con toni fruttati (buccia di pera).

Morbido e seducente, con dolcezza d’orzo e di barile… ma c’è anche tutto il resto dell’austerità di contorno che tanto ci piace. Siamo onesti: semplice è semplice, intendiamoci, è un tre anni e li dimostra tutti, non nasconde la nudità del distillato. E però, dato che è buono si merita ogni lode possibile: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – All Hell Breaks Loose.

Botti da orbi: East London whisky team

Oh East London
is wonderful
oh East London is wonderful
it’s full of tits, whisky and West Ham
oh East London is wonderful

Il coro dei coloriti tifosi del West Ham non suona esattamente così. Diciamo che – al posto del tradizionale distillato di cereali – la metrica prevede un’altra piacevolezza della vita specialità dei ginecologi. Il fatto è che l’East End sarà pure la “London’s historic home of distilling”, ma Lea Valley, l’ultima delle sue gloriose storiche distillerie, ha chiuso nel 1904, quindi i poveri hooligans per le loro canzoni hanno dovuto accontentarsi. Fino ad ora, almeno…

Se si arriva dalla fermata Mile End, dopo una passeggiata lungo il Regent Canal che dalla ressa del Big Ben e Piccadilly ti proietta magicamente in un angolo di Amsterdam o Amburgo, la prima cosa che si vede è la ciminiera, che faceva parte di una vecchia fabbrica di colla. Un edificio che, dal 2014, in quest’area residenziale abbracciata da canali pieni di barconi chiamata Bow Wharf, è diventato la sede della East London Liquor Company.

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Il bar e – dietro – la distilleria: location ideale per un video dei Kasabian o dei Kaiser Chiefs

Varcato il cancello del cortile, ci sono due corpi di fabbrica. Uno è lo shop/ristorante/BBQ, dove si organizzano cene e degustazioni, l’altro la distilleria vera e propria. Anche se – appena entrati – la sensazione è di essersi sbagliati. Un enorme salone e un bancone da bar ancora più impressionante possono farti credere di essere finito in un locale indie. Ma dietro la bottigliera, attraverso un vetro, si vedono sfavillare gli alambicchi. E tutti i dubbi evaporano come alcol nel collo di cigno.

ELLC Distillery
In fondo, dietro la bottigliera, gli alambicchi di ELLC. A destra il pot still dedicato al whisky

Eppure – come spiegano Rose & Rosie, a cui spetta l’ingrato compito di rispondere alle domande del nerd curioso in gita – la sensazione di essere in un bar non è casuale. E ha a che fare con il fondatore dell’ELLC, Alex Wolpert. Che dopo una carriera da bar manager in un ristorante del centro, è incappato in una rivoluzione personale che si chiama paternità. Notti insonni e pannolini non si addicono a chi deve fare le 5 di mattina con lo shaker in mano. Da lì, l’idea di mettere su una distilleria, ma senza dimenticare l’amore per la mixology.

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Alex Wolpert, fondatore di ELLC

Dicono che un altro motivo per cui Alex si è tuffato in questa avventura sia che “si era stancato della gente che ordinava sempre il distillato più costoso”. E dunque, ecco la filosofia di base: produrre qualcosa di accessibile in grado di rivaleggiare in qualità con i migliori spiriti. Il tutto senza rinunciare alla trasparenza, sia in etichetta sia con la vetrata che abbiamo di fronte, da cui si vedono le colonne di rettifica.  Nel 2015 inizia ovviamente con il gin, London dry e barrel aged, a cui seguono una 100% English vodka e un Demerara rum. Utilizza due alambicchi tedeschi, entrambi Arnold Holstein: quello da 450 litri per il gin, quello da 650 per rum e vodka. Poi, nel 2017, il grande salto, con un pot still da duemila litri. Obiettivo: il primo whisky di East London in oltre un secolo.

Prima di proseguire con il tour, bisogna fare un inciso. Dopo il boom del gin, ora è il whisky a fare eco con un’esplosione di interesse che è inevitabilmente anche un’esplosione di affari e marketing. Se nel 2018 l’Inghilterra per la prima volta ha superato la Scozia come numero di distillerie, un motivo c’è. E non è filosofico. Il whisky funziona, vende. Ha costi di stoccaggio molto più alti del gin, ma consente di mettere sul mercato imbottigliamenti di tre anni a prezzi da 18 anni. Certo, bisogna raccontare una storia. E utilizzare l’aggettivo “primo” funziona sempre. Così, persa per un soffio l’occasione di scrivere in etichetta “il primo whisky di Londra” perché bruciati sul tempo dalla London Distillery, ecco la dicitura “first East London whisky”. Il che – dicono i maligni – “è come dire il primo vino rosso imbottigliato nelle Fiji”: lascia il tempo che trova.

Chiusa la parentesi cinica e globale sul proliferare delle distillerie nel Regno Unito, si torna fra gli alambicchi per capire cosa si fa qui. “L’English whisky ha un disciplinare molto flessibile  – spiegano R&R -, il che ci consente di sperimentare e divertirci”. Per esempio con sua maestà la segale. Infatti, il primo whisky a uscire dagli alambicchi di Bow nel settembre 2018 è stato il London Rye®, di cui ELLC ha anche brevettato il nome. Il padre biologico è Andy Mooney, il master distiller irlandese che gioca con ogni tipo di barile, dal cognac al vermuth, dall’acacia all’orange wine biologico. Oggi il core range si è arricchito anche di un single malt e di un imbottigliamento in partnership con i ragazzi di Sonoma, ma prima di ficcare il naso nei bicchieri è doveroso ficcarlo in distilleria.

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Il fermentation tank con la sua schiumina

Dove da due anni ha fatto la comparsa un mash tun, arrivato a far compagnia ai tre tini di fermentazione da 4mila litri. Fermentazione che dura cinque giorni e che avviene grazie a una miscela di lieviti particolare: “Un lievito nostro, si può dire quasi della casa. E un lievito saison (belga, ndr) che cambia durante l’anno, così che si ottengono batches di London Rye® sempre differenti, stagionali appunto”. Per inciso, le proporzioni del mash recitano: 42% segale del Norfolk e 58% “extra pale malted barley” forniti dal Crisp Malting Group.

Mentre mi accompagnano in cantina, dove maturano i barili (c’è chi dice che vengano anche ruotati al suono di musica techno, ma non ci sono conferme ufficiali…), R&R raccontano di come l’impresa stia attraendo parecchio interesse. Il crowdfunding su Crowdcube, avviato per raccogliere 750mila sterline, ha già raggiunto 1,3 milioni, con 927 investitori. “Facciamo cose che berremmo noi”, spiegano orgogliose. E che si vendono bene, come testimoniano i due shop cittadini, al mitico Borough Market e al Seven Dials Market di Covent Garden.

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Le tre espressioni lanciate a ottobre

Ok, finora si è parlato molto e si è bevuto poco, percui è tempo di assaggiare i tre rilasci dell’ottobre 2019. Prima di lanciarci nell’esperienza sensoriale, piccolo accenno estetico. Il logo, un cavallo rovesciato, è una citazione storica, poiché nella vecchia fabbrica la colla era prodotta con le carcasse animali. Invece la bottiglia e il packaging, senza dubbio originali e di effetto, sono accuratamente studiati da Stranger & Stranger. Il tappo – di metallo pesante e con la mappa di Londra – è bellissimo, roba da tenerlo sulla scrivania come fermacarte.

ELLC Single Malt (2019, OB, 47%)
Il primo single malt prodotto qui è invecchiato in un mix di botti: Sonoma bourbon, Sonoma rye e Kentucky bourbon. Al naso è dolce e leggero, quasi erbaceo (fieno?): bucce di pera, zuccherini alla banana. Lieve gelato alla vaniglia, un tocco di miele e limone. Col tempo un filo di burro d’arachidi emerge: una personalità non totalmente definita, che la gioventù è bella ruggente qui. In bocca invece si fa più centrato, molto dolce e biscottoso: shortbread, wafer con crema di cioccolato al latte, miele. Di nuovo zucchero e pera Williams. Finale corto, acerbo e dolce.
Inevitabilmente semplice, data l’età (non specificata) e l’uso di barili non eccessivamente marcanti. Non mostra difetti marchiani, ma neanche un fascino irresistibile. Come cantava De Gregori, il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, quest’altr’anno giocherà con la maglia numero 77/100

ELLC Sonoma collaborative blend (2019, OB, 45.5%)
Frutto dell’amicizia e della collaborazione fra Alex e Adam Spiegel, della Sonoma, è un blend di ELLC London Rye maturato in varie botti (ex peated, PX e rovere francese vergine) e bourbon Sonoma. All’olfatto è immediatamente aromatico, con amarene fresche, polvere di cacao e un che di floreale. Spezie della segale e pane tostato. Poi, però, la livella dell’alcol si abbatte un po’ troppo pesante e le potenzialità vengono tarpate. Al palato è meno aggressivo, anche se un po’ meno esuberante dal punto di vista aromatico. Pane di cereali, ancora ciliegie, cioccolato. Le spezie della segale avanzano, pan pepato e cannella. Finisce sulle note di arancia e amarena.
Fra tutti, il più promettente, soprattutto al primo naso. Il marchio di fabbrica Sonoma è riconoscibile e l’aroma di ciliegie e amarene di fatto accompagna tutta la bevuta. Per l’eleganza, occorrerà aspettare ancora qualche anno. 78/100

ELLC London Rye® batch #2 (2019, OB, 47%)
Il secondo batch è stato inveccchiato 4 anni in un mix di botti di PX ed ex peated che hanno contenuto gin… Se non è sperimentale questo! Ad ogni modo, si apre con una botta balsamica inattesa. O forse l’impatto del gin doveva lasciarla presagire? Amaro medicinale (con la relativa dolcezza), genziana. Poi un che di sarsaparilla e bacon. L’influsso dei barili ex torbati è tutto qui. In bocca invece si fa più evidente, con caramello bruciato e una nota di marmellata o frutta cotta rimasta un po’ troppo sul fuoco. Prugne, o forse – ma sarà suggestione – sloe gin. Si fa largo ancora una nota erbacea. Il finale invece rimane più standard, di segale affumicata.
Il più divisivo del trio, ma anche quello con più carattere. C’è oggettivamente tanta (forse troppa?) carne al fuoco: la segale, la torba, la dolcezza dello sherry, il tocco del gin… Il risultato è un carnevale un po’ disordinato ma suggestivo. Lo si può odiare o apprezzare, ma di sicuro non lo si può ignorare. 78/100

Riassumendo, la ELLC esemplifica bene il nuovo hype intorno al whisky inglese. Start-up agili, imprenditori giovani e pieni di idee, location piacevoli che uniscono impianto produttivo e accoglienza e che strizzano l’occhio a una clientela più giovane, più legata ai cocktail bar che alle distillerie di Scotch. La sensazione è che la passione ci sia e che l’idea di fondo (puntare sulla segale, legarsi alla zona di East London) funzioni. I prodotti, invece, per ora non sono ancora arrivati alla soglia dell’eccellenza. Hanno potenzialità e creatività, ma occorre pazienza. Senza eccessi di stravaganza e con qualche anno di maturazione in più, qualcosa di ottimo fiorirà, sulle rive del Regent’s canal.

[Una piccola nota: East London Liquor Company è distribuita in Italia da Italiana Liquori e Spiriti, quindi per assaggiare il primo Rye Inglese non è necessario andare fino a Londra!]

 

Poker di whisky dal mondo

Inutile nasconderlo, il nostro debole per il whisky prodotto in Scozia non è una cosa che possiamo mascherare facilmente: delle oltre 1200 recensioni pubblicate ad oggi su questo umile taccuino internettiano, più di mille raccontano infatti i mille anfratti dello Scotch Whisky. E tuttavia ogni tanto ci viene da levare gli ormeggi e uscire dal nostro porto sicuro, tanto più che ormai la produzione del whisk(e)y è un fenomeno pienamente mondiale. Ce lo suggerisce con la consueta lungimiranza Claudio Riva, che dopo aver vinto con Whiskyclub la scommessa della moltiplicazione degli appassionati italiani di whisky (più di 11 mila iscritti in 6 anni!), gioca ora la partita della crescita del movimento dei distillatori nostrani con Distillerie.it. Nel nostro Paese, Puni è ormai una solida realtà, ma chissà che nei prossimi anni nuove e vecchie distillerie non decidano di puntare con forza sul Re dei distillati… Oggi comunque il gioco delle recensioni ci porta lontani da queste suggestioni romantiche.

Mars Kasei (2019, OB, 40%)

Questo blended giapponese senza età dichiarata e dal prezzo decisamente invitante (circa 40 euro per un whisky giapponese sono una pacchia ai giorni nostri), arriva dalla micro-distilleria Shinshu Mars, detentrice di un primato non trascurabile: è la distilleria più in altura del Paese, operando a circa 800 metri sul livello del mare. “Kasei” significa Marte, ma davvero voleremo via nello spazio tra i pianeti?

offertaFileFile-121742N. vodka di patate, frutto della carambola, pasta di ciambelle cruda, buccia mela verde e limone. Risulta un po’ sgarbato, con un’acidità a tratti eccessiva. Burrocacao alla fragola

P. molto dolce e abbastanza spento, corpo acquoso. Miele di acacia, caramella alla mela, chicco di cereale.

F. corto e zuccherino, con un filo di pompelmo

Occorre una premessa. Non si può pensare di giudicare questo whisky come un malto da meditazione. La sua estrema semplicità e la sua disarmante facilità di beva lo rendono un prodotto interessante più che altro per la miscelazione. Ad esempio, in un mizuari può recuperare una sua assoluta dignità. Se però parliamo di voto “in purezza”, per noi è un 75/100.

Few Rye (2019, OB, 46,5%)

La Few Spirits è una distilleria di Evanston, in Illinois, che ovviamente produce anche bourbon whiskey. Oggi assaggiamo il loro Rye, invecchiato circa 4 anni e ottenuto a partire da una percentuale molto alta di segale, circa il 70%.

165591-bigN. molto gradevole e aperto, l’alcol se ne sta ben coperto e integrato. Il primo impatto è spettacolosamente aromatico: la frutta prende la via del mango e dei frutti rossi, mentre si fa largo anche una bella zaffata floreale, diremmo ibisco (come si faceva alla visita dei tre giorni per saltare il militare). Pian piano emerge anche un che di balsamico, forse aloe, forse clorofilla.

P. il solvente del legno che tanta gioia ha dato ai bevitori di rye in tutto il mondo è qui. Seguito da una frutta tropicale dove mango e melone sono in compagnia degli alchechengi. Il corpo è davvero pienissimo, robusto. La segale con il suo caratteristico pizzichino, tisana alla menta e cocco essiccato. Prugne. Anzi, acquavite di prugne, tipo slivovitz ma senza quell’aggressività.

F. caramello, menta e prugne secche. Di nuovo floreale.

Stavamo giusto commentando che insomma, questo boom di rye è diventato un po’ mainstream, quand’ecco spuntare un whiskey che va oltre le nostre aspettative. Suona ad alto volume in tutte le fasi, ma senza steccare mai: non troppo piccante, non troppo dolce, non troppo floreale, non troppo legnoso. Eppure con un bel kick di personalità. E a noi il kick piace sempre: 87/100. Prezzo importante per un Rye, sui 70 euro.

Amrut Naarangi (6 yo, OB, batch 1, 2014)

Questo è per gente che non conosce nemmeno il significato della parola “preconcetto”. Per fortuna ci sentiamo davvero spavaldi oggi e sciaboliamo il nostro sample. Le 900 bottiglie, forgiate nel lontano 2014, sono state riempite con whisky indiano Amrut che ha invecchiato in botti di sherry Oloroso nelle quali sono state infuse scorze di arancia (Naarangi in lingua indù) per due anni. Quando si dice innovare…

104411-bigN: difficile alla cieca dire che sia un whisky. Viene in mente la grappa Bonollo Dorange Of, con arance macerate nella grappa d’amarone. Francamente ci saremmo evitati la suggestione. L’arancia pialla tutto, sembra la scorzetta d’arancia candita ricoperta al cioccolato. Irrompe all’improvviso del prodotto per lavare il parquet.

P: molto, molto secco. L’alcol non si fa pregare. Cioccolato puro spintissimo, paradossalmente le arance stanno un passo indietro, pur restando evidenti. Mordere la scorza d’arancia. Liquirizia pura.

F: ancora liquirizia e indovinate un po’… Arance!!! Lascia la bocca dolce anche se un po’ allappata.

Un whisky molto strano, giovane ma deciso e sicuramente per nulla anonimo, anche grazie a quel condimento extra di arance un po’ freak che farebbe venire gli incubi alla Scotch Whisky Association per anni: 76/100. Oggi costa sui 120 euro circa.

Dunville’s Very Rare 10 yo (2019, OB, 46%)

Del meritorio progetto della neonata Echlinville Distillery abbiamo parlato giusto qualche giorno fa. Non amiamo ripeterci e quindi la storia della rinascita dello storico marchio Dunville’s la trovate qua, però amiamo ripetere gli assaggi e quindi andiamo a completare una serie che annovera anche il Dunville’s Three Crowns e il Three Crowns Peated.

114176-bigN: esordisce su una nota inconfutabile di lucido per legno – se avete una libreria grezza dell’ikea, sapete a cosa facciamo riferimento. Legno vergine, sembra di entrare in una segheria. Note di resina di pino, fra le cose più piacevoli. C’è una nota stranamente acetica, che ricorda l’agrodolce delle cipolline… C’è una dolcezza di grano, e un cocco iperzuccherino essiccato. Merendine industriali (Fiesta anyone?), liquore all’arancia.

P: decisamente diverso dal naso, decisamente migliore peraltro. Scompare la trielina, scompare il legno puro, emerge la dolcezza: cioccolato al latte, arancia zuccherata, molto zuccherino. Ancora Fiesta. Resta di una dolcezza un po’ chimica, ma complessivamente è fresco.

F: dolce, piacevole, ci si arrabatta tra arancia dolce chimica e un cioccolato bianco.

Come forse si sarà intuito su questo irish whiskey aleggia il fantasma ingombrante dei barili ex sherry, per di più di Pedro Ximenez. Dei tre che abbiamo assaggiato questo Dunville’s ci è parso il meno riuscito, con uno stile molto spinto e poco territoriale, se così possiamo dire. Amanti dei finish in PX, fatevi sotto! Costa sui 70 euro e per noi è 77/100.

Dunville ‘Three Crowns’ (2018, OB, 43,5%)

Ieri abbiamo assaggiato il Three Crowns peated di Dunville, ovvero il blended torbatino di Echlinville, neonata distilleria Irlandese che – bisogna riconoscerglielo – esibisce ottime intenzioni. Come al solito, anche in questo caso studiando il sito ufficiale non è chiaro se si tratti di whiskey distillato da loro (hanno iniziato a produrre nel 2013, pare, ma nella gamma ‘normale’ sono presenti un 12 e un 18 anni…) o di sourced whiskey, e francamente la cosa inizia ad essere seccante, cara la nostra verde Irlanda. Sospendiamo il giudizio su queste questioni, nella speranza che Waterford arrivi in fretta per sparigliare le carte nel gioco della trasparenza, e assaggiamo il Three Crowns normale, cioè un blended whiskey Irlandese non torbatino.

N: gelato alla crema con sopra Amarena Fabbri, anche malaga volendo. Meringata! Una nota agrumata, di limone, che gli dà freschezza, unitamente a una netta sensazione mentolata (con cioccolato: aftereight). Bordate di cocco. In generale però domina un senso di costruito, di gelato al gusto di qualcosa.

P: ancora un senso pannoso, cremoso, a richiamare i gelati: malaga, amarena, cocco. Molto dolce e carico, compatto con i legni in sherry che danno omogeneità al blend. Legno verde. Gelato Liuk. Abbiamo già detto gelato? Semplice, giovane, ma certamente molto ricco e molto carico.

F: rimane un cocco lungo lungo (per i latinisti tradurremo cocco diu), misto a panna.

Merita un assaggio, anche se è un Irish sicuramente sui generis. Poco sussurrato, anzi bello arrogante e un ottimo surrogato del gelato, se avete finito la Viennetta in freezer: 81/100. Sicuramente Serge non era di buon umore quando l’ha bevuto e lo stronca con grande entusiasmo.

Sottofondo musicale consigliato: Iggy Pop – Repo Man.

Dunville’s Three Crowns ‘Peated’ (2018, OB, 43,5%)

IMG_0018Come sempre Jim Murray – l’unico co-autore di una Bibbia insieme a un Altro che al whisky preferisce roveti ardenti e diluvi universali – ama stupire. Il suo 94.5/100 al “terzo whisky torbato d’Irlanda” ha fatto discutere. E noi che del franco confronto abbiamo fatto una religione siamo curiosi di capire se questo blended di single malt e single grain che ha subito un “marriage finish” in barili torbati sia davvero così entusiasmante. Prima però due coordinate: siamo in Ulster, terra che come insegna George Best con gli alcolici ha dimestichezza. Dunville’s è un marchio storico, “lo spirito di Belfast”. Per un secolo fu distillato nella capitale dell’Irlanda del Nord alle Royal Irish Distilleries. Poi, negli anni Trenta, la crisi e la chiusura. Triste storia. Finché ottant’anni dopo, nel 2015 la Echlinville Distillery non decise di riportare Dunville’s in vita con un core range che include un single malt 10 yo in PX e il blended Three Crowns. Happy ending, vediamo se è altrettanto felice il dram.

 

N: la prima nota è chiaramente di Barbour: tela cerata, nitida nitida, e non è perché siamo a due passi dal mare e a un tiro di schioppo dall’Isola di Man. Ha proprio note di gomma (boule dell’acqua calda), poi sentori di erbe aromatiche (origano e timo, potremmo spingerci a dire addirittura sedano). C’è poi una dolcezza di cedro, di agrumi semplici, di limone zuccherato, di canditi. Completa il quadretto una suggestione floreale di deodorante d’ambienti. Curioso, anche se tutto risulta un po’ artificiale, in realtà.

P: il corpo è un po’ esile, ma tutto sommato saporito, con una torba leggera ma molto catramosa e cenerosa. Che sotto sotto fa balenare qualcosa di più grasso, come della scamorza affumicata. Come al naso, non manca una dolcezza da grain, stavolta molto meno agrumata e tutta incentrata su miele (caramella al miele) e mela verde.

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F: breve tutto sommato, ricorda una mela verde caduta in un posacenere che di cenere ne ha poca. Dolcino e appena appena torbato.

Non ha particolari difetti, non si può dire che sia sgradevole né sbagliato. E considerando che il peated finish is the new black, lo stile è anche molto moderno e alla moda. Però tutto risulta ovattato e poco intenso e la mancanza di naturalezza è forse il suo limite più evidente. Apprezziamo la piacevolezza, ma nonostante la Bibbia ci smentisca, non gridiamo al capolavoro. Un piacevole everyday dram, questo sì. 80/100. Grazie a Beppe per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: The Irish Rovers – Boys of Belfast 

West Cork 12 yo ‘Rum Cask’ (2019, OB, 46%)

West Cork Distillers, tra le millemila nuove realtà produttive del whiskey d’Irlanda, ha il merito di essere stata aperta ben prima che si intravedesse il boom in atto ora, avendo iniziato a riempire alambicchi nel 2003, anche se all’inizio non si dedicavano al nostro caro succo di malto. Vogliamo essere onesti: cercando informazioni online, sembra che abbiano iniziato a produrre whiskey dopo il 2007 (Compagnia dei Caraibi, che lo importa per l’Italia, dichiara 2008), e dunque non possiamo essere sicuri che questo 12 anni (finito in barili ex-Rum per meno di 4 mesi) sia frutto della loro produzione o – se la matematica non ci inganna – sia invece un sourced whiskey. Quella di West Cork pare gente seria, ma visto tutto il fumo negli occhi che normalmente viene gettato dai nuovi produttori irlandesi, ci permettiamo di mantenere un dubbio. Sapete chi non mente, invece, mai? Il bicchiere.

N: immaginate un mobile Ikea dolcissimo… Le note che arrivano pian piano sono di vaniglia, di zucchero a velo, di gelato industriale alla banana: molto semplici, molto nette. Poi, un senso di legno, di polish per legno, trementina, con note viniliche. Alla fine, l’orgoglio irlandese emerge con sentori di olio d’oliva, vegetali, erba fresca. Dopo un po’ troviamo anche note di mango disidratato.

P: più seducente del naso, comunque coerente ma deprivato di quella nota di polish che là era un po’ respingente. Vaniglia, vaniglia, budino alla vaniglia, poi vaniglia. Zucchero a velo, ancora banana. Un pasticcino alla crema con banana? Insomma, siamo lì coi descrittori.

F: non lunghissimo, ancora molto cremoso e vaniglioso, con qualche puntina amaricante dal legno.

Buono, per carità, ma in tutta franchezza molto semplice. Dominato da note dolcissime e zuccherine, vanigliose e bananose, appare in fin dei conti monodimensionale, anche se tutto sommato dignitoso e potabile. Non sappiamo dire se ne berremmo un secondo bicchiere. 80/100. Grazie a Davide per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Nicola Piovani – Il Marchese del Grillo.

Heaven Hill 8 yo (2009/2017, Valinch & Mallet, 48,8%)

Dopo il single malt americano assaggiato ieri, ci è venuta voglia di issare la bandiera sudista sul retro dell’Harley e partire per un viaggio on the road, manco fossimo Peter Fonda e Dennis Hopper in Easy Rider. Purtroppo il viaggio sarà solo immaginario, ma ci condurrà comunque attraverso vari stati dell’Unione per arrivare, finalmente, a Heaven Hill: per merito di Davide e Fabio di Valinch & Mallet, un single cask della storica distilleria del Kentucky si è intrufolato nel mercato italiano ormai un paio d’anni fa. Con il proverbiale tempismo che ci contraddistingue, lo recensiamo oggi, a bordo dei nostri chopper immaginari.

Heaven_Hill_8_descrN: molto piacevole e seducente, non sembra neppure un bourbon a tratti – non che sia un difetto sapere di bourbon se sei un bourbon, eh, ma insomma, ci siamo intesi. Ha una nota di erbe aromatiche molto spiccata, potrebbe essere maggiorana?, e poi resta molto floreale. Kirsch. Molto burroso: proprio burro fresco, ma anche (udite udite) burro di karitè. Vabbè, vaniglia.

P: ok, qui torna a essere un bourbon, anche se di certo molto personale: c’è una coltre di violetta che tutto copre, e che onestamente non ci aspettavamo, oltre poi a sentori di prugnola, albicocche acerbe, delle prugne gialle non troppo dolci. Legno e spezie del legno si fanno sentire.

F: lungo e persistente, molto legnoso e violettoso, ancora prugne gialle. Spezie dal legno sul finale, con zenzero e fiori misti.

La violetta ha un disturbo istrionico della personalità, e tende a prendersi la scena con la stessa sobrietà di Achille Lauro a Sanremo. Stupisce davvero questa componente floreale, qui molto presente (e che spesso abbiamo riscontrato anche nei Michter’s, ad esempio), che finisce per regalare nel bicchiere un bourbon che sa poco di bourbon, tutto sommato… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steppenwolf – The Pusher.

Balcones ‘1’ Texas Single Malt spirit (2018, OB, 53%)

Piccolo preambolo storico. Quando i coloni britannici sbarcarono in America, ebbero varie sorprese. Fra le peggiori, il fatto che l’orzo tanto amato e ingrediente principale dell’uisge beatha non crescesse granché bene. I nostri non si persero d’animo e iniziarono a distillare qualsiasi altra cosa, soprattutto mais e segale, la base degli American whiskey. E tutti bevvero sbronzi e contenti. Questa introduzione spiega bene perché il single malt americano, come saggiamente si fa notare in questo interessante articolo, sia un nanerottolo che lotta per il suo spazio vitale fra due giganti, ovvero il bourbon e lo Scotch. A dire la verità sarebbero tre, dato che il Rye whiskey sta mettendo su muscoli come un giovane calciatore pompato ad anabolizzanti. Ad ogni modo, nel piccolo manipolo di distillatori di orzo che prova a calcare le orme di successo delle craft breweries, si è ritagliata una buona nomea la distilleria Balcones, con sede a Waco, cittadina texana finora famosa solo per essere stata teatro del massacro della setta dei davidiani, nel 1993.
Creata in un’officina meccanica nel 2008, Balcones ha debuttato con il “Baby blue”, primo whiskey texano dai tempi del Proibizionismo prodotto da “Blue corn”, una varietà locale di granoturco. Noi però qui si va ad assaggiare il Single malt, prodotto con solo orzo maltato distillato in un Pot still Forsyth e lasciato in balia delle temperature texane. Il metodo è particolare: è una combinazione di small batches invecchiati in botti di varia capacità e poi assemblati in un “big barrel”. Il suddetto prodottino che in giro per il mondo ha racimolato una settantina di medaglie che sarebbe noiosetto elencare. Un’unica postilla: il nostro sample dal calendario dell’Avvento di “Drinks by the dram” e reca la scritta “1 – Texas single malt spirit”, non “whiskey”. Verosimilmente, il periodo di maturazione è stato molto breve, di sicuro inferiore ai due anni.

N: molto interessante e – come prevedibile – molto concentrato. Si apre immediatamente su un fortissimo sentore di boero, di cioccolatino al rum… Legno di ciliegio, come la madia che aveva in casa Giacomo da bambino. Tantissimo cioccolato al latte, caramello e parecchia vaniglia (stecchetta). Banana cotta, agrumi maturi e bitter. Un sentore di incenso? Una spezia quasi balsamica? Tutto è possibile, in questo curioso mondo. L’acqua irruffianisce il naso, spingendo su una vaniglia tostata.

P: ahia, qui si picchia forte, non siamo mica nella California dei figli dei fiori. Al di là dell’impatto alcolico, che è devastante, ci sono molte note amare, che dipendono – diremmo – da un eccesso di aggressività del legno: caffè, tabacco di sigaretta, frutta secca tostata, ancora un bitter, chiodi di garofano… E poi riecco arancia dolce, pesca sciroppata, vaniglia, caramello e cioccolato. L’acqua qui non sposta troppo, arrotonda leggermente ma spinge anche, slegate, le note erbacee e legnose.

F: coerente col palato, ma depurato dall’astringenza del legno: vaniglioso e cioccolatoso, con qualche sentore di pepe e pandoro. Crema di marroni.

Senza dubbio un’esperienza intensa e coinvolgente. Come accennato, non è dato sapere i tempi di invecchiamento, ma come spesso succede con i whisky maturati in zone ad alta escursione termica, tutto appare accelerato. Sul sito di Masterofmalt le opinioni oscillano tra “phenomenal” e “undrinkable acetone”. Noi, immobili come solo un governicchio democristiano potrebbe fare, stiamo nel mezzo e ci fermiamo a 81/100, per un whiskey senza dubbio impegnativo, dallo stile molto robusto e quasi sgarbato ma senza difetti tecnici.

Recommended soundtrack: Johnny Cash – Ghost riders in the sky, che solo a sentirla vien voglia di alzare il voto a 90/100… Magie della suggestione musicale!

Jameson Caskmates ‘Ipa Edition’ (2019, OB, 40%)

Jameson, lo sapete molto bene, è il whiskey irlandese più venduto al mondo: con una simpatica formula, il sito di Whisky Exchange lo presenta come “un blend irlandese incredibilmente popolare, con una certa affinità per la ginger ale”. Ma Jameson, che – lo ricordiamo ai distratti – viene prodotto da Midleton, è molto di più di questo, e di recente ha provato ad aggredire il mercato con Caskmates, una serie di edizioni speciali, caratterizzate da invecchiamenti in barili ‘inusuali’, ex-birra. Questo è appunto il caso: finish in barili che prima avevano contenuto birra Ipa. Vediamo…

N: davvero strano, qualcosa di mai sentito prima. Grande freschezza e spiccata acidità, tanto che ricorda più la birra Ipa che il whiskey. Tanto luppolo, erba fresca (proprio una cima di marijuana), pompelmo. Esibisce una dolcezza da caramella gommosa alla frutta (deliriamo con un “Fruit Joy alla mela verde”).

P: l’orsetto gommoso verde della Haribo arriva a gamba tesa e si impone con tanto zucchero. Anche torroncini al limone ricoperti di cioccolato bianco. È un bene o un male? Decidete voi. Limone e una nota amaricante da luppolo.

F: continua la nota leggermente amara e birrosa, contrappesata da cioccolato bianco. Fresco, quasi erbaceo, non molto lungo.

A sorpresa dobbiamo ammettere una certa piacevolezza nella bevuta. Le premesse non erano le migliori, ma il ricalcare così meticolosamente una birra Ipa, unito a una facilità di beva imbarazzante a 40 gradi, rendono questo Jameson uno scherzetto gradevole, un passatempo senza pretese che però strappa sorrisi: 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Modena City Ramblers – The Great Song of Indifference.