Puni ‘Gold’ (2018, OB, 43%)

Una delle release più attese di Puni, l’unica distilleria di whisky italiana: il primo 5 anni interamente maturato in barili ex-bourbon. Si tratta anche in questo caso di una miscela di cereali (dunque non single malt) che comprende grano e orzo maltato dalla Germania e segale locale, altoatesina. Per una scheda della distilleria rimandiamo al nostro reportage di un paio d’anni fa, indiscutibilmente il miglior pezzo di giornalismo mai scritto sul whisky italiano – siamo ancora in attesa del Pulitzer, confidiamo che arriverà. Siccome Puni è sempre molto attenta ai dettagli di design, ci piace segnalare la scatola della bottiglia, che nel cartone replica la struttura della bellissima architettura esterna della distilleria.

N: l’apporto del barile è molto chiaro e convincente: abbiamo note di vaniglia, di crema pasticciera, di zucchero a velo. Non disdegna anche un inserto di frutta più marcato, con un poco di banana matura, profumata e aromatica. A tratti vien fuori il sentore del distillato che svela l’età sempre giovane, con note di canditi e di pera. Non complesso ma decisamente piacevole, delicato come nello stile di Puni.

P: l’impatto conferma la delicatezza, che qui forse è fin troppo… delicata. Molto beverino ma anche un po’ deboluccio di corpo. I sentori del naso si confermano qui al palato, anche se in una versione attenuata: e dunque, ancora, un po’ zucchero a velo e di pera, qualche punta di pepe bianco (come peraltro riportato dalle note ufficiali) e una qualche innegabile speziatura. Un sentore nitido di pane.

F: non lungo, non troppo persistente, resta ancora un senso astratto di zucchero a velo e qualche nota erbacea, dal distillato, e ancora di pane.

Senza dubbio l’anima gentile di Puni è in bella evidenza in questo Gold, e in particolare il naso è foriero di non poche soddisfazioni: il palato curiosamente è molto leggero, un poco debole di corpo, ma sostanzialmente coerente con il naso. Se da un lato non possiamo che applaudire a un imbottigliamento ‘per tutti’, che dovrà diventare membro stabile del core range e al ricalibramento dei prezzi (erano sempre stati un po’ alti, secondo noi, ora questa bottiglia viene a casa con circa 50€), dall’altro non sappiamo nascondere una certa delusione proprio per l’eccessiva timidezza di questo whisky: abbiate coraggio, amici di Puni, alzate la gradazione e spingete un po’ di più sull’intensità! Resta un dram più che dignitoso, intendiamoci, solo pare sempre avere il freno a mano tirato: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Forest Swords – Crow.

Abomination ‘The Sayers of the Law’ (2017, Lost Spirits, 54%)

Oggi assaggiamo un whisky che rappresenta un caso nel mondo dei distillati, avendo scatenato aspre contese tra fautori della tradizione e arditi sostenitori delle tecniche di produzione pionieristiche. L’Abomination è prodotto a Los Angeles dalla Lost Spirits Distillery, una sorta di surrele parco divertimenti che cela una distilleria di whisky e rum perfettamente funzionante. Tra le tante stramberie, quella sicuramente più scandalosa è l’assenza di botti per l’invecchiamento, compito che viene invece assolto (o quantomeno replicato) grazie a un “reattore” inventato e brevettato (e ora anche venduto ad altre distillerie) dallo scienziato Bryan Davis. Per farla breve si sottopone dapprima il new make a un’infusione con pezzetti di doghe, per poi bombardare il liquido con la luce di lampade alogene ad alta intensità (???), che hanno il compito di armonizzare il super brodo di distillato e legno. E voilà!, nel giro di qualche giorno abbiamo un whisky tranquillamente scambiabile con uno scotch di 10-15 anni, ma che in realtà in etichetta è dichiarato solo come ‘malto’ per commercializzarlo anche in aree che impongono i 3 anni minimi di maturazione. Nello specifico l’Abomination ha come base un whisky di Islay di 18 mesi con torbatura elevata (45-55 ppm), che viene poi attenzionato dal solerte reattore. Il colore è mostruoso.

lost-spirits-abomination-embed-1N: la gradazione resta tutto sommato in disparte, e pare molto aperto e aromatico. Intenso ovviamente, e tanto ‘scuro’, pastoso. Fa un po’ impressione che, a elencarli, i descrittori sono relativamente ‘normali’: zucchero bruciato, frutta rossonera molto intensa (marmellata di frutti di bosco industriale, in quantità industriale; ma anche quella che rimane bruciacchiata ai bordi della crostata); tanto tamarindo; un sacco di arancia rossa dolce molto carica, molto scura. Poi, dopo questo muro, eccone un altro, fatto di torba: salsa bbq, bacon, fumo acre di torba, aggressivo – c’è perfino un che di ‘salato’, forse non proprio mare ma sale in grani. Strano.

P: strano anche qui, ed estremo di certo. Parte con una botta dolce, tutta di un legno ipercarico, e ti aggredisce con sentori solo apparentemente dolci: marmellata di more e lampone, zucchero di canna, ma poi soprattutto salsa barbecue ancora, bacon, grasso di maiale, tanto sale… E subito dopo, però, allappa molto e poi quasi svanisce, curiosamente, e svanisce proprio la struttura del whisky, se ci intendete: a livello di sentori, resta ancora un fumo acre, intenso e salino, con una puntina balsamica.

F: sembra di masticare del sale, e restano il diesel e la carbonella; al contempo, proprio qui riaffiora decisamente la gioventù, il sapore canditoso e lievitoso del new-make, salino e torbato, di una bella distilleria della costa meridionale di Islay.

Per una volta ci sentiamo di citare integralmente, in inglese, le parole di Angus su whiskyfun.com, perché davvero non sapremmo dire meglio la sensazione che si prova: “I feel these products only serve to highlight the importance of proper maturation. Remember, maturation is not only extractive and additive. It is also, and most importantly for longer aged whiskies, interactive. Technology may well replicated the addition of wood sugars, lignins, compounds and the like in a matter of days. But it cannot currently be a substitute for the slow enmeshment of distillate character and cask properties with the enigmatic nourishment of the dawdling – sometimes decades long – oxidative process with the air in the cask“. Intendiamoci, non è sgradevole, non è una bevuta orrenda: ci è capitato di bere tanto peggio; e però è impressionante come quel poster di sentori legnosi appiccicato sul muro del distillato si stacchi e scompaia a metà del palato, lasciando vedere tutti i buchi che ci sono nel muro. Ora, affrontiamo i nostri demoni numerici: il voto. Dobbiamo essere onesti: non lo compreremmo, ha degli evidenti difetti, ma se l’avessimo bevuto alla cieca probabilmente non l’avremmo stroncato, pur riconoscendone i limiti – non vogliamo cadere nella trappola del giudizio morale, e dunque incidiamo nella pietra un sincero 80/100. Costa attorno ai 60 euro.

ps: grazie per l’assaggio a Claudio Riva, che alla Lost Spirtis Distillery ha avuto il coraggio di andarci per davvero, per poi definirla “l’esperienza più follemente simile al tour di Willi Wonka che si possa fare nel nostro mondo reale”. Qui il suo resoconto dettagliato della visita.

Sottofondo musicale consigliato: Grotesque Disfigurement – Human abomination.

‘One and Only’ Buckwheat (2017, Catskill, 42,5%)

Come categorizzare questa recensione? Tecnicamente non è un whisky, dato che il grano saraceno, sempre tecnicamente parlando, non è un cereale: e il whisky – o whiskey che dir si voglia – per esser tale abbisogna di gran copia di cereale, pure i bambinetti lo sanno. La miscela è 80% buckwheat, 20% grano, e il tizio che se l’è inventato dev’essere un gran simpaticone, innanzitutto perché il suo nome di battesimo è Monte – il cognome non è Bianco, purtroppo, né Di Venere, ma Sachs. Studiando veterinaria, negli anni ’80 il buon Monte si trovò a trascorrere un periodo di ricerca (vale a dire: di sbronze e sesso occasionale) in Italia, a Pisa, e lì scoprì le gioie della distillazione grazie alla passione per la grappa e alla lezione del signor Bernardini. Dopo essere rientrato in America, Monte si dedica anima e corpo alla cura delle patologie equine, ma non per questo dimentica la distillazione: nel 2008 abbandona il cavallo e apre la Catskill Farm Distillery, lasciando un vuoto mai colmato nella comunità di purosangue locali. Assaggiamo, va’, che è meglio, ricordando che matura per due anni in barili di quercia americana.

N: molto particolare, molto americano, molto curioso. Andando con ordine, partiamo dal lato più zuccherino: abbiamo melassa e zucchero in ogni forma (liquido, glassato), poi caramello; un po’ di banana matura schiacciata. C’è poi un qualcosa che ricorda un Rye, ma più delicato: dunque un accenno di sedano, qualcosa di profondamente verduroso (il bianco delle coste). Mais. Poi un che di erbaceo e di profondamente mentolato.

P: se dovessimo racchiuderlo in una sola immagine, diremmo: tè nero al limone e menta. Il palato è molto intenso e ricco, con un corpo ben sostenuto; ha il grande pregio, rispetto ad un classico bourbon, di non essere troppo dolce, anzi, appare complessivamente ‘secco’ e con una bella acidità agrumata, quasi da scotch – e al contempo ha pure quel sentore da cereale verde e zuccherino, vivo, un po’ buttato lì, tipico dei distillati d’oltreoceano. Pare molto speziato, per lo più diremmo chiodi di garofano.

F: lungo, persistente, piuttosto burroso.

Bevendolo, ci è venuta voglia di un bel cocktail: secondo noi, con questo Buckwheat ci fai un Old Fashioned da paura. Ora, detto ciò e stabilito che non si tratta certo di un mostro di complessità, ci pare per lo meno una bella variazione sul tema del ‘classico’ whiskey americano: in sostanza, è speziato e particolare, con un profilo assolutamente unico. Ripetiamo, in qualche modo è come se fosse un Rye alleggerito. 85/100.

Kavalan Tasting

Kavalan, l’oggetto nascosto del desiderio. In realtà la distilleria della fu Isola di Formosa, oggi Taiwan, non è che si nasconda tanto da quando è stata fondata nel 2006. Infatti la produzione annua ammonta a 9 mln di litri (pare che a Taiwan si beva come dei

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disperati) e 900 mila persone la visitano ogni anno; quindi più di tutte quelle che varcano le soglie delle distillerie di tutta la Scozia. Ecco come e dove va il mondo. Di fronte a tali stravolgimenti della Storia, ci sembrava brutto non rinfrescare la nostra opinione su Kavalan, che oramai fa incetta di premi nelle competizioni internazionali, e abbiamo approfittato della splendida opportunità offertaci da WhiskyClub Italia e dall’importatore Velier, che hanno organizzato di concerto un tasting nell’elegantissima cornice del Baxter Bar, letteralmente a due passi dal Duomo, quello della Madunina tuta dora e piscinina, sì proprio lui. Erano presenti anche due ambasciatrici della distilleria, con la simpaticissima Emma Lin oramai veterana dei whisky festival italiani.

Kavalan Single Malt (2018, Nas, OB, 40%)

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L’entry level senza età dichiarata della distilleria è composto da 8 tipi differenti di botti, sia sherry che bourbon e sia first che second fill. Al naso parte subito senza troppe timidezze su note di banana, zucchero bruciato, frutta secca dolce tipo mandorle. In bocca ha tanta vaniglia e ancora un qualcosa di tropicale. Il finale è brevino, con una leggera sensazione di caramelle al rabarbaro e all’orzo. È semplice ma non piatto. Spensierato, gradevole, anche se non può dirsi un mostro di profondità. Sicuramente l’angel share di 10-12 punti percentuali all’anno aiuta accelera e dona personalità a un whisky che a mala pena toccherà i 5 anni. 83/100

Kavalan ex bourbon oak (2018, Nas, OB, 46%)

Si tratta di un whisky senza età dichiarata, diluito a 46%, che è

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stato invecchiato esclusivamente in botti ex bourbon (mavvà!) di primo riempimento provenienti da Buffalo Trace Bourbon e Heaven Hill Distillery. Al naso a sorpresa è fine e con una certa eleganza. Si impone poi una gran bella nota di uva americana e fragoline. In bocca ha un bel corpo, è cremoso (vaniglia e panna cotta) e tropicale. Arriva anche un leggero pepe bianco. In generale è bello fruttato e ricorda un po’ certi Arran.
Alla lunga forse un po’ troppo bourbonoso e alla cieca si potrebbe anche cadere in inganno, ma è sicuramente un dram che merita un assaggio (anche due o tre): 84/100, la nostra affilata sentenza.

Kavalan Solist Vinho Barrique (2012/2016, OB, 56,3%)

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Veniamo ai pezzi forti, ovvero sia i single cask della serie Solist. La botte W1207227039A ha avuto l’impareggiabile onore di essere riempita con whisky Kavalan dopo aver contenuto un vino non meglio specificato di un non meglio specifico Paese tra Francia, Usa (California), Sud Africa. Quattro anni di invecchiamento possono bastare a Taiwan e poi- voilà!- ecco pronte 238 bottiglie a grado pieno. Ci viene detto che le botti sono ampiamente recharred e (sarà la suggestione) il whisky al naso si presenta effettivamente compatto, scuro, profondo, con note “tostate” davvero poderose. L’alcol si sente pochissimo e invece si sentono mille cesti di ciliegie tutti assieme. Tanto pepe nero e liquirizia. in bocca è secco, vinoso, speziatissimo. Si iscrive nella categoria whisky estremi e ovviamente la materia prima va un po’ a farsi benedire. Ma c’è a chi piace: noi, che già avevamo apprezzato un Solist in sherry, lo premiamo per la particolarità dell’esperienza: 87/100. Ah, diciamo che non viene via proprio con due noccioline, considerando che costa circa 230 euro.

Kavalan Solist Sherry 70° anniversario Velier (2010/2016, OB, 58,6%)

Questo single cask, di cui esistono 518 bottiglie e che costava circa 180 euro, fa parte degli imbottigliamenti celebrativi dei 70 anni di attività di Velier, lo

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storico importatore genovese. Forse anche per lo stile davvero particolare (ebbene sì, è ancora più estremo del Vinho di qui sopra!) questo barile ha prevalso tra quelli proposti dalla distilleria per festeggiare la ricorrenza. Allora, non è carico, depppiù!!! Ha chiari sentori balsamici e frutta nera. Aceto di more, ci pare una sintesi felice. Ancora una spremuta di ciliegie, a cui in bocca si aggiungono cacao amaro e caffè, oltre a una strana sensazione vegetale (tipo sedano), che molto probabilmente è data dal tannino. In effetti è molto astringente, tende all’amaro nel momento stesso in cui ancora rimbomba violentissima la frutta nera. Pazzesco nelle sue intemperanze. These violent delights have violent ends: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vita di Pi – Piscine Molitor Patel (eh sì, il regista Ang Lee è taiwanese)

Ghibinet 8 yo (2016, Gluglu 2000, 51,7%)

Mauro Leoni, animatore dello storico club Gluglu 2000, una ne fa e cento ne pensa. Ad esempio è già da qualche mese che la Single Malt Whisky Society è tornata in italia, manco a dirlo grazie al suo impegno; quasi due anni fa, invece, vedeva la luce quello che lo stesso Glen Maur definì “il primo single malt italiano”: distillato a partire da orzo maltato inglese e tedesco nella distilleria bormiese Peloni (la stessa che produce il Braulio, per interderci), il Ghibinet ha trascorso otto anni in una botte che aveva contenuto in precedenza Caol Ila. E poi, e poi… eccolo sbucare come se nulla fosse da un banchetto del Milano Whisky Festival, quasi a voler richiamare la genesi del nome che porta: Ghibinet, la notte dei doni, dal tedesco “gaben nacht”. In Alta Valtellina, nelle vigilie di Natale, Capodanno ed Epifania, i bambini passano nottetempo casa per casa chiedendo doni, secondo un’antica usanza. E noi ci siamo sentiti tanto dei pargoli a ricevere inaspettatamente un campione omaggio di questa strana creatura…
Ne esistono 180 bottiglie da 70 cl e 200 da 20 cl, se vi venisse voglia di un assaggio.

Ghibinet_2008_V1aN: molto aromatico: spiccano sulle prime note profondamente erbacee, con rabarbaro, eucalipto, erbe di montagna… ci ricorda le caramelle svizzere tanto celebri di questi tempi. Il legno, impregnato di fumo di Caol Ila, ha effettivamente ceduto molto del carattere del distillato originale al nipotino italico: note di posacenere, per la verità più robuste del consueto stile di Caol Ila, e un’accennata marinità (salamoia, olive nere). Per il resto, oltre ad una leggera vaniglia, troviamo non tanto una dolcezza fruttata, ma nitidi sentori di cereale zuccherino (porridge).

P: l’impatto è massiccio, anche se a tratti l’alcol pare emergere fin troppo, restando un po’ slegato. Il distillato si sente molto, anche se non nell’accezione di molti new make scozzesi, che pur se erbacei riportano alla mente canditi e lieviti; piuttosto si sente nitido il sapore del cereale dolcino, molto secco. Ancora iper-erbaceo, con infinite note di eucalipto, infusi di erbe… Glen Maur parla di un velo di vaniglia, poi pare proprio di addentare un chicco di grano. Per il resto, domina la scena il fumo, ancora molto intenso, forte e ‘sigarettoso’, con note marine (ancora sale e salamoia). 

F: erba fresca e fumo, lungo, lunghissimo e persistente; ricorda decisamente certi mezcal, erbacei e fumosissimi.

Per certi versi il Ghininet sa essere più scozzese di uno scozzese, super secco e nitido. Ci è sembrato di bere un malternative, a dir la verità, a metà tra un mezcal, un whisky isolano e una grappa nostrana secchissima. Esperimento approvato, ma per dargli solidità bisognerebbe continuare a distillare, sperimentare. Noi attendiamo fiduciosi e incoraggiamo con un 78/100.

Sottofondo editoriale consigliato: non potevamo non rilanciare un’intervista a Telemonteve Livigno di Mauro Leoni, che tra tante cose spiega da dove viene il nome del club Gluglu, che richiama il “rumore tipico di una Samsonite rigida con dieci bottiglie di whisky all’interno”. Beh, capolavoro!

Connemara ‘peated original’ (2017, OB, 40%)

Tra gli addetti ai lavori e non è oramai opinione diffusa che il whiskey irlandese, a lungo bistrattato durante il Secolo Breve, si appresti a prendersi una saporitissima rivincita nei confronti del whisky scozzese. Sono molte le aperture recenti di nuove distillerie e ancora di più sono i nuovi marchi, che si alimentano tramite l’acquisto di botti dalle distillerie storiche. Tra queste, anche se non proprio dalla storia secolare, figura Cooley, fondata nel 1987 e autrice dietro le quinte di ottimi singoli barili, acquistati e imbottigliati da realtà indipendenti più o meno famose. Cooley, che nel 2012 è stata acquistata da jim Beam, ha inoltre da tempo creato una linea di whiskey torbati, a partire dal qui presente Nas ‘original’. Questo malto è nato per sparigliare alcuni dei clichè più consolidati dell’industria del whiskey irlandese: è infatti torbato e distillato non tre, ma due volte. Ci sono tutte le premesse per una sapida recensione.

connemara-peated-single-maltN: schietto e semplice: impasto del pane, tanto limone; biscotti ai cereali (quelli al malto e miele, ad essere precisi); e poi la torba, che si sente bene, intensa anche se delicata, con un po’ di liquirizia e lontano legno bruciato. Un’indistinta aura floreale, soooo irish!

P: corpo debole, molto etereo. Piacevole, più dolce e fruttato del naso: ha note di carambola perfino, poi di mela gialla. Vaniglia. Ancora cereali. Ancora torba, non brutale ma presente. Sa di zucchero bianco, di sciroppo di zucchero.

F: slegati alcol (l’effetto è quello di un profumo vecchio) e una torba a metà tra il plasticoso e il legno bruciato. Dolcezza astratta, forse la parte meno convincente.

La nostra valutazione si ferma un po’ a sorpresa (e già immaginiamo i lettori sbigottiti) a 78/100. Al naso tutto sembra far pensare a un whisky senza pretese ma piacevole, irlandesemente easy. Tuttavia al palato e al finale si perde tra un corpo insufficiente e qualche smagliatura alcolica di troppo. D’altra parte è pur sempre vero che questo insolito irlandese torbato varcherà la soglia di casa vostra se sarete disposti a spendere circa 35 euro, il che lo rende comunque un prodottino dal buon rapporto qualità/prezzo, coi tempi che corrono.

Sottofondo musicale consigliato: The Cranberries – Linger

Booker’s Kentucky Straight Bourbon (2015, OB, 62,7% )

Il Booker’s Kentucky Straight Bourbon è la versione ‘premium’, se ci permettete l’orrenda formula, del bourbon di Jim Beam: il distillery manager Booker Noe, che vedete ritratto qui a destra in tutta la sua americanità, nel 1992 ha deciso di mettere in commercio una versione di Jim Beam a grado pieno, in lotti diversi, versione che fino a quel momento era solo privata, per pochi amici e dipendenti. Gode di un’ottima fama tra appassionati, banconieri, alcolisti anonimi e ladri di bestiame, e dunque ci pare il caso di dargli una chance. Abbiamo tra le mani il batch #2015-02, maturato sei anni e un mese, imbottigliato a grado pieno.

N: la gradazione impatta in due sensi: da un lato pare relativamente ‘chiuso’, trattenuto e inaccessibile, dall’altro quel che arriva ha una compattezza e una profondità davvero notevoli. Proviamo a farci strada: a primo impatto c’è una nota chimico-alcolica, vagamente vinilica, di Crystal Ball; poi ecco la frutta secca, soprattutto noce di Pecan; vaniglia, panna cotta e caramello; un che di liquore all’arancia; poi ecco il lato vegetale, tra il lieve balsamico (eucalipto) e il vegetale. Con un bel po’ d’acqua, diventa molto più affrontabile e aperto, e complessivamente guadagna di brutto: l’alcol si dirada e aumentano le note di legno profumato, di tabacco da pipa, speziato. Ancora tanta arancia.

P: come sopra, la gradazione è insensatamente urticante – d’altra parte, pur nella nostra umile e limitata esperienza di bourbon, ci pare che proprio la gradazione aiuti questo bourbon a uscire dalle secche dei cliché: abbiamo sì vaniglia, noce di Pecan e banana, però il cuore inespugnabile pare essere un continuo riverbero di una resina collosa di caramello e arancia – e, andando per suggestioni, il termine resina arriva forse non a caso, perché preso da un altro capo si conficcano fittissimi in gola aghi di pino, balsamici che manco nei boschi dell’Oregon. L’acqua anche in questo caso aiuta non poco al pieno dispiegamento: aumenta l’evidenza del rye, con note di segale e sedano; si fa ancora più burroso (proprio note di burro fresco).

F: davvero lunghissimo, tutto su un burro impressionante, la noce di Pecan, ancora code speziate e resinose.

Veramente soddisfacente, offre tutto quello che uno si aspetta da un bourbon pieno, compatto, con tanta personalità da vendere. Dolce e resinoso, balsamico e speziato, vanigliato e burroso: perfetto. Come scritto, mostra vantaggi e svantaggi di una gradazione così alta e di una concentrazione di aromi e sapori così densa, e per questo chiudiamo la recensione con una domanda: possiamo considerare questo Booker’s come l’Abunad’h del bourbon? Forse sì, e sedotti da questa affinità elettiva spariamo un 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Don’t tread on me.

Cooley 13 yo (2003/2017, The Exclusive Malts for The Whisky Barrel, 52,7%)

Cooley è una delle distillerie ‘storiche’ d’Irlanda, anche se la sua storia è appena trentennale: fondata nel 1987 sulle ceneri di un impianto per la distillazione delle patate, negli anni ha messo sul mercato whisky con stili differenti a diversi marchi, come è usuale nel mondo degli Irish, tra cui Kilbeggan (anche se ora questa è una distilleria a sé stante), Connemara, Tyrconnell… Chi volesse approfondire i fatti irlandesi d’acquavite, orientatevi qui e qui per un’eccellente introduzione. Negli ultimi tempi circolano tanti single cask di Cooley, e soprattutto quelli intorno ai vent’anni godono di una fama altissima: noi abbiamo messo le mani su un Cooley di 13 anni in sherry, single malt e distillato in pot still – quindi, se vogliamo, un irlandese poco irlandese… Selezionato da Exclusive Malts (Creative Whisky Company) per il negozio The Whisky Barrel, è un barile ex-sherry imbottigliato a grado pieno. Aperto allo scorso Freak Show, finalmente lo beviamo.

cooley-13-year-old-2003-exclusive-malts-10th-anniversaryN: molto aperto ed aromatico, pare una varietà di sherry cask particolarmente ‘morbida’ e zuccherina – uno sherry più arancione che rosso, se intendete le nostre suggestioni cromatiche. La frutta rossa infatti è in disparte; molto evidente è invece una nota di caramella dura alla fragola (perfino i Chupa-chups panna e fragola), e in generale c’è una nota astratta di “caramella” molto evidente. In primo piano abbiamo anche la brioche al miele, la confettura d’albicocca, e perfino la mela rossa glassata, quella che si mangia sugli stecchi… e che scopriamo chiamarsi ‘mela stregata’. C’è poi un lato di ciambellone, di pandoro, di vaniglia, piuttosto smaccato; infine, una nota di legno nuovo conferisce una certa freschezza al tutto.

P: si confermano le impressioni del naso, con in più una nota floreale molto ‘irlandese’, ricorda fiori edibili, tipo la violetta (anche la violetta glassata). Resta sempre molto zuccherino, tutto su note di miele (miele da solo, ma anche biscotti al miele e all’orzo), brioche ripiena di confettura d’albicocca, zucchero a velo; si aggiungono note agrumate, aranciate, che ci ricordano proprio il calore dell’arancia candita del panettone. Tanta mela gialla. La frutta rossa è sempre più un ricordo…

F: …almeno fino al retrolfattivo, in cui torna una fragola ‘industriale’, da caramella alla fragola – e poi il solito miele, la solita brioscia, la solita mela.

Come era prevedibile guardando alla ‘ricetta’, è un Irish molto scozzese, assaggiandolo blind non sappiamo se avremmo identificato il paese d’origine. Il barile è molto attivo, ma a giudicare dalla degustazione doveva trattarsi di quercia americana sherry-seasoned  (sappiamo che è la norma, lo diciamo perché qui è particolarmente evidente) – il risultato è un whisky molto zuccherino, intenso, con note di caramelle davvero in primo piano. Decisamente molto, molto piacevole; congratulazioni agli amici di The Whisky Barrel per la selezione: 86/100 e avanti così.

Sottofondo musicale consigliato: The Pogues – Sunny Side of the Street.

Cleveland Underground ‘Black Cherry Wood’ (2016, OB, 47%)

Tom Lix, fondatore della Cleveland Whiskey, ha un’idea fissa: scandalizzare tutti i produttori di whisky sul pianeta proponendo un metodo di invecchiamento a dir poco estremo. Come sembrano dimostrare le immagini shoccanti del video che alleghiamo qui sotto, alla Cleveland invecchiano il loro new make spirit in tank d’acciaio assieme a trucioli di botte, il tutto centrifugato per la bellezza di 24 ore. E poi, e poi, il nostro whisky come per magia è pronto! Il buon Tom, che ama definire la Cleveland “a technology company in the whiskey space”, se ne sbatte alla grande dei soloni pronti ad alzare il sopracciglione e sfida tutti ad assaggiare i suoi prodotti alla cieca, perché “è il sapore che conta, non il modo in cui lo faccio!”. L’espressione che beviamo oggi è invecchiata con legno di ciliegio e si può reperire in Italia grazie allo spirito pionieristico dell’importatore Lost Drams.

35b5a43e84N: aperto e aromatico, ha note tipiche di un bourbon con qualche twist che non ci dispiace. E dunque partiamo dalla noce di Pecan, dal toffee, dallo zucchero filato: in generale non si pensi però a un profilo così melenso, dato che risulta mitigato da una nota speziata di chiodi di garofano e da un’insolita nota di ciliegia fresca e zuccherina (chissà se il legno di ciliegio sa di ciliegia…). Spicca anche una nota di sedano, che mostra un’alta quota di rye whiskey presente.

P: ripete l’inusuale (dis)equilibrio del naso, sfoderando sia una timida noce di Pecan e la dolcezza da bourbon (se pure sfrondato della cremosità estrema da vaniglia) che quella nota di segale, cioè di sedano; e perdura anche quel senso di legnosità, quasi allappante, per cui hai la sensazione come di addentare un tronco. Spicca però seriamente una ciliegia succosissima!, forse proprio succo, o amarene… Notevolissimo.

F: buccia d’arancia macerata al fondo di un cocktail (di un Old Fashioned, per essere inutilmente precisi), poi ciliegia, infinita.

Un prodotto particolare, non ha quella rotondità sfacciata tipica dei bourbon, compensata però da note di ciliegia veramente succosissima. Un bourbon poco bourbonoso, poco burroso, relativamente secco… ma succoso, succoso, succoso. La sua relativa secchezza e la sua persistenza lo rendono forse un’ottimabase per dei cocktail classici (qualcuno ha detto Old Fashioned?), se proprio proprio ti stufa la bevuta in purezza. Particolarissimo: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Garbage – Cherry Lips

Degustazione “Botte da Orbi” @La Corte dei Miracoli (8.11.2017)

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L’8 novembre 2017 sarà una data da ricordare, perché segna il giorno esatto in cui abbiamo scoperto un nuovo covo di whiskofili a Milano. A due passi dai Navigli, precisamente nella sede dell’associazione culturale La Corte dei Miracoli, il duo di appassionati di whisky composto da Corrado De Rosa e Alessandro Vigorelli Porro, ha infatti da poco iniziato a cimentarsi in serate a tema: beh, degustazioni di whisky, per l’appunto. L’approccio è molto conviviale, a partire dal proposito subito esplicitato di puntare al pareggio di bilancio e arricchire unicamente la bottigliera del locale con le bottiglie (eventualmente) sopravvissute alla serata. Noi abbiamo trovato uno zoccolo duro di amici e frequentatori dell’associazione che si affacciavano curiosi al mondo del distillato di malto. Insomma, un contesto informale dove tutti stavano sullo stesso piano, impegnati a snocciolare suggestioni a tutto spiano sui malti in assaggio, nel frattempo prodigandosi a demolire la credibilità dei prodi relatori, a loro volta all’unisono protesi all’autodemolizione alcolica della propria integrità fisica e morale. “Beh, capolavoro!”, direbbe qualcuno – e così diciamo noi.IMG-20171108-WA0032
Ma si diceva dell’8 novembre: la degustazione Botte da orbi era a tema wood finish, ovvero imbottigliamenti con maturazioni piene o parziali avvenute in botti “anomale” rispetto alla consueta dicotomia ex-bourbon / ex-sherry cask. Di tre whisky su quattro abbiamo steso le nostre note di degustazione in formato ridotto, per venire incontro una volta tanto ai fautori del “piccolo è bello”. Che – diciamocelo – in tempi di sistema-Paese, di globalizzazione e di maxi fusioni tra conglomerate cinesi, non se la passano tanto bene. Eh?

arran cask sauternes finish 2017Arran The Sauternes Cask Finish (2017, OB, 50%): 50 gradi e non sentirli. Dà subito una sensazione di cremosità (torta al limone). Marshmallow e miele. Poi si appalesa la frutta (albicocca, banana) ma anche un poco di legno tostato. In bocca si sente maggiormente l’alcol e purtroppo cresce anche un senso di gioventù, a base di legna fresca. Ancora frutta gialla, banana e vaniglia. Nel finale, ancora legno tostato. Pure troppo, diciamo. Questo Arran ti dà delle gioie nella fasi iniziali e poi via via va smarrendosi, ma si rimane su un dignitoso 82/100.

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Balvenie 14 yo ‘Old Caribbean Cask’ (2015, OB, 43%). E via di mela grattugiata farinosa e molto matura, con un profilo certo dolce ma non eccessivo. Legno di sandalo, mandorle e burro cacao. Ma resiste anche quella bel sentore di malto caldo di Balvenie. In bocca è a suo modo raffinato, con note di pesche, mele e miele. Frutta secca. In generale è tanto dolce, ma si ferma un attimo prima del troppo che stroppia: 84/100.

Teeling-Stout-Cask-Small-BatchTeeling Stout Cask Finish (2017, OB, 46%). Ebbene sì, trattasi di finish in botti che hanno contenuto birra prodotta dal birrificio “200 Fathoms Imperial Stout”. Non vorremmo dare l’idea di essere essere prevenuti, ma è a tratti imbarazzante: olio d’oliva, con note erbacee di foglia d’insalata e molto distillato nudo sugli scudi. Sciacquatura di piatti (alla pera). Caffè. La birra si sente, purtroppo: 74/100.

Il quarto whisky era un Port Charlotte 8 anni ufficiale, anni completamente trascorsi in una botte ex cognac. Ci è sembrato da subito molto interessante e che per questo meritasse un assaggio più meditato; così ce lo siamo portati a casa e prossimamente saremo ben lieti di tornarci. Intanto corre voce che la prossima serata alla Corte dei miracoli sarà dominata dai whisky indiani… Stay tuned!

Sottofondo musicale consigliato: Queen – The Miracle