World Whisky

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Canada

Mc Guinness Old Canada 8 yo (anni ’70, OB, 40%) – 79/100

Germania

Slyrs 3 yo (2010, OB, 43%) – 76/100

Francia

Armorik ‘Classic’ (2017, OB, 46%) – 85/100

India

Amrut Fusion (2009, OB, 50%) – 83/100

Amrut ‘single cask for la Maison Du Whisky’ (2009/2013, OB, 60%) – 84/100

Irlanda

Connemara Turf Mor (2010, OB, 58,2%) – 85/100

Limerick ‘Slaney Malt’ 23 yo (1991/2015, Adelphi, 59%) – 91/100

Knappogue Castle 1995 (2007, OB, 40%) – 80/100

The Whistler ‘Blue note’ 7 yo (2017, OB, 46%) – 84/100

A Quiet Man 12 yo (2017, OB, 46%) – 80/100

Mad March Hare Recipe N. 27 (OB, 40%) – 60/100

Myanmar

Grand Royal ‘Special Reserve’ (2014, OB, Myanmar, 43%) – 50/100

Svezia

Mackmyra ‘Vintertradgard’ (2014, OB, 51,1%) – 87/100

Svizzera

Santis Malt (OB, 40%) – 78/100

Taiwan

Kavalan Solist ‘sherry cask’ (2013, OB, 58,7%) – 87/100

Kavalan ‘King Car Conductor’ (OB, NAS, 46%) – 83/100

Kavalan ‘Concertmaster’ Port cask finish (NAS, OB, 40%) – 65/100

Usa

McCarthy’s Oregon 3 yo (2013, OB, 42,5%) – 85/100

Balcones Brimstone (2013, OB, batch BRM1113, 53%) – 87/100

Michter’s Us *1 Small Batch Bourbon (OB, 45,7%) – 84/100

Wild Turkey (anni ’90, OB, 43,4%) – 78/100

Sunny Brook 4 yo (OB, 43%) – 87/100

Puni Sole batch 01 (2017, OB, 46%)

Dopo aver assaggiato i due Nero, edizioni speciali di Puni introdotte nel 2016, oggi mettiamo alla prova Sole, la ‘special release’ del 2017 (dispiace se la chiamiamo così?) – si tratta di una maturazione più tradizionale rispetto a quella in Pinot nero, ed è la prima volta che entrano dei barili ex-sherry in un imbottigliamento ufficiale della distilleria italiana, a quel che ci risulta. Due anni in bourbon e altri due in Pedro Ximenez, Sole è tributo al sole (ah!) che fa appassire le uve e al metodo solera usato nella maturazione dello sherry – fughe foniche, giochi linguistici e metafore ardite, eh.

N: davvero tutto molto esuberante anche se a suo modo delicato. Dimostra una bella maturità per l’età che ha. Anzitutto pare che venga accidentalmente versato un bel barattolo di miele nel naso, poi tante pesche, albicocche, vaniglia e crema pasticcera. Come da tasting notes ufficiali della distilleria, troviamo un bel lato agrumato a base di scorza d’arancia. Piacione, piacente,piace.

P: anche in bocca una sensazione di miele liquido lega tutto il palato. Fresco e agrumato (biscotto all’arancia) con in più generose note di mele e pesche. Invero, molto semplice e diretto, ma senza veri difetti e anzi con qualche evidente pregio. Tipo quella sensazione dì pasticcino pastafrolla e crema… mmm!

F: di media durata. Richiami alla botte con frutta secca: noce e mandorla.

La qualità è indubbiamente alta: rispetto ad altri imbottigliamenti è più ‘normale’ come profilo, con il cereale meno evidente, meno nudo se confrontato al Nova – meno speziato del Nero, certo più ‘centrato’, a nostro gusto, rispetto all’Alba, con cui condivide un concept virato su una sobria dolcezza. Non bisogna aspettare una complessità travolgente, ma se cercate un buon whisky dolce, pieno e diretto, questo Sole fa per voi. Bravi ragazzi, e grazie a Julia per il sample! 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mink DeVille – Spanish Stroll.

Armorik ‘Classic’ (2017, OB, 46%)

Il whisky ormai è una questione globale, si sa: in particolare, il whisky francese gode già di un discreto credito nel mondo degli appassionati, se pensiamo che Jean Donnay, fondatore di Glann An Mor (Kornog whisky), ha perfino accarezzato l’idea di aprire una nuova distilleria su Islay, venendo fermato solo da una controversia legale con i Laing – ma questa è un’altra storia. Sempre in Bretagna, dagli anni ’80 c’è anche la distilleria Warenghem che produce distillato d’orzo maltato, nomandolo Armorik: il proprietario Gilles Leizour ha di recente ottenuto che il whisky bretone abbia la denominazione di origine protetta, ed è sempre stato un tradizionalista. I metodi di produzione sono quelli scozzesi in tutto e per tutto, con in più qualche passaggio che strizza l’occhio al tipico orgoglio francese: e dunque orzo e grano locali, barili di quercia bretone… Oggi assaggiamo proprio una delle due versioni-base, ‘Classic’: non ha età dichiarata ma è assemblaggio di barili ‘vecchi’ di sherry Oloroso “per il lato fruttato e la complessità” e di più giovani ex-bourbon “per la dolcezza e la freschezza” (citiamo il sito ufficiale). Non colorato, non filtrato a freddo, insomma, ci siamo. Forza, vediamo come si comporta.

N: c’è una sorpresa nel bicchiere. Si mostra velato da una peculiare mineralità, quasi costiera (Bretagna is calling?). Dominano prugne e pere cotte, albicocche pure mentre il lato agrumato è abbondantemente presidiato da una bella scorza d’arancia. Il cereale diventa star, sulla cresta dell’onda con una faccia da biscotto Digestive. Tuttavia, anche se per parte di bourbon probabilmente lo è, non sembra giovane, la miscela sembra dare l’impressione di un prodotto maturo.

P: ha una buona intensita e poca alcolicità, ma soprattutto del naso ripropone sensazioni leggermente costiere, forse sapide, persino torbate. C’è anche un ricordo tostato. Sicuramente si percepisce una leggera nota di cera, che dà profondità a un whisky dai toni allegramente fruttati e zuccherini (albicocca disidratata, chips di miele). Biscotto ai cereali e cioccolato. Goloso (e anche leggermente speziato)!

F: di media durata ma rimane una patina incantevole, tra il medicinale, la cera, il minerale. Legno e vaniglia.

Eravamo partiti prevenuti come non mai, anche solo per competizione coi cuginastri francesi, ma qui bisogna riconoscere la qualità e soprattutto la particolarità di un whisky che ha poco da invidiare ai parenti scozzesi di questa fascia. Questo lato minerale e fortemente costiero ci ha stupito, così come intensità e complessità generali: possiamo dunque perdonare le etichette in stile ‘album power metal tedesco del 1998’ e assegnare un convinto 85/100. Ringraziamo Maurizio, da poco importatore italiano del marchio, per il campione.

Sottofondo musicale consigliato: Hammerfall – Child of the Damned.

Puni Nero (2016, OB, 43%) vs Puni Nero (2017, OB, 46%)

Continuiamo il nostro viaggio all’interno dei confini di Puni, la distilleria altoatesina più amata dagli appassionati dell’acquavite di cereali – e te credo, dice, è pure l’unica a far whisky in Italia! Siccome poi ci piace autocelebrarci, vi rimandiamo a questo nostro reportage sulla distilleria pubblicato da Rivista Studio. Questa volta affrontiamo Puni ‘Nero’,  edizione limitata in due versioni, 2016 e 2017: trattasi di whisky maturato per tre anni (o quattro, per quel che riguarda il 2017) in barili di Pinot Nero locale. Siccome li assaggiamo uno al fianco dell’altro, incorporiamo il confronto tra le due espressioni in un’unica recensione. Ha senso, non ha senso? Secondo noi sì, quindi procediamo.

l’edizione 2016

N: pare che anche nelle distillerie sappiano associare i loro whisky a dei descrittori, sorprendente, vero? Così ci sentiamo di approvare appieno le tasting notes ufficiali allorché descrivono entrambi i batch di questo Nero come dominati da buccia d’arancia e prugne secche. Davvero l’agrume è molto pronunciato, con note al limite del sulphury con la buccia di un’arancia troppo matura. Sono due nasi “scuri” e molto carichi in effetti, ma scavando più in profondità, e volendo a tutti i costi trovare minime differenze, il 2016 sembra essere più ‘fresco’ e succoso, con più frutta rossa (e nera: quanto mirtillo) e un che di vaniglioso, mentre il 2017 ci sembra più liquoroso e speziato, e chissà che la gradazione alta non influisca nelle percezioni… Per entrambi, comunque, l’apporto vinoso è piuttosto marcato ma mai eccessivo, anzi.

P: al palato le differenze, fortunatamente, sono più evidenti: il 2016 è molto equilibrato, dolce ma non ruffiano, facilmente si potrebbe confondere con un giovane whisky scozzese costruito su barili ex-sherry: c’è frutta rossa (mirtilli, more, uvetta), c’è cioccolato, c’è del cereale ‘grezzo’ ma accattivante; poi arancia rossa. Il 2017, per contro, è meno fresco, più affilato, con un legno che non sempre pare accordarsi al distillato, e coi tre gradi in più che sparano un po’. Aumentano decisamente le spezie (al limite del panforte), aumenta certo una dolcezza vanigliosa ma soprattutto c’è un senso di slegato complessivo e di bustina di tè dimenticata nell’acqua calda (overinfused).

F: tornano più simili qui, entrambi su mirtilli e legno caldo, e vaniglia, anche se il secondo ha un ‘fuoco’ alcolico più aggressivo, al limite del peperoncino.

Noi non abbiamo dubbi nel confronto: il batch del 2016 ci sembra migliore, più complesso e più riuscito, soprattutto grazie ad un palato sensibilmente diverso. 84/100 al 2016, mentre al 2017 assegneremmo 79/100. Il secondo non si giova della gradazione più alta, e anzi appare sensibilmente più alcolico – e paradossalmente sembra anche più ‘giovane’, più grezzo, se vogliamo. Forse un anno di troppo nel barile? Non sapremmo; quel che sappiamo per certo è che dallo shop online il primo batch è esaurito… Un commento conclusivo: la prossima settimana assaggeremo altre due espressioni di Puni, e ci teniamo a notare come tra tentativi ed esperimenti la qualità media resti sempre molto alta: ci aspettiamo grandi cose da voi nel futuro! Grazie alla bellissima Julia e all’intero staff di Puni per la costante gentilezza (e – naturalmente – per i campioni!).

Sottofondo musicale consigliato: Portugal, The Man – Feel it still.

The Whistler ‘Blue note’ 7 yo (2017, OB, 46%)

Abbiamo già parlato in passato della rinascita dei whiskey irlandesi, e del fenomeno dei sourced whiskey imbottigliati ‘a marchio’ in attesa che le neonate distillerie abbiano prodotti commerciabili. Gioiamo di questa rinascita, perché per troppo tempo gli irlandesi sono rimasti relegati a ‘fratelli sfigati’ degli scozzesi – questo è un single malt distillato a Cooley, maturato per sette anni in botti ex-bourbon, con un finish in ex-sherry Oloroso. La distilleria in questione si chiamerà Boann, e noi nell’attesa assaggiamo quel che hanno da offrire adesso; ringraziamo Marco, amico che abita a Limerick, per averci inviato questo e qualche altro campione irlandese…

N: le tasting notes ufficiali recitano “rich & smooth”, e in effetti il naso pare riccamente accogliente… È tutto gravido di aromi fruttati, e il primo impatto ci ricorda il finish in sherry: quindi note di uvetta, di Malaga, di frutta rossa, di caramello… Poi un lato fruttato molto intenso, tra le pesche sciroppate, le albicocche fresche, le mele e le pere: un cesto di frutta matura e fresca, molto bello, e un succo d’arancia dolce. Poi ci sono note cremose (crema pasticciera) e di pasticcini.

P: bel corpo, come al naso si fa apprezzare per l’intensità, qui ovviamente dei sapori. Piuttosto coerente, squaderna note pesantemente fruttate (oltre alla frutta fresca di cui sopra, aggiungeremmo mele e prugne cotte); meno agrumato, forse, ha però note di dolcetti molto interessanti, tra l’amaretto, una crostata alle ciliegie… Non certo un mostro di complessità, ma fa quel che deve.

F: lungo e persistente, balla la frutta rossa (ciliegia e fragola) su un tappetino di toffee.

Lode alla trasparenza: sono sette anni dichiarati, non nascosti dal nome bizzarro (che c’è, comunque)… Un irish onesto, e se vogliamo ‘poco irish’, dato che è tutto orzo maltato e ha pure un passaggio in sherry: comunque valido prodotto che conferma – per ora e almeno – che a Cooley sanno lavorare. 84/100. Pare che ce ne sia anche una versione a grado pieno.

Sottofondo musicale consigliato: Demons and Wizards – Fiddler on the Green.

The Monkey Whisky Tasting, vol. 2 (11.3.17)

Che l’interesse nei confronti del whisky sia in costante crescita è testimoniato dal proliferare di iniziative, proposte dall’alto e soprattutto dal basso, tese a diffondere il Verbo del Malto e della sua sbevazzata consapevole (ma fino a un certo punto, ché qua vogliamo divertirci). Tra i fenomeni recenti ci piace segnalare il Monkey Whisky Club, gruppo segreto e semi-carbonaro che da inizio anno, grazie alla verve e alla passione di Andrea, sta organizzando serate di degustazione molto belle, all’insegna della scimmia sulla spalla e dell’edonismo. Lo scorso 11 marzo abbiamo partecipato al secondo appuntamento, e oggi veniamo a dar conto di quanto s’è bevuto. Oltre ai cinque whisky che vi trovate quasi recensiti qui sotto, abbiamo assaggiato anche un Caol Ila 25 anni di Silver Seal e quell’ottimo Longrow in Barolo… Mica male, no?

Santis Malt (OB, 40%), l’oggetto del mistero proveniente dalle Highland svizzere (?) e invecchiato in botti di birra, alla fine si è rivelato essere un discreto dram, dolcione e molto vanigliato, con un onesto sapore di whisky. Delle botti di birra non c’era traccia e forse è molto meglio così: 78/100.

Timorous Beastie (2016, OB, 46,8%): Douglas Laing ci ha preso gusto e continua nella creazione di Nas dal concept molto catchy. Questa bestiolina è stata costruita utilizzando solo single malt delle Highlands, tra cui quelli provenienti da Dalmore, Glen Garioch e Glengoyne. In realtà, pur avendo appena citato tre distillerie famose per un uso massiccio di barili ex sherry, il Timourous è un whisky molto bourbonoso, con vaniglia e spiccati sentori di erica. Affascinano le note minerali e un leggero velo di torba su un profilo di sincera gioventù: 82/100.

Glenrothes 24 yo (1989/2013, Cadenhead’s Small Batch, 56,9%): l’imbottigliatore più antico di Scozia ha selezionato un paio di barili ex-bourbon di Glenrothes e li ha assemblati per questo potentissimo Small Batch – un whisky dal corpo monstre, con un’intensità fruttata devastante tutta giocata su pesche sciroppate, albicocche, ananas… Notevole anche il lato cremoso e vanigliato, tutto esaltato da una gradazione alta ma inavvertita. Forse il migliore della serata: 88/100.

Buichladdich The Organic Ed. 2.10 ‘Mid Coul’ (2012, OB, 46%): la fantasia di questa distilleria arriva perfino a concepire imbottigliamenti ‘single field’, con orzo proveniente da una singola azienda agricola. Al di là della spericolata operazione di marketing tutta tesa all’esaltazione del terroir, questo Laddie è fondamentalmente onesto, molto maltoso e un poco burroso, anche se abbastanza naked. Un filo di torba. Semplice ma gradevole: 84/100.

Nikka Black (2016, OB, 43%): si spazia dalla Svizzera alla Scozia, senza disdegnare una trasferta intercontinentale per assaggiare uno degli imbottigliamenti del core range di Nikka. Il Black è un vatted delle distillerie Yoichi e Miyagikyo che si presenta con un corpo e bello beverino. Ci piace il suo carattere ruffiano, con tanta frutta matura (pesche e mele rosse). L’apporto della torba è evidente e soprattutto sul finale esplodono le spezie (noce moscata): 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugenio Finardi – Scimmia.

A Quiet Man 12 yo (2017, OB, 46%)

Vincitore del premio come miglior whisky di Scozia all’ultimo Spirit of Scotland è stato… un irlandese, paradosso logico che non abbiamo idea di come possa essere stato accolto da Pino, ma tant’è. L’irlandese in questione è A Quiet Man, marchio di sourced whisky: vale a dire che la distilleria non c’è ancora, la stanno costruendo a Derry, nell’Irlanda del Nord, ma nel frattempo la proprietà ne approfitta per comprare botti da distillerie attive (e non è che siano poi così tante lassù, si sa) e imbottigliarle con il proprio marchio. Prassi curiosa ma molto tipica per il whiskey irlandese: noi oggi assaggiamo il 12 anni, appena imbottigliato a 46%, e interamente invecchiato in botti ex-bourbon a primo riempimento.

N: vogliamo parlare di doppia anima? Sì, vogliamo. Una è senz’altro quella della botte ex-bourbon, e quindi parliamo di vaniglia, zucchero filato, torta paradiso – apporto molto carico e massiccio, ma non a tal punto da coprire la seconda anima, abbastanza particolare e forse inattesa. C’è infatti un senso di minerale, vagamente ‘terroso’, ed anche un qualcosa di erbaceo e ‘botanico’, tipo chinino, acqua tonica secca, cardamomo.

P: leggero e beverino, non nasconde una lieve alcolicità. Ripropone in maniera non pacchiana, ma certo totalizzante, quegli influssi da bourbon del naso: ancora torta appena sfornata (torta di mele e pere?), ancora vaniglia, ancora zucchero filato. Un miele particolarmente floreale?, violette glassate?, a dimostrare un lato leggermente floreale e rarefatto.

F: mediolungo e gradevole, su mele e pere e una banana inattesa (toh, ecco la frutta) e poi un astratto senso di dolcezza maltata.

80/100, molto semplice: buonino e beverino ma nulla di più. Necessitate d’altre parole?

Sottofondo musicale consigliato: Sean Rowe – Downwind.

Michter’s Us *1 Small Batch Bourbon (OB, 45,7%)

Ci dicono che Michter’s stia facendo sfracelli oltreoceano, guadagnandosi un posto in tutte le bottigliere dei cocktail bar ammerigàni. La sua storia, tra l’altro, è pazzesca: pare sia la distilleria più antica degli States (1753), ma oltre ad aver cambiato nome e proprietà un bel po’ di volte, da una trentina di anni si è addirittura inventata un cambio di Stato, chiudendo dopo un fallimento la sede originaria in Pennsylvania e cominciando una nuova vita nella patria del bourbon, il Kentucky. In un periodo di enorme fortuna per questo distillato, che ha praticamente triplicato la produzione negli ultimi 15 anni e ha visto l’esplosione del fenomeno delle microdistillerie, Michter’s si è imposta da qualche anno potendo contare sull’inflessibilità e sul rigore del Distillery Manager Willie Pratt, una vita in Brown Forman (quelli di Jack Daniel’s), che tra l’altro è andato in pensione non più di un mese fa. Il suo soprannome è Mister No, grazie all’usanza di voler approvare personalmente ogni small batch di questo bourbon, composto da non più di 14 barili per volta, e grazie alla non meno nobile abitudine di lasciare spesso e volentieri i barili a invecchiare fino a otto anni; pur sempre una rarità per la prassi del bourbon whiskey.

michter_s-us1-bourbon-whiskey-1_2N: deciso e molto pieno, invade il naso. C’è un incredibile quantità di toffee, burroso e zuccherino. Una nota di solvente, che è respingente e suadente allo stesso tempo, tipo Crystal Ball. Ovviamente pacchi di vaniglia, ma non è così semplice, perché si aggiungono suggestioni di legno di sandalo e frutta gialla (albicocca). Noce di Pecan e un accenno di carruba. Banana. Ah ovviamente il mais è bello presente.

P: davvero poco alcolico, ma comunque avvolgente. L’impressione è quella di uno scontro tra una grande dolcezza (toffee, vaniglia, miele, banana, pesche gialle: alla lunga sembra più fruttato delle attese, perfino con un cenno tropicale forse) e qualcosa di più sottile e levigato. C’è infatti una spiccata nota legnosa (al limite dell’astringente, piuttosto amara quasi) e speziata, di frutta secca e di scorza di arancia essicata, che riporta il tutto in equilibrio.

F: di media durata. Rimane un senso di mais dolce, pucciato nel miele. Ancora arancia amara. Ancora pesche e frutta matura.

Sui bourbon, voi lo sapete, noi ci muoviamo con qualche cautela: banalmente, è un prodotto che conosciamo meno rispetto allo scotch, e non amiamo sputare sentenze – e però questo è il nostro diario, le nostre valutazioni non sono valori assoluti ma sono l’indice di quanta soddisfazione proviamo in un assaggio. Dunque, si prendano le nostre impressioni con le pinze: ci pare molto ben bilanciato tra il lato dolce, succosissimo, e quello speziato. Noi diamo 84/100, ma da strenui relativisti quali siamo diamo conto di altri giudizi meno lusinghieri.

Sottofondo musicale consigliato: Corrosion of conformity – Vote with a bullet.

Mad March Hare Recipe N. 27 (OB, 40%)

Oggi assaggiamo un distillato irlandese che, tecnicamente parlando, non è proprio whisky e nemmeno un whiskey. Oggi siamo così curiosi che ci beviamo un Poitin. Whaaaat?! Il Poitin è una bevanda tradizionale irlandese, ottenuta distillando con pot still un fermentato che può contenere in parti variabili cereali, grano, siero di latte, barbabietola da zucchero, melassa e patate. Paura, eh? In realtà questo Mad March Hare- la lepre marzolina di Alice nel Paese delle meraviglie- è prodotto a partire unicamente da orzo maltato, quindi si configura più come un classico new make spirit piuttosto che come una pozione ancestrale in grado di farci chiudere per sempre il blog.

mad-march-hare-bottle-shotN: l’alcol non si sente. Accantonate qualsiasi riferimento olfattivo appreso durante le vostre degustazioni e cercate di non lasciarvi spaventare da questo bizzarra bevanda. Praticamente odora quasi solo di funghi secchi lasciati a bagno nell’acqua. Avete presente l’odore penetrante di quell’acquetta torbida? Proprio quella. Solo in un secondo momento, emerge un certo senso di cereale macerato, umido e sdraiato sul malting floor.

P: alcol zero. Di una piattezza sconfortante, mentre a livello di descrittori si sente sicuramente di più il chicco d’orzo e un po’ meno quel senso di sporco che ricorda i funghi secchi. Comunque è qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altro new make che abbiamo assaggiato, è molto meno dolce e più cerealoso. Per interderci, non troviamo certo i canditi ma piuttosto quel sapore di amido della pasta.

F: quale finale? In realtà è un ottimo pulisci bocca.

Probabilmente nella sua brutalità è un prodotto a suo modo raffinato, e a riprova di ciò bisogna ammettere che nasconde molto bene la componente alcolica. Par di capire che se miscelato potrebbe offrire degli spunti interessanti, e in effetti persino nel sito ufficiale c’è una sezione dedicata a consigli per mixologist. Noi in questo campo non azzardiamo previsioni, dal momento che i cocktail di tanto in tanto ci limitiamo a tracannarli. Sta di fatto che bevuto liscio è un’esperienza solo curiosa e nulla più: 60/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tame Impala – Half Full Glass Of Wine 

 

Knappogue Castle 1995 (2007, OB, 40%)

Ah, Irlanda Irlanda… Prati verdi, gruppi paramilitari, tassazione molto bassa per le imprese, folletti, ruderi, quadrifogli, incapacità di giocare a calcio nonostante Trapattoni e una spiccata propensione alla procreazione incontrollata. Fosse solo per questo, di Irlanda su whiskyfacile non ci occuperemmo, ma – attenzione! – l’Irlanda è la terra con la più lunga tradizione attestata di distillazione di cereali. Oggi mettiamo alla prova un Knappogue Castle (la distilleria è Bushmill’s) del 1995, imbottigliato nel 2007 a soli 40%.

knappogue-castle-1995-1N: sulle prime l’alcol è un po’ troppo in mostra, ed è un vero peccato perché per il resto esibisce quel parterre di ingenue lepidezze che la terra dei folletti spesso regala: erba falciata, mandorle, pera, folate di frutta tropicale. Molto profumato (bergamotto) e un senso di dolcezza carica (vaniglia).

P: fortunatamente meno alcolico e quindi di assoluta gradevolezza. Paga certo un corpicino esile esile, di masticabilità nulla, ma ripropone, in assoluta coerenza col naso, le stesse suggestioni di erba e fiori freschi, la stessa frutta, delicata e zuccherina allo stesso tempo. E quindi, soprattutto una bella mousse di pere, golosa, ancora mischiata alla pasta di mandorle e alla vaniglia. Cioccolato al latte.

F: pasta di mandorle, dolce ma abbastanza pulito. Erba.

80/100, bello e buono per carità, ma in fin dei conti debole debole di corpo, e tutto sommato semplice. Se lo trovate, magari a prezzo ragionevole, bevetelo perché è molto piacevole, anche se magari non avrà la forza di farvi correggere la vostra percezione dei whiskey irlandesi…

Sottofondo musicale consigliato: The Rumjacks – An Irish Pub Song.