Gotland Whisky – alla scoperta di una giovane distilleria svedese

[Ospitiamo oggi un reportage dell’amico Giovanni Zagni, stimato giornalista e filologo romanzo, che ci ha inviato questo reportage alla scoperta del whisky svedese di Gotland. Lo ringraziamo da una parte, ma dall’altra gli rivolgiamo tutto il nostro biasimo perché insomma, belle le parole ma anche del whisky non ci sarebbe dispiaciuto…]

schermata-2016-10-21-alle-16-41-57Ai primi di settembre, mi trovavo con un amico in viaggio sull’isola svedese di Gotland e, grazie a un colpo di fortuna, mi sono imbattuto in una nuova distilleria. Visto che qualche mese fa insieme a un Facile – Jacopo – ho avuto l’occasione di parlare del primo whisky italiano, approfitto dell’ospitalità dei Facili e scrivo qualche riga su un nuovo progetto, che dovrebbe sbarcare sul mercato solo tra un paio d’anni.

La scena, prima di tutto. Tre ore di traghetto a sud di Stoccolma, al centro del Baltico, Gotland è una meta turistica molto quotata nell’estate svedese – che ai primi di settembre, bisogna aggiungere, si è già conclusa da almeno due settimane – e i circa sessantamila abitanti mantengono una propria fiera identità. Il capoluogo, Visby, ha una cinta muraria medievale ottimamente conservata, e il museo locale testimonia il glorioso passato della cittadina come di una delle città più vive della Lega Anseatica, nonché l’episodio più sanguinoso della sua storia. Nel 1361, una forza di spedizione del re danese Valdemar IV invase l’isola e sterminò gli abitanti delle campagne sotto le mura di Visby. I caduti della battaglia furono sepolti in fretta in fosse comuni che, ritrovate ai primi del Novecento, sono una testimonianza unica per gli storici.

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Il luogo è ameno, indubbiamente (foto di Giovanni Zagni)

La battaglia di Visby era il motivo per cui stavamo visitando l’isola, ma speriamo di scriverne presto altrove. Percorrendo in auto una delle strade principali che attraversano l’isola, diretti verso uno dei campi di battaglia dell’invasione danese, abbiamo notato un vecchio edificio dall’aspetto semiabbandonato poco fuori dal paesino di Roma, su cui campeggiava la scritta Gotland Whisky. Incuriosito, abbiamo fatto qualche ricerca sulla via del ritorno e ho trovato un sito in svedese, da cui si intuiva che qualcuno fosse al lavoro per produrre il primo whisky dell’isola. Un paio di giorni dopo, grazie ai recapiti disponibili sul sito, abbiamo potuto visitare la struttura. Si tratta in effetti di una fabbrica dismessa, uno zuccherificio. La barbabietola da zucchero era uno dei prodotti agricoli più diffusi a Gotland, con circa 1.100 coltivatori nel periodo d’oro. La fabbrica, cominciata a costruire nel 1893, è stata chiusa nel 1997, quando era proprietà della società danese Danisco.

Per diversi anni l’edificio è rimasto inutilizzato, fino a quando, nel 2008, due imprenditori di Visby hanno avuto l’idea di sfruttare alcuni spazi per una piccola distilleria, la prima dell’isola. L’obbiettivo è produrre il primo single malt di Gotland, che soprannominano “Gotch”. La principale fonte di finanziamento è la vendita dei due milioni di azioni che compongono la società: chi ha creduto maggiormente nel progetto e ha comprato più di duemila azioni ha registrato il suo nome in una lastra metallica, all’ultimo piano della struttura che dovrebbe diventare uno spazio per le degustazioni.

Per gli amanti del potstill-porn, ecco gli alambicchi (foto di Giovanni Zagni)

Per gli amanti del potstill-porn, ecco gli alambicchi (foto di Giovanni Zagni)

Il nostro cortesissimo ospite era un energico signore sulla settantina, Marek Jönsson, che per molti anni ha lavorato come field manager dello zuccherificio. La storia della distilleria è appena agli inizi, infatti, ma è una sorta di continuazione in minore della vecchia fabbrica. Il distiller attuale, Peter Andersson, lavorava nello zuccherificio come operaio addetto alle riparazioni. La produzione è cominciata il 12 maggio 2012. La caratteristica distintiva del whisky di Gotland, almeno nelle intenzioni della società, è l’uso di un’acqua particolarmente dura, dato che scorre per le rocce calcaree dell’isola. Per questo sulle prime etichette è ben visibile la scritta Isle of Lime. L’impresa è stata avviata con l’aiuto di Henry Cockburn, consulente proveniente dalla scozzese Bowmore [lo stesso consulente che ha lavorato con Puni, NdWF], come scozzesi sono i due alambicchi, della celebre Forsyth. Per l’invecchiamento sono state usate inizialmente solo botti ex bourbon importate dal Kentucky, ma da circa un anno vengono utilizzate anche botti ex sherry.

progetto di bottiglia, sobria

la bottiglia, sobria

La decisione è stata di puntare subito alla produzione di un single malt nonché, per ovvie ragioni logistiche, su materie prime e macchinari locali: l’orzo viene tutto dall’isola di Gotland, la maltazione è una piccola fattoria una cinquantina di chilometri a sud della fabbrica, la macinatrice dell’orzo è un vecchio macchinario proveniente da un vicino mulino. Per l’affumicatura si utilizza torba che arriva dalla terraferma svedese. In ottobre gli azionisti riceveranno il primo batch, mentre il secondo dovrebbe arrivare loro entro Natale. I progetti sono di sbarcare sul mercato nel 2017-2018, inizialmente solo in Svezia.

E insomma, com’è questo whisky? Abbiamo potuto assaggiare – oltre a un newmake a 72 gradi – un first batch imbottigliato nell’aprile 2012 e proveniente da undici diverse botti. Vorremmo avere il naso e il palato dei Facili, ma purtroppo siamo degli assoluti dilettanti: l’unica cosa che ci sentiamo di notare, perché ci ha colpito, è che nel tre anni i lieviti si sentono abbastanza. Abbiamo insistito per avere un campione da sottoporre agli assai più esperti Facili, ma non è stato possibile. Vi lasciamo quindi con queste poche informazioni e la curiosità di sapere se il Gotch riuscirà a farsi un nome anche fuori dall’isola.

L’alchimia del whisky, il viaggio – un resoconto (pt. 2)

Dopo la sbrodolata di martedì, oggi la seconda parte. Occhio perché questa è proprio noiosa.

Un bilancio

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Springbank, malting floor

Innanzitutto, un’ovvietà: andare in Scozia, visitare le distillerie, parlare con le persone che il whisky lo fanno è un’esperienza impareggiabile. Non importa quanto tu ne sappia, quanto tu abbia studiato o bevuto: qualsiasi sia il tuo livello di partenza ne uscirai arricchito. Un’altra ovvietà: quando si visitano realtà artigianali come Springbank e Kilchoman l’arricchimento è ancora maggiore, perché vedi tutto il processo di produzione, vedi il malto che inizia a germinare, lo annusi, lo assaggi, ti riempi le narici di profumi e odori che senti solo quando sei in distilleria o in warehouse e che nessun tasting companion, per quanto ben fatto, potrà replicare. E poi, le persone: spesso ci dimentichiamo quanto conti la componente umana, e anche da questo punto di vista sentire la passione, la partecipazione dei tanti ragazzi di Cambeltown che lavorano a Springbank e Glengyle ti coinvolge immediatamente, diventa contagioso (sul terroir, anche umano, ha scritto un bell’articolo Angus, tempo fa).

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Pagode a Lagavulin

Soprattutto però certe dimensioni ti portano inevitabilmente a riflettere sulle sorti dell’industria del whisky: qui e ora siamo di fronte ad una forbice, che probabilmente andrà ampliandosi. Da un lato, le multinazionali, le realtà più grosse per volumi di produzione e di vendita, dall’altro le distillerie ‘artigianali’: intendiamoci, non è un giudizio di valore, non c’è bianco e nero, ci sono solo infinite sfumature di grigi, diversamente interpretabili. Da una parte si vedono grandi gruppi, enormi distillerie che puntano ad ampliare e velocizzare la produzione per cercare di aumentare i volumi, di rendere più facili i propri prodotti, più immediatamente accessibili a un pubblico più giovane e meno esigente. Al contempo i grandi gruppi continuano a mantenere standard qualitativi indiscutibili, anche se spesso i prodotti di qualità più alta, espressione di quelle particolarità che hanno fatto appassionare milioni di whiskofili negli anni, diventano inaccessibili, costosi, un privilegio per pochi. La standardizzazione dei processi produttivi, in atto ormai da decenni, ha diverse implicazioni: un innalzamento della qualità media della roba che ti bevi (difficilmente capiterà di assaggiare un whisky proprio cattivo) e un abbassamento delle differenze tra distillerie diverse (vai tu a parlare di territorialità quando, che so, il Lagavulin viene invecchiato fuori Glasgow…). Il mercato attuale impone anche la necessità di trovare espedienti che caratterizzino la distilleria, che ne sanciscano una ‘diversità’ spesso solo posticcia: di qui tanto storytelling e tanto materiale di contorno, di qui l’esigenza di presentare al pubblico prodotti come premium (anche se l’operazione è condotta a tavolino: basti pensare a Mortlach o Longmorn, per stare su casi recenti).

Jacopo e un cane pongono domande scomode

Jacopo pone domande scomode a un cane di Islay

La domanda che andrebbe rivolta ai big players è: qual è il prezzo di questa standardizzazione? La corsa all’efficienza, alle materie produttive più performanti, ai legni più attivi, all’ampliamento delle strutture e all’aumento delle produzioni sarà seguita da una crescita costante delle esportazioni, delle vendite, della fiducia del consumatore? O piuttosto il rischio è quello di una nuova ondata di chiusure, in modo analogo a quanto accaduto negli anni ’80? La storia è ciclica, non c’è bisogno di professarsi hegeliani o machiavelliani per fare quest’osservazione. Il Manifesto di Slow Food del 1986 polemizzava con “chi confonde l’efficienza con la frenesia”, e forse (forse?) questa definizione è applicabile anche ad alcuni attori dell’industria scozzese del whisky.

S come Springbank

S come Springbank

Dall’altra parte, c’è un modello di business (perché hey, sempre di fare soldi si tratta: non è che Kilchoman esista per fare beneficienza, sia chiaro) più attento al rispetto della territorialità, delle tradizioni, delle differenze. La cosa che ci ha conquistato del whisky è proprio la complessità, l’imprevedibilità della reazione botte-distillato, la gamma aromatica infinita che sta tra un giovane torbato e un vecchio speysider, per dire. Il bello del whisky sono le imperfezioni, gli spigoli, quelle note che ti sorprendono: e che continuano a sorprenderti, non importa se tu sia un bevitore occasionale, alle prime armi, oppure un esperto appassionato. Di fronte all’appiattimento industriale alcune realtà, come quelle che meritoriamente Marco e Marco hanno voluto mostrare, reagiscono con la valorizzazione di quelle imperfezioni, imprevedibilità, differenze. Il whisky è un prodotto semplice: acqua, orzo, lieviti – e tempo. L’importanza delle materie prime è ovviamente fondamentale, e la volontà di distinguersi passa per necessità sui pavimenti dei malting floor.

Ovviamente, l’unico criterio di valutazione è il bicchiere: se tu ‘artigiano’ mi fai un whisky imbevibile, io non lo berrò, non lo comprerò, preferirò comunque altro. La sfida per i produttori artigianali è quella della “personalizzazione della qualità” (la formula è dall’ultimo libro di Samaroli), e per quel che ci sembra la direzione intrapresa dalle distillerie che abbiamo visitato è quella giusta. Sfido a trovare altrove un whisky che abbia le stesse caratteristiche di Kilkerran, o di Springbank: e non sarà un caso che queste realtà godano sempre di più della stima di illustri esperti indipendenti, il nome di Serge Valentin basti per tutti.

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I ferri del mestiere (e tanta muffa) a Cadenhead’s

Di certo Cadenhead’s segue la medesima linea (anche in questo caso, si tengano d’occhio le recensioni di Serge): Mark Watt, stappando una botte di Glentauchers del 1987, ci diceva che per lui è molto più esaltante imbottigliare un prodotto del genere piuttosto che un Ardbeg: quest’ultimo venderà subito e molto bene, ma è “boring”, non c’è sfida: convincere il consumatore della bontà delle dozzine di distillerie misconosciute, apparentemente solo destinate ai blended, è impresa di tutt’altra portata, e di tutt’altra soddisfazione – e lavorando bene, come lavora Cadenhead’s, il riconoscimento del pubblico è un passo automatico. Non escono imbottigliamenti ‘da battaglia’, non escono miscele di botti senza età dichiarata con etichette fancy e seducenti, non escono neppure imbottigliamenti supermegapremium in decanter di cristallo con placche dorate, invecchiamenti mostruosi e prezzi da oligarca: esce whisky, con in etichetta scritto quel che c’è in bottiglia, niente di meno, niente di più. Questa è la strada di Cadenhead’s, questa è la strada di tanti imbottigliatori indipendenti (cose simili sull’entusiasmo della scoperta ce le raccontava Max Righi), realtà che mai come oggi sono da proteggere e valorizzare.

Una terza via, sempre nell’ottica della personalizzazione della qualità, è complementare a quanto visto finora: si tratta del blended di fascia alta, d’eccellenza, come i NoAge di Samaroli o le creazioni di Compass Box: anche questa è una precisa scelta, che privilegia un “concetto” e lo sviluppa, dichiarando però cosa e quanto contribuisce a realizzare quel determinato concetto. Questo è però tema che esula dal viaggio, e sul quale ci ripromettiamo di tornare in futuro.

Un uomo e il suo senso di responsabilità

Un uomo e il suo senso di responsabilità

Un’ultima considerazione conclusiva. Sappiamo che il fatto che un viaggio del genere sia stato organizzato e promosso da un barman e dal suo locale, per quanto di eccellenza assoluta, è un fatto che non piace a tutti all’interno del mondo del whisky, e che da alcune parti è visto con non poca diffidenza. Come se non fosse la stessa industria del whisky a rivolgersi verso la miscelazione…

Il senso di un viaggio del genere (che, lo ripeto, è stato splendido e profondamente istruttivo anche per chi, come me, il whisky l’ha bevuto e studiato e in Scozia era già stato) era innanzitutto quello di fare formazione nei confronti di professionisti del settore. Se ci pensate, il barman è spesso la prima interfaccia tra un prodotto estremamente complesso ed il consumatore, è il barman a presentare il whisky a chi si siede al bancone e chiede “uno scotch”. Dall’ottica di un appassionato di whisky come me, il barman ha proprio per questo una grande responsabilità, deve conoscere il prodotto, ne deve saper apprezzare le sfumature e le peculiarità. E sul fatto che il whisky si utilizzi in miscelazione, beh, ragazzi, fatevene una ragione. Mi piace citare una penna autorevole, quella di Dave Broom: “se lo Scotch vedrà crescere la sua presenza dietro al bancone, allora bisognerà accettare che avrà un ruolo da giocare nei cocktail, allo stesso modo in cui può essere eccellente se assaggiato liscio, con ghiaccio o con acqua. Quanti vogliono godersi un single malt da solo hanno ragione – è uno splendido drink pieno di sfaccettature. Ma il fatto stesso che sia uno splendido drink pieno di sfaccettature che implica che abbia un ruolo da giocare nel bartending, quando sia utilizzato in modo ponderato e giudizioso”. È per questo che bisogno diffondere la cultura del single malt, facendolo in modo magari informale ma serio, accurato.

Marco Russo al lavoro

Marco Russo al lavoro

Possiamo avere tutte le diffidenze che vogliamo, soprattutto se siamo in una fase di sacralizzazione del prodotto – fase che psicologicamente è fisiologica, basta non lasciarsi paralizzare dalla distanza che si mantiene nei confronti del sacro, che in quanto tale si fa quasi inaccessibile, oppure basta non arroccarsi nell’orgoglio di chi crede che il whisky sia roba sua, come Gollum con l’anello. Il whisky è un drink che va goduto, e ogni approccio alla bevuta è legittimo: dal punto di vista di un feticista del single malt di Scozia, a me non importa se usi lo scotch in un cocktail (anzi, proprio perché lo amo tendo a preferire i drink a base scotch, ma questo è il mio gusto); mi importa che lo usi bene, che se decidi di usare prodotti complessi, anche più complessi di quei nuovi imbottigliamenti esplicitamente destinati alla miscelazione, tu lo faccia con criterio.

Dentro all'alambicco, Kilchoman

Dentro all’alambicco, Kilchoman

Il whisky è di tutti, non è di chi ha messo piede su Islay prima degli altri o di chi beveva Springbank prima ancora che a Bergomi crescessero i baffi; il whisky di una volta era buono, certo, e certo i tanti ‘difetti di produzione’ spesso si traducevano nel bicchiere in pregi fantastici, in note ormai perdute. Noi lo sappiamo bene, e cerchiamo, quando possibile, di condividere bottiglie del passato su cui riusciamo a mettere le mani con altri appassionati, facendo di tutto per mantenere costi bassi, accessibili al maggior numero di persone (no, non è uno spot per il prossimo Tasting Facile, che tanto è già sold out). Però ci siamo avvicinati al whisky quando l’ultima “rivoluzione industriale” era già in atto e stava iniziando a lanciare le sue ombre tetre sul presente – ci siamo avvicinati al whisky ‘adesso’, diciamo, e l’entusiasmo che abbiamo provato (e che abbiamo visto negli occhi dei ragazzi che la scorsa settimana visitavano una distilleria per la prima volta) non è stato inferiore a quello provato, che so, trent’anni fa davanti a un Macallan 12 Giovinetti da un sessantenne di oggi – sarebbe arrogante da parte sua crederlo. La lotta tra cultori del passato idilliaco e fanatici del progresso a tutti i costi è una costante antropologica, ed è normale che anche nel mondo del whisky ci sia chi rimpiange i tempi andati e chi crede all’opposto nelle magnifiche sorti e progressive dell’industria. Come sempre, è l’equilibrio ad essere vincente: i whisky di un tempo erano diversi, certo, e forse migliori, ma con un po’ di cura anche quello di oggi sa reggere alla sfida della complessità. Basta un po’ più di attenzione, basta avere un po’ di curiosità, basta cercare, aver voglia di farlo, aver voglia di studiare, approfondire anche le realtà meno trendy e – soprattutto – condividere le proprie conoscenze, le proprie passioni, le proprie scoperte: anche perché altrimenti, a furia di sputare sul mercato attuale e sull’attuale industria con le sue asimmetrie, a furia di togliere legittimità a quei (pochi, magari) che cercano di fare cultura del whisky anche se magari non sono mai stati a Limburg, a furia di arroccarsi e diffidare dal prossimo, beh: il rischio è quello di buttare anche il bambino con l’acqua sporca. E a quel bambino, se non sbagliamo, teniamo tutti: quel bambino serve a tutti.

Qualcuno è veramente arrivato a leggere fin qui? EROE!

L’alchimia del whisky, il viaggio – un resoconto troppo lungo (pt. 1)

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botti ad Ardbeg

Lo scorso fine settimana uno di noi (Jacopo) ha avuto il piacere di partecipare ad un viaggio che avevamo annunciato su queste pagine nella scorsa primavera: organizzata da Marco Maltagliati e Marco Russo, questa ‘vacanza-studio’ aveva lo scopo preciso di andare a scoprire alcune delle zone più affascinanti della Scozia per visitare delle realtà particolari nel mondo del whisky, realtà artigianali, decise ad operare ‘in direzione ostinata e contraria’ rispetto ai big players dell’industria dello scotch. Nelle distillerie di Springbank e Kilchoman, inoltre, Marco Russo ha potuto miscelare alcuni whisky di casa nello stile di ricerca del 1930, creando dei drink ad hoc per esaltare le peculiarità dei malti: ed è stata una prima volta assoluta per Islay. In questi giorni pubblicheremo un po’ di foto sulla nostra pagina facebook, per adesso accontentatevi di qualche highlight. Ma andiamo con ordine.

[NdR: siccome l’autore è un grafomane, abbiamo deciso di spezzare il reportage in due parti, una prima di cronaca, questa, ed una seconda di considerazioni. Abbiate pazienza.]

La cronaca

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Springbank, Campbeltown

Partiti giovedì mattina, arriviamo a Campbeltown nel tardo pomeriggio, appena in tempo per visitare la Kintyre Smokehouse (date un’occhiata al sito: c’è anche una pecora che scoreggia!), in cui abbiamo assistito a un vero e proprio show di sfilettatura del salmone e assaggiato prodotti locali, tra cui spiccavano delle cozze affumicate veramente commoventi. Sulla serata è forse opportuno stendere un velo pietoso, basti sapere che le milf locali hanno trovato un pane fin troppo duro per i loro (pochi) denti e che un pub di Campbeltown ha fatturato più quella sera che nell’intero mese di settembre – ma forse il velo pietoso andava steso meglio, chissà. Parlando di cose serie, il venerdì è stato straordinario: al mattino un accuratissimo tour di Springbank e Glengyle ha mostrato perfettamente quale sia lo stile di casa, assolutamente incentrato sul rispetto delle tradizioni (la distilleria è di

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proprietà della stessa famiglia che l’ha fondata nel 1828). Tutto il processo di produzione ha sede in loco, dal maltaggio all’imbottigliamento (ed è una cosa che accade solo qui e a Kilchoman); la parola d’ordine è “qualità!”, e se questo vuol dire mantenere tempi lunghi e ‘antieconomici’ (a ogni livello: dalla scelta dell’orzo ai tempi di fermentazione, dal fuoco diretto sotto ad un alambicco fino all’invecchiamento solo in warehouse interne alla distilleria, per arrivare – ovviamente – alla risoluta negazione di ogni piano di espansione per rincorrere maggiori volumi), beh, chi se ne frega. “Abbiamo sempre fatto il nostro whisky in un certo modo e non cambieremo certo adesso”, ci è stato detto. Ovviamente non è paragonabile ad essere lì presenti, ma vi consigliamo questa serie di video del buon Ralfy: replicano il tour e rendono bene l’idea del clima che si respira e dello spirito che anima la distilleria. Il pomeriggio è stato diviso in

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due: innanzitutto Marco Russo, all’interno di una warehouse di Kilkerran, ha utilizzato alcuni imbottigliamenti per creare dei cocktail tesi ad esaltare il single malt, tenendo di fatto un’accurata masterclass di miscelazione. L’accoglienza è stata ottima anche da parte di Mark Watt e dello staff della distilleria, pure se non abituatissimi a certe bevute: lo stile è ovviamente quello della “miscelazione di ricerca” del 1930, e tutti i drink avevano l’obiettivo chiaro di porre lo scotch in primo piano, con tutti i suoi spigoli, e non di appiattirlo o nasconderlo – memorabile resta un cocktail con Springbank 15, un distillato di bourbon (Maker’s Mark ri-distillato, circa 80%), acqua di mare e granatina. Abbiamo anche assaggiato l’ottimo nuovo Kilkerran 12 anni, di

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il 1930 a Kilkerran

cui pubblicheremo qui una recensione a breve, ma – vi stupirà – a quest’altezza, dopo quattro whisky e quattro drink, non avevamo ancora iniziato a “fare sul serio”… Mark Watt ci ha portato in una warehouse di Cadenhead’s (una warehouse vera, che puzza di muffa, non quelle ‘ripulite’ e pettinate) e ci ha versato, direttamente dalla botte, queste robette qui: Glentauchers 1989 in bourbon, Mortlach 1987 in bourbon, Caperdonich 1996 finito in Oloroso, Bruichladdich 1992 in bourbon, Springbank 1997 in sherry e Caol Ila 1991 in bourbon. Eh, dai, mica male. Ah, se non erro c’era anche il prossimo Longrow Peated, ancora a grado pieno…

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Port Ellen Maltings, con pixel

A questo punto, non si capisce bene come e con quali forze, ci ritroviamo il giorno dopo a Port Ellen, scortati dai delfini verso l’attracco su Islay. Per me era la prima volta sull’isola, e in poche ore mi sono reso conto del perché quasi tutti quelli che ci vanno ci lasciano il cuore: i paesaggi sono incantevoli, sia sotto la pioggia che illuminati dalla splendida luce di taglio dei cieli del Nord, la fauna è straordinaria – non so voi, ma io ragazzo di città fatico ad abituarmi a vedere foche, fagiani, cervi, lontre, pecore e alpaca in misura infinitamente superiore a cani e gatti… Giusto il tempo di piantare la bandierina italiana nei campi adiacenti a Laphroaig dopo la colazione con il 10 anni Cask Strength batch #8, dopo un rapido pranzo ad Ardbeg (assaggiando giusto una sciocchezza,

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Kilchoman, con sole

il nuovo 21 anni) corriamo a Kilchoman, la distilleria più piccola dell’isola e l’unica vera farm distillery di Scozia. Piccola, piccolissima, produce 120000 litri l’anno (Caol Ila ne fa sei milioni, per capirci) e fa proprio tutto in casa: coltiva perfino parte del proprio orzo nella Rockside Farm, lì affianco, e la quota dell’orzo locale che viene distillato finisce tutto nell’imbottigliamento 100% Islay – e peraltro attenzione, il nuovo batch è finalmente e veramente convincente (il malto viene torbato in casa attorno ai 20 ppm, contro i circa 40/50 della quota che viene acquistata dai Port Ellen Maltings). Anche in questo caso, consigliamo ai poveri che non erano con noi di dare un’occhiata a questa bella intervista del 2006 di Charles MacLean a Anthony Wills che chiarisce bene quali fossero, fin dall’inizio, gli obiettivi della distilleria (e poi sì, Ralfy va pure lì) – obiettivi raggiunti pienamente, a giudicare dai lavori di ampliamento attualmente in atto. In una cornice forse ancor più emozionante, ovvero la sala del malting floor di Kilchoman, Marco ha tenuto la seconda parte della masterclass del giorno prima,

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Ops, scusate

creando drink a base Kilcho e conquistando tutti gli scozzesi presenti – a dimostrazione di come certe diffidenze siano più figlie di sovrastrutture che ci poniamo noi appassionati ‘esterni’, che spesso tendiamo a sacralizzare un prodotto che invece sacro non è e mai deve diventarlo, pena la perdita del divertimento, della curiosità e della voglia di sperimentare. Per pudore tralasciamo la caccia alla pecora (ehm…) e per necessità la luculliana cena di pesce, perché per quel che mi riguarda i ricordi sono sommersi dalle dozzine di chele di granchio che mi sono scofanato.

Il quarto giorno è stato più ‘tradizionale’, diviso tra il tasting del bicentenario di Lagavulin e un approfondito tour di Bunnahabhain. Si inizi da Lagavulin: quello che i direttori del marketing di Diageo impongono di chiamare “il Barolo del whisky” è – ovviamente – un prodotto eccellente, di altissimo livello, e gli assaggi dei vari

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Alambicchi giganti, Bunnahabhain

imbottigliamenti sono stati fantastici, in un tasting curato alla perfezione (il tasting companion con i cinque assaggi e con le boccette dei vari aromi è davvero notevole). Di certo, dopo il calore dell’artigianalità sperimentato a Springbank e Kilchoman non abbiamo potuto non notare una maggiore freddezza, in qualche modo una maggiore distanza… Detto ciò, come al solito quel che conta è il bicchiere, e un bicchiere pieno di Lagavulin è sempre un bicchiere di cui esser grati. Sorprendente invece il tour di Bunnahabhain, condotto dal bravissimo David Brodie con cui abbiamo potuto apprezzare alcune delle strutture più grandi dell’industria del whisky: il mash tun è immenso, i sei washback in legno lo sono altrettanto, e gli alambicchi sono… giganti! La degustazione è poi avvenuta anch’essa in warehouse, con tre versioni di Bunnahabhain direttamente dalle botti: un 7 anni non torbato in Porto, un 13 anni non torbato in Pedro Ximenez e un 8 anni torbato in sherry Oloroso spaventosamente buono.

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I tosi

Fin qui, la mera cronaca: prima di fare qualche considerazione da editorialista inadeguato [considerazioni fortunatamente rimandate a domani, NdR], ne approfitto per ringraziare Marco Maltagliati, che è stato una guida impeccabile, sempre pronto a farsi prendere in giro ma in grado di trasmettere, assieme ad un grande entusiasmo, tante accurate informazioni, dirette soprattutto ad un pubblico di professionisti del settore, ancorché neofiti in fatto di acquavite di cereali. Elogiare Marco Russo per i drink sarebbe fin troppo ovvio, ma in un contesto del genere, condividendo per ore la stessa macchina, sono emerse qualità umane e una infinita curiosità verso i prodotti difficili da indovinare stando ‘solo’ al bancone – e soprattutto questo mi ha fatto piacere scoprire. Un enorme abbraccio al resto della cricca: come scrivono nei booklet dei dischi, you know who you are, due pugni sul petto, bravi tutti. Siamo stati un bel gruppo, e imparando tanto ci siamo divertiti, o mi sbaglio?

 

L’alchimia del whisky – il viaggio

beati tra le botti

beati tra le botti

Da qualche tempo circola questa storia: cioè che i destini del whisky prendano due strade divergenti, sempre più nelle direzioni “industrializzazione-standardizzazione” versus “artigianalità-valorizzazione delle singolarità”. In tanti ne hanno scritto, e certo molto meglio di noi che siamo solo umili spettatori del teatrino del whisky; qui però vorremmo dare conto di un’iniziativa lodevole che nasce dal mondo della miscelazione, anche se d’eccellenza, ovvero proprio da quel mondo che da tanta parte dell’opinione pubblica whiskofila viene identificato come responsabile della mercificazione e della dissacrazione del Santo Single Malt.

13405467_10209237054228521_42213263_oIl 1930, speakeasy milanese di cui abbiamo già parlato in passato, ha infatti organizzato per inizio ottobre un breve e intensivo tour in Scozia, naturale evoluzione del percorso iniziato con le degustazioni del ciclo “L’alchimia del whisky“: l’obiettivo è quello di andare a vedere e studiare piccole realtà quasi artigianali, distillerie in cui si malta l’orzo in casa, in cui i concetti di terroir e di unicità del proprio distillato diventano prevalenti su ogni altra strategia. Non c’è come conoscere a fondo le sfumature e le infinite varietà di un prodotto per poterlo apprezzare e sfruttare al meglio: e la logica è proprio quella di cercare whisky insoliti, caratterizzati da aromi e dettagli unici, dipendenti dal processo di produzione, per poter capire a fondo il distillato così da poterlo utilizzare (anche) in fase di miscelazione. È infatti previsto che, per la prima volta!, Marco Russo prepari dei cocktail addirittura all’interno della distilleria, utilizzando gli stessi prodotti appena ‘studiati’. Se l’obiezione dell’appassionato è quella per cui “un single malt è troppo complesso e troppo perfetto per usarlo in un cocktail”, bene, questo può essere anche vero: ma siamo in un ambito di eccellenza, in cui la ricerca è paragonabile – per intenderci – a quella dei ristoranti stellati: e tutti sappiamo come la qualità dei prodotti di partenza influisca in modo decisivo sul risultato finale.

FullSizeRender-41Marco Russo e Marco Maltagliati, ideatori del viaggio, hanno stabilito un percorso molto interessante, tutto compresso in un weekend lungo da vivere tutto d’un fiato (alcolico), dal 6 al 10 ottobre. Si parte il giovedì e si torna il lunedì successivo: si andrà a Cambeltown per visitare Springbank (distilleria che produce le tre versioni Springbank-Longrow-Hazelburn) e Glengyle (madre del nostro amato Kilkerran); ci sarà nientepopodimeno che una visita alle cantine e una degustazione nella tasting room di Cadenhead’s, guidata da Mark Watt in persona; ci si sposterà poi su Islay, in cui è previsto un tour di Kilchoman, microdistilleria che già in passato abbiamo riconosciuto responsabile di caratteri davvero unici e ‘agricoli’ nel panorama dei torbati. Queste sono le tappe fisse: ci saranno anche delle sorprese, ovviamente (voi saprete certo che su Islay ci sono anche altre distillerie, no?, e anche in giro per la Scozia…), ma in questa fase non possiamo svelare nulla di più… Noi – l’abbiamo deciso ieri – ci saremo, parteciperemo a questo viaggio un po’ perché da troppo tempo manchiamo dalla Scozia e l’aggiornamento è importante, un po’ perché le distillerie coinvolte sono veramente particolari, con processi di produzione unici, e ci piace l’idea di scoprire come questi prodotti possano essere combinati in drink di qualità. Purtroppo, per ora i posti sono terminati, ma abbiamo l’impressione che non sarà l’ultimo di questi viaggi…

“Mai Diluito” whisky stones

FullSizeRender-7Prima di Natale i gentilissimi ragazzi di Mai Diluito ci hanno inviato in omaggio alcuni cubetti di granito – e perché mai?, direte voi… Come sapete, uno dei motivi per cui si sconsiglia l’uso di cubetti di ghiaccio per il whisky è che questi inevitabilmente si sciolgono (è un brutto vizio del ghiaccio, già), per cui tendono ad alterare il distillato – l’altro, ma su questo aspetto torneremo oltre, è che l’abbassamento di temperatura ‘chiude’ lo spettro aromatico del whisky, e non gli permette di dispiegarsi appieno. Ecco, i cubetti di granito vogliono ovviare al primo di questi due inconvenienti: tenuti in freezer per qualche ora, una volta messi nel bicchiere rinfrescheranno il whisky senza diluirlo, senza cioè abbassarne la gradazione. Noi li abbiamo provati, ed ecco le nostre impressioni.

FullSizeRender-5Abbiamo usato un Inchgower 12 anni, un whisky ottimo, piuttosto complesso, che conosciamo bene; abbiamo aggiunto prima due, poi tre cubetti al nostro dram, che in effetti si è rinfrescato – anche se, a dirle tutta, il whisky è tornato in fretta alla temperatura ambiente iniziale; forse avremmo dovuto metterne di più. Di certo, il raffreddamento, anche se breve, ha influito sulla complessità del whisky, che ne è risultato un po’ banalizzato. Questo porta a una considerazione: un appassionato di whisky non raffredda il proprio dram, proprio per quest’ultima ragione; e, d’altra parte, un bevitore ‘casuale’ non si cura molto del fatto che il suo whisky (o il suo drink) si ‘annacqui’ quando raffreddato. L’unica situazione in cui ci sembra che possano essere di ausilio è d’estate, se le bottiglie non sono conservate in una cantina o in un ambiente con aria condizionata: permettono di far tornare il whisky ad una temperatura adatta alla degustazione (che, come ci insegna Claudio, è di circa 15 gradi) – anche se, come detto, ne servono tanti e l’effetto è relativamente caduco.

FullSizeRender-8Dunque, ad essere sinceri, non siamo rimasti particolarmente impressionati da questi cubetti, e a dirla tutta non ci paiono particolarmente utili per un appassionato di whisky… Per contro, se ne mettete tanti e se bevete in fretta, possono essere più adatti a raffreddare altri alcolici (un amaro? un Martini?), e senz’altro noi li useremo per le occasioni in cui avremo voglia di un buon amaro – di certo, questo è indiscutibile, sono proprio belli e fotogenici, e nel bicchiere fanno davvero la loro porca figura, e probabilmente vi daranno un pretesto per menarvela davanti alla fanciulla che alla festa volete sedurre con le vostre pretese da viveur. Ci permettiamo di consigliarvi, se li usate, di scegliere whisky non troppo complessi, degli entry-level, da gustare letteralmente on the rocks, come insegnava l’improvvido banconiere di Chi ha incastrato Roger Rabbit.

In conclusione ci permettiamo di evidenziare anche lo scetticismo di Lew Bryson, autore dell’ottima pubblicazione “Degustare il whisky“, che proprio non può vedere le whisky stones, come le chiama lui, e adduce motivazioni apocalittiche: “prima di tutto ci si può scheggiare un dente, e poi possono assorbire gli odori del freezer”. Non sia mai!

Kilchoman cask #1: chi offre di più?

Rilanciamo l’informazione, che circola già da ieri, dopo aver ricevuto il comunicato stampa ufficiale della distilleria – che rilanciamo, intatto (tanto sapete l’inglese, no?, e se non lo sapete, studiate, bestie!), qui sotto. Questo l’abstract, per i pigri: Kilchoman metterà all’asta un’edizione davvero molto limitata, una sola bottiglia pescata dalla prima botte riempita il 14 dicembre 2005, primo giorno di vita della distilleria. Il ricavato sarà devoluto ad un centro di ricerca sul cancro, il Beatson Cancer Charity. Quindi, amici danarosi, puntate; se non doveste puntare abbastanza, beh, consolatevi con un buon dram…

Schermata 2015-11-24 alle 09.22.48Between the 7th and 14th of December Kilchoman, Islay’s farm distillery, will auction their first ever 10 year old whisky in aid of The Beatson Cancer Charity. Just one bottle from the first cask will be bottled and sold via an online auction with all the proceeds from the sale being donated to charity.

Established in 2005, Kilchoman was the first distillery to be built on the famous whisky-making Island of Islay in over 124 years. Kilchoman is the only distillery in Scotland to produce whisky from barley grown and malted on-site. The distillery has been releasing whisky since 2009 however it is yet to reach the landmark 10 years of age.

The one-off bottle will be hand bottled by Kilchoman Founder, Anthony Wills directly from Cask No1, filled on the 14th of December 2005. Limited stocks mean that Kilchoman will not release more ten year old whisky for some years however the recent illness of Distillery Manager, John MacLellan and a desire to celebrate the milestone sparked distillery Founder Anthony Wills into planning the unique bottling.

Anthony Wills Kilchoman Founder and Managing Director: “While our neighbouring distilleries have been celebrating far longer periods in the industry we wanted to acknowledge 10 years of Kilchoman and also raise some money for a very worthy cause which has become close to the whole Kilchoman team”.

John MacLellan, Kilchoman Distillery Manager: “The work carried out by The Beatson Cancer Charity is exemplary in all aspects of research, treatment and after care”.

The online auction will be hosted on the distillery’s website http://www.kilchomandistillery.com and is scheduled run from 12 noon on the 7th to 12 noon on the 14th of December (GMT). The auction is open to Kilchoman fans worldwide. More information about The Beatson Cancer Charity can be found on the Kilchoman website.

“Il whisky alla conquista del mondo”, pensieri sparsi di un Brand Ambassador

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Brand Ambassador del terzo millennio…

Ogni tanto, si sa, ci piace atteggiarci a persone serie e ben piantate nel mondo. E così abbiamo per una volta deciso di occuparci di whisky non col consueto approccio sensoriale ed emozionale, ma nella sua veste di prodotto di un’industria che muove centinaia di milioni di euro, con tutto il corollario di trend globali di consumo e strategie di marketing. Insomma, un mondo a noi molto distante e per la cui esplorazione ci siamo affidati ai pensieri ‘spettinati’ di Andrea Gasparri, Brand Ambassador Italia per il whisky di Pernod Ricard. L’intervista la trovate esattamente qui su L’Indro, una testata giornalistica online con cui uno di noi due ha recentemente iniziato a collaborare. Buona lettura!

 

Il Glendronach dei blogger: vince il “falso PX”

Eccoci qui. Come sapete, all’ultimo Spirit of Scotland noi e l’avanguardia del whisky-blogging italiano (Davide, Claudio, Andrea Fr, Andrea Fe, Federico, Francesco e il sommo, pantagruelico Giuseppe) abbiamo dovuto – è un duro lavoro, già – selezionare una botte di GlenDronach, in preparazione di un imbottigliamento che uscirà in autunno… Ecco com’è andata.

1658300_542706085844337_103057469_oA volte gli errori non sono così deleteri. Tratti in inganno dalle indicazioni fornite da GlenDronach, pensavamo che tra i quattro campioni ce ne fosse uno da botte ex-Pedro Ximenez; scherzi del destino, proprio il presunto Pedro Ximenez è risultato poi il campione selezionato. L’arcano è stato svelato da Beija-flor: anche il quarto cask era un ex-Oloroso, ma poco male. Il prescelto è dunque il Cask #35, con un punteggio di 125 su 150 disponibili (10 persone per una valutazione possibile di 15/15 per ciascun campione secondo le tre sottocategorie Naso Palato Finale). Al secondo posto il Cask #9 con 122,5 punti, al terzo posto il Cask #34 con 121, e chiude all’ultimo posto il cask #23 con 113,5. Si può sottolineare, anche in virtù di questi punteggi molto vicini tra loro, l’assoluta eccellenza di tutti e 4 i campioni, il tutto suggellato da una degustazione molto interessante anche da un punto di vista prettamente tecnico. I quattro ex-Oloroso butt first fill contengono whisky distillato il 15 gennaio 1993 e messo in botte alla gradazione alcolica tradizionale di 63,7%. Ma a cosa potrebbe essere dovuta la maggiore dolcezza del cask #35 che ci aveva fuorviato? Sicuramente la botte avrà avuto la sua enorme funzione, ma probabilmente avrà influito anche il differente habitat di maturazione: mentre la #35 riposa nella Warehouse 5, le altre tre giacciono nella Warehouse 3. L’imbottigliamento è previsto per il 15 Settembre 2014, al compimento di 21 anni e 9 mesi.

I blogger italiani ringraziano GlenDronach per la disponibilità; Beija-Flor, che ci ha dato la possibilità di fare qualcosa di unico nel panorama italiano e, perché no, internazionale; Massimo Righi di Silver Seal, che compartecipa all’acquisto della botte. Ringraziamo sentitamente l’organizzazione dello Spirit of Scotland per averci permesso di usufruire della saletta dedicata alla Masterclass in orari fuori festival e, non ultimo, Giuseppe de Il Bevitore Raffinato per l’abbinamento perfetto con i cornetti ai frutti di bosco per il post tasting. Esperienza eccezionale, che ci piacerebbe senz’altro rifare…

Whiskyfacile lancia il suo S.O.S. 2014!

L’attesa per la terza edizione dello Spirit of Scotland, il festival romano del whisky, è agli sgoccioli e i barbari già premono alle porte dell’Urbe brandendo assetati i calici. La calata di whiskyfacile quest’anno punterà dritto dritto verso lo stand di Beija Flor, che ci darà la possibilità di replicare quanto fatto al Milano Whisky Festival: abbiamo scelto, nel portfolio dell’importatore (Cadenhead’s, di Kilchoman, GlenDronach, Tomatin, Glenglassaugh, Tullibardine, Arran, Springbank…), alcuni mini-percorsi di degustazione, proposti a prezzi a dir poco popolari. Non ci dilunghiamo, ecco qui sotto i vari programmi: se avete voglia, fate un salto a trovarci!

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Glendronach 1993: l’imbottigliamento che viene dal Web

I whisky blogger italiani, che ogni giorno divulgano informazioni e cultura per un numero sempre maggiore di affezionati al nostro spirito preferito, si uniscono per un obiettivo comune. Dopo anni di festival, fiere, eventi, incontri, degustazioni in tutta Italia è giunto il momento di fare qualcosa di concreto che possa lasciare un bel ricordo nel futuro. A Roma, in concomitanza con lo Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival e, più precisamente, la mattina di domenica 16 Marzo, ci glendronach-300x212ritroveremo per selezionare insieme un single cask vintage 1993 della distilleria GlenDronach che sarà imbottigliato congiuntamente da Beija-Flor, distributore di  GlenDronach in Italia, e da Silver Seal, storico imbottigliatore indipendente e selezionatore italiano. Sarà l’occasione per fissare una bandierina temporale per il futuro del movimento italiano e per raccoglierci tutti insieme una buona volta, dopo tanto tempo passato dietro la tastiera.

Qui sotto le menti coinvolte:

Andrea – Passione Whisky

Andrea – Whiskynews

– Claudio – I Love Laphroaig

Davide – Angel’s Share

Federico – Whiskysucks

Francesco – Lo Spirito dei Tempi

Giacomo/Jacopo – Whisky Facile

Giuseppe – Il Bevitore Raffinato