Octomore 07.2 / 208 (2015, OB, 58,5%)

Nel giorno in cui un nostro amico napoletano si sposa e in cui l’Inter diventa cinese, noi (peraltro reduci dall’addio al celibato del nostro compagno di banco al liceo: e non è un plurale improprio, avevamo un banco ‘da tre’) non possiamo che affogare lo sgomento con qualcosa di estremo: assaggiamo dunque la versione 07.2 di Octomore, la metamorfosi più hardcore tra i torbati di Bruichladdich. Quel 208 nel nome dell’imbottigliamento sta per ppm, quindi vuol dire che è (inutilmente?) torbatissimo – in passato ne abbiamo assaggiati diversi, anche se sul sito è rimasta traccia del solo Comus, e spesso abbiamo registrato come gli eccessi della torba fossero bilanciati da altri eccessi, generalmente della botte… Chissà se quest’ultimo tentativo (5 anni, finito in virgin oak) ci saprà meglio sedurre.

Schermata 2016-06-01 alle 23.56.04N: a 58 gradi e con 208 ppm di torbatura, beh: ci si può pure aspettare una certa ostica chiusura, come primo impatto… E infatti, le prime snasate vanno a sfracellarsi contro un muro che ricorda tanto, a volerlo rappresentare con un’immagine decisamente non necessaria, un pasticcino alla frutta, con la crema pasticciera e, al posto della fragola, un’oliva in salamoia… A parte le nostre stralunate visioni, questo Octo si presenta fin da subito come marinissimo, tra sale e spuma di mare; poi uno smog quasi opprimente, una torba dura e acre; accanto a questo, una punta vinosa e leggermente acidina al limite dell’inchiostro (ci sembra davvero nitido, ma senza la contezza del finish in Syrah, l’avremmo mai percepito? Ah, il demone dell’intelletto…). C’è poi una ‘dolcezza’, appena in seconda fila ma ben presente, che ricorda certi bourbon… Un qualcosa che ricorda il mais, i pop corn?

P: il primo è come entrare sul ring nella finale per il titolo pesi massimi WBO e prendere un pugno in faccia, per errore. Fin da subito, nell’intensità generale, spicca una nota di legno devastante, piena però di sfumature e sfaccettature diverse: liquirizia, anche dolce; inchiostro amaro e allappamenti vinosi a profusione. Tutto intorno, ma sarebbe meglio dire ‘dal di dentro’, il mare, spumoso e in tempesta, che si abbatte con violenza su quel legno; salamoia. La torba sa di smog, proprio, di tubo di scappamento, di plastica bruciata, chimica; se si unisce il tutto, resta un senso di propoli francamente inatteso. L’acqua rende la dolcezza più convenzionale, tra miele delicato, crema pasticciera e vaniglia. Anche un lato balsamico (conifere a go go) molto intenso.

F: leggi il palato e troverai le risposte che cerchi.

Un’ovvietà, forse, con una bestia da quasi sessanta gradi: l’acqua lo rende senza dubbio più approcciabile, più morbido, più – in confidenza – gradevole. Resta tuttavia un whisky estremo, che dividerà: la destra dalla sinistra, i romanisti dai laziali, i fan di Pacciani da quelli di Padre Pio. Noi, cerchiobottisti navigati, lo apprezzeremo senza amarlo: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dj 2p feat. Ensi – Don Dada.

Octomore 5 yo 04.2 Comus (2012, OB, 61,6%)

Dopo tanti giorni di silenzio, rieccoci: nel nostro viaggio in Scozia abbiamo accuratamente evitato Islay, per ‘studiare’ bene i whisky non torbati. Proprio per questa ragione abbiamo deciso di ricominciare con il più torbato di tutti (167 ppm): si tratta di Comus, l’ultima release di Octomore, versione super-peaty della Bruichladdich. Il malto è invecchiato in botti ex-bourbon e poi finito in botti di Chateau d’Yquem, un vino Sauternes particolarmente pregiato. Il colore è paglierino / dorato chiaro.

N: subito profumato, rimane molto aperto, sfacciato, a dispetto di ppm e gradazione: infatti, le botti di bourbon picchiano con tanta vaniglia (e anche un po’ di cocco). Inoltre, la dolcezza si giova di un finish che prima di aprire il sample ci lasciava un po’ perplessi…: tanto tanto miele, poca vinosità, e in fin dei conti un buon odore di Sauternes. Lato fruttato: molto limone, malto giovane (albicocca), fieno. Ma comunque: non doveva essere il più torbato al mondo? L’affumicatura è presente ma gentile; si intuiscono note marine, ma sono solo intuizioni. Tempo e acqua aprono a una vaniglia profonda, note zuccherine. Non c’è legno, né spezie o frutti particolarmente intensi. Stereotypical peaty Islay.

P: ottimo corpo, ma se non vi piace il Sauternes passate la mano. L’affinamento ha conferito un sapore forte, deciso… di Sauternes, coprendo il resto (persino la torbatura da record). Miele, arance; anche con acqua, il vino domina. Non c’è molto altro, ma quel che c’è è bello intenso. Comunque un buon esperimento; l’acqua esalta le componenti torbate. Un filo acidino verso il finale.

F: è il momento in cui il lato isolano si fa più esplicito, e i fenoli invadono il campo. Bello torbato, affumicato (cenere, alghe secche). Punte salate. Miele. Molto persistente.

Un esperimento grazioso, diciamo; le diverse anime di questo malto convivono abbastanza bene, anche se soprattutto al palato l’affinamento in Chateau d’Yquem ci pare un po’ invadente. Al finale, comunque, Islay si riprende ciò che le spetta. Il nostro giudizio sarà dunque di 85/100, mentre Ruben è più indulgente e la pensa così. Qui sotto, Jim McEwan assaggia la sua creatura.

Sottofondo musicale consigliato: Jefferson AirplaneWhite Rabbit.