Octomore 07.1 / 208 (2015, OB, 59,5%)

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Lo scorso luglio siamo stati gentilmente invitati dalla F.lli Branca ad una degustazione guidata di Bruichladdich, di cui da circa un anno è diventata azienda distributrice – finalmente!, da anni lamentavamo l’assenza di Laddie dagli scaffali. Ne diamo conto solo ora, a ridosso del Milano Whisky Festival, perché farlo in mezzo all’estate sarebbe stato iniquo per la qualità del lavoro fatto, e ci piaceva dargli una più giusta collocazione. La storia di Bruichladdich, di proprietà di Remy dal 2012, è l’esempio perfetto di come una distilleria poco in salute possa, grazie a investimenti oculati e a un distillery manager abile come Jim McEwan, ritagliarsi uno spazio importante nel mondo dello scotch fino a diventare un brand iconico. Se si esclude la fase del maltaggio, si tratta di una distilleria sostanzialmente artigianale, in cui buona parte della filiera produttiva avviene in casa, con i barili che non si spostano da Islay per l’invecchiamento. Si ricordano esperimenti di collaborazioni con singoli argicoltori per l’approvvigionamento di orzo e imbottigliamenti ‘single farm’, per tutte e tre le espressioni di distilleria: in ordine di torbatura, Bruichladdich, Port Charlotte e Octomore. Il (bellissimo) libretto promozionale confezionato da Branca recita “la nostra filosofia è radicata nei concetti di terroir, provenienza e tracciabilità”: non possiamo che rimandare al sito ufficiale per lasciare voi, ventisei lettori, approfondire le molte questioni sollevabili – noi siamo gente da bicchieri, non da parole, e dunque dedichiamoci all’Octomore 07.1, imbottigliato nel 2015 e ora presente stabilmente nel core range distribuito in Italia. Al solito, si tratta del whisky fatto con l’orzo “più torbato al mondo”, coltivato in Scozia ma non su Islay, e anche se sappiamo tutti che conta la torbatura del distillato e non quella dell’orzo, saremmo scorretti a non riportare i dichiarati 208 ppm; edizione limitata, cinque anni di invecchiamento in quercia americana, via con l’assaggio.

octob.05yov10N: non si può non iniziare dalla torba, che – come dire – è abbastanza presente… C’è proprio cenere, tantissima, con cenni di smog, più che di fumo di brace. Il lato marino è ben sviluppato, con forse una nota di salamoia, di olive; qualche ubriaco al tavolo dice “succo di pomodoro”, ma lo ignoreremo per pudore. Poi, la dolcezza, come sempre esile e semplice, quasi una uber-dolcezza astratta: zucchero liquido, un poco di vaniglia. Si sente anche, a volerlo sentire, il fiocco di cereale. Leggera nota di limone. Non sgradevole, non eccessivo, c’è però come un senso di deja-vu… Con acqua, forse cresce il fumo e svela pure una nota di aghi di pino.

P: anche al palato, fanno a pugni tra di loro una dolcezza mostruosa e pure monodimensionale, fatta anche qui di Kellog’s Frosties e vaniglia, zucchero liquido, e una fumera cenerosa esorbitante. Che c’è d’altro? Solo una fettina di limone dimenticata nel posacenere. Sotto alla coltre di cenere, pare qui e là di sentire il sapore di un distillato giovane giovane, con canditi cerealosi (eh?) e lieviti. Insomma, sostanzialmente paro paro al naso, di straordinaria coerenza ma, forse, di poca sorpresa… Con acqua, pare un po’ più screziato, perde un po’ di quella snervante semplicità che ostenta in purezza, svelando anche una nota di emmenthal.

F: paradossalmente pulito, con la torba, del grano, una nota mentolata…

Ogni volta che si assaggia Octomore ci si trova a chiedersi: ma è davvero il whisky più torbato al mondo? In effetti, complici il grado pieno e i fenoli percepibili perduti durante la distillazione, sembra un whisky meno ‘estremo’ di quanto non voglia sembrare dal di fuori; ciò che emerge, soprattutto in questa edizione, sono la gioventù, che ci piace, la carica dolce dei legni e una torbatura fumosa e cenerosa certo molto spiccata. E però, al contempo, non si può non notare la relativa semplicità di questo whisky, fatta di due dimensioni opposte e granitiche, per cui nella nostra valutazione ci arrestiamo a un convinto 84/100. Sappiamo che molti ‘leccapadelle’ impazziscono per Octomore, e ne comprendiamo le ragioni: noi però tendiamo a preferire le espressioni più docili, ma è una mera questione di gusti. Grazie a Fabrizio Gulì per l’invito e i campioni!

Sottofondo musicale consigliato: Carcass – Corporal Jigsore Quandary.

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Octomore 07.2 / 208 (2015, OB, 58,5%)

Nel giorno in cui un nostro amico napoletano si sposa e in cui l’Inter diventa cinese, noi (peraltro reduci dall’addio al celibato del nostro compagno di banco al liceo: e non è un plurale improprio, avevamo un banco ‘da tre’) non possiamo che affogare lo sgomento con qualcosa di estremo: assaggiamo dunque la versione 07.2 di Octomore, la metamorfosi più hardcore tra i torbati di Bruichladdich. Quel 208 nel nome dell’imbottigliamento sta per ppm, quindi vuol dire che è (inutilmente?) torbatissimo – in passato ne abbiamo assaggiati diversi, anche se sul sito è rimasta traccia del solo Comus, e spesso abbiamo registrato come gli eccessi della torba fossero bilanciati da altri eccessi, generalmente della botte… Chissà se quest’ultimo tentativo (5 anni, finito in virgin oak) ci saprà meglio sedurre.

Schermata 2016-06-01 alle 23.56.04N: a 58 gradi e con 208 ppm di torbatura, beh: ci si può pure aspettare una certa ostica chiusura, come primo impatto… E infatti, le prime snasate vanno a sfracellarsi contro un muro che ricorda tanto, a volerlo rappresentare con un’immagine decisamente non necessaria, un pasticcino alla frutta, con la crema pasticciera e, al posto della fragola, un’oliva in salamoia… A parte le nostre stralunate visioni, questo Octo si presenta fin da subito come marinissimo, tra sale e spuma di mare; poi uno smog quasi opprimente, una torba dura e acre; accanto a questo, una punta vinosa e leggermente acidina al limite dell’inchiostro (ci sembra davvero nitido, ma senza la contezza del finish in Syrah, l’avremmo mai percepito? Ah, il demone dell’intelletto…). C’è poi una ‘dolcezza’, appena in seconda fila ma ben presente, che ricorda certi bourbon… Un qualcosa che ricorda il mais, i pop corn?

P: il primo è come entrare sul ring nella finale per il titolo pesi massimi WBO e prendere un pugno in faccia, per errore. Fin da subito, nell’intensità generale, spicca una nota di legno devastante, piena però di sfumature e sfaccettature diverse: liquirizia, anche dolce; inchiostro amaro e allappamenti vinosi a profusione. Tutto intorno, ma sarebbe meglio dire ‘dal di dentro’, il mare, spumoso e in tempesta, che si abbatte con violenza su quel legno; salamoia. La torba sa di smog, proprio, di tubo di scappamento, di plastica bruciata, chimica; se si unisce il tutto, resta un senso di propoli francamente inatteso. L’acqua rende la dolcezza più convenzionale, tra miele delicato, crema pasticciera e vaniglia. Anche un lato balsamico (conifere a go go) molto intenso.

F: leggi il palato e troverai le risposte che cerchi.

Un’ovvietà, forse, con una bestia da quasi sessanta gradi: l’acqua lo rende senza dubbio più approcciabile, più morbido, più – in confidenza – gradevole. Resta tuttavia un whisky estremo, che dividerà: la destra dalla sinistra, i romanisti dai laziali, i fan di Pacciani da quelli di Padre Pio. Noi, cerchiobottisti navigati, lo apprezzeremo senza amarlo: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dj 2p feat. Ensi – Don Dada.

Octomore 5 yo 04.2 Comus (2012, OB, 61,6%)

Dopo tanti giorni di silenzio, rieccoci: nel nostro viaggio in Scozia abbiamo accuratamente evitato Islay, per ‘studiare’ bene i whisky non torbati. Proprio per questa ragione abbiamo deciso di ricominciare con il più torbato di tutti (167 ppm): si tratta di Comus, l’ultima release di Octomore, versione super-peaty della Bruichladdich. Il malto è invecchiato in botti ex-bourbon e poi finito in botti di Chateau d’Yquem, un vino Sauternes particolarmente pregiato. Il colore è paglierino / dorato chiaro.

N: subito profumato, rimane molto aperto, sfacciato, a dispetto di ppm e gradazione: infatti, le botti di bourbon picchiano con tanta vaniglia (e anche un po’ di cocco). Inoltre, la dolcezza si giova di un finish che prima di aprire il sample ci lasciava un po’ perplessi…: tanto tanto miele, poca vinosità, e in fin dei conti un buon odore di Sauternes. Lato fruttato: molto limone, malto giovane (albicocca), fieno. Ma comunque: non doveva essere il più torbato al mondo? L’affumicatura è presente ma gentile; si intuiscono note marine, ma sono solo intuizioni. Tempo e acqua aprono a una vaniglia profonda, note zuccherine. Non c’è legno, né spezie o frutti particolarmente intensi. Stereotypical peaty Islay.

P: ottimo corpo, ma se non vi piace il Sauternes passate la mano. L’affinamento ha conferito un sapore forte, deciso… di Sauternes, coprendo il resto (persino la torbatura da record). Miele, arance; anche con acqua, il vino domina. Non c’è molto altro, ma quel che c’è è bello intenso. Comunque un buon esperimento; l’acqua esalta le componenti torbate. Un filo acidino verso il finale.

F: è il momento in cui il lato isolano si fa più esplicito, e i fenoli invadono il campo. Bello torbato, affumicato (cenere, alghe secche). Punte salate. Miele. Molto persistente.

Un esperimento grazioso, diciamo; le diverse anime di questo malto convivono abbastanza bene, anche se soprattutto al palato l’affinamento in Chateau d’Yquem ci pare un po’ invadente. Al finale, comunque, Islay si riprende ciò che le spetta. Il nostro giudizio sarà dunque di 85/100, mentre Ruben è più indulgente e la pensa così. Qui sotto, Jim McEwan assaggia la sua creatura.

Sottofondo musicale consigliato: Jefferson AirplaneWhite Rabbit.