Port Charlotte 2011 ‘Islay Barley’ (2018, OB, 50%)

là dove si distilla quel che stiamo bevendo

Come senz’altro sapete, la “distilleria progressiva delle Ebridi” – aka Bruichladdich – produce una versione torbata, messa in circolazione al nome di Port Charlotte. Negli ultimi anni, seguendo l’impulso dato dal precedente proprietario Mark Reynier, a Bruichladdich hanno deciso di puntare forte sul terroir, sull’approvvigionamento locale dell’orzo, sulla maturazione in loco – e sulla trasparenza totale nel rivelare quel che si trova nel bicchiere. Per questa ragione, consultando il sito di Bruichladdich si trova ogni informazione possibile su questo Port Charlotte ‘Islay Barley’: distillato nel 2011 con varietà di orzo Oxbridge e Publican coltivati presso le fattorie Dunlossit, Kilchiaran e Sunderland, ovviamente ad Islay, è invecchiato sull’isola in una miscela di botti composta per il 75% da ex-bourbon first-fill e per il restante 25% da barili ex-vino (Syrah e Figero) a secondo riempimento. Grazie ragazzi, ma anche meno, no? Diremmo “imbottigliato nel 2018 a 50%”, ma visto l’aspetto delle nuove bottiglie di PC forse sarebbe meglio scrivere “messo in bussolotti di vetro”.

N: subito l’aria di mare che sferza il borgo di Port Charlotte esce dal bicchiere: alghe riarse e pesce essiccato. Piuttosto nudo, con una torbina fumosa e catramosa neanche così hardcore come ci si aspetterebbe dai 40ppm dichiarati. Sarà la seduzione dell’inverno che galoppa vicino, ma ci vengono in mente nitidi sandalo e verbena. Poca cremosità, anzi un mero sentore di vaniglia. Cedro, e limonata zuccherata.

P: qui una dolcezza zuccherina diventa più facilmente riconoscibile, appoggiata su un tappetone torbato molto intenso (proprio fumo, cenere, ancora catrame). Aria di mare ancora, e alghe: la componente costiera è decisamente caratterizzante. Tè nero. Emerge un po’ di vinosità, che al naso non avremmo riconosciuto. Buono.

F: ancora alghe, con una prima dolcezza mielosa e appiccicosa. Lungo, marino.

Forse confusi da tutte le informazioni che vengono fornite dagli amici di Bruichladdich, abbiamo affrontato questo Port Charlotte aspettandoci una complessità quasi insostenibile per le nostre umili facoltà, e in realtà la sensazione è di una relativa semplicità: intendiamoci, questo whisky è buono e piacevole, sferzante e soddisfacente, con una torba marina e catramosa in evoluzione. Gli manca forse un tocco di magia… Svolto il compitino, ma svolto alla grandissima: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Porcupine Tree – Anesthetize.

Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

Port Charlotte 2007 CC:01 (2016, OB, 57,8%)

Direttamente dalla degustazione “Botte da orbi”, organizzata a novembre dall’amico Corrado nel covo chiamato La Corte dei Miracoli, ecco arrivare una delle ultime bizzarie di casa Bruichladdich: otto anni di invecchiamento esclusivamente in barili ex-cognac – e peraltro, vista la stretta francese sulle denominazioni (a quanto apprendevamo in una visita in distilleria a maggio, non si potrà più dichiarare ex-Sauternes su un’etichetta di whisky, così come già non si poteva scrivere ex-Champagne) chissà se questa indicazione potrà essere vergata in etichetta ancora a lungo…

N: molto espressivo a dispetto della gradazione alta, e molto persuasivo. Il primissimo sentore è senz’altro quello del mare, dell’aria sferzante, dello iodio. Poi un velo di bacon caldo e croccante; ci troviamo anche della mela rossa. Non è però un whisky ‘dolce’ o zuccherino, intendiamoci: paradossalmente appare secco, tagliente. A sfregio di ogni forma di autocontrollo e in barba al pudore, vogliamo svelare la nota che riteniamo essere predominante: il chutney all’arancia. Forse un che di zucchero bruciato, di caramello?, di carruba?, anche se senza mai diventare eccessivo. E la torba? Beh, la torba è industriale, è da tubo di scappamento, da smog. Buono, davvero molto equilibrato.

P: che sorpresa. Il lato agrumato, e di arancia in particolar modo, riesce ad essere predominante pur senza prevaricare: ecco dunque un lato iper zuccherino, vinoso, di arancia caramellata (esiste? sì), di marmellata d’arancia bruciacchiata, di carruba, di castagna bollita. Un sentore di malaga, di zuppa inglese. Poi, il mare: tanto mare, acqua salata, alghe amare. La torba sembra molto ‘organica’, contadina, quasi con note farmy, carica, e pure ancora ‘smoggosa’. Ancora molto buono.

F: lungo, persistente, tutto spalmato su un tappeto di castagne e arancia, con fumo acre e aria di mare.

Whiskyitaly definisce questo whisky ‘provocatorio’, e in effetti non ha tutti i torti: e pure, al contempo, diremmo che la provocazione è riuscita. Non è forse una di quelle bottiglie che ti bevi in una sera, un bicchiere dopo l’altro, perché ha un che di pesante, di molto carico: e pure è anche vario, pare alternare le sue anime ad ogni assaggio. In fin dei conti, ci convince decisamente, e – dobbiamo ammettere i nostri pregiudizi – ci ha proprio stupito: 87/100. Grazie Corrado!

Sottofondo musicale consigliato: Puscifer – The Remedy.

Port Charlotte ‘Islay Barley’ (2016, OB, 50%)

Quando si parla di Bruichladdich, si parla di una delle distillerie più innovative del panorama dello scotch whisky contemporaneo. Port Charlotte è la versione torbata di Bruichladdich, e oggi assaggiamo uno dei membri stabili del suo core range, cioè “Islay Barley”: come recita orgogliosamente il sito ufficiale, “harvested in September 2008 from the farms at Coull, Kynagarry, Island, Rockside, Starchmill & Sunderland, peated to 40 PPM, then distilled in December of the same year, this is a whisky of flawless provenance. A true Ileach”. Prima di darvi le nostre opinioni sotto forma di parole e numeri, vi ricordiamo l’appuntamento più entusiasmante dell’estate whiskofile: l’11 luglio prossimo, grazie all’intervento di Branca (importatore e distributore italiano del marchio), presso l’Harp Pub Guinness a Milano assisteremo ad una degustazione davvero notevole… Noi ovviamente ci saremo, ci piace pensare che ritroveremo tanti amici di malto

N: la gradazione alcolica non è pervenuta; un cereale molto caldo, tanta salsedine (ma proprio tanta, c’è il mare che scorre in questa bottiglia!) e un senso di bruciato che ci ricorda immediatamente le castagne, il profumo delle caldarroste. Col tempo il lato più ‘dolce’ pare definirsi meglio e variegarsi, soprattutto verso note fruttate: ci pare di sentire, accanto all’agrumato intenso (bam: bergamotto!), una frutta gialla matura, un qualcosa di pienamente tropicale, forse un kiwi gold? C’è pure della banale vaniglia. Dopo un po’, l’acre della torba abbinato al fruttato regala una suggestione di borotalco.

P: esplosivo e pieno, davvero esuberante. C’è una bella fusione di elementi marini (acqua salata, ma anche la fune del porto…) ed elementi ampiamente balsamici (borotalco ancora). Poi si scatena anche una bella dolcezza vanigliata e cremosa (con nette venature agrumate: una crema al limone?), con anche decise note di corn flakes, di fiocchi di cereale. Ci sentiamo di condividere con l’estensore delle note ufficiali la suggestione di pepe.

F: resta a lungo il bruciato, ma complessivamente è una torba decisamente più inorganica (pneumatici, porto inquinato).

Molto buono, pulito e raffinato, di grande eleganza: l’ennesima conferma che Jim McEwan, per gli anni che ha prestato servizio in Bruichladdich, lavorava benissimo. Peccato solo che, in un certo senso, siano altri a raccogliere i frutti di quell’impostazione, ma questo fa parte del magico mistero che è l’industria del whisky. Veramente godibile, con un buon rapporto qualità/prezzo (costa 70/80€): complimenti a Bruichladdich! 87/100, ci vediamo la settimana prossima!

Sottofondo musicale consigliato: Islay – Bruichladdich.

Port Charlotte ‘PC12’ (2014, OB, 58,7%)

Accanto all’imbottigliamento per D’Ambrosio-DiLillo-Fiori abbiamo assaggiato Port Charlotte ‘PC12’: edizione speciale per i duty free e primo dodicenne ufficiale di distilleria [edit: no, non è un dodici anni, non fidatevi di whiskybase!], è stato rilasciato sul mercato nel 2014, appena dopo il passaggio di consegne di Bruichladdich, appunto, dalla cordata-Reynier al colosso Remy. Impronunciabile il nome gaelico (Oileanach Furachail), che per quel che ci riguarda potrebbe voler dire qualsiasi cosa: non ne approfondiremo le pieghe semantiche per pigrizia, profondo disinteresse ed un malposto senso del pudore. Il colore è ramato.

PCH_PC12_700MLN: la gradazione scompare e il whisky è davvero molto accessibile: come l’altro, questo esibisce la sua spiccata marinità senza pudori, con un grande mare, grandi alghe, grande sale. A differenza di quell’altro, però, questo ha note molto particolari, decisamente ‘organiche’: prosciutto cotto, perfino salsa di pomodoro (o il gazpacho?), il tutto affiancato curiosamente da una dolcezza molto marcata in senso sherried con malaga, zuppa inglese (ovvio il cenno a uvetta e vini liquorosi). Un che di liquirizia ed anche un’arancia rossa. Volendo astrarre e congelare il tutto ad una drastica, ingiusta e in fondo impropria reductio ad unum: dopobarba. Lucido da scarpe. Ah, il fumo, il fumo! L’affumicatura è un po’ chimica, smoggosa.

P: soprattutto in ingresso rimane ancora bello marino e con peculiari note organiche; poi però arrivano alla carica le suggestioni liquorose (conoscendo le abitudini di casa, immaginiamo botti ex-sherry ma non solo) che squadernano una teoria di note di arancia e marmellata d’arancia, frutti rossi, fragola, amarene, uvetta; fichi secchi. Insomma, un’ode allo sherry cask veicolata attraverso 58 gradi di violenza alcolica e torbata. Mica male, per quello che dovrebbe essere il primo 12 anni del core range… L’acqua rende il tutto più accessibile, più dolce: ma certo non meno intenso… Mandorle dolci.

F: lungo; curiosamente non secca la bocca come ci saremmo aspettati, anzi la frutta rossa si fa succosa assieme all’onnipresente fumo di torba (di smog, gomma bruciata devastante, cenere).

Decade la marinità al finale, peccato; e a nostro gusto peccato anche per un naso un po’ troppo ‘organico’, rispetto ad un palato francamente incantevole. Nel complesso, ci pare senz’altro buono, molto buono, ma forse un po’ troppo carico, un po’ troppo ‘dolce’… Un po’ troppo, e basta; la qualità è però molto alta, quindi 87/100 è il minimo.

Sottofondo musicale consigliato: Pantera – Walk.

Port Charlotte 6 yo (2008/2015, High Spirits for D’Ambrosio-DiLillo-Fiori, 46%)

Schermata 2016-05-05 alle 23.08.00Ricordate lo splendido Port Charlotte in sherry imbottigliato da D’Ambrosio, Di Lillo e Nadi Fiori qualche anno fa? Il trio ha replicato l’anno scorso, questa volta con un single cask ex-bourbon di 6 anni: 216 bottiglie ripartite per tre, fanno 72 bottiglie a testa – ogni versione ‘personale’ è segnalata dalla retroetichetta, firmata di volta in volta da uno solo dei tre amici. Ne mettiamo una copia (presa da whiskybase, grazie al lavoro di catalogazione di Glen Maur) a firma D’Ambrosio, in cui si può leggere una storia interessante, che vi spiegherà perché con questa etichetta c’è anche un’altra versione, a 50%…

Schermata 2016-05-05 alle 23.07.20N: beh, si intuisce immediatamente la stoffa del campione. Esibisce fin da subito una massiccia marinità pulviscolare (wtf?!), come quando sul molo il vento ti sbatte nelle narici aria e acqua di mare… Alghe. Una intensa mineralità torbosa accompagna il mare, con fortissime evidenze di lana bagnata. Molto nudo e tagliente, sembra di rotolarsi su un prato di erba falciata, appena dopo la pioggia. Oltre a un senso di limone ancora molto vegetale e pungente (lemongrass, o il bianco del limone), si riesce a scorgere appena una velata nota ‘dolce’ di borotalco, diciamo. La gioventù si evince anche da un fumo veramente ficcante ed acre, tutto su cenere e motore diesel. In crescita note di erbe aromatiche (rosmarino?), magari abbrustolite sul fuoco… Solo il tempo (diciamo una mezz’ora) lascia uscire note di caramelle di zucchero.

P: ottimo il corpo, anche a 46%: oleoso e masticabile com’è, spara bordate di sapore che neppure Roberto Carlos quando ancora era magro. Rispetto al naso, spicca una dolcezza più marcata (anche se certo non ruffiana), tutta tra vaniglia e liquirizia. Per il resto, il profilo è molto coerente, con una chiara sapidità, note ancora erbacee, di erbe aromatiche; cresce un’affumicatura bella ‘sporca’, da tubo di scappamento, da plastica fusa più che da braci. Poi, più nette sono note medicinali (quasi di garza).

F: qui il mare è predominante, un’ondata travolge gli ultimi lacerti di dolcezza vanigliata: tutto il resto è fumo. Plastica bruciata.

Non ha molto senso perdersi in troppi giri di parole, e sappiamo che Giorgio, che speriamo ci legga, sarebbe perfettamente d’accordo: è buono, anche a 46% ha un’intensità impressionante. Come al solito in questi casi apprezziamo l’austerità, la ‘serietà’ di un whisky godibilissimo ma nudo, severo, tutto incentrato sul lato più wild di Port Charlotte, senza concessioni a botti troppo marcanti: 88/100 è il verdetto, speriamo di riuscire a riassaggiarlo presto!

Sottofondo musicale consigliato: Send Medicine – Who am I feeling?

Piove whisky Vol. I

Oggi inauguriamo un nuovo format, per noi molto divertente e che, ne siamo certi, in breve tempo si guadagnerà un posto al sole nelle cronache mondiali. Di cosa si tratti è presto detto: di un post con recensioni multiple, composto da una smitragliata di impressioni ermetiche e dal voto, così senza troppi fronzoli. Nel corso degli anni nella nostra mini cantinetta si sono accumulati tanti samples e ci siamo resi conto di patire una certa fatica nel far rimanere i fegati al passo con la nostra curiosità; l’accumulo inizia a farsi gravoso e così con l’approssimarsi dell’autunno pioverà whisky…

Stratheden ‘Lost distillery’ (2013, 46%)

the-lost-distillery-stratheden-blended-malt-scotch-whiskyLa Lost Distillery Company si è messa in testa la matta idea di riprodurre i malti di vecchie distillerie oramai perse nel tempo. Stratheden, nelle Highlands orientali, rimase in attività per circa un secolo, fino al 1926. Qui qualche cenno in più. Questa strana creatura è un misto salato di torba, spezie e frutta bianca fresca. Serge lo apprezza molto e lo paragona a un Talisker o a un Highland Park. Bell’esperimento, per noi è 85/100.

 

Bank Note 5 yo A.D Rattray

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L’idea è simile, solo che qui l’imbottigliatore vorrebbe riprodurre un blend circolante in Scozia circa 150 anni fa. Vorrebbe, appunto, perché l’esito è meno che modesto: a un naso timidino segue un palato slegato e guastato da ‘off notes’ mentolate e di cereale fermentato. Bocciato: 50/100.

 

 

Blair Athol 16 yo (1997/2013, Douglas of Drumlanrig, 46%)

Schermata 2015-08-24 alle 13.43.42Metti una serie misconosciuta di un importante imbottigliatore scozzese (Hunter Laing), metti una distilleria altrettanto ‘misteriosa’ delle Highlands e taaac: scatta la sorpresa! Un mondo fatto di mou e dolci natalizi vi attende accogliente, per la gioia del duca di Buccleuch e Queensferry, che approva personalmente ogni botte: 84/100.

 

 

Port Charlotte White Rioja (2001-2011, Malt of Scotland, 66,3%)

794e2de84aSi citano sempre gli Octomore come esempi di whisky estremi, ma questo sembra superarli tutti: dopo aver subìto l’influenza di un vino bianco spagnolo, il PC in questione arriva nel bicchiere all’incredibile gradazione di 66,3 gradi, presentandosi come un assortimento di parossismi: esplosioni pesciose inaudite, torba acre e chimica, una dolcezza surrealmente marsalata e un mix di erbe mediterranee. Una miscela per pochi: 85/100.

Port Charlotte ‘PC9’ (2009, OB, 59,2%)

Da tempo non facciamo una sosta su Islay… Ravanando nel nostro parco-sample, ci siamo resi conto di avere, nascosti sotto una coltre di polvere, con le etichette smangiate, con lo sguardo sofferente di due cuccioli di labrador dimenticati fuori dal supermercato… due sample (già!, non bastava l’affronto dell’oblio, doveva essere anche duplice!) di PC9, una versione limitatissima di Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich: si tratta di una tiratura di 6000 bottiglie, solo invecchiamento ex-bourbon, imbottigliata nel 2009. Come sapete, ogni anno dal 2006 sono state messe sul mercato diverse edizioni limitate a numerazione progressiva (PC5, PC6, PC7, PC8, PC9…), fino ad arrivare al recente PC12, che assaggeremo a breve; la qualità è sempre stata molto alta, quindi altrettanto alte sono le nostre aspettative.

pclob.non1N: la gradazione monstre non è un problema, si snasa che è un piacere. Uno dei Port Charlotte più marini che abbiamo mai incontrato: brillano proprio le note salmastre, di spuma, di sale incrostato; poi la torba, solo in parte fumosa (anche se… il fumo c’è, intenso e acre, sia chiaro, ma tra due titani pare vincere il minerale); poi, ecco le conifere, gli aghi di pino; e poi la vernice… Il lato fruttato ricorda il succo pera e limone, mentre non c’è traccia di vaniglia se non dopo un bel po’ d’aria.

P: molto aggressivo, ancora attacca sull’acqua di mare, intensissima, come concentrata; e poi torba, acre, violenta e cenerosa. Al fianco cresce una dolcezza più smaccata che al naso, ma meno fruttata: borotalco, limone, vaniglia (legna bruciata). Un pit di menta, perfino un velo di peperoncino. Zolfo (di fiammifero), e un che di balsamico.

F: plastica bruciata, zucchero a velo, sale. Ancora zolfo e fiammifero. Lunghissimo e intensissimo.

Diverso dalle altre release ufficiali di PC, ma non per questo meno convincente: anzi, con il lieve sbilanciamento verso il lato più austero e marino, il distillato rivela una capacità di modularsi a seconda delle esigenze… Ma siccome dietro a queste distillazioni, a queste selezioni e a questi imbottigliamenti c’è il genio di Jim McEwan, beh: non c’era da dubitarne. 88/100 il giudizio, alla grande.

Sottofondo musicale consigliato: Maribou State – Steal.

Port Charlotte Valinch ‘Prediction’ (2003/2012, OB, 63,5% – 50 cl)

Squagliandoci sotto al sole, abbiamo pensato che il modo migliore per finire al pronto soccorso fosse tracannarsi un bel torbatone a più di 60 gradi: non abbiamo tutti i torti, vero? Assaggiamo un Port Charlotte della serie ‘Valinch’, ovvero le edizioni limitate (e ricercatissime in asta) di Bruichladdich; nello specifico, ecco la versione Prediction, che in qualche modo voleva anticipare l’uscita del PC10. Si tratta di un whisky maturato in bourbon per nove anni e finito per sei mesi in botti di Chateau Latour, che per chi non lo sapesse è uno di quei vini francesi costosissimi (e che si tratti di una cialtronata colossale, proprio roba da francesi, si capisce dando un’occhiata al sito [ndr: francesi, stiamo a scherza’, suvvia]).

33083-largeN: 63° e non sentirli: apertissimo. Port Charlotte, ciao, sei tu: rispetto ad altri OB assaggiati, ancora più giovani, questo – almeno cask strength, e forse per il finish – risulta più naked, nel senso che pare decisamente meno ‘cremoso’. Spiccano note di salsa BBQ; è piuttosto vegetale e marino, per ora sembra che il vino non abbia ‘arrotondato’ né coperto (ebbràvo Jim). Note di salamoia, di torba, di eucalipto. Dicevamo meno cremoso, sì, ma col tempo emergono note bourbonesque (whiskyfacile: creiamo neologismi dal 1983). Buccia di limone. Vediamo con acqua… Agrume più nitido; la componente vinosa è più intellegibile. Anche spezie più distinte (chiodi di garofano).

P: 63° e sentirli tutti. Presenta la solita mostruosa intensità di Port Charlotte, a partire da un tappetone di torba e affumicatura acre; però ci pare forse eccedere in rudezza, perché queste note non sono mitigate da una spiccata dolcezza, ma anzi restano punte vegetali, di inchiostro (dev’essere il vino), oltre a una legnosità davvero hardcore. Liquirizia; ancora note mentolate. Ancora, il vino pare seccare più che arrotondare. L’acqua allevia l’impatto alcolico: è più vanigliato e zuccherino, ma non cambia radicalmente.

F: fieno e torba e inchiostro e acqua di mare. Lungo e molto persistente.

Ci eravamo abituati a giovani Port Charlotte in grado di mascherare la propria età: a questo non riesce lo stesso miracolo, anche se la straordinaria intensità lo salva da una bocciatura. In ogni caso, non ci pare di grande complessità né particolarmente entusiasmante; insomma, non è il PC che ci sconfinfera, ed anzi forse è il primo a non persuaderci del tutto, ma il suo 84/100 se lo guadagna con merito. Si trova attorno ai 200 euro, ma okkio: la bottiglia è da 50 cl.

Sottofondo musicale consigliato: Marilyn MansonThe Beautiful People.

Port Charlotte 5 yo (2002/2008, Fiori/D’Ambrosio/Di Lillo, 46%)

Abbiamo pensato che un piccolo bonus torbato non fosse una cattiva idea per aprire la nuova settimana, e ci siamo affidati all’esperienza degli italiani. Assaggiamo oggi un Port Charlotte ‘storico’; si tratta di un imbottigliamento molto particolare, con tre diverse etichette, una per ogni proprietario della botte. E che proprietari! Stiamo parlando di Giorgio D’Ambrosio, Franco Di Lillo e Nadi Fiori, persone che (non vi diciamo nulla di nuovo) hanno fatto e continuano a fare la storia del whisky… Port Charlotte 2002/2008, dunque, invecchiato per soli cinque anni in una botte di sherry, come è ovvio se si guarda il colore ramato scuro. Ne abbiamo portato a casa un sample dall’ultimo Spirit of Scotland, dove questa chicca concludeva una fantastica masterclass tenuta da Pino Perrone e Francesco Mattonetti.

wb0453e627-9_IM160643N: alcol morbidissimo; è molto aperto fin da subito, e fin da subito si rivela splendido. L’esordio olfattivo contiene note ‘sporche’ e inusuali davvero notevoli: carne alla brace, salsa barbecue, ma anche note di lana bagnata, di legno vecchio. Grasso di carne che cola sulle braci? L’affumicatura, certo presente, non è acre ma si lascia assaltare dalla botte; note fruttate molto calde, ci vengono in mente le prugne cotte alla cannella, oppure certe marmellate ancora in cottura… Intense note di caffè e di cioccolato amaro.

P: ancora piuttosto ‘carnoso’, con note proprio di carne secca, di carne affumicata. C’è un apporto del legno mostruoso, con uno sherry massiccio e molto tanninico che però non nasconde del tutto una succosa dimensione fruttata (frutti rossi qui; diciamo ‘infuso ai frutti rossi’?) e agrumata (arancia rossa, un po’ amarina). Note di cola, di ferrochina. Ci colpisce una suggestione di caffè turco o siriano, quello cotto nel pentolino insieme a varie spezie (chiodi di garofano, ad esempio). Il corpo è fantastico, dato che è veramente denso e ‘masticabile’. Cioccolato all’arancia.

F: prosegue sulla linea dei tannini che allappano un po’; tracce di fondo di caffè. Poco fumo, il legno si mangia via quasi tutto, con ancora resistenze di frutti rossi speziati, scorzetta d’arancia, cioccolato amaro.

Assaggiando Port Charlotte così giovani, noi francamente rimaniamo sempre a bocca aperta… Che qualità! Supersaporito ma non ‘eccessivo’; in ogni caso, certamente la botte tende un po’ a coprire il distillato, ma in questo caso – se possiamo spingerci a valutazioni del genere al cospetto di cotanti selezionatori – la qualità dell’apporto del legno è tale da rendere il risultato molto buono, molto bilanciato e per nulla banale. Ci ricorda quei pochi torbati in sherry ‘del passato’ che ci è capitato di bere; ha effettivamente un tocco ‘old style’ e vagamente orientale… Complimenti a chi l’ha scelto, e ancora più complimenti a chi ne stipa una bottiglia per le grandi occasioni. 88/100 è il punteggio che si guadagna nel nostro cahier, Serge la pensa così e Ruben così.

Sottofondo musicale consigliato: Luigi TencoVedrai vedrai.