Springbank 1998 (2015, Malts of Scotland, 49,2%)

Malts of Scotland, imbottigliatore indipendente tedesco, da diversi anni seleziona barili e pian piano ha acquisito sempre più credito presso gli appassionati in giro per il mondo. In Italia è importato da Max Righi, che al Milano Whisky Festival dell’anno scorso ci ha fatto omaggio di un sample di questo Springbank di circa 16 anni: distillato nel 1998, è rimasto in un barile ex-sherry fino al 2015. Dopo quasi un anno, è giunto il momento di berlo.

N: sporchino come solo certi Springbank sanno essere. La prima dimensione che incontriamo è quella di un lato lievemente torbato e molto costiero (guscio di mollusco, scoglio), con note di terra umida, pepe, un lieve fumo di cerino. Dopo un po’ si apre su un lato più morbido e succoso, anche se molto sottile e trattenuto: ci viene subito in mente la mela rossa, poi una crostata alle mele… Ha una punta erbacea (se diciamo genziana ci insultate? e se diciamo bustina di valeriana? ma insomma, cosa dobbiamo dire per farci insultare?!); fieno.

P: complessivamente più ‘dolce’, meno spigoloso: il filo di fumo è sempre più sottile, e il lato costiero e minerale è qui una semplice sfumatura di un profilo apparentemente più rotondo. Ancora mela e crostata di mele, vagamente cremoso. La verità è che la dolcezza è soprattutto di cereale (fieno). Un fil di ferro ciucciato (l’avrete appeso un quadro in casa, prima o poi, no?). L’acqua semplifica, spostando la bilancia sul versante dell’austerità, rendendolo molto oleoso, erbaceo e marino.

F: riecco la patina di cera e di fumo, di quella torba spigolosa e trattenuta di Springbank, e tanto fieno caldo.

Complesso nella sua semplicità, ha una sua bella evoluzione: all’inizio il naso sembrava preferibile, ma poi il palato con l’aggiunta di acqua dimostra di sapersi evolvere nella direzione di un’austerità propria dei malti di Campbeltown. Buono, un po’ squilibrato e spigoloso; volendo usare una metafora musicale, non è una sinfonia, è un accordo – ma su uno spartito ben composto. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Struts – Could Have Been Me.

Springbank 14 yo ‘Bourbon cask’ (2002/2017, OB, 55,8%)

A ottobre del 2017 i ragazzacci di Springbank hanno lasciato gradevolmente sorpresi i fan della distilleria rilasciando questo imbottigliamento in edizione limitata (9000), caratterizzato da una scelta dei legni di invecchiamento abbastanza particolare per gli standard della distilleria. Sono stati infatti utilizzati solo barili ex bourbon, sia di primo riempimento che di successivi riutilizzi. La scelta è inusuale perché anche per la versione entry level, il 10 anni, la ricetta prevede una miscela di barili ex bourbon ed ex sherry, ed è dunque un fatto che per assaggiare un imbottigliamento forgiato dai legni impregnati del solo distillato d’Oltreoceano ci si debba perlopiù affidare a single cask, che però sfortunatamente sono davvero poco inflazionati – e quando escono in commercio, spariscono in mezz’ora. Così la curiosità monta a dismisura, la salivazione aumenta, la pressione sale: siamo determinati ad andare fino in fondo.

sept17-springbank14_1N: la tipologia d’invecchiamento appare subito evidente, con note folgoranti di gelato alla banana (quello sullo stecco della nostra infanzia). Molto ricco, con vaniglia, torta paradiso, crema pasticciera; anche una nota burrosa e zuccherina, diciamo da budino alla vaniglia. A tratti sembra di sentire burro fresco – ma forse è solo il preludio a quelle zaffate che escono qua e là di aria di mare, di iodio, di sentori minerali tanto cari alla distilleria. Non il più complesso degli Springbank, ma che qualità… L’aggiunta dell’acqua apre il lato più duro, restituendo note di humidor di sigari, di tabacco da pipa, di legno speziato.

P: semplice ma concreto. Di nuovo il percorso inizia con la dolcezza gialla e cremosa del bourbon, con crema pasticciera e banana e vaniglia; poi si apre sull’austerità di Campbeltown, con il mare e un principio di torbatura minerale, molto terrosa e sapida, per poi buttare lì delle bellissime note di tabacco da pipa, con spezie.

F: lungo, persistente, la dolcezza rimane ma lascia presto spazio a un senso di sigaro spento, di tabacco da pipa aromatizzato.

Durante la recensione non abbiamo fatto cenno alla gradazione, il che è già di per sé un valore. Non possiamo che ribadire quanto già scritto sopra: buono, buonissimo come quasi sempre accade con Springbank, meno sfumato e screziato di altre espressioni ma comunque con in primo piano le caratteristiche minerali e marine tipiche del distillato di Campbeltown. 87/100 ci pare il giusto compromesso; tuttora si trova in commercio a circa 100€.

Sottofondo musicale consigliato: Bonobo – Kerala.

Springbank 13 yo (2003/2017, Cadenhead’s, 57%)

Oggi assaggiamo quello che è stato un instant best seller all’ultimo Milano Whisky Festival: era andato sold out poche ore dopo la messa in commercio in estate, le poche bottiglie rimaste all’importatore italiano sono state letteralmente polverizzate due weekend fa. Come sapete, Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, festeggia quest’anno il suo 175esimo anniversario, e lo sta celebrando alla grande, con imbottigliamenti dedicati e alcune serie speciali. Tra queste, ecco la linea di single casks per i punti vendita in Europa: come tributo al fu Cadenhead’s Whisky Shop di Aberdeen, negozio storico visto che proprio ad Aberdeen nacque la compagnia che ora ha sede a Campbeltown, Cadenhead’s ha imbottigliato uno Springbank di 13 anni in sherry Oloroso, naturalmente non colorato, non filtrato a freddo e non diluito (57%). Ora, Springbank e Cadenhead’s hanno la stessa proprietà: confidiamo che abbiano scelto un barile meritevole… Affrontiamolo.

58877-714-1N: massiccio e aggressivo, selvaggio e ‘sporco’ come ci si aspetta da uno Springbank in sherry first fill. Incredibile intensità: nel sezionare partiamo dalle note più sporche, sulfuree, di fiammifero, di cuoio nuovo, di cera di candela… Poi lo sherry porta una bordata di frutta rossa: confettura di ciliegie, poi fragole, more, anche lamponi. Molto fruttato, in effetti: pesca bruciacchiata (?), tarte tatin, mela glassata. Più ci si tiene il naso sopra, più il sulfureo si assorbe: resta poi, in crescita costante, una nota di malto, di frollino o di brioche. Arancia rossa, sempre di più.

P: l’impatto non è adatto ai deboli di cuore, l’alcol picchia abbastanza. Ma che spettacolo! Riesce ad essere ancora più sporco di quanto il naso non lasciasse presagire: tra mille spigoli, alcuni anche torbati, si fanno avanti note di cera, di zolfo, di arancia rossa marc… ehm, troppo matura (veramente notevole), poi un qualcosa che ricorda un soffritto. Cresce una nota salina, nitidamente sapida e marina, inattesa. Non si dimentichi il lato dolce e fruttato, pure presente, tra confetture ai frutti rossi, forse caramello, quelle parti di crostata bruciacchiate in forno, senz’altro del miele scuro. Ancora arancia rossa.

F: all’inizio troviamo cioccolato fondente (anzi: fave di cacao), confettura ai frutti rossi e qualcosa di dolce e bruciato, ma poi all’infinito resistono il fiammifero, il sulfureo, il cuoio. Viene fuori anche un bel fumino acre di torba.

Con Sprinbgank (e con gli Springbank in sherry a maggior ragione), la storia è sempre la stessa: o lo ami o lo odi. Un whisky che racchiude in sé due eccessi: sia il barile di sherry, marcante e sfacciato, sia tutta la spigolosità di un distillato che non ha eguali in Scozia, e non solo lì forse. Effettivamente è un whisky spettacolare, a suo modo, eccessivo e carico, e sicuramente sarà divisivo: un whisky scomodo, cui è difficile tappare la bocca. Dopo attente elucubrazioni, siamo giunti a chiudere su 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: A perfect circle – The Doomed.

Springbank 21 yo ‘The First Editions’ (1995/2016, Edition Spirits, 49,9%)

Sabato scorso c’è stato il Milano Whisky Day, e grazie alla disponibilità di Andrea e Giuseppe abbiamo avuto il piacere di lavorare dietro ai banchetti e di tenere uno zoppicante seminario sulla storia di Campbeltown. Proprio da Campbeltown peschiamo il whisky di oggi: si tratta di un single cask di Springbank, 21 anni, selezionato da Edition Spirits per la serie First Edition – ringraziamo Fabio Ermoli per il campione e ci tuffiamo all’assaggio.

6187-8931springbank1995-201621yearoldthefirsteditionsN: i quasi 50% sono davvero marginali, se non nel suggerire una grande compattezza. In primo piano, tutte le ragioni per cui Springbank è unica: si respira la costa, marina, minerale, con suggestioni di ostriche, di alghe a bordo spiaggia; una leggera cera, a coprire un senso di sale e mare davvero favoloso. C’è la torba, una torba speziata e pepata, con anche un filo di fumo (sembra di passare affianco al kiln, ma senza entrarci). Poi c’è la frutta, molto calda: e anche l’agrume è zuccherino (mandarino succoso, ma pure marmellata d’arancia, e buccia d’agrume); miele; fiocchi di cereale. Tutte le componenti fin qui elencate continuano a mutare i rapporti di forza, talvolta con più enfasi sulla torba, talaltra sul salmastro, poi sulla frutta… Eccellente.

P: splendido; compatto e masticabile, con una grande intensità. L’impatto è sull’austerità, ovvero sulla cera innanzitutto (quanta cera c’è!), poi sul fumo di torba lieve, sul pepe, sull’acqua di mare senza essere ‘salato’; ostriche, e foglia d’ostrica, per gli snob che la conoscono. Poi la dolcezza, fruttata e zuccherina: ancora agrumi succosi, poi miele, un velo di crema pasticciera. Viene in mente il pasticcino alla frutta (quello agli agrumi, a dirla tutta), ma senza la base di pastafrolla. A ogni sorso è diverso, dopo un po’ arriva il cereale, in purezza (o meglio: c’è un senso di pudding, di corn flake…).

F: lungo e persistente, continuamente cangiante: cereali, fumo, mare, frutta (a tratti tropicale, cocco?), cera, agrumi… Splendido, il fumo minerale e costiero dura all’infinito.

92/100, di una bevibilità devastante e di grande complessità. Non è esplosivo, ma si gioca tutte le note tipiche della distilleria tra una sfumatura e l’altra, senza schiaffeggiare ma carezzandoti con dolcezza: ventun anni di barile non hanno levigato però le asperità minerali e costiere, che inseguono la dolcezza come Murray e Smith si inseguono a vicenda nell’assolo di Hallowed be thy name degli Iron Maiden. Similitudine del cazzo, lo sappiamo.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Hallowed be thy name.

Springbank 12 yo ‘Cask Strength’ #8 (2014, OB, 54,3%)

Questa mattina, mentre leggete le nostre irresistibili parole, noi siamo a Campbeltown e stiamo annusando l’aria costiera della città, i profumi di orzo del malting floor di Springbank, il penetrante odore di fumo di torba che sale dal kiln, e tra poco ci mangeremo il solito, pessimo fish and chips. Dura la vita, eh? Per darvi l’errata illusione di essere con noi, invece che in ufficio, oggi recensiamo l’ottavo batch dello Springbank 12 anni Cask Strength, a grado pieno, a prevalenza di invecchiamento in sherry; è una release del 2014, tenete conto che da quest’anno l’estetica delle etichette è cambiata.

N: molto potente e intenso, parte subito con un forte lato di cuoio, al limite del sulfureo; poi ci sono tutte le note più ‘sporche’ di Springbank, e dunque cantina umida, perfino un poco di muffa; un qualcosa di pirico, che ci ricorda i petardini o i fiammiferi, la polvere da sparo; e come tralasciare la spiccata nota salmastra? Poi, tanto sherry: frutta rossa succosa, ciliegia, more…

P: l’attacco è sulla liquirizia salata, poi cresce in intensità il lato marino, salato, costiero, con note che ricordano proprio le alghe, il pesce. Cioccolato salato, ancora radice di liquirizia. Poi torna la muffa, cresce il legno bagnato (avete mai camminato in montagna sotto la pioggia?). Si chiude ancora con la dolcezza, fatta ancora di frutta rossa, ciliegie, pesche sciroppate.

F: lungo, anzi sterminato; fumo, frutta rossa, sale, spezie…

Eccellente, molto carico e ‘sparato’ a mille in tutto e per tutto: non è un whisky per i deboli di cuore, data l’intensità devastante e la ‘difficoltà’ complessiva del profilo, sporco e rognoso come solo i malti di Campbeltown sanno essere. 88/100, scusate, torniamo in distilleria.

Sottofondo musicale consigliato: Pennywise – Bro Hymn.

Springbank 11 yo ‘Local Barley’ (2017, OB, 53,1%)

Dopo aver assaggiato il Local Barley di Springbank dell’anno scorso, il livello di impazienza per l’attesa dell’edizione 2017 era francamente ben oltre i livelli di guardia. Grazie a Claudio Riva, che ha deciso di aprire e condividere la sua bottiglia, il Clan di Como di Whisky Club Italia ha organizzato una serata a tema Springbank in quel di Cantù, nella serie di degustazioni monografiche “Distillerie Svelate” e ne ha approfittato per mettere sul tavolo proprio il Local Barley 2017 – noi non potevamo mancare, anche perché il resto del parterre era di tutto rispetto (Hazelburn 10, Springbank 18 e 12 Cask Strength, Longrow 18!). Il “Local Barley” è un 11 anni, questa volta prodotto solo con orzo Bere (la varietà d’orzo più antica da noi conosciuta, ed oggi poco usata dall’industria del whisky perché meno efficiente a livello quantitativo) coltivato a pochi chilometri dalla distilleria, nella Amos Farm di Campbeltown – naturalmente l’orzo è maltato in distilleria, dato che come sapete Springbank è l’unica a completare quest’operazione nella sua interezza in casa, ed è maturato in soli barili ex-bourbon.

N: è a grado pieno, ma l’impatto dell’alcol è praticamente inesistente. L’orzo, chiave del concept dietro questo whisky, è ovviamente in primo piano: si sente tanto il cereale, note di pane appena sfornato; ma anche di biscotti ai cereali, di campi di fieno al sole… Ha perfino note di banana verde; limonoso e agrumato (anche cose di arancia). Foglia di limone, e in generale evidenti note erbacee. La torba si sente nel lato costiero e minerale: salamoia e ciottoli, fantastico. Col tempo cresce un lato fruttato e zuccherino che ci ricorda – per farla breve – un delicato sentore di marshmellow.

P: decisamente più ‘dolce’ come primo impatto, mostra un corpo bello pieno e dà rassicuranti sensazioni di calore (?). Di nuovo, la dolcezza non è della botte ma del distillato (e dunque non vaniglia ma pera dolce, di nuovo tanto cereale – fiocchi Kellogs). Frutta secca lieve, nocciole e mandorle. Bello acidino, con ancora limonata zuccherata in evidenza. Pasta di cacao (bella ‘grassa’), perfino delle note di cera. Si sente il fumo, la torba è più carica e più evidente.

F: cioccolato fondente, cera e tanto limone. Ancora labbra salate.

Veramente buono, buonissimo anzi: il cereale è ovviamente il grande protagonista, ma supportato da tutta l’unicità dello stile inconfondibile di Springbank. Quel che affascina è come sempre la complessità del distillato, che regala sfumature e sapori che coprono praticamente l’intero arco parlamentare degli aromi: dal minerale al fruttato al costiero all’erbaceo, dalla frutta secca al ciottolo di fiume, dal cioccolato al pane sfornato al bananoso. Siccome reason is in comparison, rispetto al Local Barley 2016 (più vecchio di cinque anni e con una quota di botti ex-sherry) questo ci pare solo un gradino sotto per una dolcezza più evidente, ma che questo non infici l’eccellenza di quanto abbiamo davanti: 89/100, prendetene pure una bottiglia, se ancora la trovate… Grazie a Claudio e Serenella per l’ospitalità e la bellissima serata, e complimenti ad Andrea per la location Vini e Più: una splendida realtà nel cuore della Brianza, bravo!

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Solitude.

Springbank 18 yo (2016, OB, 46%)

Terzo whisky diciottenne della settimana, e si va a Cambpeltown, nella distilleria regina: Springbank. Per questo imbottigliamento, edizione limitata annuale per 7200 bottiglie (anche se la cosa non è immediatamente chiara, si tratta di batch variati di anno in anno), è stato selezionato un invecchiamento da 80% ex-sherry e 20% ex-bourbon – ma sappiamo che quando si tratta di Springbank, quello che conta davvero è il distillato…

N: il primissimo impatto è con le onde del mare: il lato costiero è infatti impressionante, con zaffate di ostriche, di porto industriale… Subito dopo, un lato altrettanto intenso di zolfo, a metà tra l’agrume (arancia rossa moooolto matura) e il fiammifero, la polvere da sparo. Confettura naturale di more, molto densa, a farci spostare verso il lato fruttato; e volendo essere precisi non possiamo non citare la confettura di fragola. Un poco di mela rossa (anche in versione torta: tarte tatin). Chiudiamo un naso molto complesso tra il cuoio, le fave di cacao e un velo di fumo di pipa.

P: il panorama è il medesimo del naso, in modo molto coerente, ma partiamo dalle differenze: è più dolce, meno marino (ma ugualmente costiero), la torba è ancor più evidente, e il lato sulfureo vien fuori solo in una seconda fase. L’attacco è infatti incentrato sulla frutta (mele, tarte tatin ancora), perfino su una vaniglia calda e avvolgente, anche una nota proprio di malto caldo. Poi come detto emerge il lato più Springbank, con liquirizia salata, zolfo, buccia di arancia, fumo di pipa (o di sigaro?), acre aria di mare.

F: lungo e inteso, tra fumo e frutta rossa si insinua una gradevolissima sensazione di cera. Ancora liquirizia salata.

89/100, proprio molto molto buono. Complesso e strutturato, intenso e pieno di sfumature, conferma di essere un classico di distilleria: e a berlo vengono in mente paesaggi costieri, penombre, amici, falò, carte, risse, amori, e sì, forse ne abbiamo bevuto troppo. Un malto da meditazione che non disdegna un fascino più immediato. Eccellente.

Sottofondo musicale consigliato: Fever the Ghost – Source.

Springbank 16 yo ‘Local Barley’ (2016, OB, 54,3%)

schermata-2016-12-23-alle-11-29-23Springbank, unica distilleria in Scozia a maltare il 100% dell’orzo in casa, ha vinto quest’anno il premio di ‘distilleria dell’anno’ al Milano Whisky Festival, proprio in virtù del suo carattere artigianale – al contempo, il 16 anni ‘Local Barley’ si è messo sul petto la medaglia d’oro alla stessa kermesse milanese. ‘Local Barley’ è il nome di una serie di imbottigliamenti storici della distilleria, distillati tra il 1965 e il 1966 e imbottigliati negli anni ’90 (per vostra informazione, alcune di quelle bottiglie vanno in asta a più di 4000 euri): le etichette sono quelle, bellissime, che vedete qui a fianco. L’esperimento di usare solo orzo locale è stato replicato nel settembre 1999, quando è stato distillato orzo (per i nerd: varietà prisma) della Low Machriemore Farm, vicino a Campbeltown, nel Kintyre del sud. Il nettare d’alambicco è stato poi piazzato a riposare in botti ex-bourbon ed ex-sherry (rapporto 80-20) e infine messo in bottiglia proprio l’anno scorso. Le bottiglie sono state razziate, vanno già a 200€ in asta e dobbiamo ringraziare il Milano Whisky Festival e Beija Flor, importatore italiano di Springbank, per aver deciso di aprirne un esemplare a fine novembre.

schermata-2016-12-23-alle-11-34-29N: verrebbe da dire che gli anni in botte non hanno poi inciso così tanto: un difetto? Neanche per sogno, perché lasciando parlare il distillato Springbank regala sempre emozioni. Come promette l’etichetta, c’è tantissimo cereale: dal malting floor alla spiga sotto al sole, e finanche qualche biscotto – appunto – ai cereali. Eresia parlare di un lato compiutamente farmy? Decisamente no, anzi, e pure attraverso questo carattere contadino si arriva a salamoia e olive verdi, che ci ricordano quale aria si respira fra i vicoli di Campbeltown, e poi un velo possente di fumo di torba, e tutta la mineralità che sapete immaginare (terra, lana bagnata). Pian piano si svela anche una dimensione fruttata, mai invadente, tra pesca albicocca e arancia.

P: immaginate il naso, che era ricco ed espressivo, e moltiplicatelo per varie volte… La dolcezza, qui da subito evidente, si fa più compatta e sempre con suggestioni di pesca, frutta gialla matura e un accenno al limite del tropicale. Esplode l’arancia, che con la sua buccia quasi andata ci conduce a bomba al lato più Springbankoso, denso e intenso come non mai: amido, minerale, salamoia e un lato al limite del sulfureo (di qui il cenno all’arancia quasi marcia), con fumo di candela, acqua di mare… La torba verso la fine emerge compiutamente e va a sfociare…

F: in un vero e proprio fumo, misto a tutte le suggestioni auster di cui sopra: la dolcezza è un mero ricordo.

Eccellente, buonissimo, difficile (e pure è stato il più apprezzato alla degustazione del MWF, a dimostrazione che i prodotti più complessi poi piacciono) e per questo esaltante. Un tributo commovente al cereale e allo stile unico di una distilleria che fa della propria ostinazione una bandiera: 91/100, abbina austerità e intensità, seduzione e riottosità… Bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Motorhead – Enter Sandman, cover dei Metallica.

Springbank 10 yo (2016, OB, 46%)

15036306_1310117275673261_4348286388354192821_nIl Milano Whisky Festival ha premiato Springbank come distilleria dell’anno, in virtù del carattere artigianale tipico di un’azienda che da decenni tira dritto per la sua strada, senza compromessi, continuando a maltare l’orzo in casa (il 100%!), a usare tempi di fermentazione molto lunghi, ad alimentare gli alambicchi a fuoco diretto (ok, solo uno dei tre, ma insomma), a tenere le botti a maturare nelle warehouses in sede. Oggi assaggiamo la versione ‘base’ di Springbank, il 10 anni: è una miscela di botti ex-bourbon ed ex-sherry, e – lo ricordiamo ai più distratti – è leggermente torbato, circa 15 ppm. La distillazione di Springbank è unica in Scozia, dato che è di due volte e mezzo: cosa questo significhi in concreto, lo lasciamo al bellissimo schemino (pardon, all’infografica) che campeggia nella still room e che replichiamo qui sotto.

springbank-10-single-malt-scotch-whiskyN: due anime che si incontrano e si innamorano. Una ha le sembianze dell’aria di mare, della costa inspirata a pieni polmoni, un odore di terra umida e di torba minerale senza fumo; l’altra, vestita d’arancio, unisce gli spigoli degli agrumi (mandarino e arancia) ai piaceri viziosi di pesche e amaretti. Anche un bell’aroma di cereali, diremmo corn flakes. Evolve nel bicchiere, ondeggiando tra il rarefatto e il lussureggiante.

P: grande intensità e che bel corpo. Come al naso riesce a essere sia affilato sia riccamente fruttato. Già dalla prime battute espode una sensazione di pesche e albicocche in pezzi, mature e invitanti. Una spruzzata di arancia e tanto malto di carattere. Accanto, a bilanciare magistralmente, non si può non notare una sensazione di terra salata, di costa. Il distillato prende decisamente e gloriosamente il sopravvento sulle botti.

F: rimane a lungo questa dolcezza fruttata molto piena innervata ancora di residui salini.

yd756q8A rileggere la recensione può forse sembrare relativamente semplice, ma la differenza la fa questa apparentemente improbabile miscela di sapori, questo connubio unico tra il dolce e il salato che noi umani chiamiamo semplicemente Springbank: 90/100. Serge parla di eccezionale spirit driven whisky, e senz’altro – anche se riconosciamo note terziarie – le peculiarità del distillato di casa non sono affatto mascherate, piuttosto restano in primo piano e vengono esaltate dall’interazione con le botti. Quel che cerchiamo nel whisky è la complessità, gli spigoli che irruvidiscono i profili rotondi, a noi piacciono i contrasti, gli ossimori e gli iperbati: qui troviamo tutto ciò, e ne gioiamo. Nota finale: al festival questo whisky è stato molto apprezzato da quanti l’hanno assaggiato, e costando circa 40€ il rapporto qualità prezzo ci pare davvero tra i più competitivi sul mercato.

Sottofondo musicale consigliato: King Crimson – Starless

L’alchimia del whisky al 1930

Schermata 2016-05-05 alle 11.47.33Sabato scorso, per la seconda settimana di fila, abbiamo avuto l’occasione di passare una serata al 1930, l’elegante speakeasy milanese giustamente sulla bocca dei più, sia per l’atmosfera magicamente retrò che per la qualità altissima del bartending che vi si pratica.  Noi abbiamo partecipato alle due degustazioni conclusive del ciclo “L’alchimia del whisky“, un nuovo format a metà tra la degustazione classica e la mixology, firmato dal whisky enthusiast Marco Maltagliati e da Marco Russo, titolare del 1930. Dopo sei incontri, i due si prenderanno ora una meritata pausa, perché manco a farlo apposta diventeranno

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facce soddisfatte

entrambi e per la prima volta papà a giorni, forse a ore, e quindi, insomma, di fronte allo spettacolo della vita anche l’acqua della vita dovrà pur cedere il passo. A settembre poi sono state annunciate grandi cose, visto che le distillerie di Scozia, come si sa, sono parecchie decine, di cui molte con caratteristiche uniche e proprio il format de L’alchimia del whisky sembra andare nella direzione di un ciclo di appuntamenti dedicati alle singole realtà produttive. E così infatti le serate a cui eravamo presenti sono state incentrate rispettivamente su Springbank e Glen Grant. Due distillerie storiche, che hanno più volte sfornato imbottigliamenti entrati nel mito. Ma andiamo con ordine.

FullSizeRender-35Alla prima degustazione, Marco Maltagliati è stato affiancato nella presentazione della storia e del modus operandi di Springbank da Maurizio Cagnolati, che la distilleria la conosce come le sue tasche, vivendoci accanto ed essendo importatore in esclusiva per l’Italia del pregiato distillato di Campbeltown. Maurizio ha impreziosito la serata con aneddoti gustosi (sapevate che Springbank non ricorre a nessun processo di automazione industriale pur di impiegare il maggior numero di persone, ridistribuendo così ricchezza sul territorio? No? Bestie!), ma di livello altissimo sono stati anche i single malt assaggiati, tutti e tre ufficiali: l’entry level 10 yo, il 12 anni Cask Strength e il Green 13 yo, edizione limitata full sherry e da

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orzo 100% biologico. Ai primi due whisky è stato abbinato un cocktail, giocando con le note salmastre, sapide e fumose del 10 anni e poi con la potenza degli oltre 50 gradi del CS. Assolutamente degno di nota il primo drink, che mettava la dolcezza di un Sherry Pedro Ximenez e di un peach Brandy contro la mineralità del ‘piccolino’ di casa Springbank. Potete immaginare le nostre facce attonite nel sentire la terra salata del distillato tornare prepotentemente nel retrogusto a spazzare via le note dolci. Uno spettacolo maestoso, che da solo è valso la serata.

Non contenti, però, e grazie al gentile invito dei due Marco, abbiamo presenziato anche all’appuntamento Glen Grant, che ha visto FullSizeRender-37ulteriormente alzarsi l’offerta. I whisky erano infatti quattro, con due cocktail ad accompagnare i primi due, e per non farsi mancare nulla una tartina di salmone marinato nel whisky a fare da spartiacque a metà degustazione. Il vulcanico Maltagliati, reso ancora più scoppiettante da una moglie scherzosa, che via telefono si divertiva ad annunciare falsamente l’imminente venuta al mondo del primogenito, questa volta ha dovuto reggere da solo il peso della degustazione, riuscendo bene grazie a uno stile agile e davvero lontano dalle classiche degustazioni di whisky, così come le conosciamo. Si è riso parecchio e nessuno si è privato del gusto di una battuta ad  alta voce, infierendo anche volentieri sulle ansie del quasi neopadre, come lo staff del 1930 ama fare.

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il primo cocktail a base GG

Entrando nel dettaglio, la serata ha avuto un curioso andamento discendente: gradevole il 16 anni di distilleria, full bourbon fresco e beverino con generose note di malto e frutta gialla; e ancora più interessante è stato il Cellar Reserve 1992/2008, dalla struttura decisamente più complessa grazie all’apporto di botti Sherry Oloroso. Assaggiare questi due malti ha rinforzato una volta di più la convinzioni che oramai ci accompagna severamente ogni volta che si parla di Glen Grant, l’unica distilleria battente bandiera italiana, da anni proprietà di Campari. Proprio nel nostro Paese la distilleria di Rothes ha percorso una strada insolita, spingendo fieramente il 5 anni, disponibile unicamente sul mercato nostrano e invero dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, ma perdente nel confronto con altri whisky dello Speyside di consumo che hanno almeno il doppio dei suoi anni d’invecchiamento. Il buon Michele ha fatto il resto, consacrando Glen Grant come un malto di poca personalità, dal “colore chiaro e gusto pulito”, per l’appunto. E invece, pur consapevoli della crescente perdita d’importanza del nostro Paese nelle strategie delle multinazionali, siamo convinti che imbottigliamenti molto validi come il 16

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Benjamin caccia stile

anni e il Cellar 1992 (entrambi sui 60 euro), per non parlare del pluripremiato 10 anni troverebbero, se presenti sugli scaffali dei negozi specializzati alias le enoteche, un largo apprezzamento presso il consumatore italico, sì asfittico nei volumi ma discretamente preparato ad apprezzare la qualità in un prodotto. Dove li mettiamo Eataly, l’italian way of life e la Dolce Vita, suvvia?! Tornando tra le pareti del 1930, sicuramente un bell’esempio di qualità dei prodotti l’ha dato ancora una volta Marco Russo coi cocktail proposti, accostando in maniera funabolica whisky e liquore alla liquirizia, per dirne una. Per finire, ci concediamo un inciso sugli ultimi due whisky in purezza, francamente non del tutto indimenticabili. In passato avevamo già assaggiato senza entusiasmarci il Five Decades e dobbiamo confessare che nemmeno l’imbottigliamento per il 170esimo anniversario ci è parso all’altezza del passato glorioso di Glen Grant.

Ma la speranza è dura a morire e siamo sicuri che a settembre saremo ancora pronti a sognare, alla ricerca dell’Alchimia del whisky.