Springbank 21 yo ‘The First Editions’ (1995/2016, Edition Spirits, 49,9%)

Sabato scorso c’è stato il Milano Whisky Day, e grazie alla disponibilità di Andrea e Giuseppe abbiamo avuto il piacere di lavorare dietro ai banchetti e di tenere uno zoppicante seminario sulla storia di Campbeltown. Proprio da Campbeltown peschiamo il whisky di oggi: si tratta di un single cask di Springbank, 21 anni, selezionato da Edition Spirits per la serie First Edition – ringraziamo Fabio Ermoli per il campione e ci tuffiamo all’assaggio.

6187-8931springbank1995-201621yearoldthefirsteditionsN: i quasi 50% sono davvero marginali, se non nel suggerire una grande compattezza. In primo piano, tutte le ragioni per cui Springbank è unica: si respira la costa, marina, minerale, con suggestioni di ostriche, di alghe a bordo spiaggia; una leggera cera, a coprire un senso di sale e mare davvero favoloso. C’è la torba, una torba speziata e pepata, con anche un filo di fumo (sembra di passare affianco al kiln, ma senza entrarci). Poi c’è la frutta, molto calda: e anche l’agrume è zuccherino (mandarino succoso, ma pure marmellata d’arancia, e buccia d’agrume); miele; fiocchi di cereale. Tutte le componenti fin qui elencate continuano a mutare i rapporti di forza, talvolta con più enfasi sulla torba, talaltra sul salmastro, poi sulla frutta… Eccellente.

P: splendido; compatto e masticabile, con una grande intensità. L’impatto è sull’austerità, ovvero sulla cera innanzitutto (quanta cera c’è!), poi sul fumo di torba lieve, sul pepe, sull’acqua di mare senza essere ‘salato’; ostriche, e foglia d’ostrica, per gli snob che la conoscono. Poi la dolcezza, fruttata e zuccherina: ancora agrumi succosi, poi miele, un velo di crema pasticciera. Viene in mente il pasticcino alla frutta (quello agli agrumi, a dirla tutta), ma senza la base di pastafrolla. A ogni sorso è diverso, dopo un po’ arriva il cereale, in purezza (o meglio: c’è un senso di pudding, di corn flake…).

F: lungo e persistente, continuamente cangiante: cereali, fumo, mare, frutta (a tratti tropicale, cocco?), cera, agrumi… Splendido, il fumo minerale e costiero dura all’infinito.

92/100, di una bevibilità devastante e di grande complessità. Non è esplosivo, ma si gioca tutte le note tipiche della distilleria tra una sfumatura e l’altra, senza schiaffeggiare ma carezzandoti con dolcezza: ventun anni di barile non hanno levigato però le asperità minerali e costiere, che inseguono la dolcezza come Murray e Smith si inseguono a vicenda nell’assolo di Hallowed be thy name degli Iron Maiden. Similitudine del cazzo, lo sappiamo.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Hallowed be thy name.

Springbank 12 yo ‘Cask Strength’ #8 (2014, OB, 54,3%)

Questa mattina, mentre leggete le nostre irresistibili parole, noi siamo a Campbeltown e stiamo annusando l’aria costiera della città, i profumi di orzo del malting floor di Springbank, il penetrante odore di fumo di torba che sale dal kiln, e tra poco ci mangeremo il solito, pessimo fish and chips. Dura la vita, eh? Per darvi l’errata illusione di essere con noi, invece che in ufficio, oggi recensiamo l’ottavo batch dello Springbank 12 anni Cask Strength, a grado pieno, a prevalenza di invecchiamento in sherry; è una release del 2014, tenete conto che da quest’anno l’estetica delle etichette è cambiata.

N: molto potente e intenso, parte subito con un forte lato di cuoio, al limite del sulfureo; poi ci sono tutte le note più ‘sporche’ di Springbank, e dunque cantina umida, perfino un poco di muffa; un qualcosa di pirico, che ci ricorda i petardini o i fiammiferi, la polvere da sparo; e come tralasciare la spiccata nota salmastra? Poi, tanto sherry: frutta rossa succosa, ciliegia, more…

P: l’attacco è sulla liquirizia salata, poi cresce in intensità il lato marino, salato, costiero, con note che ricordano proprio le alghe, il pesce. Cioccolato salato, ancora radice di liquirizia. Poi torna la muffa, cresce il legno bagnato (avete mai camminato in montagna sotto la pioggia?). Si chiude ancora con la dolcezza, fatta ancora di frutta rossa, ciliegie, pesche sciroppate.

F: lungo, anzi sterminato; fumo, frutta rossa, sale, spezie…

Eccellente, molto carico e ‘sparato’ a mille in tutto e per tutto: non è un whisky per i deboli di cuore, data l’intensità devastante e la ‘difficoltà’ complessiva del profilo, sporco e rognoso come solo i malti di Campbeltown sanno essere. 88/100, scusate, torniamo in distilleria.

Sottofondo musicale consigliato: Pennywise – Bro Hymn.

Springbank 11 yo ‘Local Barley’ (2017, OB, 53,1%)

Dopo aver assaggiato il Local Barley di Springbank dell’anno scorso, il livello di impazienza per l’attesa dell’edizione 2017 era francamente ben oltre i livelli di guardia. Grazie a Claudio Riva, che ha deciso di aprire e condividere la sua bottiglia, il Clan di Como di Whisky Club Italia ha organizzato una serata a tema Springbank in quel di Cantù, nella serie di degustazioni monografiche “Distillerie Svelate” e ne ha approfittato per mettere sul tavolo proprio il Local Barley 2017 – noi non potevamo mancare, anche perché il resto del parterre era di tutto rispetto (Hazelburn 10, Springbank 18 e 12 Cask Strength, Longrow 18!). Il “Local Barley” è un 11 anni, questa volta prodotto solo con orzo Bere (la varietà d’orzo più antica da noi conosciuta, ed oggi poco usata dall’industria del whisky perché meno efficiente a livello quantitativo) coltivato a pochi chilometri dalla distilleria, nella Amos Farm di Campbeltown – naturalmente l’orzo è maltato in distilleria, dato che come sapete Springbank è l’unica a completare quest’operazione nella sua interezza in casa, ed è maturato in soli barili ex-bourbon.

N: è a grado pieno, ma l’impatto dell’alcol è praticamente inesistente. L’orzo, chiave del concept dietro questo whisky, è ovviamente in primo piano: si sente tanto il cereale, note di pane appena sfornato; ma anche di biscotti ai cereali, di campi di fieno al sole… Ha perfino note di banana verde; limonoso e agrumato (anche cose di arancia). Foglia di limone, e in generale evidenti note erbacee. La torba si sente nel lato costiero e minerale: salamoia e ciottoli, fantastico. Col tempo cresce un lato fruttato e zuccherino che ci ricorda – per farla breve – un delicato sentore di marshmellow.

P: decisamente più ‘dolce’ come primo impatto, mostra un corpo bello pieno e dà rassicuranti sensazioni di calore (?). Di nuovo, la dolcezza non è della botte ma del distillato (e dunque non vaniglia ma pera dolce, di nuovo tanto cereale – fiocchi Kellogs). Frutta secca lieve, nocciole e mandorle. Bello acidino, con ancora limonata zuccherata in evidenza. Pasta di cacao (bella ‘grassa’), perfino delle note di cera. Si sente il fumo, la torba è più carica e più evidente.

F: cioccolato fondente, cera e tanto limone. Ancora labbra salate.

Veramente buono, buonissimo anzi: il cereale è ovviamente il grande protagonista, ma supportato da tutta l’unicità dello stile inconfondibile di Springbank. Quel che affascina è come sempre la complessità del distillato, che regala sfumature e sapori che coprono praticamente l’intero arco parlamentare degli aromi: dal minerale al fruttato al costiero all’erbaceo, dalla frutta secca al ciottolo di fiume, dal cioccolato al pane sfornato al bananoso. Siccome reason is in comparison, rispetto al Local Barley 2016 (più vecchio di cinque anni e con una quota di botti ex-sherry) questo ci pare solo un gradino sotto per una dolcezza più evidente, ma che questo non infici l’eccellenza di quanto abbiamo davanti: 89/100, prendetene pure una bottiglia, se ancora la trovate… Grazie a Claudio e Serenella per l’ospitalità e la bellissima serata, e complimenti ad Andrea per la location Vini e Più: una splendida realtà nel cuore della Brianza, bravo!

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Solitude.

Springbank 18 yo (2016, OB, 46%)

Terzo whisky diciottenne della settimana, e si va a Cambpeltown, nella distilleria regina: Springbank. Per questo imbottigliamento, edizione limitata annuale per 7200 bottiglie (anche se la cosa non è immediatamente chiara, si tratta di batch variati di anno in anno), è stato selezionato un invecchiamento da 80% ex-sherry e 20% ex-bourbon – ma sappiamo che quando si tratta di Springbank, quello che conta davvero è il distillato…

N: il primissimo impatto è con le onde del mare: il lato costiero è infatti impressionante, con zaffate di ostriche, di porto industriale… Subito dopo, un lato altrettanto intenso di zolfo, a metà tra l’agrume (arancia rossa moooolto matura) e il fiammifero, la polvere da sparo. Confettura naturale di more, molto densa, a farci spostare verso il lato fruttato; e volendo essere precisi non possiamo non citare la confettura di fragola. Un poco di mela rossa (anche in versione torta: tarte tatin). Chiudiamo un naso molto complesso tra il cuoio, le fave di cacao e un velo di fumo di pipa.

P: il panorama è il medesimo del naso, in modo molto coerente, ma partiamo dalle differenze: è più dolce, meno marino (ma ugualmente costiero), la torba è ancor più evidente, e il lato sulfureo vien fuori solo in una seconda fase. L’attacco è infatti incentrato sulla frutta (mele, tarte tatin ancora), perfino su una vaniglia calda e avvolgente, anche una nota proprio di malto caldo. Poi come detto emerge il lato più Springbank, con liquirizia salata, zolfo, buccia di arancia, fumo di pipa (o di sigaro?), acre aria di mare.

F: lungo e inteso, tra fumo e frutta rossa si insinua una gradevolissima sensazione di cera. Ancora liquirizia salata.

89/100, proprio molto molto buono. Complesso e strutturato, intenso e pieno di sfumature, conferma di essere un classico di distilleria: e a berlo vengono in mente paesaggi costieri, penombre, amici, falò, carte, risse, amori, e sì, forse ne abbiamo bevuto troppo. Un malto da meditazione che non disdegna un fascino più immediato. Eccellente.

Sottofondo musicale consigliato: Fever the Ghost – Source.

Springbank 16 yo ‘Local Barley’ (2016, OB, 54,3%)

schermata-2016-12-23-alle-11-29-23Springbank, unica distilleria in Scozia a maltare il 100% dell’orzo in casa, ha vinto quest’anno il premio di ‘distilleria dell’anno’ al Milano Whisky Festival, proprio in virtù del suo carattere artigianale – al contempo, il 16 anni ‘Local Barley’ si è messo sul petto la medaglia d’oro alla stessa kermesse milanese. ‘Local Barley’ è il nome di una serie di imbottigliamenti storici della distilleria, distillati tra il 1965 e il 1966 e imbottigliati negli anni ’90 (per vostra informazione, alcune di quelle bottiglie vanno in asta a più di 4000 euri): le etichette sono quelle, bellissime, che vedete qui a fianco. L’esperimento di usare solo orzo locale è stato replicato nel settembre 1999, quando è stato distillato orzo (per i nerd: varietà prisma) della Low Machriemore Farm, vicino a Campbeltown, nel Kintyre del sud. Il nettare d’alambicco è stato poi piazzato a riposare in botti ex-bourbon ed ex-sherry (rapporto 80-20) e infine messo in bottiglia proprio l’anno scorso. Le bottiglie sono state razziate, vanno già a 200€ in asta e dobbiamo ringraziare il Milano Whisky Festival e Beija Flor, importatore italiano di Springbank, per aver deciso di aprirne un esemplare a fine novembre.

schermata-2016-12-23-alle-11-34-29N: verrebbe da dire che gli anni in botte non hanno poi inciso così tanto: un difetto? Neanche per sogno, perché lasciando parlare il distillato Springbank regala sempre emozioni. Come promette l’etichetta, c’è tantissimo cereale: dal malting floor alla spiga sotto al sole, e finanche qualche biscotto – appunto – ai cereali. Eresia parlare di un lato compiutamente farmy? Decisamente no, anzi, e pure attraverso questo carattere contadino si arriva a salamoia e olive verdi, che ci ricordano quale aria si respira fra i vicoli di Campbeltown, e poi un velo possente di fumo di torba, e tutta la mineralità che sapete immaginare (terra, lana bagnata). Pian piano si svela anche una dimensione fruttata, mai invadente, tra pesca albicocca e arancia.

P: immaginate il naso, che era ricco ed espressivo, e moltiplicatelo per varie volte… La dolcezza, qui da subito evidente, si fa più compatta e sempre con suggestioni di pesca, frutta gialla matura e un accenno al limite del tropicale. Esplode l’arancia, che con la sua buccia quasi andata ci conduce a bomba al lato più Springbankoso, denso e intenso come non mai: amido, minerale, salamoia e un lato al limite del sulfureo (di qui il cenno all’arancia quasi marcia), con fumo di candela, acqua di mare… La torba verso la fine emerge compiutamente e va a sfociare…

F: in un vero e proprio fumo, misto a tutte le suggestioni auster di cui sopra: la dolcezza è un mero ricordo.

Eccellente, buonissimo, difficile (e pure è stato il più apprezzato alla degustazione del MWF, a dimostrazione che i prodotti più complessi poi piacciono) e per questo esaltante. Un tributo commovente al cereale e allo stile unico di una distilleria che fa della propria ostinazione una bandiera: 91/100, abbina austerità e intensità, seduzione e riottosità… Bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Motorhead – Enter Sandman, cover dei Metallica.

Springbank 10 yo (2016, OB, 46%)

15036306_1310117275673261_4348286388354192821_nIl Milano Whisky Festival ha premiato Springbank come distilleria dell’anno, in virtù del carattere artigianale tipico di un’azienda che da decenni tira dritto per la sua strada, senza compromessi, continuando a maltare l’orzo in casa (il 100%!), a usare tempi di fermentazione molto lunghi, ad alimentare gli alambicchi a fuoco diretto (ok, solo uno dei tre, ma insomma), a tenere le botti a maturare nelle warehouses in sede. Oggi assaggiamo la versione ‘base’ di Springbank, il 10 anni: è una miscela di botti ex-bourbon ed ex-sherry, e – lo ricordiamo ai più distratti – è leggermente torbato, circa 15 ppm. La distillazione di Springbank è unica in Scozia, dato che è di due volte e mezzo: cosa questo significhi in concreto, lo lasciamo al bellissimo schemino (pardon, all’infografica) che campeggia nella still room e che replichiamo qui sotto.

springbank-10-single-malt-scotch-whiskyN: due anime che si incontrano e si innamorano. Una ha le sembianze dell’aria di mare, della costa inspirata a pieni polmoni, un odore di terra umida e di torba minerale senza fumo; l’altra, vestita d’arancio, unisce gli spigoli degli agrumi (mandarino e arancia) ai piaceri viziosi di pesche e amaretti. Anche un bell’aroma di cereali, diremmo corn flakes. Evolve nel bicchiere, ondeggiando tra il rarefatto e il lussureggiante.

P: grande intensità e che bel corpo. Come al naso riesce a essere sia affilato sia riccamente fruttato. Già dalla prime battute espode una sensazione di pesche e albicocche in pezzi, mature e invitanti. Una spruzzata di arancia e tanto malto di carattere. Accanto, a bilanciare magistralmente, non si può non notare una sensazione di terra salata, di costa. Il distillato prende decisamente e gloriosamente il sopravvento sulle botti.

F: rimane a lungo questa dolcezza fruttata molto piena innervata ancora di residui salini.

yd756q8A rileggere la recensione può forse sembrare relativamente semplice, ma la differenza la fa questa apparentemente improbabile miscela di sapori, questo connubio unico tra il dolce e il salato che noi umani chiamiamo semplicemente Springbank: 90/100. Serge parla di eccezionale spirit driven whisky, e senz’altro – anche se riconosciamo note terziarie – le peculiarità del distillato di casa non sono affatto mascherate, piuttosto restano in primo piano e vengono esaltate dall’interazione con le botti. Quel che cerchiamo nel whisky è la complessità, gli spigoli che irruvidiscono i profili rotondi, a noi piacciono i contrasti, gli ossimori e gli iperbati: qui troviamo tutto ciò, e ne gioiamo. Nota finale: al festival questo whisky è stato molto apprezzato da quanti l’hanno assaggiato, e costando circa 40€ il rapporto qualità prezzo ci pare davvero tra i più competitivi sul mercato.

Sottofondo musicale consigliato: King Crimson – Starless

L’alchimia del whisky al 1930

Schermata 2016-05-05 alle 11.47.33Sabato scorso, per la seconda settimana di fila, abbiamo avuto l’occasione di passare una serata al 1930, l’elegante speakeasy milanese giustamente sulla bocca dei più, sia per l’atmosfera magicamente retrò che per la qualità altissima del bartending che vi si pratica.  Noi abbiamo partecipato alle due degustazioni conclusive del ciclo “L’alchimia del whisky“, un nuovo format a metà tra la degustazione classica e la mixology, firmato dal whisky enthusiast Marco Maltagliati e da Marco Russo, titolare del 1930. Dopo sei incontri, i due si prenderanno ora una meritata pausa, perché manco a farlo apposta diventeranno

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facce soddisfatte

entrambi e per la prima volta papà a giorni, forse a ore, e quindi, insomma, di fronte allo spettacolo della vita anche l’acqua della vita dovrà pur cedere il passo. A settembre poi sono state annunciate grandi cose, visto che le distillerie di Scozia, come si sa, sono parecchie decine, di cui molte con caratteristiche uniche e proprio il format de L’alchimia del whisky sembra andare nella direzione di un ciclo di appuntamenti dedicati alle singole realtà produttive. E così infatti le serate a cui eravamo presenti sono state incentrate rispettivamente su Springbank e Glen Grant. Due distillerie storiche, che hanno più volte sfornato imbottigliamenti entrati nel mito. Ma andiamo con ordine.

FullSizeRender-35Alla prima degustazione, Marco Maltagliati è stato affiancato nella presentazione della storia e del modus operandi di Springbank da Maurizio Cagnolati, che la distilleria la conosce come le sue tasche, vivendoci accanto ed essendo importatore in esclusiva per l’Italia del pregiato distillato di Campbeltown. Maurizio ha impreziosito la serata con aneddoti gustosi (sapevate che Springbank non ricorre a nessun processo di automazione industriale pur di impiegare il maggior numero di persone, ridistribuendo così ricchezza sul territorio? No? Bestie!), ma di livello altissimo sono stati anche i single malt assaggiati, tutti e tre ufficiali: l’entry level 10 yo, il 12 anni Cask Strength e il Green 13 yo, edizione limitata full sherry e da

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orzo 100% biologico. Ai primi due whisky è stato abbinato un cocktail, giocando con le note salmastre, sapide e fumose del 10 anni e poi con la potenza degli oltre 50 gradi del CS. Assolutamente degno di nota il primo drink, che mettava la dolcezza di un Sherry Pedro Ximenez e di un peach Brandy contro la mineralità del ‘piccolino’ di casa Springbank. Potete immaginare le nostre facce attonite nel sentire la terra salata del distillato tornare prepotentemente nel retrogusto a spazzare via le note dolci. Uno spettacolo maestoso, che da solo è valso la serata.

Non contenti, però, e grazie al gentile invito dei due Marco, abbiamo presenziato anche all’appuntamento Glen Grant, che ha visto FullSizeRender-37ulteriormente alzarsi l’offerta. I whisky erano infatti quattro, con due cocktail ad accompagnare i primi due, e per non farsi mancare nulla una tartina di salmone marinato nel whisky a fare da spartiacque a metà degustazione. Il vulcanico Maltagliati, reso ancora più scoppiettante da una moglie scherzosa, che via telefono si divertiva ad annunciare falsamente l’imminente venuta al mondo del primogenito, questa volta ha dovuto reggere da solo il peso della degustazione, riuscendo bene grazie a uno stile agile e davvero lontano dalle classiche degustazioni di whisky, così come le conosciamo. Si è riso parecchio e nessuno si è privato del gusto di una battuta ad  alta voce, infierendo anche volentieri sulle ansie del quasi neopadre, come lo staff del 1930 ama fare.

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il primo cocktail a base GG

Entrando nel dettaglio, la serata ha avuto un curioso andamento discendente: gradevole il 16 anni di distilleria, full bourbon fresco e beverino con generose note di malto e frutta gialla; e ancora più interessante è stato il Cellar Reserve 1992/2008, dalla struttura decisamente più complessa grazie all’apporto di botti Sherry Oloroso. Assaggiare questi due malti ha rinforzato una volta di più la convinzioni che oramai ci accompagna severamente ogni volta che si parla di Glen Grant, l’unica distilleria battente bandiera italiana, da anni proprietà di Campari. Proprio nel nostro Paese la distilleria di Rothes ha percorso una strada insolita, spingendo fieramente il 5 anni, disponibile unicamente sul mercato nostrano e invero dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, ma perdente nel confronto con altri whisky dello Speyside di consumo che hanno almeno il doppio dei suoi anni d’invecchiamento. Il buon Michele ha fatto il resto, consacrando Glen Grant come un malto di poca personalità, dal “colore chiaro e gusto pulito”, per l’appunto. E invece, pur consapevoli della crescente perdita d’importanza del nostro Paese nelle strategie delle multinazionali, siamo convinti che imbottigliamenti molto validi come il 16

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Benjamin caccia stile

anni e il Cellar 1992 (entrambi sui 60 euro), per non parlare del pluripremiato 10 anni troverebbero, se presenti sugli scaffali dei negozi specializzati alias le enoteche, un largo apprezzamento presso il consumatore italico, sì asfittico nei volumi ma discretamente preparato ad apprezzare la qualità in un prodotto. Dove li mettiamo Eataly, l’italian way of life e la Dolce Vita, suvvia?! Tornando tra le pareti del 1930, sicuramente un bell’esempio di qualità dei prodotti l’ha dato ancora una volta Marco Russo coi cocktail proposti, accostando in maniera funabolica whisky e liquore alla liquirizia, per dirne una. Per finire, ci concediamo un inciso sugli ultimi due whisky in purezza, francamente non del tutto indimenticabili. In passato avevamo già assaggiato senza entusiasmarci il Five Decades e dobbiamo confessare che nemmeno l’imbottigliamento per il 170esimo anniversario ci è parso all’altezza del passato glorioso di Glen Grant.

Ma la speranza è dura a morire e siamo sicuri che a settembre saremo ancora pronti a sognare, alla ricerca dell’Alchimia del whisky.

Springbank 16 yo (1999/2015, The Maltman, 47,5%)

All’ultimo Spirit of Scotland abbiamo portato a casa ben due Springbank indipendenti – la cosa non è comunissima, anche perché generalmente, data la rarità dell’evento, si tratta di bottiglie molto costose. Oggi assaggiamo una singola botte ex-bourbon, ma – occhio! – con un finale di tempo imprecisato in legni ex-Porto: sapete che quando leggiamo ‘Port finish’ ci si drizzano le antenne e iniziamo a diffidare, ma al contempo abbiamo grande fiducia nella distilleria e nella ‘resistenza’ del distillato a legni inusuali (e l’esperienza ci insegna che è così). L’imbottigliatore è The Maltman (in realtà chiamasi con nome assai meno evocativo: Meadowside Blending). Partiamo.

IMG_3813N: …ma allora è possibile fare un finish in Porto che mantenga in evidenza le caratteristiche di casa! E quindi: un’intensa e travolgente brezza di mare, poi proprio la spuma marina; la mineralità prosegue su note di terra bagnata e di amido di stireria. Fiammifero spento. Poi, non manca ovviamente il lato più fruttato e zuccherino: protagonista è l’arancia, in varie forme: Grand Marnier, o liquori per torte all’arancia; poi marron glacée; un pit di chinotto. Non si sente troppo il ‘vino’, piuttosto il suo legno, che si esprime anche attraverso suggestioni speziate.

P: se il naso riusciva a conciliare miracolosamente anima wild e finish in botte, al palato non riesce lo stesso miracolo. L’imbocco infatti rimane marino, sapido e iodato, ma appena si lascia danzare sulla lingua il whisky, la componente dolce, anzi dolciastra prende il sopravvento. Se i descrittori restano simili a quelli del naso, è la qualità dell’integrazione tra le varie anime a deludere. C’è una acidità molto marcata, che ricorda l’agrume (certo marmellata d’arancia, ma in generale marmellate: la dolcezza è da zucchero cotto) ma soprattutto certe bacche, tipo alkekengi, o bacche di goji. Molto intense e costanti le note di pepe e di tabacco, piccantino.

F: l’avvio del finale, scisso com’è tra note sulfuree e torbate/marine e una dolcezza vinosa molto greve, ha un effetto vagamente chimico, ancora eccessivo e non tanto di nostro gusto. Dura a lungo un senso di fumo di torba.

12994563_1150104171674573_672754449800619511_nSi tratta di una selezione per un Cigar club (Cigarro). Il naso è da 90, il palato invece proprio non rientra nel nostro gusto: è un whisky adatto per accompagnare il sigaro, evidentemente, e come quasi sempre in questi casi noi, non essendo fumatori di sigaro, non ne sappiamo apprezzare fino in fondo la qualità (era successo anche con questo Glen Scotia, o con quest’altro Ben Nevis). Non ci è piaciuto, nel complesso, e non ci vien voglia di riberlo; peccato, perché il naso era davvero incantevole: il nostro giudizio complessivo si dovrà fermare a 82/100, ma tenete conto che in questi casi, con sapori così forti, la soggettività è ancor più sovrana. A proposito di Springbank: sabato al 1930 di Milano c’è la serata “L’alchimia del Whisky”, proprio a base Springbank (qui a fianco la locandina, due cocktail e tra dram in assaggio). Noi ci saremo, voi?

Sottofondo musicale consigliato: Barrerito – Cigarro, whisky e gelo.

Springbank 22 yo (1993/2015, Sansibar, 51,8%)

Sansibar è un marchio tedesco che sta appiccicato sulle cose più varie: traendo origine da un ristorante storico a Sylt, sull’isola di Rantum, in Germania, si è espanso fino a coprire capi d’abbigliamento, vini… Insomma, è un piccolo colosso: per fortuna degli appassionati di whisky di tutto il mondo, è da un po’ che Sansibar ha deciso di lanciarsi anche nel mondo degli imbottigliatori indipendenti. Da qualche tempo Max Righi importa il marchio in Italia, e l’ha presentato all’ultimo Spirit of Scotland: chiacchierando con Jens Drewitz, abbiamo ricevuto il caloroso ed entusiastico consiglio di assaggiare il loro Springbank 22 anni… L’abbiamo fatto, e subito dopo non abbiamo potuto esimerci dal portarne a casa un campione: come vedete, non siamo riusciti ad aspettare a lungo per berlo…

Schermata 2016-03-10 alle 23.24.31N: il primo impatto è già devastante, ed è un profilo che trovi solo a Campbeltown. Spiccano fin da subito zaffate di aria di mare, che ti arriva dritta in faccia in un giorno d’inverno; poi punte minerali acute, di gesso, di torba viva, fradicia, mista a sassi, rocce calcaree bagnate da acqua sferzante; una lana bagnata impressionante, ed anche pastelli a cera. C’è anche un lato ‘anticato’, di vestiti inamidati, di fiori secchi (e zuccherini: erica e viole); ha anche una nota metallica che ricorda certi profumi, certi dopobarba di una volta… Tè al bergamotto. Intense, anche se in disparte, le suggestioni vagamente zuccherine (proprio lo zucchero bianco, liquido); pesche bianche. Fantastico…

P: …e fantastico resta anche al palato, mostrando grande coerenza: ci muoviamo in un contesto di assoluta eleganza, pur nella violenza inaudita, spigolosa ed austera, degli elementi: c’è il mare e c’è la terra, la torba, che si scontrano; e volendo, c’è anche il fuoco, che rimane solo perché è spento e lascia un filo di fumo (cenere)… Ma facciamo con calma: tornano le note floreali del naso, con una dolcezza zuccherina che abbinata all’acqua di mare ricorda ancora un vecchio profumo; poi la mineralità, torbosa, acre (ancora amido, ancora lana bagnata) e lievemente metallica. Un pit di pepe.

F: lascia le labbra salate, innanzitutto; di nuovo fiori secchi, poi cenere; terra. Superminerale: un profilo francamente unico.

L’abbiamo appena scritto: è un profilo davvero unico, vi sfidiamo a trovare un malto simile fuori da Campbeltown. È violento, è compatto, è contundente: e ciononostante riesce al contempo a cullare suadente con note floreali, paradossalmente delicate ed eleganti. Chissà se al largo dell’isola di Rantum ci sono delle sirene… Di certo, quelle che Ulisse si ostinava a voler sentire dovevano avere questo odore, questo sapore. 92/100. Grazie infinite a Max e a Jens per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Jimmy Page & Robert Plant – The Battle of Evermore.

Springbank Green 13 yo (2015, OB, 46%)

Dopo l’edizione del 2014, Springbank raddoppia e insiste sul concetto di orzo 100% biologico. Innovazione di prodotto? Rispetto per la Terra Madre? Marketing?  E a noi cosa importa? Un fico secco (che a sorpresa non rientrerà tra i descrittori di questa recensione). A parte il cereale, importante è invece sapere che questo imbottigliamento limitato, di cui sono state prodotte 9 mila bottiglie, deriva da un assemblaggio di soli botti ex sherry.

Nov15-SpringbankGreen13N: il primo impatto è delizioso, ancorché molto diverso dal Green 12 anni. Ricorda da vicino gli springbank più maturi del core range. È presente in pieno quella tipica nota sporca, con anche un pizzico di bacon, di arancia troppo matura, cerini spenti, polvere da sparo, lucido da scarpe e gomma. Subito vicine si agitano note umide di salamoia, di olive verdi, di amido. Sono proprio blocchi di terra umida, per Dio! La dolcezza è compostamente sherried: si scorgono mele, prugne e uvette cotte, ma anche una torta di mele, marron glacee e cuneesi al rum. Una festa per golosi che però si trattengono senza abbuffarsi, completata da suggestioni di pepe nero e cannella. In questo naso bello complesso sembra comunque prevalare il lato ‘sporco’ sulla frutta. E dopo un po’ diventa sempre più salato!

P: un buon corpo, molto masticabile e molto intenso. Che esplosione, a 46%! Gli ingredienti sono grosso modo quelli del naso ma le proporzioni molto diverse. La parte ‘dirty’ si limita qui all’arancia rossa andata, a sentori di cera e terrosi/torbosi e a decise note pepate, mentre la dolcezza diventa più profonda, ancora su leccornie alle mele; poi uvetta, cioccolato e zucchero bruciato, di canna. Cioccolato e tabacco da pipa. Intanto col tempo s’ingrossa evidente una nota di fumo. E non dimentichiamoci di una bella maltosità molto Springbank. Arachidi tostate?

F: lungo e complesso: mele cotte, pepe nero, buccia d’arancia e tabacco da pipa. Un senso di lavanderia, terrra e ancora cera.

Nel nostro immaginario Springbank è un vecchio campione senza tempo, che non sente gli acciacchi dell’età e non rincorre le mode del momento per darsi una verniciata di giovanilismo posticcio, perfino quando fa uscire un prodotto che strizza palesemente l’occhio all’onda bio e alla suggestione di un ritorno alla tradizione nella parte più squisitamente agricola della produzione di whisky. La sostanza infatti non manca mai, e anche questa edizione limitata non fa che confermare questa percezione. Rispetto al gemello, il Green di oggi, dal palato abbastanza naked e dal palato dolce ma raffinato, è meno estremo, meno austero ed è forse destinato a piacere ancora di più grazie a quelle note squisite di dolci bruciacchiati che coccolano il palato. Per noi è 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Emiliana TorriniMe and Armini