Botti da orbi – Il mio nome è Nessuno

[Riparte la sapida e sapiente rubrica di Marco Zucchetti: con cosa si confronterà questa volta? Non lo sappiamo noi, non lo sa lui e a ben vedere non lo sanno neanche gli imbottigliatori. Più o meno…]

“Undisclosed” è una categoria del malt-porn sempre più in voga. È l’equivalente della categoria “masked”, dove i protagonisti sono sotto copertura o perché si vergognano, o perché l’anonimo attizza sempre. Abbandonando l’ardita metafora coi siti zozzi, perché questo florilegio di nom de plume (o nom de malt) fra gli Scotch e gli Irish whiskey?

Di sicuro perché tante distillerie – quelle che ancora vendono barili agli imbottigliatori indipendenti – impongono di mantenere il segreto sulla provenienza del malto, sia per calcolo economico sia per non venire accostati a barili che vengono ceduti perché non all’altezza del livello qualitativo. Ma anche perché inventare pseudonimi curiosi ed evocativi funziona a livello di marketing. Perché il whiskofilo è curioso come una scimmia e appena intravede un prodotto ignoto ci si tuffa col fegato assetato di conoscenza. Di solito la proverbiale fantasia scozzese non va oltre la geografia, con cui si può anche ammiccare alla distilleria assente (bel titolo per un racconto di Edgar Allan Poe: “La distilleria assente”, suona bene). Si prende la regione, oppure il porto, la pozzanghera o la montagnetta più vicina, si sbatte il toponimo in etichetta e il gioco è fatto. Altri invece pescano dal gaelico o perfino dai fumetti, il che aumenta il senso di esotico. A questo punto il whiskofilo ha già fatto guizzare la carta di credito e con la bava alla bocca ha già comprato tutto.

Noi – che in quanto a bava non temiamo confronti e che riguardiamo “Per un pugno di dollari” almeno una volta al mese anche se Sergio Leone lo diresse col nome di Bob Robertson – non cadiamo nel tranello dei pregiudizi. E con lo spirito del fact-checking ci dedichiamo oggi a vivisezionare qualche Elena Ferrante del whisky, tre da Islay e due dall’Irlanda.

Lochan Sholum (2003/2018, Maltbarn, 50,3%)

Il nome sembra una mossa di un videogioco picchiaduro anni ’90. In etichetta ci hanno piazzato uno scoglio funestato dal mare in tempesta, ma il Lochan Sholum è uno dei placidi e oscuri laghetti che se ne stanno su un altipiano di Islay, a 280 metri di altitudine. Il fatto che siano anche la sorgente da cui sgorga l’acqua di Lagavulin è sicuramente un caso. Il whisky è un 14 enne invecchiato in sherry e realizzato in 147 esemplari. Al naso è un bel circo di suggestioni. C’è la torba, tra il falò e le costine di maiale affumicate di certi barbecue americani (il caro e vecchio distillato obeso dei Laga); non manca la frutta matura, soprattutto arancia e lime, e una marinità accentuata (alghe). Lo sherry non è per nulla dolce, ma si fa sentire con note di frutta secca e un che di organico, come di funghi porcini essiccati. L’aspetto più curioso e intrigante, però, è un’aria fresca di borotalco che fa capolino qui e là, punteggiata da altre suggestioni vegetali di rabarbaro. Al palato l’erbaceo aumenta di spessore: timo bruciato, ricorda certi amari alle erbe. L’affumicatura è potente, sembra di avere tizzoni appena spenti in bocca. Salamoia evidente, limone e una spolverata di spezie (zenzero e cannella). Liquirizia salata, anche, a sottolineare una dolcezza crescente. Finale fra sale e braci. Anzi, caldarroste!

Molto variegato, ha un sacco di cose da dire e da dare e tanta energia espressiva. L’eccentrico lato erbaceo è il quid che regala ulteriore complessità. L’unico neo è che non viene proprio una gran voglia di berne subito un altro. È come un piatto assai elaborato, gioia per tutti i sensi ma da godere col freno a mano tirato. 87/100.

Finlaggan cask strength (The Vintage Malt Whisky Co., 58%)

Restiamo su Islay e restiamo lacustri. Loch Finlaggan è più o meno a metà strada fra Port Askaig e Bridgend ed è famoso per essere una delle poche attrazioni turistiche dell’isola, distillerie escluse ovviamente. A dire il vero si vedono solo un paio di ruderi e della schiumaccia beige sull’acqua nera, ma qui sorgeva il castello degli antichi Lord of the Isles, mica haggis e fichi. Si dice che anche dietro questo brand ci sia del Lagavulin più che giovane, quasi neonato. Ad ogni modo, qui si assaggia la versione a grado pieno, rigorosamente NAS. L’olfatto è una schitarrata punk: gracchi distorti di alcol, un riff di fumo acre e catrame. Sembra un adolescente che sta seduto scomposto e mastica a bocca aperta. La torba è sporca, ricorda a tratti un peschereccio dalla carburazione guasta e a tratti un portacenere. Accanto a questa botta emerge nettissima una nota di cuoio, oppure di pelle bruciata, marchiata a fuoco. C’è anche una crema di frutta (banana e limone) e qualcosa di minerale, forse ardesia. In bocca è ancora aggressivo, non ti dà tregua. La gioventù è urlata, l’alcol si sente tutto e non è confortevole. Il corpo è leggero, la cenere acre è un’armatura che rende inutili i muscoli del distillato. Resta spazio solo per un po’ di fruttina dolce, tra miele, limone e mele golden. A cui nel fumo finale si aggiunge del pepe.

L’obiettivo di questi NAS isolani di solito è quello di épater les bourgeois, ovvero martellare di torba devastante gli amanti dei “marmittoni” giovani e feroci. Obiettivo di sicuro centrato, ecco perché ad alcuni recensori non dispiace. Però chi nel whisky cerca qualcosa in più qui fa fatica a trovarlo. E per di più fa fatica anche a berlo, perché l’alcol è davvero proibitivo. C’è di buono che se non vi piace potete metterlo nella Vespa: a occhio rende più della miscela. 76/100.

Port Askaig 19 yo (Speciality Drinks, 50,4%)

A Port Askaig ci sono: un porto dove attraccano i traghetti dalla Mainland, un distributore di benzina, un hotel e una bellissima vista sullo stretto del Sound of Islay e sulla vicina isola di Jura. Ah, c’è anche la più grande distilleria di Islay, Caol Ila. Se siete esperti di indovinelli, un’idea di quale malto risieda in questo imbottigliamento della società gemella di The Whisky Exchange ve lo sarete fatto. In Italia lo importa Velier e al neo-milanese Marco Callegari si deve questo gentile sample di 19 yo. Al naso si respira la pioggia sugli scogli: è un arazzo molto ben intarsiato di sensazioni che vanno dalla salamoia alle cozze, dalla torba salmastra all’inchiostro. È decisamente marittimo, con del pesce affumicato (halibut o merluzzo, comunque quei pesci che in Scozia ti servono anche a colazione). L’alcol e il legno non si sentono per nulla, in compenso fanno capolino note “sporche” come di pollaio e gomma e un lato fresco e quasi medicinale, tra il sedano e il mentolo. Frutta gialla a chiudere il cerchio (mele renette, limone e banana). Con due gocce d’acqua si fa più grasso ed emerge del cuoio. Olfatto godurioso e maturazione profonda, non di quelle accelerate da botti troppo cariche. Al palato se possibile è anche meglio, perché riesce a sembrare puro e cremoso allo stesso tempo. L’attacco è morbido, con limone candito e cereali al miele, e oleoso (olio di mandorle). Poi emerge tutta la parte isolana: la marinità delle ostriche e una torbatura “verde” di erbe bruciate e canfora. La frutta sta in disparte e ricalca quella del naso. Con acqua si fa un po’ più astringente: meglio senza. Il finale è lungo e piacevole; limonata calda con miele, medicinale e – ora sì – un tocco di legno.

Fragrante nel suo senso migliore, ogni sentore squilla ed emerge nitido e tutti insieme si fondono alla grande. Non è semplice unire una profonda marinità quasi ittica e una morbidezza da crema di frutta: la crostata di merluzzo non è esattamente un piatto comune. Capolavoro di equilibrismo naturale. 89/100.

Irish malt very old (2016, Liquid treasures, 49,6%)

Restiamo nel Commonwealth ma le cose si fanno complicate per i detective. Cosa sappiamo, direbbero i giornaloni? Poco. Non solo socraticamente, che tutti noi sappiamo di non sapere. Anche concretamente perché l’etichetta è trasparente come un discorso di Aldo Moro. C’è una foca con la tuba che balla in spiaggia; c’è scritto che stiamo bevendo una delle 123 bottiglie di un Irish whiskey; il malto è “molto vecchio”. Il che – considerando che il colore è quasi trasparente – è un bel mistero. Via col naso, direbbe Lapo. Se ci fossero i whisky-gazzosa questo sarebbe il re della categoria, perché sfoggia tutta una teoria di note fresche e frizzanti: sorbetto all’ananas, mela Granny, kiwi, bacche (ribes bianco e soprattutto uva spina). A dispetto del nome, risulta piacevolmente acerbo, con un’acidità che ben si amalgama ad una certa dolcezza vanigliata e zuccherina molto Irish. Pian piano si fa anche un po’ più pungente, con cardamomo e lemon grass. A un certo punto balena una nota di minestra, ma forse è di nuovo la vicina che esagera con la pastina in brodo, eh. Il limone domina anche il palato, ma è limonata zuccherata più che succo. Poltigliette di frutta gialla (pera, banana e ananas) e miele di acacia. Il sostrato dolce e ammiccante rimane, ma rispetto all’olfatto viene sostenuto anche da una solida stampella di spezie, pepe in primis. L’aggiunta di acqua aumenta la dolcezza e fa da catalizzatore a un lato erbaceo che somiglia tanto allo sciroppo alla menta. Finale non lungo e senza ulteriori sorprese: pera dolce e zenzero candito.

I rabdomanti della complessità indirizzino il loro bastoncino altrove, perché questo è un whisky semplice e chiaro. Il che non toglie che sia estremamente ben fatto, con una frutta scintillante sugli scudi e una freschezza davvero piacevole. È una bella bevuta estiva, per stare senza pensieri (cit. Gomorra). Ecco, magari l’unico pensiero è il prezzo: 180 euro per non sapere cosa si beve non sono pochi. 86/100.

County Louth (2003/2017, Valinch & Mallet, 51.5%)

Si resta nella verde Irlanda e si perlustra la mappa. Dove dannazione è la contea di Louth? Eccola là, al confine con l’Ulster, sopra Drogheda, la città favorita da Pablo Escobar (battuta imbarazzante, ok). La contea – guarda caso – ospita una sola distilleria, quella di Cooley. Ma chi può dire se è davvero il suo distillato? Ad ogni modo, quello imbottigliato da Fabio e Davide è un single malt invecchiato in uno sherry hogshead per 14 anni. Ne sono saltate fuori 329 bottiglie (e a occhio sono anche già esaurite). Il fatto che sia un single malt e l’apporto dello sherry travestono l’irlandese da scozzese, ma una certa delicatezza di sentori è come l’accento: inconfondibile. L’abbinata pera-banana c’è, ma rimane seduta sul sedile posteriore. Guidano le note sherried: in primis cioccolato al latte e nocciola. Ma anche un tè alla pesca fresco e noce moscata. Il legno regala suggestioni di lucido da scarpe. Interessante, anche se non intensissimo. Al palato – nonostante un alcol un po’ esuberante – è molto compatto. C’è ancora il cioccolato al latte, forse pralina al caffè. È senz’altro dolce e spesso, miele di castagno e datteri. La frutta si fa matura e tropicale e balenano mela e mango. Pian piano si fa più asciutto e il lussureggiante burro sciolto lascia spazio al legno verso un finale bello lungo, dove mandorla e pepe bianco arricchiscono la sensazione di generale dolcezza.

C’è della fierezza, nella diversità di questo bicchiere. Una specie di ribellione alle regole della casa, come i figli dei ministri che diventano no global. La cremosità generale è senz’altro una qualità, così come le piacevoli sensazioni tostate tra cacao, caffè e frutta secca. Una inaspettata virata sul secco lascia spiazzati, ma abbiamo conosciuto figli di ministri decisamente più insopportabili. Ribelle con una causa. 85/100.

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Port Askaig 100 Proof (2018, Speciality Drinks, 57,1%)

la metropoli tentacolare di Port Askaig

Port Askaig è il nome del villaggio portuale sul versante nord di Islay, celebre soprattutto perché molti dei ferry dalla terraferma attraccano proprio lì. C’è un Pub molto fornito di whisky isolani, se la cosa vi può interessare: e non farete fatica a trovarlo, saranno in tutto otto case… Ma stiamo andando fuori tema: Port Askaig è anche il nome di uno dei più fortunati brand di whisky torbato dell’isola commercializzato da Speciality Drinks, dietro cui si cela un single malt non dichiarato. Se la geografia ancora significa qualcosa, dovrebbe essere Caol Ila o, in alternativa, Bunnahabhain. Oggi assaggiamo la versione a grado pieno, il 100° Proof.

Port Askaig 100° Proof

N: mmm, che bontà…! La torba è abbastanza gentile ma ‘frizzante’, con falò sulla spiaggia, legna che brucia, camino. Note minerali, da terra umida, che riescono a emergere. Poi c’è un lato più seducente e ruffiano, dolcino dolcetto, che riassumeremmo con una immagine folle, visionaria: un ciocorì bianco con una spruzzata di limone sopra. Vaniglia. Pera dolce, un pit di lime magari. Un sentore di pepe bianco.

P: molto buono, pieno, avvolgente e intenso, bilanciatissimo: non abbisogna d’acqua aggiunta. Coerente: carico, vaniglioso e dolce, zucchero liquido e cioccolato bianco, ma senza diventare sgradevole grazie alla presenza di lime e limone a stemperare la dolcezza. Bello torbato e fumoso, ancora bruciato. C’è un qualcosa di balsamico, eucalipto forse?

F: qui emerge un pizzico di sale, a testimoniare la portualità di Askaig, che appunto (non si dimentichi!) è pur sempre un Port. Per il resto, molto dolce, con un retropensiero (perché non retrogusto? Perché se no non saremmo su whiskyfacile!) di borotalco. Sale e pepe.

Ruffiano, fatto per piacere quindi, beh, piace. Ah, come sono belli i nostri pleonasmi, come ne siamo orgogliosi! Giovane certo, e certo non di straordinaria complessità, ma svolge il suo compito alla perfezione, e dobbiamo lodare l’assenza dell’alcol a dispetto dei 57 gradi. Raccomandiamo. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fulci – Apocalypse Zombie.

Orkney 17 yo (2000/2017, North Star, 55,2%)

Una delle poche gioie che questi tempi oscuri e tetri regalano a noialtri peones dell’acquavite di cereali sono i frequenti Highland Park ‘nascosti’: HP non concede a cuor leggero agli imbottigliatori indipendenti la possibilità di dichiarare il nome sull’etichetta, e così bisogna arrangiarsi con nomi esotici. In questo caso, lo sforzo fatto da North Star è stato minimo, ma bisogna riconoscergli un certo gusto per il didascalico, che tutto sommato ci piace: Orkney, punto e basta. 17 anni di invecchiamento, di cui una quota incerta in un barile ex-Pedro Ximenez, varietà di sherry molto dolce – come sapete, d’altro canto.

N: molto aperto, inalcolico anche se a oltre 55%. Pungentino, le prime note che colpiscono sono di inchiostro (Angelo, che è un tipo preciso, riconosce anche la marca: Pelikan, possibilmente di colore rosso) e lievemente sulfuree, anche se svaniscono entrambe un po’ in fretta. Per il resto, il PX tende a prendere un po’ di scena, il lato costiero resta timido ma presente. Note di mele, confettura di pesche, cannella. Zucchero bruciato, tipo brûlé (crema catalana).

P: che bell’impatto! L’alcol qui è più presente. Mettendo per un attimo da parte la dolcezza, la componente torbata e marina di HP rimane un poco trattenuta (anche se la sapidità marina c’è), e resta soprattutto un senso sulfureo di arancia rossa marcia. Molto molto dolce, il PX copre tanto: iperzuccherino, note di mela cotta, di zucchero caldo, bruciacchiato. Ancora confettura di pesca melba. Una suggestione riassuntiva: caramello salato.

F: stupisce la spiccata salinità (lascia labbra salate), con torba fumosina e soprattutto una coltre di mela caramellata zuccherina estrema.

Non si fraintendano le prime parole che stiamo per scrivere: è un whisky stucchevole, con uno spiccato senso di ‘artificiale’… L’intervento del PX è a nostro gusto un po’ eccessivo, lascia una patina di caramello appiccicoso su un distillato tagliente e corposo come quello di HP. Insomma, bene ma non benissimo: quel che manca, a nostro parere, è un po’ di equilibrio, ma sappiamo che altri impazziranno, dunque suggeriamo di assaggiare: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: PJ Harvey – C’mon Billy.

Botti da orbi – Sanremo, serata 4: Kirkwall Bay (2017, Morrison & Mackay, 40%)

kirkwall-bay-whisky

[Quarta serata sanremese, il nostro corrispondente dalla città dei fiori, Marco Zucchetti,  ci assicura che il bisogno di whisky è sempre più impellente]

È il big che ha fatto sognare generazioni ma si presenta con una canzone loffia. Lunga è la storia di aspettative alte scioltesi davanti alla pochezza della melodia e del testo ed è ridondante ripercorrere i recenti capolavori di Toto Cutugno o Al Bano. Qui, nonostante il nome che finge di celare l’identità della distilleria, parliamo di un Highland Park senza indicazione d’età imbottigliato da Morrison and MacKay. Il colore è quasi trasparente, vino bianco chiaro.

Al naso è pulito, si riconosce l’erica che rende il malto HP così sexy, del cedro candito e una dolcezza di biscotto, incorniciata da un fumo terroso lieve. Piccola stecca: l’alcol si sente netto nonostante i 40%. Il problema è che poi in bocca è ancor meno integrato. Si fa pungente e acidino, vira sul limone. La sapidità fa salivare, parte un assolo di suggestioni erbacee che farebbe pensare al celeberrimo basilico delle Orcadi (no eh? Belin, niente pesto lassù?). Vaniglia, mandorla e miele leggero. Basta un poco di zenzero e il finale va giù.

 

Nudo nudello, questo Highland Park non regge il peso di una carriera eccellente. Tra le note si intravvedono le armi segrete che lo hanno reso grande (fiori di campo, torba leggera, aria di mare), però la voce non regge. Alcol e note troppo acide stridono e l’armonia si fa spigolo: 79/100.

 

Sottofondo sanremese consigliato: Patty PravoIl vento e le rose

Inganess Bay 18 yo (2000/2018, Maltbarn, 52,7%)

Già qualche mese fa segnalavamo il tripudio di Highland Park non dichiarati (eddai, dalle Orcadi, un malto sconosciuto… mica può essere Scapa, no?, eddai) che stanno invadendo il mercato tramite il prode lavoro degli imbottigliatori indipendenti. Oggi ne assaggiamo uno, per la gioia di grandi e piccini, selezionato da Maltbarn, selezionatore crucco: ce lo ha portato un amico al Milano Whisky Festival, vorremmo poterlo ringraziare ma (siamo delle persone orribili) nel turbine del lavoro non ci ricordiamo chi fosse – ci scrivi per dichiararti, così possiamo ringraziarti per bene? [EDIT: siamo dei bruciati, ma non vogliamo nasconderlo: e dunque grazie infinite a Fabio!, valente collega blogger dalla penna sopraffina]

N: aperto, profumato e piacevole, anche se stranamente sporco, tra note di grasso di prosciutto e formaggio. Molto nette delle note di fieno. Non arriva a squadernare aromi compiutamente sulfurei, ma resta sempre presente una puzzetta molto simile… Troviamo poi una terrosità opprimente, che schiaccia il naso e non fa uscire il resto. C’è chi dice muffa. Nonostante le apparenze, però, trova un suo equilibrio asimmetrico e paradossale, austero e isolano.

P: da subito cambiano le carte in tavola, ma da queste carte nasce la magia. Scordatevi la frutta, tranne forse un poco di limone, e prendete a piene mani terra torbosa, pepe bianco, cera e un cereale profondamente zuccherino, raffinatissimo. Non c’è troppo da descrivere, ma rimane la potenza di un nettare compattissimo, esplosivo, eppure sottilmente affilato.

F: strano a dirlo ma in bocca rimane un senso diffuso di “stireria” (ve lo ricorderete pure voi il profumo di amido da stireria, no?). Crosta di pane.

Un whisky nudo e crudo, un distillato eccellente offerto da Maltbarn nella sua integra mineralità, non intaccata da legni aggressivi e anzi esaltata dal paziente e quieto lavoro della botte. La conferma che, quando non viene smarmellata con una patina vichinga e con legni svilenti, Highland Park è una delle distillerie più straordinarie di Scozia: una piacevolezza da volare via, fino a Kirkwall. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: il vichingo ce lo mettiamo noi, ed è sotto la forma dei Thyrfing – Going Berserk. Il pezzo è invecchiato male, ma che ci vogliamo fare: erano dei pionieri.

Botti da orbi – recensioni dal Milano Whisky Festival

L’ubiquo Marco Zucchetti trascorre queste giornate a Singapore: lo immaginiamo ben pasciuto, su un triclinio, circondato da giovani ancelle dagli occhi a mandorla, mentre tracanna Martini discettando degli argomenti più urbani. Mentre lui si trastulla in tal modo, noi pubblichiamo alcune sue recensioni, trascelte dal suo insindacabile giudizio, stese durante il Milano Whisky Festival 2018. Siamo dei privilegiati, non dimentichiamolo mai.

Ogni maledetta domenica in cui il Milano Whisky Festival finisce, puntuale come il diluvio nel giorno di ferie, cala sugli appassionati quel misto di appagamento e malinconia che fior fior di psicologi sono concordi nel definire «rodimento perché bisogna aspettare un anno prima di godersela di nuovo così». Per esorcizzarlo e iniziare il conto alla rovescia che ci separa dal prossimo, ognuno tira le sue conclusioni. Questo giro, ad esempio, nel generale cosmopolitismo fra belgi, tedeschi, francesi, cinesi e vietnamiti come mai prima, hanno spiccato gli italiani. Quindi, senza che a nessuno vengano in mente idee sovraniste che qui ci stanno come il ragù nel Glenlivet, ecco le bottiglie degli imbottigliatori indipendenti italiani che si sono distinte sul campo di battaglia. Pardon, di degustazione.

Bowmore 21 yo (Valinch & Mallet, 47,4%)
Immaginate la Nike di Samotracia, i veli lievissimi che la ricoprono. L’idea che uno scalpello abbia tratto dal marmo qualcosa di così leggiadro è più o meno altrettanto incredibile dell’effetto di questo whisky, sgorgato con cortesia da quello scoglio burbero che è Islay.
È una delle 24 bottiglie speciali che Fabio Ermoli e Davide Romano hanno dedicato al terzo anniversario della loro V&M, quindi ha i crismi sia della rarità sia della celebrazione. E l’eleganza è proprio quella di una serata di gala, con un naso delicato che gioca fra sorbetto di mela Granny e fiori bianchi, ardesia bagnata dal mare e suggestioni che un momento sembrano zucchero a velo e il momento dopo confetto. Per solutori più che abili: occorre tempo per entrarci. Il fumo c’è, profumato e in sbuffi soffusi, e insieme alla frutta gialla fa da partitura alla freschezza della musica. Che è melodia, mai fuga né sarabanda. La dolcezza prosegue, la frutta è sempre fresca (pesca bianca, uva). È vestita di verde menta e acqua di rose, questa 21enne composta e agreste, che più passa il tempo e più corre via fra prati e torbiere. Così, accanto ai toni erbacei (forse basilico, forse verbena?) che nel finale si fanno liquiriziosi, eccola mostrare la maturità: un legno dolce e solo vagamente pepato e una cerosità da candela spenta. La grazia non difetta, la piacevolezza neppure, il finale lungo e soddisfacente chiude il cerchio. La 21enne è da sposare, dunque? Beh, sicuramente da frequentare, indubbiamente da lunga relazione. Ma non è di quelle che ti travolgono per l’intensità di uno sguardo. E un po’ di grinta è bello trovarla anche nella più romantica delle figliuole.
87/100

Haddock 12 yo ‘Peated’ (2018, Wilson & Morgan, 56,8%)
Le vacanze in Scozia possono fare danni nella psiche di un uomo. Tipo lasciare impressi i nomi inglesi dei pesci che si trovano sui menu dei pub. Inevitabile dunque che appena uno intravvede il nome di questo whisky, magari non pensa all’eglefino – il suo nome italiano -, ma di sicuro si aspetta qualcosa di salmastro, torbato e ittico. Perfetto, sarebbe come aspettarsi una salsiccia che sa di kiwi. Perché in realtà di marittimo questo whisky dalla distilleria segreta ha solo l’ispirazione: ovvero quel Capitan Haddock che nel fumetto Tintin si trincava Loch Lomond (ehm…) come se fosse succo ACE. Il mistero si infittisce. L’oro antico del bicchiere dice che qui sherry ci cova. E l’ispettore naso conferma i sospetti: caramello bruciato, croccante, noci, prugna secca e mirtillo. Scuro, il capitano. E dannatamente, golosamente sporco. È carico come solo quei maestri di finish di W&M sanno fare. C’è del cioccolato, dell’arrosto, della salsa di soia con una nota acetica. La suggestione umami fa volare la fantasia ai funghi secchi. Eppure dietro la cucina c’è un bel pergolato di glicine e rose, con le note floreali che portano con sé del miele in un naso caleidoscopico. Tanti indizi, ma ancora l’identikit non si avvicina. Non resta che passare alla bocca, che ha il suo bel masticare questo saporitissimo malto. Lo sherry qui allappa e troneggia tronfio. È un gotico flamboyant, con gargoyles di cioccolato fondente amaro e caffè e guglie di caramello salato. Scenografico e oleoso, con una torba che spunta sottoforma di catrame, una liquirizia evidente e un lato balsamico (era l’unica cosa che mancava in questo trionfo di stimoli). Il finale lungo come certe spiagge del Waddenzee tira le fila, chiudendosi nel vinoso e nel cioccolatoso. Grande Giove, direbbe Doc di “Ritorno al Futuro”. Non per palati fragili né per i cultori dei sapori puri. È la pizza capricciosa del whisky, per ghiottoni puri. Eccessivo in tutto, eppure così appagante, come se forze centripete ciclopiche tirassero ognuna in una direzione opposta e in mezzo stessimo noi, bulimici del gusto che in questo trionfo anarchico ci sguazziamo, ma che ammettiamo di aver bisogno di un alimentarista.
88/100

Caol Ila 10 yo (2018, A&G Selection, 59,8%)
Esiste un libro per bambini dal titolo “Sembra questo, sembra quello”. I nongiovani degli anni Ottanta lo ricorderanno. Era un libretto per insegnare che l’apparenza inganna. Fra i vari disegni, c’erano il signor Ivo e il signor Tono. Il primo – occhio azzurro, baffo biondo e cravatta – dietro teneva un bastone tipo l’asso di briscola. Il secondo – che sembrava il brigante Giuliano ma vestito da ultrà del Milan – dietro teneva una rosa. Tutto sto preambolo perché questo Caol Ila è come il signor Tono, “che par cattivo invece è buono”. Sì, perché uno legge la gradazione, pensa a un malto di 10 anni di Islay e si immagina il bastone sui denti. E invece no, ecco arrivare un pasticcino. Perché la torba è civile come un cittadino svizzero e si mette diligente in coda. Precedenza a melone bianco, macaron alla banana e note erbacee (sedano!). È marino come la brezza, ma glassa e vaniglia riportano il naso nel campo della dolcezza. Dove anche il palato si trova a suo agio, perché dietro una cenere di falò ora più evidente si spalanca il malto. Biscotto, noce moscata, ancora vaniglia. Il cereale batte perfino i quasi 60 gradi, che sono integrati alla perfezione. C’è una sfericità completa in questo whisky, dove sale, pepe e fumo cesellano la superficie, ma non intaccano il nucleo, dove il malto – erbaceo e dolcissimo – sembra indifferente e superiore a tutto. Insomma, qui il signor Ivo la rosa in mano non ce l’ha, ma nemmeno il bastone. Piuttosto è come se dietro la schiena nascondesse una bacchetta magica, in grado di trasformare un whisky potenzialmente nerboruto in un bonbon ad alta intensità. Una carezza in un pugno.
87/100

“SCALA 40”
Diceva un signore con grossi baffi e un certo numero di problemi psichiatrici che un uomo è maturo quando ritrova la serietà che da bambino metteva nei giochi. Ecco, qui la serietà è a tempo e il tempo è scaduto. Dunque l’arrivederci al prossimo MWF lo diamo con un whisky che non esiste. O meglio, è esistito per poco, il tempo di svuotare il secchio e di dividerlo fra chi ci sfuma il rognone e chi – ogni riferimento a chi scrive è casuale – se lo è portato a casa per vivisezionarlo. Nel bicchiere infatti c’è un dram degli “svuotini” del tranquillo giovedì da beoni che alcuni fortunati giudici hanno passato prima del Festival, con l’intento di assegnare le medaglie. Quello che è accaduto durante quel conclave è più segreto del Fight Club e non uscirà da questa tastiera. Vi basti sapere che questo blended è un Frankenstein di 40 whisky e ringraziamo Iddio che dentro non ci siano finite fette di salame o mezze pinte di birra… Al naso è bello intenso, la torba è potente. La statistica dice che, su 40, 21 erano torbati, ma l’olfatto suggerirebbe molti di più. C’è parecchia arancia, albicocca secca e una sapidità costiera accentuata. Inevitabilmente è scentrato, fuori fuoco. Il mento dolce di miele, il sopracciglio di braci spente, il labbro carnoso dello sherry “meaty”, sopracciglia di frutta secca. È un Arcimboldo di whisky, non è che si riesca proprio a guardarlo in faccia. In bocca invece trova una sua inspiegabile quadratura del cerchio: l’attacco è di liquirizia pura, bel mix fra torba e sherry. C’è del sale, come di carne essiccata, e una dolcezza di marmellata alle arance e miele. Le spezie pizzicano in fondo, più pepe nero che zenzero, e il finale è caramello bruciato e parecchio salato.
Queste sono Botti da Orbi e quindi noi non vediamo abbastanza lontano per scorgere singole distillerie nella baraonda. Però una su tutte sembra aver dato un’impronta e questa è una distilleria isolana. Di più, non si può. What happened in giuria stays in giuria.
senza voto

Orkney 10 yo (2007/2018, Claxton’s, 63%)

Abbiamo accennato ieri, sulla nostra fantastica pagina Facebook, al fatto che negli ultimi mesi sono spuntati in giro dei misteriosi barili di single malt distillato sulle Orcadi… Ora noi sappiamo bene che tra Scapa e Highland Park, le due distillerie orcadiane, l’unica ad avere la puzzetta sotto al naso è senz’altro la seconda, che ci tiene tanto al controllo del proprio brand e vuole che questo resti esclusivamente legato a drakkar, pantheon norreno, gente pelosa barbuta sporca e tendenzialmente molto violenta – con una particolare predilezione per la violenza gratuita, son vichinghi d’altro canto, si sa. Questa è una buona notizia per noi: un single cask di Highland Park “non dichiarato” costa meno di uno in cui il nome della distilleria campeggi in etichetta, e dunque… compriamo compriamo! Oggi peschiamo tra le tante release messe sul mercato recentemente, e peschiamo un “Orkney malt” di 10 anni selezionato da Claxton’s, timido imbottigliatore indipendente inglese importato dai prodi ragazzi di Whiskyitaly; si tratta di una botte ex-bourbon, con gradazione intatta a 63%.

orkney-10yo-claxtonsN: pazzesca l’apertura a dispetto della gradazione… Molto Hp, con note di fumo di torba leggero, ma ben presente, con un lato iodato, costiero piuttosto spiccato; ha pure una bellissima acidità, agrumata (proprio limone), e delle note di distillato giovane che a noi piacciono molto – quindi pasta della pizza, lievito, pane. Con acqua si esaltano entrambi i lati, tra lo zucchero a velo e un lieve fumo di torba marino, in pieno stile Hp.

P: senz’acqua, molto, molto buono. Certo, l’intensità dell’alcol è ineludibile, ma ha una dolcezza piena, vanigliata, di pastafrolla e di cereale (proprio la dolcezza del chicco) veramente piacevole; poi un angolino di torba minerale e fumosina. L’acqua apre ed esalta l’intensità, la vaniglia resta piacevole e presente, e si spalanca però la porta su una palude, piena di terra bagnata, umida, fango, sale, fumo di torba. Zucchero a velo.

F: lungo. Infinito, buonissimo come sopra. Ancora pane.

A furia di stigmatizzare le scelte di marketing della casa madre, uno rischia di perdere di vista il prodotto, nascosto sotto le pastoie della comunicazione e dell’aggressività sul mercato. Highland Park produce un distillato che è una roba da rotolarsi nel fango dalla gioia, come dei maialetti contenti di vivere; e se magari attraverso gli imbottigliamenti ufficiali diventa un po’ più difficile del passato mettere a fuoco questa qualità eccelsa, lodiamo gli indipendenti che ce lo ricordano. 88/100, ma qualcuno avrebbe voluto perfino alzare ulteriormente il voto: costa circa 60€, noi ne prendiamo due bottiglie, così, nel dubbio.

Sottofondo musicale consigliato: Lumidee – Never leave you.

Beathan 2009 (2018, Wilson & Morgan, 48%)

L’anno scorso il Beathan (Glenturret torbato, ma shh, non ditelo, è un segreto) del 2010 di Wilson & Morgan aveva fatto sfracelli al Milano Whisky Festival novembrino, portandosi a casa il premio di miglior whisky della fiera – sostenuto, a posteriori, anche da un prezzo ottimo che lo rendeva particolarmente invitante… Tant’è che il primo batch, unione di due barili ex-sherry, è stato letteralmente razziato e noi, che non abbiamo fatto a tempo a prenderne un sample, siamo rimasti a secco: per fortuna che l’amico Corrado si è portato a casa una bottiglia del secondo batch, stavolta del 2009, e ce ne ha messo generosamente a disposizione un generoso campione, che assaggiamo.

N: alcol assente, e quanta piacevolezza… La prima nota che ti colpisce immediatamente è di cibo salato: racchiudiamo i sentori in un’immagine: un cheeseburger gourmet con scamorza affumicata, salsa worchestershire, cipolle caramellate e una colata di grasso di maiale per insaporire. Patatine Virtual, per connaisseur esclusivi (paprika). Buccia di arancia rossa quasi marcia. Un’ottima torba di terra:

P: è un all-you-can-eat. “Patata bruciacchiata”, la prima suggestione carpita. Resta coerente, con una nota umami e di grasso animale. Cuoio. In generale ha una duplice esplosione, di torba terrestre (terra bruciata, non marina per intenderci) e di dolcezza da sherry molto appiccicoso (miele di castagna) e sciroppo d’acero.

F: un bel barbecue. Pepe nero, carne grigliata, dolcezza caramellosa.

Mamma mia, che piacevolezza, che intensità, che godibilità! Siamo nei territori dei “torbati di terra”, sporchi e fumosi e minerali e con grasse venature di cibo salato – rileggetevi il palato e capirete di che parliamo. Peccato non avere ancora un sample del 2010 per poterlo confrontare direttamente con questo: l’entusiasmo però rimane, e non si può dare meno di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: impazzite tutti con il nuovo Hoth – Vengeance.

Jack’s Pirate Whisky XI (2017, Jack Wiebers, 53,7%)

Jack Wiebers è imbottigliatore indipendente crucco, da più di un anno presente in Italia grazie al prodigo intervento di Lost Drams Selection, vale a dire: i baffi di Fabio Ermoli. In passato avevamo assaggiato (e consumato ardentemente) un Lagavulin non dichiarato in sherry, imbottigliamento notevole anche perché particolarmente economico a fronte dell’alta qualità. Oggi assaggiamo il Whisky del Pirata di Jack, nel suo undecimo batch: si tratta anche in questo caso di un single malt isolano senza età dichiarata, finito per 30 mesi in “Petro Ximenez” (sic – schiavi dello stereotipo, eh?, ci mancava solo che ci fosse scritto “finiten per trenta mese in petro…”). Alte aspettative, ci accompagna Angelo Corbetta nell’assaggio.

N: imponente e aggressivo, molto torbato (i rumors dicono Lagavulin, noi non diremmo nulla di diverso) e piuttosto dolce per l’apporto del PX. Si inizia col dado, con un che di sporchino (glutammato) e un ricordo del rancidino del grasso di maiale. Caramello salato, uvetta, zucchero di canna. Eh beh, siamo su Islay, quindi non dimentichiamo una certa inequivocabile marinità e pure un fumo molto alto, aggressivo.

P: molto coerente, qui a dirla tutta la dolcezza del PX diventa ancora più evidente e invasiva. Caramello salato, pop corn caramellati, caramella mou e zucchero di canna. Anche al palato quel lato tra umami, grasso di maiale e un qualcosa di sulfureo – deve piacere ma mmm.

F: lungo, umami, tutto su grasso di maiale, rancidino, fumo e acqua di mare.

Buono, ovviamente, ma un po’ divisivo: deve piacere questo senso così intenso di dolcissimo e sporchissimo, tutto è sparato a mille e l’umami è il vero protagonista dello show. Ad uno di noi piace molto, all’altro pesa questa dolcezza così carica, e la media tra le due valutazioni è di 84/100. Vorremmo chiudere segnalando il sottofondo musicale, perché in questo caso è curiosamente appropriato: si tratta di un gruppo di scozzesi vestiti da pirati, che fanno un metal disimpegnato e ignorante come solo in Germania alla fine degli anni ’90, e il ritornello della canzone recita “We are here to drink your beer / and steal your rum at a point of a gun / your alcohol to us will fall / ‘cause we are here to drink your beer”. Magnifico, quanta bella umanità, abbracciamoci tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Alestorm – Drink.

Lampi di torba

al vecchio Principe Carlo la torba piace un sacco

Che bellezza bere whisky! Si può decidere di bere solo malti torbati, eppure avere nel bicchiere decine di sfumature diverse. Ci sono stili di torbatura solo accennata, dove solo nel finale rimane un che di terroso in bocca, ce ne sono altri dove si viene investiti fin dalla prima snasata da un’intera foresta in fiamme. C’è chi sente il catrame, chi all’opposto una sensazione appena accenata di vegetazione macerata. E anche questa è la grandezza del whisky: essere una e centomila cose differenti. Oggi esploriamo tre tipologie differenti di whisky torbato, passando velocemente di fiore in fiore.

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)

benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whiskyFin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 82/100.

‘Nice ’N’ Peaty’ 10 yo (2006, Hepburn’s Choice, 46%)

Una distilleria delle Highlands, molto timida evidentemente, che fa whisky torbato nice-n-peaty-10-year-old-2006-hepburns-choice-langside-whiskyinvecchiato 10 anni in barile ex-vino rosso. Ha note ‘formaggiose’ (siamo specifici: fontina) davvero sorprendenti e piacevoli. Si diceva della torba, che in realtà è abbastanza delicata e decisamente continentale (no marinità). L’apporto vinoso (alla cieca diremmo: Porto) è decisamente fruttato, verso la frutta rossa, per nulla astringente, a differenza del Benromach di cui sopra. Una fettina di fontina con marmellata di fragola? Più godibile dell’altro, ma decisamente meno strutturato: 82/100.

Caol Ila 13 yo (2018, Gordon & MacPhail, 43%)

188840-bigVabbè, un Caol Ila, cosa volete che sia? Eppure, c’è sempre un po’ di magia in questo carattere, tutto giocato splendidamente in un equilibrio delicato tra fumo e lime, tra mare e vaniglia, tra limone e borotalco… Liquirizia, anche un filo d’inchiostro e un velo di zucchero a velo. Sembra facile trovare un equilibrio: eppure non lo è, e con la distilleria di Port Askaig si vola via. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Mingus – Moanin’