Westport 12 yo (2004/2016, Wilson & Morgan, 54,3%)

Westport, chi è costui? Non stiamo parlando di una sconosciutissima distilleria dispersa in qualche valle della Scozia, ma di un marchio usato per imbottigliare quello che tecnicamente potremmo definire come un vatted whisky, ovvero sia una miscela di più single malt. Nel caso del Westport si tratta di fatto di Glenmorangie con una minuscola aggiunta (teaspooning) di Glen Moray, che fino al 2008 apparteneva guarda caso alla più famosa ‘Morangie: nulla accade mai per caso nell’intricata mappa commerciale dello Scotch whisky. La distilleria delle Highlands di proprietà del gruppo francese del lusso Louis Vuitton Moët Hennessey non concede mai a terzi il diritto di imbottigliare barili con il proprio nome in etichetta, ma ha adottato questo metodo oramai da una ventina di anni, il metodo del segreto di Pulcinella, diremmo noi. In Italia il nostro imbottigliatore Wilson & Morgan è già al quarto imbottigliamento e questo dodicenne invecchiato in uno sherry butt è l’ultimo nato.

357N: molto aromatico ed aperto, l’alcol si sente appena. Molto fruttato: ci coglie subito una suggestione generale di torta alle mele appena sfornata… Pesche sciroppate, prugne secche; pere. Brioche con marmellata di frutta; un misto di frutta cotta raffreddata (le solite mele uvette e prugne). Leggermente agrumato (soprattutto scorza di arancia), quasi a riferirici una eco di quello stile minerale delle distillerie del nord. Semplice, regolare come profilo, ma non sgarra di un millimetro. Lo sherry c’è, ma educato, non copre lo stile di casa.

P: ottimo impatto, anche qui non si sente praticamente la gradazione. Appare molto caldo e compatto, e al contempo beverino. Riconosciamo tanta brioche all’albicocca, un bel malto caldo, biscottoso (ancora torte appena sfornate); agrumi in aumento rispetto al naso (soprattutto arancia), con ancora quella sfumatura minerale. Miele. Molto pulito, dopo un po’ butta fuori note di cacao, e svela una sobria legnosità.

F: medio lungo, con miele ancora e un senso di brioche.

Ottimo esempio di come Glenmorangie – ehm, no: Westport, pardon – regali sempre all’appassionato delle grandi soddisfazioni. Come talora ci piace dire, è un whisky “che sa di whisky”, ordinato, pulito, senza eccessi, senza punti esclamativi certo, ma senza alcun possibile difetto. Bevibilissimo, rappresenta esattamente quel che per noi deve avere un whisky da 85/100. Ah, lo portate a casa con una settantina di euro.

Sottofondo musicale consigliato: Jula De Palma – A.A.A. Adorabile cercasi

South Shore Islay 8 yo (2016, Valinch&Mallet, 48,8%)

Abbiamo ancora in mente gli occhi di Fabio Ermoli quando ci ha annunciato “ho comprato un tank di L*******”: gli occhi erano lucidi e si stava già stampando il simbolo del dollaro sulle pupille. Si scherza caro Fabio (anzi, Fabietto): siamo molto felici di assaggiare un malto di Islay sconosciuto, proveniente dalla costa sud ed innominabile (e dunque…). Pare interessante che sia un otto anni proprio quando una celebre distilleria innominabile della costa sud  di Islay festeggia i 200 anni con un 8 anni ufficiale… Sarà un indizio? Una coincidenza? Chissà.

N: molto intenso ed espressivo, apertissimo e clamorosamente piacevole (avremmo detto 43 max 46, fantastico). Suggestioni forti: crema caffè e cacao (per non dire direttamente tiramisù). Un filo di olio di mandorle. Ma non si pensi a un naso troppo ‘dolcione’, c’è anche tanto distillato a parlare: tanto limone, ovviamente. Una torba molto intensa, fumo acre e affilato; grande marinità (più marino che costiero, più acqua di mare che non il puzzo delle città di mare). Liquirizia in legnetti.

P: qui il tiramisù diventa torta paradiso, o una torta della nonna con crema di limone (l’agrume prende tanto spazio soprattutto in avvio). Poi pian piano vira verso il pesante (liquirizia e tiramisù ancora). Beverinità spaventosa, pienezza incredibile. Sa di pesce e salamoia e cenere, un fumo devastante. Limonata zuccherata, cresce la quota di vaniglia e fa pure capolino una pera bella matura. Un senso di borotalco. Molto ricco.

F: se al palato il fumo (legno bruciato oltre alla torba acre) era devastante, qui diventa mastodontico. Ancora pesce e fumo e vaniglia. Liquirizia. Labbra salate.

Questo e l’8 anni ufficiale celebrativo del bicentenario sono le due facce della stessa medaglia: l’altro era forse più nudo, più scopertamente giovane, qui le botti sembrano un poco più attive… Non ci sentiamo di dare un voto diverso: 89/100, anche se per la gioia di Fabio e Davide sappiamo che i tedeschi preferiscono questo…

Sottofondo musicale consigliato: Jim James – State of the art (aeiou).

Lochindaal 7 yo (2009/2016, High Spirits, 46%)

Nadi Fiori, aka Freddy Flowers, è uso comprare botti di Port Charlotte, il torbato di Bruichladdich, e noi lo sappiamo bene grazie agli acquisti e imbottigliamenti fatti a sei mani, insieme a Giorgio D’Ambrosio e a Franco DiLillo (ad esempio, questo o questo). Qui, almeno a livello di imbottigliamento per quel che ne sappiamo, fa per conto suo e decide di scrivere in etichetta Lochindaal, perché Lochindaal è il golfo su cui si affacciano i vicini villaggi di Bruichladdich e Port Charlotte. Sarà Bruichladdich? Sarà Port Charlotte? L’etichetta cambia stile rispetto alle ultime selezioni di “High Spirits”, ammicca al passato ma – possiamo dirlo? – graficamente non ci fa proprio impazzire: ma in fondo checcefrega dell’etichetta, noi vogliamo bere, gli sguardi li destiniamo alle fanciulle.

lochindaal-7-y-oN: se potevamo avere dei dubbi sul fatto che si trattasse di Laddie o di Port Charlotte, beh, basta poggiare il naso sul bicchiere per confermare che sì, è proprio Port Charlotte. La prima suggestione, contundente e immersiva, è proprio di aria di mare, di sferzante brezza salata. Davvero uno shock! Anche la torba è molto viva, sporca e ‘chimica’ come il gasolio. Affianco si agita un lato fruttato bardato di cedro candito (e in generale di agrumi canditi, non sottilizziamo), di banana verde; un che di vaniglia, certo, ma abbastanza trattenuta e delicata. Chiudiamo con un lato balsamico, di bosco di conifere, quasi esondante sul medicinale (medicine per la tosse, ca va sans dire!).

P: come al naso, colpisce fin dall’attacco una marinità davvero sopra le righe, esplosiva: esibisce una sapidità veramente estrema. In grande coerenza, si conferma una dolcezza austera e ‘vegetale’, tra il cedro candito e un senso di  zucchero bianco ‘annacquato’ (avete mai bevuto da bambini dell’acqua poco zuccherata?) – la botte, che pareva poco attiva già al naso, conferma l’impressione. Ancora un che di mentolato e balsamico. Infine, ecco ancora una torba cenerosa e bruciata, che sul finale…

F: …si prende la scena, accompagnata da un senso di ‘vegetale’ salato davvero peculiare. Lascia le labbra salate.

Decisamente buono, ci piacciono sempre i malti di Islay quando sono ‘nudi’, quando parlano con la propria voce e non con quella della botte. Pur essendo relativamente semplice, è fatto di una semplicità di cui è difficile stancarsi, trattenuta e cesellata: in una parola, una bevuta spensieratamente fresca e giovane – e tutti sanno quanto ci piacciano le cose (o le cosce?) giovani. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jamiroquai che cambia stile con il nuovo singolo Automation.

House Malt 25 yo (1990/2016, Wilson & Morgan, 54,2%)

Da oramai diciassette anni Wilson & Morgan si prende la briga di sfornare diversi House Malt ogni santo anno: sono imbottigliamenti ‘della casa’, creati mescolando da uno a cinque barili di whisky di cui non viene dichiarata la distilleria. L’House Malt di oggi, proveniente da una distilleria di Islay che inizia con la B (fatevi i vostri conti…), non è passato inosservato all’ultimo Milano Whisky Festival e si è preso una bella medaglia d’oro nella categoria ‘Single Cask’. Si tratta di un’unica botte-mezza a dirla tutta- che già si era guadagnata una certa notorietà qualche tempo fa; l’altra metà di questa Sherry Butt era infatti già stata utilizzata nel 2013 per imbottigliare un altro House Malt, che finì per guadagnare una medaglia d’argento ai Malt Maniacs Awards. Mica bruscolini, insomma.

house-malt-25-y-o-1990-2016-wilson-morganN: da subito si presenta come un whisky molto profondo, da perdercisi dentro. Ha uno stile sherried davvero imponente: ciliegie sotto spirito ma anche fragole in marmellata; e che cioccolato, raramente così ricco, fondente ma anche con spruzzatine di gianduia! Il lato acido è rappresentato da un iper concentrato di arancia, una sorta di bitter. Il legno ovviamente si fa sentire, molto caldo e avvolgente, vagamente tostato (par di sentire caffè tostato).

P: com’era prevedibile ripropone con un’invidiabile intensità quell’impasto di frutta rossa liquorosa e cioccolato ingolosente. Il tutto molto compatto ed equilibrato. Nonostante l’età, lo troviamo succoso e in qualche modo “beverino”. Il legno infatti non eccede ed è solo leggermente e piacevolmente astringente. Ritornano il caffè e il legno speziato, tendente all’amaro. A tratti si viene sorpresi da aghi di pino freschi…

F: cacao e frutta rossa, frutta rossa e cacao a lungo, molto a lungo.

Per quanto ci si sforzi, trovare dei difetti a questo whisky è davvero impresa ardua, rasente alla malafede. Si distingue per intensità e la grande piacevolezza complessiva, con note che ricordano quanto di più ingolosente la tavola ha da offrire. Il Bevitore Raffinato lo ha amato, definendolo sontuoso e  premiandolo nella valutazione. Noi non possiamo che accodarci, ma resteremo più timidi coi numeri, a un passo dal muro dei novanta punti, per una vile questione di gusti personali: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ramin DjawadiWestworld main theme

Prestonfield House ‘De Luxe’ (anni ’90, Prestonfield, 43%)

L’albergo Prestonfield House è forse il più lussuoso di Edinburgo (ci concediamo il ‘forse’ perché proprio non sapremmo dirvi, bazzichiamo solo bettole malfamate e putridi ostelli) – in passato Prestonfield si baloccava anche con l’imbottigliamento di whisky, e in particolare aveva attiva una collaborazione con la Morrison Bowmore, proprietaria – indovinate un po’? – di Bowmore. Oggi assaggiamo il Prestonfield House ‘De Luxe’, imbottigliato tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90: non è dichiarato se si tratti di un blended o di un single malt, è semplicemente whisky. Noi, con un’allitterazione forse inopportuna, apprezziamo l’approssimazione e ci mettiamo sopra il naso.

bowmore-de-luxe-prestonfield-house-bottling-with-tube-6487-pN: gentile e delicato, chiede il permesso prima di entrare. Appena glielo accordiamo, inizia a svelare un profilo molto ‘maltoso’ e vegetale, che ci ricorda il fieno caldo; e però questo garbo non nasconde l’assenza di personalità, e col tempo ossigenandosi cresce una dimensione burrosa (burro fresco), con brioche calda all’albicocca, vaniglia; qualche punta fruttata (albicocca, pesche sciroppate). Resta, un po’ alta, una lievissima torba, quasi a posare un sottile velo minerale (gesso? amido da stireria?).

P: pur riconoscendo una freschezza quasi agrumata, da pompelmo rosa, la delicatezza si trasforma in eccessiva esilità, e in più emerge – non sappiamo se per difetto originario o dato da un invecchiamento in bottiglia non ottimale – una nota ossidata di metallo, con l’alcol un po’ separato. Domina ancora una grandissima sensazione di malto e burro fresco, con una botta di dolcezza data da una zuccherinità ‘strana’, da pastiglia Leone alla violetta. Mah…

F: molto gradevole, anche se breve, e zuccherino, maltoso, ancora un filo di frutta gialla; riappare un che di minerale, vago e fresco.

 Le info che si trovano su internet dicono che si tratti di Bowmore… Se così fosse, si tratterebbe senz’altro di un batch degli anni in cui la distilleria aveva un problema con i profumi delle baldracche francesi (per chi non conosce la storia: tra gli anni ’90 e l’inizio 2000 molti Bowmore distillati negli ’80 avevano una nota di violetta, di lavanda, che dagli appassionati fu definita FWP, ‘French Whore Perfume’, con tanto di minacce da parte della distilleria di denunciare chi ne avesse parlato in questi termini sull’allora nascente internet). Noi onestamente non ci sentiamo di stroncare davvero un whisky che, in ogni caso, ha un palato quasi sicuramente rovinato da un’ossidazione non devastante ma comunque presente. Naso e finale, però, sono super gradevoli e tengono a galla questo whisky: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rocky Horror Picture Show – Sweet Transvestite.

Classic of Islay (2015, Jack Wiebers, 55%)

Talvolta il nostro amico Ghido, emigrato in Germania ormai da tanti, troppi anni, ci scrive per chiederci consigli per gli acquisti maltati, e noi siamo ben felici di dargli le nostre opinioni; qualche mese fa l’abbiamo spinto all’acquisto di questa bottiglia, “Classic of Islay” dell’imbottigliatore tedesco Jack Wiebers, perché avevamo scoperto che si trattava di un Lagavulin, presumibilmente ex-sherry (i feticisti potranno approfondire sapendo che si tratta del cask #2888, anche se non sappiamo l’anno di distillazione) – e si sa, con Lagavulin si cade sempre in piedi. Lo stesso Ghido ci ha omaggiato di un grasso sample, che andiamo ora a svuotare senza pietà; gli avremo dato un buon suggerimento?

schermata-2016-09-19-alle-12-39-10N: a 55% l’alcol sembra rimasto a Berlino, insieme ai neuroni di tante delle migliori menti della nostra generazione. A proposito: andiamo a Berlino, Beppe! Da subito si percepisce la ricchezza dei grandi imbottigliamenti: c’è tutto il mare di Islay, c’è la spuma del mare, c’è l’aria sferzante e salata; ci sono note terrose, minerali che si spingono oltre al limite del medicinale, tra la garza e la canfora (sfodera anche punticine balsamiche), c’è un bacon invitante. Come se non fosse abbastanza ‘organico’, ha anche un lato gradevolmente sulfureo (al limite della carne di maiale), che pare sfociare nell’arancia troppo matura. Verosimilmente si tratta di un single cask ex-sherry, e questo lato si manifesta con note di maron glacée, di sciroppo d’acero.

P: un attacco deciso, molto scuro e con le palle quadrate. La triade d’ingresso è caffè / caramello / arancia quasi andata e sulfurea: l’effetto, incredibilmente punchy, è di un paradossale e incantevole dolceamaro salato, con ancora fortissima la presenza dell’acqua di mare, qui perfino del pesce, dei molluschi; c’è anche una dolcezza ‘zuccherina’ e scura, forse di arancia rossa (marmellata di), poi di uvetta e marron glacée. Il fumo è definitivo, acre, profondo e massacrante: ci si ritrova la bocca impastata di cenere di sigaro, di smog. Perfetto.

F: incredibilmente intenso e persistente: un po’ come addormentarsi a fine serata, sul molo, ubriachi, con la faccia in un posacenere.

Con Lagavulin si cade sempre in piedi, si diceva, e spesso – volendo a tutti i costi seguire la metafora – si cade in piedi in un prato morbido pieno di donne nude, banconote, champagne e crudi di pesce. Questo è appunto il caso: complesso, intenso, equilibrato e violento al contempo, questo Classic of Islay è già un instant classic. Costava circa 55/60€, ci teniamo a dirlo: che sia di ispirazione a tanti imbottigliatori più esosi. 92/100, avanti un altro, se ha il coraggio. Ghido: grazie, ti abbiamo riservato un paio di sample che attendono il tuo ritorno nella madrepatria.

Sottofondo musicale consigliato: Paul Kalkbrenner – Bengang.

‘Speyside’ 38 yo (1977/2015, Sansibar, 46,3%)

Questo ‘Speyside’ è un single malt della regione dello Speyside, ma di cui la distilleria d’origine non è dichiarata. Di questi tempi stanno uscendo diversi single casks di questo genere, tutti di fine anni ’70, soprattutto per imbottigliatori tedeschi, e corre voce che si tratti di Tamdhu, Macallan oppure Glen Grant. All’ultimo festival romano il buon Jens Drewitz ha detto (in via informale, certo) che proprio di Macallan si tratta: e se lo dice lui, noi ci fidiamo. Quindi, annunciamola così: un forse Macallan di 38 anni, distillato nell’anno del punk rock e messo in bottiglia da Sansibar (già responsabile di uno Springbank da urlo). Alla grande!

Schermata 2016-08-12 alle 18.54.08N: scendiamo gli scalini ed entriamo in una vecchia cantina umida: c’è una nota oleosa, ‘grassa’, minerale, che ricorda candele di cera d’api lasciate a metà e che fa da collante all’intero panorama olfattivo. Qui la fragola ti esplode nel naso, come ad avere la faccia su un pentolone di marmellata borbottante; ma poi ci sono oli essenziali d’agrumi (d’arancia), legni scuri e profumati (se si tratti di sandalo o di cedro, qui e ora non ve lo sappiamo dire); crema affogata nel’alcol, tipo zuppa inglese, o malaga (proprio pan di spagna, imbevuto).

P: molto compatto e complesso, e davvero tanto intenso. I quasi 40 anni di legno si fanno sentire, ovviamente, e lo fanno con un tappeto di note erbacee, lievemente amaricanti, che ricordano certi tè o infusi (quindi non amare e legnose come rabarbaro/propoli, qui assenti). Poi dominano note elegantemente fruttate, soprattutto agrumate (arancia, anche buccia d’arancia nel cioccolato) e di albicocche mature (ma anche: albicocca disidratata). Una suggestione folle: par forse di sentire una sfumatura di maracuja, qui e là?

F. torna la frutta rossa, poi cioccolato amaro e un gradevolissimo tappetino legnoso, al limite del tostato. Qualità.

90/100. Di certo si apprezza che dopo tutti quegli anni in legno il distillato non sia totalmente coperto dal legno: e soprattutto, si apprezza la “grossezza” dello stesso distillato, fat e oleoso. Gli diamo lo stesso voto del Macallan Giovinetti 7 yo, anche se la ragione è un po’ differente: questo è vecchio maturo e complesso, da sezionare, l’altro era forse più immediatamente seducente. A rileggerlo, questo commento conclusivo sembra un po’ insensato, ma suvvia, è agosto anche per noi.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – My friend of misery

 

Piove whisky vol. III

C’abbiamo preso gusto e ci divertiamo anche oggi a smitragliare una  raffica di sentenze al limite del buon senso. Complice la giornata uggiosa, facciamo volentieri piovere all’unisono malto e pioggia…

Glen Avon 15 yo (2009, Gordon & Macphail, 57,3%)

I single cask della Glenfarclas spesso regalano emozioni. Qui abbiamo un bel sherry monster. 89/100

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Glendronach 12 yo “Original” (2010, OB, 43%)

Forse il miglior whisky “base” tra quelli full sherried: puro godimento a buon mercato, intorno ai 35 euro.85/100

Glen Grant 13 yo (2009, Duthies, 46%)

Cos’avete fatto al mio Glen Grant? Michele…   Micheleee! Purtroppo Cadenhead’s ha abbandonato la serie Duthies, che spesso regalava imbottigliamenti di buona qualità a prezzi onesti. Ma non in questo caso: 77/100

Glenmorangie “Nectar d’Or” (2010, OB, Sauternes finish, 46%)

Il più raffinato esperimento di wine finishing dell’esuberante distilleria.Un malto da pochette. 84/100

Balblair 1975 (2012, 2nd release, 46%)blbob.1975v1

Un bel Balblair: tanta frutta, tanta mineralità e il suo bel malto in evidenza. Che eleganza questa distilleria. 87/100

Smokehead 18 yo (OB, 46%)

Oramai quasi un decennio fa lo storico produttore e imbottigliatore scozzese Ian MacLeod, proprietario di Glengoyne e Tamdhu, ha lanciato il marchio Smokehead, ovvero sia imbottigliamenti contenenti whisky di una singola distilleria di Islay, la cui identità è però accuratamente celata. Ne esiste una versione base invecchiata 6 anni, ma anche quella ‘Extra Black’ che andiamo ad assaggiare oggi, dall’invecchiamento ben più importante e di cui sono state prodotte 6 mila bottiglie. Tra l’altro Smokehead è diventato una release iconica, con tanto di sito, concorsi per bartender e concerti a tema. Insomma, un gran circo. Il buon Fabio Ermoli, di Aritrade, ha l’esclusiva per la distribuzione in Italia e sono già due anni che spadroneggia nel contest organizzato dal festival romano Spirit of Scotland. Così, tanto per capirci.

WebN: si presenta splendidamente aperto. Al principio emerge una robusta coltre marina, iodata, di alghe in un’atmosfera brumosa; dopo qualche minuto però grande è il bouquet d’aromi: mele rosse, caramello, vaniglia e zucchero a velo. Ma c’è di più, qualcosa di più ‘scuro’ e pesante, che rivela forse l’età: liquirizia, zafferano, un pelo di chinotto. Legna bruciata: e qui arriva il fumo, intenso pervasivo, acre e ‘dolce’ al contempo. Un naso completo e gradevole.

P: molto beverino (Serge parla di “dangerous whisky“), dal corpo spensierato; ma nonostante ciò conferma la personalità vivace e di nuovo molto scura: ancora chinotto e liquirizia; pepe nero. E poi ancora più in profondità: tè nero affumicato (Lapsang Souchong), un velo d’eucalipto. C’è un retrogusto amaro un po’ medicinale e poi rispetto al naso aumenta a dismisura il fumo di torba, così intenso da formare una coltre che si attraversa a fatica. Non è salato come il naso lasciava presagire, ma solo lievemente salmastro.

F: inizia su una dolcezza legnosetta (liquirizia, noce moscata, pepe, cola) e prosegue poi all’infinito sulla torba, acre e smoggosa, fumosissima.

Non abbiamo ancora assaggiato la versione base ma per una volta ci sembra che il gran chiasso del marketing di cui parlavamo all’inizio sia ben supportato da un prodotto solido, di grande bevilità ma anche dalla discreta complessità; il tutto a un prezzo tutto sommato umano di circa 90 euro. Per quel che riguarda il nome della distilleria dietro a questo nettare isolano, non azzardiamo piroette nel buio, non sapendo nemmeno se le due versioni di Smokehead- il 6 e il 18 anni- siano realizzate con barili provenienti dalla medesima distilleria. Ci limitiamo a far notare che su Internet molti sembrano ritenere che si tratti di Ardbeg; noi siamo dubbiosi per una sola ragione: con questi prezzi sarebbe l’Ardbeg 18 anni (o giù di lì) di gran lunga più economico da molto tempo. Bisognerebbe tornare indietro fino all’Airigh Nam Beist. Ad ogni modo il voto è un bel 90/100 rotondo rotondo.

Sottofondo musicale consigliato: Iggy Pop Lust for life

Laggan Mill 13 yo (1993, Cooper’s Choice, 46%)

Dopo aver assaggiato un controverso Lagavulin che gioca a nascondino, ecco un secondo Lagavulin in incognito, decisamente più agée coi suoi 13 anni in botte. Si tratta di un single cask della serie Cooper’s Choice, la linea di single cask dell’imbottigliatore indipendente scozzese The vintage malt whisky company. Tra l’altro, con sommo sbigottimento scopriamo ora, a qualche giorno di distanza dalla degustazione comparata, che Vmw risulta essere l’artefice pure del nostro recente Ileach (oltre che dell’altrettanto ‘segreto’ Finlaggan, detto così per amore di cronaca). Il destino ci ha giocato un bello scherzo, incassiamo e mastichiamo… malto.

IMG-20150112-WA0002-1N: s’intuisce che la distilleria è con tutta probabilità la stessa, ma questo è un naso più austero e più arrabbiato; è tutto percorso da aromi inorganici contundenti (tipo saldatura, ghisa, gomma bruciata), a dimostrazione di una torbatura più accentuata. Anche qui c’è marinità, ma più “ittica” e salatina. E ancora rinveniamo una marcata nota di arancia, che in questo Laggan Mill si stoppa però prima di sfociare nella decomposizione. Nei dintorni dell’Ileach anche gli aromi, via via crescenti ma sicuramente non grevi, che rimandano alla dolcezza: marmellata di fragole e d’arancia, castagne bollite nel latte, liquirizia.

P: paragone impietoso: ancora è intuibile la provenienza comune, tuttavia in questo palato tutto è fuso assieme in una miscela convincente. Ci lasciamo infatti invadere da note di agrumi e petrolio; di frutta (quasi tropicale) e di acqua di mare; di liquirizia, zucchero di canna e fumo. Insomma, i descrittori sono simili, a cambiare è la compattezza dei sapori.

F: iodio e gomma bruciata, una gradevole dolcezza di castagne e chiodi di garofano. Abbastanza insolito.

Questo Laggan Mill, pur senza essere un campione, si fa rispettare e apprezzare per l’equilibrio. Si presenta ben aperto e consistente al naso, per poi regalare un palato di grande sostanza, gradevole anche se dai sapori decisi, come giustamente ci si aspetta da un isolano. Diciamo che Lagavulin, pur sotto mentite spoglie, riprende il posto d’onore che le spetta e si riscatta pienamente dopo un malto non certo esaltante come l’Ileach. Voto 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Pino ForastiereFase 1 Il titolo non è il massimo della vita, ma il pezzo è splendido.