Mackinlay’s Shackleton blended malt (2017, OB, 40%)

Ultimamente tante cose hanno un sapore amaro, e alcune come una bella bevuta tra amici un sapore non ce l’hanno proprio più, ma l’International Whisky Day irrompe oggi tra le nostre quattro mura più gradito che mai. Tutto ciò che bisogna fare è dedicare un momento al Re dei distillati, scegliere un dram che ci scaldi il cuore (sì, magari proprio quella bottiglia che non avevamo il coraggio di aprire!) e berlo col ghigno soddisfatto sul volto. Chi volesse conoscere come nel 2009 nacque questa santa festività, inno alle gesta del grande divulgatore Michael Jackson, trova qui il sito ufficiale, mentre noi raccontiamo la storia bizzarra del whisky che abbiamo pescato dall’armadietto dei sample per festeggiare. Diciamo subito che dietro la geniale operazione di marketing c’è quell’istrione di Richard Paterson, Master Blender del gruppo White & Mackay dall’umilissimo

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ti va del whisky & ghiaccio?

soprannome di “The Nose”. Paterson ha creato questo blend di soli malti d’orzo cercando di riprodurre il profilo di un whisky di inizio ‘900, partendo da un campione originale. Ma come? Ma cosa? Ma perché? Nel 2007 succede in effetti che vengano trovate alcune casse di whisky del blender Mackinlay’s nei pressi di un campo base stabilito nel 1907 in Antartide dal mitico esploratore Sir Ernest Shackleton. Il motivo per cui gli arditi esploratori si resero colpevoli di una dimenticanza tanto grave resta ignoto ma, stando a quanto la leggenda racconta, le bottiglie si sarebbero conservate perfettamente tra i ghiacci ed ecco quindi arrivare The Nose, bello paciarotto, a forgiare la sua replica. Al di là dell’intrigante storytelling, come benevolmente definiamo la pubblicità nel terzo millennio, bisogna anche dar merito del fatto che il primo limitatissimo batch della replica creato da Paterson venne venduto per 250 mila sterline a un’asta di raccolta fondi per l’Antarctic Heritage Trust, quindi cheapeau!

shackleton-blended-malt-p1370-5311_imageN. chiamate i geologi, abbiamo trovato un giacimento di pere sotto il pack. E pure un campo d’orzo, con quell’inconfondibile profumo di spighe. C’è un aroma di brioche, quelle integrali al miele, per essere precisi. Seguito da una freschezza acidina, per cui ci viene in mente il mandarino. Anche qualche spezia qui e là, un pizzico di cannella e zenzero fresco. Il sospetto che qualcosina di torbato nel blend ci sia ci arriva dal bicchiere vuoto: accendino quando non funziona e fa solo la scintilla con un po’ di fumino… Sorprendente.

P. ok, rientriamo nei ranghi delle aspettative. Il palato paga dazio a un corpo che si presenta un po’ debolino. Curiosamente, spunta una dimensione amarognola che il naso non lasciava presagire. Pellicina di nocciole, ananas acerbo, buccia di pera e una vaga impressione di ginepro. La presenza dell’orzo, invece, è una costante. Da spiga, qui si fa proprio chicco d’orzo, con la sua relativa zuccherinità. Molto pulito. Di nuovo un filo di fumo lievissimo.

F. speziatino (zenzero) e mediamente lungo. Il chicco di cereale non ti molla mai.

Il naso è molto incentrato sul cereale, ma non cade nell’anonimato. Anzi, in fin dei conti mette sul piatto qualche spunto inaspettato. Dove un po’ pecca è in bocca, con quel corpo abbastanza esile e quel tocco amarognolo non del tutto integrato. Si rialza con un finale soddisfacente e più lungo del previsto. Al di là della storia di marketing, un blended malt che fa il suo mestierie a un prezzo giusto (circa 30 euro): 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Arctic Monkeys – Fluorescent Adolescent

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

Torniamo con grande piacere a frequentare la categoria dei blended malt, che ultimamente sembra andare di gran moda, visto il moltiplicarsi di imbottigliamenti. Un tempo chiamati anche “vatted”, indicano una miscela di whisky provenienti da almeno due distillerie ma che siano distillati a partire da solo malto d’orzo, a differenza dei classici blended whisky che contengono anche whisky ottenuto da altri cereali. Tra gli alfieri della categoria, troviamo sicuramente Douglas Laing, storica famiglia scozzese di blender e di imbottigliamenti indie, che ha declinato questa (in)sana passione per il blended malt su base territoriale, creando la serie “Remarkable Regional Malts“. Visitando la pagina ufficiale di presentazione dei whisky ispirati a 6 zone di produzione, ci si imbatte anche in un motto che più ispirazionale non si può, capace di far stappare da sola anche la bottiglia più timida: “Se un single malt è un violino solista, un blended malt è l’orchestra al completo”. Beh, dopo questa piccola perla il nostro Rock Island, marchio che raggruppa i blend ottenuti con soli malti isolani, è già soavemente scivolato nel bicchiere.

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N: un po’ sporchino come impatto, con qualcosa che ricorda nitidamente del formaggio affumicato… C’è una componente minerale piuttosto evidente: talco, grafite. Poi note erbacee, ci vengono in mente salvia e lime. Pera williams acerba. C’è un che di mojito, con zucchero liquido, menta… Fresco e dolce. Zucchero a velo. Ah, non si dimentichi: torba anziana, un bel fumino vegetale insistente e molto nudo.

P: educato, lime, tanta vaniglia, limone, crema pasticciera, non diresti che ha 21 anni. Sorbetto al limone. Più convenzionale rispetto al naso, potresti dire che è un Caol Ila. Molto gesso. Erbe aromatiche bruciate, timo, salvia. Cioccolato bianco!, l’eta non si sente quasi.

F: macchia mediterranea arsa, dolcezza di glassa di minne di Sant’Agata, limonata zuccherata.

Questo Rock Island, prodotto in 4200 bottiglie e che oggi si trova a circa 90 euro, è molto saporito e non dimostra la sua veneranda età. Tutte le informazioni della frase precedente sono delle qualità indiscutibili, secondo noi, vi sfidiamo a darci torto… A parte la voglia di far rissa verbale in questo altrimenti placido venerdì, diciamo che le erbe aromatiche sono il fil rouge, dal naso al finale; la torbatura è ben presente anche se mai volgare nè aggressiva. Tutta l’esperienza gustativa è uno scambio serrato fra dolcezza zuccherina agrumata e torba erbacea, in un groviglio di suggestioni che non sarà come l’intera orchestra della Scala all’opera, ma è pur sempre un’egregia esecuzione da 87/100.

Sottofondo musicale consiglato: Talking Heads – This Must Be The Place

Westport 15 yo (2004/2019, Wilson & Morgan, 57,8%)

Westport è uno di quei nomi ricorrenti nel mondo degli imbottigliamenti indipendenti, cui però curiosamente non corrisponde nessuna distilleria: e quale sarà il segreto? Beh, come già avevamo scritto pochi giorni fa a proposito di Wardhead, si tratta di un malto “teaspooned”: in questo caso è Glenmorangie, con l’aggiunta di una goccina di un altro single malt (tempo fa si diceva fosse Glen Moray, ma ora che non fa più aprte del medesimo gruppo, chissà). Invecchiato per 15 anni in botte ex-sherry, il butt #900050, è stato imbottigliato da Wilson & Morgan.

wilson-morgan-westport-15-anni-sherry-wood-1531000-s506N: molto strano, parte un po’ chiuso e ‘sporco’, poco Glenmorangie a dirla tutta: c’è una nota di porta di legno umida con chiodi arrugginiti. Vi piace questa suggestione? C’è un sentore al limite del sulfureo, diciamo di ‘freschino’, di acqua termale. Legno macerato. Non mancano note di boero, di cioccolato; carruba e ciliegia sotto spirito.

P: molto aggressivo, l’impatto dell’alcol è innegabile. La suggestione che chiude i giochi è: cioccolato sulfureo. Anzi: un boero avvolto nel lardo di porco. C’è grasso di maiale, c’è ancora zolfo; c’è cioccolato, ci sono ancora ciliegie sotto spirito e uvetta. Dopo un po’ si ripulisce, e la parte sulfurea si sposta verso l’arancia troppo matura, anzi: l’arancia calda, in cottura, quando si fa la marmellata. Un po’ di spezie invernali, tra cannella e chiodi di garofano. Polvere di caffè? 

F: ancora una punta sulfurea, poi tanto zabaione. Polvere da sparo e liquirizia.

Il primo impatto sembrava un po’ sgradevole, dopo un po’ si ripulisce leggermente e non sembra così disastroso come all’inizio si poteva temere. Resta, a nostro gusto, un po’ troppo poco ‘Glenmorangie’ e un po’ troppo ‘sherroso’, e di uno sherry che alla fine non ci persuade fino in fondo – ma abbiamo amici che adorano questo stile, quindi dategli un assaggio, non siate timidi. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Joan as a Police Woman – Holy City.

Big Peat ‘Christmas Edition’ (2019, Douglas Laing, 53,7%)

Douglas Laing, “Villico con barile, d’inverno”, torba su tela, 2019

Come ogni Natale che si rispetti, almeno dal 2011 in poi, Douglas Laing mette sul mercato un’edizione speciale di Big Peat, il blended malt torbato di casa che dice di contenere malto di Ardbeg, Caol Ila, Bowmore e… perfino un poco di Port Ellen – ma quanto poco, non sappiamo e non chiediamo. Noi colpevolmente non abbiamo mai recensito nulla di questa serie, né il Big Peat ‘normale’ né le edizioni speciali che di tanto in tanto compaiono sugli scaffali delle enoteche – rimediamo parzialmente assaggiando proprio la Christmas Edition 2019, che è imbottigliata a gradazione piena.

N: un Islayer fatto e finito, non privo di qualche nota peculiare. Abbiamo note di limone, ma non del frutto: quasi di foglie di limone, al massimo l’albedo. Ci sono note di lievito, di pasta di pane; c’è anche della pera acerba, molto giovane. Dobbiamo annotare una sensazione curiosa, sulle prime dominante, di würstel alla senape. La torba è presente ma non troppo aggressiva, un po’ ‘verde’, marina e bruciata: falò sulla spiaggia.

P: molto coerente, replica il naso ma con una dolcezza molto più proncunciata. Sparisce quella nota curiosa di würstel e senape, in qualche modo si normalizza: dolce, mela verde, lime… Molto amichevole, un perfetto whisky di Islay ruffiano. Fruit Joy al limone, nota molto evidente. Aloe. Il tutto su un tappetino di fumo, con una torba gentile che esce pian piano, senza prendere la scena.

F: ancora gelée al limone, vaniglia e una punta di fumo (falò spento) e ancora un tocco di aloe.

Non complesso, con qualche guizzo, ma molto piacevole e gustoso. Il naso lascia presagire un profilo forse più complesso di quel che è, ma non si può negare che è veramente amichevole e simpatico, molto beverino: uno di quei whisky che puoi bere all’infinito, senza pensarci, e finire, senza rendertene conto. Ottimo per agevolare la peristalsi dopo il cenone, rivelerà proprietà eupeptiche inattese. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Barry McGuire – Eve of destruction.

Timorous Beastie 25 yo (2019, OB, 46%)

Continuiamo ad esplorare la gamma dei blended malts regionali di Douglas Laing, stavolta mettendo il naso su un’edizione limitata del Timorous Beastie: 25 anni di invecchiamento, per lo più in barili ex-Bourbon, per un malto in 1600 esemplari, non colorato e non filtrato a freddo. La pavida bestiola arriva direttamente dalle Highlands, e va a completare una serie già abbastanza nutrita – e piacevole, stando alle nostre passate recensioni (questa e quest’altra).

N: molto aperto ed elegante, delicatamente fruttato anche – una bestiola timida, in effetti. Squadernato e fresco, si apre su note floreali e minerali molto piacevoli, polline, fiori rugiadosi, erica e violette, geosmina. Miele millefiori. C’è poi una parte fruttata e ‘dolce’, tra la banana, il pasticcino alla frutta… Banana bread con una spolverata di cocco, dice il buon Samuel che stasera beve con noi. Plumcake!

P: l’impatto è un po’ alcolico, a dire la verità, ma poi esplode una botta bourbonosa da ananas, cocco, crema pasticciera… Molto ruffiano, molto dolcione, sicuramente il barile parla a voce alta – ma non dà fastidio alle orecchie, intendiamoci. Mela verde. Cioccolato bianco con una fetta di ananas appoggiato sopra – don’t try this at home, direbbe qualcuno, ma nel bicchiere ci sta. Frutta secca oleosa (noce e mandorla). Non complessissimo ma piacevole.

F: ananas, molto intenso, e poi si chiude semi-secco con erba fresca. Dopo un poco

Naso e finale tutto sommato poco espressivi, ad esprimere la timidezza del topo in etichetta; per contro il palato è davvero molto piacevole e ruffianone, diciamo bestiale – certo costicchia (175€), ma non si può dire che non sia una bella bevuta. Consigliamo l’assaggio. 86/100. Grazie a Douglas Laing per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Francesco De Gregori – La Storia.

Piove whisky (pre-Christmas edition)

Da tanto, troppo tempo ormai ci tratteniamo e non pubblichiamo un post popolato da sentenze lapidarie, scomposte e assolutamente non richieste. D’altra parte, se è vero che non può piovere per sempre, ogni tanto deve pur Piovere whisky, no? E allora eccoci qua, in clamoroso anticipo sull’imminente bulimia natalizia, a strafogarci di assaggi. Abbiamo incontrato whisky buoni, whisky decorosi e altri molto più che indecorosi. Quel che possiamo dire è che purtroppo, a differenza di quel che ci insegna il grandissimo Roy Batty in Blade Runner, NON “tutti questi momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”.

glenalmondGlenalmond everyday (circa ’90, OB, 40%)

Un vatting da battaglia di una volta, con tanto cereale evidente e una punta acidina, da fermentato, bene integrata e gradevole. Elargisce anche suggestioni dolci, tipo banana. Miele. Il palato non è sorretto dalla gradazione, e va bene così. 82/100

eRetico 3 yo (2016, OB, 43%)61TAA5qQ4HL._SL1500_

Invecchia in botti che hanno contenuto grappa e sherry, prima di un ulteriore travaso in altre botti ex grappa. Insomma se andate matti per la grappa, vi piacerà; però secondo noi qui si scontrano due anime mai integrate e forse mai integrabili. Ha note di Ricola al ribes nero e di liquirizia dolce. Balsamico, anche. 69/100

166284-bigArran 21 yo (1996/2017, Scoma, 55,5%)

Nel bicchiere un single cask ex-bourbon oak di Scoma, negozio e imbottigliatore tedesco. Sicuramente si tratta di un refill, anche perchè il profilo è molto naked – aperto e piacevole, burroso, note di cereali, frutta bianca. Shortbread. 85/100

 

Caol Ila 16 yo (1998, Wilson & Morgan, 60,4%)wm-16yo-caol-ila

Stereotypical Caol Ila: non sbagli mai. Vorremmo sottolineare con piacevolezza l’assenza di alcol, a dispetto di un volume apparentemente mostruoso. Dolce, decisamente zuccherino con vaniglia, torta Paradiso e torta al limone. Tanti agrumi, tra cui lime e cedro. Falò sulla spiaggia e spruzzi di acqua di mare. 87/100

‘The Hive’ 12 yo (2018, Wemyss, 40%)

In passato abbiamo assaggiato molti ottimi whisky di Wemyss, azienda indipendente cui bisogna riconoscere di essere stata tra le prime a scommettere sulla “coolizzazione” della categoria. Gentrificazione del blended? In un certo senso, sì. Oggi torniamo da loro e assaggiamo questo blended malt che ci aspettiamo molto mieloso: si chiama “The Hive” e ha il difetto grave di essere imbottigliato a 40%.

N: ha una nota appiccicosa che richiama la marmellata e ci sovviene subito un’immagine definitiva: toast con marmellata di albicocche o pesche e burro. Potremmo chiuderla qui, ma siccome non ci piace fare quelli che si negano, diciamo anche mandarino e un pizzico di cartone. Cartone? Già.

P: onestamente, è abbastanza secco e monodimensionale. Vive di triti cliché, tipo toffee e cereale, poi sul ponte sventola una bandiera gialla (come la frutta che sentiamo: ancora pesca e albicocca) e un touch di amarognolo che accompagna al finale. Perché abbiamo scritto “un touch di amarognolo”? Ce lo chiediamo anche noi, ma se avete da ridire pensate bene: nella seconda riga della recensione avevamo scritto “coolizzazione”, il fondo l’avevamo già toccato.

F: medio breve, dolceamaro, tra cartone e un leggero legnoso allappante. Nocciolo di pesca.

Un blended malt che al naso può anche essere interessante, con la sua maltosità e la sua frutta; al palato però si riduce a due note due, oltretutto banali e non troppo integrate. Da Wemyss ci aspettiamo di più, e lo diciamo come se fossimo Boban e Maldini di fronte a Giampaolo: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Marianne Faithfull – Guilt.

The Rock Island Parade

Douglas Laing ha lanciato ormai da qualche anno una serie di blended malts (i vecchi “vatted”: miscela di whisky di orzo maltato di diverse distillerie) dedicati agli stili delle diverse regioni di produzione dello scotch: abbiamo detto tante volte che parlare delle zone lascia il tempo che trova, ma tant’è, gli stereotipi aiutano a incasellare, e questo, almeno in certe fasi, non è cosa brutta. Oggi, grazie alla gentilezza dell’imbottigliatore, assaggiamo a confronto tre Rock Island: tre blended malt delle isole di Scozia, con whisky da Islay, Orkney, Arran e Jura miscelati insieme. Uno è il NAS standard, poi il 10 anni e infine un 21 anni. Poche info, se non che è tutto non colorato e non filtrato a freddo – buono a sapersi, no?

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: isolano e fresco, si mostra onesto e giovane: si sente il new make, quasi, con lieviti e note erbacee. Un mix tra il metallico, il formaggioso e una torba leggera, minerale, poco affumicato. Limone candito, forse un filo di polvere da sparo, a testimoniare una lievissima punta sulfurea. Un po’ di vaniglia.

P: che piacevolezza! Molto dolce, ma di una dolcezza zuccherina pura, da distillato, non da barile (anche se una quota di vaniglietta c’è), Zucchetti ci fulmina con la sua sapienza dicendo “melone bianco”; acqua di mare; piuttosto torbato, più fumoso. Ancora decisamente erbaceo.

F: lungo, persistente, erbaceo (anzi: proprio insalata Iceberg). Fumosino, torbatuccio.

85/100. Piacevole, molto godibile, si lascia bere con facilità e al contempo ha evidente un’anima isolana, austera anche se dolce. Chi ben comincia è a metà dell’opera, se non ricordiamo male…

Rock Island 10 yo (2019, Douglas Laing, 46%)

N: è simile al NAS, in un certo senso, ma un po’ più greve. Ancora torbatino. La nota di formaggio torna, un po’ più strana: diventa carta del formaggio, con un senso di umido che sembra un po’ sbagliato, a dirla tutta. Dopo un po’, tutto ciò passa, e resta un profilo comunque ‘strano’, con carrube, note metalliche, intense, di rame. Pera. A naso, e volendo essere inutilmente cattivi, c’è un sacco di Jura…

P: più pulito del naso, ma decisamente meno affascinante del NAS. Ha una dolcezza monolitica, zuccherina e molto semplice, con un po’ di mousse di pera a variare lo zucchero liquido. Una punta metallica, ancora, poca torba. Mah.

F: non lunghissimo, pera cremosa. Vegetale, ancora.

78/100. Meh. Dopo l’ottimo avvio, questa pare una mezza battuta d’arresto: più semplice del primo, certo molto particolare ma – a nostro giudizio – un po’ ‘sbagliato’, con note metalliche non ben integrate. Più semplice del NAS.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: molto erbaceo, con salvia, menta secca, infusi… La torba è più bruciata qui, ricorda erbe bruciate, ma anche un falò. Ci sono note di liquirizia, miele di eucalipto. Ancora formaggio, qui più pieno, più stagionato: avete presente quelle tomette affinate nel fieno? Ecco.

P: ancora molto molto erbaceo, camomilla lasciata lì, genziana, ancora salvia… Erbe aromatiche a go go. Poi come dimenticare il fumo, il bruciato: fieno bruciato. Ancora note di toma, dolce e sapida al contempo. bella stagionata: nota che torna anche al finale con intensità. Bergamotto e pepe nero. Una parte acida da frutta tropicale, appena suggerita.

F: molto sapido, molto intenso. Lungo, avvolgente, con erbe bruciate e formaggio dolce.

87/100. Oh, bene. Molto buono, con una sua notevole acidità e note legnose e amarognole molto setose, anzi vellutate. Il nostro preferito dei tre.

Chi dice che i NAS sono il male assoluto? Chi dice che i blended sono il male assoluto? Ottimo trio, si tratta di whisky prezzati in modo ragionevole (dal primo al terzo, andiamo dai 40 ai 90 pounds sul mercato inglese) e ben congegnati: oltretutto si rivelano piuttosto diversi l’uno dall’altro, cosa che decisamente apprezziamo.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – Rock Island Line.

Old Perth Cask Strength #1 (2016, Morrison&Mackay, 59,7%)

Dopo il Black Bull ‘Kyloe’ abbiamo voluto mettere alla prova un altro blended di un imbottigliatore indipendente: tocca al primo batch di Old Perth ‘Cask Strength’, selezionato e assemblato da Morrison & Mackay – quelli di Carn Mor, per intenderci. Non sappiamo nulla della composizione, dunque sospendiamo le illazioni prima ancora di formularle e testiamo. L’etichetta, particolarmente brutta, ci piace: di solito, segnala gente che punta alla sostanza.

N: magari appare un po’ chiuso all’inizio, ma presto inizia a dispiegare aromi molto intensi, molto rotondi a dispetto della contundenza iniziale. Miele millefiori (miele Ambrosoli, dice Angelo), biscotti al burro Walker’s, banana e cioccolato bianco (ancora Galak). Scorzetta di limone, un poco di canditi. Frutta bianca.

P: il palato attacca un po’ diverso, sembra più nudo di quanto non lasciasse intendere il naso. Limone, molto limone; poi cereale, proprio il chicco; note di riso soffiato, non troppo dolce. L’aggiunta di acqua lo apre, regala una maggiore dolcezza, con vaniglia compiuta e ancora biscotti al burro.

F: gallette di riso, orzo e limone. Abbastanza lungo e persistente.

Molto buono, equilibrato, resta pulito e piacevole, intenso e non banale, anche se a suo modo resta semplice: ma una semplicità che diremmo honestà. Non smarmellato, non legnoso, molto equilibrato: un whisky che sa di whisky. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Peter Gabriel – Intruder.

The Story of the Spaniard (2018, Compass Box, 43%)

Il blender più hipster e più avanguardista al mondo è senza dubbio lui, John Glaser di Compass Box. Bottiglie bellissime, concetti molto forti (dobbiamo parlarne ancora, davvero? Guardate qui, dai, oppure recuperate le nostre recensioni passate), una liaison con Diageo che gli permette di mettere le mani su barili eccellenti, sfide aperte lanciate contro i mostri sacri dello scotch, innanzitutto a livello concettuale. Oggi leggiamo La Storia dello Spagnolo, cioè assaggiamo The Story of the Spaniard, un blended malt a tema ‘maturazione spagnola’: barili non solo di sherry, ma di tutto e di più: qui di fianco trovate lo schemino (a Compass Box piace la trasparenza, non lo sapevate?), ché se dovessimo metterci a spiegarlo ci verrebbe il mal di testa.

N: la prima nota che arriva è la buccia di mela rossa, accompagnata da qualche sentore leggermente mieloso (miele ai fiori), poi punte di aceto di mela, di agrumi (arancia) e – sostiene Angelo – anche un po’ di incenso (patchouli). Una punta mentolata molto leggera, così come altrettanto leggera è la nota minerale. Senza grandi spunti, onesto, sa di whisky – ed è un bene.

P: sa di fette biscottate e arancia, non marmellata però: proprio una fetta di arancia. Molto rotondo, senza spigoli e forse con non tanta profondità, anche se resta molto fresco e bevibilissimo. Persiste l’acidità.

F: resta secco e vinoso, molto pulito, con cereale e ancora arancia.

Buono, piacevole, semplice, molto beverino e piacevole: se qualcuno si aspettava uno sherry monster rimarrà deluso, perché è molto delicato, anche se con ciò non si pensi a poca personalità. Ora che fa caldo, ci faremmo volentieri un highball con questo Spaniardo – non prendeteci per matti, ognuno col proprio whisky ci fa quel che vuole. In fin dei conti, adeguato al prezzo (circa 40€): 83/100. Complimenti come al solito a Stranger & Stranger per l’etichetta magnifica.

Sottofondo musicale consigliato: Camaron De La Isla – Soy Gitano.