The Story of the Spaniard (2018, Compass Box, 43%)

Il blender più hipster e più avanguardista al mondo è senza dubbio lui, John Glaser di Compass Box. Bottiglie bellissime, concetti molto forti (dobbiamo parlarne ancora, davvero? Guardate qui, dai, oppure recuperate le nostre recensioni passate), una liaison con Diageo che gli permette di mettere le mani su barili eccellenti, sfide aperte lanciate contro i mostri sacri dello scotch, innanzitutto a livello concettuale. Oggi leggiamo La Storia dello Spagnolo, cioè assaggiamo The Story of the Spaniard, un blended malt a tema ‘maturazione spagnola’: barili non solo di sherry, ma di tutto e di più: qui di fianco trovate lo schemino (a Compass Box piace la trasparenza, non lo sapevate?), ché se dovessimo metterci a spiegarlo ci verrebbe il mal di testa.

N: la prima nota che arriva è la buccia di mela rossa, accompagnata da qualche sentore leggermente mieloso (miele ai fiori), poi punte di aceto di mela, di agrumi (arancia) e – sostiene Angelo – anche un po’ di incenso (patchouli). Una punta mentolata molto leggera, così come altrettanto leggera è la nota minerale. Senza grandi spunti, onesto, sa di whisky – ed è un bene.

P: sa di fette biscottate e arancia, non marmellata però: proprio una fetta di arancia. Molto rotondo, senza spigoli e forse con non tanta profondità, anche se resta molto fresco e bevibilissimo. Persiste l’acidità.

F: resta secco e vinoso, molto pulito, con cereale e ancora arancia.

Buono, piacevole, semplice, molto beverino e piacevole: se qualcuno si aspettava uno sherry monster rimarrà deluso, perché è molto delicato, anche se con ciò non si pensi a poca personalità. Ora che fa caldo, ci faremmo volentieri un highball con questo Spaniardo – non prendeteci per matti, ognuno col proprio whisky ci fa quel che vuole. In fin dei conti, adeguato al prezzo (circa 40€): 83/100. Complimenti come al solito a Stranger & Stranger per l’etichetta magnifica.

Sottofondo musicale consigliato: Camaron De La Isla – Soy Gitano.

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Botti da orbi – Sanremo, serata 1: Cladach (2018, OB, 57,1%)

l’illuminato Marco Zucchetti mentre cura la sua rubrica su whiskyfacile

Puntuale come l’influenza il primo giorno di ferie, la papera del tuo portiere nel derby e l’aneddoto sconcio degli amici al bar, anche quest’anno arriva Sanremo. Ecco, questo coraggioso sito si fa vanto del fatto che non ne farà menzione. Anzi, innalzando una prece al mitico Ferdinando Buscaglione, patrono di tutti i whiskofili italiani, qui ci si propone di fornirvi delle alternative al festival. Cinque malti (scelti a capocchia esattamente come i big in gara) per evitarvi le cinque serate. Oppure, se siete obbligati per ragioni familiari a sorbirvele, cinque malti per sopravvivere al rompimento di Baglioni che vi tocca in sorte.

Non festival dei fiori ma opere di bere.

Cladach (Diageo Special Release 2018, 57,1%)

L’orchestra di Peppe Vessicchio tutta insieme. È un blended malt sulla scia del Collectivum XXVIII, ma più coerente e assai più convincente. Partecipano alla sinfonia Inchgower, Clynelish, Oban, Talisker, Lagavulin e Caol Ila, dunque ci si aspettano potenti gli ottoni della torba e gli archi della marinità. E infatti fin dall’esordio ecco un bel falò in spiaggia, zaffate di iodio e un naso medicinale e mentolato (anice), da cui emerge una golosa frutta dolce, mela cotta, ananas e limone candito. Cera, anche. E una curiosa sensazione di metano, come se aveste deciso di suicidarvi prima di essere costretti a sentire Il Volo.

In bocca è salato, scuro, molto profondo e perfino cremoso. La torba c’è, ma non ce la si cava mica così, non siamo di fronte a una canzonetta. Occorre un patentino per capirlo bene. Noi che invece ci siamo fermati alla scuola primaria del malto riconosciamo alla rinfusa delle more, un pizzico di aceto di lamponi e una bella cremosità saporita, quasi fosse liquirizia salata. Con acqua (anche se va giù bene anche senza) spunta dell’arancia e del kummel. Finale all’altezza dell’esibizione: ancora saporito, tra carne salada e croccante di arachidi.

L’intro del naso ti cattura, ma l’evolversi in bocca ti rapisce proprio. Succulento e robusto, è un concentrato di Islay con il tocco mielato/ceroso di Clynelish. Il classico outsider che parte senza i favori della critica – in effetti queste edizioni sconfinano spesso con il marketing – ma poi si conquista il podio con il voto da casa. 90/100

Sottofondo sanremese consigliato: Enrico Ruggeri – Mistero (Sanremo 1993, primo posto)

The Glover 18yo (2018, Adelphi, 49,2%)

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un altro Glover, che non c’entra niente con questo whisky

Inauguriamo l’anno, dopo giorni e giorni di postumi da Calendario Avventato, con un imbottigliamento speciale, dotato anche di un suo valore politico, se vogliamo. Assaggiamo “The Glover”, un blended malt di 18 anni di Adelphi, imbottigliatore che ci ha abituato a grandi cose in passato… Dedicata al baffuto Thomas Blake Glover, soprannominato “il Samurai Scozzese”, pioniere del multiculturalismo alcolico e degli scambi anglo-giapponesi, questa serie prevede miscele tra whisky di malto scozzesi e asiatici (niente di nuovo, vero?, ma almeno qui hanno la decenza di scriverlo in etichetta). In questo caso, le aspettative sono particolarmente alte perché si tratta di un blend di Longmorn, Glen Garioch e… Hanyu!, storico produttore giapponese ormai chiuso, dalle cui ceneri è nata la magnifica Chichibu – ma questa è un’altra storia. Beviamo affiancati dai prodi Corrado e Angelo.

adelphi-the-glover-18yoN: la gradazione non passa inavvertita, con l’alcol che qui e là tira degli schiaffetti. Molto aperto e aromatico, con un lato morbido, diciamo “dolce”, con brioche, frutta secca (nocciola, anacardi?), anche un senso di panettone; poi tanta mela rossa, uvetta… C’è poi un lato speziato, tra il sandalo e un che di legno vecchio e crema di marroni. Pout pourri. Dopo un po’ con acqua diventa più grasso…

P: molto piacevole, anche qui l’alcol tende un poco a emergere di primo acchito. Saporito, con un corpo non esplosivo. C’è un che di profumoso, di scoordinato (non inteso negativamente), con un che di legno di sandalo. Poi si sente la quota che diremmo di sherry, tra frutta secca, una timida ciliegia, ancora mela, panettone… Un che di granatina, non dolce però (Angelo assicura che esiste e noi ci crediamo). Con acqua, anche il palato diventa più armonico, molto più fruttato, a ingrossare il profilo di cui sopra.

F: non intensissimo ma lungo, soprattutto su uvetta, buccia di mela rossa e frutta secca.

schermata 2019-01-04 alle 11.49.32Siccome il buon baffuto Glover ha contribuito alla fondazione di Mitsubishi, non possiamo non commentare così: Mitsubishi, mi stupisci! Magari, a voler proprio trovare un limite, non te lo tracanni ‘come se niente fosse’: è molto complesso ed è un vero e proprio malto da degustazione. Consigliamo acqua, ne abbiamo aggiunta non poca e questo ha regalato un’evoluzione strepitosa, nei risultati e nel percorso: il nostro suggerimento, se riuscite a mettere le mani su una di queste bottiglie, è di prendervi del tempo, di godervelo piano piano, perché merita di essere trattato con riguardo. Solo così potrà dispiegare tutta la sua magia: 89/100. Grazie al nostro micino pelosino Samuel per il campione!

Sottofondo musicale consigliato: Television – Mars.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

The Speyside Files #3: That Boutique-y Whisky Company

 

Non sappiamo bene con quali forze e non ricordiamo bene dopo quali tappe in quali distillerie (…), ma a un certo punto ci siamo trovati a Dufftown, seduti in mezzo a tedeschi pelosi, grassi e sudati, di fronte a sei single cask imbottigliati dalla famosa That Boutique-y Whisky Company, marchio da imbottigliatore per il gruppo di Master of Malt. Etichette in stile graphic-novel, bocce da mezzo litro, prezzi alti e velleità da collezionabile: garanzia di successo, o no? A presentare il tutto c’era Dave Worthington, barbuto e competente Brand Ambassador. Ogni distilleria ha una sua etichetta, variata di volta in volta, e ogni imbottigliamento viene contrassegnato dal numero di batch – anche se si tratta di single cask, nella maggior parte dei casi con età differenti.



Glenallachie 8 yo batch #2 (2018, TBWC, 53,9%)
Note di cereali, di porridge, evidente il distillato; molto giovane e spiritoso. Barretta ai cereali e yogurt (con quella acidità lì). Anche al palato è buono, onesto, senza veri difetti ma piuttosto semplice. 81/100



Tormore 21 yo batch #3 (2018, TBWC, 46,8%)
Molto delicato e floreale, note di frutta gialla fresca, una suggestione agrumata (lime più che limone); al palato resta dolcino, floreale e fruttato. Leggermente cremoso, cioccolato bianco. Bella evoluzione, col tempo diventa sempre più tropicale al palato. Delizioso e delicato ma non delirante. Uno degli assaggi più piacevoli. 89/100



Glentauchers 17 yo batch #2 (2016, TBWC, 48,8%)
Un’ode al whisky che sa di whisky: nudo, avvolgente, erbaceo e burrosino, con una bella nota di cera d’api e miele al palato – e sapete che a noi questa nota di cera piace tanto tanto. Biscotto alla vaniglia. 87/100



Blend #3 19 yo (2017, TBWC, 50,2%)
Si tratta di un Glenfiddich teaspooned, presumibilmente con Balvenie ma ancora più presumibilmente con nulla. Dolce, tropicalissimo, sia al naso che al palato. Tantissimo cocco, sicuramente era un barile first-fill (tanta crema pasticciera, vaniglia, pasticcini, frutta gialla, mela). Aranciata zuccherata. Il finale è tutto cocco o mango alla thailandese, qualsiasi cosa questo voglia dire. Buono, forse tutto questo cocco lo rende un po’ noioso, alla lunga. 86/100



Mortlach 27 yo batch #2 (2016, TBWC, 52,6%)
Molto ‘grasso’, buono, anche lui con una grande presenza tropicale. Il naso è aromatico e affilato, con una nota di cera d’api deliziosa (nota che torna al palato, delicatamente). Al palato c’è anche una punta di propoli, poi diventa iper-tropicale con tanta guava evidente. Anche fieno, caldo. Complesso, pieno e soddisfacente. 92/100



Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – No prayer for the dying.

The Speyside Files #2: Spirit Still + Dramfool

Lo Spirit of Speyside è ormai diventato un festival grande, importante e molto affollato: per questa ragione abbiamo deciso di privilegiare gli eventi più piccoli, cercando chicche nascoste sotto profili da underdogs. Così la presentazione di un nuovo imbottigliatore indipendente ci è parso perfetto: giovedì 3 a Craigellachie abbiamo partecipato all’esordio ufficiale di Spirit Still, start up di due giovani scozzesi, accanto a un paio di assaggi di Dramfool, altro indie-bottler scozzese con una particolare predilezione per i torbati di Islay. Qui di seguito alcune sentenze, prossimamente una recensione estesa per quello che ci è sembrato immediatamente il dram migliore della serata.

Inutile dire che si tratta per lo più di single casks, a grado pieno o comunque non troppo ridotto, senza colorazione artificiale: insomma, qui si parla di gente per bene.

Carsebridge 52 yo (1964/2018, The Spirit Still, 40,8%)

Piacione, privo di quella nota vinilica che talvolta contrassegna i grain. Frutta molto matura (banana soprattutto), vaniglia, toffee, creme brulée. In un secondo momento esce un legno caldo seducente. Molto convincente ed equilibrato, mai eccessivo anche se – come tutti i grain, diciamocelo – difetta un po’ in complessità assoluta. 87/100

Burnside 18 yo (2018, The Spirit Still, 58,2%)

Al naso appare nudo e chiuso, sulle prime, ma poi in bocca esplodono miele, cera, frutta gialla tropicale matura (ananas perentorio e indiscutibile). Poi tutta la maltosità di Balvenie, spettacolare; l’acqua apre il naso e porta il palato su intense note balsamiche. Sempre squilibrato, ad essere sinceri, e incoerente tra naso e palato: ma proprio per questo delizioso. 89/100

Speyside 22 yo (1995/2018, Dramfool, 55%)

Imbottigliamento speciale per lo Spirit of Speyside. A molti è piaciuto tanto, noi francamente abbiamo trovato pesanti note sulfuree, soprattutto al naso, con qualche puzzetta di troppo. Questo lato non ci è parso bilanciato da una dolcezza un po’ troppo semplice, slegata, da zucchero di canna e frutti rossi caramellosi. Se vi piace il sulfureo probabilmente vi farà impazzire; noi ci dobbiamo trattenere. 76/100

Like A Villain 9 yo (2008/2018, The Spirit Still, 52%)

Si tratta di un Lagavulin (che detto alla scozzese suona un po’ come Like A Villain…) invecchiato in un barile ex-bourbon e finito per 6 mesi in un barile ex-Cote du Rhone. Al naso molto Lagavulin, con lime e castagne e una torba intensa, marina e bruciata. Non vinoso ma dolce, forse un po’ troppo?, con tanta vaniglia. Poi la violenza aggraziata di Laga c’è tutta: mare e torba da panico. 86/100

‘The Quartet’ blended malt (2018, The Spirit Still, 46%)

Miscela di quattro single malt di Highlands e Speyside (Ardmore, Mortlach e…?), tutti invecchiati e poi miscelati in barili ex-sherry. Un po’ ruffiano forse vista l’intensità dello sherry, ma con evidente la quota torbatina: dunque dado e zolfo e un filo di fumo acre, anche un velo ferroso; poi dall’altro lato una dolcezza da frutta rossa, castagne, salsa barbecue, carruba. Incoerente anche lui, naso più ruffiano e palato più maleducato. Mortlach e Ardmore evidenti: così ci era parso anche sul momento, quando ci ricordavamo tutte e quattro le distillerie coinvolte. 85/100

Considerazione conclusiva: complimenti a Colin Fraser e Adam Irvine di Spirit Still, davvero, i quattro loro whisky assaggiati sono stati molto soddisfacenti e – dobbiamo dirlo – ci paiono presentati al pubblico ad un prezzo adeguato. Il quinto arriverà la settimana prossima, e sarà un campione vero… Quanto a Dramfool, in questo contesto era ancillare a Spirit Still: noi non abbiamo amato lo Speyside, ma sappiamo che hanno collezionato una serie di isolani, soprattutto di Bruichladdich, molto apprezzati: per il Feis Ile ci saranno un Port Charlotte 15 anni e un Octomore di 6, ai fortunati che saranno sull’isola consigliamo caldamente un assaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Squeeze – Cool for Cats.

Treacle Chest (2017, Wemyss, 46%)

Wemyss è un imbottigliatore indipendente che da qualche anno – a onor del vero, prima di altri – ha deciso di investire commercialmente su concept whisky, su miscele di barili selezionati in base ad un profilo aromatico preciso e imbottigliati spesso senza età dichiarata e con un nome relativamente esotico, teso a esplicitare il concept di cui sopra. La scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di partecipare ad una degustazione su Twitter, organizzata da The Whisky Wire, in cui abbiamo assaggiato assieme a tanti altri squilibrati sparsi per il globo tre espressioni di Wemyss: Treacle Chest, che recensiamo oggi, è un blended malt (quello che una volta si chiamava vatted, ovvero miscela di soli malti, no grano) di whisky delle Highlands maturato in 14 sherry casks. Assaggiamo, non prima di aver notato che hey!, hanno cambiato packaging!

N: uvetta, buccia di arancia e albicocca e papaya disidratata. Poca frutta rosa, piuttosto declinato sulla tarte tatin e caramello – piuttosto sticky. Uno sherry di quelly ‘secchi’, legnosetti e non troppo succosi. Carruba, con quella dolcezza paradossale di fave di cacao. Fonda di caffè. Sporchino, con note lievemente gommose e sulfuree. Un che di tabacco da sigaro. Note di rum, secondo molti partecipanti al tasting.

P: decisamente sviluppa la dolcezza di uvetta e toffee; appiccisoso ancora, con zucchero di canna, ma con quella venatura sporca (ruggine), qui compitamente gommosa; c’è anche una nota di cardamomo inaspettata e intensa. Si fa mentolato con il tempo. Speziato, ma speziato in modo pesante… Più decisamente meaty (prosciutto cotto andato a male) e con note piacevoli di tabacco.

F: lungo e dolce, ancora zucchero di canna, uvetta, rum – grasso e yummy.

Per citare non sapremmo più quale talent show, “all’inizio era un NO”: pian piano, però, si svela e grazie ad un po’ di tempo ed aria appare decisamente più complesso, integrato ed equilibrato, pur con quel lato meaty e di cardamomo mai domo – che deve piacere, è ovviamente divisivo. 85\100, meglio di quel che sembra: considerando che costa circa 55/60€, non possiamo non raccomandarne almeno un assaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Mayhem – I Am Thy Labyrinth.

Spice King ‘Batch Strength’ (2016, Wemyss, 56%)

Appena poco più di un anno fa bevevamo lo Spice King, blended malt di Wemyss, e celebravamo la fine della sesta stagione di Game of Thrones con la colonna sonora dell’ultima puntata: e come un cerchio che si chiude, quest’oggi, nella settimana in cui ha preso l’avvio la settima stagione, beviamo lo stesso whisky nella sua versione cask strength… Quella versione ci era piaciuta molto, vediamo un po’ se alzando la gradazione si alza pure la valutazione.

N: molto profumato e aromatico, apertissimo e piacevolmente annusabile a dispetto di una gradazione potenzialmente pericolosa. Pare abbastanza complesso, andiamo con ordine: da un lato una “dolcezza” maltosa e un po’ appiccicosa (barretta cereali e miele, cioccolato al latte); poi ha una forte impronta speziata e agrumata insieme, che nel complesso si abbina perfettamente all’immagine di un panforte (scorzetta d’arancia, cannella, chiodi di garofano, pepe). Mela, uvetta e cannella: strudel? Ma cosa ci dice il naso? A sorpresa ci comunica anche di un lato inatteso, minerale e delicatamente torbato.

P: notevole come l’alcol sappia farsi da parte. Notiamo subito un’isolanità crescente, fatta di un fumo di torba acre, intenso e di una marinità in grande ascesa, con punte salate molto decise. Dietro, si agita una dolcezza fatta di mele e cannella, poi un toffee grasso, del miele e ancora un’arancia esuberante. Di nuovo l’immagine è quella di un panforte. Nette note pepate, a completare un profilo speziato, bruciatino e – in ultima analisi – davvero molto, molto buono.

F: tanto fumo, poi sale, pepe, caramello, strudel… Lungo e persistente.

Non a caso abbiamo evocato suggestioni ‘composite’, tutto è molto denso e compatto e complesso. La versione a grado ridotto ci era piaciuta, questa ci convince ancora di più, e nuovamente siamo mossi a scomodare nomi grossi come Talisker, Springbank e perfino Laphroaig. Sempre di più ci convinciamo che l’arte del blending sia un’arte, appunto, e non un semplice modo per tagliare la roba decente e fatturare: chi non dovesse essere d’accordo spenda 40€ per questa bottiglia (capito quanto?) e torni a spiegarci che ‘sta roba qua è facile da fare. 87/100. A onor del vero, lo sentiamo molto meno giovane e porridge-oso di quanto non faccia Serge… Grazie al grande Francesco Saverio Binetti per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Ed Sheeran – Hands of gold.

Westport 12 yo (2004/2016, Wilson & Morgan, 54,3%)

Westport, chi è costui? Non stiamo parlando di una sconosciutissima distilleria dispersa in qualche valle della Scozia, ma di un marchio usato per imbottigliare quello che tecnicamente potremmo definire come un vatted whisky, ovvero sia una miscela di più single malt. Nel caso del Westport si tratta di fatto di Glenmorangie con una minuscola aggiunta (teaspooning) di Glen Moray, che fino al 2008 apparteneva guarda caso alla più famosa ‘Morangie: nulla accade mai per caso nell’intricata mappa commerciale dello Scotch whisky. La distilleria delle Highlands di proprietà del gruppo francese del lusso Louis Vuitton Moët Hennessey non concede mai a terzi il diritto di imbottigliare barili con il proprio nome in etichetta, ma ha adottato questo metodo oramai da una ventina di anni, il metodo del segreto di Pulcinella, diremmo noi. In Italia il nostro imbottigliatore Wilson & Morgan è già al quarto imbottigliamento e questo dodicenne invecchiato in uno sherry butt è l’ultimo nato.

357N: molto aromatico ed aperto, l’alcol si sente appena. Molto fruttato: ci coglie subito una suggestione generale di torta alle mele appena sfornata… Pesche sciroppate, prugne secche; pere. Brioche con marmellata di frutta; un misto di frutta cotta raffreddata (le solite mele uvette e prugne). Leggermente agrumato (soprattutto scorza di arancia), quasi a riferirici una eco di quello stile minerale delle distillerie del nord. Semplice, regolare come profilo, ma non sgarra di un millimetro. Lo sherry c’è, ma educato, non copre lo stile di casa.

P: ottimo impatto, anche qui non si sente praticamente la gradazione. Appare molto caldo e compatto, e al contempo beverino. Riconosciamo tanta brioche all’albicocca, un bel malto caldo, biscottoso (ancora torte appena sfornate); agrumi in aumento rispetto al naso (soprattutto arancia), con ancora quella sfumatura minerale. Miele. Molto pulito, dopo un po’ butta fuori note di cacao, e svela una sobria legnosità.

F: medio lungo, con miele ancora e un senso di brioche.

Ottimo esempio di come Glenmorangie – ehm, no: Westport, pardon – regali sempre all’appassionato delle grandi soddisfazioni. Come talora ci piace dire, è un whisky “che sa di whisky”, ordinato, pulito, senza eccessi, senza punti esclamativi certo, ma senza alcun possibile difetto. Bevibilissimo, rappresenta esattamente quel che per noi deve avere un whisky da 85/100. Ah, lo portate a casa con una settantina di euro.

Sottofondo musicale consigliato: Jula De Palma – A.A.A. Adorabile cercasi

Whisky de Table (2017, Compass Box for La Maison du Whisky, 40%)

Se La Maison du Whisky, storico négociant di whisky francese, e Compass Box, visionario blender scozzese, uniscono le menti i risultati non possono non essere provocatori e degni del più attento interesse. Per celebrare i 60 anni dell’azienda francese, Compass Box ha ideato il “Whisky de table”, cioè whisky da tavola: il concept è quello di un whisky da bere durante il pasto, magari con ghiaccio, e la bottiglia richiama ovviamente quelle del bianco novello francese… Si tratta di quattro single malts, invecchiati singolarmente per tre anni in barili di Buffalo Trace (di solito particolarmente ‘dolce’, ci spiegava un cooper la scorsa settimana, rispetto ad altri barili ex-bourbon): la composizione è 48,1% Clynelish, 10% Caol Ila, mentre la quota di Benrinnes e Linkwood ci sfugge.

m51719N: ovviamente giovane, vien da dire, e onesto nel mostrarlo. Molto fresco ma con una venatura di torba, un lieve filo di fumo che conferisce spessore al profilo generale: e iniziamo proprio da qui, dalle note torbatine e minerali, che si abbarbicano su una freschezza agrumata (limone, lime) e su una frutta gialla, soprattutto candita (e viene in mente anche una mousse di pera). A proposito di canditi: zenzero. Una note erbacea, anzi proprio erbosa: lemongrass.

P: grande coerenza, riassumendo diremmo “come al naso, ma più caldo e più amarino” – ma perché riassumere. Ha un’ottima intensità, se paragonata a un corpo non esplosivo; l’agrume resta presente, ma molto meno, spostandosi più sul pompelmo. Ancora pere (mousse di), forse una dolcezza più caldina.

F: generosi rabbocchi di fumo, ostriche e una mineralità diffusa – il tutto su un tappetino di pere.

Ora, noi dobbiamo dichiarare un problema con il whisky: a noi piace tanto anche il new make, abbiamo scoperto, quindi di questi tempi non consideriamo la gioventù, anche estrema, come un problema per forza. Questo WdT ci pare di grande complessità, o per lo meno varietà, anche se ovviamente si tratta di un imbottigliamento piuttosto semplice. Il profilo corrisponde al nostro gusto, e si fa bere con una facilità estrema: gli diamo 84/100 perché ci piace, non è un giudizio strettamente tecnico (se lo assaggiassimo blind cosa diremmo?) ma – come dire – emozionale. Buono buono, bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Joss Stone & Nneka – Babylon.