“Speyside Dew” – BLEND Whiskybar, Castelfranco Veneto

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Anche al ritorno dalle vacanze la voglia di un buon whisky-cocktail non ci abbandona e, per affrontare gli ultimi colpi d’arsura, abbiamo chiesto al ragazzi del Blend Whiskybar di creare un drink con nientepopodimeno che… Sir Macallan! Noi lo assaggeremo il prossimo weekend, a Castelfranco Veneto, durante il Whisky Revolution Festival… Ci sarete anche voi, giusto? GIUSTO?

Come al solito hanno accettato la sfida ed ecco la loro risposta:

Abbiamo optato per un imbottigliamento di cui molti nostri clienti vanno 17309322_1695590797405665_2746426314597896541_nparticolarmente ghiotti, ovvero Macallan 12 yo sherry oak, che oggi sarà la pregiatissima base per un long drink dissetante ma complesso e introspettivo allo stesso tempo. 

Questo whisky, che al naso porta delicatissime note floreali fino ad arrivare a una mela che si fa via via sempre più torta, ci regala al palato tutto il suo carattere burroso e nocciolato con un picco di dolcezza vellutata tipica della crema pasticcera. In questo imbottigliamento è davvero influente il contributo dello sherry oak. Alle note morbide e piacione della leggenda dello Speyside abbiamo voluto abbinare quelle di uno dei tè più pregiati dell’arcipelago nipponico: il Gyokuro. L’aroma è penetrante, di prato fiorito e oceano e il suo gusto rotondo e morbido ci ha conquistati subito. Un tè chiamato anche “rugiada” per il colore verde brillante, che gode di un’essiccazione particolare, per mantenere un alto contenuto di clorofilla, la chiave delle sue nuance così dolci e vellutate. Per far convogliare a nozze il nostro sir scozzese con la sua gheisha nipponica abbiamo ben pensato di giocare con due prodotti fatti in casa “Blend”: uno sciroppo dai forti caratteri balsamici e amaricanti ottenuto da una riduzione di tonica infusa al cardamomo, e un bitter vivacissimo e leggermente piccante.

Da questo intrecciarsi di culture e colori nasce una “bibita” dissetante dalla dolcezza speziata e profonda, ottima per dare un po’ di brio in queste ultime settimane estive.

Slainte!

Ingredienti:

5cl Macallan 12yo sherry cask

9cl Te verde Gyokuro

0,5cl Tonic reduction

3 dashes creole bitter

Autore: Alberto Beltrame

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“Demetra” – BLEND Whiskybar, Castelfranco Veneto

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Ci risiamo! I ragazzi del BLEND whiskybar di Castelfranco Veneto non riescono a stare17309322_1695590797405665_2746426314597896541_n fermi un secondo e hanno sfornato la seconda ricetta. Eravamo partiti sfidandoli con un Tobermory- un whisky difficile, pieno di spigoli- e il risultato era stato il Mullevardier; questa volta abbiamo una richiesta ancora più spiazzante. Stiamo tra le mura di casa, miscelateci Puni!

Questa la risposta:

Ciao Ragazzi, rieccoci! Siamo molto felici di essere stati pungolati sul nostro italico Puni, non abbiamo perso tempo e ci siamo messi subito al lavoro. Cercando di dare spessore olimpico alla sfida per valorizzare questo whisky, abbiamo optato per una prodottistica tutta Grecia-Italia dalla quale è nato il nostro “Demetra”, ma entriamo nel dettaglio!

Demetra-003Puni Sole, dalle chiare note di miele selvaggio, quercia e arancia rossa conferitegli dai suoi 4 anni di Bourbon barrel e Pedro Ximenez, si è dimostrato molto duttile in miscelazione. In questo drink abbiamo cercato di donare freschezza e vivacità riprendendo i sentori agrumati e speziati di un rosolio di bergamotto Italicus per poi buttarci su un mondo resinoso e balsamico avvalendoci di un duo d’eccezione come Pino Mugo Quaglia e Roots Mastiha, dal quale abbiamo rubato il nettare degli alberi di mastice nativi di Chios. Per continuare nella giostra di freschezza, concludiamo con un distillato d’anice greco, l’ouzo. Con “Demetra” abbiamo voluto mescolare le note morbide e calde di Puni Sole con una prodottistica che potesse dare brio e freschezza al whisky italiano. Da questo abbraccio Grecia-Italia crediamo sia nata un’ottima coppettina in grado di farsi bere con l’avanzare della bella stagione. Brindiamo alla vostra!

Ingredienti
Puni Sole – 4,5cl
Italicus – 1,5cl
Pino mugo – 0,5cl
Mastiha spirit – 0,5 cl
Vaporizzazione di Ouzo

Autore: Daniele Trovato

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“Mullevardier” – BLEND Whiskybar, Castelfranco Veneto

Con questo post inauguriamo una collaborazione – che porterà a frutti diversi e saporiti, ma ne parleremo a suo tempo – con il BLEND Whiskybar di Castelfranco Veneto: si tratta di una realtà nuova di pacca, dato che hanno inaugurato lo scorso settembre, ma che sta avendo un successo strepitoso e che fa dell’hashtag #whiskyrevolution il suo marchio di fabbrica. Per darvi un’idea, oltre ad una bottigliera con oltre 300 etichette di whisky aperti, ci sono diverse liste con twist su drink classici – tutti a base whisky, naturalmente. Avremo modo di tornarci sopra, in futuro: intanto, a partire da questo mese i ragazzi del BLEND, guidati dai barman Dario e Daniele che si alterneranno nelle preparazioni, avranno una sorta di rubrica fissa sul nostro sito, fornendoci una ricetta a base scotch a cadenza mensile – ma non sarà così semplice, perché risponderanno sempre a una nostra proposta di base, che talvolta potrà essere un po’ provocatoria. Questo mese inauguriamo con un drink a base… rullino i tamburi… Tobermory 10 anni!

A risponderci è Dario Cerantola.

MULLEVARDIER

 

Ingredienti

Tobermory 10 anni – 4cl
Vida mezcal – 2cl
Oscar.697 vermouth rosso – 1.5cl
Bitter Martini – 1.5cl
Bitter al cardamomo – 2 dashes
Affumicatura cherry oak

Raccogliamo la sfida Tobermory!
Nel nostro Mullevardier cerchiamo di esaltare la vivacità e la piccantezza di questo single malt conferendogli una dolce fumosità accompagnata da zenzero, cannella e banana dati dal Vida Mezcal… Il tutto irrobustito da un Vermouth dalle spiccate note di rabarbaro e liquirizia in contrasto ad un delicatissimo bitter speziato e floreale. Conferiamo una nota lunga in chiusura con qualche goccia di bitter al cardamomo. Il valzer al naso ce lo giochiamo con un’affumicatura dolce di cherry oak. A voi il giudizio!

L’alchimia del whisky incontra Gordon & MacPhail

Ennesima puntata di L’alchimia del whisky, il percorso di degustazioni di whisky in abbinamento a drink (a base degli stessi whisky, che vi credete?!) intrapreso ormai tre anni fa dal 1930, cocktail bar e speakeasy all’avanguardia nel mondo della miscelazione milanese e non solo. Ormai non è più una novità per chi ci legge, ne abbiamo parlato in diverse occasioni (ad esempio qui, qui, oppure ancora qui – e l’intervista fondativa a Marco Russo e Marco Maltagliati si legge qui): sapete dunque che il percorso prevede per quest’anno un passo ulteriore nella direzione delle mille sfumature dello scotch whisky, e protagonisti degli eventi dell’anno sono gli imbottigliatori indipendenti.

Dopo un incontro con una leggenda come Giorgio D’Ambrosio e col Milano Whisky Festival, è stata la volta dei rampanti Valinch & Mallet: sabato 10 marzo tocca a un mostro sacro come Gordon & MacPhail, colosso dell’imbottigliamento indipendente, attivo da oltre un secolo e importato in Italia dall’azienda Meregalli, di Monza. Il focus sarà sull’importanza del legno (cask is king, direbbe qualcuno) e sul lavoro di selezione che G&M fa proprio sotto questo rispetto: a presentare le selezioni, tra cui spiccano un Linkwood di 15 anni, un Bunnahabhain del 2009 (favoloso!) ed una “piccola” sorpresa alla fine, saranno il solito inarrestabile Marco Maltagliati coadiuvato da un amico, di rare competenza e passione, come Roberto D’Alessandro. Dietro al bancone Marco Russo e il suo team, per un sabato pomeriggio davvero imperdibile per tutti gli amanti del whisky, della sua storia, dei suoi segreti e dei suoi misteri che si rinnovano ad ogni distillazione.

Valinch & Mallet goes to… 1930!

Dopo l’eccezionale appuntamento novembrino con Giorgio D’Ambrosio, sabato prossimo al 1930 si torna a parlare di whisky nell’ambito del progetto “L’alchimia del whisky“, di cui già varie volte abbiamo scritto su questo blog. Il 2018 si apre coerentemente con il desiderio di fare un passo avanti rispetto alle degustazioni degli anni passati: dopo aver introdotto la clientela del locale allo scotch whisky, dopo averle offerto degustazioni monografiche su singole distillerie, ora si passa all’affascinante mondo degli imbottigliatori indipendenti. E il primo a varcare la soglia di uno dei locali più esclusivi d’Italia sarà… Valinch & Mallet!

Marco & Marco

Fabio Ermoli e Davide Romano dialogheranno con il sempre attivissimo Marco Maltagliati, raccontando la loro storia, le modalità con cui scelgono i barili, quello che vanno cercando e quel che invece vogliono evitare… Insomma, una chiacchierata a ruota libera per spiegare la concezione che Fabio e Davide hanno del mestiere di imbottigliatore indipendente. Il tutto, come sempre, sarà affiancato da alcuni drink creati ad hoc da Marco Russo, che si sbizzarrirà con il consueto estro e l’abituale competenza. La base, cioè i whisky che verranno aperti, bevuti in purezza e miscelati – almeno alcuni, i dettagli saranno una sorpresa anche per noi – sono questi quattro:

Davide & Fabio

– Caol Ila 6 yo, Four Grain Koval cask, 47,8%.

South Shore Islay Malt 8 yo, 48,8%

Macduff 20 yo, 51,3%

– Heaven Hill 8 yo, 48,8%

Imperdibile, vero? E allora non perdetevelo, diamine! Per informazioni e prenotazione, scrivete a marcomalta34@gmail.com.

L’alchimia del whisky “a ruota libera”: Giorgio D’Ambrosio e il MWF al 1930…

Dopo il secondo viaggio in Scozia dello scorso settembre (qui e qui i resoconti del primo), il progetto “L’alchimia del whisky” si arricchisce di un nuovo capitolo. Come sapete, da tre anni i due Marchi (Maltagliati e Russo) hanno deciso di lavorare con i clienti del 1930 cocktail bar per approfondire il mondo dello scotch whisky, andando a studiare alcuni tra i produttori più interessanti e affrontando la sfida di miscelare il single malt, e non solo quello più ‘semplice’, esplicitamente votato a quella dimensione. Fare cultura seriamente attorno allo scotch, spiegarne la struttura, la genesi, la produzione, la geografia… senza perdere l’approccio di un cocktail bar, e dunque avvicinarsi al whisky attraverso un drink, che diventa il punto di partenza per il pubblico e non un punto d’arrivo. Che l’obiettivo sia stato raggiunto appieno è testimoniato ad esempio dal recente articolo di un sito prestigioso come scotchwhisky.com che annovera il ’30 tra i migliori whisky bar di Milano…

Il bilancio è stato finora positivo, con crescente interesse e ottima partecipazione di pubblico, perfino con l’esportazione del format anche in altri contesti: ora Marco&Marco hanno deciso di fare un passo ulteriore, di non fermarsi e riproporre la stessa formula ma di puntare ancora più in alto nell’approfondimento del mondo del whisky. La prima serata di questa stagione di degustazioni, dunque, vedrà ospiti e protagonisti Giorgio D’Ambrosio, collezionista mostruoso e proprietario del leggendario Bar Metro, e Giuseppe Gervasio Dolci, per tutti ‘il Gerva’, una delle due metà del Milano Whisky Festival: l’obiettivo è quello di parlare della storia del whisky a Milano, del mondo del collezionismo, della crescita dello stesso MWF… Insomma, un appuntamento ambizioso e certamente degno di interesse: noi naturalmente ci saremo (grazie a Marco e Marco per l’invito, anzi!), e crediamo proprio che, a una settimana dal festival, sia l’evento più adatto per prepararsi… Non vorremmo però dimenticare il parterre: si assaggeranno tre selezioni di Giorgio e del Milano Whisky Festival, tra cui spiccano un Glenfarclas imbottigliato dal MWF nel 2014 e che avevamo assaggiato qui, un Lochindaal (e voi sapete cosa nasconde l’oscuro nome, vero? no? venite e scopritelo!) di Giorgio e un Caol Ila scelto e imbottigliato da GDA e MWF nel 2016… La serata sarà condotta da Marco Maltagliati, che però lascerà parlare Giorgio e il Gerva “a ruota libera“; in più, aspettatevi una variazione sul drink preferito di Giorgio – quale? chiedeteglielo – e una sorpresina… Insomma, che ne dite: ci vediamo là?

L’alchimia del whisky – Road to Speyside (21-25 settembre 2017)

Ecco, ci risiamo, l’hanno fatto di nuovo. Lo scorso ottobre abbiamo partecipato ad uno spettacolare tour scozzese tra Islay e Campbeltown, tour di cui abbiamo dato conto qui e qui: l’organizzazione era in mano a Marco Russo, uno dei migliori barman italiani e proprietario di vari locali milanesi, dallo speakeasy 1930 al MAG fino al Barba, e Marco Maltagliati, appassionato whiskofilo di lunga data e ormai da tempo nel team del 1930.

Quel viaggio voleva essere la naturale evoluzione di un percorso intrapreso nel 2014 e intitolato “L’Alchimia del Whisky“: l’idea alla base è quella per cui il whisky, e il single malt specialmente, non è un prodotto di cui avere timore reverenziale, abituati come siamo a sovrapporre l’immagine di un vecchio signore in pantofole seduto su una poltrona di pelle a quella del normale bevitore di whisky – non bisogna avere timore e proprio per questo ci si può avvicinare al whisky, e si può affrontarlo seriamente, capendo la cultura che ci sta dietro, anche partendo da un drink, da un cocktail. Il single malt può essere un ingrediente estremamente complesso, e per questo bisogna saperlo usare, esaltandone o attenuandone determinate sfumature: è proprio ciò che fa con i suoi drink Marco Russo, e chiunque sia stato al 1930, per una degustazione monografica o per una bevuta in compagnia, sa bene a cosa ci riferiamo. E dunque, dopo diverse serate di introduzione al whisky e ad alcune sue distillerie, accompagnando la bevuta in purezza con alcuni drink, i due hanno deciso di affrontare ancor più seriamente la questione, andando proprio in Scozia a fare cocktail e a studiare il processo di produzione: perché per lavorarci seriamente, gli ingredienti vanno scoperti, studiati e analizzati, e bisogna conoscere chi il whisky lo fa, e come.

Marco & Marco

Quest’anno si replica, e lo si fa alla grande, senza sedersi sulle formule del passato ma puntando l’obiettivo altrove: Marco e Marco hanno organizzato un tour dello Speyside, cuore del whisky scozzese con le sue oltre trenta distillerie attive, proprio in occasione del principale evento dell’autunno, cioè lo Speyside autumn festival. Non possiamo svelare tutti i dettagli, e a dirla tutta neppure li sappiamo: di certo si passerà da Glenfarclas, da Balvenie (uno dei tour più belli di Scozia, sia detto per inciso) e da Glen Grant, esplorando dunque diverse tipologie di distilleria, tra colossi e produttori fieramente indipendenti, e di certo Marco Russo darà spettacolo con i suoi drink. Sappiamo anche qualcosina in più, ma non vogliamo certo svelarlo qui, e ora… Molto meglio scoprirlo direttamente il mattino della partenza, no? Siccome siamo stati testimoni diretti della bellezza del primo viaggio, vogliamo dar conto di questa iniziativa qui sul sito, e invitare chi fosse interessato a contattare direttamente uno dei due Marchi (nella locandina tutte le info su prezzi, tempi, disponibilità) per conoscere i dettagli di questa strada per lo Speyside. Se Dufftown è la Roma di Scozia (perché come Roma sorge su sette colli, così Dufftown sorge su sette distillerie…) tutte le strade portano a Dufftown, in fondo, no?

Whisky cocktail: “Daruma” – Ghe Sem, Milano

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Una sera, passeggiando per la centralissima via Vincenzo Monti, ci siamo imbattuti per caso nel Ghe Sem (per i diversamente milanesi significa “ci siamo”). Pare che la filosofia del locale (anzi i due locali, perché da poco hanno fatto il bis in zona Isola) sia di confondere le idee, ribaltare le convinzioni e imporne di nuove. Insomma, le ambizioni non mancano. Anzitutto, il cibo è un mix ‘glocal’ davvero sfrenato: il locale propone unicamente i tipici original_dim-sum-ghe-semravioli ripieni orientali, i Dim Sum, ma con farciture ricavate da piatti tipici della cucina italiana, dalla parmigiana alla ‘nduia e mascarpone fino a un’incredibile lingua salmistrata e salsa verde. Come se non bastasse il barman Giovanni Parmeggiani ha pensato bene di innestare su questo concetto la sua personale idea di miscelazione. Giovanni, con un passato da studioso di lingue e culture del Medio Oriente e dell’Oriente, ha fatto delle spezie, dei frutti e dei distillati dell’Est del mondo il caposaldo delle sue drinklist. Ci ha impressionato particolarmente un cocktail con uno sciroppo home made al curry e abbiamo assaggiato distillati cinesi dai sapori incredibili, ma oggi abbiamo chiesto – siamo pur sempre tradizionalisti, noi di whiskyfacile – un cocktail a base whisky, ovviamente giapponese…

img_4628Ingredienti

Decorazione: menta, lime/limone essicato

Preparazione: Shake&Strain

Giovanni ci spiega che “l’idea dietro al Daruma è quella di servire un drink che potesse rendere il whisky appetibile anche ai palati meno avvezzi a un distillato così impegnativo, soprattutto in accompagnamento a una cena. La scelta del Nikka from the Barrel è dettata dal fatto che è un whisky con una certa complessità e con caratteristiche che ricordano lo Scotch, mentre il sour mix viene preparato tutti i giorni spremendo limoni, lime, pompelmi e arance. Il pepe rosa ci proietta nel sudest asiatico, dando un lieve pizzicorio. Il cocktail viene servito in una tazza in ceramica e prende il nome dalle bambole Daruma (達磨), figurine votive giapponesi senza gambe né braccia, che rappresentano Bodhidharma, il fondatore e primo patriarca dello Zen. Le bambole non hanno gli occhi e spetta a noi disegnare un solo occhio esprimendo un desiderio; se il desiderio dovesse avverarsi, verrà disegnato anche il secondo occhio. Al Ghe Sem il vostro sottobicchiere sarà proprio una riproduzione delle Daruma. Good Luck!”

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“Rockside Affair” – Rasputin, Firenze

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All’inizio dell’anno passato un nostro caro amico, e lo è per sua disgrazia fin dai tempi oramai lontanissimi del liceo, ha avuto un’idea non meno che splendida. Dopo qualche anno di permanenza nella capitale Toscana, si dev’esser chiesto: “Ma perché a Firenze non esiste un locale che coniughi buon bere con atmosfera retrò, proibizionista sì ma anche più remota fino alla belle epoque? Che unisca la riservatezza di un luogo nascosto alla rutilante vita mondana della città ‘de i cinquecento’ col brio delle serate che traboccano alcol fino a notte fonda?”. Ed è precisamente per non aver trovato una risposta a queste domande che dev’esser nato il Rasputin, primo secret bar di Firenze, da qualche parte sottoterra in Oltrarno.

Da qui alla nostra insolente presenza il passo è stato davvero breve. Catapultati nel cortocircuito temporale allestito dal padrone di casa Marco, abbiamo tenuto una degustazione di whisky estratti dal succulento portafoglio dell’importatore Beija Flor- Glendronach 12 yo, Kilkerran 12 yo, Springbank 15 yo, Kilchoman Sanaig. La serata è stata davvero gradevole e per non farci mancare nulla al secondo e al quarto malto sono stati abbinati due cocktail. Il Rockside Affair ha chiuso la degustazione stupendo i presenti, e ci è parso giusto presentarne ricetta e ideazione:

Ingredienti

  • Kilchoman Sanaig
  • Vermouth di Prato
  • Braulio

img-20160521-wa0001Il barman del Rasputin Daniele Cancellara ci spiega che “il Rockside Affair, forgiato appositamente per la degustazione del 24 novembre, ha la sua ragion d’essere nell’unione di un prodotto moderno e di nuova concezione come Kilchoman Sanaig e due capisaldi della liquoristica nostrana. Questo drink valorizza i sentori e la torbatura tipiche del whisky di Islay, accompagnandoli con la morbidezza del Vermouth di Prato e gli aromi delle erbe alpine del Braulio”.  La ricetta è abbastanza semplice, ma l’intuizione è di quelle giuste e un distillato complicato e spigoloso come Kilchoman (tra l’altro nel Sanaig c’è anche l’ulteriore elemento di difficoltà dell’invecchiamento in barili ex-sherry) viene così “addomesticato” e messo a disposizione di un’armonia più ampia. Bravi!

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L’alchimia del whisky, il viaggio – un resoconto (pt. 2)

Dopo la sbrodolata di martedì, oggi la seconda parte. Occhio perché questa è proprio noiosa.

Un bilancio

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Springbank, malting floor

Innanzitutto, un’ovvietà: andare in Scozia, visitare le distillerie, parlare con le persone che il whisky lo fanno è un’esperienza impareggiabile. Non importa quanto tu ne sappia, quanto tu abbia studiato o bevuto: qualsiasi sia il tuo livello di partenza ne uscirai arricchito. Un’altra ovvietà: quando si visitano realtà artigianali come Springbank e Kilchoman l’arricchimento è ancora maggiore, perché vedi tutto il processo di produzione, vedi il malto che inizia a germinare, lo annusi, lo assaggi, ti riempi le narici di profumi e odori che senti solo quando sei in distilleria o in warehouse e che nessun tasting companion, per quanto ben fatto, potrà replicare. E poi, le persone: spesso ci dimentichiamo quanto conti la componente umana, e anche da questo punto di vista sentire la passione, la partecipazione dei tanti ragazzi di Cambeltown che lavorano a Springbank e Glengyle ti coinvolge immediatamente, diventa contagioso (sul terroir, anche umano, ha scritto un bell’articolo Angus, tempo fa).

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Pagode a Lagavulin

Soprattutto però certe dimensioni ti portano inevitabilmente a riflettere sulle sorti dell’industria del whisky: qui e ora siamo di fronte ad una forbice, che probabilmente andrà ampliandosi. Da un lato, le multinazionali, le realtà più grosse per volumi di produzione e di vendita, dall’altro le distillerie ‘artigianali’: intendiamoci, non è un giudizio di valore, non c’è bianco e nero, ci sono solo infinite sfumature di grigi, diversamente interpretabili. Da una parte si vedono grandi gruppi, enormi distillerie che puntano ad ampliare e velocizzare la produzione per cercare di aumentare i volumi, di rendere più facili i propri prodotti, più immediatamente accessibili a un pubblico più giovane e meno esigente. Al contempo i grandi gruppi continuano a mantenere standard qualitativi indiscutibili, anche se spesso i prodotti di qualità più alta, espressione di quelle particolarità che hanno fatto appassionare milioni di whiskofili negli anni, diventano inaccessibili, costosi, un privilegio per pochi. La standardizzazione dei processi produttivi, in atto ormai da decenni, ha diverse implicazioni: un innalzamento della qualità media della roba che ti bevi (difficilmente capiterà di assaggiare un whisky proprio cattivo) e un abbassamento delle differenze tra distillerie diverse (vai tu a parlare di territorialità quando, che so, il Lagavulin viene invecchiato fuori Glasgow…). Il mercato attuale impone anche la necessità di trovare espedienti che caratterizzino la distilleria, che ne sanciscano una ‘diversità’ spesso solo posticcia: di qui tanto storytelling e tanto materiale di contorno, di qui l’esigenza di presentare al pubblico prodotti come premium (anche se l’operazione è condotta a tavolino: basti pensare a Mortlach o Longmorn, per stare su casi recenti).

Jacopo e un cane pongono domande scomode
Jacopo pone domande scomode a un cane di Islay

La domanda che andrebbe rivolta ai big players è: qual è il prezzo di questa standardizzazione? La corsa all’efficienza, alle materie produttive più performanti, ai legni più attivi, all’ampliamento delle strutture e all’aumento delle produzioni sarà seguita da una crescita costante delle esportazioni, delle vendite, della fiducia del consumatore? O piuttosto il rischio è quello di una nuova ondata di chiusure, in modo analogo a quanto accaduto negli anni ’80? La storia è ciclica, non c’è bisogno di professarsi hegeliani o machiavelliani per fare quest’osservazione. Il Manifesto di Slow Food del 1986 polemizzava con “chi confonde l’efficienza con la frenesia”, e forse (forse?) questa definizione è applicabile anche ad alcuni attori dell’industria scozzese del whisky.

S come Springbank
S come Springbank

Dall’altra parte, c’è un modello di business (perché hey, sempre di fare soldi si tratta: non è che Kilchoman esista per fare beneficienza, sia chiaro) più attento al rispetto della territorialità, delle tradizioni, delle differenze. La cosa che ci ha conquistato del whisky è proprio la complessità, l’imprevedibilità della reazione botte-distillato, la gamma aromatica infinita che sta tra un giovane torbato e un vecchio speysider, per dire. Il bello del whisky sono le imperfezioni, gli spigoli, quelle note che ti sorprendono: e che continuano a sorprenderti, non importa se tu sia un bevitore occasionale, alle prime armi, oppure un esperto appassionato. Di fronte all’appiattimento industriale alcune realtà, come quelle che meritoriamente Marco e Marco hanno voluto mostrare, reagiscono con la valorizzazione di quelle imperfezioni, imprevedibilità, differenze. Il whisky è un prodotto semplice: acqua, orzo, lieviti – e tempo. L’importanza delle materie prime è ovviamente fondamentale, e la volontà di distinguersi passa per necessità sui pavimenti dei malting floor.

Ovviamente, l’unico criterio di valutazione è il bicchiere: se tu ‘artigiano’ mi fai un whisky imbevibile, io non lo berrò, non lo comprerò, preferirò comunque altro. La sfida per i produttori artigianali è quella della “personalizzazione della qualità” (la formula è dall’ultimo libro di Samaroli), e per quel che ci sembra la direzione intrapresa dalle distillerie che abbiamo visitato è quella giusta. Sfido a trovare altrove un whisky che abbia le stesse caratteristiche di Kilkerran, o di Springbank: e non sarà un caso che queste realtà godano sempre di più della stima di illustri esperti indipendenti, il nome di Serge Valentin basti per tutti.

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I ferri del mestiere (e tanta muffa) a Cadenhead’s

Di certo Cadenhead’s segue la medesima linea (anche in questo caso, si tengano d’occhio le recensioni di Serge): Mark Watt, stappando una botte di Glentauchers del 1987, ci diceva che per lui è molto più esaltante imbottigliare un prodotto del genere piuttosto che un Ardbeg: quest’ultimo venderà subito e molto bene, ma è “boring”, non c’è sfida: convincere il consumatore della bontà delle dozzine di distillerie misconosciute, apparentemente solo destinate ai blended, è impresa di tutt’altra portata, e di tutt’altra soddisfazione – e lavorando bene, come lavora Cadenhead’s, il riconoscimento del pubblico è un passo automatico. Non escono imbottigliamenti ‘da battaglia’, non escono miscele di botti senza età dichiarata con etichette fancy e seducenti, non escono neppure imbottigliamenti supermegapremium in decanter di cristallo con placche dorate, invecchiamenti mostruosi e prezzi da oligarca: esce whisky, con in etichetta scritto quel che c’è in bottiglia, niente di meno, niente di più. Questa è la strada di Cadenhead’s, questa è la strada di tanti imbottigliatori indipendenti (cose simili sull’entusiasmo della scoperta ce le raccontava Max Righi), realtà che mai come oggi sono da proteggere e valorizzare.

Una terza via, sempre nell’ottica della personalizzazione della qualità, è complementare a quanto visto finora: si tratta del blended di fascia alta, d’eccellenza, come i NoAge di Samaroli o le creazioni di Compass Box: anche questa è una precisa scelta, che privilegia un “concetto” e lo sviluppa, dichiarando però cosa e quanto contribuisce a realizzare quel determinato concetto. Questo è però tema che esula dal viaggio, e sul quale ci ripromettiamo di tornare in futuro.

Un uomo e il suo senso di responsabilità
Un uomo e il suo senso di responsabilità

Un’ultima considerazione conclusiva. Sappiamo che il fatto che un viaggio del genere sia stato organizzato e promosso da un barman e dal suo locale, per quanto di eccellenza assoluta, è un fatto che non piace a tutti all’interno del mondo del whisky, e che da alcune parti è visto con non poca diffidenza. Come se non fosse la stessa industria del whisky a rivolgersi verso la miscelazione…

Il senso di un viaggio del genere (che, lo ripeto, è stato splendido e profondamente istruttivo anche per chi, come me, il whisky l’ha bevuto e studiato e in Scozia era già stato) era innanzitutto quello di fare formazione nei confronti di professionisti del settore. Se ci pensate, il barman è spesso la prima interfaccia tra un prodotto estremamente complesso ed il consumatore, è il barman a presentare il whisky a chi si siede al bancone e chiede “uno scotch”. Dall’ottica di un appassionato di whisky come me, il barman ha proprio per questo una grande responsabilità, deve conoscere il prodotto, ne deve saper apprezzare le sfumature e le peculiarità. E sul fatto che il whisky si utilizzi in miscelazione, beh, ragazzi, fatevene una ragione. Mi piace citare una penna autorevole, quella di Dave Broom: “se lo Scotch vedrà crescere la sua presenza dietro al bancone, allora bisognerà accettare che avrà un ruolo da giocare nei cocktail, allo stesso modo in cui può essere eccellente se assaggiato liscio, con ghiaccio o con acqua. Quanti vogliono godersi un single malt da solo hanno ragione – è uno splendido drink pieno di sfaccettature. Ma il fatto stesso che sia uno splendido drink pieno di sfaccettature che implica che abbia un ruolo da giocare nel bartending, quando sia utilizzato in modo ponderato e giudizioso”. È per questo che bisogno diffondere la cultura del single malt, facendolo in modo magari informale ma serio, accurato.

Marco Russo al lavoro
Marco Russo al lavoro

Possiamo avere tutte le diffidenze che vogliamo, soprattutto se siamo in una fase di sacralizzazione del prodotto – fase che psicologicamente è fisiologica, basta non lasciarsi paralizzare dalla distanza che si mantiene nei confronti del sacro, che in quanto tale si fa quasi inaccessibile, oppure basta non arroccarsi nell’orgoglio di chi crede che il whisky sia roba sua, come Gollum con l’anello. Il whisky è un drink che va goduto, e ogni approccio alla bevuta è legittimo: dal punto di vista di un feticista del single malt di Scozia, a me non importa se usi lo scotch in un cocktail (anzi, proprio perché lo amo tendo a preferire i drink a base scotch, ma questo è il mio gusto); mi importa che lo usi bene, che se decidi di usare prodotti complessi, anche più complessi di quei nuovi imbottigliamenti esplicitamente destinati alla miscelazione, tu lo faccia con criterio.

Dentro all'alambicco, Kilchoman
Dentro all’alambicco, Kilchoman

Il whisky è di tutti, non è di chi ha messo piede su Islay prima degli altri o di chi beveva Springbank prima ancora che a Bergomi crescessero i baffi; il whisky di una volta era buono, certo, e certo i tanti ‘difetti di produzione’ spesso si traducevano nel bicchiere in pregi fantastici, in note ormai perdute. Noi lo sappiamo bene, e cerchiamo, quando possibile, di condividere bottiglie del passato su cui riusciamo a mettere le mani con altri appassionati, facendo di tutto per mantenere costi bassi, accessibili al maggior numero di persone (no, non è uno spot per il prossimo Tasting Facile, che tanto è già sold out). Però ci siamo avvicinati al whisky quando l’ultima “rivoluzione industriale” era già in atto e stava iniziando a lanciare le sue ombre tetre sul presente – ci siamo avvicinati al whisky ‘adesso’, diciamo, e l’entusiasmo che abbiamo provato (e che abbiamo visto negli occhi dei ragazzi che la scorsa settimana visitavano una distilleria per la prima volta) non è stato inferiore a quello provato, che so, trent’anni fa davanti a un Macallan 12 Giovinetti da un sessantenne di oggi – sarebbe arrogante da parte sua crederlo. La lotta tra cultori del passato idilliaco e fanatici del progresso a tutti i costi è una costante antropologica, ed è normale che anche nel mondo del whisky ci sia chi rimpiange i tempi andati e chi crede all’opposto nelle magnifiche sorti e progressive dell’industria. Come sempre, è l’equilibrio ad essere vincente: i whisky di un tempo erano diversi, certo, e forse migliori, ma con un po’ di cura anche quello di oggi sa reggere alla sfida della complessità. Basta un po’ più di attenzione, basta avere un po’ di curiosità, basta cercare, aver voglia di farlo, aver voglia di studiare, approfondire anche le realtà meno trendy e – soprattutto – condividere le proprie conoscenze, le proprie passioni, le proprie scoperte: anche perché altrimenti, a furia di sputare sul mercato attuale e sull’attuale industria con le sue asimmetrie, a furia di togliere legittimità a quei (pochi, magari) che cercano di fare cultura del whisky anche se magari non sono mai stati a Limburg, a furia di arroccarsi e diffidare dal prossimo, beh: il rischio è quello di buttare anche il bambino con l’acqua sporca. E a quel bambino, se non sbagliamo, teniamo tutti: quel bambino serve a tutti.

Qualcuno è veramente arrivato a leggere fin qui? EROE!