BenRiach 10 yo (2005/2015, OB for Pellegrini, 58,9%)

Pellegrini è importatore di Adelphi e di BenRiach, e ormai tre anni fa ha imbottigliato due single cask della distilleria di Longmorn, all’epoca di proprietà di Billy Walker: per distrazione non ce n’eravamo accorti, ma per fortuna a emendare quest’onta ci ha pensato l’amico Samuel Cesana, collaboratore di Whisky Club Italia da qualche mese entrato a lavorare in Pellegrini, che ci ha portato alcuni campioni da provare. Noi, siccome in fondo siamo delle brutte persone, mettiamo subito il naso su quello che, sulla carta, temiamo di più: un 10 anni di maturazione di Porto. Sapete quanta paura ci faccia questa carta d’identità…

N: urca, che strano! Molto intenso e molto particolare, a tratti pare ricordare la dolcezza intensa di un bourbon (noce di Pecan, banana spappolata), e pure sembra molto più raffinato. Innanzitutto non si sente la pungenza vinosa e la legnosità sbracata di molti invecchiamenti in Porto, e questa per noi è già una buona notizia, lo sapete; non ha nemmeno i cliché organolettici del Porto, che esibisce quasi sempre una nota di marmellata di fragola, e anzi ha un profilo per noi assolutamente unico. Procediamo sparsamente, e quindi: uvetta intensa e intensissima, poi torrone morbido, quasi un po’ disciolto; malaga; cioccolato al latte e uvetta; un che di tuorlo d’uovo, anzi meglio: zabaione; caramello; cocco. Solo dopo un po’ vien fuori una nota un po’ speziata, ma sempre in abbinata a una dolcezza di fondo: viene in mente il panforte.

P: come era facile attendersi, resta davvero estremo: esplosivo, bizzarro e con bombe all’idrogeno di sapore. Diciamo un’eresia se ci sembra un bourbon finito in Porto?! La vinosità è infatti viva e vibrante, con il Porto evidente e integrato, con note di composta d’uva dolce – vinosità però innestata in una costellazione di richiami gustativi che ricordano quasi un bourbon, ancora con noce di Pecan e legno speziato; e poi ancora vaniglia, uvetta e cioccolato bianco; caramello. L’acqua sembra ‘seccare’ un po’ quella cremosità, pare anzi esaltare la componente legnosa – per questo quando lo assaggeremo di nuovo ne faremo a meno.

F: lunghissimo e persistente, ancora uvetta, uva nera e frutta secca grassa.

Grazie a Samuel, finalmente abbiamo trovato uno scotch invecchiato in Porto davvero buono. Incredibile! Siamo sinceri, il profilo è molto particolare: è molto carico, c’è tanto barile e la dolcezza da legno è molto intensa – al contempo però il contributo del Porto è armonico, si integra alla perfezione e, nel tripudio zuccherino, risulta quasi sfumato. Complimenti a Pellegrini per la selezione! 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fela Kuti – Water no get enemy.

Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

Speyburn 10 yo (2018, OB, 40%)

Mica sempre si posson bere single cask di distillerie chiuse, o no? Oggi mettiamo alla prova un entry-level dello Speyside da una distilleria davvero poco nota e dal nome davvero poco originale: Speyburn 10 anni, bottiglia con design accattivante e… Mah, poco altro da dire per la verità, se non che talvolta la distilleria ama definirsi come “la più fotografata di Scozia” – bisogna sempre inventarsi un qualche primato, o no?

N: ha una parte di gioventù evidente e onesta, diretta: si sente il fermentato, il malto, i lieviti, un po’ di yogurt, a tratti un po’ al limite. Queso aspetto è però corroborato da un gradevole sottofondo di mela gialla, miele, qualche sentore piacevolmente floreale. Semplice semplice, facile facile.

P: moderno nella sua sfacciata semplicità, con una dimensione alcolica un po’ pungente – non ha tanto spessore ed è monodimensionale. Ciò detto, come descrittori ricorda miele, frutta gialla (mela), ancora maltoso ed erbaceo; un poco di marzapane vien fuori col tempo. Pungente a 40%, l’essere filtrato a freddo lo fa un po’ soffrire.

F: medio breve, erbaceo e maltoso e con un sapore di alcol.

Un buon entry level per chi desidera conoscere le basi dello Speyside moderno, per chi desidera un whisky rassicurante e inoffensivo, che sappia di whisky e di erbetta. 77/100, se però ci chiedete se valga la pena di comprare questo al posto di un Glen Grant 5 anni, beh: costa comunque tre volte tanto, quindi no.

Sottofondo musicale consigliato: Billie Eilish – Boring.

Hazelburn 10 yo (2007/2018, OB for Beija-Flor, 55,4%)

Torniamo a Campbeltown per una piccola e inattesa sorpresa, presentata in Italia la settimana scorsa a una degustazione presso Le Bon Bock Shop a Roma: l’importatore italiano Beija-Flor ha avuto la possibilità di mettere le mani su un single cask di Hazelburn, la versione non torbata (anche se…) e a tripla distillazione di Springbank. Non è una roba da poco, se consideriamo che sono usciti pochissimi imbottigliamenti del genere – contiamo meno di una ventina di single casks mai messi sul mercato, per intenderci. La scelta è caduta su un malto invecchiato 10 anni in un barile ex-Sauternes a secondo riempimento: non si tratta di un finish ma di una piena maturazione… Tempo fa avevamo assaggiato con piacere una release ‘standard’, anche se limitata, di Hazelburn ex-bourbon poi passato in Sauternes e ci era piaciuto molto: vediamo come si comporta questo, considerando che una maturazione così lunga in un barile ex-vino non è sempre foriera di buone novelle.

N: i sentori vinosi e gli aromi tipici dei Sauternes sono qui incredibilmente vividi – e ci mancherebbe, dopo dieci anni di botte, anche se refill! Qui, piuttosto che parlare di riuscita integrazione tra distillato e botte, si potrebbe quasi parlare di una trasfigurazione, di nascita di una nuova creatura, un “whiskernes” probabilmente. Abbiamo quindi una esuberante e avvolgente nota di miele, assieme ad una composta di albicocca davvero invitante. Pesche cotte, anche un più distante sentore di amaretto. C’è questo senso di frutta zuccherina/zuccherata, molto ricco, anche se non appare eccessivo: questo tripudio è temperato e mitigato da quello che ci sembra di riconoscere come sentore di ‘aria di Campbeltown’: leggera aria salmastra, con un cerino spento che aleggia, a ‘sporcare’ felicemente la rotondità complessiva. Legno di cedro e scorza d’arancia.

P: l’ingresso è delicato, con poca evidenza dell’alcol, e poi procede compatto, diritto per la sua strada. Denso, ti lascia le pareti della bocca avvolte. È veramente buono: hai una nota dolce in avvio, coerente col naso, fatta di marmellata di albicocca, tanto tanto miele, pesche cotte. A sorpresa, mentre il whisky indugia sulla lingua, esplode una nota di frutta tropicale mista (ci viene in mente proprio il succo) che lascia attoniti, incapaci di proferir parola – anche perché si ha la bocca piena, vabbè. E poi subito un altro plot-twist: il marchio di fabbrica di Campbeltown è particolarmente marcato, tra note di salamoia, minerali, ancora il cerino, una torba leggera ma non così tanto (ci sovviene un fil di fumo).

F: …filo di fumo che qui si manifesta definitivamente, impastato con note zuccherine e intensamente fruttate – forse per l’eternità.

Partiamo da un aneddoto: tempo fa abbiamo partecipato ad una degustazione alla cieca organizzata dall’amico Corrado De Rosa, e se da un lato siamo stati bravissimi azzeccando tre delle cinque referenze, dall’altro abbiamo toppato proprio a Campbeltown, confondendo un vecchio Hazelburn 12 anni con uno Springbank 15… Questo la dice lunga sulla nostra credibilità, certo, ma dice anche qualcosa sul rispetto dei comparti stagni a Springbank: Hazelburn, se pure formalmente non dovrebbe avere traccia di torba, in realtà ha sempre una venatura minerale, torbata appunto, che può essere di volta in volta più o meno pronunciata e che spariglia le carte della pulizia. Qui questa componente è più che presente con note minerali, di mare e di fiammiferi, e svolge la funzione fondamentale di equilibrare un whisky che altrimenti sarebbe stato sbilanciato sul versante della dolcezza vinosa, con tutto il corredo di sentori tipici della botte ex-Sauternes. Una nota curiosa: il fatto di essere refill ha ammorbidito il tripudio di albicocca, soprattutto al palato, trasferendo le frutta su terreni tropicali. Confessiamo: partivamo prevenuti, ma siamo stati costretti a ricrederci: 90/100, per un whisky pieno, solido, complesso e di grande bevibilità. Oh se vi capita uno Springbank cattivo, per favore giratecelo, almeno lo recensiamo!

Sottofondo musicale consigliato: Alina Engibaryan – I’ll be around.

Craigellachie 10 yo (2007/2017, Mulligan’s Irish Pub, 48,8%)

Passiamo ad un altro dei tre imbottigliamenti celebrativi del Mulligan’s Irish Pub di via Govone a Milano: dopo l’eccellente Bowmore, assaggiamo un giovane Craigellachie di dieci anni, ex-bourbon, evidentemente ridotto di gradazione a 48,8%. L’avevamo già assaggiato in anteprima in un’altra occasione, ora è tempo di dedicargli la giusta attenzione.

N: molto onesto nella sua gioventù, con una discreta acidità in primo piano e chiare note di lieviti, di washback… Molta frutta bianca e gialla (nel tempo notiamo suggestioni di uva bianca, di pesca bianca, di mele renette e di pere). Va aprendosi con un po’ d’aria, su note di pasta di mandorla, di mandorle fresche, di erba fresca. Lato erbaceo in crescita.

P: meno ‘lievitoso’ rispetto al naso, decisamente; appare complessivamente più ‘pronto’, più dolce, fruttato e bourbonoso. Resta in evidenza un ottimo sapore di cereale, poi ancora frutta secca (mandorla di nuovo pare dominante, anche un po’ di noce). Molto pulito, pian piano escono mele e pere e un senso piacevole e rinfrescante di limonata zuccherata.

F: un finale di media lunghezza, ‘verde’, tra note di cereali e di mandorle.

Come ha detto Davide Romano presentando questo single cask, si tratta di un “whisky da estate”, fresco e sbarazzino nella sua dichiarata e limpida semplicità – volendo fare una boutade (e vogliamo farlo, checcefrega) lo definiremmo un “Whisky de Table” de noantri, Approvato abbondantemente – i suoi pregi migliori sono anche i suoi limiti, ma non gli si può certo imputare di presentarsi come qualcosa d’altro rispetto a ciò che è: un’apparente supercazzola per dire 83/100.

Sottofondo musicale: Katy Perry – Swish swish.

Yoichi 10 yo (2017, OB, 45%)

Yoichi – e questo imbottigliamento in particolare – rappresenta una pietra miliare nella storia del whisky. Anzitutto la distilleria ci riporta a un passato antico che coincide con l’approdo del distillato di malto in Giappone: Yoichi, del gruppo Nikka, è infatti la prima distilleria fondata in proprio da Masataka Taketsuru, nel 1934, dopo il suo viaggio ‘di formazione’ in terra scozzese e dopo aver avviato al suo ritorno in patria, dieci anni prima, la distilleria Yamazaki, per conto di quella che sarebbe poi diventata la Suntory. Oggigiorno l’industria giapponese del whisky è dunque già quasi centenaria, per lo stupore dei più: per accorgercene abbiamo dovuto aspettare fino al 2001, anno in cui si compie l’altra storia, quella di questo Yoichi 10 anni, che vince il primo premio assegnato da Whisky Magazine. La giuria assaggia alla cieca e l’Occidente deve ammettere una volta per tutte che i giapponesi ci sanno fare.

N: un bel profilo pieno, abbastanza caldo e pure sempre con quel senso di acidità che spesso arriva dai dram del Giappone. Ci sono deliziose note di brioche all’albicocca (a dirla tutta, c’è un sacco di confettura d’albicocca!), c’è qualcosa di frutta candita (viene in mente la papaya candita, ma anche una più semplice arancia), c’è un appiccicume da miele. Ma non dimenticheremmo delle screziature minerali e leggermente torbate, con una gamma di note che vanno dalla candela spenta alla polvere da sparo, creando un profilo molto, molto interessante.

P: di grande impatto, tiene in primo piano quel lato più sporco, anche se dietro si dipana una dolcezza in costante crescita – sulle prime sembrava delicata, col tempo diventa sempre più intensa. E dunque di nuovo brioche, marmellata d’arancia dolce; c’è una crema catalana sempre più intensa, a proseguire quel senso di dolce-acido veramente degno di nota. E poi cenere, fuliggine, chiodi di garofano ancora…

F: un’infinità di legno speziato, con chiodi di garofano iper persistenti e un che di balsamico-salino che ci fa venire in mente (tenetevi forte) il dentifricio Neo Emoform. Qui la torba dura a lungo, ancora con cenere e braci spente. Ancora marmellata d’albicocca.

Volendo provare a intercettare il pensiero di un giurato qualsiasi di quelli che nel 2001 hanno assegnato il titolo di miglior whisky al mondo a questo Yoichi, beh questo pensiero farebbe più o meno così: “Ehi ma che ricco questo whisky, ha quelle caratteristiche dei whisky ‘di un tempo’, velati e minerali, eppure lo so, lo sento che è un whisky moderno, con quell’assemblaggio di botti così chirurgico e accattivante, guarda com’è speziato d’altronde. Questi non mi fregano, io azzardo: è un Benromach! E poi, e poi… dove avrò messo le chiavi della macchina? E quella hostess che ritira i bicchieri potrebbe essere mia figlia, ma accidenti quanto è debole la carne… ah Benromach, dicevo, non lo so non lo so, è il trentesimo whisky che assaggio! Ad ogni modo se avessi un blog di whisky gli darei un bel 87/100“.

Sottofondo musicale consigliato: Due Lipa – Blow your mind.

Balblair 2005 (2015, OB, 46%)

Di tanto in tanto esploriamo l’offerta commerciale di Balblair, dato che quando l’abbiamo visitata siamo rimasti folgorati – oltre che dall’angelico viso della fanciulla che ci fece fare il tour – dalla complessità del distillato, fruttato ma non privo di una mineralità che, sapete, è una cosa che cerchiamo sempre nei nostri whisky delle Highlands. Sotto a chi tocca dunque: Balblair ha un core range basato sui vintage, e oggi assaggiamo il batch del 2015 del vintage 2005. Eh? Assaggiamo un 10 anni, tutto distillato nel 2005, imbottigliato nel 2015. Più chiaro?

N: inizialmente colpisce una certa nuda sobrietà tra il minerale (torba timida?) e il floreale, seguita a stretto giro da note fruttate ricche ma comunque anch’esse tutt’altro che ruffiane: l’interno della buccia di banana e pera. Una bella sensazione di miele millefiori. Dopo qualche minuto cambia anima e si fa cremoso, con evidenti note di vaniglia e crema pasticcera con zeste di agrumi.

P: molto beverino e poco alcolico. Sottile in bocca ma in qualche modo suadente, con una dolcezza decisa ma non stucchevole, tra il caramello e la barrette cereali e miele. Escono alla grande agrumi misti e freschi, accompagnati da un leggero sentore di vaniglia. E poi c’è ancora un che di minerale e di vegetale (erba fresca)…

F: …che va a formare un finale davvero pulito. La bocca rimane quasi salata e assieme levigata da miele e fiori.

Rispetto ad altre versioni-base del core range di Balblair, questo forse ci persuade un po’ di più: beverino e semplice, certo, ma anche ben bilanciato tra una dolcezza composta, fatta di quella frutta così tipica di Balblair, e una fresca dimensione erbacea e ‘vegetale’. Lo stile ci piace, l’imbottigliamento ci convince: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The xx – Say something loving.

Glencadam 10 yo (2016, OB, 46%)

Malgrado questo blog veleggi sereno verso il suo ormai sesto compleanno, ancora non abbiamo mappato tutte le distillerie di Scozia: tra le ormai poche mancanti spicca Glencadam, dalle Highlands, celebre ai nostri stolti occhi per almeno due ragioni. La prima è che l’etichetta sembra essere stata catapultata direttamente dagli anni ’90, ma a noi checcefrega, ci importa quel che c’è dietro; la seconda è che pare che Jim McEwan sostenga spesso pubblicamente che Glencadam è uno dei suoi whisky preferiti, e insomma, di Jim c’è da fidarsi, o no? Oggi assaggiamo il 10 anni, versione base del core range, imbottigliato a 46%. Il colore è paglierino chiaro.

61ce9GWW6vL._SY445_N: nella sua limpidezza e delicatezza offre un buon compendio di ciò che un whisky ‘entry level’ di questa natura dovrebbe avere. Abbiamo una bella frutta gialla (banane, pere e mele mature), una vaniglia non ostentata e molto, molto cereale fresco. Completano una certa dose di acidità (vino bianco) e un pugnetto di lieviti. Floreale qua e là, per gli amanti delle lepidezze.

P: semplice ma di bella presenza. Come al naso offre piacevolezze sparse tra vaniglia e frutta gialla a piacere (succo di mela e pera), oltre a sentori vegetali in aumento: c’è infatti ancora tanto malto e qualcosa di simile all’anice, insomma vagamente speziato; Serge con la solita condivisibile saggezza parla di finocchietto. La gradazione a 46% poi dona una certa persistenza e pienezza a tutto l’insieme.

F: pulito e di media lunghezza. Pane caldo con una bella marmellatina di frutta gialla.

Come scrive Serge nella recensione che abbiamo linkato sopra, si tratta di un malto fondamentalmente onesto: sa di distillato, puro e semplice, buono e saporito, maltoso e vegetale, con una dolcezza fruttata molto sobria ed elegante. 84/100 è il giusto voto, secondo noi, per un ottimo “whisky che sa di whisky” e che costa francamente il giusto, attorno alla quarantina di euro. Brava Glencadam.

Sottofondo musicale consigliato: The 3rd and the Mortal – So pure.

Glen Keith 10 yo (1994, OB, 43%)

Oggi scriviamo un’introduzione al whisky come se fossimo a scuola, prendendo appunti. Glen Keith. Fondata nel 1957, no imbottigliamento ufficiale fino a questo dieci anni, nel 1994- solo indipendenti, e un paio di release distillery only nella serie di Pernod/Chivas. Resta chiusa tra il 1999 e il 2013. Smettono di usare il maltatoio nel ’76, quindi qua non c’è niente, o ben poco, di quel passato glorioso e artigianale. Distilleria sorella di Strathisla, finisce nel Chivas Regal. Daje.

N: ci sorprende una ricchezza sì semplice, ma molto espressiva (e per questo, appunto, ricca): note che sembrano rappresentare una certa predominanza di botti ex-bourbon, con vaniglia, miele, perfino pesche sciroppate… C’è del succo di mela, e poi ineludibile è una nota davvero convincente di cereale caldo, che ricorda quasi una fetta biscottata calda, o una bella brioche burrosa appena sfornata. Proprio una nota di burro, questa volta fresco, ci fa ricordare che rimane costante una venatura, a metà tra un lievissimo minerale e un che di vegetale, erbaceo, che rende il profilo davvero molto gradevole.

P: l’attacco è bello saporito, intenso, per essere diluito a 43% ha una bella presenza all’imbocco. Rispetto al naso, si accentua quella nota di malto (biscotto ai cereali?), soprattutto nella sua declinazione erbacea, che pare prendersi molto più spazio. Un whisky che sa di whisky, verrebbe da dire, reso assolutamente gradevole da note di frutta gialla (mela, senz’altro) e ancora un po’ di miele.

F: continua erbaceo e maltoso, perfino un poco di mentolato.

Semplice, gradevolmente erbaceo, rappresenta molto bene quel che offre un malto giovane dello Speyside. Interessante la maltosità, piacevole sempre il lato gentilmente fruttato: 82/100 e un plauso all’onestà del bicchiere.

Sottofondo musicale consigliato: LP – Halo.

Glenfarclas 10 yo (anni ’80, OB, 40%)

Assaggiamo un import italiano di Glenfarclas, un dieci anni messo sul mercato nella seconda metà degli anni ’80 e importato e distribuito nel Belpaese grazie al prodigo intervento dei Fratelli Averna – come spesso accade quando assaggiamo certe chicche, dobbiamo ringraziare Angelo Corbetta (Harp Pub Guinness, Milano) e la sua bella idea di metter via bottiglie negli anni. Fondata nel 1836, Glenfarclas è dal 1865 di proprietà della stessa famiglia, con un cognome insospettabile ed unico: Grant. A dimostrazione dell’estro familiare quanto a nomi, siamo alla sesta generazione e abbiamo due John e quattro George… La metà dei 3400000 litri prodotti finisce in single malt, l’altra metà in blended. Perché diciamo questo? Mah.

schermata-2017-01-31-alle-22-21-27N: alcol, zero. Anche se l’invecchiamento in sherry, come vedremo, è molto marcante, i dieci anni ci consegnano un whisky ancora incredibilmente fresco, fruttato, vivo: dimenticate quegli sherry ‘scuri’, qui troviamo solo tanta voglia di divertirsi con mela rossa fresca e fragrante, poi la ciliegia, la fragola e con aberrante riferimento: aceto di more! C’è anche una nota altrettanto fresca ma più ‘grassa’, corposa, da tabacco da narghilè… Sotto a questa coltre di sherry, si agita un cereale ancora vivace, che rende il tutto estremamente invitante e pimpante. Eppure c’è di più: una leggera nota di legno di botte, molto cesellata e composta.

P: la riduzione a 40% ci porta un corpo di media struttura e un palato molto omogeneo, senza fiammate di sapore ma comunque con una bella compattezza e una certa intensità. Si ripresenta in grande coerenza col suo naso, e quindi tante mele rosse (anche una deviazione verso la tarte tatin, a dar conto di una maggiore ‘tortosità’, se siete in grado di perdonare l’orrenda parola) e una bella frutta rossa matura e succosa (more e ciliegie). Non è per nulla astringente, come sono talora certi sherried, ma ha comunque delle note tostate, quasi di tabacco.

F: di media durata, prosegue l’eterno balletto di tabacco e frutta rossa.

Buono, succoso, piacione: anche se di poco, il più apprezzato alla degustazione di ieri sera, in cui era messo a confronto con vecchie edizioni di Glen Keith, Dalwhinnie e Bowmore – non temete, recensiremo anche questi nei prossimi giorni. 86/100, e soprattutto un’osservazione: quanto era più buono questo dieci anni rispetto al pari età sul mercato odierno… Ah, come si stava meglio quando si stava peggio!

Sottofondo musicale consigliato: Mötley Crue – Wild Side.