Glengoyne 10 yo (2010 circa, OB, 40%)

Torniamo sempre con piacere sulla distilleria gestita da Ian Macleod, non fosse altro perché Glengoyne rappresenta spesso quella romantica tappa che segna l’inizio o la fine di un viaggio scozzese, data la vicinanza con l’aeroporto di Glasgow. Glengoyne, attiva fin dal 1933, ha fatto degli invecchiamenti in barili ex sherry il suo segno distintivo e ha oggi un variegato core range di single malt, che vanno dai 10 ai 25 anni d’invecchiamento. Se date un’occhiata ai nostri assaggi, si capirà che la distilleria ha dei meriti che vanno ben oltre il genuino affetto che un’ultima smodata bevuta prima di salire sull’aereo indubbiamente genera. Oggi però facciamo un carpiato nel passato, assaggiando una vecchia edizione del 10 anni uscita intorno al 2010, quando ancora la l’etichetta odierna era solo un’icona ancora di là da venire, sospesa nell’iperuranio immutabile delle idee pure.

N: attacca un po’ pungente, per il resto squaderna il tipico profilo suadente e ricco di Glengoyne: quindi frutta rossa (ciliegia Fabbri, un po’ di confettura di fragole), mela melosissima (caramella alla mela, mela cotta), cioccolato al latte, butterscotch…

P: pur tenendo conto di un corpo sottile, non possiamo che trovarlo coerente e molto piacevole: toffee, mela e cioccolato al latte dominano la scena, con la frutta rossa in decrescita. Sempre frutta secca, a testimoniare un percorso cioccolato > cioccolato alle nocciole > nocciole che forse accade solo nella nostra testa. Un po’ piccantino verso il finale.

F: la parte forse meno affascinante, non lunghissimo e un po’ amarino, tutto sulla frutta secca.

Cosa possiamo chiedere di più a questo Glengoyne? Rimane piacevole ed è un whisky che sa di whisky in maniera franca, ma con un apporto dei barili ex sherry abbastanza evidente e che lo rende una buona scelta tra la media dei concorrenti nella categoria entry level. Il rapporto qualità/prezzo ai tempi era eccellente, oggi costa sui 35 euro e anche se non siete nei paraggi di Glasgow, un assaggio rimane una tappa obbligata nel percorso che ognuno percorre nella ricerca del proprio whisky ideale – nonostante la gradazione, sì: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ink Spot – If I Didn’t Care

Benrinnes 10 yo (2008/2018, Claxton’s, 51,7%)

Claxton’s è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere grazie alle sue selezioni coraggiosamente importate in Italia dagli amici di Whiskyitaly – ne abbiamo a casa diversi sample, e ci dobbiamo scusare (con Diego ma non solo, con tutti quelli che ci omaggiano cose che non facciamo in tempo a bere per tempo) per il ritardo con cui pubblichiamo le nostre note… Ma d’altro canto, abbiate pazienza: prima o poi beviamo tutto. Garantito! Oggi assaggiamo un Benrinnes maturato in una botte ex-Bourbon, anche se un terzo di quella botte è stata spostata in una ex-sherry per un finish, e poi ritravasato nella botte bourbon. Una storia avventurosa e all’apparenza insensata, quest’oggi in onda sui nostri schermi.

N: chiudendo gli occhi pare di stare in Scozia, precisamente in una distilleria. Ci sono note di still room, di distillato giovane rampante, con tanto tanto cereale bagnato, caldo. Oliva verde. Giovane, a tratti comunica acidità, ma rimane comunque pulito, diretto, in definitiva gradevole. Arrivano anche note di mele rosse e scorza d’arancia.

P: ricomincia da dove l’avevamo lasciato. Esplodono le note agrumate affianco a vagonate di cereale nudo, sapido; è semplice ma saporito e con grande equilibrio. Al palato si esplicita una dolcezza che dal naso non avremmo dato per scontata, con mela zuccherina e zucchero a velo a far da collante.

F: di media durata e ancora molto centrato, tra sentori di miele, di biscotti ai cereali e di arancia. Siamo matti ma sentiamo perfino una lieve torbatura, un senso di cereale essiccato ricco di mineralità.

Un whisky che sa di whisky, guidato dal distillato nonostante i bizzarri cambi di botte: a noi questo stile piace, e ci sentiamo serenamente di dire che si tratta di un Benrinnes da bere ad ampie sorsate, senza menate, pensando solo per un istante a quanto siano bravi gli scozzesi a fare questa cosa qui che si chiama whisky. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fvneral Fvkk – Alone With The Cross.

Edradour 10 yo (2009/2019, OB, 46%)

Chi va fino a Pitlochry per dire a quelli di Edradour di togliere il cartello “the smallest distillery in Scotland”? No, perché noi non vorremmo disturbare… Il trend sempre più galoppante delle microdistillerie ha fatto sì che i 260 mila litri prodotti nel 2018 in questa incantevole e storica (1825) distilleria delle Highlands meridionali sembrino numeri da multinazionale. Al di là delle esagerazioni, di cui amiamo far uso in retorica e in svariati altri campi, è un fatto che Edradour sia una distilleria in rapida ascesa, soprattutto grazie alla crescita della qualità media degli imbottigliamenti, e che non a caso i proprietari di Signatory Vintage abbiano avviato un’espansione che porterà a breve a raddoppiare la capacità massima produttiva. Piccolo è bello, quindi, ma buono e richiesto del mercato forse è anche meglio. Oggi assaggiamo un 10 anni single cask imbottigliato da Signatory nella serie “The Un-chillfiltered Collection”, frutto dell’instancabile lavorio della botte #49 sul distillato. Il colore naturale, di un marrone-cola davvero intenso, ci mette quasi in soggezione. Ci aspettiamo bordate di sherry piovere da ogni dove.

IMG-20190919-WA0019N: e infatti è chiaramente uno sherry monster, carichissimo fin dalla prima annusata. Il barile doveva essere Oloroso, e ha donato a questo whisky note molto scure: liquirizia, fave di cacao, aceto balsamico tradizionale. Poi marmellata di frutta rossa (more, forse), ma un po’ in disparte. Tanto legno, con qualche spezia che fa capolino. Cola, un che di caffè zuccherato.

P: urca!, carichissimissimo. È talmente influenzato dal legno che sembra quasi affumicato: la prima nota che ci viene in mente è il Tabasco Chipotle (che appunto è un po’ affumicato, con anche note di aceto), poi sedano, un sacco di liquirizia, peperoncini (non perché sia piccante, ha proprio il sapore di chili). Ha una certa sapidità, poi cioccolato fondente, leggermente addolcito, marmellata di frutta rossa. Caffè.

F: lungo e sporco come il palato, ancora tabasco Chipotle, liquirizia, note salate.

Ve lo diciamo: è un whisky divisivo. Il punteggio che assegniamo (86/100) è la media matematica tra i nostri due voti: a uno è piaciuto molto per la sua stranezza, all’altro decisamente meno. Certo è una bevuta impegnativa, non è un whisky che finisci in una sera chiacchierando del più e del meno, ma altrettanto sicuramente è un profilo molto particolare, quasi unico. Tantissimo legno, tanto gusto, poco distillato. Per portarselo a casa servono una sessantina di euro di euro oppure un amico curiosone come Davide Ansalone che ne compra una bottiglia e te ne porta un sample. Grazie!

Sottofondo musicale consigliato: Wynton Marsalis – Daily Battles (Motherless Brooklyn OST)

 

Edradour 10 yo ‘Straight from the Cask’ (2007/2017, OB, 58,8%)

Un paio di mesetti fa, i fascistissimi edifici dell’Eur hanno ospitato il Roma Bar Show. Al netto del fatto che 80 anni fa col cavolo che avrebbero potuto chiamarlo così, ma al massimo lo Spettacolo della Taverna a Roma, una delegazione di Whisky Facile era presente anche lì. E fra un gin tonic e un supplì, è passata anche a far visita agli amici di Velier al loro banchetto, come sempre più libidinoso delle vetrine di Victoria’s Secret. Abbiamo trovato dietro il bancone l’ottimo Daniele Cancellara del Rasputin di Firenze, investito di una missione ammirevole: aprire ogni bottiglia senza pietà. Per aiutarlo (siamo dei samaritani nati), ci siamo fatti versare qualche chicca, fra cui questo Edradour Straight from the Cask, distillato nel 2007 e imbottigliato dieci anni dopo. Oltre ad essere stata nota finora come “la distilleria più piccola di Scozia”, Edradour è anche nota per essere poco considerata. Questo malto ha una confezione di legno e una colorazione da spremuta di legno. Vediamo se sa anche di legno.

La foto è di un altro single cask, ma internet è ostile alla precisione

N: fin dalle prime snasate, lo sherry si sente nitido, ma sotto a questa coltre il distillato resta ancora imbizzarrito e scalcia nervoso. Note di dado Liepig, tanta arancia candita, legno umido, piacevolissime punte di resina… Molto interessante. Buccia di arancia concentrata, dice qualche saggio. Curioso come l’alcol resti sempre in disparte, mai contundente – e siamo a quasi 60 gradi, eh!

P: anche qui l’alcol non si sente. Complessivamente molto piacevole in effetti, si conferma molto agrumato: l’arancia (buccia?) la fa da padrone, poi tanta liquirizia, un po’ di cioccolato, albicocca disidratata. Molto buono, forse un po’ monodimensionale. E se dicessimo “panettone”, vi sembreremmo forse sgradevoli verso il povero Giampaolo nel ricordagli quello che no, decisamente non mangerà comodamente seduto sulla panchina del Milan?

F: lungo, agrumato, per nulla allappante. Caramello e arancia.

Da quando Edradour è stata rilevata da Signatory Vintage, celebre ed eccellente imbottigliatore indipendente, la qualità dei suoi whisky è andata in costante crescita, così come la sua percezione da parte degli appassionati. E dunque dobbiamo riconoscere che sì, questo single cask di Edradour è proprio buono: come abbiamo scritto anche prima, ha forse il limite di essere molto carico (di arancia, soprattutto) e dunque di essere un po’ monodimensionale. Ma in fondo, che ci frega? 86/100, ripartiamo lunedì con un altro Edradour in sherry…

Sottofondo musicale consigliato: BowLand – Kemet.

The Rock Island Parade

Douglas Laing ha lanciato ormai da qualche anno una serie di blended malts (i vecchi “vatted”: miscela di whisky di orzo maltato di diverse distillerie) dedicati agli stili delle diverse regioni di produzione dello scotch: abbiamo detto tante volte che parlare delle zone lascia il tempo che trova, ma tant’è, gli stereotipi aiutano a incasellare, e questo, almeno in certe fasi, non è cosa brutta. Oggi, grazie alla gentilezza dell’imbottigliatore, assaggiamo a confronto tre Rock Island: tre blended malt delle isole di Scozia, con whisky da Islay, Orkney, Arran e Jura miscelati insieme. Uno è il NAS standard, poi il 10 anni e infine un 21 anni. Poche info, se non che è tutto non colorato e non filtrato a freddo – buono a sapersi, no?

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: isolano e fresco, si mostra onesto e giovane: si sente il new make, quasi, con lieviti e note erbacee. Un mix tra il metallico, il formaggioso e una torba leggera, minerale, poco affumicato. Limone candito, forse un filo di polvere da sparo, a testimoniare una lievissima punta sulfurea. Un po’ di vaniglia.

P: che piacevolezza! Molto dolce, ma di una dolcezza zuccherina pura, da distillato, non da barile (anche se una quota di vaniglietta c’è), Zucchetti ci fulmina con la sua sapienza dicendo “melone bianco”; acqua di mare; piuttosto torbato, più fumoso. Ancora decisamente erbaceo.

F: lungo, persistente, erbaceo (anzi: proprio insalata Iceberg). Fumosino, torbatuccio.

85/100. Piacevole, molto godibile, si lascia bere con facilità e al contempo ha evidente un’anima isolana, austera anche se dolce. Chi ben comincia è a metà dell’opera, se non ricordiamo male…

Rock Island 10 yo (2019, Douglas Laing, 46%)

N: è simile al NAS, in un certo senso, ma un po’ più greve. Ancora torbatino. La nota di formaggio torna, un po’ più strana: diventa carta del formaggio, con un senso di umido che sembra un po’ sbagliato, a dirla tutta. Dopo un po’, tutto ciò passa, e resta un profilo comunque ‘strano’, con carrube, note metalliche, intense, di rame. Pera. A naso, e volendo essere inutilmente cattivi, c’è un sacco di Jura…

P: più pulito del naso, ma decisamente meno affascinante del NAS. Ha una dolcezza monolitica, zuccherina e molto semplice, con un po’ di mousse di pera a variare lo zucchero liquido. Una punta metallica, ancora, poca torba. Mah.

F: non lunghissimo, pera cremosa. Vegetale, ancora.

78/100. Meh. Dopo l’ottimo avvio, questa pare una mezza battuta d’arresto: più semplice del primo, certo molto particolare ma – a nostro giudizio – un po’ ‘sbagliato’, con note metalliche non ben integrate. Più semplice del NAS.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: molto erbaceo, con salvia, menta secca, infusi… La torba è più bruciata qui, ricorda erbe bruciate, ma anche un falò. Ci sono note di liquirizia, miele di eucalipto. Ancora formaggio, qui più pieno, più stagionato: avete presente quelle tomette affinate nel fieno? Ecco.

P: ancora molto molto erbaceo, camomilla lasciata lì, genziana, ancora salvia… Erbe aromatiche a go go. Poi come dimenticare il fumo, il bruciato: fieno bruciato. Ancora note di toma, dolce e sapida al contempo. bella stagionata: nota che torna anche al finale con intensità. Bergamotto e pepe nero. Una parte acida da frutta tropicale, appena suggerita.

F: molto sapido, molto intenso. Lungo, avvolgente, con erbe bruciate e formaggio dolce.

87/100. Oh, bene. Molto buono, con una sua notevole acidità e note legnose e amarognole molto setose, anzi vellutate. Il nostro preferito dei tre.

Chi dice che i NAS sono il male assoluto? Chi dice che i blended sono il male assoluto? Ottimo trio, si tratta di whisky prezzati in modo ragionevole (dal primo al terzo, andiamo dai 40 ai 90 pounds sul mercato inglese) e ben congegnati: oltretutto si rivelano piuttosto diversi l’uno dall’altro, cosa che decisamente apprezziamo.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – Rock Island Line.

Highland Park 10 yo ‘Viking Scars’ (2019, OB, 40%)

Restiamo sulle Orcadi per tornare, per una volta, al core range di Highland Park: come sapete, siccome sulle Isole sono presenti resti di insediamenti vichinghi, il dipartimento di marketing del gruppo Edrington deve aver pensato – ormai un po’ di anni fa – che fosse una splendida idea usare questa eredità per caratterizzare packaging e comunicazione di Highland Park. La cosa a noi piaceva; piace ancora in realtà, diciamo che forse ne stanno un po’ abusando, ed è diventato un po’ stucchevole. Per fortuna che il whisky è sempre molto buono, come dimostrano sempre gli imbottigliamenti indipendenti: oggi proviamo il 10 anni ‘Viking Scars‘, uno dei 15 imbottigliamenti entry-level in un core range sterminato e indominabile.

N: molto Highland Park, in senso positivo. Parte molto aromatico, con note ‘dolci’ di vaniglia, cioccolato bianco, mela gialla, biscotti al burro… Poi pian piano si apre decisa una prima nota minerale ed erbacea, diciamo di clorofilla e di distillato giovane, e poi scorzetta d’arancia (olio essenziale di?), insieme ad un tripudio di quella torba sottile tipica di HP: un lieve fumo, acre, piuttosto minerale, in crescita.

P: setoso e burroso, ci piace molto. La bassa gradazione lo rende pressoché analcolico, e resta un succo di orzo torbato aromatizzato alla vaniglia. Meno fruttato del naso, la fanno da padrone aromi di corn flake, biscotti al burro, burro fuso, poi fumo acre, un po’ di cenere. Si chiude su una bella sapidità…

F: …che prosegue al finale, accanto a un mantello di torba e burro. Molto buono.

Se dobbiamo trovare una pecca, al palato è fin troppo beverino: ne apri una bottiglia e la finisci senza aver neppure scelto quale nuova serie iniziare su Netflix. Diciamo che, nel complesso, abbiamo trovato problemi maggiori… Il naso promette più di quanto poi il palato mantenga, ma alla fine della fiera il voto sarà 85/100 (buono eh, ma vista da qui forse Serge ha esagerato).

Sottofondo musicale consigliato: per dimostrare che per noi i Vichinghi sono roba seria, ecco Windir – Arntor, A Warrior.

Glenlivet 10 yo ‘Collective’ (2007/2018, The Artist, 48%)

gli alambicchi responsabili di questo whisky

Uno degli aspetti più affascinanti del mondo Scotch è la complessità delle relazioni tra le distillerie, degli intrecci tra gruppi e personaggi – complessità se vogliamo speculare a quella del whisky come distillato. Botti, persone, addirittura pezzi di distillerie circolano per la Scozia spesso grazie a un’amicizia, a una qualche istanza commerciale magari risalente a qualche decennio fa. Da appassionati è una caccia al tesoro risalire alla fonte storica di un sentore, rintracciare un destino lontano nascosto in una frase nel retroetichetta. Un esempio curioso arriva dai permessi (o dai dinieghi) che gli indie bottler ricevono sulla possibilità di indicare in etichetta il nome della distilleria da cui hanno acquistato il barile. Da anni Glenlivet ha una politica molto restrittiva in questo senso, ma oggi assaggiamo due barili selezionati e sposati da La Maison du Whisky nella serie Collective The Artist, e – sorpresa! – ecco apparire la distilleria “valle del fiume Livet” sulla bottiglia. A cosa si deve il privilegio di far riferimento a una delle distillerie più longeve e vendute di Scozia? Certo non lo sappiamo noi, chiedetelo a Lmdw oppure smarritevi nella complessità proteiforme di poco fa, ché noi abbiam da bere…

N: molto interessante, ci aspettavamo un ruffianone e invece no. C’è subito un agrume netto, che potrebbe essere arancia o mandarino; facciamo mandarancio e la chiudiamo così. Una punta metallica, che ricorda il profumo delle sale degli alambicchi, poi note erbacee, da distillato, cereali caldi. Fiammatine fruttate qui e là, soprattutto di mela (chips di mele). Decise note acetiche, aceto di mele?

P: ottimo corpo, molto grasso e masticabile. Ancora agrumato, con mele rosse, chips di mele, toffee. Colpisce, soprattutto con un pelino d’acqua, una nota sulfurea inattesa (zolfo, proprio, cerino). Ancora cereali, un sacco di carruba.

F: abbastanza lungo, tutto su toffee, frutta secca e cereali.

Nella miriade di combinazioni possibili di cui si parlava in ingresso capita anche di assaggiare una delle distillerie più blasonate al mondo selezionata da uno dei whisky shop più famosi e capaci al mondo e di rimanere contenti a metà. Questo Glenlivet francamente non ci ha entusiasmato, il naso non ci convince, mentre il palato regala degli spunti, ma quella nota sulfurea rimane lì più come un punto interrogativo che non come un tratto del carattere. Complessivamente resta un buon whisky, per carità, ma noi ci fermiamo a 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tredici Pietro feat Madame – Farabutto.

Glenburgie 10yo ‘Grey Cat’ (2019, Valinch & Mallet per Mulligans, 50,2%)

Beppe Bertoni, proprietario del Mulligans Irish Pub di Milano, aveva imbottigliato nel 2017 una piccola serie di malti celebrativi dei 50 anni di presenza della famiglia Bertoni in via Govone. Pochi giorni fa un altro anniversario gli ha permesso di replicare il piacevolissimo ‘giochino’: 25 anni del Pub, niente di meno! Quello che è uno dei templi milanesi dello scotch ha dunque aggiunto una bottiglia alla sua faretra: sempre messo in vetro da Valinch & Mallet, stavolta si tratta di un Glenburgie di 10 anni, barile ex-bourbon, ridotto a 50,8%, in edizione limitatissima da 60 esemplari. [EDIT: a dimostrazione che non ci capiamo niente, il barile è uno Sherry Hogshead… Grazie a Fabio per la segnalazione!]

N: da subito molto ‘whiskoso’, piacevole, con qualche nota acetica che controbilancia la componente più zuccherina. Molto piacevoli sono certe zaffatine di aceto di mele e agrumi (succo d’arancia, arancia molto matura), soprattutto. Poi, brioche all’albicocca e succo d’albicocca. Pasta di mandorla e vaniglia, a testimoniare una cremosità in crescita progressiva.

P: con un bel corpo, masticabile e godibile come solo certi corpi (sceglieteli voi però, non poniamo limiti sessuali), è decisamente coerente, molto rotondo e godibile: un perfetto whisky dello Speyside. Ancora brioche, burro, zucchero, toffee. Stupisce l’intensità dell’esplosione di succo d’albicocca, e l’albicocca in assoluto è la protagonista vera di questo dram (albicocca essiccata, a dar conto anche di una certa lieve acidità). Ancora arancia.

F: non lunghissimo, enormi note fruttate e zuccherine, molto piacevole; poi ecco un po’ di frutta secca, venature erbacee.

Un perfetto giovane whisky dello Speyside, come già scritto: fruttato, agrumato, cremoso, di buon corpo. Semplice, sicuramente, ma di una godibilità notevole e di una bevibilità pericolosa. Il segreto di questi whisky sta proprio nella loro onestà, nella loro incapacità di promettere cose diverse e dunque, in ultima istanza, nella loro incapacità di deludere. 85/100. Buon anniversario, Mulligans!

Sottofondo musicale consigliato: Rednex – Old pop in an oak.

Tamdhu 10 yo (2002/2013, Provenance, 46%)

Domani ci sarà il Milano Whisky Day, dedicato in particolare agli imbottigliatori indipendenti: pare un percorso coerente da parte degli organizzatori Andrea e Giuseppe, che arrivati alla dodicesima edizione del MWF provano a fare un passo ulteriore nei confronti della qualità e della ricerca in ambito whiskofilo. Nei confronti delle élite, direbbe qualche stolto ‘leone da tastiera’. Tra i vari espositori mancherà Douglas Laing, e noi ne celebriamo l’assenza con questo giovane Tamdhu della serie “Provenance”. È una serie entry-level cui siamo particolarmente affezionati: sono sempre prodotti onesti, senza pretese, a un prezzo coerente. Single cask refill-sherry (ref 10104), alle prese con un distillato tutt’altro che anonimo come quello di Tamdhu: se non andiamo errati, si tratta di un’edizione per Les Whiskies Du Monde, un distributore e negoziante francese.

N: sporco tra il rame, l’ossidato e l’ananas dimenticato nel frigoverre (cosa che getta un’ombra oscura sulle nostre schiscette, lo sappiamo). Sulfureo, e poi toma bella grassa, ma ha anche dei difetti: nel senso che tutto il contundente di cui sopra è anche a suo modo intrigante, però poi esce fuori che l’alcol, un po’ sparato e slegato. Curioso. Uva appassita.

P: attacco a sorpresa molto dolce, tipo ripieno delle caramelle haribo, vaniglia, gelato alla panna. Poi si ricorda di ciò che fu e ripropone note di grasso e sulfuree. Ancora ananas andato, seppure non maturo. Cereale caldo e rame, sensazioni di alambicco.

F: zucchero glassato con una spruzzata di cereale dolce. Non corto, ma non fa altro che ricordarci la sua gioventù, tra canditi e rame.

La botte è a fine vita, il distillato ha la sua personalità e si impone in modo indisciplinato, soprattutto al naso. Si rischia la catastrofe ma poi in fondo in fondo un 81/100 non ce lo risparmiamo. È un whisky onesto, sincero, che da un lato avrebbe forse giovato di qualche anno in più in un barile così poco attivo, ma dall’altro sta bene qui dove sta, ovvero nel nostro bicchiere. Grazie a Corrado, che ha bevuto e recensito con noi, per il corposo sample.

Sottofondo musicale consigliato: Emmanuelle – Italove.

Bunnahabhain 10 yo (2007/2018, Douglas Laing, 46%)

è diventato un oggetto da collezione, scopriamo oggi

Il magico Marco Zucchetti ha, tra le molte doti, un fratello che gli regala whisky a Natale: fratelli del genere sono da tenere stretti, mi raccomando. Qualche settimana fa ci ha portato da assaggiare proprio l’ultimo presente alcolico ricevuto, vale a dire questo single cask di Bunnahabhain (refill hogshead, 377 bottiglie totali) imbottigliato da Douglas Laing nella storica serie-base “Provenance”. Brindiamo agli Zucchetti Bros e affondiamo gli artigli nella carne di questo Bunna.

N: se vi turbano le nudità, state lontani: questo Bunna è più nudo di Anna Falchi sul calendario di Max del 1996. Il cereale è protagonista: ricorda il profumo di un malting floor, è orzo umido, in purezza. Molto minerale. Albedo d’agrume: di un pomelo, magari? Un senso di aria di mare, poi una zuccherinità vagamente vanigliata molto piacevole; pera soprattutto. Tanto lievito (pasta cruda di pane). Cioccolato bianco, un pochino?

P: tutto sommato gradevole, riesce ad essere dolce, salato e amaro al contempo. Cioccolato bianco, tanto zucchero, poi un amaro erbaceo (cicoria, dice Zucchetti). Predomina il distillato purissimo e bianco, sapido sapido e con note di mollica di pane. Piacevole.

F: distillato bianco, erbaceo e salato. Ancora mollica di pane.

C’è un’acidità da distillato lievitoso che appare un po’ irrisolta, ma è forse un tratto comune a molti imbottigliamenti così nudi. Non è whisky assertivo, e dunque per compensazione lo saremo noi: 82/100. Divisivo, si sappia: eravamo in quattro ad assaggiare, abbiamo dato volti diversi, con un delta di 10 punti. Sapevatelo, assaggiatelo.

Sottofondo musicale consigliato: Radiohead – Nude.