Bowmore 1999 (2011, Murray McDavid, 50%)

Lo scorso dicembre un fantasma si è aggirato per l’Italia del whisky: era una bottiglia dorata, scintillante, ripescata dall’oblio dai ragazzi del Milano Whisky Festival. Si tratta di un single cask ex-Chateau d’Yquem di Bowmore, selezionato da Jim McEwan (mica l’ultimo arrivato) ai tempi della collaborazione con Mark Reynier e Murray McDavid, e imbottigliato proprio da MMD per TF Costruzioni, azienda edile italiana guidata da un grande appassionato di whisky, Flavio Tognon. Noi l’abbiamo assaggiato durante l’Artigiano in Fiera e ne abbiamo portata a casa una bottiglia, vediamo se abbiamo fatto bene o se avevamo solo bevuto troppo.

N: molto vincente e convincente la parte fruttata, esplosiva e totalizzante. Frutta gialla matura, e una bella frutta tropicale, grassa, matura, ‘sudata’. Poca la torba, forse un po’ soffocata dalle note vinose, ma c’è sicuramente una deliziosa mineralità insistente. Un senso di acidità agrumata, e un coro unanime dice: “cedrata Tassoni”. Un punta speziata, tipo chiodo di garofano.

P: grasso e vinoso, lavorato. L’abbinamento spesso proposto dai sobri cugini d’oltralpe di foie gras e Sauternes si ripropone qui, trasfigurato nella contrapposizione tra torba e dolcezza vinosa. Deliriamo? Sì, indubbiamente; però è buono. Contro ogni attesa è molto Bowmore nonostante tutto, tra una grande frutta tropicale e punte di fiori freschi. Al palato la torba è più presente, accompagnata da una sapidità robusta. Pur se a 50 gradi, è veramente super-beverino.

F: leggera torba e spezie (ancora chiodo di garofano), con una leggera nota amaricante. Suadenti note di sauternes caduto in acqua salata. Crema di marroni.

Che bontà, davvero. Non è certo un Bowmore delicato, sussurrato, non è un quadro realizzato con pennellate leggere: dallo Chateau d’Yquem cadono pesanti spatolate di colore, ne vedi la piena sostanza materica appiccicata nel bicchiere – e ne godi come un matto. Un whisky grasso, pieno, succoso, fruttatissimo e molto dolce, appena venato da sale e mineralità, a inseguire vette di piacere: non un mostro di complessità, ma un mostro di goduria sì: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Claypool Lennon Delirium – Blood And Rockets: Movement I, Saga Of Jack Parsons.

GlenAllachie 12 yo (2018, OB, 46%)

Vi abbiamo già raccontato qui, con gran copia di fiorellini retorici (e citazioni para-sanremesi importanti, e un sottofondo musicale di rara memorabilità, ma come fareste se non ci fossimo, mah), la storia di GlenAllachie, distilleria da poco acquistata e rilanciata da Billy Walker; finora avevamo assaggiato solo il 10 anni Cask Strength, in questi giorni proviamo le due versioni agli estremi del core range, ovvero il 12 e il 25 anni. Iniziamo, come si conviene, dal giovincello, che sembra essere miscela di barili ex-Sherry Oloroso e Pedro Ximenez e con una quota di Virgin Oak (ahia).

N: le primissime note, ancorché curiose (ma prendetevela con noi e con la nostra malsana memoria aromatica) sono di dentifricio per bambini, a testimoniare una dolcezza molto pronunciata e un qualcosa di lievemente balsamico, erbaceo. Frutta cotta: prugne e mele gialle. Banana verde anche, che ci fa pensare a un’acidità da fermentato, poi lievitosa, come se fosse più giovane di quel che è. Pasta di mandorle.

P: l’ingresso è quasi timido, ma rivela poi un whisky molto fruttato, tutto giocato su frutta cotta (mele e uvetta), ancora pasta di mandorle. Perfino un qualcosa di nocciolato, anzi: si tratta proprio di olio di mandorle. Essenza d’arancia. Dolce e semplice, beverino assai.

F: inaspettatamente lungo, anche se riemerge quel senso di lievito un po’ così. Mandorle, zenzero e un touch amaricante (…) di legno.

Billy Billy, quante ne sai, quante ne combini! Così, a caso. L’impatto con questo 12 anni è coerente con le sensazioni avute assaggiando il 10 Cask Strength, notiamo sempre quell’acidità da distillato non del tutto ‘coperta’ dai barili, pure qui piuttosto attivi – e non sapremmo se nelle intenzioni si voleva coprirla o meno, ad ogni modo. 81/100 è il numero, per un entry level che piacerà sia agli amanti della frutta molto pronunciata che a quelli della nudità del whisky, ma che a nostro irrimediabile giudizio (eh?) difetta forse un poco in eleganza.

Sottofondo musicale consigliato: Kokoro – Abusey Junction.

Glen Grant 12 yo (anni ’70, OB, 43%)

Due settimane fa abbiamo costretto il buon Angelo Corbetta ad aprire quattro tra le sue vecchie bottiglie di scotch, così da poterle assaggiare in compagnia di una ormai nutrita schiera di fedelissimi delle degustazioni all’Harp Pub. In questi giorni li recensiremo tutti e quattro, ma colti da improvviso spirito risorgimentale iniziamo dall’unica distilleria di proprietà italiana, vale a dire Glen Grant: abbiamo per le mani un 12 anni risalente agli anni ’70, con la bottiglia rettangolare. C’è la possibilità che nella miscela compaia qualcosa di distillato prima del 1970, cioè prima del famoso cambio del sistema di riscaldamento degli alambicchi? Se la matematica non inganna, certo.

wg0520758-44_IM199903N: ci accoglie subito un’intrigante sensazione ‘umida’ di carta vecchia e di cantina. Poi dietro ci sono note cremose (crema pasticcera e vaniglia) e fruttate (frutta gialla a gogo: albicocche e pesche; tanta mela). Anche tanto malto fragrante, tanto cereale (biscotti e brioche). Un po’ di frutta secca (nocciola) e cioccolato con scorza d’arancia.

P: possiede certo una sua apprezzabile intensità e pienezza, e come sopra è molto maltoso, ceroso/umido e con fiammate d’agrume. Brioche alla mela. A dir la verità, dopo un po’ ci si accorge che il palato è tutto qui: in un bell’impasto di cereale e scorza d’arancia. Quindi buono, ma semplice. A tratti sentiamo un po’ troppo l’alcol, ma forse qui dipende dallo stato di conservazione della bottiglia. Apprezzabile invece quel senso di allappamento delicato dei tannini, sicuramente presenti.

F: di media durata, maltoso e metallico qua e là, con ancora la mela.

La sensazione è peculiare: il naso era gentile e incantevole, con quelle note ‘vecchie’, di malto antico – il palato patisce un po’ quanto a complessità, ma la sensazione (confermata dalle note metalliche del palato) è che il tempo abbia sottratto qualcosa a questa singola bottiglia. Nondimeno nel complesso si merita un pieno 85/100, chissà se fosse rimasto intatto… La conferma che Glen Grant è distilleria degna di rispetto: e, peraltro, state pronti che nelle prossime settimane Glen Grant sarà protagonista di una cosuccia…

Sottofondo musicale consigliato: Massive Attack – Unfinished Sympathy.