Tobermory 12 yo (2019, whic.de, 65,4%)

Prima che Babbo Natale arrivasse con la sua slitta carica di samples, avevamo avuto modo di apprezzare il nuovo Tobermory 12 yo OB. Oggi torniamo idealmente sulla pittoresca isola di Mull per infilare le nostre voraci narici in un Tobermory indipendente imbottigliato dai tedeschi di Whiskycircle. Con la consueta misura e la naturale predisposizione per la morigeratezza e le nuances più delicate, gli amici teutonici hanno deciso di imbottigliare a 65,4 gradi: facendo parte della serie “Landscape of taste”, probabilmente si voleva rendere in forma liquida il paesaggio del deserto postnucleare… Ad ogni modo, è uno sherry cask e ne hanno tirate 140 bottiglie.

237048-bigN: a dispetto della gradazione, riesci perfino ad annusarlo… E quando annusi, ti si apre davanti un laido spettacolo degno dei più sordidi postriboli e dei più sporchi Tobermory sulfurei. Certo, lo sherry si fa sentire con note di mosto cotto e sugo d’uva, forse un poco di gelée alla ciliegia. Però l’anima dello spirito non si inchina al legno e sfoggia la sua faccia sporca che ricorda foglie umide (un sottobosco autunnale?), oppure le foglie macerate di una tisana, quando lasci lì la bustina dopo l’infusione. Guizzi di rame e bocconcini di Emmenthal. Con acqua si fa strada un buon aroma di caramella mou e mela.

P: a grado pieno, dopo una prima botta metallica, diciamo ancora di rame, l’alcol anestetizza l’esperienza. Non brucia, non guasta: semplicemente tira giù la serranda sensoriale del gusto e resta solo zucchero, vagamente acido. Formaggio, ancora, tendenzialmente dolcino (torniamo sull’Emmenthal). Fa capolino una punta di fiammifero. L’acqua, necessaria come dopo una maratona nel Sahara, migliora le cose e aggiunge note di mela caramellata, a equilibrare un poco. Ancora mou.

F: piuttosto basico: zucchero, gelée alla frutta e un qualcosa di pesca (buccia di pesca, asserisce un Angelo in grande spolvero).

Quando un nuovo re Riccardo lancerà la crociata contro le gradazioni abnormi, ci vedrete là – con cotta di maglia e alabarda – pronti a combattere una guerra giusta. Sapete bene quanto la gradazione a 40% ci lasci spesso insoddisfatti, ma non possiamo che stigmatizzare l’eccesso opposto. Questo è un perfetto esempio di come una scelta così drastica finisca per soffocare in culla ogni aroma. Non lascia niente, è sporco come Tobermory vuole, ma perfino la sporcizia cade vittima della dittatura dell’alcol. Non tanto al naso, dove comunque la parte grassa e metallica finisce per emergere, quanto al palato e nel finale. Colpa nostra che non siamo tedeschi né siamo abituati al loro gusto che predilige intensità contundenti, ma è troppo per noi: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rammstein – Benzin

 

Old Pulteney 12 yo ‘The Maritime Malt’ (2019, OB, 40%)

Vai a visitare l’amena Old Pulteney e la prima cosa cui pensi è “che festa!”

Old Pulteney, la seconda distilleria più a Nord delle Highlands scozzesi (ehm) dopo Wolfburn, ha da qualche tempo rifatto completamente il packaging del suo core range – come si fa di consueto in questi casi, ha tolto qualcosa, introdotto qualcos’altro, e insomma, niente di nuovo sotto la pioggia scozzese. Oggi assaggiamo Old Pulteney 12 anni, versione base della rinnovata gamma del ‘Maritime Malt’ – ah, rifatto il packaging, certo, ma la bottiglia ha sempre quella forma lì, con il collo che ricorda certi oggetti atti a dare piacere, diciamo. Vabbè.

N: abbiamo a che fare con un malto educato e abbastanza timido, sulle prime. Esibisce note ordinarie di vaniglia, limonata, orzo, pera e banana. Purea di banana? Crema alle pere? C’è poi una freschezza mentolata, portata ai nostri nasi da una piacevole brezza marina. Nail polish e mandorle, con qualche sfumatura erbacea (c’è chi pensa addirittura al prezzemolo).

P: l’ingresso è un po’ deboluccio e piatto, a voler essere franchi, e qui sembra un po’ troppo nudo – c’è tantissimo cereale, si sente tanto il distillato, ma senza una grande armonia. Molta pera, orzo, frutta candita – la parte cerealosa spinge un po’ sul pedale dell’erbaceo. C’è dell’agrume, in realtà non si tratta tanto di limone quanto piuttosto di pompelmo.

F: abbastanza corto, ancora piuttosto limonoso e con un cereale elegante. Una qualche sapidità vien fuori, qui. Mandorla.

Esile e semplice, con una sua pur timida personalità. Piacevole ma nulla di travolgente, e onestamente speravamo in note marine molto più spiccate – ma d’altro canto se l’hanno chiamato Maritime Malt hanno sicuramente le loro ragioni che noi non cogliamo, peggio per noi. 81/100. Poi questa cosa di voler imbottigliare a 40%…

Sottofondo musicale consigliato: Robert Wyatt – Sea song.

Tobermory 12 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory ha appena ripreso a produrre, a luglio, dopo qualche mese di pausa di riflessione – ha celebrato il lieto evento ricostruendo il suo core range, che vede questo 12 anni sostituire lo storico (e discusso) 10 anni. Branca, storica azienda col suo cuore pulsante a Milano, ha acquisito da poco la distribuzione di alcuni marchi del gruppo Distell (dopo Bunnahabhain, già circolante da circa un anno), e ha omaggiato il nostro Marco Zucchetti di una bottiglia del 12 anni: oggi lo assaggiamo tutti insieme.

N: molto elegante e delicata, mostra subito una prima patina floreale e lievemente minerale davvero piacevole… Tanto agrume, con arancia in evidenza (e dopo un po’… Orangina!). Però non pensiate a una delicatezza che porta all’anonimato, anzi, pare profondo e vivido: ci sono note più zuccherine e fruttate molto piacevoli e profonde, di brioche all’albicocca, pastafrolla, pesche al forno, talvolta con sentori quasi – quasi – tropicali (vago mango). Cioccolato bianco. Zucchetti rileva anche una leggera nota sporchina e lievemente salina, ma si sa, lui ha un naso da record.

P: buon corpo oleoso, bell’ingresso, con una sensazione di gusto molto pieno. C’è un velo lievissimo e passeggero di mineralità sassosa che porta a una certa complessità e profondità. La componente fruttata qui è devastante, sempre di colore giallo: pesche e albicocche (anche secche), ancora mango maturo e godurioso, forse perfino ananas. Ancora pastafrolla, con una dolcezza burrosa.

F: lungo e pieno, aranciato e fruttato… Qualche sentore minerale, anche qui appena accennato, e con una lieve lieve punta sporchina, come di rame.

Molto piacevole, molto educato e rotondo, rispetto all’immagine che spesso si ha di Tobermory – e a ragione. In questo caso siamo di fronte a un malto di introduzione davvero seducente, certo non è un mostro marino di complessità ma d’altro canto noi siamo usciti in mare per una piccola traversata, non per andare a caccia di kraken – e dunque restiamo decisamente soddisfatti. 86/100, per essere un entry level è una ottima sorpresa.

Sottofondo musicale consigliato: Echo & The Bunnymen – The Killing Moon.

Botti da orbi – Dalmore vs Alajmo: la sfida

IMG_8943[Marco Zucchetti torna alla carica, e come al solito lo fa sacrificandosi per noi sull’altare del benessere: questa volta è reduce da un pranzo stellato in abbinamento a un whisky tra i più celebri al mondo… Povero Zucchetti, povero!]

Quando un amico ti scrive un messaggio del tipo “Ciao, ti va di venire ospite alle Calandre di Alajmo per un pranzo stellato con abbinamento Dalmore?”, ti passano davanti agli occhi i pairing whisky&food di tutta la vita. Una vita fatta di Ballantine’s dopo la pizza, di avvilenti panini improvvisati per asciugare quell’ultimo dram, di degustazioni costellate da benedetti crackerini curativi… Passato lo choc e concluso il flashback, in tre secondi hai già accettato, preso ferie e se la tua torbida anima valesse qualcosa l’avresti già ceduta senza il minimo rimorso.

Consapevoli di apparire dei parvenu che si eccitano per queste quisquilie, facciamo spallucce, ammettiamo serenamente di esserlo e raccontiamo qui il resoconto di una giornata da whisky gourmet all’insegna della più sfrenata lussuria enogastronomica ringraziando Davide Terziotti per quel messaggio e Whisky Club Italia per l’invito.

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Andrea Coppetta, Max Alajmo, Paolo Gargano e Claudio Riva

The Dalmore è distilleria assai rinomata praticamente ovunque, ma in Italia gli appassionati la snobbano un po’, forse per la scelta di imbottigliare tendenzialmente a 40 gradi. Una scelta che però non impedisce una grande ricchezza di sentori, che fa scopa con la cucina. Da qualche anno, anche grazie a Richard Paterson – praticamente la Kim Kardashian dello Scotch – il marchio ha intrapreso l’ardua via del lusso: imbottigliamenti cinquantennali preziosissimi, collaborazioni con chef star come Massimiliano Bottura, eventi nei bar più esclusivi del mondo. E anche una serie di pranzi nei ristoranti stellati, a testimoniare come il whisky del cervo non tema il confronto con sapori complessi.

Paolo Gargano, che con la sua Fine Spirits lo importa in Italia, ha dunque organizzato – insieme a Claudio Riva di Whisky Club – un derby amichevole pazzesco: Dalmore vs Massimiliano Alajmo, il più giovane chef a prendere tre Stelle Michelin e stabilmente fra i best 50 al mondo. Ordunque una settimana fa un’allegra comitiva di fortunati si è ritrovata a Sarmeola di Rubano (Padova) per vedere l’effetto che faceva. Qui il puntuale resoconto di piatti e abbinamenti. Sì, ci facciamo schifo e invidia da soli…

Dalmore 12 yo (2018, OB, 40%)
Capesante arrostite con salsa di pistacchi e ostriche
L’entry level fa scattare subito la ola. Le note piacevoli di caramello, miele scuro e pralina di questo sherry finish poco hanno a che fare con pesci e affini. Ma le capesante hanno una loro goduriosa dolcezza e il connubio è sorprendentemente azzeccato (anche se l’insalatina non ci sta granché, ma provate voi a trovare un whisky che si abbini all’insalatina!). Il distillato è morbido, con l’arancia che tutto pervade ma senza mai eccesso di quella sensazione “appiccicosa” di melassa. Anzi rimane scattante e fresco. Il grado basso aumenta la bevibilità, naso e palato vanno a braccetto, spuntano anche dei biscottini alla cannella. Con le capesante? Sì, con le capesante! 84/100 per il whisky, 8/10 per l’abbinamento.

Dalmore Port wood reserve (2018, OB, 46.5%)
Lumache croccanti, ricotta e intingolo di funghi
Da bravi parvenu, di questo piatto ne avremmo finita una teglia intera, è semplicemente commovente. Però fra tutti i pairing è quello che ha convinto meno, perché il finish in Porto è una brutta bestia. E a dirla tutta nemmeno il distillato di Dalmore riesce a domarla, perché infine è il meno entusiasmante dei sei single malt. Al naso è alcolico ma opulento, con una frutta rossa sotto spirito che va dalle ciliegie alle fragoline di bosco. Fico, papaya essiccata e marshmallows, ma anche qualcosa di bizzarro come legno dell’Ikea, colla e fiammifero. Epifania: il sentore di arancia speziata ricorda un Old Fashioned. Anche in bocca è complicato: abbastanza ruggente, succo di arancia concentrato e dolce che subito vira al secco, al tannico (pasta di legno e foglia di tabacco) e alla menta amara. Té molto infuso, cacao amaro e caramelle alla fragola in un finale lungo ma non indimenticabile. Abbinamento rivedibile, lumache divine. Provato con il dolce invece migliora. 79/100 per il whisky, 6/10 per l’abbinamento.

Dalmore King Alexander III (2018, OB, 40%)
Tagliolini al fumo con scaglie di tuorlo d’uovo
Come, il più sontuoso malto non lo si beve per ultimo? Scelta spiazzante quella di Claudio Riva, ma colpo di genio vero, anche perché struttura sostiene struttura e tutto si sposa a meraviglia. Nei tagliolini ci sono dei cubetti di gelatina di brodo che danno una cremosità eccelsa e il “mouthfeel”, come dicono quelli bravi, è avvolgente proprio come quello del malto. D’altronde con il piatto condivide una intima complessità tecnica di realizzazione: un NAS con un sestuplo finish in madeira, sherry, vino rosso, bourbon, porto e marsala. Cerebrale ma succulento, con zaffate di arancia, nougat e una maltosità golosa. Il cioccolato cola sui nasi dei giusti e degli ingiusti, così come una bella frutta cotta (prugne e uvetta). In bocca la vinosità si fa importante e l’arancia più liquorosa, tipo Grand Marnier. Scorze d’arancia dragee, noci pecan e biscotti da té al cioccolato per un malto piacione e barocco che è impossibile non amare nonostante il finale medio corto (noce moscata, legno e cioccolato). Poi un giorno Richard Paterson ci spiegherà perché quei parchi 40 gradi che mozzano le gambe al Re Alessandro. Nel frattempo qui si dice 86/100 per il whisky e 10/10 per l’abbinamento.

Dalmore 15 yo (2018, OB, 40%)
Risotto di limone nero, capperi e caffè
Altro rebus sensoriale: cosa abbinare a un riso con un limone fermentato che ricorda la liquirizia? Beh, un malto tra i più solidi del core range, quel 15 anni che tanta gioia ha dato a tutti noi. La solidità d’altronde è la chiave di tutta l’esperienza gustativa, perché ci sono tutte ma proprio tutte le sensazioni Dalmore: arancia, cioccolato fondente, nocciola, malto, mou. Il naso è uno sticky toffee pudding con baleni di cioccolata calda e liquirizia dolce (esiste una crema di liquirizia?). Aromatico, legno di sandalo e foglie di té, con una cerealosità tra il biscottato e il pane all’uvetta. In bocca solito problema del basso grado, ma grande piacevolezza. Lindor al caramello, pan brioche, cannella e crema di caffè, ma con un legno sicuro di sé che riequilibra la dolcezza. Nocciole salate in fondo, in un finale troppo breve. Insomma, un whisky da pasticceria col risotto pareva un azzardo, ma caffè e liquirizia sono un link perfetto. 85/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore Cigar malt reserve (2018, OB, 44%)
Germano scottato con crema d’ostriche, anguilla, alga tostata e composta di prugne
Il germano, gran bell’animale. E ora che è stato assaggiato, andandosi a sommare a tutte le altre bestie che abbiamo divorato in vita nostra, si può dire che è anche buono. Il piatto è il più ardito, perché alla selvaggina si sommano la marinità della salsa e la dolcezza della composta di prugne. Ci sta che in abbinamento vada uno dei Dalmore più arditi, quello pensato per accompagnare… i sigari. Assemblaggio di barili ex bourbon ed ex sherry, sfoggia anche un finish in cabernet sauvignon che con la carne sta alla perfezione. Un po’ meno perfetto è il malto, che al naso ha una eccentrica collezione di note grasse: tantissimo cuoio, formaggio, pane molto imburrato e un che di tabacco umido. Rimane la marmellata di arance, il toffee e un’uvetta al rum, a cui si somma un tocco balsamico di resina di pino. L’erbaceo persiste in bocca, tra anice, chiodi di garofano e cardamomo. I 44 gradi gli donano. La frutta prende la forma di un distillato di ribes, poi si fa strada del pompelmo rosa. Vira un po’ sull’amaro, liquirizia salata e cioccolato extra fondente. Il finale è super dry, ancora cardamomo e marmellata di pompelmo. Divisivo, può non convincere ma in pairing si smussano gli angoli e va via liscio. 82/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore 18 yo (2018, OB, 40%)
Consistenze al contrario: pandoro al cacao e té affumicato, gelato al cacao e té affumicato e gelatina affumicata a base di acqua
L’unico abbinamento a cui un comune mortale avrebbe pensato è quello con un dolce al cioccolato, anche se meno elaborato di questo. Motivo per cui di fatto è il pairing meno sbalorditivo. Il Dalmore 18 è il più austero della compagnia, con un apporto del legno molto più accentuato rispetto ai suoi fratellini. Al naso è un po’ chiuso, con note che  vanno dai mobili antichi alla mandorla, dal té iper infuso alla terra umida.
Gli serve tempo per far galoppare sentori profondi di prugne secche che lo fanno somigliare a un cognac. C’è anche qualcosa di nocino in sottofondo, e perfino un tocco floreale (legno di rosa?). Rimane oaky, ma ha una vivacità sorprendente per la sua età. Noci secche, chinotto, uvetta bruciata nel forno e caffè. Un whisky scuro, dove il barile fornisce anche un bel kick di pepe bianco, ma che rimane succoso nonostante la legnosità: il finale è di sherry, arancia e albicocca secca, con del cacao amaro sopra, magari. Probabilmente l’abbinamento con pandoro e gelato al cioccolato ne accentua la predisposizione al tannico e all’astringente, ma a dirla tutta il contrasto è piacevole, stempera un po’ la dolcezza del dessert. 85/100 per il whisky, 7/10 per l’abbinamento.

Redbreast 12 Cask Strength (2017, OB, 58,2%)

Redbreast è uno dei nomi più apprezzati dal crescente pubblico di appassionati del whiskey irlandese: come in mille altri casi, si tratta di un marchio dietro cui si cela la più grossa grassa distilleria del quadrifoglio, cioè Midleton, casa del brand più celebre al mondo, Jameson. Tecnicamente, questa distilleria è incredibilmente interessante, perché dovendo produrre infiniti stili di whiskey ha attrezzature molto variegate, alambicchi a colonna, pot stills di forme e dimensioni differenti… Ve ne parleremmo per ore, ma non avendola mai visitata ci pare più honesto rimandare al reportage del buon whisky.com. Redbreast è una miscela di orzo maltato e non maltato distillato in pot still, la bottiglia che abbiamo tra le mani è il 12 anni a gradazione piena, batch B1/17.

Redbreast 12 CS B1/17? Dovrebbe, ma la foto è di un altro batch 😦

N: fin dai primi approcci, si mostra molto carico e straripante: prima note seducenti di pralina al cocco, riso al latte, caramello… Poi note più ‘profonde’, che ci fanno venire in mente la liquirizia Haribo ripiena, perfino dei sentori di fragola e di datteri, molto intensi. Che ricchezza! Non mancano note più speziate, soprattutto dopo un po’, con cannella e chiodi di garofano.

P: qui esplode una vera bomba atomica di sapori, in cui man mano riconosciamo liquirizia pura, cioccolato (e volendo essere più precisi, i cioccolatini boeri), caramello. La parte sherried è avvincente, con una ciliegia sotto spirito devastante come Maicon nel 2010. Lamponi. Spezie anche qui, poi note erbacee e pepe nero.

F: lungo, lunghissimo. Fa salivare parecchio, con ricordi di liquirizia e frutta rossa; ancora boero e caramello.

Carico, certamente impegnativo per la gradazione e per la sensazione avvolgente che ti lascia: non lo definiremmo proprio un everyday dram, ma qualora vi fosse proposto, beh, non sognatevi di rifiutarlo. Uno dei migliori irlandesi assaggiati di recente, che si guadagna un solido 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: High on Fire – Bat Salad.

Caol Ila 12 yo (2005/2017, Kik Bar, 50,6%)

Abbiamo già parlato nelle scorse settimane del Kik Bar, istituzione del whisky bolognese, che ha celebrato il 50esimo anniversario con una serie di imbottigliamenti speciali, dedicati proprio alla città di Re Enzo. Questo Caol Ila di 12 anni, invecchiato in un barile ex-sherry refill, è imbottigliato ovviamente a gradazione piena, ed esibisce in etichetta forse il simbolo più celebre di Bologna: no, non la mortadella, ma le Due Torri. Con una lacrimuccia da parte di chi ha passato lì sotto anni universitari, procediamo.

N: molto piacevole e intenso, salsa bbq, tabasco chipotle, formaggio medio stagionato (toma media), senape dolce (ha una sua acidità, anche se al naso ovviamente non si dice. Poi una caponata di frutta (mela, datteri, sticky toffee pudding). Torba molto trattenuta, una torba alimentare, poco bruciato, poca cenere. Un whisky mangiaebevi.

P: delizioso. Si apre su inchiostro e liquirizia, poi caramello bruciato, la parte bruciacchiata della creme brulee, presente?, poi uvetta. Sale. Un senso che definiremmo come umami. Timo. Ancora un che di tabasco chipotle. Crostata di noce pecan. Mela cotta con cannella e chiodi di garofano.

F: erba riarsa, alghe secche, timo e menta. Salato, fa salivare. Dolcezza finita.

Decisamente buono: i torbati in refill sherry hanno spesso questo senso molto ‘gastronomico’, con sentori di cibo salato, di frutta bruciata, erbe aromatiche e frutti rossi… Pienamente promosso, complimenti a Bruno per l’ennesimo colpo! 88/100, valar dohaeris a tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Go Dugong – Vidita (El Buho rmx).

GlenAllachie 12 yo (2018, OB, 46%)

Vi abbiamo già raccontato qui, con gran copia di fiorellini retorici (e citazioni para-sanremesi importanti, e un sottofondo musicale di rara memorabilità, ma come fareste se non ci fossimo, mah), la storia di GlenAllachie, distilleria da poco acquistata e rilanciata da Billy Walker; finora avevamo assaggiato solo il 10 anni Cask Strength, in questi giorni proviamo le due versioni agli estremi del core range, ovvero il 12 e il 25 anni. Iniziamo, come si conviene, dal giovincello, che sembra essere miscela di barili ex-Sherry Oloroso e Pedro Ximenez e con una quota di Virgin Oak (ahia).

N: le primissime note, ancorché curiose (ma prendetevela con noi e con la nostra malsana memoria aromatica) sono di dentifricio per bambini, a testimoniare una dolcezza molto pronunciata e un qualcosa di lievemente balsamico, erbaceo. Frutta cotta: prugne e mele gialle. Banana verde anche, che ci fa pensare a un’acidità da fermentato, poi lievitosa, come se fosse più giovane di quel che è. Pasta di mandorle.

P: l’ingresso è quasi timido, ma rivela poi un whisky molto fruttato, tutto giocato su frutta cotta (mele e uvetta), ancora pasta di mandorle. Perfino un qualcosa di nocciolato, anzi: si tratta proprio di olio di mandorle. Essenza d’arancia. Dolce e semplice, beverino assai.

F: inaspettatamente lungo, anche se riemerge quel senso di lievito un po’ così. Mandorle, zenzero e un touch amaricante (…) di legno.

Billy Billy, quante ne sai, quante ne combini! Così, a caso. L’impatto con questo 12 anni è coerente con le sensazioni avute assaggiando il 10 Cask Strength, notiamo sempre quell’acidità da distillato non del tutto ‘coperta’ dai barili, pure qui piuttosto attivi – e non sapremmo se nelle intenzioni si voleva coprirla o meno, ad ogni modo. 81/100 è il numero, per un entry level che piacerà sia agli amanti della frutta molto pronunciata che a quelli della nudità del whisky, ma che a nostro irrimediabile giudizio (eh?) difetta forse un poco in eleganza.

Sottofondo musicale consigliato: Kokoro – Abusey Junction.

Whisky Revolution “Calendario avventato” – Day 22

Il “calendario avventato” oggi ci fa bere Hakushu 12 anni. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Il rischio di farsi male è dietro l’angolo: vediamo.

Whisky #22

img_0969Molto aromatico, molto spinto sulla botte e sicuramente molto assertivo. Da subito esibisce grasse note di frutta gialla (albicocca) e persino tropicale (maracuja). Viene in mente il pasticcino alla frutta (con la crema, e la gelatina sopra). Al palato l’alcol si sente un po’ di più, in un profilo caratterizzato da un evidente apporto del legno; ancora molto fruttato. Peccato che la sensazione sia un po’ slegata… Il finale è di media lunghezza, con una punta di pepe.

Il naso è di gran lunga la fase migliore, promette tante cose che il palato non mantiene… Comunque promosso, intendiamoci! 84/100

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 6

Il “Calendario Avventato” al giorno n.6 ci regala Glendronach 12 yo, e questa è la nostraIMG-20181203-WA0004 recensione… Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #6

47469718_1991442401153835_8723996429867024384_nIl naso è particolare, con elementi diciamo compositi: uvetta sotto spirito, frutta secca (noce), panna cotta, e una leggera nota di metallo. Brioche di cereali ai frutti rossi (frutta rossa in generale crescita man mano che sta nel bicchiere). Il palato mostra i muscoli dello sherry, con mela rossa, caramello (anzi: caramelle Alpenliebe), un che di confettura di fragola; esplosivo in una dolcezza che supera le attese. Restano le note di cui sopra, con una punta metallica e di noce. Molto molto dolce, di una dolcezza appassita da Pedro Ximenez. Il finale è medio-lungo, un po’ allappante e ancora molto zuccheroso.

La grande intensità salva il profilo complessivo, che – intendiamoci – è ben fatto, ben confezionato, ben cesellato. Però banalmente non è il tipo di profilo sherried che rientra al 100% nel nostro gusto, e dunque pur riconoscendogli una certa qualità, non possiamo salire sopra 83/100. Poi oh, magari è un Aberlour 18 anni, noi non abbiamo digerito la pizza e non ci abbiamo capito niente.

Il commento alla cieca era quello che avete appena letto. Rispetto ai timori dell’ultima frase dobbiamo dire che in realtà la pizza l’avevamo metabolizzata bene e concordiamo in tutto e per tutto coi noi stessi di qualche giorno fa, perché “l’incoerenza è il peggior carcere di se stessi”, diceva il poeta o il filosofo, non ricordiamo più.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 1

Il “Calendario Avventato” al giorno n.1 ci regala un grande classico, il Tomatin 12 anni, distilleria delle Highlands del Nord, poco distante da Inverness. Questa è la nostra IMG-20181201-WA0001recensione, tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky Advent #1

TOMATINIl “day one” si apre con un whisky senza tanti orpelli, che ti si presenta sincero così com’è. Il naso ha note che sembrano giovani, con tanti canditi, punte acide (tipo fermentazione); rivela anche però note ‘dolci’ di pastafrolla cruda, di burro e uovo e zucchero. Agrumato, con arancia, soprattutto. Qualcosa di fruttato, in disparte, come trattenuto (ananas candito?). Il corpo è molto fresco, si lascia bere molto piacevolmente. Complessivamente è più dolce, con dei mix di frutta essiccata (albicocca e ananas), con una sua cremosità, note di dolce di pan di Spagna. Ancora arancia. Il finale è medio, non troppo intenso, torna sul cereale – ha il gran pregio di invitare a un altro sorso.

Un whisky quasi sicuramente senza grosse particolarità d’assemblaggio, giovane e ben fatto. Mostra un po’ dei limiti in complessità e intensità, ma è sicuramente un whisky ‘da aperitivo’ più che godibile. 83/100