Aberfeldy 12 yo (2017, OB, 40%)

Un paio di settimane fa abbiamo avuto la la fortuna di partecipare all’ennesimo tweet tasting organizzato da Steve Rush, questa volta a tema Aberfeldy: il primo dei tre assaggi era (ovviamente) l’entry-level del suo core range, vale a dire il 12 anni – età che costituisce un vero spartiacque, quantomeno nel mondo imbottigliamenti ufficiali. Mettiamoci sopra il naso, e spariamo un paio di sentenza, via.

N: da subito si intuisce un naso molto ben bilanciato, tra note delicate, fresche e floreali, e un lato più fruttato ed esuberante. Le tasting notes ufficiali parlano di miele d’erica e non è difficile farsi catturare da questa suggestione. Accanto ecco ben evidente la frutta: albicocche disidratate, ananas, arance. Su tutto aleggia una spruzzatina di sentori minerali e il malto, a dirla tutta, è anch’esso in bella vista. Semplice ma davvero ben fatto.

P: un filo debole l’attacco e tutto giocato su una dolcezza senza tanti fronzoli. Toffee e ancora miele, tanto miele. In un secondo momento si accende la frutta, con brioches all’albicocca e un po’ di marmellata alle arance. Una sensazione innocente di fiori freschi ci viene a fare visita anche al palato, e ci rallegra.

F: di media durata, mostra a sorpresa una nota legnosa e si richiude su se stesso, con una leggera sensazione astringente, di allappamento.

Il naso non ci è affatto dispiaciuto, ma a ben vedere il palato è un po’ timido e forse si limita a fare il compitino; peccato perché all’olfatto sembrava promettere moltissimo… Ad ogni modo, resta una prova convincente, a maggior ragione se si pensa che questo solido single malt si trova in commercio abbondantemente sotto alle 40€. Perfetta introduzione al whisky di malto non torbato. 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adamsky & Seal – Killer.

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Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.

Bruichladdich 12 yo (2003/2015, Gluglu 2000 Whisky Club, 50%)

Ci stiamo avvicinando ad ampie falcate al Milano Whisky Festival (è il prossimo weekend ragazzi!), e dunque oggi assaggiamo un imbottigliamento di uno degli espositori storici del festival, Gluglu 2000 Whisky Club, vale a dire la creatura di Mauro Leoni – per tutti Glen Maur. Solo un matto come lui poteva fare un imbottigliamento del genere: è un Bruichladdich di 12 anni, distillato nel 2003 che negli ultimi sei mesi ha fatto prima un passaggio in Octaves (botti piccole) refill sherry, sia Oloroso che PX, e poi si è fatto altri 15 giorni di marriage in uno sherry butt. Carta d’identità complessa, mettiamolo alla prova del bicchiere.

N: la prima impressione è quella di un malto sia griffato dallo sherry che fiero su una certa purezza maltata minerale. Come descrittori abbiamo un mondo di pasticceria calda: crostata di pesche, un chiaro sentore di frollini alla marmellata di mela, magari un po’ bruciacchiata… e scriviamo così solo per non citare i “cuor di mela”; poi marmellata di fichi. Molto scuro, pesante, con qualcosa di tostato e con una agrumatura da arancia candita; frutta di Martorana (marzapane). Chiudiamo con quella splendida venatura lievemente torbata, minerale, sporchna, in pieno stile Laddie.

P: primo impatto, prima sorpresa!, con un’inattesa nota di zolfo, molto sporca ma allo stesso tempo intrigante. Questa nota (anche cuoio, diciamo) si integra con un profilo molto interessante, appiccicoso e bruciacchiato di liquore all’arancia, di crostata alla frutta, tarte tatin, miele… il tutto sempre tenuto assieme da quel filo di zolfo, come di una candela appena spenta. Ancora arancia.

F: paraffina e fiammifero spento si stagliano nettamente sull’agrume (arancia essenzialmente).

Sicuramente un po’ disarmonico tra naso e palato, si gioca questa relativa incoerenza per stupire il bevitore e, alla fine, vince lui. Lo scotch ci piace perché è imperfetto, e questo Bruichladdich esibisce la sua l’imperfezione con orgoglio: quelle note sulfuree non coprono e non cancellano la lussiorosa dolcezza fruttata, e il risultato è pienamente soddisfacente. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Bangles – Walk like an Egyptian.

Auchentoshan 12 yo (2016, OB, 40%)

Auchentoshan è una delle quattro distillerie attualmente attive nelle Lowlands: assieme a Glenkinchie, Aisla Bay e Bladnoch, Auchentoshan tiene alto il vessillo delle terre basse scozzesi che avvolgono Edimburgo e Glasgow. La tripla distillazione, velleità che tradizionalmente era di pertinenza appunto lowlander ma che ora ha perso di appeal presso i più, resta vanto della distilleria. Non abbiamo mai recensito il 12 anni, entry-level per il core range con età dichiarata: tappiamo la lacuna adesso summo cum gaudio.

auchentoshan-12-years-oldN: nota alcolica presente ma non demoralizziamoci. Anzitutto vi propiniamo un’immagine complessiva: la frutta di marzapane laccata. Ha infatti delle note zuccherine mandorlate un po’ plastificate. Il contesto è abbastanza piatto, ma si riconoscono anche dei leggeri sentori di corn flakes zuccherati (il profumo della busta appena aperta!), miele e qualcosa che assomiglia alla marmellata di fragole.

P: insisteremo con arroganza sulla debolezza del corpo: non c’è quel kick (direbbero gli esperti, la ‘botta’ di sapore diremmo noi con fisico da sollevatori di Johnny Walker Red Label). Va bene imbottigliare a 40 gradi, ma così è troppo debole. Per gli infiniti casi dell’universo Serge dice più o meno il contrario in merito. Parlando di descrittori la fanno da padroni miele, tantissimo caramello e frutta secca (mandorle e noci). C’è un lato agrumato, ma un po’ sballato e contundente.

F: finale più che discutibile, con sensazione alcolica dimenticabile. Ancora caramello e frutta secca, se proprio dobbiamo sottilizzare.

Nel tirare le somme di questo assaggio, si potrebbe giocare la carta stereotipata dei whisky leggeri e beverini, quasi timidi, delle Lowlands: poi però arriva un asso pigliatutto, che racconta di un whisky certo semplice ma non del tutto convincente, certo non catastrofico ma con qualche difettuccio piuttosto evidente qua e là. 76/100. Costa una quarantina di euro, per chi si cura della banalità della pecunia.

Sottofondo musicale consigliato: Testament – The Pale King.

Springbank 12 yo ‘Cask Strength’ #8 (2014, OB, 54,3%)

Questa mattina, mentre leggete le nostre irresistibili parole, noi siamo a Campbeltown e stiamo annusando l’aria costiera della città, i profumi di orzo del malting floor di Springbank, il penetrante odore di fumo di torba che sale dal kiln, e tra poco ci mangeremo il solito, pessimo fish and chips. Dura la vita, eh? Per darvi l’errata illusione di essere con noi, invece che in ufficio, oggi recensiamo l’ottavo batch dello Springbank 12 anni Cask Strength, a grado pieno, a prevalenza di invecchiamento in sherry; è una release del 2014, tenete conto che da quest’anno l’estetica delle etichette è cambiata.

N: molto potente e intenso, parte subito con un forte lato di cuoio, al limite del sulfureo; poi ci sono tutte le note più ‘sporche’ di Springbank, e dunque cantina umida, perfino un poco di muffa; un qualcosa di pirico, che ci ricorda i petardini o i fiammiferi, la polvere da sparo; e come tralasciare la spiccata nota salmastra? Poi, tanto sherry: frutta rossa succosa, ciliegia, more…

P: l’attacco è sulla liquirizia salata, poi cresce in intensità il lato marino, salato, costiero, con note che ricordano proprio le alghe, il pesce. Cioccolato salato, ancora radice di liquirizia. Poi torna la muffa, cresce il legno bagnato (avete mai camminato in montagna sotto la pioggia?). Si chiude ancora con la dolcezza, fatta ancora di frutta rossa, ciliegie, pesche sciroppate.

F: lungo, anzi sterminato; fumo, frutta rossa, sale, spezie…

Eccellente, molto carico e ‘sparato’ a mille in tutto e per tutto: non è un whisky per i deboli di cuore, data l’intensità devastante e la ‘difficoltà’ complessiva del profilo, sporco e rognoso come solo i malti di Campbeltown sanno essere. 88/100, scusate, torniamo in distilleria.

Sottofondo musicale consigliato: Pennywise – Bro Hymn.

Tomatin 12 yo (2016, OB, 43%)

Tomatin ha di recente vinto un premio per la distilleria “più cresciuta” a livello d’immagine negli ultimi anni – in effetti la veste grafica delle loro bottiglie è cresciuta moltissimo con l’ultimo cambio di packaging, rendendo più appetibile un prodotto che era già eccellente di suo (ma si sa, le allodole vogliono specchietti talvolta, e anche l’occhio vuole la sua parte, e tanto va la gatta al lardo). Il 12 anni ufficiale è sì composto: botti ex-bourbon, refill hogsheads, sherry butts, dopo 11 anni e mezzo viene tutto mescolato e tenuto per 6/9 mesi in refill Oloroso, e dunque è un finish, tecnicamente. Dimentichiamo le sirene del packaging e torniamo a indossare parrucca e toga e colletto, corrucciamo la fronte con aria grave e andiamo a giudicare.

N: molto vario ed espressivo: in effetti la pluralità di legni si traduce in una pluralità di storie… Sicuramente una narra di bella frutta secca (noci e nocciole); un capitolo è dedicato all’arancia e alla scorza d’agrume, mentre un’astratta frutta giallorossa si fa largo senza faticare tra le pagine. La storia principale è però dedicata ad un malto caldo, forse addirittura lievemente torbato (note minerali), a tratti davvero esuberante.

P: qui la trama è forse meno intricata, con un proemio delicato e leggermente fruttato (ancora frutta gialla indistinta) e poi ancora un romanzo di formazione del malto, caldo, croccante e lievemente minerale (fette biscottate, qualche venatura acre di torba, soprattutto proprio il sapore dell’orzo assaggiato nei tour in distilleria). Ancora frutta secca (tra nocciola noce e perfino l’uvetta dello sherry).

F: di media durata, tutto tra malto, miele e un po’ d’uvetta.

Buono, un classico whisky d’introduzione, di quelli che sembrano semplici ma poi non così tanto. Con le sue sfumature minerali da vero whisky delle Highlands varia il tema principale, tutto incentrato sul malto, vero eroe di questo piccolo poemetto epico. 84/100 è un voto giusto? Secondo noi sì, d’altro canto è il nostro blog, quindi…

Sottofondo musicale consigliato: Jacob Bellens – Untouchable.

Demerara 12 yo Guyana Diamond (2003/2016, Silver Seal, 46%)

Torniamo a bere rum dopo un bel po’, perché bisogna conoscere il proprio nemico, no? Attingiamo dal bacino dei Demerara e ci abbandoniamo all’alambicco di Diamond, distilleria della Guyana: qui sono conservati gli alambicchi di Enmore, Port Mourant e Versailles, ma quello cui facciamo riferimento per il rum di oggi è un Coffey Still a due colonne originario proprio di Diamond. Per informazioni decisamente più accurate, date pure un’occhiata a questo bel reportage. La selezione è del grande Max Righi, che nel tempo ci ha abituato a imbottigliamenti di livello sempre alto: questo è un 12 anni messo in vetro l’anno scorso a grado ridotto a 46%.

demerara-diamond-12-y-o-1993-2016-silver-seal-e1470911913305N: abbastanza alcolico a dispetto del grado ridotto; ha un lato ‘dolce’ molto grasso, di caramella mou, pesca sciroppata, vaniglia, impasto della pastafrolla, un po’ di burro… Accanto a questo lato golosone, c’è tutta una dimensione più spigolosa, tra la vinavil, la gomma, il sedano e potenti influssi balsamici (diremmo eucalipto, o un anice zucceratoo). Suggestioni astratte di agrume e di qualcosa di floreale (sembriamo dei maniaci se citiamo il profumo delle pastiglie Leone miste? forse sì).

P: rispetto al naso, si fa più fruttato, con note di pesca bianca molto matura e – qui paghiamo dazio al caro Bevitore Raffinato – di melone. Ancora abbastanza giovane da ricordare il rum ‘bianco’, si sente ancora molto la materia prima, la canna da zucchero, assieme ad una bella agrumatura da lime (proprio la buccia masticata…). Resta un tappeto di eucalipto e anice, con in più qualche suggestione vegetal-vinilica, per quel che può significare.

F: buono, lungo e persistente, pare un mix di melone e lime balsamici. Eh?

Beh, 12 anni di botte ma il distillato si sente ancora tanto… Complessivamente ci è piaciuto molto, è delicato ma con una sua bella personalità – noi di rum ne capiamo poco ovviamente e lo sapete, ma nel nostro piccolo dobbiamo dichiarare la nostra piena approvazione. Non diamo voti, ma da pedanti maestrini ci limitiamo a un promosso/rimandato/bocciato, e in questo caso la promozione è strameritata.

Sottofondo musicale consigliato: Caraibi e diamanti, cosa se non Rihanna – Diamonds?

Bowmore 12 yo (anni ’90, OB, 43%)

Anni ’90, etichetta stampata su vetro: la bottiglia di questo Bowmore è bellissima, certo, ma abbiamo imparato ad essere diffidenti con questa fase di produzione della distilleria. Problemi nel processo di distillazione nei gloriosi anni Ottanta, probabilmente, novità mal digerite dall’alambicco? Chissà, di certo c’è che i Bowmore imbottigliati nel decennio successivo sono spesso armi a doppio taglio… Vediamo come si comportava il dodicenne entry-level.

bowmore-12-year-old-screen-printed-label-with-tube-and-miniature-3920-pN: delicato, quasi timido… L’aspetto immediatamente più evidente pare la marinità, con una bella brezza marina marcata, certo, ma non travolgente. La torba, già delicata in casa Bowmore, è per questo imbottigliamento particolarmente smorzata: un filo di fumo e un poco di smog, nulla più. Affiorano poi fiori freschi, un po’ di vaniglia e – toh! – la buccia di una mela gialla.

P: ha un corpo solido, anche se certo non molto imponente; come al naso si conferma salato, marino, e contemporaneamente d’una dolcezza zuccherosa forse un po’ indistinta… Le migliori metafore che ci sovvengono sono nuovamente di fiori recisi, di caramelle zuccherine, di violetta, perfino di caramelle Rossana! E la torba? Risulta annacquata, incarnata solo da un’accennata mineralità. Rileggendo la recensione che fa Serge, ci pare colpevole non aver segnalato l’ovvia nota di liquirizia salata.

F: l’avevamo data per morta troppo presto: guarda un po’ chi ti ritorna, quel filo di fumo di torba. Labbra salate.

Se non fosse un Bowmore, se fosse una bevanda qualsiasi diremmo “ah però, che buono” – ma pur non avendo veri difetti, non ha nulla di quel che ha reso Bowmore grande. La marinità è timida, la frutta è accennata, insomma… 78/100, non di più, non di meno.

Sottofondo musicale consigliato: Jose Gonzalez – Far Away.

The Macallan Tasting @Ceresio7 – 6-2-2017 (e due recensioni)

schermata-2017-02-07-alle-15-26-48Grazie alla consueta ma non scontata cortesia di Velier (nelle persone di Chiara Barbieri e Germano Pedota), siamo stati invitati alla presentazione di alcune referenze di Macallan presso la splendida cornice del Ceresio7 Pools & Restaurant a Milano. Ora, vi rendete perfettamente conto che tra i tanti peccati cui un uomo può concedersi, il rifiutare una degustazione un lunedì pomeriggio è forse tra i più deprecabili: e dunque uno di noi ha avuto cuore di sacrificarsi, oseremmo dire: di immolarsi sull’altare del senso del dovere.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-28Il luogo, che avevamo già visto sempre grazie a Velier e al gruppo Edrington (i più attenti ricorderanno la degustazione di Highland Park dell’anno passato), conferma la sua bellezza – rispetto a quel primo evento, qui risalta la deliziosa eleganza di Nicola Riske, Brand Ambassador di Macallan per il Sud Europa, senza nulla togliere al nerboruto Mikael Markvardsen di HP… A Nicola siamo particolarmente affezionati perché, al nostro primo Spirit of Scotland ormai 4 anni fa, proprio lei acquistò una maglietta di whiskyfacile: se pure non dovesse conservarla più, resterà senz’altro la nostra brand ambassador preferita, sappiatelo. Quanto a The Macallan, beh, pare superfluo dire che si tratta di uno dei marchi iconici per eccellenza: da decine di anni il brand coincide con il concetto stesso di scotch, e ha attraversato in lungo e in largo il mercato del lusso ben prima che la stessa idea venisse in mente ai piani intermedi dell’industria dello scotch. Sappiamo anche che negli ultimi anni ha dovuto difendersi da non poche (giustificatissime) critiche da parte dei whiskofili duri e puri, dopo aver abbandonato per molti imbottigliamenti sia l’indicazione dell’età che l’invecchiamento in sole botti ex-sherry, due dei capisaldi di Macallan nel corso di tutto il secondo Novecento (anche se alcune nuove release per altri mercati fanno intravedere possibili cambi di strategia) e dopo aver esplicitamente privilegiato il mercato del lusso puro con poco riguardo verso quella stessa comunità di appassionati che tanto aveva contribuito a rendere Macallan, beh, The Macallan.

schermata-2017-02-07-alle-15-43-28Il percorso di degustazione è iniziato dal 12 anni ‘Fine Oak, da quest’anno reintrodotto sul mercato italiano – come già ricordavamo qui, proprio la serie Fine Oak è stata a suo tempo responsabile di quella diffusa disaffezione nei confronti di Macallan. Questo 12 anni è il risultato della miscela di tre tipologie di botti: quercia americana ex-bourbon, quercia americana ex-sherry, quercia spagnola ex-sherry – si tenga conto che il punto su cui maggiormente Nicola ha insistito è proprio l’investimento nei legni, dato che “il 70/80% del carattere del whisky è dato dalla botte”. Definito uno “springtime dram“, il 12 anni Fine Oak pare un’ottima introduzione al whisky, coerente con lo stile di molti Speysiders di media età: colpiscono, soprattutto al naso, note di canditi, di zenzero, forse perfino un accenno di lievito; certo note più rotonde di miele e mandorle agevolano la rotondità del palato, con un finale parso un po’ più ‘secco’, con qualcosa di frutta essiccata (albicocche?). Complessivamente è un buon whisky, meritevole (indicativamente) di un 84/100.

Secondo whisky lasciato a circolare liberamente nell’organismo del nostro inviato Jacopo schermata-2017-02-07-alle-15-29-19è stato il Macallan Sienna, che già avevamo bevuto e recensito qui: confermiamo le buone impressioni e riportiamo l’elegante risposta di Nicola a chi chiedeva le ragioni dell’abbandono dell’age statement: “come in un albero di mele, la maturazione delle botti non è omogenea, e non indicare l’età ci permette di scegliere solo le mele, ehm le botti migliori, senza curarci dei vincoli dell’età”. Anche qui, tutta la comunicazione era tesa a marcare l’importanza del legno, acquistato direttamente da foreste in Ohio e Spagna e tenute a maturare prevalentemente con sherry – Nicola ha sempre usato il termine sherry seasoned, vale a dire botti ‘stagionate in sherry’, che hanno contenuto sherry per un paio d’anni, dettaglio di cui forse val la pena di tener conto.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-51Il terzo dram generosamente versato è il molto atteso Edition n.2, edizione limitata frutto della collaborazione di Bob Dalgarno, “Whisky Maker” a Macallan (non ci stancheremo mai di annotare in quanti evocativi modi si possa definire un mestiere – e quanto più si salga nella scala del lusso più si cerchi la semplicità), e i fratelli Roca, proprietari del celebre ristorante galiziano El Celler de Can Roca, pluristellato e ‘miglior ristorante del mondo’ nel 2013 e nel 2015. Anche questo non ha età dichiarata, anche questo è una miscela di quercia americana ed europea a sola stagionatura in sherry di varie bodegas, ha le particolarità di non usare solo botti first-fill e di essere imbottigliato a 48,2%. Il naso è molto ricco e invitante, con note di caramello, tartufi di cioccolato, miele, frutta secca, cioccolato, mele cotte e tanto agrume; al palato, molto coerente, l’arancia si prende la scena (nei nostri deliri diremmo: arancia caramellata) assieme a qualche punta speziata, soprattutto di noce moscata, che perdura fino alla fine. Il complesso è molto convincente, anche grazie a qualche nota ‘giovane’ qui e là che fa capolino (canditi, ancora zenzero candito) e che rende il tutto più pimpante e leggero. Staremmo ancora intorno agli 88/100.

schermata-2017-02-07-alle-15-47-49Il quarto whisky, invece, ce lo siamo portati a casa e ce lo beviamo in santa pace stasera: quindi per le nostre impressioni sul celebrato e costosissimo Macallan “Rare Cask” abbiate cuore di aspettare fino a domani… Per adesso, possiamo già notare come nel complesso Macallan non riesca proprio a fare whisky di bassa qualità: certo, rispetto ai Macallan del passato, diciottenni invecchiati in botti che avevano contenuto sherry per tanti anni, siamo su un’altra categoria, ma questo lo sapevamo già, non avrebbe nessun senso cercare in un New Beetle il fascino del Maggiolone, e d’altro canto ci siamo pure un po’ scocciati di rimpiangere dei tempi andati che, per inciso, non abbiamo vissuto. Armati di pragmatismo e velleità generazionali, ci godiamo quel che ci passa nel bicchiere: è ormai un fatto, tendenzialmente irreversibile a parte alcune orgogliose sacche di resistenza, che l’industria del whisky va nella direzione di concept whisky costruiti grazie a legni molto attivi – a Macallan vanno oneri ed onori di essere stata la prima a fare una rivoluzione copernicana su quel che lei stessa aveva creato, e in questa sede, dato che gli oneri sono già stati ricordati tante volte (e, un po’ casualmente, ci torna sopra, e con parole pesanti, il sommo Serge proprio quest’oggi) e parrebbe inelegante non apprezzare l’ospitalità, ci piace soprattutto indulgere in lodi. Quindi in fin dei conti brava Macallan, c’è costruzione e costruzione, e i tuoi whisky – banalmente – sono buoni. Serve altro?

Grazie ancora a Velier e a Nicola Riske per l’ottima opportunità di assistere a questa bella presentazione e, soprattuto, per averci dato un pretesto per ubriacarci al lunedì pomeriggio.

GlenDronach 2004 (2016, OB for Beija Flor & Whiskyclub.it, 51,1%)

schermata-2016-11-11-alle-11-49-59GlenDronach è da molti considerata una delle migliori realtà nel mondo dei produttori di whisky di malto scozzese: ne abbiamo bevuti tanti, ne abbiamo parlato a lungo, non ci ripeteremo. Voi di certo sapete che la peculiarità della distilleria, soprattutto negli ultimi anni, è l’ottimo lavoro con le botti ex-sherry. Oggi assaggiamo un single cask ex-Pedro Ximenez, selezionato da un panel di soci di whiskyclub.it per il club stesso, ovviamente, e per l’importatore italiano Beija-Flor. Ne parliamo oggi anche perché questa domenica daremo una mano a Claudio e Davide di whiskyclub.it al whiskyday, organizzato da Bartender: sarà l’occasione per chiacchierare con professionisti e per proporre la Guida completa al whisky di malto di Micheal Jackson, appena pubblicata per LSWR con lo zampino proprio di Claudio Riva ed anche il ruinoso apporto dei vostri amati blogger: noi.

glendronach_12_2004_1-570x572N: l’alcol sta a zero, in un’atmosfera esplosiva e di grande cremosità. Davvero carico, da sbattere direttamente sulla tavola di Natale: noce pekan, pandoro, banana matura, cioccolato al latte e toffee. La frutta rossa arriva in un secondo momento, con delle belle zaffate di ciliegia e uvetta. Tisana arancia e cannella. Che ricchezza!

P: corpo pieno, molto saporito. Ripartiamo da dove avevamo finito, perché qui le arance sono davvero sugli scudi, dolci e fresche ma anche in marmellata. E poi, in grande coerenza col naso, ritroviamo uvetta, panettone, cioccolato al latte. Torta di carote. Insomma, tanta dolcezza invade la bocca, con un senso finanche burroso (da pasticceria, scrive gentaglia che di dolci se ne intende), che noi sintetizziamo nuovamente in una noce pekan.

F: …e questo senso di burrosità zuccherata accompagna a lungo, con ancora pesanti note di arancia.

Difetti? Neanche a parlarne, a meno che il fascino non sia un difetto. Intensità e gradevolezza? Pazzesche. Molti single casks ex- Pedro Ximenez esibiscono muscolari note dolciarie, molto rotonde e ruffiane, da dentro o fuori, e questa selezione certo non fa eccezione: i più golosi impazziscono dunque, noi riconosciamo la qualità ma forse, alla fine della cena natalizia, ci limiteremmo a un paio dram. Oddio, forse tre o quattro… Insomma, se ci invitate a casa e avete questa bottiglia aperta, ve la finiamo comunque. E dunque la valutazione non schizza, ma la goduria resta: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Walter Wanderley – Summer Samba (So Nice).