Fettercairn 12 yo (2019, OB, 40%)

In un albo mitico di Dylan Dog, intitolato “Golconda”, si scatenava un discreto pandemonio quando una coppia calpestava per la prima volta un angolo di terra, mai calcata da piede umano fin dalla Pangea, la Pantalassa, i brontosauri ecc. Se sulla Terra dunque ci sono angolini ancora vergini, figuriamoci nel nostro umile pedigree. Che infatti finora nascondeva una lacuna orribile: nemmeno un Fettercairn recensito in carriera. Roba da ritiro della licenza di recensori.
fettercairn-distilleryOrdunque cari lettori, Fettercairn significa “il piede della montagna” (piede di notevoli dimensioni, da qui l’espressione “avere due fette così”. Ok, basta, la smettiamo…). Fondata nel 1824 da Sir Alexander Ramsay, oggi è di proprietà di White & Mackay, il gruppo che possiede anche Jura e Dalmore e che è importato in Italia da Fine Spirits. Di norma il malto di questa distilleria, che sorge sulla strada da Dundee a Stonehaven, finisce nei blended di casa. Ma ultimamente, dopo qualche NAS dalle alterne fortune, cominciano ad arrivare sugli scaffali delle espressioni di single malt stabili in un core range quanto meno bizzarro. Questa, nella fattispecie, invecchia per 12 anni in botti ex Bourbon di rovere bianco americano. Poi si trovano un 28 yo, un 40 yo e un 50 yo.
Prima di assaggiare il nostro 12 yo, due chicchette da nerd che potrebbero farvi vincere un giorno Trivial Pursuit “Spirits edition”, se esistesse: 1) Fettercairn è l’unica distilleria in cui un anello irrora a pioggia il collo dell’alambicco, così da facilitare il riflusso dei vapori e creare uno spirito più fine; 2) simbolo della distilleria è un unicorno. Che noi cavalchiamo verso il nostro Gleincairn, che il primo Fettercairn non si scorda mai…

fettercairn-12yoN: un cinguettio pare sprigionarsi dal bicchiere! Piuttosto aperto e piacevole, e anche se bisogna farsi largo attraverso una prima coltre un pelo troppo alcolica, l’impatto è positivo. Si rivela da subito tendenzialmente dolcino, fruttato e maltoso. Troviamo note di composta e di succo di pesca, ma anche dell’albicocca, in versione confettura; e come dimenticare quel sottile senso di mandarino? Il malto si ferma un passo prima della pasticceria, assumendo le fattezze della barretta di cereali al miele. Col tempo emerge un profumo di celebri cioccolatini marroni fuori e bianchi dentro…

P: anche qui attacca un po’ alcolico per la gradazione. Molto cremoso, con caramello e tanto toffee in grandissima evidenza. C’è anche una sensazione di porridge, a sottolineare sia la generale sensazione avvolgente, sia il buon apporto del cereale. Poi ecco spuntare un agrume curioso, che potrebbe ancora essere mandarino (con anche il bianco dell’agrume, a testimoniare un che di amaricante). Cioccolato al latte, testimone di una dolcezza non meglio definita.

F: corto, ahinoi. Di nuovo Kinderini, ma quel che resta è una buccia vuota di mandarino, come ci suggerisce il sapiente Angelo.

Se non sapessimo che lo Speyside è più a Nord di qualche km, non lo prenderemmo per un Highlander. Ma si sa, il terroir conta fino a un certo punto e si inchina davanti allo stile di distillazione. Qui abbiamo un whisky piuttosto whiskoso, con un naso gradevole ma che perde per strada qualche punto per la semplicità e per quella punta alcolica non entusiasmante. Ad ogni modo, l’onestà va premiata e noi gli diamo 82/100.

Recommended soundtrack: Zwan – Honestly

Botti da Orbi – Palindrome date – Mystic Whisky Tasting

[Questo articolo è un inception di rubriche: noi ospitiamo una rubrica di Marco Zucchetti che ospita un articolo di Corrado De Rosa, nostro amico e sodale che si è goduto una degustazione da panico organizzata dal forum singlemaltwhisky.it. Impegni pregressi ci hanno impedito di partecipare, ma non potevamo non darne conto… Grazie, Corrado! E se vi venisse il dubbio che non è una persona seria, beh, tacete di fronte a questa evidenza: annota anche il colore. Un gigante!]

roba forte

Con gli amici del Forum singlemaltwhisky.it, nella data più unica del secolo, ci siamo trovati a interpretare, come il mistico che si affaccia allo studio delle intrecciate combinazioni della kabbalah, cinque whisky unici. E nell’assurdità di una data complessa come un labirinto, sappiamo che troveremo tanti tratti che uniranno il percorso, come un anello infinito, e altrettanto infinite differenze e specificità. Ma non abbiamo paura. Qui, un resoconto che – excusatio non petita – nonostante l’impegno dello scriba che le ha appuntate, non potrà riferire alcune delle estroflessioni più estreme rese dal consesso riunito (per buon costume) e neppure esaurire quello che un mistico moderno come Valentino Zagatti ha scritto e affermato: il whisky costruisce ponti, crea amicizia.

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Daftmill 2008 summer release (2019, OB, 1st fill bourbon cask, 46%)

C: giallo paglierino

N: ci troviamo in un campo di fiori nei mesi caldi di primavera, tra margherite e camomilla. Poi il profumo ci porta verso territori più conosciuti, bacca di vaniglia e crema al limone. Continuando l’interpretazione dei segni, c’è una nota olfattiva molto simile a quella dei bourbon, un sentore di polline e di cedro.

P: la sfida è attendere qualche secondo, e lasciar sfumare una punta di alcol che inizialmente si affaccia. Dopo, si confermano le suggestioni del miele e dei fiori. Il palato risulta molto più viscoso del previsto, è godibile e importante. Sfuma verso le note della frutta gialla: albicocche e pesce gialle non mature; i più arditi si gettano in un “mango un po’ acerbo”. Scaldando il bicchiere  e lasciandolo maturare, un po’ di cioccolato al latte.

Finale: media durata, sulle note del cocco e del pepe, a conferma delle suggestioni conferite dalle sei first fill bourbon cask impiegate per questo prodotto.

85/100 il verdetto dello scriba.

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Auchentoshan 12 anni ‘Soffiantino import’ (43%, OB, fine anni ’80)

C: ramato e denso

N: noce moscata e chiodi di garofano, che bella presenza delle vecchie botti ex sherry! Spezie e vino, come un vin brulee meno dolce e più complesso. Si decifrano, nel roteare delle sfere e dei bicchieri cielesti, note sugose, quasi d’arrosto (“brasato con carote: no visto la luce!”). Da altre voci si sente parlare di funghi secchi.

P: forse qui si sente la leggerezza della tripla distillazione, e la gradazione poco spiccata, ma è solo un attimo. Subentrano subito note  di profumo, pout purry, poi erbe (un saggio tra i saggi dice: “Jagermeister”), poi ancora qualcosa di sporco, tipo zolfo e uova. Che percezione allucinogena! Non tutto inquadrato, ma tutto davvero interessante.

F: medio – lungo, su note di mobile antico laccato, spezie, vinosità.

Lo scriba appunta che alcuni difetti non pregiudicano l’identità del distillato e della selezione: 87/100 è la conclusione.

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Springbank 15 yo Rum wood (2019, OB, 51%)

C: oro chiaro

N: un po’ di solvente e di mare danno il LA all’olfatto di un whisky complesso: soave e sporco allo stesso tempo. L’immagine che sovviene è quella (tristemente ricorrente in tema di battaglie ambientali) dello scarico di scorie chimiche nel mare: mineralità, iodio, e qualche zaffata “artificiale” e mentolata, di medicina. Prosegue sulla frutta bianca (uva, pesca), e poi odore di tartare di carne cruda. Infine, tanto per rimanere nella metafora ambientale, petrolio balsamico. Stupisce l’assenza di alcol.

P: succoso, tropicale, salato. C’è solo un ricordo di rum bianco agricolo, ma nulla di più sul versante della botte. Superata la paura che genera il pregiudizio, si apre un mondo complesso, di naftalina, terra, papaya, eucalipto: fruttato, balsamico e minerale allo stesso tempo. Come possa tutto questo folle ansamble essere comunque dolce e bevibile, è un mistero che i mistici scozzesi del Kentyre conservano gelosamente.

F: medio, fresco, costruito sulle endiadi: con un gioco di mele, miele, menta ed eucalipto.

Lo scriba appunta con foga: spettacolare e inaspettato: la botte è poco attiva! 90/100.

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Springbank 10 yo ‘Local Barley’ (2019, OB, 56,2%)

C: dorato

N: più tradizionale del precedente, ma non per questo banale. Mineralità, note dolci e vanigliate che giustificano la prevalenza di ex bourbon cask (77%). Poi distese di frutta bianca, gialla e tropicale, lievemente affumicate da un ricordo di torba di terra. Sale un filo di fumo dal bicchiere, e già alcuni urlano all’ascensione. Ma il whisky è vivo, e continua a cambiare sotto i nostri occhi: lievito madre e cereali, che forse prima avevamo dimenticato, tornano in primo piano aiutati da una stilla d’acqua.

P: mineralissimo e tropicalissimo: mela cotta, quelle torte del centroamerica con zucchero di canna e mango, poi terra, ciottoli, cereali dell’hotel quando si parte per un lungo viaggio. Alcuni notano delle note erbacee, di fieno secco, che probabilmente costituiscono il gioco di luci e ombre di questa bottiglia: è complesso, gustoso, ma giovane.

F: e il viaggio è spettacolare, finisce con un soffio di fumo e un ricordo di terra umida.

Lo scriba, emozionato, verga sul quaderno solo un numero: 91/100.

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Lagavulin 12 yo (2019, OB, 56,5%)

C: giallo paglierino

N: impossibile non riconoscerlo: classico fumo di Lagavulin. La partita sembra giocata semplice e vincente: mela, pera e torba. Ma i nostri occhi hanno visto la luce, non si lasciano fermare alle prime impressioni. Cereale (chicco) bruciato, falò spento, muschio fresco, sapone, tutto coperto da una coltre di fumo di torba di mare. Peperoni verdi fritti e schizzi di acqua di mare.

P: meno classico del naso: la percezione è meno grassa e intensa del classico Lagavulin 16, molto più secco e pungente, affilato. Salato, potente e bilanciato, tra dolcezza di zucchero liquido e l’immancabile fumo che ci insegue, come in una paranoia di Lost. Ritorna la pera affumicata, ritorna la suggestione costiera del sale addolcito dallo zucchero vanigliato, che si trasforma in gelato torbato al caramello salato.

F: non termina dolce, la torba ha il sopravvento, e dura a lungo, con richiami acidi e potenti.

Lo scriba ricorda solo la sensazione che la gemma sia lucente, ma non rara o unica: un lavoro ben fatto, ma non irripetibile. Forse è ubriaco? 88/100.

Macallan 12 yo (1988/2000, Caledonian Selection, 57,4%)

La serie Caledonian Selection, dell’imbottigliatore Liquid Gold, è stata spesso presente sugli impolverati scaffali delle enoteche italiane – ricordiamo bene la silhouette peculiare di questi decanter che ci guardavano tristi, magari nascosti e umiliati dietro a una bottiglia di Black & White… E colpevolmente le abbiamo sempre lasciate lì, nella loro tristezza. L’imbottigliatore ha chiuso i battenti nel 2005, a quel che ne sappiamo, e in tutta onestà non avevamo mai assaggiato nulla – prima di oggi!, dato che grazie ad Angus abbiamo messo le mani su un sample di un Macallan di 12 anni, single cask ex-sherry imbottigliato a grado pieno.

N: fin dall’inizio esibisce una bella complessità, tra frutti rossi, tiramisù, spremuta d’arancia zuccherata. C’è poi un lato più screziato, tra la sagrestia e un filo di zolfo. La sensazione generale, se ha senso per un Macallan in sherry, è di “umidità”: ricorda nitidamente le foglie umide calpestate in autunno.

P: l’alcol c’è ma non disturba troppo, e la cosa ci piace vista l’alta gradazione. Contribuisce anzi a formare un gusto pieno, caldo, dolce. Esplode su note sherrose, di mela rossa, arancia dolce e marmellata d’albicocche. Non mancano suggestioni di caramello, e soprattutto un sentore – sorprendente – di rosa canina.

F: indugia ancora su caramello, cioccolato e mela rossa (strudel?), ma poi dimostra grande intelligenza andando a chiudere con grande pulizia, senza abusi legnosi. Una piacevole nota di malto e noci ci culla.

Un Macallan giovane con tanta personalità: non ha quella pomposità un po’ compiaciuta di certi sacri Macallan, si mostra anzi curiosamente affilato, soprattutto al naso, e al palato esibisce l’apporto del barile senza negarsi un paio di staffilate inattese (rosa canina, davvero?). 88/100, se ne trovate su scaffali abbandonati… Salvateli. Grazie Angus!

Sottofondo musicale consigliato: Brockhampton – Boy Bye.

Balvenie 12 ‘Single Barrel’ #4775 (2018, OB, 47,8%)

Da qualche anno Balvenie ha ampliato la sua offerta di single casks, allargando la serie ‘Single Barrel‘ anche al 12 anni, generalmente maturato in bourbon, oltre allo storico 15, generalmente maturato in sherry: oggi assaggiamo il frutto del barile #4775, una botte appunto ex-Bourbon che ha ospitato per 12 anni (ma va’!) il distillato di Balvenie (ma va’!). Messo sul mercato nel 2018.

Questa è un altro Single Barrel: la bottiglia vera, di cui google non serba traccia, è nell’altra foto in alto: è più grande, la dovresti trovare facilmente

N: burro e brioche, brioche e burro… Iper aromatico, avvolgente e piacente, ci ricorda pasticceria di vario genere: le Tenerezze al limone, le ricordate?, poi pastafrolla, frollini al burro. Ha un che di “fresco ma caldo”, che definiremmo come fieno. Limone candito, poi la ‘solita’ mela gialla. Ananas disidratato, in cubetti. Piccoli. Zenzero candito, in cubetti. Piccoli. Mandorle tostate?, frutta secca sicuramente.

P: più affilato di quanto promettesse il naso, pur se in un contesto di dolcezza diffusa. Limone, crema al limone, albedo; sa di burro, senza averne la consistenza. Tanto distillato. Ancora ananas disidratato. C’è molto legno, tende a chiudere proprio sulla nota tostata legnosa, leggermente amaricante, e pepe bianco.

F: legno, secco, poi dopo un po’ va verso il cioccolato bianco. Ancora pepatino.

Non è confortevole, dice Zucchetti, e noi gli crediamo: non si può dire che non sia buono, né che gli manchi personalità… È però un po’ più ‘verde’ del solito, con un naso piacione e, con incoerenza, decisamente più affilato e tagliente al palato, ma senza particolare equilibrio. E sempre senza equilibrio abbiamo nel bicchiere note di distillato e note di legno che non si sposano mai appieno e in armonia. Non è una cattiva bevuta, intendiamoci, e non è però neppure il miglior Balvenie di sempre: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Riondino – Noi piedi.

Tobermory 12 yo (2019, whic.de, 65,4%)

Prima che Babbo Natale arrivasse con la sua slitta carica di samples, avevamo avuto modo di apprezzare il nuovo Tobermory 12 yo OB. Oggi torniamo idealmente sulla pittoresca isola di Mull per infilare le nostre voraci narici in un Tobermory indipendente imbottigliato dai tedeschi di Whiskycircle. Con la consueta misura e la naturale predisposizione per la morigeratezza e le nuances più delicate, gli amici teutonici hanno deciso di imbottigliare a 65,4 gradi: facendo parte della serie “Landscape of taste”, probabilmente si voleva rendere in forma liquida il paesaggio del deserto postnucleare… Ad ogni modo, è uno sherry cask e ne hanno tirate 140 bottiglie.

237048-bigN: a dispetto della gradazione, riesci perfino ad annusarlo… E quando annusi, ti si apre davanti un laido spettacolo degno dei più sordidi postriboli e dei più sporchi Tobermory sulfurei. Certo, lo sherry si fa sentire con note di mosto cotto e sugo d’uva, forse un poco di gelée alla ciliegia. Però l’anima dello spirito non si inchina al legno e sfoggia la sua faccia sporca che ricorda foglie umide (un sottobosco autunnale?), oppure le foglie macerate di una tisana, quando lasci lì la bustina dopo l’infusione. Guizzi di rame e bocconcini di Emmenthal. Con acqua si fa strada un buon aroma di caramella mou e mela.

P: a grado pieno, dopo una prima botta metallica, diciamo ancora di rame, l’alcol anestetizza l’esperienza. Non brucia, non guasta: semplicemente tira giù la serranda sensoriale del gusto e resta solo zucchero, vagamente acido. Formaggio, ancora, tendenzialmente dolcino (torniamo sull’Emmenthal). Fa capolino una punta di fiammifero. L’acqua, necessaria come dopo una maratona nel Sahara, migliora le cose e aggiunge note di mela caramellata, a equilibrare un poco. Ancora mou.

F: piuttosto basico: zucchero, gelée alla frutta e un qualcosa di pesca (buccia di pesca, asserisce un Angelo in grande spolvero).

Quando un nuovo re Riccardo lancerà la crociata contro le gradazioni abnormi, ci vedrete là – con cotta di maglia e alabarda – pronti a combattere una guerra giusta. Sapete bene quanto la gradazione a 40% ci lasci spesso insoddisfatti, ma non possiamo che stigmatizzare l’eccesso opposto. Questo è un perfetto esempio di come una scelta così drastica finisca per soffocare in culla ogni aroma. Non lascia niente, è sporco come Tobermory vuole, ma perfino la sporcizia cade vittima della dittatura dell’alcol. Non tanto al naso, dove comunque la parte grassa e metallica finisce per emergere, quanto al palato e nel finale. Colpa nostra che non siamo tedeschi né siamo abituati al loro gusto che predilige intensità contundenti, ma è troppo per noi: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rammstein – Benzin

 

Old Pulteney 12 yo ‘The Maritime Malt’ (2019, OB, 40%)

Vai a visitare l’amena Old Pulteney e la prima cosa cui pensi è “che festa!”

Old Pulteney, la seconda distilleria più a Nord delle Highlands scozzesi (ehm) dopo Wolfburn, ha da qualche tempo rifatto completamente il packaging del suo core range – come si fa di consueto in questi casi, ha tolto qualcosa, introdotto qualcos’altro, e insomma, niente di nuovo sotto la pioggia scozzese. Oggi assaggiamo Old Pulteney 12 anni, versione base della rinnovata gamma del ‘Maritime Malt’ – ah, rifatto il packaging, certo, ma la bottiglia ha sempre quella forma lì, con il collo che ricorda certi oggetti atti a dare piacere, diciamo. Vabbè.

N: abbiamo a che fare con un malto educato e abbastanza timido, sulle prime. Esibisce note ordinarie di vaniglia, limonata, orzo, pera e banana. Purea di banana? Crema alle pere? C’è poi una freschezza mentolata, portata ai nostri nasi da una piacevole brezza marina. Nail polish e mandorle, con qualche sfumatura erbacea (c’è chi pensa addirittura al prezzemolo).

P: l’ingresso è un po’ deboluccio e piatto, a voler essere franchi, e qui sembra un po’ troppo nudo – c’è tantissimo cereale, si sente tanto il distillato, ma senza una grande armonia. Molta pera, orzo, frutta candita – la parte cerealosa spinge un po’ sul pedale dell’erbaceo. C’è dell’agrume, in realtà non si tratta tanto di limone quanto piuttosto di pompelmo.

F: abbastanza corto, ancora piuttosto limonoso e con un cereale elegante. Una qualche sapidità vien fuori, qui. Mandorla.

Esile e semplice, con una sua pur timida personalità. Piacevole ma nulla di travolgente, e onestamente speravamo in note marine molto più spiccate – ma d’altro canto se l’hanno chiamato Maritime Malt hanno sicuramente le loro ragioni che noi non cogliamo, peggio per noi. 81/100. Poi questa cosa di voler imbottigliare a 40%…

Sottofondo musicale consigliato: Robert Wyatt – Sea song.

Tobermory 12 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory ha appena ripreso a produrre, a luglio, dopo qualche mese di pausa di riflessione – ha celebrato il lieto evento ricostruendo il suo core range, che vede questo 12 anni sostituire lo storico (e discusso) 10 anni. Branca, storica azienda col suo cuore pulsante a Milano, ha acquisito da poco la distribuzione di alcuni marchi del gruppo Distell (dopo Bunnahabhain, già circolante da circa un anno), e ha omaggiato il nostro Marco Zucchetti di una bottiglia del 12 anni: oggi lo assaggiamo tutti insieme.

N: molto elegante e delicata, mostra subito una prima patina floreale e lievemente minerale davvero piacevole… Tanto agrume, con arancia in evidenza (e dopo un po’… Orangina!). Però non pensiate a una delicatezza che porta all’anonimato, anzi, pare profondo e vivido: ci sono note più zuccherine e fruttate molto piacevoli e profonde, di brioche all’albicocca, pastafrolla, pesche al forno, talvolta con sentori quasi – quasi – tropicali (vago mango). Cioccolato bianco. Zucchetti rileva anche una leggera nota sporchina e lievemente salina, ma si sa, lui ha un naso da record.

P: buon corpo oleoso, bell’ingresso, con una sensazione di gusto molto pieno. C’è un velo lievissimo e passeggero di mineralità sassosa che porta a una certa complessità e profondità. La componente fruttata qui è devastante, sempre di colore giallo: pesche e albicocche (anche secche), ancora mango maturo e godurioso, forse perfino ananas. Ancora pastafrolla, con una dolcezza burrosa.

F: lungo e pieno, aranciato e fruttato… Qualche sentore minerale, anche qui appena accennato, e con una lieve lieve punta sporchina, come di rame.

Molto piacevole, molto educato e rotondo, rispetto all’immagine che spesso si ha di Tobermory – e a ragione. In questo caso siamo di fronte a un malto di introduzione davvero seducente, certo non è un mostro marino di complessità ma d’altro canto noi siamo usciti in mare per una piccola traversata, non per andare a caccia di kraken – e dunque restiamo decisamente soddisfatti. 86/100, per essere un entry level è una ottima sorpresa.

Sottofondo musicale consigliato: Echo & The Bunnymen – The Killing Moon.

Botti da orbi – Dalmore vs Alajmo: la sfida

IMG_8943[Marco Zucchetti torna alla carica, e come al solito lo fa sacrificandosi per noi sull’altare del benessere: questa volta è reduce da un pranzo stellato in abbinamento a un whisky tra i più celebri al mondo… Povero Zucchetti, povero!]

Quando un amico ti scrive un messaggio del tipo “Ciao, ti va di venire ospite alle Calandre di Alajmo per un pranzo stellato con abbinamento Dalmore?”, ti passano davanti agli occhi i pairing whisky&food di tutta la vita. Una vita fatta di Ballantine’s dopo la pizza, di avvilenti panini improvvisati per asciugare quell’ultimo dram, di degustazioni costellate da benedetti crackerini curativi… Passato lo choc e concluso il flashback, in tre secondi hai già accettato, preso ferie e se la tua torbida anima valesse qualcosa l’avresti già ceduta senza il minimo rimorso.

Consapevoli di apparire dei parvenu che si eccitano per queste quisquilie, facciamo spallucce, ammettiamo serenamente di esserlo e raccontiamo qui il resoconto di una giornata da whisky gourmet all’insegna della più sfrenata lussuria enogastronomica ringraziando Davide Terziotti per quel messaggio e Whisky Club Italia per l’invito.

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Andrea Coppetta, Max Alajmo, Paolo Gargano e Claudio Riva

The Dalmore è distilleria assai rinomata praticamente ovunque, ma in Italia gli appassionati la snobbano un po’, forse per la scelta di imbottigliare tendenzialmente a 40 gradi. Una scelta che però non impedisce una grande ricchezza di sentori, che fa scopa con la cucina. Da qualche anno, anche grazie a Richard Paterson – praticamente la Kim Kardashian dello Scotch – il marchio ha intrapreso l’ardua via del lusso: imbottigliamenti cinquantennali preziosissimi, collaborazioni con chef star come Massimiliano Bottura, eventi nei bar più esclusivi del mondo. E anche una serie di pranzi nei ristoranti stellati, a testimoniare come il whisky del cervo non tema il confronto con sapori complessi.

Paolo Gargano, che con la sua Fine Spirits lo importa in Italia, ha dunque organizzato – insieme a Claudio Riva di Whisky Club – un derby amichevole pazzesco: Dalmore vs Massimiliano Alajmo, il più giovane chef a prendere tre Stelle Michelin e stabilmente fra i best 50 al mondo. Ordunque una settimana fa un’allegra comitiva di fortunati si è ritrovata a Sarmeola di Rubano (Padova) per vedere l’effetto che faceva. Qui il puntuale resoconto di piatti e abbinamenti. Sì, ci facciamo schifo e invidia da soli…

Dalmore 12 yo (2018, OB, 40%)
Capesante arrostite con salsa di pistacchi e ostriche
L’entry level fa scattare subito la ola. Le note piacevoli di caramello, miele scuro e pralina di questo sherry finish poco hanno a che fare con pesci e affini. Ma le capesante hanno una loro goduriosa dolcezza e il connubio è sorprendentemente azzeccato (anche se l’insalatina non ci sta granché, ma provate voi a trovare un whisky che si abbini all’insalatina!). Il distillato è morbido, con l’arancia che tutto pervade ma senza mai eccesso di quella sensazione “appiccicosa” di melassa. Anzi rimane scattante e fresco. Il grado basso aumenta la bevibilità, naso e palato vanno a braccetto, spuntano anche dei biscottini alla cannella. Con le capesante? Sì, con le capesante! 84/100 per il whisky, 8/10 per l’abbinamento.

Dalmore Port wood reserve (2018, OB, 46.5%)
Lumache croccanti, ricotta e intingolo di funghi
Da bravi parvenu, di questo piatto ne avremmo finita una teglia intera, è semplicemente commovente. Però fra tutti i pairing è quello che ha convinto meno, perché il finish in Porto è una brutta bestia. E a dirla tutta nemmeno il distillato di Dalmore riesce a domarla, perché infine è il meno entusiasmante dei sei single malt. Al naso è alcolico ma opulento, con una frutta rossa sotto spirito che va dalle ciliegie alle fragoline di bosco. Fico, papaya essiccata e marshmallows, ma anche qualcosa di bizzarro come legno dell’Ikea, colla e fiammifero. Epifania: il sentore di arancia speziata ricorda un Old Fashioned. Anche in bocca è complicato: abbastanza ruggente, succo di arancia concentrato e dolce che subito vira al secco, al tannico (pasta di legno e foglia di tabacco) e alla menta amara. Té molto infuso, cacao amaro e caramelle alla fragola in un finale lungo ma non indimenticabile. Abbinamento rivedibile, lumache divine. Provato con il dolce invece migliora. 79/100 per il whisky, 6/10 per l’abbinamento.

Dalmore King Alexander III (2018, OB, 40%)
Tagliolini al fumo con scaglie di tuorlo d’uovo
Come, il più sontuoso malto non lo si beve per ultimo? Scelta spiazzante quella di Claudio Riva, ma colpo di genio vero, anche perché struttura sostiene struttura e tutto si sposa a meraviglia. Nei tagliolini ci sono dei cubetti di gelatina di brodo che danno una cremosità eccelsa e il “mouthfeel”, come dicono quelli bravi, è avvolgente proprio come quello del malto. D’altronde con il piatto condivide una intima complessità tecnica di realizzazione: un NAS con un sestuplo finish in madeira, sherry, vino rosso, bourbon, porto e marsala. Cerebrale ma succulento, con zaffate di arancia, nougat e una maltosità golosa. Il cioccolato cola sui nasi dei giusti e degli ingiusti, così come una bella frutta cotta (prugne e uvetta). In bocca la vinosità si fa importante e l’arancia più liquorosa, tipo Grand Marnier. Scorze d’arancia dragee, noci pecan e biscotti da té al cioccolato per un malto piacione e barocco che è impossibile non amare nonostante il finale medio corto (noce moscata, legno e cioccolato). Poi un giorno Richard Paterson ci spiegherà perché quei parchi 40 gradi che mozzano le gambe al Re Alessandro. Nel frattempo qui si dice 86/100 per il whisky e 10/10 per l’abbinamento.

Dalmore 15 yo (2018, OB, 40%)
Risotto di limone nero, capperi e caffè
Altro rebus sensoriale: cosa abbinare a un riso con un limone fermentato che ricorda la liquirizia? Beh, un malto tra i più solidi del core range, quel 15 anni che tanta gioia ha dato a tutti noi. La solidità d’altronde è la chiave di tutta l’esperienza gustativa, perché ci sono tutte ma proprio tutte le sensazioni Dalmore: arancia, cioccolato fondente, nocciola, malto, mou. Il naso è uno sticky toffee pudding con baleni di cioccolata calda e liquirizia dolce (esiste una crema di liquirizia?). Aromatico, legno di sandalo e foglie di té, con una cerealosità tra il biscottato e il pane all’uvetta. In bocca solito problema del basso grado, ma grande piacevolezza. Lindor al caramello, pan brioche, cannella e crema di caffè, ma con un legno sicuro di sé che riequilibra la dolcezza. Nocciole salate in fondo, in un finale troppo breve. Insomma, un whisky da pasticceria col risotto pareva un azzardo, ma caffè e liquirizia sono un link perfetto. 85/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore Cigar malt reserve (2018, OB, 44%)
Germano scottato con crema d’ostriche, anguilla, alga tostata e composta di prugne
Il germano, gran bell’animale. E ora che è stato assaggiato, andandosi a sommare a tutte le altre bestie che abbiamo divorato in vita nostra, si può dire che è anche buono. Il piatto è il più ardito, perché alla selvaggina si sommano la marinità della salsa e la dolcezza della composta di prugne. Ci sta che in abbinamento vada uno dei Dalmore più arditi, quello pensato per accompagnare… i sigari. Assemblaggio di barili ex bourbon ed ex sherry, sfoggia anche un finish in cabernet sauvignon che con la carne sta alla perfezione. Un po’ meno perfetto è il malto, che al naso ha una eccentrica collezione di note grasse: tantissimo cuoio, formaggio, pane molto imburrato e un che di tabacco umido. Rimane la marmellata di arance, il toffee e un’uvetta al rum, a cui si somma un tocco balsamico di resina di pino. L’erbaceo persiste in bocca, tra anice, chiodi di garofano e cardamomo. I 44 gradi gli donano. La frutta prende la forma di un distillato di ribes, poi si fa strada del pompelmo rosa. Vira un po’ sull’amaro, liquirizia salata e cioccolato extra fondente. Il finale è super dry, ancora cardamomo e marmellata di pompelmo. Divisivo, può non convincere ma in pairing si smussano gli angoli e va via liscio. 82/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore 18 yo (2018, OB, 40%)
Consistenze al contrario: pandoro al cacao e té affumicato, gelato al cacao e té affumicato e gelatina affumicata a base di acqua
L’unico abbinamento a cui un comune mortale avrebbe pensato è quello con un dolce al cioccolato, anche se meno elaborato di questo. Motivo per cui di fatto è il pairing meno sbalorditivo. Il Dalmore 18 è il più austero della compagnia, con un apporto del legno molto più accentuato rispetto ai suoi fratellini. Al naso è un po’ chiuso, con note che  vanno dai mobili antichi alla mandorla, dal té iper infuso alla terra umida.
Gli serve tempo per far galoppare sentori profondi di prugne secche che lo fanno somigliare a un cognac. C’è anche qualcosa di nocino in sottofondo, e perfino un tocco floreale (legno di rosa?). Rimane oaky, ma ha una vivacità sorprendente per la sua età. Noci secche, chinotto, uvetta bruciata nel forno e caffè. Un whisky scuro, dove il barile fornisce anche un bel kick di pepe bianco, ma che rimane succoso nonostante la legnosità: il finale è di sherry, arancia e albicocca secca, con del cacao amaro sopra, magari. Probabilmente l’abbinamento con pandoro e gelato al cioccolato ne accentua la predisposizione al tannico e all’astringente, ma a dirla tutta il contrasto è piacevole, stempera un po’ la dolcezza del dessert. 85/100 per il whisky, 7/10 per l’abbinamento.

Redbreast 12 Cask Strength (2017, OB, 58,2%)

Redbreast è uno dei nomi più apprezzati dal crescente pubblico di appassionati del whiskey irlandese: come in mille altri casi, si tratta di un marchio dietro cui si cela la più grossa grassa distilleria del quadrifoglio, cioè Midleton, casa del brand più celebre al mondo, Jameson. Tecnicamente, questa distilleria è incredibilmente interessante, perché dovendo produrre infiniti stili di whiskey ha attrezzature molto variegate, alambicchi a colonna, pot stills di forme e dimensioni differenti… Ve ne parleremmo per ore, ma non avendola mai visitata ci pare più honesto rimandare al reportage del buon whisky.com. Redbreast è una miscela di orzo maltato e non maltato distillato in pot still, la bottiglia che abbiamo tra le mani è il 12 anni a gradazione piena, batch B1/17.

Redbreast 12 CS B1/17? Dovrebbe, ma la foto è di un altro batch 😦

N: fin dai primi approcci, si mostra molto carico e straripante: prima note seducenti di pralina al cocco, riso al latte, caramello… Poi note più ‘profonde’, che ci fanno venire in mente la liquirizia Haribo ripiena, perfino dei sentori di fragola e di datteri, molto intensi. Che ricchezza! Non mancano note più speziate, soprattutto dopo un po’, con cannella e chiodi di garofano.

P: qui esplode una vera bomba atomica di sapori, in cui man mano riconosciamo liquirizia pura, cioccolato (e volendo essere più precisi, i cioccolatini boeri), caramello. La parte sherried è avvincente, con una ciliegia sotto spirito devastante come Maicon nel 2010. Lamponi. Spezie anche qui, poi note erbacee e pepe nero.

F: lungo, lunghissimo. Fa salivare parecchio, con ricordi di liquirizia e frutta rossa; ancora boero e caramello.

Carico, certamente impegnativo per la gradazione e per la sensazione avvolgente che ti lascia: non lo definiremmo proprio un everyday dram, ma qualora vi fosse proposto, beh, non sognatevi di rifiutarlo. Uno dei migliori irlandesi assaggiati di recente, che si guadagna un solido 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: High on Fire – Bat Salad.

Caol Ila 12 yo (2005/2017, Kik Bar, 50,6%)

Abbiamo già parlato nelle scorse settimane del Kik Bar, istituzione del whisky bolognese, che ha celebrato il 50esimo anniversario con una serie di imbottigliamenti speciali, dedicati proprio alla città di Re Enzo. Questo Caol Ila di 12 anni, invecchiato in un barile ex-sherry refill, è imbottigliato ovviamente a gradazione piena, ed esibisce in etichetta forse il simbolo più celebre di Bologna: no, non la mortadella, ma le Due Torri. Con una lacrimuccia da parte di chi ha passato lì sotto anni universitari, procediamo.

N: molto piacevole e intenso, salsa bbq, tabasco chipotle, formaggio medio stagionato (toma media), senape dolce (ha una sua acidità, anche se al naso ovviamente non si dice. Poi una caponata di frutta (mela, datteri, sticky toffee pudding). Torba molto trattenuta, una torba alimentare, poco bruciato, poca cenere. Un whisky mangiaebevi.

P: delizioso. Si apre su inchiostro e liquirizia, poi caramello bruciato, la parte bruciacchiata della creme brulee, presente?, poi uvetta. Sale. Un senso che definiremmo come umami. Timo. Ancora un che di tabasco chipotle. Crostata di noce pecan. Mela cotta con cannella e chiodi di garofano.

F: erba riarsa, alghe secche, timo e menta. Salato, fa salivare. Dolcezza finita.

Decisamente buono: i torbati in refill sherry hanno spesso questo senso molto ‘gastronomico’, con sentori di cibo salato, di frutta bruciata, erbe aromatiche e frutti rossi… Pienamente promosso, complimenti a Bruno per l’ennesimo colpo! 88/100, valar dohaeris a tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Go Dugong – Vidita (El Buho rmx).