Glenrothes 13 yo ‘Halloween Edition 2019’ (OB, 46,6%)

Persino momenti bucolici al Whisky Revolution Festival

Chiariamo subito una cosa: questa recensione e il suo incredibile tempismo sono il frutto del colpo di genio di un uomo e di una donna che, pur stremati al termine di due giorni di Whisky Revolution Festival in quel di Castelfranco, hanno gettato il cuore, il fegato e ogni altro organo vitale oltre l’ostacolo. La sala era ormai vuota, gli stand irrimediabilmente deserti, le bottiglie di whisky già tutte malinconicamente impilate a formare bancali, ma i prodi – il nostro Marco Zucchetti e Nadia Bastianon, che fino all’ultimo e oltre ha animato il banco di Velier – hanno realizzato all’unisono che Halloween era ormai alle porte e che proprio una distilleria in portfolio dell’importatore genovese aveva appena sfornato un’edizione limitata di 5000 bottiglie dedicata guarda caso a questa festa ammerigana. In un attimo il bancale era sbancalato, i due come furie ad aprire scatoloni, il sample riempito per la lieta ricorrenza.

9712_the_glenrothes_13_year_old_halloween_edition_2019N: riconosciamo subito una nota che ricorre nei whisky della distilleria, vale a dire un bel carico di frutta secca, soprattutto noci ma anche mandorle. Il profilo generale è di quelli umidi, tra la scatola di legno chiusa da tempo, il cartone bagnato e un filo di cera. Si sente anche la torba, ma abbastanza timida e dal fumo accennato. C’è poi tutto un lato che ricorda cose dolci molto cariche, tra il caramello, i fichi secchi, tanta scorza d’arancia candita e la mela rossa caramellata. Vaniglia, certamente, mentre la parte speziata la riassumiamo con una suggestione di pan dei morti.

P: attacca deciso, forte anche di una gradazione dignitosa. Le note agrumate dominano in lungo e in largo, con ancora arancia candita; dolce e ricco, avvolge il palato con note di vaniglia, creme caramel, uvetta sotto spirito, pesche succose e mele gialle. In effetti sembra fatto per riscaldare il cuore e accontentare i golosi che, con la scusa dei primi freddi novembrini, iniziano a divorare zuccheri a ogni ora del giorno. La torba è ancora un di più ed esce più che altro sulla distanza, regalando una suggestione di caldarroste e un filo di sapidità.

F: abbastanza lungo, su note di zucchero rappreso, cera e frutta secca. Vive la torba, ben integrata.

Chi segue questo spazio sa che su Glenrothes abbiamo spesso speso parole amare. Immaginatevi quanto potevamo partire prevenuti su un’edizione speciale di Halloween con un’extra maturazione in botti che hanno contenuto whisky torbato. E invece il magico mondo del whisky di malto è magnificente proprio perché sa stupirti a ogni assaggio, trasformare una sicura beffa in un whisky gradevole. In generale questo Glenrothes è ben congegnato, un malto moderno creato con uso spregiudicato dei legni per spingere forte su note zuccherine, sontuose, al limite dell’eccesso. Per chiuderla con un discutibilissimo gioco di parole, da cui d’altronde davvero non sappiamo esimerci, noi avremmo giurato fosse scherzetto, e invece era dolcetto: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato:  Tones And I – Dance Monkey (acoustic cover)

 

 

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Mystery Orkney 2006 (2019, Signatory Vintage for Die Whiskybotschaft, 64,8%)

Nel tripudio di Highland Park non dichiarati che da qualche tempo stanno invadendo il mercato degli imbottigliatori indipendenti, tempo fa abbiamo adocchiato (e comprato) questo Mystery Orkney 2006/2019, un single cask ex-sherry refill imbottigliato da Signatory per Die Whiskybotshaft, negozio e locale tedesco. La gradazione mostruosa ci ricorda che sì, è cask strength.

N: ti schiaffeggia senza aspettare di presentarsi con un uno-due di cerino spento, rame, zolfo, torbina fumigante. Dopo un po’ si agita sotto una nota di frutta supermatura, arancia quasi andata, albicocca matura, cioccolato, mon cheri… L’acqua, tanta acqua, lo rende più dolce, più aperto, con note decisamente più fruttate, ancora mele cotte e arancia.

P: al primo sorso sei steso, al secondo l’alcol continua a sentirsi, ma resta più aperto e complessivamente godibile. Torba minerale, ancora note sulfuree e minerali. Più fruttato, con frutta cotta, ancora arancia rossa troppo matura. Ciliegia sotto spirito. Molto speziato, cannella. L’acqua apre, rende l’esperienza più godibile, ma il profilo resta il medesimo: sulfureo, metallico e ramato, molto sporco, con uno sfondo di frutta cotta e cannella.

F: sulfureo ancora, lungo, legno caldo allappante e note amare, speziate, cioccolato fondente, frutta rossa e arancia amara. Ma soprattutto sulfureo.

Ora, noi amiamo il grado pieno, per carità: ma a questa gradazione l’impatto non è solo sull’esperienza (al palato devastante), è disturbante complessivamente – a maggior ragione su un profilo del genere, contundente e spigoloso e sporco come pochi. L’aggiunta di acqua è dunque essenziale: e pure, comunque, la componente sulfurea è fin troppo aggressiva per i nostri gusti da donnicciole, dunque ci fermiamo a 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Massimo Pericolo – Amici.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 24

Siamo infine giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, che hanno avuto la generosità di coinvolgerci in questa esperienza e inodarci di misteriosi sample in questo dicembre. Oggi dietro l’ultima casellina troviamo un Mortlach 13 yo imbottigliato da Cadenhead’s nel 2017 dopo 13 anni di invecchiamento in una botte ex sherry. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Intanto buon Natale!

48383186_2002707926693949_1795072497507368960_nVerosimilmente a grado pieno (in effetti è a 55,1%). Nota meaty, con punte sulfuree e un ficcante tabasco (sensazione tra l’aceto, lo speziato, il piccantino…). Arancia quasi andata. Fogliame umido, foglia di tabacco. Una mela cotta, anzi: una compôte di pesca. Fichi secchi, forse. Il palato rimane con note agrumate/acidule, con punte sporche… Ma ha anche note di frutta calda zuccherina, che ci fanno venire in mente una crostata troppo cotta, con la marmellata quasi bruciacchiata. Tanta ciliegia, frutta rossa e prugne secche (Zucchetti dice überfrutta, e noi gli crediamo) . Punte pepate. Il finale è lungo, si riverberano note acidule e di una composta di frutta rossa.

Avevamo in mente un imbottigliamento ben preciso, il Mortlach 27 di Cadenhead’s, Authentic Collection 1988, che abbiamo assaggiato nell’occasione in cui abbiamo conosciuto i ragazzi del BLEND… Abbiamo sbagliato di poco, ma resta il fatto che il Calendario avventato si conclude davvero col botto, con un whisky completo e che ha ben poco da invidiare a qualsiasi whisky della sua categoria (ovvero sherry monster esplosivi e con note graffianti). Il nostro voto è 90/100.

 

Caol Ila 13 yo (2004/2018, Gordon&MacPhail, 45%)

Siamo pigri quest’oggi, e ci limitiamo al compitino: ecco le nostre non richieste opinioni su un Caol Ila di 13 anni, maturato per i primi dieci in botti ex-bourbon e poi finiti in Hermitage (un pregiato vino della valle del Rodano). Imbottigliato a 45%, è parte della nuova versione della storica serie Connoisseur’s Choice di Gordon & MacPhail, che da qualche mese ha goduto di un restyling: e le bottiglie, diciamolo francamente, sono proprio molto belle. Ma ci accontentiamo forse dell’involucro? Non sia mai!

N: molto piacevole, nonostante la vinosità sia certo evidente… Corrado ci regala una suggestione definitiva: ricorda il sugo dell’arrosto di maiale fatto con vino rosso (con note di carote, di bacon, di braci, di grasso). In effetti l’apporto del legno è evidente, ma non va a sovrastare del tutto il “profumo di whisky”, se vogliamo. Arancia rossa, forse perfino in macerazione. Risotto alla milanese (c’è una zafferanata…)

P: la presenza del vino è immediatamente percepibile soprattutto perché allappa. Detto ciò, è molto dolciastro: accanto alla torba e al suo fumo intenso (di brace, poco acre) si sviluppano note di caramello, di prugna cotta. Una nota di inchiostro e ancora arrosto. Un che di sulfureo…

F: lungo, intenso nella torba bruciata e nella frutta cotta. Sentori sulfurei.

Sapete che quando troviamo torbati con passaggi in barili ex-vino ci si drizzano subito le antenne della diffidenza e partiamo consapevolmente prevenuti. E dunque, non nascondendo i nostri pregiudizi, diciamo che poteva essere una tragedia e invece è ‘solo’ un esperimento un po’ freak, comunque da provare… Come si sarà capito dalla recensione, non è un whisky morbido, docile, fatto di tinte sfumate: è anzi un mostro di sapori intensi, decisi, spinti in ogni direzione, sia verso la dolcezza allappante del legno sia verso le braci e la torba. Insomma, se non possiamo dirci pienamente sedotti, certo apprezziamo l’estro e la volontà di non fare prigionieri, e spariamo un convinto 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Bowie – Yassassin.

Cooley 13 yo (2003/2017, The Exclusive Malts for The Whisky Barrel, 52,7%)

Cooley è una delle distillerie ‘storiche’ d’Irlanda, anche se la sua storia è appena trentennale: fondata nel 1987 sulle ceneri di un impianto per la distillazione delle patate, negli anni ha messo sul mercato whisky con stili differenti a diversi marchi, come è usuale nel mondo degli Irish, tra cui Kilbeggan (anche se ora questa è una distilleria a sé stante), Connemara, Tyrconnell… Chi volesse approfondire i fatti irlandesi d’acquavite, orientatevi qui e qui per un’eccellente introduzione. Negli ultimi tempi circolano tanti single cask di Cooley, e soprattutto quelli intorno ai vent’anni godono di una fama altissima: noi abbiamo messo le mani su un Cooley di 13 anni in sherry, single malt e distillato in pot still – quindi, se vogliamo, un irlandese poco irlandese… Selezionato da Exclusive Malts (Creative Whisky Company) per il negozio The Whisky Barrel, è un barile ex-sherry imbottigliato a grado pieno. Aperto allo scorso Freak Show, finalmente lo beviamo.

cooley-13-year-old-2003-exclusive-malts-10th-anniversaryN: molto aperto ed aromatico, pare una varietà di sherry cask particolarmente ‘morbida’ e zuccherina – uno sherry più arancione che rosso, se intendete le nostre suggestioni cromatiche. La frutta rossa infatti è in disparte; molto evidente è invece una nota di caramella dura alla fragola (perfino i Chupa-chups panna e fragola), e in generale c’è una nota astratta di “caramella” molto evidente. In primo piano abbiamo anche la brioche al miele, la confettura d’albicocca, e perfino la mela rossa glassata, quella che si mangia sugli stecchi… e che scopriamo chiamarsi ‘mela stregata’. C’è poi un lato di ciambellone, di pandoro, di vaniglia, piuttosto smaccato; infine, una nota di legno nuovo conferisce una certa freschezza al tutto.

P: si confermano le impressioni del naso, con in più una nota floreale molto ‘irlandese’, ricorda fiori edibili, tipo la violetta (anche la violetta glassata). Resta sempre molto zuccherino, tutto su note di miele (miele da solo, ma anche biscotti al miele e all’orzo), brioche ripiena di confettura d’albicocca, zucchero a velo; si aggiungono note agrumate, aranciate, che ci ricordano proprio il calore dell’arancia candita del panettone. Tanta mela gialla. La frutta rossa è sempre più un ricordo…

F: …almeno fino al retrolfattivo, in cui torna una fragola ‘industriale’, da caramella alla fragola – e poi il solito miele, la solita brioscia, la solita mela.

Come era prevedibile guardando alla ‘ricetta’, è un Irish molto scozzese, assaggiandolo blind non sappiamo se avremmo identificato il paese d’origine. Il barile è molto attivo, ma a giudicare dalla degustazione doveva trattarsi di quercia americana sherry-seasoned  (sappiamo che è la norma, lo diciamo perché qui è particolarmente evidente) – il risultato è un whisky molto zuccherino, intenso, con note di caramelle davvero in primo piano. Decisamente molto, molto piacevole; congratulazioni agli amici di The Whisky Barrel per la selezione: 86/100 e avanti così.

Sottofondo musicale consigliato: The Pogues – Sunny Side of the Street.

Springbank 13 yo (2003/2017, Cadenhead’s, 57%)

Oggi assaggiamo quello che è stato un instant best seller all’ultimo Milano Whisky Festival: era andato sold out poche ore dopo la messa in commercio in estate, le poche bottiglie rimaste all’importatore italiano sono state letteralmente polverizzate due weekend fa. Come sapete, Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, festeggia quest’anno il suo 175esimo anniversario, e lo sta celebrando alla grande, con imbottigliamenti dedicati e alcune serie speciali. Tra queste, ecco la linea di single casks per i punti vendita in Europa: come tributo al fu Cadenhead’s Whisky Shop di Aberdeen, negozio storico visto che proprio ad Aberdeen nacque la compagnia che ora ha sede a Campbeltown, Cadenhead’s ha imbottigliato uno Springbank di 13 anni in sherry Oloroso, naturalmente non colorato, non filtrato a freddo e non diluito (57%). Ora, Springbank e Cadenhead’s hanno la stessa proprietà: confidiamo che abbiano scelto un barile meritevole… Affrontiamolo.

58877-714-1N: massiccio e aggressivo, selvaggio e ‘sporco’ come ci si aspetta da uno Springbank in sherry first fill. Incredibile intensità: nel sezionare partiamo dalle note più sporche, sulfuree, di fiammifero, di cuoio nuovo, di cera di candela… Poi lo sherry porta una bordata di frutta rossa: confettura di ciliegie, poi fragole, more, anche lamponi. Molto fruttato, in effetti: pesca bruciacchiata (?), tarte tatin, mela glassata. Più ci si tiene il naso sopra, più il sulfureo si assorbe: resta poi, in crescita costante, una nota di malto, di frollino o di brioche. Arancia rossa, sempre di più.

P: l’impatto non è adatto ai deboli di cuore, l’alcol picchia abbastanza. Ma che spettacolo! Riesce ad essere ancora più sporco di quanto il naso non lasciasse presagire: tra mille spigoli, alcuni anche torbati, si fanno avanti note di cera, di zolfo, di arancia rossa marc… ehm, troppo matura (veramente notevole), poi un qualcosa che ricorda un soffritto. Cresce una nota salina, nitidamente sapida e marina, inattesa. Non si dimentichi il lato dolce e fruttato, pure presente, tra confetture ai frutti rossi, forse caramello, quelle parti di crostata bruciacchiate in forno, senz’altro del miele scuro. Ancora arancia rossa.

F: all’inizio troviamo cioccolato fondente (anzi: fave di cacao), confettura ai frutti rossi e qualcosa di dolce e bruciato, ma poi all’infinito resistono il fiammifero, il sulfureo, il cuoio. Viene fuori anche un bel fumino acre di torba.

Con Sprinbgank (e con gli Springbank in sherry a maggior ragione), la storia è sempre la stessa: o lo ami o lo odi. Un whisky che racchiude in sé due eccessi: sia il barile di sherry, marcante e sfacciato, sia tutta la spigolosità di un distillato che non ha eguali in Scozia, e non solo lì forse. Effettivamente è un whisky spettacolare, a suo modo, eccessivo e carico, e sicuramente sarà divisivo: un whisky scomodo, cui è difficile tappare la bocca. Dopo attente elucubrazioni, siamo giunti a chiudere su 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: A perfect circle – The Doomed.

Hazelburn 13 yo ‘Oloroso cask matured’ (2017, OB, 47,1%)

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Hazelburn, la distilleria che non c’è più

Hazelburn è il nome di una distilleria di Campbeltown rimasta aperta ed attiva per un centinaio d’anni, tra il 1825 e il 1925, quando fu chiusa dalla proprietà e col tempo smantellata e trasformata in un centro amministrativo (qui di fianco, una nostra foto della fu Hazelburn, da veri reporter d’assalto quali siamo). Springbank, nella sua operazione di valorizzazione del territorio, ha scelto proprio Hazelburn come nome per la sua terza ‘versione’, quella a tripla distillazione e senza torba, prodotta a partire dal 1997 e che occupa il 10% della produzione complessiva di Springbank. Oggi assaggiamo l’ultimo Hazelburn messo sul mercato, in primavera, un’edizione limitata di 12000 bottiglie a sola maturazione in barili ex-Oloroso. Non colorato, non filtrato a freddo e ovviamente a grado pieno (anche se piuttosto basso, bisogna dire).

hazelburn-_springbank_-13-year-old-olorosoN: già dal colore dorato antico si capiva che non è uno sherry monster, e il primo approccio olfattivo lo conferma, e però mostra delle caratteristiche inequivocabili: tanta uvetta e mela rossa, zucchero caramellato, torta alla marmellata di fragola, bella burrosa; créme caramel. Assieme a chiare zaffate di malto – sempre discreto, ma riconoscibile negli Hazelburn assaggiati finora – giunge inaspettata una lieve suggestione ‘sporca’, tra il minerale, il legno umido e un po’ di soffrittino invitante.

P: un bel corpo avvolgente, con una discreta pienezza. Prosegue sulla strada maestra tracciata dal naso, tra una dolcezza burrosa e fruttata e ancora una lieve sfumatura minerale/sulfurea. Riconosciamo note di una marmellata di fragole quasi bruciacchiata, ancora una torta burrosa; zucchero di canna e uvetta, ancora mele rosse (cotte, però). Poi di nuovo una sfumatura tostata, sporchina, qui più vicina al cerino. Una spruzzata di caffè.

F: abbastanza lungo e persistente, tutto giocato su burro, sull’uvetta, su una frutta secca nocciolosa.

Un naso facile, ordinato e gradevole, di una certa personalità pure, con un distillato maltoso ben accolto da un legno certo discreto e non sovrastante – certamente buono, per carità, forse un po’ meno Hazelburn rispetto all’idea, leggermente più ‘eterea’ e più succosa, che ne abbiamo noi. Ma questa vicenda, che accade solo nella nostra testa, non ci impedisce di riconoscere la qualità: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Roots – You Got Me.

Ben Nevis 13 yo (2004/2017, Hidden Spirits, 57,5%)

Dopo troppo tempo torniamo ad assaggiare una creatura di Andrea Ferrari, mastermind di Hidden Spirits che conosciamo dai tempi bui in cui era “solo” un blogger come noi. Nel 2004 a Ben Nevis, distilleria di Fort Williams, ha iniziato a distillare i primi batch di whisky torbato nel 2004, e Andrea, felino e rapace allo stesso tempo come solo un mostro mitologico medievale, se ne è accaparrata una botte e l’ha messa in vetro da pochissimo, senza colorare e senza filtraggio a freddo: presentata a Spirit of Scotland, per adesso online si trova solo su ebay (ma non sappiamo a che prezzo sarà venduta da HS).

N: Andrea di solito vuole whisky che spiazzino, e questo non fa eccezione: l’alcol assente nonostante la gradazione svela infatti un bel profilo aromatico… Da dove partire? Beh, dall’affumicatura, molto vicina a certi formaggi affumicati (una mozzarella di bufala affumicata l’avete mai assaggiata?); e poi anche un che di più chimico, di inchiostro – per intenderci, non ci sono legno bruciato o cenere. Molto particolare, e a rendere il tutto più spiazzante, c’è un lato dolceacido fruttato, tra lime, kiwi, cedro candito. Liquirizia dolce, un velo di vaniglia, un po’ di frutta matura (banana, forse) e torta paradiso.

P: vogliamo sezionarlo in tre stadi ben distinti, che ne rispecchiano l’evoluzione in bocca. Si iniza con una torba chimica, da plastica bruciata, molto acre, con inchiostro e un che di legno bruciato. Poi esplode il bourbon, con note di vaniglia e torta (ma senza essere un whisky ‘cremoso’). E in terza fase ecco una dolcezza più particolare, tra lime zuccherato, limone, ancora un kiwi non perfettamente maturo… Ma forse questa terza fase è più rappresentata di un paradossale emmenthal affumicato. 

F: bruciato, gomma e plastica; acre e acidino, lime.

Paradossalmente non cremoso, non caricato dalla botte, lascia una forte sensazione di “acidità positiva”, cosa che al di fuori del nostro inconscio significa 87/100. Un freaky tricky whisky con una torba chimica e “inorganica” ben affiancata da dolcezza sobria e acidità , cosa chiedere di più a un mercoledì mattina?

Sottofondo musicale consigliato: Earth, Wind and Fire – Fall in love with me.

Imperial 13 yo (1994/2007, Duncan Taylor, 46%)

È ormai quasi un anno che conserviamo gelosamente un campione di questo Imperial, campione donatoci da Claudio Riva dopo un assaggio fugace nella sua bellissima ‘tasting room’ privata. Imperial è una distilleria chiusa definitivamente ormai dal 1998, dopo una travagliata storia di chiusure temporanee, riaperture e silenzi; il fatto che non sia mai stato rilasciato un imbottigliamento ufficiale dovrebbe forse far riflettere: perché mai, solo una questione di timidezza? O forse è un whisky che – il dio dei whisky ci perdoni – fa un po’ schifo? Non resta che assaggiare questa espressione per provare a far chiarezza.

N: molto aperto anche se gli odori arrivano come ovattati. C’è infatti in primo luogo una patina che ricorda la cera, la carta vecchia (ah, l’odor d’incunaboli) e che si frappone tra il naso e un bell’assortimento di brioches, torta paradiso, vaniglia, cereali zuccherati, pera matura. E però anche buccia d’agrumi e buccia di mela essiccata, oltre a fiori recisi. In questo modo si mantiene sobrio, elegante, in un certo qual senso dotato di una esuberante nudità. Un filo di fumo.

P: dimostra una coerenza disarmante, anche nel mantenere quell’equilibrio complessivo tra un lato ‘patinoso’ (cera) e uno più spensieratamente dolce. Si aggiungono però evidenti note di frutta tropicale molto matura (papaya e mango); rimane burroso e generosamente vanigliato. Ha anche un lato acido che ricorda ananas e limone.

F: intenso, rimangono un malto forse lievemente torbato e la frutta tropicale.

Mah, francamente a noi è proprio piaciuto tanto… È una tipologia di whisky dello Speyside che troviamo deliziosa, ‘sporcata’ da note di cera e minerali davvero profonde, che paiono schermare l’esuberante dolcezza della frutta tropicale e della vaniglia alla maniera dei ‘whisky di una volta’ costruendo un profilo equilibrato e mai ruffiano. 87/100 è il voto minimo che ci sentiamo di assegnargli, grazie ancora a Claudio per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Hot Chip – Started Right.

Laggan Mill 13 yo (1993, Cooper’s Choice, 46%)

Dopo aver assaggiato un controverso Lagavulin che gioca a nascondino, ecco un secondo Lagavulin in incognito, decisamente più agée coi suoi 13 anni in botte. Si tratta di un single cask della serie Cooper’s Choice, la linea di single cask dell’imbottigliatore indipendente scozzese The vintage malt whisky company. Tra l’altro, con sommo sbigottimento scopriamo ora, a qualche giorno di distanza dalla degustazione comparata, che Vmw risulta essere l’artefice pure del nostro recente Ileach (oltre che dell’altrettanto ‘segreto’ Finlaggan, detto così per amore di cronaca). Il destino ci ha giocato un bello scherzo, incassiamo e mastichiamo… malto.

IMG-20150112-WA0002-1N: s’intuisce che la distilleria è con tutta probabilità la stessa, ma questo è un naso più austero e più arrabbiato; è tutto percorso da aromi inorganici contundenti (tipo saldatura, ghisa, gomma bruciata), a dimostrazione di una torbatura più accentuata. Anche qui c’è marinità, ma più “ittica” e salatina. E ancora rinveniamo una marcata nota di arancia, che in questo Laggan Mill si stoppa però prima di sfociare nella decomposizione. Nei dintorni dell’Ileach anche gli aromi, via via crescenti ma sicuramente non grevi, che rimandano alla dolcezza: marmellata di fragole e d’arancia, castagne bollite nel latte, liquirizia.

P: paragone impietoso: ancora è intuibile la provenienza comune, tuttavia in questo palato tutto è fuso assieme in una miscela convincente. Ci lasciamo infatti invadere da note di agrumi e petrolio; di frutta (quasi tropicale) e di acqua di mare; di liquirizia, zucchero di canna e fumo. Insomma, i descrittori sono simili, a cambiare è la compattezza dei sapori.

F: iodio e gomma bruciata, una gradevole dolcezza di castagne e chiodi di garofano. Abbastanza insolito.

Questo Laggan Mill, pur senza essere un campione, si fa rispettare e apprezzare per l’equilibrio. Si presenta ben aperto e consistente al naso, per poi regalare un palato di grande sostanza, gradevole anche se dai sapori decisi, come giustamente ci si aspetta da un isolano. Diciamo che Lagavulin, pur sotto mentite spoglie, riprende il posto d’onore che le spetta e si riscatta pienamente dopo un malto non certo esaltante come l’Ileach. Voto 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Pino ForastiereFase 1 Il titolo non è il massimo della vita, ma il pezzo è splendido.