Botti da orbi – Sanremo, serata 2: Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, OB, 57,8%)

[seconda serata di Sanremo, secondo malto con cui consolarsi: ecco la salvifica rubrica di Marco Zucchetti]

Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, refill Oloroso sherry, 57,8%)

Può un whisky essere punk? Certo, basta fare tutto il contrario di quel che il gusto imperante vuole. Questo Longrow è esattamente così, come quando i Placebo nel 2001 salirono sul palco dell’Ariston suonando una canzone inneggiante alla ketamina, sfasciando la chitarra su un amplificatore e facendo il dito medio al pubblico. Ecco, qui i gestacci sono olfattivi. Come definire altrimenti note che recitano: radicchio stufato, maiale alla senape di Digione, uvetta, frutti rossi, resina e foglie umide di tabacco? Un mostro di sherry e uno sherry mostruoso, sporco e cattivo come da pedigree degli Springbank torbati. In bocca è torrido, con le stesse tre componenti: sulfureo e carnoso (barbecue e fiammifero), dolcezza (torta al caramello, miele di castagno e marmellata di more) e un che di speziato, tra la buccia di mela rossa e il Pu’er, tè nero cinese fermentato. Finale più secco, con parecchio cioccolato fondente e torba salata.

Divisivo al massimo, o lo si odia come Ruben, o lo si ama come noi, che ancora quando facciamo le pulizie la domenica mattina in pantofole mettiamo i Nofx e gli Ash. Fuor di metafora, è un malto estremo, straziato dalle sue tensioni opposte, lancinante eppure divertente. 87/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Afterhours – Il paese è reale.

Annunci

Springbank 14 yo ‘Bourbon cask’ (2002/2017, OB, 55,8%)

A ottobre del 2017 i ragazzacci di Springbank hanno lasciato gradevolmente sorpresi i fan della distilleria rilasciando questo imbottigliamento in edizione limitata (9000), caratterizzato da una scelta dei legni di invecchiamento abbastanza particolare per gli standard della distilleria. Sono stati infatti utilizzati solo barili ex bourbon, sia di primo riempimento che di successivi riutilizzi. La scelta è inusuale perché anche per la versione entry level, il 10 anni, la ricetta prevede una miscela di barili ex bourbon ed ex sherry, ed è dunque un fatto che per assaggiare un imbottigliamento forgiato dai legni impregnati del solo distillato d’Oltreoceano ci si debba perlopiù affidare a single cask, che però sfortunatamente sono davvero poco inflazionati – e quando escono in commercio, spariscono in mezz’ora. Così la curiosità monta a dismisura, la salivazione aumenta, la pressione sale: siamo determinati ad andare fino in fondo.

sept17-springbank14_1N: la tipologia d’invecchiamento appare subito evidente, con note folgoranti di gelato alla banana (quello sullo stecco della nostra infanzia). Molto ricco, con vaniglia, torta paradiso, crema pasticciera; anche una nota burrosa e zuccherina, diciamo da budino alla vaniglia. A tratti sembra di sentire burro fresco – ma forse è solo il preludio a quelle zaffate che escono qua e là di aria di mare, di iodio, di sentori minerali tanto cari alla distilleria. Non il più complesso degli Springbank, ma che qualità… L’aggiunta dell’acqua apre il lato più duro, restituendo note di humidor di sigari, di tabacco da pipa, di legno speziato.

P: semplice ma concreto. Di nuovo il percorso inizia con la dolcezza gialla e cremosa del bourbon, con crema pasticciera e banana e vaniglia; poi si apre sull’austerità di Campbeltown, con il mare e un principio di torbatura minerale, molto terrosa e sapida, per poi buttare lì delle bellissime note di tabacco da pipa, con spezie.

F: lungo, persistente, la dolcezza rimane ma lascia presto spazio a un senso di sigaro spento, di tabacco da pipa aromatizzato.

Durante la recensione non abbiamo fatto cenno alla gradazione, il che è già di per sé un valore. Non possiamo che ribadire quanto già scritto sopra: buono, buonissimo come quasi sempre accade con Springbank, meno sfumato e screziato di altre espressioni ma comunque con in primo piano le caratteristiche minerali e marine tipiche del distillato di Campbeltown. 87/100 ci pare il giusto compromesso; tuttora si trova in commercio a circa 100€.

Sottofondo musicale consigliato: Bonobo – Kerala.

Balmenach 14 yo 48.85 (2002/2016, SMWS, 58,3%)

Il secondo whisky della SMWS assaggiato con Andrea e Davide è stato questo Balmenach di 14 anni, anch’esso uscito da un barile ex-bourbon a primo riempimento – con grande gioia delle nostre velleità enciclopediche, è il primo Balmenach che recensiamo sul sito. Gaudeamus.

N: decisamente più chiuso e più austero dell’Aberlour, è però piuttosto complesso e composito. Note curiose, leggermente balsamiche, di menta, di latte e menta, forse (ci viene in mente l’after eight). Anche un che di agrumato, tra la scorza di limone e – forse – un mandarino… Dietro si agita un lato più normalmente ‘dolce’, tra pastafrolla, vaniglia… L’acqua “normalizza”.

P: prosegue quel profilo di cui sopra, con qualche nota anche vagamente floreale; poi i grandi classici di uno speysider in bourbon, con vaniglia, cereale, agrumi, frutta gialla… e poi degli spigoli di timidezza. Ancora qualcosa di latte e mentolato. Pepe bianco. L’acqua in questa fase amplia un po’ questo lato di panna e menta (o caramelle Elah a menta e liquirizia), strano.

F: come la fine del palato (panna e menta), con tanto fruttato in crescita.

Un barile ex-bourbon first fill piuttosto peculiare, con note floreali, erbacee e balsamiche più spiccate – e più caratterizzanti – di quanto non ci attendessimo, seppure forse non perfettamente integrate e coerenti con il profilo generale. Nel complesso è senz’altro un buon whisky, anche se per il nostro gusto rimane fin troppo timido e trattenuto. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – Malinconia d’ottobre.

Roba nuova, roba strana, roba da ricchi

Proseguiamo nel nostro imprescindibile servizio di aggiornamento sulle nuove uscite di questi giorni, o meglio di queste settimane. Partiamo dal nuovo Ardbeg, perché quando esce un nuovo Ardbeg la curiosità dei più si fa spasmodica prima, patologica poi – e pensare che in questi tempi le novità sono addirittura due! Innanzitutto, c’è Ardbeg An Oa, nuovo NAS aggiunto al core range: non filtrato a freddo e imbottigliato a 46,6%, si tratta di una miscela di barili di legno vergine, di ex-Pedro Ximenez ed ex-bourbon – la particolarità è che il vatting è avvenuto nel nuovo “Gathering Vat”, un ‘barilone’ di quercia francese atto appunto ad ospitare il periodo in cui i vari barili vengono messi insieme perché si conoscano, facciano amicizia, diventino una cosa sola. Soprassediamo sull’ennesimo nome gaelico che allude a qualche angolo sperduto di Islay, tanto potete fare il copia-incolla mentale con mille altri. Ci aspettiamo di assaggiarlo al Milano Whisky Festival, sempre che Moet Hennessy ritenga strategico portare qualcosa di diverso, ogni tanto, dai soliti tre imbottigliamenti. In giro online costa intorno ai 50€, chissà quando arriverà in Italia.

Ma si diceva di un altro Ardbeg, questo ancor più buffo: Ardbeg Grooves, quello che presumibilmente sarà l’imbottigliamento per l’Ardbeg Day 2018. D’altro canto, se per trovare un nuovo concept hai finito i promontori di Islay, miti saghe e leggende del luogo, l’eroico e illegale passato dei whisky makers, le astronavi… perché non fare un bel tributo al funk anni ’70? A giudicare dall’etichetta che circola online, si tratta dei loro “grooviest casks”, barili di vino intensamente charred. Tremiamo al solo pensiero, onestamente, ma faranno uno splendido evento in cui bere gratis, quindi bene così. Siamo persone semplici, ci accontentiamo di poco per regalare un sorriso a noi stessi.

Restiamo ancora un istante in casa LVMH: Glenmorangie ha messo sul mercato una bicicletta – ehm – fatta di legno – ehm – di sole doghe di barili di whisky – ehm – per la gioia di tutti gli hipster feticisti della distilleria di Tain. L’anno scorso un’idea simile aveva portato a occhiali da sole di legno di barile di whisky Glenmorangie, e costavano 300 sterle: immaginate quale potrà essere il prezzo di una bicicletta! Ma, fortunatamente, a Glenmorangie fanno anche del whisky, talvolta: appena annunciato è il lancio di un 19 anni, esclusivamente maturato in barili ex-bourbon, esclusivamente disponibile per il travel-retail. Secondo il comunicato stampa, questo imbottigliamento porta a sorprendenti livelli di inedita intensità la morbidezza dello stile Glenmorangie: da questo momento in poi non accettiamo più critiche sul nostro uso sperticato dell’aggettivazione, perché i poveretti che lavorano all’ufficio stampa di Glenmorangie ci battono, ogni giorno. Di questo non conosciamo il prezzo ma senz’altro ci piacerebbe mettere il naso su questo whisky molto più di quanto vorremmo poggiare il culo su quella bici.

Talvolta, il pretesto per un nuovo imbottigliamento arriva dalla caleidoscopica settima arte, il cinema. Così almeno sembrano aver pensato Johnnie Walker, che ha dedicato una tamarrissima edizione Director’s Cut del proprio Black Label all’imminente (e attesissimo, per lo meno da noi) Blade Runner 2046. Edizione limitata a sole (!) 39000 bottiglie, è imbottigliato a 49% e contiene malti di oltre 30 distillerie di proprietà Diageo; costerà circa 70€. Il film lo vedremo senz’altro, speriamo anche di assaggiare questo blended. La forma della bottiglia è ovviamente un riferimento al Black Label che già compariva nel Blade Runner del 1982, per chi si chiedesse “che c’azzecca“.

Ben altra attesa invece è rivolta al secondo episodio di Kingsman, dimenticabile film in uscita in questi giorni: decisamente più interessante sembra essere invece il GlenDronach Kingsman Edition, un 25 anni (vintage 1991, gradi 48,2%) in sherry che solletica la nostra attenzione perché di fatto è la primissima release della nuova proprietà americana interamente curata dalla nuova master distiller Rachel Barrie. Voci di corridoio dicono che l’importatore italiano abbia già esaurito quasi del tutto la sua assegnazione: un’anima pia che se ne compri una boccia per farcene assaggiare un sample? Sappiamo che sei là fuori, contattaci!

Non possiamo non dar conto del nuovo Kilchoman vintage 2009, già protagonista di una piccola (e sterile, con ogni probabilità) polemica sul gruppo facebook dei Malt Maniacs: il comunicato stampa annuncia che si tratta di barili ex-bourbon del 2009 e di tre barili ex-Pedro Ximenez del 2008, “per aggiungere ulteriore complessità”. Eh, ma se ci sono botti del 2008, come fa ad esserci scritto in etichetta “vintage 2009”? Non sappiamo dire, ma conoscendo Anthony Wills dubitiamo che avrebbe messo a rischio la reputazione di un suo imbottigliamento solo per pigrizia o distrazione, e dunque prendiamo atto e aspettiamo di stappare la nostra bottiglia. Ormai Kilchoman inizia ad avere una certa età, eh?, siamo curiosi di mettere alla prova questo whisky di otto anni.

E lì di fronte all’isola, che succede? Succede che Springbank ha messo sul mercato un 14 anni Bourbon Wood, edizione limitata a sole 9000 bottiglie, grado pieno di 55,8%, niente filtraggio a freddo, niente colori – ma siamo a Campbeltown, queste cose son così scontate che manco dovremmo scriverle. Praticamente già sold-out in tutti i negozi online: anche in questo caso attendiamo fiduciosi la magnanimità di qualche appassionato che di bottiglie è riuscito a comprarne due: una da bere, una per la collezione, e quella da bere, per favore, faccela passare davanti.

foto (ovviamente) di scotchtrooper
Quanto agli imbottigliamenti che, a prima vista, mettono un po’ di inquietudine, ecco due parole su Balvenie 14 Peat Week. Dovrebbe costare intorno ai 65€: si tratta di un’edizione limitata (strano, eh?), frutto di una distillazione di orzo intensamente torbato (30 ppm) che avviene a Balvenie ogni anno, per una sola settimana, dal 2001. Anche in questo caso però ci piace deporre i pregiudizi e far prevalere la curiosità: David Stewart, malt master della distilleria (ci lavora dal 1962…!) dichiara che si tratta di un tipo di torba delle Highlands poco fenolica, che dovrebbe dare note decisamente più minerali e terrose che marine. E di David Stewart noi ci fidiamo.

Chiudiamo su una nota di colore: spesso diciamo che quello del whisky è un business strano, prevede investimenti a lungo, lunghissimo termine, perché dal momento in cui inizi a distillare a quello in cui inizi a vendere, beh, può passare tanto tempo – almeno tre anni, diciamo. In questo caso, qualcuno si è davvero superato: fondata nel 1957 e silente dal 1980, North of Scotland è (era) una distilleria di grain whisky, e oggi la figlia del fondatore si è ricomprata uno stock di barili del 1965, gli unici rimasti, e ha deciso di imbottigliarle in un’edizione limitata di 1500 esemplari, il North of Scotland 50 years old. Singolare il fatto che questo sia il primo imbottigliamento ufficiale della distilleria, a soli 37 anni dalla chiusura. Quando si dice prendersela con calma. Collezionisti, comprate!

Alla prossima puntata per qualche altra novità, magari pescando anche dagli imbottigliatori indipendenti…

Bowmore 3.187 (1997, SMWS, 57,2%)

schermata-2016-09-09-alle-13-00-25La Scotch Malt Whisky Society (per gli amici, SMWS) è una vera e propria istituzione nel mondo dell’alcolismo consapevole: senza perder tempo in formular parole che qualcuno ha senz’altro già scritto a proposito della sua storia, qui ci limiteremo a sottolineare un aspetto che ha particolarmente colpito noi, gonzi disadattati appassionati delle stupidaggini. Tutte le bottiglie non hanno la distilleria dichiarata in etichetta, né l’invecchiamento, né il tipo di botte: uno schiaffo alla trasparenza, forse?, di quelli che farebbero infuriare ogni secondino lettore del Fatto quotidiano (Honestaaaa!!11!1!! Trasparenzah!!!1!!)? Manco per sogno!, perché queste informazioni sono tutte reperibili sul sito: in etichetta campeggia un codice numerico (in questo caso: 3.187), in cui il primo numero corrisponde alla distilleria ed il secondo all’imbottigliamento specifico. E in più, ogni imbottigliamento si caratterizza per un aforisma in grado di alludere alle caratteristiche aromatiche del whisky: in questo caso, abbiamo a che fare con l’evocativa definizione “russian camphor and caramel”. Dobbiamo ringraziare per l’omaggio Davide Romano di Valinch&Mallet, che proprio davanti a questa bottiglia ha trovato la decisiva illuminazione. Ora, di che si tratta? Di un Bowmore di 14 anni, invecchiato in una singola botte ex-sherry refill, distillato il 25 settembre del 1997.

bowmore-1997-2012-smws-sherryN: scandalosamente succoso, come solo sanno essere certi Bowmore in sherry… Il nettare è a base di frutti rossi e neri (spicca la mora) ma soprattutto di quella frutta tropicale mista che tanto amiamo (se dovessimo dirne uno, obbligati da un plotone di esecuzione, diremmo “mango”. Moriremmo, forse). L’affumicatura è assai lieve, ma in compenso la torba è di quelle pesantemente terrose, minerali: dà corpo a un whisky che di personalità già ne avrebbe da vendere. Della coppia del titolo, non si può negare la presenza di caramello, cui aggiungeremmo note di arachidi tostate. È anche piuttosto marino, con note di sale indiscutibili. L’acqua spalanca ogni descrittore e gli aggiunge una dimensione quasi floreale…

P: in imbocco deflagra, letteralmente, travolgendo tutto e tutti con fiammate di intensità devastante. Risulta tutto molto potente e compatto, compresso, quasi contratto se vogliamo: ancora tanto mango e caramello, ancora ondate di mare ed una torba persino potente per lo stile di Bowmore (catrame). Con acqua, oltre a diventare più mansueto e di una gradevolezza assoluta, lascia che si apra anche un lato agrumato, proprio di arancia rossa dolce e matura. Caramello salato (a mo’ di felicissimo connubio tra Islay e sherry).

F: lungo e persistente, sale un filo di fumo, di cenere, di legno spento. Cioccolato amaro, ancora una dolcezza che dal tropicale diventa proprio solo caramello. Sale.

Un whisky semplicemente buono, strabuono, magnifico, fantastico: un eccellente esordio sulle nostre pagine per la Scotch Malt Whisky Society: tutto il merito è di Davide, che non possiamo che ringraziare, colmi di gioia. 92/100. Ah, ma la SMWS esiste, in Italia? Ecco, questa è proprio un’altra storia…

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Rings of Saturn.

Laphroaig 14 yo (2000/2015, Hidden Spirits, 48%)

Andrea Ferrari è proprietario di Hidden Spirits, una piccola e bellissima realtà nel nutrito italico mondo dell’imbottigliamento indipendente di whisky; se vi capita di passare da Ferrara, varrà la pena di fare un salto nel suo negozio… Vi consigliamo di leggere questa bella intervista di Andrea concessa ai microfoni di FerraraItalia, intervista che racchiude bene le ragioni e la mentalità che stanno dietro all’esperienza Hidden Spirits. In passato abbiamo già assaggiato qualcosa, ora mettiamo il naso su un Laphroaig di quattordici anni, 180 bottiglie, ridotto a 48%. Forza!

wl0574i2332-25_im273143N: Andrea ama selezionare botti che lascino cantare il distillato, senza coprirlo con sverniciate di legno: anche questo Laphroaig non fa eccezione, svelando la sua anima più marina e indulgendo in una ‘dolcezza’ composta. Ma andiamo con ordine: innanzitutto il mare, con generose zaffate di acqua salata e molluschi (ostriche uber alles). La torba pare più tendere al vegetale e al minerale che non all’affumicato, rivelandosi quasi ‘gentile’ visto lo stile di casa – stile di casa che riemerge evidente con note medicinali, di garze. Poi, una piccola teoria di agrumi canditi, dolci e delicati (limone, cedro); ancora, cristalli di zenzero. Erbe aromatiche da cucina (salvia). Un naso delicato e molto, molto buono.

P: di nuovo si nota subito il mare, con ondate di acqua salata a frangersi sul palato, mareggiata dopo mareggiata. C’è una dolcezza astratta e molto piacevole, trattenuta, tutta giocata tra lo zucchero liquido, una lievissima vaniglia e un qualcosa di fruttato (kiwi, forse?). Tanto, tanto legno bruciato; una bella suggestione erbacea (ancora erbe aromatiche, salvia e rosmarino).

F: molto, molto salato e marino; poi, un senso di bruciato (legno, o anzi: prato bruciato?).

Un Laphroaig apparentemente delicato, certo nudo, pulito e tutto incentrato sulla qualità del distillato – e il distillato di Laphroaig, si sa, di qualità ne ha tanta, più o meno come l’attacco della Juve dell’anno prossimo (purtroppo). Insomma, un imbottigliamento eccellente, per chi non ha timore di sperimentare fino in fondo l’anima di Laphroaig – e al solito, meno male che ci sono gli indipendenti! 88/100, avanti con un altro Laphroaig italiano…

Sottofondo musicale consigliato: Fever Ray – If I had a heart.

Tomintoul 14 yo (2013, OB, 46%)

Di Tomintoul abbiamo già assaggiato diverse espressioni, in passato, dividendoci tra le stelle e le stalle: voti molto alti e pessime impressioni… Assaggiamo oggi il prodotto della distilleria più diffuso, ovvero il 14 anni, caratterizzato dal colore chiaro chiarissimo e imbottigliato a 46%.

tomintoul-14-years-oldN: come nel resto del core range si conferma la regola di casa, ovverosia l’assunto “the gentle dram”. Che detto così sembra ok, ma in realtà… In un panorama olfattivo certo semplice e poco intenso, spiccano note ‘acerbe’: susine, un malto che pare quasi ancora in fermentazione, anche un po’ di limone. Ancora, troviamo suggestioni di salamoia, poi di aceto bianco. Sullo sfondo, fa capolino un qualcosa che forse, se potenziato, potrebbe essere vaniglia. Non mancano note di erba fresca.

P: l’inizio è promettente, sembra affacciarsi una nota vanigliosa rassicurante. E, al contempo, delicate note floreali conducono l’esperienza… verso la tragedia. Prende il sopravvento infatti una sensazione di alcol greve, sgradevole, e note maltate francamente poco levigate. Si rimane su un erbaceo piuttosto piatto, senza spessore, oltretutto senza intensità. Solo una nota di zucchero prima della fine.
F: maltoso, se vogliamo, e poco altro. Non intenso ma lunghino, purtroppo.
Magari il nostro campione (ufficiale, mandatoci dalla distilleria un anno e mezzo fa) nel tempo ha perso e si è un po’ guastato: ad ogni modo, pur concedendo il beneficio del dubbio, il giudizio sarà piuttosto severo. Se fosse un blend da pochi euro probabilmente (o no? Non lo sapremo mai) gli daremmo un paio di punti in più. Però costandone circa 50, ed essendo un single malt, ci sentiamo in dovere di penalizzarlo: 70/100.
Sottofondo musicale consigliato: Tom Browne – Funkin for Jamaica.

Caol Ila 14 yo (1999/2014, High Spirits for Gluglu Whisky Club, 46%)

Schermata 2015-01-30 alle 11.49.07Colpevolmente, qui sul sito non abbiamo mai accennato a Gluglu 2000, il Single Malt Whisky Club finora più attivo nelle nostre terre lombarde: grazie all’infaticabile attività del fondatore del club (l’onnipresente Glen Maur, su whiskybase.com), il club organizza da tempo degustazioni e cene con whisky di livello spesso talmente alto da risultare imbarazzante (che so, a un certo punto hanno aperto sei Brora, capito? sei!, ma questo è niente, se smanettate un po’ sul sito vi renderete conto delle proporzioni…). Oggi assaggiamo una delle loro selezioni più recenti: si tratta di un Caol Ila di 14 anni, ex-bourbon (cask #303377), inserito nella serie The Roots – Radici, imbottigliato da High Spirits (leggi: il grande Nadi Flowers) lo scorso anno. Il colore è paglierino.

Schermata 2015-01-30 alle 11.40.57N: ammettiamo un qualche imbarazzo nell’approcciarci a questi Caol Ila in bourbon di età intermedia: a meno di non trovare una botte troppo o troppo poco marcante, c’è grande consistenza, sono tutti molto simili, e – intendiamoci – tutti molto buoni. Questo non fa eccezione, rivelando subito una grande ed affabile armonia tra una sobria dolcezza (botte refill?) di vaniglia, crema pasticciera, torta al limone; ed il lato torbato-marino, con squisite note vegetali (salmastro; braci spente; alghe; minerale, olive). Liquirizia. Molto aperto, intenso e -ripetiamo – armonioso e bilanciato. Una nota mentolata. Pasta di mandorle.

P: molto saporito, con un’ottima intensità: Caol Ila, insomma, e il profilo è lo stesso di cui sopra. Visto il naso (o annusato l’occhio?), non sorprende un attacco leggermente amaro, erbaceo e minerale, in un’azzeccata mancanza di eccessi zuccherosi. Un pit di inchiostro? La marinità resta presente, anche se non ‘pesciosa’. Un bel Caol Ila saporito, da manuale.

F: vedi sopra: con in più una bella coltre di cenere e braci spente.

L’abbiamo scritto sopra: un bel Caol Ila saporito, da manuale. La botte resta rispettosa del distillato, il distillato è di qualità, la combinazione è un whisky che non può non piacere, non ha difetti: un Caol Ila da manuale, come detto. 85/100 è il voto, complimenti a Mauro e al Club per la selezione.

Sottofondo musicale consigliato: The Roots – How I got over.

Ledaig 14 yo (1992/2006, Cadenhead’s, 59,6%)

Ledaig, versione peated di Tobermory, distilleria della splendida Isola di Mull, è un whisky che ha la buona abitudine di dividere i palati; il suo distillato, infatti, spiazza sempre, con note molto particolari, generalmente inusuali… Il risultato è che o lo ami o lo odi, e ad imbottigliamenti squisiti si alternano versioni più che dimenticabili; noi speriamo di aver fatto centro, oggi, e assaggiamo un single cask ex-bourbon messo in vetro da Cadenhead’s otto anni fa.

prodotti.200x200.W325_72361N: ha il pregio di essere abbastanza espressivo anche a quasi 60%, l’alcol resta in disparte. Purtroppo però si esprime in modo molto, molto particolare: si tratta di un whisky piuttosto nudo e vegetale, con note di scorza di limone, orzata, mandorle fresche e frollini; poi però c’è tutto un aspetto (a dire il vero, è l’Aspetto) inorganico certo inusuale ma nel contesto francamente sgradevole. Ha una punta di umido / stantio (vi capita mai di dimenticare la borsa dello sport chiusa, coi panni sporchi dentro? ecco…) che non è affatto un bonus qui. Formaggio fresco, ma andato a male. Straccio bagnato.

P: replica abbastanza il naso, per fortuna senza quelle off-notes così prepotenti in quella fase. Domina quindi la frutta secca (mandorle e noci, a pioggia), con tanto malto evidente (ancora biscotti). Liquore di mandorle. Resta un senso, latente, di formaggio, di stantio, per fortuna senza però stare in primo piano. Meglio del naso, eh, ma comunque molto semplice. Con acqua, tende a farsi solo un po’ più amaro (mandorle e noci in versione appunto amarigna).

F: vanisce in fretta: perdura solo ancora un che di malto e noce.

70/100, e ci piace premiare da un lato la particolarità del tutto, dall’altro un palato il cui maggior difetto è la semplicità (mentre al naso…). C’è da dire altro? Saremo più fortunati con Ledaig, senz’altro; la fiducia nel futuro è una nostra virtù, lo sappiamo.

Sottofondo musicale consigliato: Ratos de Porao – Dificil de entender.

Bruichladdich 14 yo ‘WMD II Yellow Submarine’ (1991, OB, 46%)

Tra le centinaia di imbottigliamenti ufficiali della iper attiva distilleria di Islay si possono trovare delle etichette semplicemente folli, capaci di soddisfare la vista prima ancora che olfatto e gusto. Questo imbottigliamento del 2005 ha un bel sottomarino giallo gigante sull’etichetta. Mistero! Quel che si sa di per certo è il tipo d’invecchiamento, in botti di Rioja, un vino prodotto nel Nord della Spagna

18531-largeN: forse abbiamo capito il perché del nome Yellow Submarine: c’è una marinità che solo in fondo al mare (iodio, acqua salata, corde salate, alga), abbinata però a un senso di frutta gialla (pera cremosa su tutto). Di giallo c’è pure una buccia di limone stratosferica, odorosissima e acre; poi arriva un che di vanigliato. Ma che agrume! E che mare! Non è complesso nelle sfumature, ma è ricco e fatto tutto di superlativi. Frollini al burro.

P: corpo pastoso e masticabilissimo. Uno si aspetterebbe la crema, e invece ecco un ruolo d’uovo/zabaione, che non fa però a tempo a diventare ruffiano. Un palato molto particolare: è austero ma non per questo privo d’intensità e di grip. La triade è tuorlo d’uovo, limone, mare, e l’effetto generale è di grande compattezza. Anche ben fruttato.

F: di una pulizia estrema, solo lievemente marino; pera e limone, ancora.

Oggi questo Bruichladdich ha raggiunto, complice la bella trovata di marketing, un prezzo assolutamente sconnesso dal suo reale valore, intorno ai 250 euro. Tuttavia un assaggio per i fan della distilleria e non è più che consigliato, perché confermerà in pieno l’opinione comune secondo cui i malti forgiati in distilleria mantengono un livello qualitativo rispettabilissimo e riescono a essere raramente banali. Leggendo la recensione di Serge, ci ha stupito l’interpretazione radicalmente diversa data; alla fine il voto è lo stesso ma le vie sensoriali percorse sono lontane: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: la scelta è talmente scontata che mettere veramente Yellow Submarine dei Beatles alla fine è quasi sorprendente…