Balblair 15 yo (2019, OB, 46%)

“Non sei più quello di una volta”

Una delle novità dell’ultima stagione whiskystica è stato il dietrofront di Balblair sul terreno delle indicazioni dell’età. Fino a pochi mesi fa, infatti, la bellissima distilleria delle Highlands era solita indicare il vintage (e l’anno di imbottigliamento): ora è tornata al passato, segnando in etichetta l’età minima del whisky, e dunque 12, 15, 18 anni… Nelle scorse settimane abbiamo recuperato un sample del 15 anni, maturato in barili ex-bourbon e finito in sherry first fill: è giunto il tempo di metterlo alla prova. Le passate edizioni ufficiali di Balblair erano quasi sempre di nostro gusto, vediamo se il cambio di packaging e di filosofia hanno cambiato anche il liquido.

N: l’anima fruttata di Balblair c’è, e c’è tutta: è un naso super aromatico, con un muro di Berlino di mele rosse, un’aria di marmellata di fragole, prugne fresche… C’è una punta di frutti rossi ‘artificiali’, come di sapone ai f.r., o candela ai f.r. – si noti pure una nota mentolata e balsamica davvero interessante. Se trovassimo del gelato alla pesca, ci prendereste per matti? Forse sì. E uno yogurt alla banana, questo lo ritenete più plausibile?

P: molto intenso, sicuramente, piuttosto fruttato – e certo però l’apporto del barile in fase di finish gli appiccica sopra un che di troppo artificiale, forse… Ci viene in mente il Croccante (o Concertino, secondo altre marche), il gelato: cioccolato, granella, panna e amarena. Banana, ancora, e anche panna cotta. Fruttatissimo, anche al palato. Uva passa.

F: limone dolce, per racchiudere un senso compatto di dolcezza e acidità agrumata. Lychees.

Molto “moderno”, questo Balblair 15 ci sembra molto caricato dal legno, ha un senso di “costruito” che facciamo fatica a collegare alla nostra immagine della distilleria. Al contempo, sembra un po’ più giovane di quel che è. 82/100 la valutazione, e così su due piedi, ad essere sinceri, ci piace meno dei vecchi vintage. Ma assaggeremo anche gli altri e cambieremo idea, d’altro canto tutto scorre, no?

Sottofondo musicale consigliato: Cousin Stizz – Jordan Fade.

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Botti da orbi – Dalmore vs Alajmo: la sfida

IMG_8943[Marco Zucchetti torna alla carica, e come al solito lo fa sacrificandosi per noi sull’altare del benessere: questa volta è reduce da un pranzo stellato in abbinamento a un whisky tra i più celebri al mondo… Povero Zucchetti, povero!]

Quando un amico ti scrive un messaggio del tipo “Ciao, ti va di venire ospite alle Calandre di Alajmo per un pranzo stellato con abbinamento Dalmore?”, ti passano davanti agli occhi i pairing whisky&food di tutta la vita. Una vita fatta di Ballantine’s dopo la pizza, di avvilenti panini improvvisati per asciugare quell’ultimo dram, di degustazioni costellate da benedetti crackerini curativi… Passato lo choc e concluso il flashback, in tre secondi hai già accettato, preso ferie e se la tua torbida anima valesse qualcosa l’avresti già ceduta senza il minimo rimorso.

Consapevoli di apparire dei parvenu che si eccitano per queste quisquilie, facciamo spallucce, ammettiamo serenamente di esserlo e raccontiamo qui il resoconto di una giornata da whisky gourmet all’insegna della più sfrenata lussuria enogastronomica ringraziando Davide Terziotti per quel messaggio e Whisky Club Italia per l’invito.

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Andrea Coppetta, Max Alajmo, Paolo Gargano e Claudio Riva

The Dalmore è distilleria assai rinomata praticamente ovunque, ma in Italia gli appassionati la snobbano un po’, forse per la scelta di imbottigliare tendenzialmente a 40 gradi. Una scelta che però non impedisce una grande ricchezza di sentori, che fa scopa con la cucina. Da qualche anno, anche grazie a Richard Paterson – praticamente la Kim Kardashian dello Scotch – il marchio ha intrapreso l’ardua via del lusso: imbottigliamenti cinquantennali preziosissimi, collaborazioni con chef star come Massimiliano Bottura, eventi nei bar più esclusivi del mondo. E anche una serie di pranzi nei ristoranti stellati, a testimoniare come il whisky del cervo non tema il confronto con sapori complessi.

Paolo Gargano, che con la sua Fine Spirits lo importa in Italia, ha dunque organizzato – insieme a Claudio Riva di Whisky Club – un derby amichevole pazzesco: Dalmore vs Massimiliano Alajmo, il più giovane chef a prendere tre Stelle Michelin e stabilmente fra i best 50 al mondo. Ordunque una settimana fa un’allegra comitiva di fortunati si è ritrovata a Sarmeola di Rubano (Padova) per vedere l’effetto che faceva. Qui il puntuale resoconto di piatti e abbinamenti. Sì, ci facciamo schifo e invidia da soli…

Dalmore 12 yo (2018, OB, 40%)
Capesante arrostite con salsa di pistacchi e ostriche
L’entry level fa scattare subito la ola. Le note piacevoli di caramello, miele scuro e pralina di questo sherry finish poco hanno a che fare con pesci e affini. Ma le capesante hanno una loro goduriosa dolcezza e il connubio è sorprendentemente azzeccato (anche se l’insalatina non ci sta granché, ma provate voi a trovare un whisky che si abbini all’insalatina!). Il distillato è morbido, con l’arancia che tutto pervade ma senza mai eccesso di quella sensazione “appiccicosa” di melassa. Anzi rimane scattante e fresco. Il grado basso aumenta la bevibilità, naso e palato vanno a braccetto, spuntano anche dei biscottini alla cannella. Con le capesante? Sì, con le capesante! 84/100 per il whisky, 8/10 per l’abbinamento.

Dalmore Port wood reserve (2018, OB, 46.5%)
Lumache croccanti, ricotta e intingolo di funghi
Da bravi parvenu, di questo piatto ne avremmo finita una teglia intera, è semplicemente commovente. Però fra tutti i pairing è quello che ha convinto meno, perché il finish in Porto è una brutta bestia. E a dirla tutta nemmeno il distillato di Dalmore riesce a domarla, perché infine è il meno entusiasmante dei sei single malt. Al naso è alcolico ma opulento, con una frutta rossa sotto spirito che va dalle ciliegie alle fragoline di bosco. Fico, papaya essiccata e marshmallows, ma anche qualcosa di bizzarro come legno dell’Ikea, colla e fiammifero. Epifania: il sentore di arancia speziata ricorda un Old Fashioned. Anche in bocca è complicato: abbastanza ruggente, succo di arancia concentrato e dolce che subito vira al secco, al tannico (pasta di legno e foglia di tabacco) e alla menta amara. Té molto infuso, cacao amaro e caramelle alla fragola in un finale lungo ma non indimenticabile. Abbinamento rivedibile, lumache divine. Provato con il dolce invece migliora. 79/100 per il whisky, 6/10 per l’abbinamento.

Dalmore King Alexander III (2018, OB, 40%)
Tagliolini al fumo con scaglie di tuorlo d’uovo
Come, il più sontuoso malto non lo si beve per ultimo? Scelta spiazzante quella di Claudio Riva, ma colpo di genio vero, anche perché struttura sostiene struttura e tutto si sposa a meraviglia. Nei tagliolini ci sono dei cubetti di gelatina di brodo che danno una cremosità eccelsa e il “mouthfeel”, come dicono quelli bravi, è avvolgente proprio come quello del malto. D’altronde con il piatto condivide una intima complessità tecnica di realizzazione: un NAS con un sestuplo finish in madeira, sherry, vino rosso, bourbon, porto e marsala. Cerebrale ma succulento, con zaffate di arancia, nougat e una maltosità golosa. Il cioccolato cola sui nasi dei giusti e degli ingiusti, così come una bella frutta cotta (prugne e uvetta). In bocca la vinosità si fa importante e l’arancia più liquorosa, tipo Grand Marnier. Scorze d’arancia dragee, noci pecan e biscotti da té al cioccolato per un malto piacione e barocco che è impossibile non amare nonostante il finale medio corto (noce moscata, legno e cioccolato). Poi un giorno Richard Paterson ci spiegherà perché quei parchi 40 gradi che mozzano le gambe al Re Alessandro. Nel frattempo qui si dice 86/100 per il whisky e 10/10 per l’abbinamento.

Dalmore 15 yo (2018, OB, 40%)
Risotto di limone nero, capperi e caffè
Altro rebus sensoriale: cosa abbinare a un riso con un limone fermentato che ricorda la liquirizia? Beh, un malto tra i più solidi del core range, quel 15 anni che tanta gioia ha dato a tutti noi. La solidità d’altronde è la chiave di tutta l’esperienza gustativa, perché ci sono tutte ma proprio tutte le sensazioni Dalmore: arancia, cioccolato fondente, nocciola, malto, mou. Il naso è uno sticky toffee pudding con baleni di cioccolata calda e liquirizia dolce (esiste una crema di liquirizia?). Aromatico, legno di sandalo e foglie di té, con una cerealosità tra il biscottato e il pane all’uvetta. In bocca solito problema del basso grado, ma grande piacevolezza. Lindor al caramello, pan brioche, cannella e crema di caffè, ma con un legno sicuro di sé che riequilibra la dolcezza. Nocciole salate in fondo, in un finale troppo breve. Insomma, un whisky da pasticceria col risotto pareva un azzardo, ma caffè e liquirizia sono un link perfetto. 85/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore Cigar malt reserve (2018, OB, 44%)
Germano scottato con crema d’ostriche, anguilla, alga tostata e composta di prugne
Il germano, gran bell’animale. E ora che è stato assaggiato, andandosi a sommare a tutte le altre bestie che abbiamo divorato in vita nostra, si può dire che è anche buono. Il piatto è il più ardito, perché alla selvaggina si sommano la marinità della salsa e la dolcezza della composta di prugne. Ci sta che in abbinamento vada uno dei Dalmore più arditi, quello pensato per accompagnare… i sigari. Assemblaggio di barili ex bourbon ed ex sherry, sfoggia anche un finish in cabernet sauvignon che con la carne sta alla perfezione. Un po’ meno perfetto è il malto, che al naso ha una eccentrica collezione di note grasse: tantissimo cuoio, formaggio, pane molto imburrato e un che di tabacco umido. Rimane la marmellata di arance, il toffee e un’uvetta al rum, a cui si somma un tocco balsamico di resina di pino. L’erbaceo persiste in bocca, tra anice, chiodi di garofano e cardamomo. I 44 gradi gli donano. La frutta prende la forma di un distillato di ribes, poi si fa strada del pompelmo rosa. Vira un po’ sull’amaro, liquirizia salata e cioccolato extra fondente. Il finale è super dry, ancora cardamomo e marmellata di pompelmo. Divisivo, può non convincere ma in pairing si smussano gli angoli e va via liscio. 82/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore 18 yo (2018, OB, 40%)
Consistenze al contrario: pandoro al cacao e té affumicato, gelato al cacao e té affumicato e gelatina affumicata a base di acqua
L’unico abbinamento a cui un comune mortale avrebbe pensato è quello con un dolce al cioccolato, anche se meno elaborato di questo. Motivo per cui di fatto è il pairing meno sbalorditivo. Il Dalmore 18 è il più austero della compagnia, con un apporto del legno molto più accentuato rispetto ai suoi fratellini. Al naso è un po’ chiuso, con note che  vanno dai mobili antichi alla mandorla, dal té iper infuso alla terra umida.
Gli serve tempo per far galoppare sentori profondi di prugne secche che lo fanno somigliare a un cognac. C’è anche qualcosa di nocino in sottofondo, e perfino un tocco floreale (legno di rosa?). Rimane oaky, ma ha una vivacità sorprendente per la sua età. Noci secche, chinotto, uvetta bruciata nel forno e caffè. Un whisky scuro, dove il barile fornisce anche un bel kick di pepe bianco, ma che rimane succoso nonostante la legnosità: il finale è di sherry, arancia e albicocca secca, con del cacao amaro sopra, magari. Probabilmente l’abbinamento con pandoro e gelato al cioccolato ne accentua la predisposizione al tannico e all’astringente, ma a dirla tutta il contrasto è piacevole, stempera un po’ la dolcezza del dessert. 85/100 per il whisky, 7/10 per l’abbinamento.

Glenlivet 15 yo single cask (2018, OB, 58,6%)

Pronto a sbocciare senza pietà

Non capita spesso che la distilleria con la più alta produzione annua di whisky di malto scozzese decida di scegliere ed elevare a imbottigliamento ufficiale un singolo barile dalle sterminate wharehouse che custodiscono whisky di ogni età. Quando succede, circa tre/quattro volte all’anno, consideriamo davvero sciocco non cercarne un assaggio con tutti i mezzi che il nostro ordinamento giuridico ci consente. Ovviamente non sempre ci si riesce, perché stiamo parlando di qualche centinaio di bottiglie distribuite in tutto il mondo e va da sé che la quota spettante al nostro Paese sia limitata a una manciata di esemplari, ma c’è un ma: ultimamente l’international brand ambassador del gruppo Chivas, Ken Linsday, si è fatto un bel giretto in Italia, partecipando al Bar Show di Roma e a degustazioni su Napoli e Milano. E così per festeggiare l’evento ha stappato senza pietà alcune bottiglie di questa rarità: a noi è toccato in sorte lo sherry butt numero 54310, che ha amorevolmente custodito il whisky di Glenlivet per 15 anni.

the-glenlivet-single-cask-15yo-2018N: uno sherry monster fatto e finito, poche ciance – e senza alcol. Subito diciamo “sa di Boero”, cioccolatoso e anche con un che di sour. C’è tutta la schiera di soldatini da sherry: cioccolato fondente, ciliegie sotto spirito, uvetta, frutta di Martorana (marzapane), tamarindo, cola… Vecchio mobile odoroso, di legno scuro, magari appena lucidato. Con acqua, ecco cuoio e un po’ di tabacco.

P: esplosivo, esagerato e – a grado pieno – un po’ allappante. Alcolico è alcolico, anche se non contundente. Allappa come il cioccolato al 97%… Molto coerente, tutto quel che avete letto al naso, poi con chiodi di garofano, spezie del legno. Super succoso, lamponi e ciliegie. L’acqua lo rende un po’ balsamico. Marmellata secca.

F: cioccolato fondente, legno speziato, noce moscata e chiodi di garofano. Torna la succosità di marmellata di frutti rossi.

The Glenlivet si è guadagnato negli anni la fama di whisky di grande eleganza, ma anche dalla spiccata personalità, peraltro cangiante: carattere fresco e agrumato con invecchiamenti brevi, tropicale e profondo per whisky maggiorenni e più. C’è chi dice che il 18 anni – precisamente l’uomo sullo sfondo nella foto all’inizio di questa pagina – sia uno dei migliori whisky in circolazione in quanto a rapporto piacevolezza/prezzo. Questo single cask pure regalerà pacchi di piacevolezza, ma distanziandosi non poco dai due stili tipici di Glenlivet. Qui siamo di fronte a un ottimo barile di sherry che ha sfogato tutto il suo tumultuoso talento sul distillato e si è preso tutta la scena. E noi sfideremmo chiunque non diciamo a dire si tratta di Glenlivet alla cieca, ma anche solo a inserirlo in una rosa di dieci possibili distillerie. Detto ciò, siccome noi votiamo le emozioni e non le nozioni, beh il voto è di quelli importanti: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Zella Day –  Seven Nation Army

Balvenie 15 yo ‘Single Barrel’ (2017, OB, 47,8%)

Ciao, sono Balvenie. E voi chi c**** siete?

Balvenie è una delle nostre distillerie del cuore: uno dei sette pilastri di Dufftown, uno dei whisky più rappresentativi dello stile ‘tradizionale’ (meglio: dello stereotipo dello stile tradizionale) dello Speyside, un whisky che difficilmente riuscirete a trovare deludente. L’enorme offerta ufficiale di Balvenie è nobilitata da diverse release di single cask: edizione standard, ma sempre diversa, spicca questo 15 anni ‘Single Barrel’ in sherry Oloroso. Oggi assaggiamo un barile imbottigliato nel 2017, ovvero il cask #11272, imbottigliato a 47,8%. Il colore, che colpevolmente citiamo di rado, è un rubino rubizzo rubacuori.

N: un barile ex-sherry molto scuro, schiacciante, polveroso… La prima patina è quasi di bacon, di certo di cuoio, cioccolato molto fondente, un po’ di polvere da sparo, tanto tabacco, spezie come cannella. Succo ai frutti rossi (quello artificiale, da supermercato), molto tamarindo. Come sempre espressivo, anche se scuro. More intense, frutta nera.

P: molto buono. Parte su note di liquirizia, alkermes, zuppa inglese, poi esplode una grande rotondità succosa, bilanciata da note di tannini molto equilibrate. La rotondità succosa è di more, succo di mirtilli, uva americana (l’acido dell’acino), ancora fave di cacao. Scompare il lato più sporco del naso, e va bene così.

F: molto lungo, godibilissimo, cioccolato fondente, amarene.

Molto buono, semplicemente, tutto quello che si può desiderare da un barile ex-sherry, il tutto supportato da un distillato sempre grasso e pieno, che non cede troppo spazio al legno. Equilibrio eccellente. Uno dei due però un po’ frigna, e dice che non è abbastanza Balvenie – ma solo perché era distratto da una fanciulla nel tavolo a fianco, cretedeci. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKA Twigs – Cellophane.

Caol Ila 15 yo (1980/1995, Sestante, 40%)

Perché confrontare due Caol Ila di decenni diversi? La vera domanda, caro lettore rompiballe, è “perché non farlo?”, e infatti noi lo facciamo. Oggi assaggiamo un Caol Ila del 1980, imbottigliato da Sestante 15 anni dopo a gradazione ridotta. Sestante è marchio dietro cui si celava il grande Rino Mainardi, pioniere del whisky in Italia e, a detta di quanti lo hanno conosciuto da vicino, il miglior naso di sempre – noi che lo abbiamo solo incrociato a una grigliata dobbiamo di certo riconoscergli che tutto quello che abbiamo assaggiato di suo era davvero eccellente.

N: clamoroso. Tropicale, erbaceo, balsamico, una torba lieve e integratissima… Boule dell’acqua calda delicatissima, poi aloe vera, foglie – una setosità erbacea seducente. Poi ananas, anzi: il succo ananas e aloe, se esiste (Zucchetti giura di sì), un po’ di cocco, un sacco di lime. Una punta di borotalco. E la cosa incredibile è che è un tutt’uno, pieno, compatto, tutto unito.

P: la coerenza fatta dram. Peccato fosse solo a 40%, un pelo d’intensità in più l’avrebbe reso indimenticabile. Tropicale ed erbaceo ancora, in più mostra una torba più evidente, con fumo, un senso di bruciato. Agrumi freschi, con note mentolate e leafy davvero incantevoli, setosi, delicati ma compatti.

F: erba fresca tagliata, un bruciato di cenere, forse un poco di canfora. Amaruccio, pulito, agrumato e con una timida sapidità che fa salivare.

Ma com’è che i whisky di Islay di quegli anni finiscono tutti per mostrare quelle note fruttate incredibili, com’è che esibiscono una torba vellutata, delicatissima… Notevole davvero. Questo Caol Ila ha cose che lo dovrebbero tenere a vette altissime di punteggio (il naso è clamoroso), resta un po’ giù solo per l’intensità al palato. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yuma – Smek (Rey & Kjavik rmx).

Bruichladdich 15 yo (2003/2018, Valinch & Mallet, 54,1%)

Fabio Ermoli e Davide Romano hanno messo le mani su un barile di Bruichladdich, distillato nel 2003, e hanno deciso di imbottigliarlo lo scorso autunno. Non si tratta di un barile qualsiasi, non è il solito ex-bourbon: si tratta invece di una botte che precedentemente aveva contenuto Madeira, e il whisky invecchiato lì dentro c’è rimasto fin dal primo giorno, completando così 15 anni di maturazione tutti in ex-Madeira. Non è un profilo usuale, e dunque non ci aspettiamo di trovare il già visto… Mettiamolo alla prova.

N: mamma mia, che cosa strana!, decisamente no, non è un già visto. Troviamo note di grasso del prosciutto, un sentore netto e sulphury di compost (pare brutto dirlo, ma… c’è come una nota di “bidone dell’umido”, scusateci ragazzi), poi incontrovertibile e inaspettato arriva un sentore di pop corn caldi. Comunque molto strano, pesantemente sulfureo, decisamente inusuale. Ma che cos’è?! A riportare la carrozza nei binari più percorsi, ecco un croccante al miele e una sorta di ciocorì – e se invece fosse cioccolato bianco?

P: molto intenso e saporito, qui resta molto coerente, e ci sentiamo di confermare la definizione del sommo Matteo Zampini, frontman di Valinch nei festival italiani: popcorn liquidi. Ed è vero!, sa proprio di popcorn, caldi, burrosi e con una punta bene evidente di sale. Un poco di uva passa, a testimoniare di una vinosità accaduta e presente.

F: marino e salatino, con grasso di prosciutto e cenni, ancora, di roba lasciata lì a marc… ehm, fermentare – ma curiosamente e a dispetto delle apparenze è un sentore positivo. Molto lungo e persistente.

Quante volte abbiamo usato l’aggettivo “strano”? Di fronte a un profilo del genere, senza dubbio ostico e per niente sexy, si può fare come fa l’utente NiklasBM di whiskybase che assegna un 41/100 (“mai sperimentato così tanto zolfo […] un whisky completamente rovinato, che probabilmente mai avrebbe dovuto essere imbottigliato”), oppure si può, come facciamo noi, apprezzare l’unicità del single cask e pensare che questo è il classico whisky troppo divisivo, in fondo invalutabile… e poi alla fine dargli 85/100. Talmente freak che fa tutto il giro dall’altra parte e diventa piacevole. Caldamente consigliato un assaggio: difficilmente troverete cose simili.

Sottofondo musicale consigliato: Hot butter – Popcorn.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 11

Il “Calendario Avventato” al giorno n.11 ci regala Glenlivet 15 yo. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #11

Appoggi il naso sul bicchiere una prima volta ed è già amore. Da subito infatti si nota un velo minerale, delicato eppure molto presente, che ricorda la roccia bagnata e la terra umida. Tutto qui? Nemmeno per sogno, perché suadenti sono le note di crema pasticcera e vaniglia, di pastel de nata portoghese e cioccolato bianco. E poi frutta gialla matura e legno massello profumato. Al palato per fortuna è un mostro di continuità: stessa nota minerale in ingresso, ben integrata con sensazioni di crema pasticcera e cioccolato bianco. La frutta prende il volo, tra mela gialla, melone e frutti tropicali. Il corpo pare solido, c’è tanta intensità e tutti i lati si riverberano in un finale lungo, che lascia la bocca pastosa e ben ingrassata, tra un tocco elegante di legno, chiodi di garofano e una crema dolcesalata.

Proprio perché amiamo farci del male, azzardiamo che possa trattarsi di un whisky d’età medio-alta, sui 18 anni. Ci piace una certa complessità raggiunta e l’equilibrio tra le parti in causa, il fruttato, il cremoso e un qualcosa di inerte, molto elegante. Pur a grado quasi sicuramente ridotto, c’è ricchezza ed edonismo da vendere. Il pollice è in alto: 87/100.

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Auchentoshan 15 yo (1999, Signatory Vintage, 46%)

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visitor centre di un certo livello

Auchentoshan è una delle distillerie più facilmente raggiungibili di Scozia: si atterra a Glasgow, si noleggia una macchina trangugiando un orribile tramezzino aeroportualein mezz’ora si è già alle porte di un’antica distilleria fondata nel 1823. Il visitor centre, di cui vi regaliamo una foto molto glamour, si è giovato di un restyling nel 2004 e accoglie circa 20 mila visitatori all’anno; tutti con ancora la confezione unta di un tramezzino nell’auto a nolo – pare. Cattive abitudini alimentari a parte, Auchentoshan può fregiarsi del titolo di unica distilleria scozzese che ancora pratica esclusivamente la tripla distillazione: noi siamo talmente curiosi da sciabolare senza ulteriori indugi questo sample, riempito con un 15 anni del 1999 messo in bottiglia da Signatory Vintage (botti ex bourbon 800258 e 800259).

whisky auchentoshan signatoryN: è abbastanza immorale l’alcol percepito, che a soli 46 gradi è però prepotente e molto volatile. Non ci siamo, anche perché questa alcolicità non è riscattata da elementi esuberanti ma è piuttosto esaltata da un profilo ultra-naked, vegetale e poco più. Si impongono la propoli, l’erba secca, il chicco di cereale, la cellulosa tipo il bianco del limone (che per i più saputi si chiama ‘albedo’). Abbastanza floreale.

P: scampando alla tragedia del troppo alcol percepito, il palato è sicuramente più gradevole del naso. Dominano sentori di caramella alle erbe, e più in generale delicatamente erbacei. Si sente bene il distillato, sorretto da una zuccherosità appena accennata e tutta vegetale (orzo e fiori).

F: certamente non infinito, incredibilmente pulito, al punto che non ci ricordiamo se fino a un attimo fa stessimo bevendo whisky o vodka.

Sorprende come il barile in 15 anni abbia influito poco o nulla, lasciando il distillato in primissimo piano. E fin qui non avremmo nemmeno da protestare più di tanto. Il problema è che Auchentoshan, per quella che è la nostra esperienza di whisky degustati della distilleria, non ci sembra spiccare per memorabilità del distillato. E allora 77/100 ci sembra la cosa migliore da fare. A onor del vero segnaliamo che si trova ancora in vendita qui a un prezzo abbastanza popolare, altra cosa che – siamo onesti – tendiamo ad apprezzare.

Sottofondo musicale consigliato: The SorcerersPinch Of The Death Nerve.

 

Caol Ila 18 yo OB vs Caol Ila 15 V&M

Dal momento in cui abbiamo aperto il blog, sei anni fa (quasi sette, si invecchia anche da queste parti!), abbiamo sempre avuto almeno un Caol Ila a disposizione – ora con un gesto di arbitrio ineguagliabile, beviamo gli ultimi due superstiti e li beviamo insieme, a sfregio. Si inizia da un grande classico della distilleria di Islay, il 18 anni che abbiamo già avuto modo di assaggiare qualche anno fa, per poi passare a un recente single cask già esauritissimo di Valinch & Mallet: mondi lontanissimi, come nell’album di Battiato, che diventano vicini di casa… basta avere un po’ di fantasia (e di sete)!

Caol Ila 18 yo (2017, OB, 43%)

whisky-caol-ila-18-year-43-Al naso, è un Caol Ila fatto e finito, così come ce lo immaginiamo, compatto e solido: quindi una torba gentile, fumosa, poi un lato balsamico, con mentolo e aghi di pino. Tanta parte agrumata, con arancia fresca e pure marmellata d’arancia. C’è una morbida quota di vaniglia. Al palato si conferma di una bella cremosità compatta, davvero beverina e suadente – corroborante, oseremmo dire, se solo avesse un senso. Tanta dolcezza, sì, ma mitigata dagli spigoli di Islay, con marinità in netto aumento, così come il fumo. Liquirizia. Ottimo nella sua banalità. 87/100. Buono, tanto buono, al punto che forse al quinto bicchiere può pure stancare… Viene via con una novantina di euro.

Caol Ila 15 yo (2002/2017, Valinch & Mallet, 52,8%)

Caol_ila_15_Valinch_&_Mallet_Single_Malt_Scotch_WhiskyAl naso, il lato torbato è molto simile al diciottenne, intenso ma non troppo aggressivo né particolarmente orientato al mare, salvo un sentore di pesce secco. Spicca una nota di risotto allo zafferano, e perfino un che di aceto balsamico. Il lato ‘dolce’ è vicino all’OB, anche se più scuro, decisamente più sbilanciato verso il bruciacchiato.  Al palato conferma questo spostamento, molto carico, con cuoio e liquirizia e miele evidentissimi. L’apporto dello sherry non è tanto sulla frutta rossa, quanto su una screziatura speziata (o una speziatura screziata, se preferite). Barbecue, pancetta sulla brace. 86/100. Buono, molto rustico, molto carico, ti deve piacere questo profilo, a tratti un po’ eccessivo forse. Pur nell’eccellenza complessiva, Serge lo definisce ‘impreciso’, e a dirla tutta siamo d’accordo: procede un po’ a strattoni, non ci sembra profondamente armonico; e tuttavia pare svolgere a pieno il compito di mostrarci ancora una volta come i single cask sappiano avere personalità da vendere e siano in molti casi degli abiti sartoriali, ad uno calzano a pennello, altri nemmeno ci entrano… ah lo si trova ancora sull’internet a 120 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Led ZeppelinThe Battle of Evermore

Bowmore 15 yo (2002/2017, Valinch&Mallet per Mulligan’s Pub Milano, 53%)

Giuseppe dietro al suo bancone

Lunedì siamo stati al Mulligan’s per festeggiare i primi 50 anni di presenza della famiglia Bertoni in via Govone a Milano. Noi naturalmente non potevamo mancare, sia per il piacere di guardare le bottiglie esposte nelle vetrinette (un piacere in fondo masochistico, lo sappiamo), sia per assaggiare i tre imbottigliamenti celebrativi. Giuseppe Bertoni, storico proprietario del pub, si è affidato alle disponibilità degli amici Fabio e Davide di Valinch & Mallet: oggi pubblichiamo la recensione del whisky che più ci è piaciuto del trio, ovvero un Bowmore di 15 anni in bourbon – e noi ricordiamo bene come l’accoppiata V&M e Bowmore possa dare frutti spettacolari…

N: un Bowmore elegantissimo, con una torba profonda, da ‘stireria’: note di amido, intense. Il fumo c’è, è acre ma molto rarefatto, sottile, raffinato, perfino con sfumature di canfora. C’è poi una nota fruttata molto intensa e piacevole, al limite del tropicale, con pesche e mango. Impasto del pane, ma anche – a dirla tutta – qualcosa di più ‘dolce’, vanigliato: pastafrolla. Mandorle.

P: il corpo è molto ‘beverino’, certo non ti esplode sul palato. E però c’è una piccola deflagrazione di cenere, di pepe, molto più intensa di quanto il naso lasciasse presagire: con il tempo questo lato torboso si manifesta anche con una nota di cera deliziosa. Poi ancora frutta tropicale, limone, papaya e pesca bianca verso il finale.

F: lungo, elegante, tutto sulla cenere e su un mero ricordo di dolcezza fruttata (mela e pera).

L’avevamo anticipato: dei tre imbottigliamenti di Beppe, questo è il nostro preferito. Elegante, raffinato, giocato su delicati contrasti di mondi opposti: ci ha stupito il corpo molto beverino, ma non lo consideriamo un difetto – solo un pretesto per versarne un altro bicchiere, e poi un altro, e poi un altro ancora… 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Morrisey – Spent the day in bed.