Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 2

Il “Calendario Avventato” al giorno n.2 ci regala Bushmills 16 yo, un single malt irlandese invecchiato in una combinazione di botti ex sherry ed ex bourbon, e poi ulteriormente invecchiato per diversi mesi in botti ex Porto. Questa è la nostra IMG-20181202-WA0004recensione, tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #2

47422974_1989757221322353_5778430346995433472_nIl naso è davvero pieno, molto piacevole, e appare abbastanza complesso: rotondo e cesellato, ha una nota un po’ oleosa (olio d’oliva, proprio), a tratti è floreale, sul crinale della violetta; e ha pure un lato balsamico/mentolato fresco. Su queste suggestioni si innesta poi in realtà una ‘dolcezza’ molto netta, fruttata (al limite del tropicale) e caramellata, che ci lascia presagire una scelta di botti piuttosto marcate. Al palato l’intensità spinge sull’acceleratore nonostante un grado verosimilmente basso, con una concentrazione di sapori ancora tropicali e floreali: violette zuccherate, succo misto tropicale (papaya/mango). Il finale si richiude su erba fresca e ancora frutta mista.

Rischiando la pubblica gogna, diciamo che assaggiato blind avremmo scommesso su un Irish, molto cesellato e in un certo senso costruito, forse perfino ‘commerciale’ – ma che non cede un passo per quel che riguarda freschezza, facilità di bevuta, esuberanza di fiori e frutta. Imbottigliato a 40 gradi, ha comunque una bella presenza ed intensità. Qualcuno offre di più?, noi siamo ottimisti e diciamo 87/100.

Lagavulin 16 yo ‘Feis Ile 2017’ (2017, OB, 56,1%)

Novelli Zapotec e Marlin, abbiamo creato una macchina del tempo che ci ha riportati al Feis Ile del 2017: assaggiato con temperata soddisfazione il Bunnahabhain ventenne in Virgin Oak, ora ci spostiamo dall’altra parte dell’isola, mettendoci pazientemente in coda fuori da Lagavulin… Naturalmente, quando si parla di Open day di Lagavulin 2017 non si può non ricordare l’immagine qui sopra, un pezzo di italianità imperitura impresso a caldo nella mente di ciascuno di noi. Detto ciò, passiamo al whisky: si tratta di un sedicenne finito in barili di Moscatel, imbottigliato a grado pieno, non colorato non filtrato. Moscatel, già.

N: si sente, delicato ma netto, l’apporto del Moscatel, con note delicate di ciliegie, di uvetta, di torta calda, pasta frolla con uvetta forse. Liquirizia e caramello. Per il resto, è un eccellente Lagavulin ‘normale’, con torba tagliente, acre, odore di porto, di pesce e salamoia, di fumo di sigaro, di cenere; poi ha note agrumate, di arancia amara, magari essiccata.

P: molto presente e ‘grasso’ in bocca. Il primo impatto è ancora sulla dolcezza, con note di pasticceria (sul momento ci viene in mente un buon cannoncino ripieno di crema), di uva passa, di kranz. Ancora caramello, liquirizia dolce. Poi esplode la torba, ancora cenerosa e marina. Che bella sapidità, a tratti incontenibile.

F: sale e uvette sotto spirito. Cenere e crema. Molto lungo…

Molto buono e abbastanza complesso, come quasi sempre accade con Lagavulin: ci è piaciuta molto questa dolcezza compatta ma screziata, da caramello salato e pasticceria, con il lato più sharp di Lagavulin che resta indomito e non addomesticabile. Non il migliore dei Laga possibili, forse, ma di certo una bevuta che lascia tanta soddisfazione: a noi, almeno, forse non al pescatore di Islay che ci ha insultato quando abbiamo scelto di spendere 18 soldi per ordinarlo al pub di Port Ellen, al grido di “ma come fai a bere quella roba, ti brucia nello stomaco, puzza di fumo, il whisky dev’essere morbido, tipo White&Mackay” – tutto questo, naturalmente, in un inglese gutturale pressoché incomprensibile, e dopo una sessione di Tennent’s sicuramente serrata, a giudicare da fiato e viso rubizzo. A dimostrare il nostro spirito libero e l’autonomo pensiero, non ci lasciamo influenzare dal villico e stampiamo 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: P.F.M. – Oniro.

Tormore 16 yo (2017, OB, 48%)

Non abbiamo tempo per scrivere un cappello introduttivo, questa mattina; ci perdonerete, vero?, tanto per scoprire qualcosa di più su Tormore c’è Google, quindi insomma, usatelo. Uscito nel 2014, questo 16 anni è la versione base del core range di Tormore: è invecchiato solo in bourbon barrels e si dice sia molto buono. Vediamo.

N: che colpo! Inizialmente stupisce con una nota ad alto contenuto zuccherino molto pronunciata, al limite del rum, con note di canna da zucchero, vaniglia, miele e caramello, perfino di arancia matura e di un sacco di melone e di frutta gialla generica; poi, dopo aver stupito, stupisce ancora di più con una tropicalità esplosiva, muscolare e seducente allo stesso tempo, fatta di mango maturo e maracuja. Molto piacevole! Dopo un po’, escono sentori di legno un po’ sparati.

P: la botta iniziale, sostenuta da una gradazione osata, ha le sembianze di ricchi meloni maturi, vaniglia e miele. Poi c’è una frutta gialla matura e molto carica, con qui timide escursioni tropicali (mix tropicale, il succo). E poi, purtroppo, vien fuori una nota tra l’alcolico e il legnoso un po’ amara e slegata, con note di frutta secca e poi speziate (avete presente un caffè turco?), che conduce a un finale…

F: …ugualmente ambiguo, tra una bombetta zuccherina, dolce e tropicale, ed un’altra decisamente troppo legnosa e amarina (senza essere astringente).

La sensazione è che al palato soprattutto ci sia decisamente troppo legno, e il risultato è un whisky piacevolissimo ma un po’ stucchevole; peccato perché è tutto molto buono! Naso da top, palato da flop, o per lo meno deludente rispetto alle promesse della prima fase; facendo una media daremmo 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Norah Jones – Black Hole Sun.

Springbank 16 yo ‘Local Barley’ (2016, OB, 54,3%)

schermata-2016-12-23-alle-11-29-23Springbank, unica distilleria in Scozia a maltare il 100% dell’orzo in casa, ha vinto quest’anno il premio di ‘distilleria dell’anno’ al Milano Whisky Festival, proprio in virtù del suo carattere artigianale – al contempo, il 16 anni ‘Local Barley’ si è messo sul petto la medaglia d’oro alla stessa kermesse milanese. ‘Local Barley’ è il nome di una serie di imbottigliamenti storici della distilleria, distillati tra il 1965 e il 1966 e imbottigliati negli anni ’90 (per vostra informazione, alcune di quelle bottiglie vanno in asta a più di 4000 euri): le etichette sono quelle, bellissime, che vedete qui a fianco. L’esperimento di usare solo orzo locale è stato replicato nel settembre 1999, quando è stato distillato orzo (per i nerd: varietà prisma) della Low Machriemore Farm, vicino a Campbeltown, nel Kintyre del sud. Il nettare d’alambicco è stato poi piazzato a riposare in botti ex-bourbon ed ex-sherry (rapporto 80-20) e infine messo in bottiglia proprio l’anno scorso. Le bottiglie sono state razziate, vanno già a 200€ in asta e dobbiamo ringraziare il Milano Whisky Festival e Beija Flor, importatore italiano di Springbank, per aver deciso di aprirne un esemplare a fine novembre.

schermata-2016-12-23-alle-11-34-29N: verrebbe da dire che gli anni in botte non hanno poi inciso così tanto: un difetto? Neanche per sogno, perché lasciando parlare il distillato Springbank regala sempre emozioni. Come promette l’etichetta, c’è tantissimo cereale: dal malting floor alla spiga sotto al sole, e finanche qualche biscotto – appunto – ai cereali. Eresia parlare di un lato compiutamente farmy? Decisamente no, anzi, e pure attraverso questo carattere contadino si arriva a salamoia e olive verdi, che ci ricordano quale aria si respira fra i vicoli di Campbeltown, e poi un velo possente di fumo di torba, e tutta la mineralità che sapete immaginare (terra, lana bagnata). Pian piano si svela anche una dimensione fruttata, mai invadente, tra pesca albicocca e arancia.

P: immaginate il naso, che era ricco ed espressivo, e moltiplicatelo per varie volte… La dolcezza, qui da subito evidente, si fa più compatta e sempre con suggestioni di pesca, frutta gialla matura e un accenno al limite del tropicale. Esplode l’arancia, che con la sua buccia quasi andata ci conduce a bomba al lato più Springbankoso, denso e intenso come non mai: amido, minerale, salamoia e un lato al limite del sulfureo (di qui il cenno all’arancia quasi marcia), con fumo di candela, acqua di mare… La torba verso la fine emerge compiutamente e va a sfociare…

F: in un vero e proprio fumo, misto a tutte le suggestioni auster di cui sopra: la dolcezza è un mero ricordo.

Eccellente, buonissimo, difficile (e pure è stato il più apprezzato alla degustazione del MWF, a dimostrazione che i prodotti più complessi poi piacciono) e per questo esaltante. Un tributo commovente al cereale e allo stile unico di una distilleria che fa della propria ostinazione una bandiera: 91/100, abbina austerità e intensità, seduzione e riottosità… Bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Motorhead – Enter Sandman, cover dei Metallica.

Caol Ila 16 yo (1991/2007, Murray McDavid, 46%)

Dopo una settimana di pausa, rilassante come i primi film di Robert Rodriguez, torniamo al nostro alcolismo composto e ammantato di velleità classificatorie: e siccome siamo reduci (?) da un Feis Ile che non abbiamo vissuto, colmiamo la distanza ideale con Islay proprio con un Caol Ila, selezionato e imbottigliato da Murray McDavid nel 2007. Murray McDavidè imbottigliatore le cui sorti sono legate a doppio filo con Bruichladdich: il fondatore (nel 1996) è Mak Reynier, che nel 2000 ha acquisito proprio Bruichalddich, rilanciandola e poi rivendendola a prezzi stratosferici a Remy – ma questa è una storia nota. Reynier veniva dal mondo del vino, e con MMcD ha iniziato a ‘sperimentare’ con i legni, fianco a fianco al grande Jim McEwan – sono infatti considerati gli inventori del wine-finish (o meglio: dell’ACEing, acronimo per Additional Cask Evolution – i toni perentori non sono mancati ai ragazzi neanche quando lavoravano a Bruichladdich, eh?). Questo è proprio uno di questi esperimenti: un Caol Ila invecchiato per circa 8 anni in botti ex-Bourbon e poi finito in botti di Marveaux e Syrah. Il risultato? Eccolo.

Schermata 2016-05-30 alle 12.22.33N: un naso sporchissimo e ‘scurito’ da note smaccatamente vinose che, sommate alle torba, danno una forte sensazione di inchiostro. L’ingrombante presenza di aromi di vino ci porta dritti dritti alla suggestione di lamponi innaffiati col Porto, come si fa alla fine dei pasti più intelligenti. Solo che qui c’è qualcosa, per così dire, di troppo, un non so che di eccessivo. Forse il mancato innamoramento sta nel fatto che la torba, qui presente con un fumo denso, da smog e di gas di scarico, risulta alla fine un po’ slegata col resto. E il resto, ci ripetiamo, è vino, vino, vino. E frutta rossa. Aggiungeremmo anche un po’ di borotalco e di vaniglia.

P: sicuramente ha una personalità molto importante e gli amanti degli sport estremi non resteranno delusi. Inoltre da subito c’è quell’effetto iper allappante dei vini tannici; solo che questo è un whisky e le cose non dovrebbero andare a finire così. A livello di descrittori troviamo una corposa marmellata di frutti rossi, mirtilli e arance rosse molto mature. La torba non rispetta le regole di casa Caol Ila e risulta invece molto spigolosa, con un’affumicatura sporca (posacenere, legna carbonizzata). C’è una punta salata ma, tornando alle prime impressioni, si impone il legno, che asciuga e rilascia botte di amaro, di spezia infusa.

F: lungo, sa di vino salato e di gas di scarico. Ancora legno.

C’è il fumo acre, violento e c’è il legno zuppo di vino. Ma – a nostro gusto – non paiono fino in fondo integrati, oltre al fatto che – sempre a nostro gusto – forse è discutibile mettere insieme questi due odori/sapori in maniera così esplosiva. In realtà è buono, da assaggiare una volta, ma quanto ne berreste, anche considerando che costa sui 130 euro? 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Riz Samaritano – Ma che calze vuoi da me?

Laphroaig 16 yo (1998/2015, Valinch & Mallet, 55,6%)

Lunedì abbiamo assaggiato un Clynelish magnifico selezionato e imbottigliato dal neonato marchio italico Valinch & Mallet: oggi rimettiamo il naso su un loro imbottigliamento, questa volta spostandoci però su Islay, nello specifico a Laphroaig. Si tratta di un barile ex-bourbon di quasi 17 anni, che giunge nei nostri bicchieri a 55,6%, distillato negli ultimi giorni in cui il buon Iain Anderson lavorava in distilleria (così ci dicono, noi riportiamo) – lo assaggiamo affianco al nuovo Arcobaleno, la nuova selezione di I Love Laphroaig, che pubblicheremo lunedì prossimo.

12305486_10153284939801958_1801105923_nN: alcol poco presente; è uno di quei Laphroaig maestosamente marini e finemente cesellati, senza eccessi di botte. C’è una torba un po’ ‘incazzata’, che produce un fumo denso, da smog, acre; e con qualcosa del borotalco. La nota medicinale, di garza, di ospedale, di clinica, è pungente ma fine. A dare la misura della raffinatezza del complesso valga il lato fruttato, tutto giocato su un balletto di cedro, lime e una bella quota di lychees. Il mare, si diceva: è più ‘aria di mare’ (in una fredda mattina umida…) che non acqua – sempre che si capisca cosa intendiamo. Un pelo di castagne bollite? Banana?

P: che cambio di passo!, qui è molto più aggressivo. Ancora intensamente marino, salatissimo; e ancora tanto medicinale (quasi: antibiotico), con una nota amaricante di legno bruciato davvero tanto intensa. Cenere, limone; si accentua moltissimo quel carattere indomito di Laphroaig che tanti appassionati ha nei secoli conquiso. Decisamente distillate-driven; con acqua si esalta il malto, l’orzo, e diventa un poco più morbido.

F: una landa spelacchiata di erba bruciata, cenere e sale; falò spento; lunghissimo, infinito.

Non possiamo che confermare l’impressione positiva ricavata dall’assaggio del Clynelish; anche questo Laphroaig è di alto profilo. Il naso è levigatissimo, pieno di severo contegno: mentre al palato si rivela incoerente, perché nudo nudo e davvero aggressivo, amaro, fortissimo. Intendiamoci, è una questione di gusti: noi assegneremo ‘solo’ (si fa per dire) un 87/100, ma è un profilo che – ad esempio – Serge probabilmente adorerebbe.

Sottofondo musicale consigliato: Toxic Holocaust – Acid fuzz.

Arran 6 yo (2008/2014, OB for Milano Whisky Festival, 59,8%)

Manca ormai meno di un mese al Milano Whisky Festival, che quest’anno raggiungerà il traguardo delle decima edizione. Tutti si aspettano una grande festa e un weekend di emozioni persino più intense rispetto a quelle degli anni passati. Prima sorpresa: l’ingresso quest’anno sarà grauito! Emozionante, vero? In particolare, questo decennio è stato scandito dagli imbottigliamenti dedicati al Festival, single cask che di volta in volta hanno contrassegnato la manifestazione. A questo proposito a breve al Mulligans si terrà una degustazione celebrativa davvero molto interessante che ne raduna una buona parte e a chi vuole prepararsi al meglio per la due giorni del Marriott consigliamo davvero di presenziare. Del tasting non farà parte però parte l’Arran di oggi, presentato l’anno scorso e davvero sorprendente per l’età insolita con cui si presenta.

zoom_23903100_arranmwfN: quasi 60 gradi ma ha la spensieratezza di un grado ridotto. Lo botte ex-sherry scalda l’atmosfera e anticipa anche le feste natalizie con chiare suggestioni di biscotti zenzero e cannella e biscotti burrosi al cocco. Il burro è bello presente. Poi una ‘dolcezza’ tra il caramellato e l’aggrumato, con un bel malto avvolgente. C’è anche una nota di mele rosse, di legno speziato (chiodi di garofano).

P: un tripudio di sapori, che pulsano continuamente in bocca. Il menù del tripudio è caramello/toffee, tarte tatin, pesche caramellate al forno. Insomma, una grande dolcezza da dessert, con un più note tanniche, quasi allappanti, davvero devastanti ma che però ci stanno proprio bene. C’è un che di cioccolatoso, che fa risorgere la frutta rossa sotto forma di mon cheri; e tornano le note speziate del naso (chiodi di garofano e cannella). E il malto? In realtà c’è anche quello, perché quello di Arran, bello brioscioso e cerealoso, è difficile da mettere sotto.

F: lunghissimo, tostato, speziato e caramellato. Grande intensità.

Dobbiamo essere franchi: pur apprezzando molto la distilleria Arran, che dopo soli venti anni di attività è oggi una delle più belle realtà nell’industria dello Scotch whisky, ci siamo approcciati a questo dram abbastanza guardinghi. La ragione sta proprio nella breve storia della distilleria, che ci ha dato l’opportunità di seguire l’evoluzione degli invecchiamenti e il progressivo miglioramento medio degli imbottigliamenti. Si pensava quindi che 8 anni fossero davvero troppo pochi e che il trucco stesse tutto in una botte ultra-attiva. Bene sicuramente l’apporto del legno è fondamentale ma, incredibile a dirsi, questo whisky conserva comunque un suo bilanciamento. E poi, il che è in definitiva la sola cosa che conta, è davvero buono: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Gerard Lenorman – Michele

Lagavulin 16 yo (2014, OB, 43%)

Grave il manto della colpa cade sulle nostre spalle e rubizzo è il nostro volto nel volgere il pensiero a ciò che mancava: e ciò che mancava, qui sul sito, era il re dei single malt, la bottiglia che più facilmente fa breccia nel cuore degli appassionandi al malto, il torbato oggetto di culto di ogni whiskofilo che si rispetti (e qui intendiamo: che rispetti se stesso). Alludiamo al Lagavulin 16 anni, unica versione stabile del core range, assieme alle edizioni annuali (12 anni e Distiller’s Edition): perché per imporre uno stile basta una bottiglia, non c’è mica bisogno di età differenti, NAS e finish in Tavernello, no: basta la qualità. E beh, dopo aver assaggiato il 12 anni White Horse degli anni ’70, quale miglior modo per calcare ancora le terre di Islay?

lagavulin_16_yearN: sembra determinante l’influenza delle botti ex sherry, pur incastonata in uno di quei profili ‘fusi’, compatti, di grande espressività e monolitica varietà. Un whisky appiccicoso, a volerlo descrivere con un colore sarebbe ‘marrone’: ti si incolla alle narici con note di caramello, tamarindo, arance glassate, prugne cotte, marmellata ai frutti di bosco. Anche scorza d’arancia rossa. Mica male nemmeno la torba, che è pesante, smoggosa e supportata da una marinità intensissima (alghe riarse); anche una nota di carne su barbecue. Suggestioni di cuoio.

P: che compattezza e che ricchezza! In coerenza col naso si conferma assai marino fin dall’attacco: è proprio salato. Nello stesso istante però si percepisce anche una dolcezza, pronunciata ma elegante, che richiama liquirizia, frutta cotta (mele e prugne; ma anche confettura di fragola), arancia e chinotto, caramello bruciacchiato. A proposito di bruciato, qui la torba ricorda il legno carbonizzato e il bacon. Ancora una sensazione pesante di smog.

F: lungo, lunghissimo. Salato e bruciato, con splendidi inserti di caramello e agrumi.

Notevole complessità, eccellente intensità, sorprendente bilanciamento: il Lagavulin 16 anni è, semplicemente, il miglior single malt torbato tra le versioni ‘base’ – e badiamo bene a questo aspetto, è una versione ‘base’, appunto, che assaggiata blind non avrebbe nulla da invidiare ad espressioni più esotiche e – certamente – più costose. Apprezziamo anche i punti di contatto (di coerenza e consistenza) con il ‘nonno’, il 12 White Horse degli anni ’70 Ci inchiniamo al Lord of the Malts: 90/100, e forse siamo stati bassi (ad esempio, il prode IBR è più munifico; ma date un’occhiata anche ai voti di Serge)…

Sottofondo musicale consigliato: Deep Purple – Child in time.

Royal Brackla 16 yo (1997/2014, Adelphi, 56,8%)

Dopo giorni interi trascorsi alla mercé degli eventi, trascinati dalla Storia come sacchetti di plastica in mare, un rigore morale inespresso ci stringe alla sedia e al bicchiere: non più alcolismo d’accatto, non più tappini di Ballantines, non più avvocati abbracciati alla tazza del cesso, non più tardone scambiate per giovani ballerine, non più risvegli costretti alla vergogna dall’oblio di sé e del mondo. Non più questo, ma whisky scozzo e singolo malto. Boh… Dunque stappiamo un sample di Royal Bracka imbottigliato da Adelphi, che dobbiamo alla gentilezza dei Pellegrini: sedici anni trascorsi in botte ex-bourbon (cask #5564), e stai senza pensieri.

rbladl1997N: a grado pieno è poco espressivo… ma non eccessivamente alcolico. Una lieve nota fruttata (canditi; limone) accompagna un sentore mandorlato. Serge scrive ‘creta umida’, e in effetti ricorda un po’, se non proprio la creta, qualche cosa tipo di cantiere… In generale, un lieve sentore erbaceo, forse tè (foglie); una lieve, lieve nota di miele? Floreale, senz’altro. Con acqua, resta erbaceo e si fa ancora più maltoso, solo delicatamente fruttato, più apertamente – ora – sulle mele fresche. Pulito e nudo. Torba, un velo? Sì. Fumo, anche? Mandorle amare.

P: grande masticabilità, prosegue sulla falsariga del naso, con più grip, senza punti esclamativi ma con tanto carattere. Quindi, tripudio d’erba fresca, un bel po’ di limone, un po’ di miele, un che di fruttato (diremmo mela verde, se avessimo un blog di note di degustazione di whisky). Uva bianca? Punte minerali e pepate. Con un pelo d’acqua si ammorbidisce lo scenario, reso più ‘facile’ e zuccherino; ancora mele, non verdi però; camomilla zuccherata, pasta di mandorle; prugne.

F: molto pulito, leggermente fruttato (mele). Non lunghissimo, delicato come in ogni altra fase. Erba fresca.

Un whisky che più nudo non si può, non privo di una discreta personalità maltata; di certo è semplice, ma è ben fatto, a nostro giudizio senza tutti quegli spigoli che vi ha trovato Serge. 84/100 è il giusto voto per un naso un po’ troppo passivo ma per un palato davvero godibile; consigliamo comunque acqua, che attenua il lato ‘bagnato’ dell’olfatto ed esalta la qualità della seconda fase. Auguri ai Moldavi: oggi è capodanno!

Sottofondo musicale consigliato: Placido Domingo ci racconta la storia di Kleinzach; aria tratta dai Racconti di Hoffman di Offenbach.

Ardmore 16 yo (1997/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 55,2%)

Mentre Cadenhead’s ha appena annunciato i nuovi imbottigliamenti, che in Italia saranno disponibili da settembre, noi giriamo lo sguardo verso il più recente passato e assaggiamo un Ardmore di 16 anni imbottigliato da pochissimo (è stato presentato allo Spirit of Scotland di marzo) nella serie ‘Small Batch’. Ardmore è una distilleria delle Highlands che da sempre ha prodotto un malto esplicitamente torbato, molto amato dai blender per le sue peculiarità… ma pressoché sconosciuto a tutti gli altri. Noi abbiamo un simpatico ricordo di Ardmore legato al nostro ultimo viaggio in Scozia, ma contro ogni regola della comunicazione scritta ce lo teniamo per noi. Il colore è paglierino chiaro chiaro.

62770834_CI39N: un profilo strano, che non ti accoglie a braccia aperte e che bisogna addomesticare. Ha anzitutto un’anima bourbon molto trattenuta, tra una pera gentile e sporadici spunti di vaniglia e zucchero filato; poi, una zuccherinità che richiama malti decisamente più giovani (canditi, lieviti, alcol un po’ ‘grezzo’). La sensazione di asperità è poi accentuata da forti note minerali (grafite), erbacee e vegetali (il nostro amato nocciolo di limone). Qualche senso di legno umido…

P: il primo impatto è di un bel corpo, con una dolcezza certo ancora semplice, acerba (ancora pere e canditi), veicolata con potenti botte di legno. E quindi molta liquirizia, che annuncia nuovamente un lato earthy, minerale, terroso: una bella torbatura, decisamente (anche con un pit di fumo).

F: liquirizia e torba acre, con afflati vegetal-limonosi. Piuttosto lungo e persistente.

Davide da tempo sostiene che Ardmore sia una distilleria speciale ancora misconosciuta: questo malto è senza dubbio da premiare per la sua particolarità, anche se in tutta onestà a noi questa foggia un po’ cruda, non così elegante e soprattutto non sostenuta da un’adeguata complessità, non ci fa perdere la testa. Comunque davvero un buon dram, intendiamoci, e istruttivo, e inusuale, e 85/100 insomma.

Sottofondo musicale consigliato: Adamo – La notte.