Clynelish 17 yo (1996/2014, Silver Seal, 51,9%)

Reduci dal Milano Whisky Festival 2018, non possiamo iniziare la settimana recensiva con una bottiglia qualsiasi: un Clynelish del 1996 selezionato e imbottigliato da Max Righi fa proprio al caso nostro. Dalla serie “Whisky is art” del 2014, ecco un barile ex-bourbon direttamente dalla distilleria delle Highlands che più ci scalda il cuoricino. Come spesso accade, beviamo insieme ad Angelo Corbetta, che ci accompagna con le sue suggestioni.

N: che piacere, che fascino… Questo Clynelish è esattamente come vogliamo che siano i Clynelish che beviamo: austero e complesso. Si parte con la cera, tagliente e minerale, e con note intense di olio d’oliva e di erba falciata… Poi pian piano si apre su un lato di pastafrolla arricchita, di biscotti al burro, magari screziati da una scorza di limone. Una nota di pera cotta (suggerisce Angelo), a dare conto di una dimensione fruttata non scontata, sfumata ma presente.

P: che impatto, e che texture oleosa! Il primo sorso è molto simile al naso e non concede nulla a smancerie e ruffianate, esibendo anzi severa austerità, cera, mineralità oleosa e qualche sentore di distante fumo di torba. Poi man mano si apre, verso una dolcezza delicata ma piena, semplice ma travolgente, fatta di frutta bianca, zucchero a velo, vaniglia e panna cotta. Eccellente.

F: molto lungo e persistente, parte cremoso e poi si fa venare di cera, torbina e cereale.

Nel corso del tempo ci siamo forse abituati alla complessità di Clynelish e tendiamo a darla per scontata, un po’ come gli juventini si sono abituati a vincere i campionati: e però immaginiamo che, se sotto la loro (terribile) maglia bianconera batte ancora un cuore (forse no), debba essere comunque una sensazione piacevole portarsi a casa il titolo. Ugualmente, anche noi non sappiamo nascondere la gioia che proviamo davanti a un profilo come questo, perfetto e tagliente come piace a noi. 90/100, tondi tondi. Grazie, Max, per questo e per tanti altri samples…

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Disposable Heroes (acoustic, live at Bridge School 2007).

Aberlour 17 yo ‘Distillery Reserve’ (1999/2017, OB, 52,8%)

In una delle nostre recenti sessioni intensive di degustazione presso l’Harp Pub Guinness di Milano abbiamo affrontato una golosissima edizione di Aberlour: si tratta di un ‘Distillery Reserve’, cioè una serie di imbottigliamenti single o double cask, a grado pieno, delle distillerie del gruppo Chivas / Pernod, disponibili per l’acquisto solo lassù dove il whisky lo si fa. In questo caso, abbiamo davanti due barili (#4868 e #4886) ex-sherry Oloroso distillati nel 1999, imbottigliati dunque a 17 anni nel 2017. Roba forte, direbbe qualcuno: ringraziamo il prode Andrea del Monkey Whisky Club per essersi inerpicato fino ad Aberlour per portare a casa cotanta bottiglia. Siamo coadiuvati nella bevuta dal sommo Angelo Corbetta.

N: uno sherry monster fatto e finito, anche se decisamente più maturo e ‘pieno’ rispetto all’Abunad’h – ha note succosissime di frutta rossa, dalla ciliegia / amarena al lampone, poi cioccolato (cioccolato con ciliegie, diciamolo: mon cheri). C’è una venatura di clorofilla. Brioche (ai frutti rossi, naturalmente); note di malaga, ‘dolci’ e cremose. Legno caldo, e punte speziate.

P: l’impatto è esplosivo, con deflagrazioni di cioccolato fondente e frutta rossa, come ci si attendeva; note di babà al rum, ci suggerisce Angelo – e poi va chiudendosi verso l’amaricante / astringente, con note di fondo di caffè. Spezie (chiodi di garofano, noce moscata).

F: burroso, cioccolatoso, dolce, annega le suggestioni amaricanti e torna su territori più ruffiani. Maestoso.

Eccellente come solo un Aberlour in sherry di circa 18 anni può essere. A suo modo incoerente, con un naso succoso e dolcino e un palato, invece, succoso e amaricante, con presenza netta del legno e delle spezie. Siccome abbiamo paura di non berlo mai più, e la paura fa 90, ecco il voto: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Reverie.

Mosstowie 17 yo (anni ’80, Sestante, 66%)

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Ciao, sono il Lomond Still di Scapa!

Miltonduff è da sempre una delle distillerie che produce il malto-base per un marchio tra i più conosciuti al mondo, Ballantine’s. Negli anni ’60 le magnifiche sorti e progressive dell’industria del whisky facevano illudere gli imprenditori che ogni investimento, ogni ampliamento di produzione, ogni raddoppiamento d’alambicco sarebbe stato ampiamente ripagato da un mercato in solida e inscalfibile espansione. Anche gli amici di Hiram Walker, all’epoca proprietari di Ballantine’s, la pensavano così: e dunque decisero nel 1961 di piazzare qualche alambicco Lomond a Miltonduff, per avere più ciccia da buttare nel blend – prassi comune, se pensiamo che HW piazzò alambicchi simili anche a Scapa, Inverleven e Glenburgie. Ma cos’è un Lomond Still? Innanzitutto prende il nome proprio dalla versione costruita a Inverleven, il cui single malt prodotto era appunto chiamato Lomond – si tratta, sostanzialmente, di un ibrido tra un pot still ‘normale’ ed un coffey still (alambicco a colonna), con una serie di piatti inseriti nel collo dell’alambicco che permettono al distillatore di regolare il reflusso, e dunque il carattere finale del distillato; al contempo, è regolabile anche l’inclinazione del lyne arm, il ‘becco’ dell’alambicco, anche qui con ovvie conseguenze su quel che poi ti trovi nel bicchiere. Volete un esempio conosciuto di Lomond Still, anzi, a ben vedere, il suo primo esemplare? Ugly Betty, l’alambicco in cui si fa il Botanist Gin a Bruichladdich. Mosstowie, invece, è il nome del single malt prodotto dal Lomond still di Miltonduff, prodotto solo tra il 1964 e il 1981: negli anni Ottanta l’italianissimo imbottigliatore Sestante mise le mani su diverse barili di Mosstowie e ne fece diverse release, per la gioia anche nostra che adesso ci assaggiamo un 17 anni a 66%.

mosstowie-17-yo-75-cl-66-old-sestante_IM312053N: ci incuriosiva molto la gradazione monstre, di cui però non troviamo traccia. Probabile che la bottiglia abbia perso qualcosa, anche se ci sembra un whisky perfettamente integro, pieno, magari appena appena pungente. Succoso, tagliente, ma nonostante questo trattenuto, e impreziosito da una nota leggermente sulfurea davvero sui generis. Fin qui, le parole: se vogliamo parlare di oggetti, diciamo che si sente una grande arancia, poi frutta rossa intensa e succosa (uvetta e fragole), un filo di carruba, una nota di tamarindo.

P: anche qui i 66% se ne sono andati da un pezzo, forse da decenni addirittura: è però successa una cosa che forse ci capita per la prima volta… Rispetto alle recensioni non proprio entusiastiche che si trovano qui, oppure qui, tutte concentrate sulla dubbia piacevolezza del palato, probabilmente qui la riduzione alcolica naturale, portata dall’ossidazione, ha ingentilito e smussato, formando un profilo sherried niente male. Non a caso Serge consigliava di diluire la violenza alcolica… E comunque: frutta rossa, di nuovo, uvetta, miele (di quelli un po’ amari) e caramello, ancora carruba e tamarindo. In Valdaosta esistono biscotti di farina di noci coi frutti rossi, che i più accorti non esiterebbero a paragonare a questo Mosstowie. Il tutto, percorso da una nota sulfurea e un po’ ferrosa.

F: aumenta questa dimensione sulfurea, che – possiamo solo ipotizzare – a 66% poteva risultare sgradevole, e qui si limita ad essere un’ulteriore nota di colore in una tavolozza ben assortita.

Questo whisky ha una fama controversa, prende basse valutazioni sia su whiskybase che su whiskyfun – a noi sembra invece molto piacevole, anche se certamente un po’ ‘strano’ e inusuale, probabilmente avvantaggiato da una gradazione forse calata con il tempo. Rimaniamo col dubbio, ma nel dubbio non possiamo che assegnare un convinto 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yussef Kamaal – Strings of Light.

Glenlossie 17 yo (1997/2014, Signatory Vintage, 46%)

Ancora un esordio su whiskyfacile! Assaggiamo oggi il primo Glenlossie della nostra carriera di blogger recensori, e dobbiamo ammettere che un po’ ce ne vergognamo. Si tratta di un marriage tra due barili (817 e 818) selezionati e imbottigliati da Signatory Vintage, celebre e stimato imbottigliatore indipendente distribuito in Italia dall’indefessa Velier. Glenlossie non ha un suo core range, e l’unico imbottigliamento ufficiale disponibile è il Flora e Fauna 10 anni. Una caratteristica che fa spiccare la distilleria è la presenza dei purifiers negli spirit stills, ovvero aggeggini con l’esplicita funzione di aumentare il riflusso nell’alambicco – e dunque, ridurre le impurità. Che ce ne facciamo di questa informazione? Beh, la teniamo buona per l’aperitivo di stasera, tutte le ragazze (si sa) non sanno resistere al fascino di chi discetta con disinvoltura di queste amenità.

N: un manuale dell’invecchiamento in bourbon, con generose ondate di vaniglia, cocco (quanto cocco!), una noce di Pecan molto intensa, cremosa… parzialmente mitigate da un distillato pulito, senza articolari increspature (sarà il purifier? o sarà la suggestione?). Banana molto matura, in linea col profilo ci cui sopra; forse anche un che di pandoro? Vagamente vegetale e con una minima quota agrumata (lemongrass), soprattutto dopo un po’. Affascinante perché oscilla tra un profilo sfacciatamente bourbonoso e uno più intrigante made in Scotland. Dopo un po’, qualche nota speziata, tra la noce moscata e la matita appena temperata (ok, legno).

P: ripropone quella stessa dualità di cui sopra, giocata tra vegetale e cremoso. Emerge infatti una dolcezza intensa, da latte condensato, ma anche un erbaceo da tè, o da infuso d’erbe; e poi c’è ancora vaniglia e cocco, ma anche erba limoncina. Frutta gialla fresca e matura, in un contesto certo non di brutale complessità ma non privo di una sua personalità seducente.

F: come ci si poteva attendere, il finale non è lunghissimo, anzi, scema rapidamente in una delicata base per torte (pastafrolla, crema, malto).

85/100. Buono, piacevole, beverino come un succo di frutta. Un esempio efficacissimo dei piaceri della ricerca tra marchi poco conosciuti: anche le distillerie dello Speyside che fanno solo whisky per i blended possono regalare gioie!, a 50€ ancor di più.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Worst behaviour.

Old Pulteney 17 yo (2017, OB, 46%)

Miscela di botti ex-bourbon, Oloroso and Pedro Ximenez, questo diciassettenne di Old Pulteney è il fratellino minore del 21, che ha vinto nel 2012 il premio come miglior whisky del mondo secondo una guida ai whisky dalla sedicente autorevolezza, il cui redattore è uomo dall’infinita modestia: la Whisky Bible di Jim Murray. Non poche ombre su quella vittoria, non pochi stupori: noi avevamo assaggiato il premiato qualche anno fa, oggi ci concentriamo sul 17: direttamente da una delle distillerie più a nord di Scozia, ecco a voi.

N: guardando la composizione delle botti, ce lo aspettavamo sicuramente più carico. E invece esibisce un repertorio da Highlander fiero e anche un po’ burbero: minerale, iodato e con un distillato ancora sugli scudi. Si sente il cereale sotto forma di Kellogg’s frosties; addirittura anche un sentore di lieviti. E poi generosi sentori di scorza di limone a dare freschezza, e solo in un secondo momento arriva della frutta gialla. Melone e albicocche.

P: anche qui stesso copione. Il kick non è male, è compatto e saporito ma, dimentico dei suoi natali, non reca traccia di sherry. Ci sembra infatti ancora molto orientato sul distillato, con cereali al miele, sale marino e tanta acidità agrumata (limone). Molto minerale ed erbaceo. Zenzero e albicocca.

F: salato e citrico, mandorle.

Il 21 che avevamo assaggiato era, se pur in modo temperato, più sherry-oriented. Qui probabilmente una selezione accurata di botti Oloroso e PX non troppo attive apre una prateria di fronte al distillato, che non sapendo bene che fare dopo 17 anni si presenta un po’ scarico all’appuntamento. Forse il palato è la fase più debole, mentre il naso è sicuramente più intrigante con quella nota brinosa da Highlands del nord che – voi lo sapete bene, ormai – a noi piace moltissimo. Gradevole dunque, senz’altro, meritevole di assaggi e forse di acquisto: ma se nel mercato attuale può trovare giustificazione un prezzo di 80/90€, non siamo sicuri che saremmo disposti a spenderli proprio per lui. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Doug Hream Blunt – Caribbean Queen.

Ben Nevis 17 yo (1999/2016, Claxton’s, 54,8%)

Riapriamo il pacchetto dei sample delle selezioni di Claxton’s gentilmente offertoci da Diego di whiskyitaly.it e peschiamo un Ben Nevis di 17 anni: la distilleria è celebre soprattutto per la proprietà giapponese, per essere ai piedi dell’omonimo monte (il più alto delle isole britanniche) e per avere un sito web che ti getta immediatamente nel 1996: ti par quasi di sentire il rumore del modem che cerca di collegarsi alla linea bloccando il telefono fisso… E già che ci siamo ci piace segnalare l’amico Hector McDram, capolavoro frutto della spremitura delle meningi di un ufficio marketing che ci immaginiamo essere composto da una pensionata scozzese in preda all’Alzheimer e a cinque giapponesi del tutto privi del dominio della lingua inglese. Seriamente, questo video non potete perderlo e lo linkiamo già qui: complimenti alla distilleria, in ogni caso, per aver tenuto come testimonial e come immagine del proprio brand un’idea del 1992, perfettamente intatta e senza neppure un passaggio di aspirapolvere.


Ma insomma, le amenità che a noi interessano stanno dentro alla bottiglia, e dunque.

N: la gradazione piena si sente tutta, a dir la verità un po’ troppo: acetone. È un whisky chiuso, difficile da analizzare, anche per gli spigoli di Ben Nevis presenti anche qui: un po’ di polvere da sparo, un che di pastello a cera e pure il tanto temuto cartone bagnato. Ha una sua dolcezza un po’ pesante in sottofondo, diciamo di caramello e forse un che di uvetta. Poi note floreali, tanta, tantissima erica.

P: anche qui l’alcol non sa nascondersi, ma di certo si squaderna maggiormente una forma di dolcezza mielosa e zuccherina: caramello ancora, un po’ di uvetta, un misto di frutta cotta (mele cotte?). Anche qui c’è una sfumatura sulfurea, di polvere da sparo, e ancora un pit di pastello a cera. Gelato malaga? Frutta secca, noce o nocciola?

F: lungo, ancora frutta cotta e caramello, ancora un bel po’ di malaga, ancora l’alcol non scompare. Frutta secca.

Mah, è difficile dare un giudizio: i sentori sono tutti piacevoli, anche con le sfumature più sporche, ma onestamente l’alcol è fin troppo aggressivo, e si defila a fatica anche con aggiunta di acqua. Peccato, forse una gradazione più bassa avrebbe almeno attenuato l’impatto di questi – ai nostri occhi – difetti: non lo sapremo mai, intanto chiudiamo con un 79/100. Salute al grande Hector McDram!

Sottofondo musicale consigliato: Zu, Mike Patton – Orc.

Balvenie ‘Peated Cask’ (2010, OB, 43%)

Del Peated Cask paiono esistere due versioni (l’altra è a 48,7%). Se abbiamo capito bene la storia, le ragioni del cambio di nome dipendono solo dal fatto che, da qualche tempo, non si può più indicare il tipo di botte con la regione (“Islay Cask”, per intenderci) – detto ciò, la ricetta dovrebbe essere la medesima, 17 anni in botti ex-bourbon e un passaggio finale di sei mesi in botti ex-torbato, anche se online compaiono interpretazioni diverse cui noi assolutamente non vogliamo credere (17 anni in botti vergini…).

balob_17yov6N: la differenza con l’altro appare evidente, o per lo meno nel nostro strenuo relativismo così ci piace credere. Rispetto all’Islay Cask c’è una sensazione torbosa e terrosa molto più avvolgente, con sfondamenti nel territorio del minerale, con terra umida, lana bagnata… Anche il lato ‘dolce’ sembra più profondo, un po’ più brioscioso, con suggestioni ‘pesanti’ di frutta cotta (mele e prugne). Un qualcosa di zenzero, anzi: noce moscata? Decisamente, sì. C’è anche una punta aromatica (diciamo rosmarino) abbastanza presente. Un profilo sicuramente sfaccettato, ma – come dire – molto sui generis.

P: se possibile, la particolarità di questo whisky al palato diventa ancora più estrema. La combinazione di torba e dolcezza-Balvenie, lungi dall’armonizzare, porta a esiti difficilmente narrabili. Stentiamo a spiccicarvi la recensione; la cosa più logica sarebbe parlare di un senso di miele intenso (leggermente amaro) e biscotti ai cereali da un lato, e di uno smog terroso e al limite del medicinale dall’altro. In realtà l’effetto è davvero molto particolare e finisce per essere un perverso gioco di rifrazioni, in cui l’amaro si fa totalizzante, con note di caffè tostato e di carruba.

F: piuttosto lungo, sul miele di castagno e un che di tostato, ancora caffè.

Bere i due Balvenie “torbati” si è rivelato un gioco di specchi: il primo sembrava dolcissimo e poi al palato si rivelava molto ‘isolano’, questo sembrava più isolano al naso ma il palato portava un plot-twist francamente inaspettabile. Entrambi sono due whisky buoni e ben fatti, per quanto sperimentali e per quanto irragionevolmente cerchino di andare ad agire su un distillato che normalmente rasenta la perfezione; il primo, però, complessivamente ci pareva meglio riuscito, e per questo hic et nunc non saliremo sopra gli 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anibal Troilo – Cambalache, cantiamola tutti a squarciagola e poi andiamo a massacrare qualcuno.

Arran 17 yo (2014, OB, 46%)

Nel 2015 Arran ha rilasciato il primo 18 anni ufficiale: ma siccome per quello siamo in ritardo (hey, Facili, vi siete resi conto, vero?, che il 2015 era l’anno scorso, no?), decidiamo di assumere sulle spalle l’intero peso della responsabilità del ritardo: e dunque ci beviamo il 17 anni messo sul mercato l’anno precedente, in edizione limitata a 9000 bottiglie, con malto non torbato invecchiato in sole botti ex-sherry. Il colore dorato ci invita accogliente.

arran-17-year-oldN: la prima sensazione è quella di crema catalana, di zuppa inglese, di uvetta macerata e infilata in una grassa crema dolce… Belle note di marzapane, in crescita costante, e un velo di miele. Non si trascuri la presenza fruttata, piena, profonda e soddisfacente: mele (diremmo: mele cotte), prugne (diremmo: prugne cotte), anche agrumi (e qui no, non diremmo: agrumi cotti, bensì: arancia soprattutto). Resta costante il malto, vera costante di Arran, con note briosciose, di fette biscottate, magari “tutte shpalmate” dimm…armellata all’arancia (citazione colta, quasi: chi la riconosce vince un dram al prossimo Milano Whisky Festival!). Cocco. Molto piacevole.

P: molto coerente, molto buono. L’apporto dello sherry, anche in questa fase, è relativamente discreto: tanta mela rossa, un po’ di cuoio, arancia rossa… Ma poi ancora frutta cotta e marmellata d’arancia; un grande ritorno sulle nostre pagine, lo zenzero candito!, magari pucciato nel cioccolato… Perché sì, c’è pure il cioccolato, al latte. Ancora brioscia maltosa e mielosa. Buono! Frutta cotta (sempre mele e prugne). Un velo di spezie (cannella).

F: piuttosto lungo, molto coerente: frutta cotta, marzapane e arancia rossa multiforme.

Beh, beh: molto buono. Relativamente standard come profilo, mostra le peculiarità di tutti gli Arran che abbiamo assaggiato, ovvero la pulizia estrema e un malto in primo piano. Apprezziamo che lo sherry non sia una sverniciata coprente ma un elegante vestitino corto: nel complesso, stiamo sugli 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kiasmos – Looped.

Ballantine’s 17 yo (anni ’80, OB, 43%)

Il marchio Ballantine’s, attualmente appiccicato su uno dei blended più venduti al mondo (il secondo, dopo il giuàn caminador), risale addirittura al 1827, ovvero ad uno dei tanti momenti d’oro dell’industria del whisky scozzese: ad avviare la storia è il signor George Ballantine, di Edimburgo, che volendo far evolvere il suo negozietto di vini e liquori decide di blendarsi da solo il whisky. Fino al 2002 la quota di grain veniva prodotta a Dumbarton (nelle Lowlands), dove guardacaso c’era una enorme distilleria di whisky di grano ora chiusa, fondata negli anni ’30 del ‘900 dagli stessi proprietari di Ballantine’s. In quegli anni, proprio per garantire sempre nuovo blend, il proprietario canadese di allora acquistò pure Miltonduff e Glenburgie; ora il grain viene da Straithclyde, distilleria di proprietà di Pernod, come d’altro canto lo stesso marchio Ballantine’s. Cenni storici un po’ buttati lì per introdurre un blended diciassettenne degli anni ’80, tra i più apprezzati alla degustazione della scorsa settimana.

ballantine17__43155.1312365134.1280.1280N: molto aromatico, le chiacchiere stanno a zero e pure l’alcol. Si sente parecchio la quota di grain, e presumibilmente si tratta di un grain bello maturo: ci sono note di toffee, di lucido per legno, di caramello… Burro di arachidi. Ben evidente è pure l’apporto dello sherry: uvetta, frutta rossa disidratata, cioccolato. Anche albicocche e prugne secche; ma emerge forte e chiaro anche un lato più cremoso: proprio zabaione.

P: al palato l’impatto è ancora più convincente rispetto ad un naso già di alto livello. Mostra una grande intensità, supportata da un corpo davvero denso e oleoso. Sostanzialmente, a grandi linee replica le componenti della prima fase: c’è un senso ‘dolceamaro’ e molto maturo di caramello, miele, frutta disidratata (uvetta, prugne); un velo di liquirizia, poi crema catalana. Cresce la frutta secca (nocciola, ma anche castagna) ed esce una punta di minerale/torbato, molto delicata ma che nondimeno conferisce un ulteriore livello a questo whisky. Pepe, legno.

F: di media durata, rimane molto pulito sul malto, sul legno tostato (a pacchi) e sulla frutta secca.

Veramente molto, molto buono. Si sente che è un whisky ‘importante’, con una certa età: soprattutto ha una personalità veramente convincente, divisa tra una quota di grain molto piacevole e di un malto che riesce ad essere anche cremoso. Ah, i whisky di una volta… E questo vale anche per i Ballantine’s, sappiatelo! 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paul Simon – Wristband.

Highland Park 17 yo ‘Ice Edition’ (2016, OB, 53,9%)

HP Ice Logo

Il grande protagonista della degustazione di lunedì scorso era lui: Highland Park ‘Ice Edition’, ispirato al ruolo degli elementi nella mitologia nordica – mitologia che, come sapete bene, ormai da anni occupa le menti dei responsabili del marketing di Highland Park. C’è della legittimità in questa operazione: le Orcadi sono terra vichinga, passata alla Scozia come dote in un matrimonio tra una principessa danese e un principe scozzese: o meglio, diciamo che il buon Cristiano I di Danimarca era momentaneamente a corto di contanti e ha detto: “beh, sapete che c’è? avremmo due isolette dalle vostre parti, niente niente magari vi servono…”. Senza stare a entrare nel dettaglio di Nifelheim, Jotunn e altre amenità (che comunque, da vecchi metallari quali siamo, vi invitiamo caldamente ad approfondire), diciamo che l’immagine del ghiaccio è ben replicata in una bottiglia suggestiva, che farà certo storcere il naso ai puristi ma che – obiettivamente – ha un suo fascino. Si tratta di una miscela di botti di 17 anni, tutte ex-bourbon first fill.

Schermata 2016-03-24 alle 20.48.42N: Martin, presentandolo, insisteva sull’apporto delle botti ex-bourbon: ed effettivamente il legno è il grande protagonista, portando una ‘dolcezza’ molto pronunciata, tutta di vaniglia, marshmellow, torta paradiso (zucchero a velo e un leggero sentore limonoso); anche un po’ di cocco, e questo sentore porta a considerare l’altro grande lato: la frutta tropicale è in evidenza, tra mango, carambola e cocco. Decisamente in disparte, solo a tratti, ci sono sentori minerali, tra la cera e un qualcosa di ‘verde’, di vegetale (foglie, fiori freschi).

P: coerente con il naso; potente, assale il palato con grande, grandissima intensità, e lo irretisce con una grande compattezza di suggestioni. Domina un senso di acidità dolce, che ci rimanda direttamente alla frutta tropicale: ananas un po’ acidino, ancora carambola; poi si apre una dolcezza più vanigliosa, tra cocco e banana gialla. La curva vede chiudersi il palato su note (anche qui, delicate) leggermente minerali, tra un filo di torba, un poco di cera; ci sono anche note di spezie evidenti, di zenzero candito.

F: ancora tropicalia, vaniglia e un velo di fumo di torba, molto leggero.

Rispetto alla sensazione avuta in diretta durante la degustazione, assaggiandolo con calma lo abbiamo trovato complessivamente più ‘Highland Park’, con l’apporto della botte evidentemente in primo piano ma con quelle note più ‘sporche’, di quella torba leggera che vive solo in questa distilleria delle Orcadi. Più tropicale del previsto, complessivamente ci ha dato molta soddisfazione: tralasciando ogni considerazione sul prezzo (altino, per essere sì un’edizione limitata, ma pur sempre da 30000 esemplari), il nostro giudizio sarà di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: LA canzone, quella che meglio rappresenta un genere, l’epic viking black metal: Bathory – One Rode to Asa Bay.