Glenlossie 17 yo (1997/2014, Signatory Vintage, 46%)

Ancora un esordio su whiskyfacile! Assaggiamo oggi il primo Glenlossie della nostra carriera di blogger recensori, e dobbiamo ammettere che un po’ ce ne vergognamo. Si tratta di un marriage tra due barili (817 e 818) selezionati e imbottigliati da Signatory Vintage, celebre e stimato imbottigliatore indipendente distribuito in Italia dall’indefessa Velier. Glenlossie non ha un suo core range, e l’unico imbottigliamento ufficiale disponibile è il Flora e Fauna 10 anni. Una caratteristica che fa spiccare la distilleria è la presenza dei purifiers negli spirit stills, ovvero aggeggini con l’esplicita funzione di aumentare il riflusso nell’alambicco – e dunque, ridurre le impurità. Che ce ne facciamo di questa informazione? Beh, la teniamo buona per l’aperitivo di stasera, tutte le ragazze (si sa) non sanno resistere al fascino di chi discetta con disinvoltura di queste amenità.

N: un manuale dell’invecchiamento in bourbon, con generose ondate di vaniglia, cocco (quanto cocco!), una noce di Pecan molto intensa, cremosa… parzialmente mitigate da un distillato pulito, senza articolari increspature (sarà il purifier? o sarà la suggestione?). Banana molto matura, in linea col profilo ci cui sopra; forse anche un che di pandoro? Vagamente vegetale e con una minima quota agrumata (lemongrass), soprattutto dopo un po’. Affascinante perché oscilla tra un profilo sfacciatamente bourbonoso e uno più intrigante made in Scotland. Dopo un po’, qualche nota speziata, tra la noce moscata e la matita appena temperata (ok, legno).

P: ripropone quella stessa dualità di cui sopra, giocata tra vegetale e cremoso. Emerge infatti una dolcezza intensa, da latte condensato, ma anche un erbaceo da tè, o da infuso d’erbe; e poi c’è ancora vaniglia e cocco, ma anche erba limoncina. Frutta gialla fresca e matura, in un contesto certo non di brutale complessità ma non privo di una sua personalità seducente.

F: come ci si poteva attendere, il finale non è lunghissimo, anzi, scema rapidamente in una delicata base per torte (pastafrolla, crema, malto).

85/100. Buono, piacevole, beverino come un succo di frutta. Un esempio efficacissimo dei piaceri della ricerca tra marchi poco conosciuti: anche le distillerie dello Speyside che fanno solo whisky per i blended possono regalare gioie!, a 50€ ancor di più.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Worst behaviour.

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Old Pulteney 17 yo (2017, OB, 46%)

Miscela di botti ex-bourbon, Oloroso and Pedro Ximenez, questo diciassettenne di Old Pulteney è il fratellino minore del 21, che ha vinto nel 2012 il premio come miglior whisky del mondo secondo una guida ai whisky dalla sedicente autorevolezza, il cui redattore è uomo dall’infinita modestia: la Whisky Bible di Jim Murray. Non poche ombre su quella vittoria, non pochi stupori: noi avevamo assaggiato il premiato qualche anno fa, oggi ci concentriamo sul 17: direttamente da una delle distillerie più a nord di Scozia, ecco a voi.

N: guardando la composizione delle botti, ce lo aspettavamo sicuramente più carico. E invece esibisce un repertorio da Highlander fiero e anche un po’ burbero: minerale, iodato e con un distillato ancora sugli scudi. Si sente il cereale sotto forma di Kellogg’s frosties; addirittura anche un sentore di lieviti. E poi generosi sentori di scorza di limone a dare freschezza, e solo in un secondo momento arriva della frutta gialla. Melone e albicocche.

P: anche qui stesso copione. Il kick non è male, è compatto e saporito ma, dimentico dei suoi natali, non reca traccia di sherry. Ci sembra infatti ancora molto orientato sul distillato, con cereali al miele, sale marino e tanta acidità agrumata (limone). Molto minerale ed erbaceo. Zenzero e albicocca.

F: salato e citrico, mandorle.

Il 21 che avevamo assaggiato era, se pur in modo temperato, più sherry-oriented. Qui probabilmente una selezione accurata di botti Oloroso e PX non troppo attive apre una prateria di fronte al distillato, che non sapendo bene che fare dopo 17 anni si presenta un po’ scarico all’appuntamento. Forse il palato è la fase più debole, mentre il naso è sicuramente più intrigante con quella nota brinosa da Highlands del nord che – voi lo sapete bene, ormai – a noi piace moltissimo. Gradevole dunque, senz’altro, meritevole di assaggi e forse di acquisto: ma se nel mercato attuale può trovare giustificazione un prezzo di 80/90€, non siamo sicuri che saremmo disposti a spenderli proprio per lui. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Doug Hream Blunt – Caribbean Queen.

Ben Nevis 17 yo (1999/2016, Claxton’s, 54,8%)

Riapriamo il pacchetto dei sample delle selezioni di Claxton’s gentilmente offertoci da Diego di whiskyitaly.it e peschiamo un Ben Nevis di 17 anni: la distilleria è celebre soprattutto per la proprietà giapponese, per essere ai piedi dell’omonimo monte (il più alto delle isole britanniche) e per avere un sito web che ti getta immediatamente nel 1996: ti par quasi di sentire il rumore del modem che cerca di collegarsi alla linea bloccando il telefono fisso… E già che ci siamo ci piace segnalare l’amico Hector McDram, capolavoro frutto della spremitura delle meningi di un ufficio marketing che ci immaginiamo essere composto da una pensionata scozzese in preda all’Alzheimer e a cinque giapponesi del tutto privi del dominio della lingua inglese. Seriamente, questo video non potete perderlo e lo linkiamo già qui: complimenti alla distilleria, in ogni caso, per aver tenuto come testimonial e come immagine del proprio brand un’idea del 1992, perfettamente intatta e senza neppure un passaggio di aspirapolvere.

Ma insomma, le amenità che a noi interessano stanno dentro alla bottiglia, e dunque.

N: la gradazione piena si sente tutta, a dir la verità un po’ troppo: acetone. È un whisky chiuso, difficile da analizzare, anche per gli spigoli di Ben Nevis presenti anche qui: un po’ di polvere da sparo, un che di pastello a cera e pure il tanto temuto cartone bagnato. Ha una sua dolcezza un po’ pesante in sottofondo, diciamo di caramello e forse un che di uvetta. Poi note floreali, tanta, tantissima erica.

P: anche qui l’alcol non sa nascondersi, ma di certo si squaderna maggiormente una forma di dolcezza mielosa e zuccherina: caramello ancora, un po’ di uvetta, un misto di frutta cotta (mele cotte?). Anche qui c’è una sfumatura sulfurea, di polvere da sparo, e ancora un pit di pastello a cera. Gelato malaga? Frutta secca, noce o nocciola?

F: lungo, ancora frutta cotta e caramello, ancora un bel po’ di malaga, ancora l’alcol non scompare. Frutta secca.

Mah, è difficile dare un giudizio: i sentori sono tutti piacevoli, anche con le sfumature più sporche, ma onestamente l’alcol è fin troppo aggressivo, e si defila a fatica anche con aggiunta di acqua. Peccato, forse una gradazione più bassa avrebbe almeno attenuato l’impatto di questi – ai nostri occhi – difetti: non lo sapremo mai, intanto chiudiamo con un 79/100. Salute al grande Hector McDram!

Sottofondo musicale consigliato: Zu, Mike Patton – Orc.

Balvenie ‘Peated Cask’ (2010, OB, 43%)

Del Peated Cask paiono esistere due versioni (l’altra è a 48,7%). Se abbiamo capito bene la storia, le ragioni del cambio di nome dipendono solo dal fatto che, da qualche tempo, non si può più indicare il tipo di botte con la regione (“Islay Cask”, per intenderci) – detto ciò, la ricetta dovrebbe essere la medesima, 17 anni in botti ex-bourbon e un passaggio finale di sei mesi in botti ex-torbato, anche se online compaiono interpretazioni diverse cui noi assolutamente non vogliamo credere (17 anni in botti vergini…).

balob_17yov6N: la differenza con l’altro appare evidente, o per lo meno nel nostro strenuo relativismo così ci piace credere. Rispetto all’Islay Cask c’è una sensazione torbosa e terrosa molto più avvolgente, con sfondamenti nel territorio del minerale, con terra umida, lana bagnata… Anche il lato ‘dolce’ sembra più profondo, un po’ più brioscioso, con suggestioni ‘pesanti’ di frutta cotta (mele e prugne). Un qualcosa di zenzero, anzi: noce moscata? Decisamente, sì. C’è anche una punta aromatica (diciamo rosmarino) abbastanza presente. Un profilo sicuramente sfaccettato, ma – come dire – molto sui generis.

P: se possibile, la particolarità di questo whisky al palato diventa ancora più estrema. La combinazione di torba e dolcezza-Balvenie, lungi dall’armonizzare, porta a esiti difficilmente narrabili. Stentiamo a spiccicarvi la recensione; la cosa più logica sarebbe parlare di un senso di miele intenso (leggermente amaro) e biscotti ai cereali da un lato, e di uno smog terroso e al limite del medicinale dall’altro. In realtà l’effetto è davvero molto particolare e finisce per essere un perverso gioco di rifrazioni, in cui l’amaro si fa totalizzante, con note di caffè tostato e di carruba.

F: piuttosto lungo, sul miele di castagno e un che di tostato, ancora caffè.

Bere i due Balvenie “torbati” si è rivelato un gioco di specchi: il primo sembrava dolcissimo e poi al palato si rivelava molto ‘isolano’, questo sembrava più isolano al naso ma il palato portava un plot-twist francamente inaspettabile. Entrambi sono due whisky buoni e ben fatti, per quanto sperimentali e per quanto irragionevolmente cerchino di andare ad agire su un distillato che normalmente rasenta la perfezione; il primo, però, complessivamente ci pareva meglio riuscito, e per questo hic et nunc non saliremo sopra gli 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anibal Troilo – Cambalache, cantiamola tutti a squarciagola e poi andiamo a massacrare qualcuno.

Arran 17 yo (2014, OB, 46%)

Nel 2015 Arran ha rilasciato il primo 18 anni ufficiale: ma siccome per quello siamo in ritardo (hey, Facili, vi siete resi conto, vero?, che il 2015 era l’anno scorso, no?), decidiamo di assumere sulle spalle l’intero peso della responsabilità del ritardo: e dunque ci beviamo il 17 anni messo sul mercato l’anno precedente, in edizione limitata a 9000 bottiglie, con malto non torbato invecchiato in sole botti ex-sherry. Il colore dorato ci invita accogliente.

arran-17-year-oldN: la prima sensazione è quella di crema catalana, di zuppa inglese, di uvetta macerata e infilata in una grassa crema dolce… Belle note di marzapane, in crescita costante, e un velo di miele. Non si trascuri la presenza fruttata, piena, profonda e soddisfacente: mele (diremmo: mele cotte), prugne (diremmo: prugne cotte), anche agrumi (e qui no, non diremmo: agrumi cotti, bensì: arancia soprattutto). Resta costante il malto, vera costante di Arran, con note briosciose, di fette biscottate, magari “tutte shpalmate” dimm…armellata all’arancia (citazione colta, quasi: chi la riconosce vince un dram al prossimo Milano Whisky Festival!). Cocco. Molto piacevole.

P: molto coerente, molto buono. L’apporto dello sherry, anche in questa fase, è relativamente discreto: tanta mela rossa, un po’ di cuoio, arancia rossa… Ma poi ancora frutta cotta e marmellata d’arancia; un grande ritorno sulle nostre pagine, lo zenzero candito!, magari pucciato nel cioccolato… Perché sì, c’è pure il cioccolato, al latte. Ancora brioscia maltosa e mielosa. Buono! Frutta cotta (sempre mele e prugne). Un velo di spezie (cannella).

F: piuttosto lungo, molto coerente: frutta cotta, marzapane e arancia rossa multiforme.

Beh, beh: molto buono. Relativamente standard come profilo, mostra le peculiarità di tutti gli Arran che abbiamo assaggiato, ovvero la pulizia estrema e un malto in primo piano. Apprezziamo che lo sherry non sia una sverniciata coprente ma un elegante vestitino corto: nel complesso, stiamo sugli 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kiasmos – Looped.

Ballantine’s 17 yo (anni ’80, OB, 43%)

Il marchio Ballantine’s, attualmente appiccicato su uno dei blended più venduti al mondo (il secondo, dopo il giuàn caminador), risale addirittura al 1827, ovvero ad uno dei tanti momenti d’oro dell’industria del whisky scozzese: ad avviare la storia è il signor George Ballantine, di Edimburgo, che volendo far evolvere il suo negozietto di vini e liquori decide di blendarsi da solo il whisky. Fino al 2002 la quota di grain veniva prodotta a Dumbarton (nelle Lowlands), dove guardacaso c’era una enorme distilleria di whisky di grano ora chiusa, fondata negli anni ’30 del ‘900 dagli stessi proprietari di Ballantine’s. In quegli anni, proprio per garantire sempre nuovo blend, il proprietario canadese di allora acquistò pure Miltonduff e Glenburgie; ora il grain viene da Straithclyde, distilleria di proprietà di Pernod, come d’altro canto lo stesso marchio Ballantine’s. Cenni storici un po’ buttati lì per introdurre un blended diciassettenne degli anni ’80, tra i più apprezzati alla degustazione della scorsa settimana.

ballantine17__43155.1312365134.1280.1280N: molto aromatico, le chiacchiere stanno a zero e pure l’alcol. Si sente parecchio la quota di grain, e presumibilmente si tratta di un grain bello maturo: ci sono note di toffee, di lucido per legno, di caramello… Burro di arachidi. Ben evidente è pure l’apporto dello sherry: uvetta, frutta rossa disidratata, cioccolato. Anche albicocche e prugne secche; ma emerge forte e chiaro anche un lato più cremoso: proprio zabaione.

P: al palato l’impatto è ancora più convincente rispetto ad un naso già di alto livello. Mostra una grande intensità, supportata da un corpo davvero denso e oleoso. Sostanzialmente, a grandi linee replica le componenti della prima fase: c’è un senso ‘dolceamaro’ e molto maturo di caramello, miele, frutta disidratata (uvetta, prugne); un velo di liquirizia, poi crema catalana. Cresce la frutta secca (nocciola, ma anche castagna) ed esce una punta di minerale/torbato, molto delicata ma che nondimeno conferisce un ulteriore livello a questo whisky. Pepe, legno.

F: di media durata, rimane molto pulito sul malto, sul legno tostato (a pacchi) e sulla frutta secca.

Veramente molto, molto buono. Si sente che è un whisky ‘importante’, con una certa età: soprattutto ha una personalità veramente convincente, divisa tra una quota di grain molto piacevole e di un malto che riesce ad essere anche cremoso. Ah, i whisky di una volta… E questo vale anche per i Ballantine’s, sappiatelo! 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paul Simon – Wristband.

Highland Park 17 yo ‘Ice Edition’ (2016, OB, 53,9%)

HP Ice Logo

Il grande protagonista della degustazione di lunedì scorso era lui: Highland Park ‘Ice Edition’, ispirato al ruolo degli elementi nella mitologia nordica – mitologia che, come sapete bene, ormai da anni occupa le menti dei responsabili del marketing di Highland Park. C’è della legittimità in questa operazione: le Orcadi sono terra vichinga, passata alla Scozia come dote in un matrimonio tra una principessa danese e un principe scozzese: o meglio, diciamo che il buon Cristiano I di Danimarca era momentaneamente a corto di contanti e ha detto: “beh, sapete che c’è? avremmo due isolette dalle vostre parti, niente niente magari vi servono…”. Senza stare a entrare nel dettaglio di Nifelheim, Jotunn e altre amenità (che comunque, da vecchi metallari quali siamo, vi invitiamo caldamente ad approfondire), diciamo che l’immagine del ghiaccio è ben replicata in una bottiglia suggestiva, che farà certo storcere il naso ai puristi ma che – obiettivamente – ha un suo fascino. Si tratta di una miscela di botti di 17 anni, tutte ex-bourbon first fill.

Schermata 2016-03-24 alle 20.48.42N: Martin, presentandolo, insisteva sull’apporto delle botti ex-bourbon: ed effettivamente il legno è il grande protagonista, portando una ‘dolcezza’ molto pronunciata, tutta di vaniglia, marshmellow, torta paradiso (zucchero a velo e un leggero sentore limonoso); anche un po’ di cocco, e questo sentore porta a considerare l’altro grande lato: la frutta tropicale è in evidenza, tra mango, carambola e cocco. Decisamente in disparte, solo a tratti, ci sono sentori minerali, tra la cera e un qualcosa di ‘verde’, di vegetale (foglie, fiori freschi).

P: coerente con il naso; potente, assale il palato con grande, grandissima intensità, e lo irretisce con una grande compattezza di suggestioni. Domina un senso di acidità dolce, che ci rimanda direttamente alla frutta tropicale: ananas un po’ acidino, ancora carambola; poi si apre una dolcezza più vanigliosa, tra cocco e banana gialla. La curva vede chiudersi il palato su note (anche qui, delicate) leggermente minerali, tra un filo di torba, un poco di cera; ci sono anche note di spezie evidenti, di zenzero candito.

F: ancora tropicalia, vaniglia e un velo di fumo di torba, molto leggero.

Rispetto alla sensazione avuta in diretta durante la degustazione, assaggiandolo con calma lo abbiamo trovato complessivamente più ‘Highland Park’, con l’apporto della botte evidentemente in primo piano ma con quelle note più ‘sporche’, di quella torba leggera che vive solo in questa distilleria delle Orcadi. Più tropicale del previsto, complessivamente ci ha dato molta soddisfazione: tralasciando ogni considerazione sul prezzo (altino, per essere sì un’edizione limitata, ma pur sempre da 30000 esemplari), il nostro giudizio sarà di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: LA canzone, quella che meglio rappresenta un genere, l’epic viking black metal: Bathory – One Rode to Asa Bay.

Ben Nevis 17 yo (1998/2015, Valinch & Mallet, 58,6%)

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Ciao, sono Quintiliano!

Carissimi, oggi una bella lezione di retorica: l’anadiplosi (o reduplicatio, per chi preferisce menarsela deppiù) è quella figura retorica in cui l’ultima parte di un segmento sintattico viene ripetuto all’inizio del segmento sintattico successivo: insomma, una o più parole che stanno alla fine di una frase, o di una strofa se si tratta di poesia, sono ripetute all’inizio della frase o della strofa successiva. Questa settimana vi daremo sul blog una dimostrazione pratica dell’anadiplosi, in un senso però – come dire – ampio: oggi, ultima recensione della settimana sarà un Ben Nevis in sherry di un imbottigliatore indipendente italiano, la prossima settimana la prima sarà ancora un Ben Nevis indipendente itaiano. Bello, eh? Capìta l’anadiplosi? Eh? Siamo a corto di idee per i cappelli introduttivi? Forse sì, ma checcifrega! Ad ogni modo, Ben Nevis (distilleria alle pendici del Ben Nevis, la collinozza più alta di Scozia, che dunque viene creduta montagna – sì, feticisti della Scozia, insultateci pure adesso, non abbiamo paura di voi!) è distilleria di proprietà giapponese (Nikka), proprietà che l’ha riaperta negli anni ’90 dopo un decennio di silenzio. Il distillato di BN è tipicamente ‘dirty’, sporco, caratterizzato da note sulfuree e ferrose; forse questo dipende dal fatto che, almeno fino a pochi anni fa, BN era la sola distilleria con Benromach ad utilizzare un lievito particolare (brewer’s yeast) generalmente amato dai birrai e non dai distillatori. Questo è un single cask ex-sherry selezionato da Valinch & Mallet, marchio italiano che abbiamo imparato ad apprezzare in questi ultimi mesi.

Schermata 2016-01-22 alle 11.06.10N: per essere a quasi 60%, si lascia avvicinare senza offendere; ben più appuntito e spigoloso è il contenuto… La nota ‘sporca’ e sulfurea di Ben Nevis è qui portata all’estremo, con suggestioni vivide di bacon crudo, burro fresco, cuoio; poi un che di lievemente ruginoso, oltre alle solite arance rosse stramature (per non dire marce). Liquore all’arancia. Via via che il naso si abitua, si fanno strada pan di Spagna pucciato nel liquore, zuppa inglese, uvetta; anche confettura di fragola, in piacevole crescita. Un fievole rabarbaro, a tratti. L’acqua ammorbidisce molto il lato sulfureo e, per così dire, addolcisce, lasciando emergere belle note di mou (anzi: di mou alla liquirizia, non temiamo di dire la marca, Elah).

P: errata corrige, al palato i gradi si fanno sentire tutti, dal primo all’ultimo. È uno tsunami di ‘sporcizia’, con in grande evidenza ancora il sulfureo, l’arancia troppo matura, il cuoio, ancora la carne (porco, bacon). Poi, oltre a ciò, un che di pesche caramellate, di zuppa inglese, ancora di rabarbaro. La frutta rossa rimane appena suggerita, e di nuovo sotto forma di confettura bruciacchiata di fragole, contribuendo a formare l’idea di un profilo molto greve e pesante. Verso il finale, tabacco, un sacco. Anche qui, l’acqua ‘pulisce’ parzialmente quelle forti note sulfuree, e rende più strutturata e pervasiva la dolcezza: oltre a quanto detto prima, ancora la suggestione di toffee alla liquirizia e – udite udite – la goiaba. Si fa anche più tannico e leggermente allappante.

F: tabacco ancora, con anche qualche cosa di fumoso; molto lungo, infinito anzi, con note di goiaba, carruba e toffee alla liquirizia.

BenNevis

Amenità

L’acqua è essenziale per permettere a questo Ben Nevis di dispiegare tutte le sue potenzialità, anche attutendo le incendiarie note alcoliche del palato; detto ciò, rappresenta uno stile ben preciso – noi non siamo esperti di abbinamenti con sigari, ma questo è proprio il tipo di malto che ci dicono essere perfetto per la bisogna (come certi Glen Scotia, ad esempio). Se vi piacciono i sapori forti, se non temete le note sulfuree e una dolcezza profonda e greve, vi farà impazzire; noi restiamo intimiditi dalla violenza e ci fermiamo a un rispettoso 85/100. Estremo.

Sottofondo musicale consigliato: Prodigy – Smack my bitch up.

Clynelish 17 yo ‘Old Particular’ (1996/2014, Douglas Laing, 48,4%)

Da qualche settimana ha riaperto, in via Piero della Francesca, Alcoliche Alchimie, enoteca e whiskyteca che negli anni si è guadagnata una discreta fama tra gli appassionati, grazie all’infaticabile verve della proprietaria, Monica. Il nuovo locale è vicino al precedente e ancora una volta ha una forte impronta whiskofila: questa volta Monica ha a disposizione buona parte del catalogo di Douglas Laing, storico imbottigliatore scozzese attivo dal 1949: oggi assaggiamo un Clynelish di 17 anni imbottigliato nella serie ‘Old Particular’, a grado pieno, anche se piuttosto basso (solo 48,4%).

Schermata 2015-10-14 alle 10.31.46N: molto pulito e delicato, ma certo non privo di personalità. C’è un senso di malto fresco ed erbaceo (erba fresca), poi scorza di limone grattugiata, susina gialla. L’ambiente sembra ‘acido’, ma non ci sono eccessi: quest’aspetto si riequilibra attraverso note di vaniglia calda da un lato, e di burro, in un certo senso ‘minerale’, dall’altro. Ci sono suggestioni vagamente tropicali (ci viene in mente la banana verde, la sua buccia; forse un che di kiwi) e di bella mela gialla. Solo dopo un po’ riusciamo a riconoscere delle note cerose, di candela, progressivamente in crescita.

P: di corpo medio, di media intensità: le note più agre ed acerbe del naso regrediscono rapidamente, per lasciare spazio a un palato più vaniglioso e tondo, con note dolci di pastafrolla, di torta; ancora mela gialla, crema pasticciera. Un velo di cera, ancora, accompagna verso il finale.

F: non lunghissimo ma intenso, torna bello pulito e minerale.

Un Clynelish a suo modo atipico, caratterizzato da un naso decisamente particolare (davvero ha 17 anni?) e un palato più caldo ma certamente meno… Particular! Mostra solo a tratti le caratteristiche peculiari di Clynelish, ma ciò non gli impedisce di lasciarsi affrontare e bere con grande piacevolezza. 86/100, e solo una domanda: Monica, ne hai una bottiglia in negozio? 🙂

Sottofondo musicale consigliato: Glen Hansard – Lowly Deserter.

Springbank 17 yo ‘Sherry Wood’ (1997/2015, OB, 52,3%)

Talvolta ci chiediamo come sia possibile tenere fermi dei sample per così tanto tempo: li abbiamo lì, nel mobiletto del salotto, che ci guardano: ci guardano e noi li guardiamo, poi ci guardiamo a vicenda, e sembra un mexican stand-off in cui nessuno trova il coraggio di sparare. Poi ogni tanto un proiettile parte e una recensione vede la luce, ma come abbiamo fatto, ad esempio, a non sparare mai a uno Springbank 17 anni invecchiato in sole botti di sherry (fresche e refill), presentato in Italia allo scorso Spirit of Scotland? Come in un burraco in tre, siamo a questo punto costretti ad allearci contro questo sample, cui dobbiamo decisamente tirare il collo.

Schermata 2015-09-23 alle 11.54.30N: sulle prime è molto chiuso e sporco: si notano le suggestioni minerali (terra bagnata) di una torba discreta ma presente, senza fumo, che abbinate all’apporto (molto temperato, qui) dello sherry danno forma a un profilo austero ma godibilissimo, tra legno, prugne secche, un che di carruba, qualcosa di vagamente ma piacevolmente ruginoso… L’acqua però apre moltissimo, regalando piene note di frutta cotta, di mele rosse; qualcosa che ricorda le scatole di sigari; perfino, qui e là, delle note più ‘amare’ (al naso? ma siete scemi?), come di acqua tonica e di agrumi (questi, molto presenti: arancia in marmellata, ma anche scorza d’arancia rossa e buccia molto, troppo matura). Buonissimo, per adesso.

P: conferma le attese: rivela tutte le suggestioni di cui sopra, e anzi appare più pienamente sherried, ma “in quel modo lì” che solo a Springbank: quindi l’esplosione di sapore non è per nulla ruffiana, anzi, è felicemente cupa ed austera. Cioccolato amaro e frutti rossi, certo, ma in posizione come defilata; agrumi, ancora tanta arancia; di nuovo carruba, qualche punta di frutta secca (nocciola); persino una punta di caramello salato sembra fare capolino proprio alla fine.

F: lungo e intenso, chiude diviso tra le prugne cotte, il legno bruciacchiato e quel senso di salato di cui sopra.

Un ottimo esempio di come Springbank sappia usare le botti di sherry: non per coprire il distillato, ma per esaltarlo in un balletto di mutua influenza. Se cercate austerità e calore, un’umido riparo sotto al diluvio, forse questo è il whisky che fa per voi. 90/100, Campbeltown quando ci si mette non delude.

Sottofondo musicale consigliato: Sólstafir – Fjara.