Clynelish 1997 (2015, Wemyss, 54,2%)

Io sono Clynelish, e voi chi c**** siete?

Wemyss è imbottigliatore indipendente che ama dare dei nomi bislacchi alle proprie creazioni, non solo ai celebri blended malt: in questo caso, abbiamo di fronte un Clynelish di 18 anni maturato in bourbon che esibisce in etichetta la formula “Waffles and ice cream”. Che sia di buon auspicio o meno, per un austero Clynelish, è tutto da vedere… E dunque, bando alle chiacchiere: vediamo.

N: molto aperto, molto dolcino. In effetti le note di gaufres (anzi: di waffles, ma si sa, ci piace darci un tono) e di gelato alla vaniglia si sentono veramente tanto, la suggestione in etichetta funziona molto. Il lato fruttato è tutto di pesca, sciroppata o addirittura cotta; anche se dopo un po’ escono note di mela. Non c’è l’hallmark di cera, ma sicuramente una certa oleosità minerale si fa strada. Dopo un po’, arriva il favo di miele, e rende tutto più riconoscibile. L’acqua lo rende una cremina…

P: piuttosto coerente, anche se qui la cera c’è, decisamente, con in abbinamento un cerino spento, uno zolfanello. Resta profondamente fruttato, con pesche (e amaretti), la solita, immancabile mela (rossa) e qualche sentore di frutta rossa. Piuttosto cremoso, esce un po’ di crema pasticciera. Pasticcino alla fragolina? Anche qui, l’acqua porta verso un’esplosione di pasticcino (pastafrolla burrosa, crema e frutta).

F: molto lungo, persistente, note di fragolina di bosco (e perché non di fragolino, proprio?), con arancia rossa, ancora crema.

Davvero poco da dire, se non: molto buono, come spesso accade con Clynelish. In questo caso l’anima più austera e minerale fa un po’ fatica ad emergere e si palesa solo ai sensi di chi ha pazienza per volerla aspettare: ma se voi non avete fretta e anzi avete intenzione di lasciarlo evolvere, vi regalerà molte soddisfazioni. Appiccicando un convinto 89/100, ringraziamo per il gentile omaggio Francesco Saverio Binetti di Balan, azienda che importa e distribuisce Wemyss sul suolo italico.

Sottofondo musicale consigliato: Gladys Knight & The Pips – Who is she and what is she to you.

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Botti da orbi – Dalmore vs Alajmo: la sfida

IMG_8943[Marco Zucchetti torna alla carica, e come al solito lo fa sacrificandosi per noi sull’altare del benessere: questa volta è reduce da un pranzo stellato in abbinamento a un whisky tra i più celebri al mondo… Povero Zucchetti, povero!]

Quando un amico ti scrive un messaggio del tipo “Ciao, ti va di venire ospite alle Calandre di Alajmo per un pranzo stellato con abbinamento Dalmore?”, ti passano davanti agli occhi i pairing whisky&food di tutta la vita. Una vita fatta di Ballantine’s dopo la pizza, di avvilenti panini improvvisati per asciugare quell’ultimo dram, di degustazioni costellate da benedetti crackerini curativi… Passato lo choc e concluso il flashback, in tre secondi hai già accettato, preso ferie e se la tua torbida anima valesse qualcosa l’avresti già ceduta senza il minimo rimorso.

Consapevoli di apparire dei parvenu che si eccitano per queste quisquilie, facciamo spallucce, ammettiamo serenamente di esserlo e raccontiamo qui il resoconto di una giornata da whisky gourmet all’insegna della più sfrenata lussuria enogastronomica ringraziando Davide Terziotti per quel messaggio e Whisky Club Italia per l’invito.

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Andrea Coppetta, Max Alajmo, Paolo Gargano e Claudio Riva

The Dalmore è distilleria assai rinomata praticamente ovunque, ma in Italia gli appassionati la snobbano un po’, forse per la scelta di imbottigliare tendenzialmente a 40 gradi. Una scelta che però non impedisce una grande ricchezza di sentori, che fa scopa con la cucina. Da qualche anno, anche grazie a Richard Paterson – praticamente la Kim Kardashian dello Scotch – il marchio ha intrapreso l’ardua via del lusso: imbottigliamenti cinquantennali preziosissimi, collaborazioni con chef star come Massimiliano Bottura, eventi nei bar più esclusivi del mondo. E anche una serie di pranzi nei ristoranti stellati, a testimoniare come il whisky del cervo non tema il confronto con sapori complessi.

Paolo Gargano, che con la sua Fine Spirits lo importa in Italia, ha dunque organizzato – insieme a Claudio Riva di Whisky Club – un derby amichevole pazzesco: Dalmore vs Massimiliano Alajmo, il più giovane chef a prendere tre Stelle Michelin e stabilmente fra i best 50 al mondo. Ordunque una settimana fa un’allegra comitiva di fortunati si è ritrovata a Sarmeola di Rubano (Padova) per vedere l’effetto che faceva. Qui il puntuale resoconto di piatti e abbinamenti. Sì, ci facciamo schifo e invidia da soli…

Dalmore 12 yo (2018, OB, 40%)
Capesante arrostite con salsa di pistacchi e ostriche
L’entry level fa scattare subito la ola. Le note piacevoli di caramello, miele scuro e pralina di questo sherry finish poco hanno a che fare con pesci e affini. Ma le capesante hanno una loro goduriosa dolcezza e il connubio è sorprendentemente azzeccato (anche se l’insalatina non ci sta granché, ma provate voi a trovare un whisky che si abbini all’insalatina!). Il distillato è morbido, con l’arancia che tutto pervade ma senza mai eccesso di quella sensazione “appiccicosa” di melassa. Anzi rimane scattante e fresco. Il grado basso aumenta la bevibilità, naso e palato vanno a braccetto, spuntano anche dei biscottini alla cannella. Con le capesante? Sì, con le capesante! 84/100 per il whisky, 8/10 per l’abbinamento.

Dalmore Port wood reserve (2018, OB, 46.5%)
Lumache croccanti, ricotta e intingolo di funghi
Da bravi parvenu, di questo piatto ne avremmo finita una teglia intera, è semplicemente commovente. Però fra tutti i pairing è quello che ha convinto meno, perché il finish in Porto è una brutta bestia. E a dirla tutta nemmeno il distillato di Dalmore riesce a domarla, perché infine è il meno entusiasmante dei sei single malt. Al naso è alcolico ma opulento, con una frutta rossa sotto spirito che va dalle ciliegie alle fragoline di bosco. Fico, papaya essiccata e marshmallows, ma anche qualcosa di bizzarro come legno dell’Ikea, colla e fiammifero. Epifania: il sentore di arancia speziata ricorda un Old Fashioned. Anche in bocca è complicato: abbastanza ruggente, succo di arancia concentrato e dolce che subito vira al secco, al tannico (pasta di legno e foglia di tabacco) e alla menta amara. Té molto infuso, cacao amaro e caramelle alla fragola in un finale lungo ma non indimenticabile. Abbinamento rivedibile, lumache divine. Provato con il dolce invece migliora. 79/100 per il whisky, 6/10 per l’abbinamento.

Dalmore King Alexander III (2018, OB, 40%)
Tagliolini al fumo con scaglie di tuorlo d’uovo
Come, il più sontuoso malto non lo si beve per ultimo? Scelta spiazzante quella di Claudio Riva, ma colpo di genio vero, anche perché struttura sostiene struttura e tutto si sposa a meraviglia. Nei tagliolini ci sono dei cubetti di gelatina di brodo che danno una cremosità eccelsa e il “mouthfeel”, come dicono quelli bravi, è avvolgente proprio come quello del malto. D’altronde con il piatto condivide una intima complessità tecnica di realizzazione: un NAS con un sestuplo finish in madeira, sherry, vino rosso, bourbon, porto e marsala. Cerebrale ma succulento, con zaffate di arancia, nougat e una maltosità golosa. Il cioccolato cola sui nasi dei giusti e degli ingiusti, così come una bella frutta cotta (prugne e uvetta). In bocca la vinosità si fa importante e l’arancia più liquorosa, tipo Grand Marnier. Scorze d’arancia dragee, noci pecan e biscotti da té al cioccolato per un malto piacione e barocco che è impossibile non amare nonostante il finale medio corto (noce moscata, legno e cioccolato). Poi un giorno Richard Paterson ci spiegherà perché quei parchi 40 gradi che mozzano le gambe al Re Alessandro. Nel frattempo qui si dice 86/100 per il whisky e 10/10 per l’abbinamento.

Dalmore 15 yo (2018, OB, 40%)
Risotto di limone nero, capperi e caffè
Altro rebus sensoriale: cosa abbinare a un riso con un limone fermentato che ricorda la liquirizia? Beh, un malto tra i più solidi del core range, quel 15 anni che tanta gioia ha dato a tutti noi. La solidità d’altronde è la chiave di tutta l’esperienza gustativa, perché ci sono tutte ma proprio tutte le sensazioni Dalmore: arancia, cioccolato fondente, nocciola, malto, mou. Il naso è uno sticky toffee pudding con baleni di cioccolata calda e liquirizia dolce (esiste una crema di liquirizia?). Aromatico, legno di sandalo e foglie di té, con una cerealosità tra il biscottato e il pane all’uvetta. In bocca solito problema del basso grado, ma grande piacevolezza. Lindor al caramello, pan brioche, cannella e crema di caffè, ma con un legno sicuro di sé che riequilibra la dolcezza. Nocciole salate in fondo, in un finale troppo breve. Insomma, un whisky da pasticceria col risotto pareva un azzardo, ma caffè e liquirizia sono un link perfetto. 85/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore Cigar malt reserve (2018, OB, 44%)
Germano scottato con crema d’ostriche, anguilla, alga tostata e composta di prugne
Il germano, gran bell’animale. E ora che è stato assaggiato, andandosi a sommare a tutte le altre bestie che abbiamo divorato in vita nostra, si può dire che è anche buono. Il piatto è il più ardito, perché alla selvaggina si sommano la marinità della salsa e la dolcezza della composta di prugne. Ci sta che in abbinamento vada uno dei Dalmore più arditi, quello pensato per accompagnare… i sigari. Assemblaggio di barili ex bourbon ed ex sherry, sfoggia anche un finish in cabernet sauvignon che con la carne sta alla perfezione. Un po’ meno perfetto è il malto, che al naso ha una eccentrica collezione di note grasse: tantissimo cuoio, formaggio, pane molto imburrato e un che di tabacco umido. Rimane la marmellata di arance, il toffee e un’uvetta al rum, a cui si somma un tocco balsamico di resina di pino. L’erbaceo persiste in bocca, tra anice, chiodi di garofano e cardamomo. I 44 gradi gli donano. La frutta prende la forma di un distillato di ribes, poi si fa strada del pompelmo rosa. Vira un po’ sull’amaro, liquirizia salata e cioccolato extra fondente. Il finale è super dry, ancora cardamomo e marmellata di pompelmo. Divisivo, può non convincere ma in pairing si smussano gli angoli e va via liscio. 82/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore 18 yo (2018, OB, 40%)
Consistenze al contrario: pandoro al cacao e té affumicato, gelato al cacao e té affumicato e gelatina affumicata a base di acqua
L’unico abbinamento a cui un comune mortale avrebbe pensato è quello con un dolce al cioccolato, anche se meno elaborato di questo. Motivo per cui di fatto è il pairing meno sbalorditivo. Il Dalmore 18 è il più austero della compagnia, con un apporto del legno molto più accentuato rispetto ai suoi fratellini. Al naso è un po’ chiuso, con note che  vanno dai mobili antichi alla mandorla, dal té iper infuso alla terra umida.
Gli serve tempo per far galoppare sentori profondi di prugne secche che lo fanno somigliare a un cognac. C’è anche qualcosa di nocino in sottofondo, e perfino un tocco floreale (legno di rosa?). Rimane oaky, ma ha una vivacità sorprendente per la sua età. Noci secche, chinotto, uvetta bruciata nel forno e caffè. Un whisky scuro, dove il barile fornisce anche un bel kick di pepe bianco, ma che rimane succoso nonostante la legnosità: il finale è di sherry, arancia e albicocca secca, con del cacao amaro sopra, magari. Probabilmente l’abbinamento con pandoro e gelato al cioccolato ne accentua la predisposizione al tannico e all’astringente, ma a dirla tutta il contrasto è piacevole, stempera un po’ la dolcezza del dessert. 85/100 per il whisky, 7/10 per l’abbinamento.

Glen Moray 18 yo (2018, OB, 47,2%)

“per me si va nella warehouse dolente”

Il nostro giretto per lo Spirit of Speyside dell’anno scorso ci aveva lasciato sensazioni contrastanti sulle sorte magnifiche e progressive dello scotch, ma di sicuro avevamo molto apprezzato l’atteggiamento di Glen Moray, distilleria (francamente bruttarella, ma non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace, lo sapete) di Elgin: ospitalità, piacere di accogliere i turisti, bacon a profusione ad ogni ora del giorno, whisky flights e single cask hand-filled a prezzi ragionevoli… Insomma, tanto cuore. Oggi assaggiamo il 18 anni ufficiale, maturato esclusivamente in American Oak First fill.

N: mela rossa glassata, brioche alla marmellata (marmellata di fragole, se dovessimo sbilanciarci – e in fondo è il nostro sito, se non ci sbilanciamo qui), zucchero bruciato, un po’ di frutta cotta (mela soprattutto) poi timidi sentori di frutta rossa (in crescita per la verità, fragoline di bosco, diremmo). Pastafrolla, biscotti al burro. Note di lucido per legno, con sentori forti ma molto moderni.

P: molto coerente, si sente forse un po’ più la vaniglia rispetto al naso, ma come profilo resta molto fruttato. Mela in ogni sua forma, ancora frutta cotta, uvetta. Resta un senso di ‘molto semplice e costruito’. Non sgradevole, intendiamoci, ma un po’ pesantino alla lunga.

F: si raccoglie un po’ a sorpresa su una nota leggermente amarognola e speziata, di legno tostato e cannella. Per il resto ancora tanta tanta mela.

È ben fatto, nulla si può dire di male: rotondo, morbido, piacione e senza dubbio molto carico. Resta la sensazione di monodimensionalità, non ha evoluzione, e a dirla tutta alla lunga probabilmente finisce per stufare un poco… Ma sia chiaro, a 80€ è un diciottenne più che competitivo, piacerà alla gente cui piacerà: con questa criptica e insensata chiusa, ci avviamo al voto che sarà 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Wu-Tang Clan – Bells of War.

Ben Nevis 18 yo (1999/2017, Creative Whisky Company per TWE, 50,8%)

Creative Whisky Company era un imbottigliatore indipendente scozzese, con un pedigree di tutto rispetto: al suo vertice vi era infatti David Stirk, ex dipendente di Springbank e autore della più importante ricerca sulla storia del whisky di Cambpeltown (The Distilleries of Campbeltown: The Rise and Fall of the Whisky Capital of the World). Per ragioni non del tutto chiare ai più, David ha venduto la società circa un anno fa, e da quel che risulta a fonti bene informate la CWC non sarà mai più. Peccato: noi abbiamo frequentato un po’ i suoi imbottigliamenti con soddisfazione, soprattutto quelli della serie Exclusive Malts, e a suo tempo avevamo acquistato questo single cask ex-sherry di Ben Nevis imbottigliato per The Whisky Exchange. Mettiamolo alla prova ora, come dire, in memoriam.

N: la prima nota è un po’ alcolica, e – a onor del vero – la cosa ci stupisce perché al primo assaggio, a bottiglia appena aperta, non l’avevamo trovata, anzi. Esordisce con una nota ipercremosa e intensamente fruttata che ci ricorda nitidamente due attimi di gioventù passata: gelato Solero e succo Santal pesca, mango e latte. Frutta secca, tra nocciola, marzapane e frutta di Martorana. Ha note agrumate dolci, che diremmo di mandarancio. Dopo un po’ di respiro, butta fuori pesca sciroppata e un cereale seducente. Albicocca secca?

P: coerente, qui decisamente meno alcolico che al naso, di agile potabilità. Ancora quei sentori di Solero e Santal, ancora una crema di pasticcino alla frutta (all’ananas, quasi). Frutta tropicale intensissima. Un gran corpo, cremoso e avvolgente e burroso. Note di ciocorì bianco. Tende, verso il finale, a farsi un po’ più secco del previsto. Albicocche secche anche qui.

F: lungo, paradossalmente secco e pulito con note di maracuja, mango e pesca.

La distilleria Ben Nevis è uno dei segreti meglio custoditi del mondo dello scotch whisky: in pochi ne parlano, in pochi la celebrano, e però i suoi whisky sono sempre maledettamente buoni, a partire dal 10 anni ufficiale (che, colpevolmente, non abbiamo mai recensito: provvederemo, lo promettiamo). Questo single cask esibisce un corpo grasso, oleoso, e squaderna una dimensione fruttata affatto seducente: rispetto al primo assaggio, l’abbiamo trovato un pelo alcolico al naso, e forse influenzati anche da questo fermiamo il nostro applausometro a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Carlos Santana – Samba Pa Ti.

Ledaig 18 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory, cent’anni fa

Ledaig è la versione torbata di Tobermory, distilleria dell’Isola di Mull: come abbiamo avuto modo di raccontare tante volte, è un produttore storico che da quando ci siamo affacciati al mondo del whisky, una decina d’anni fa, era tra le peggio quotate in circolazione. “Il whisky che puzza” era la definizione più benevola. Negli anni fortunatamente le cose sono cambiate, e anche i più agguerriti detrattori si sono dovuti arrendere all’evidenza, anche grazie al contributo dei tanti imbottigliatori indipendenti che hanno saputo selezionare barili eccellenti: e se addirittura Serge l’ha definita ‘la nuova Ardbeg’, beh, un motivo dovrà pur esserci. Assaggiamo oggi il 18 anni ufficiale, finito in barili ex-sherry Oloroso.

N: ci aspettavamo un profilo un po’ sporco, e in effetti lo troviamo, molto complesso e variato: note di polvere da sparo, stivali di gomma, ma anche arancia appena muffita, formaggio Shropshire con l’uvetta di corinto affogata (grazie Lorenzo!), taleggio. È grasso e sporco, con torba appiccicosa e salsa barbecue. Detto questo… ragazzi che whisky! Dopo un poco arriva pure un senso di liquore amaro morbido, cioccolato al latte, lampone.

P: qui il percorso sembra essere opposto, e la prima suggestione è… l’epifania di una grigliata di frutta! Tanta arancia rossa e gelée alla frutta (c’è un senso di dolcezza fruttata quasi astratto, quasi artificiale), poi la ‘sporcizia’ prende il sopravvento tra pancetta, caldarroste, torba bella organica e ancora taleggio.

F: lungo lungo lungo, emergono marmellate di frutti rossi e neri. Mirtillo intriso di torba e pancetta, fumo a gogo. Speciale, praticamente unico.

Sentiremo parlare molto del core range di Ledaig: che bello vedere una distilleria che si risolleva e punta dritto verso l’Olimpo dei Malti. Complesso, inusuale, soddisfacente, in grado di pungolare i sensi con continue suggestioni inaspettate… Un profilo francamente unico, che sta lì a dimostrarci che il single malt scotch whisky è un mondo fantastico: con tre ingredienti, più o meno uguali per tutti, ciascuno riesce a fare cose diversissime. Ah, che bello. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Soundgarden – Spoonman.

Inganess Bay 18 yo (2000/2018, Maltbarn, 52,7%)

Già qualche mese fa segnalavamo il tripudio di Highland Park non dichiarati (eddai, dalle Orcadi, un malto sconosciuto… mica può essere Scapa, no?, eddai) che stanno invadendo il mercato tramite il prode lavoro degli imbottigliatori indipendenti. Oggi ne assaggiamo uno, per la gioia di grandi e piccini, selezionato da Maltbarn, selezionatore crucco: ce lo ha portato un amico al Milano Whisky Festival, vorremmo poterlo ringraziare ma (siamo delle persone orribili) nel turbine del lavoro non ci ricordiamo chi fosse – ci scrivi per dichiararti, così possiamo ringraziarti per bene? [EDIT: siamo dei bruciati, ma non vogliamo nasconderlo: e dunque grazie infinite a Fabio!, valente collega blogger dalla penna sopraffina]

N: aperto, profumato e piacevole, anche se stranamente sporco, tra note di grasso di prosciutto e formaggio. Molto nette delle note di fieno. Non arriva a squadernare aromi compiutamente sulfurei, ma resta sempre presente una puzzetta molto simile… Troviamo poi una terrosità opprimente, che schiaccia il naso e non fa uscire il resto. C’è chi dice muffa. Nonostante le apparenze, però, trova un suo equilibrio asimmetrico e paradossale, austero e isolano.

P: da subito cambiano le carte in tavola, ma da queste carte nasce la magia. Scordatevi la frutta, tranne forse un poco di limone, e prendete a piene mani terra torbosa, pepe bianco, cera e un cereale profondamente zuccherino, raffinatissimo. Non c’è troppo da descrivere, ma rimane la potenza di un nettare compattissimo, esplosivo, eppure sottilmente affilato.

F: strano a dirlo ma in bocca rimane un senso diffuso di “stireria” (ve lo ricorderete pure voi il profumo di amido da stireria, no?). Crosta di pane.

Un whisky nudo e crudo, un distillato eccellente offerto da Maltbarn nella sua integra mineralità, non intaccata da legni aggressivi e anzi esaltata dal paziente e quieto lavoro della botte. La conferma che, quando non viene smarmellata con una patina vichinga e con legni svilenti, Highland Park è una delle distillerie più straordinarie di Scozia: una piacevolezza da volare via, fino a Kirkwall. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: il vichingo ce lo mettiamo noi, ed è sotto la forma dei Thyrfing – Going Berserk. Il pezzo è invecchiato male, ma che ci vogliamo fare: erano dei pionieri.

Caol Ila 18 yo ‘Unpeated’ (2017, OB, 59,8%)

Nel novero delle Special Release annuali di Diageo, regolarmente compare un Caol Ila ‘unpeated’: alcuni lo interpreteranno come un’aberrazione, come un mostro contronatura… Siccome però noi sappiamo bene che la natura è molto più aperta e stupefacente di qualsiasi opinione umana (tanto più di quelle basate sul concetto di “contronatura”), non abbiamo mai avuto preclusioni di sorta nei confronti di questo malto, che rappresenta la versione “Highland style” di Caol Ila – originariamente escogitata come soluzione per i blended, col tempo a Diageo si sono resi conto che non questi whisky non erano affatto male, e hanno deciso di imbottigliarli come single malt. Oggi assaggiamo il 18 anni messo sul mercato nell’autunno 2017, a grado pieno.

N: il primo impatto porta note molto burrose e cremoso. Ci vengono subito in mente panna cotta, zabaione e panettone. Forse forse… un panettone sporco di cenere? C’è infatti una piccola patina torbata, moooolto lievemente fumosina, con venature minerali molto piacevoli. Per il resto, appare un inno al cioccolato bianco, poi dispiega sentori fruttati, come mela e banana. Stecchette fresche di vaniglia in ogni dove, ma c’è anche una spezia ammiccante, da legno, che non definiamo con precisione. Con acqua, la dolcezza di pastafrolla e di vaniglia dilaga, e questo whisky (miracolo!) si fa pasticcino.

P: l’impatto è alcolicamente aggressivo, monolitico, tra biscotti al burro e una vaniglia sparata. Crema pasticcera con scorza di limone. Estremo, certo, ma poi come un vecchio amico torna sempre il chicco di cereale, intriso di un leggero fumo. Mandarancio, dicono dalla regia (un regista di quelli visionari). Con acqua, che consigliamo vivamente, arriva la frutta, tipo ananas, e la crema ti culla che è un piacere.

F: pasta frolla salata, ancora un filo di di fumo di torba. Pepe bianco e vaniglia. Molto lungo, intenso e persistente.

Bisogna riconoscere che l’apporto del barile non è affatto secondario: tutte le note di vaniglia, crema pasticciera, pasticcini, ecc. che abbiamo riscontrato ne sono chiari indicatori. Detto ciò, che ci volete fare?, secondo noi è proprio un ottimo whisky, molto piacevole, godibile, effettivamente alla cieca si potrebbe scambiare per un whisky delle Highlands con una leggera torbatura… Non c’è nulla di quella nudità del distillato che generalmente ci piace, ma ci piace lo stesso: 87/100. Per dire: su whiskyshop.it costa meno del 18 anni ‘normale’, che è a 43% e non è un’edizione limitata – ah beh, certo, però è ‘peated’…

Sottofondo musicale consigliato: Eve feat. Gwen Stefani – Let me blow your mind.

The Glover 18yo (2018, Adelphi, 49,2%)

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un altro Glover, che non c’entra niente con questo whisky

Inauguriamo l’anno, dopo giorni e giorni di postumi da Calendario Avventato, con un imbottigliamento speciale, dotato anche di un suo valore politico, se vogliamo. Assaggiamo “The Glover”, un blended malt di 18 anni di Adelphi, imbottigliatore che ci ha abituato a grandi cose in passato… Dedicata al baffuto Thomas Blake Glover, soprannominato “il Samurai Scozzese”, pioniere del multiculturalismo alcolico e degli scambi anglo-giapponesi, questa serie prevede miscele tra whisky di malto scozzesi e asiatici (niente di nuovo, vero?, ma almeno qui hanno la decenza di scriverlo in etichetta). In questo caso, le aspettative sono particolarmente alte perché si tratta di un blend di Longmorn, Glen Garioch e… Hanyu!, storico produttore giapponese ormai chiuso, dalle cui ceneri è nata la magnifica Chichibu – ma questa è un’altra storia. Beviamo affiancati dai prodi Corrado e Angelo.

adelphi-the-glover-18yoN: la gradazione non passa inavvertita, con l’alcol che qui e là tira degli schiaffetti. Molto aperto e aromatico, con un lato morbido, diciamo “dolce”, con brioche, frutta secca (nocciola, anacardi?), anche un senso di panettone; poi tanta mela rossa, uvetta… C’è poi un lato speziato, tra il sandalo e un che di legno vecchio e crema di marroni. Pout pourri. Dopo un po’ con acqua diventa più grasso…

P: molto piacevole, anche qui l’alcol tende un poco a emergere di primo acchito. Saporito, con un corpo non esplosivo. C’è un che di profumoso, di scoordinato (non inteso negativamente), con un che di legno di sandalo. Poi si sente la quota che diremmo di sherry, tra frutta secca, una timida ciliegia, ancora mela, panettone… Un che di granatina, non dolce però (Angelo assicura che esiste e noi ci crediamo). Con acqua, anche il palato diventa più armonico, molto più fruttato, a ingrossare il profilo di cui sopra.

F: non intensissimo ma lungo, soprattutto su uvetta, buccia di mela rossa e frutta secca.

schermata 2019-01-04 alle 11.49.32Siccome il buon baffuto Glover ha contribuito alla fondazione di Mitsubishi, non possiamo non commentare così: Mitsubishi, mi stupisci! Magari, a voler proprio trovare un limite, non te lo tracanni ‘come se niente fosse’: è molto complesso ed è un vero e proprio malto da degustazione. Consigliamo acqua, ne abbiamo aggiunta non poca e questo ha regalato un’evoluzione strepitosa, nei risultati e nel percorso: il nostro suggerimento, se riuscite a mettere le mani su una di queste bottiglie, è di prendervi del tempo, di godervelo piano piano, perché merita di essere trattato con riguardo. Solo così potrà dispiegare tutta la sua magia: 89/100. Grazie al nostro micino pelosino Samuel per il campione!

Sottofondo musicale consigliato: Television – Mars.

Braeval 18 yo (1997/2016, First Editions, 54,8%)

Dall’ennesima serie di qualche membro della famiglia Laing, le cui vicende ricordano pericolosamente la trama di una telenovela sudamericana, peschiamo con curiosità questo single cask di Braeval (aka Braes of Glenlivet). È inusuale trovarlo imbottigliato, dato che serve per lo più come carne da macello per l’industria del blending, e infatti è il primissimo Braeval che compare sul nostro autorevolissimo sito: per questo ringraziamo i Laing ma soprattutto l’Ermoli che ce ne ha donato un campione e ci tuffiamo a bomba nella degustazione.

N: incredibilmente aperto ed espressivo a fronte di una gradazione importante. L’apertura porta essenzialmente ad un aranceto: arancia in ogni forma e immagine, partendo da una bella arancia gialla appena tagliata, poi arancia candita (per un attimo ci eravamo immaginati un panettone), una bella sorsata di Fanta, pasticcino con la fettina di arancia (ci sono anche un po’ di pastafrolla e di crema pasticcera, uniche sopravvissute allo tsunami agrumato). Molto fresco e aromatico, anche se – sia chiaro – se non vi piace l’arancia son cazzi amari. Unica deviazione dal tema: un sentore di ananas, pieno e ‘sudato’. Con acqua, si apre anche su mele e pere cotte.

P: pieno ed esplosivo, con bombette fruttate in deflagrazione. Paro paro al naso, non sapremmo cosa aggiungere oltre a pastafrolla, crema pasticciera, arancia in ogni forma e ananas. Proviamo ad aggiungere acqua per variare, e in effetti funziona – se retrocede la parte più esuberante di ananas, tornano un po’ note diversamente fruttate, poi cioccolato bianco e qualche cereale (volete una suggestione che vi farà commuovere? Sì, la volete: biancorì).

F: sulla falsariga di quanto detto fino ad ora: pulito e non lunghissimo,

Monodimensionale, in fondo, ma quella dimensione è bellissima: talvolta, davanti a single cask del genere, ci troviamo a chiederci “ma quanti ce ne saranno di barili simili, nello Speyside?”. A quel punto, con espressione interrogativa sul volto, non possiamo che invidiare chi nello Speyside ci sta tutto il tempo: beati loro. Buono buono, 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Duran Duran – Ordinary World.

Ledaig 18 yo (1998/2016, Wilson & Morgan, 62,7%)

Se mercoledì abbiamo deciso di recensire un Tobermory di un imbottigliatore italiano, oggi ricalibriamo le nostre pretese solo di poco, e assaggiamo un Ledaig (versione torbata di Tobermory, per i distratti) selezionato e imbottigliato da Wilson & Morgan, monicker dietro cui si cela l’azienda Rossi & Rossi di Treviso. Trattasi di un barile ex-sherry, con il vetro giunto a concludere degnamente una vita lunga diciotto anni; la gradazione è mostruosa, dunque sarà bene allacciare le cinture.

N: a grado pieno, appare molto chiuso e spigoloso: scalcia fortissimo note mentolate, tipo schiuma da barba, e di violetta; non manca l’aria di mare mentre la torba, a quasi 63%, resta un po’ in sordina. Par di trovare uno sherry appiccicoso, da zucchero bruciato, da pane caramellato; cannolo siciliano, con la sua dolcezza esasperata. L’acqua fa un effetto strano, amplifica una nota agrumata (limone soprattutto)

P: di nuovo, senz’acqua sembra un mix improbabile di schiuma da barba, pastiglia Leone e acqua di mare. Aggiungendo acqua, diventa più affrontabile e di nuovo pare aprirsi su una curiosa limonosità. Paradossalmente floreale nella sua brutalità (violetta ancora), del tutto privo di frutta e, diciamo, di dolcezza. Ancora incredibilmente balsamico, eucalipto.

F: lungo e persistente, finalmente la torba si sente appieno, acre e fumosa; lascia poi la bocca incredibilmente fresca e mentolata. 

Non sapremmo: di certo è un whisky difficile, forse fin troppo per noi – che in fondo siamo solo al nono whisky della serata (hey, bevete responsabilmente!). Quasi non sembra un Ledaig, non troviamo quel lato organico e chimico così tipico, né il celebre “chicco di sale”, imprescindibile hallmark per cui fummo bacchettati in passato. La combinazione riesce a trasfigurare questo Ledaig in qualcosa di ancora più strano rispetto al solito – un Ledaig oltre Ledaig? Difficile dargli un voto, veramente stranissimo – a noi forse non è davvero piaciuto, ma nel dubbio di non averlo compreso appiccicheremmo un 84/100. Prendete con le pinze, e se trovate assaggiate; ad esempio Giuseppe apprezza molto di più.

Sottofondo musicale consigliato: Mango – Come Monnalisa.