Benrinnes 21 yo ‘Rare Malts’ (1974/1996, OB, 60,4%)

Angelo Corbetta, sovrano assoluto del Gran Regno dell’Harp Pub, ci concede sempre il privilegio di scegliere con lui, dalla sua ricca cantina, le bottiglie per le degustazioni che insieme organizziamo, generalmente pezzi storici che è raro vedere aperte in assaggio. “Privilegio” anche perché, oltre al piacere di assaggiare i whisky durante gli eventi, ci portiamo a casa un sample da recensire con calma nei mesi successivi. Un paio di mesi fa abbiamo aperto quattro dei suoi Rare Malts (e occhio: tra non molto annunceremo i prossimi due appuntamenti sempre a tema Rare Malts – e se dicessimo Brora e St. Magdalene?), e il primo era questo Benrinnes da oltre 60%. Diamoci dentro.

benrinnes-1974-21-year-old-rare-malts-with-box-965-pN: devastante come la gradazione passi inosservata, anzi, inodorata. Spicca in avvio una fascinosa patina minerale, di cera d’api e di cereale caldo ed essenze oleose di arancia. Sprigiona una gran ricchezza d’aromi, tra brioche integrale al miele, zucchero caldo – siamo travolti dall’immagine delle nastrine appena uscite dal forno – e una frutta gialla matura e aromatica (pesche e mele soprattutto). Un naso all’apparenza ordinato e ordinario, e invece c’è tanta libidine…

P: di grande intensità, gli oltre sessanta gradi qui si fanno sentire un po’ di più. Vive di fiammate: l’attacco è austero, ancora sulla cera, su una mineralità oleosa, poi sterza verso una frutta vivace (qui proprio pesca, forse sciroppata), poi scatta sulla pastafrolla, ancora zucchero caldo, brioche al miele… E che cereale, che cereale! Pieno e molto soddisfacente.

F: lungo e persistente, prima resta il calore e poi la cera si conquista il palcoscenico.

Poco da dire: semplicemente ottimo, con un profilo che oggidì è davvero raro da trovare. Questa patina di cera, a schermare il lato più fruttato e cerealoso, a noi fa letteralmente impazzire! Una sorpresa, tra i meno quotati della collezione Rare Malts, ma per noi è un pezzo da non perdere. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aphex Twin – T69 Collapse.

Highland Park 18 yo (1956/1974, OB, ‘Ferraretto Import’, 43%)

Ferraretto è un nome che agli appassionati di whisky fa venire in mente una cosa sola: gli Highland Park degli anni ’70 e ’80. Noi siamo dei privilegiati, e oggi abbiamo la fortuna di assaggiare il secondo HP di quest’era, dopo un vintage del 1958 davvero entusiasmante (93 punti nel nostro archivio): grazie a Luca Bellia, appassionato pavese già citato su queste pagine, mettiamo naso e papille su un 1956, imbottigliato nel 1974 a 43%.

N: da subito molto complesso, ricco di cambiamenti: dopo un sonno lungo 40 anni, si stiracchia nel bicchiere man mano. Una discreta mineralità ci accoglie, assieme ad una ancor più discreta cera, contribuendo a delineare un profilo setoso, con richiami a vecchi mobili, propoli, vecchia carta, legno antico… Anche un filo di torba, con venature acri e ‘sudate’. Detto ciò, resta molto vivo nel bicchiere, con succose note di agrumi (mandarino e arancia, anche scorzette), con frutta di Martorana (quella di pasta di mandorle, laccata), fichi secchi. E poi ancora, sentori di torta di mele sfornata da poco. Forse frutto di una lieve ossidazione, ha sviluppato note di ‘dopobarba’, presenti solo a tratti per la verità.

P: qui purtroppo dobbiamo registrare una evidente perdita di gradazione, sicuramente sotto ai 40%, che restituisce un profilo depotenziato, sia come kick palatale (questa è bella, eh) che a livello di complessità dei sapori. Ad essere appiattita è soprattutto la quota minerale, purtroppo. Restano vive delle note dolcine, tra il biscotto al cereale, l’albicocca, una mela gialla cotta al forno… Miele? Vive una spezia, forse del pepe bianco, e poi sentori un po’ distanti di cera, di ‘whisky vecchio’. Ancora agrume – scorza d’arancia.

F: non lunghissimo, cera e albicocca piuttosto evidenti. Miele, pure.

Imbottigliato 44 anni fa, non è che possiamo prendercela con lui per aver perso un po’ di vivacità e di corpo – resta d’altro canto tutta l’eleganza di un naso spettacolare, che da solo giustifica il prezzo del biglietto. Vi risparmiamo il pippone sul “si stava meglio quando si stava peggio” e “com’erano buoni i whisky di una volta”, perché sono tutte cose che sapete già: 88/100. Luca: grazie infinite, davvero.

Sottofondo musicale consigliato: Afrika Bambaata & UB40 – Reckless.

‘The Cally’ 40 yo (1974/2015, OB, 53,3%)

Mentre Diageo annuncia le nuove Special Release del 2018 (e attenzione attenzione: nessun Brora, nessun Port Ellen!), noi ci dedichiamo con il piglio dei cronisti d’assalto ad una S.R. di tre anni fa… Il Cally 40 altro non è che un grain whisky prodotto dalla Caledonian Distillery nel 1974, messo in bottiglia appunto nel 2015, non colorato, non filtrato a freddo, alla gradazione naturale di 53,3%. Sulla carta, sembra avere tutte le caratteristiche del fuoriclasse: testiamolo nel bicchiere.

N: da subito rivela una nota di solvente, probabilmente data dalla gradazione, che scherma un poco – e subito dietro, ecco agitarsi alcuni dei più consolidati cliché da grain, ovvero banana matura, crema pasticciera, noce di Pecan… Ma qui in versione relativamente ‘light’, non troppo carichi come spesso accade talvolta. Procediamo per tentativi, vista la nostra poca esperienza coi grain ultraquarantenni – e però ci sembra che il lungo invecchiamento abbia smussato gli aspetti più triviali e più ruffiani di questo whisky, in favore di note speziate e più taglienti: dunque una punta di sedano, sentori di grafite. E poi, man mano che respira, si apre su una nota dominante: burro, burro fresco, burro caldo, burro sciolto, burro, burrissimo, poi panna rappresa, frutta gialla (mela gialla e albicocca).

P: ci saremmo aspettati un’esplosione di sapori clamorosa, e invece anche qui rimane abbastanza sottile, pur con una morbidezza inconfutabile. Crema, frutta gialla, nocciola e noce di Pecan, burro d’arachidi sono contrappuntati da una leggera ma costante nota speziata e legnosa: chiodi di garofano e sentori tostati, financo amaricanti. E per una pura coincidenza verbale, ora diciamo pure ‘amaretto’. Forse un dattero, anche?

F: burro, legno amaro… lungo e persistente.

Naso molto buono, complesso e piacevole, ha però una torsione tostata al palato che mmm, non ci convince fino in fondo. Ce lo ricordavamo molto buono dal nostro assaggio quando era uscito – confermiamo la soddisfazione anche se, ora forse vittime della delusione, ci ‘fermiamo’ a un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sleep – Sonic Titan.

Ardbeg 19 yo (1974/1993, G&M for Turatello, 40%)

Il re dei torbati, secondo molti, è Ardbeg: tra questi, molti ritengono che gli anni ’70 abbiano costituito il picco qualitativo della distilleria, e in effetti, guardando alla nostra limitata esperienza, l’Ardbeg che abbiamo più apprezzato è proprio un single cask degli anni ’70 (del 1972, nello specifico, che pare essere l’annus mirabilis nella distillazione scozzese). Oggi assaggiamo una bottiglia speciale: si tratta di un Ardbeg del 1974, selezionato da Nadi Fiori, imbottigliato da Gordon & MacPhail per Turatello, celebre distributore italiano. Di diciannove anni, questa bottiglia introvabile è stata aperta dal buon Francesco Mattonetti nella masterclass dedicata a Nadi allo Spirit of Scotland del 2012. Ma attenzione attenzione! Venerdì ne pubblicheremo un altro, e sabato (al Tasting Facile) ne berremo altri due…

6091694N: aperto e odorosissimo. Quasi sicuramente in sherry, vista la spessa coltre di zucchero bruciato, caramello, quasi confettura di fragola bruciacchiata… L’apporto del legno si rivela anche con note speziate, che con l’affumicato regalano note di noce moscata, perfino di curcuma; di certo c’è una bella liquirizia. Le note del malto di Ardbeg (molto… maltose) si mescolano senza soluzione di continuità a suggestioni intensissime ed esuberanti di torba, minerale e vegetale, acre e però mai tagliente; poi, una fantastica marinità iodata e perfino pesciosa: il tutto fuso assieme e ancora bello vivo, a dispetto della gradazione e del tempo che fu. Una spruzzata di limone, senza zucchero per favore (?). Con un po’ di ossigenazione, cambia un po’ d’abito e si fa ancora più ‘dolce’, morbido e levigato, ma anche la patina di lana bagnata va acuendosi, a svantaggio di fumo e marinità.

P: l’intensità è la prima (e unica) nota dolente: il corpo è acquosetto, e forse col tempo il malto ha finito per perdere qualche grado (e già si partiva bassi, a 40%)… L’affinamento in bottiglia, che al naso ci aveva suggestionato in positivo, qui ci fa scendere dalle nuvole. La dolcezza si ritrae, lasciando accenni di tabacco da pipa dolce, caramello e frutta rossa (confettura). La scena è tutta presa dall’acqua di mare, dal legno allappacchiante (grande ritorno dell’aggettivo più amato dai nostri fan!) e amaricante, da fumo torbato via via crescente e sempre più ‘inorganico’…

F: …che al finale si prende tutto: fumo, gomma bruciata, torba acre… Un incendio di sterpaglie secche spento con acqua di mare?

Il naso era da campionissimo: diciamo da 91, 92 punti secondo i nostri discutibili criteri; il palato, invece, complice un’attenuazione di… tutto, sarebbe diciamo da 84, 85 punti. Il risultato è che il nostro voto sarà di 88/100, il giusto compromesso per un “whisky da annusare” che purtroppo in bocca non replica lo splendore della fase olfattiva, arrivando spompo al traguardo e un po’ ‘annacquato’ (si fa per dire: ma comunque è acqua di mare).

Sottofondo musicale consigliato: The Walker Brothers – The electrician.

Dallas Dhu 25 yo ‘Millennium’ (1974/1999, OB, 43%)

Quando sentiamo ‘Dallas Dhu’, noi due whiskyfacili non sappiamo impedirci di pensare al massimo appassionato di Dallas Dhu italiano, se non forse mondiale, vale a dire Andrea Giannone, mastermind del Milano Whisky Festival assieme a Giuseppe Gervasio Dolci. Siccome in questi giorni abbiamo seguito su facebook le varie tappe del loro ultimo viaggio in Scozia, abbiamo provato a sentirci idealmente a loro vicini assaggiando l’unico sample di Dallas Dhu presente nel nostro armadietto. Si tratta di un malto del 1974, invecchiato per 25 anni nella botte #2599 e imbottigliato per l’agenzia governativa Historic Scotland nell’imminenza del nuovo millennio… Come dite, dove abbiamo trovato il sample? Beh, che domande, a un evento del Milano Whisky Festival…

21940N: profilo ‘strano’, apparentemente da pieno highlander; c’è infatti cera, molto visibile (ma questa è la sezione ‘naso’ oppure ‘occhi’?); poi ecco ampie zaffate minerali, con note d’olio d’oliva, e torbate, pur senza affumicatura. Un limone molto soft. Col tempo si arrotonda e si apre un profilo aromatico molto ex-bourbon, diciamo più atteso, con punte di pera acerba, di vaniglia, di marzapane. Riso soffiato; panna cotta!, ha un che di ‘latticino’, che con i sentori di malto regala suggestioni di latte e cereali…

P: attacco su una deliziosa, garbatissima nota di fumo di torba e legno bruciato. C’è in fondo coerenza col naso, con le eleganti note vanigliate e cremose riprese e sviluppate, non prima dell’accoppiata miele / cera, di note legnosette… Limonata zuccherata? Non succede moltissimo, ma quel che accade piace.

F: affumicatura ancora bella presente (non è intensa, è piena però: si capisce? no?), nocciolo di limone, limonata zuccherata; un vegetale molto ‘agricolo’, pecoreccio. Scusate, è estate.

Di per sé gli aromi che abbiamo riscontrato non sono delicati, anzi; il complesso, però, probabilmente anche grazie alla bassa gradazione, risulta – lui sì – piuttosto delicato. Si tratta di una delicatezza molto solida, austera, garbata: insomma, non ci si può certo aspettare un’esplosione di aromi e sapori, ma la qualità che emerge sotto al velo di una limitata complessità è da vero campione. Almeno, così l’abbiamo pensata noi… e quindi, 89/100 al primo Dallas Dhu di whiskyfacile.

Sottofondo musicale consigliato: Justin Timberlake feat. Jay ZSuit & Tie.

Ardbeg 26 yo (1974/2001, Silver Seal, 46%)

Dopo aver bevuto, negli ultimi giorni, un paio di whisky di Silver Seal, decidiamo di concludere questo piccolo percorso tra la Scozia e il modenese con un ‘pezzo grosso’, ovvero un Ardbeg del 1974… Le aspettative sono alte, se è vero che questo vintage della  distilleria ha offerto agli amanti del malto pezzi di grandezza assoluta; basti pensare che ben 30 Ardbeg del ’74 superano i 90 punti su whiskyfun… 26 anni trascorsi in botte, solo 264 bottiglie: il colore è dorato.

ardbeg 1974N: incredibilmente “marittimo”: ci sono note di salamoia, di aria di mare, di porto inquinato (avete presente quando una vecchia barchetta a motore lascia il molo sgasando? ecco, più o meno…), di catrame. Nitidissime olive nere, anche bacon; ancora, chiare tracce di torba, proprio, che paiono molto più intense di un’affumicatura delicata, per essere un Ardbeg, e per nulla invasiva. Da un profilo così ingombrante, si emancipa a fatica un lato dolce, formato quasi solo da un profilo ‘bourbon’ vanigliatissimo; ci ricorda i marshmallow e i dolcetti di marzapane, con un tocco di scorzette di limone. Poco presente il legno, dopo 26 anni.

P: davvero non ci aspettavamo una tale cremosità in un palato che sostanzialmente ripete quanto offerto al naso: c’è sì il “mare torbato” di prima (acqua di mare, a tratti è molto salato, con anche una nota a metà tra floreale e medicinale; poi, torbatissimo e fenolico), ma il tutto è arrotondato da una cremosità dolce marcata. Alla vaniglia si accompagnano note tropicali (cocco, soprattutto, poi forse mango?) e ancora mandorle; anche una robusta liquirizia e un fantastico legno di botte.

F: ancora bacon abbrustolito, poi caffè, liquirizia, note sapide… lungo e persistente, molto Ardbeg.

Davanti a un whisky come questo, c’è davvero poco da dire: perfetto bilanciamento tra le varie anime (marinità, torba, dolcezza cremosa), grande intensità e ottima ‘esperienza complessiva’, nel senso che si beve bene e si gode. Simile all’altro Ardbeg del ’74 di Signatory che avevamo assaggiato tempo fa, per certi versi forse più semplice ma per contro un po’ più rotondo e con un palato più dolce. Concordiamo con quanto scrive Serge, ovvero che è un ottimo whisky, magari non di disarmante complessità, ma proprio buono: rispetto a lui, però, il nostro gusto ci impone di alzare di qualche punticino il giochino del voto, e quindi ecco un pieno 90/100. Una curiosità: annusando il bicchiere vuoto, ci viene in mente un bosco di conifere… Ok, forse ne abbiamo bevuto troppo.

Sottofondo musicale consigliato: Bobby WomackAcross 110th Street, ancora dalla colonna sonora di Jackie Brown.

Caol Ila 20 yo (1974/1994, Hart Bros, 43%)

I Caol Ila sono i whisky più recensiti qui su whiskyfacile: certo, ne abbiamo recensiti solo nove, impallidiamo di fronte ai trecentocinquantaquattro bevuti da Serge, ma insomma, si fa quel che si può, no? Dateci tempo, dateci whisky, e vedrete! Ad ogni modo, si diceva Caol Ila: andiamo in doppia cifra con questo imbottigliamento di Hart Brothers, un piccolo tuffo nel passato recente, dato che si tratta di una bottiglia del 1994. Colore, paglierino chiaro.

caol-ila-1974-20-year-old-hart-brothers-1013-p[ekm]328x328[ekm]N: piuttosto chiuso, non molto espressivo sulle prime. L’affumicatura è molto blanda e leggera, in pieno stile Caol Ila; ci sono intense note di scorza di limone, così come lievi suggestioni di pasta di mandorla (aumentano con il tempo) e di una profonda vaniglia. Pian piano si apre e anche l’affumicatura cresce un po’; accanto, note salmastre, di colla, di erbe aromatiche (artemisia, al solito; genziana?). Cresce d’intensità col tempo, e il lato marino si fa sempre più riconoscibile (vengono in mente le corde dei porti…), poi liquirizia, cioccolato… Molto buono, ha bisogno di tempo per concedersi.

P: praticamente, è come bere una bella limonata zuccherata, con in più, naturalmente, 43% d’alcol, una leggera affumicatura, una deliziosa nota di orzata dolce, delle note di vaniglia… Col tempo, anche in bocca aumenta la dolcezza, con una crescente intensità fruttata (cocco) e con l’agrume che vira verso il lime. Punte lievemente pepate. Molto elegante.

F: non lunghissimo ma intenso, su alghe, zucchero, malto. Ancora un po’ di limone, forse anche un po’ di cera?

Quello che impressiona è la delicatezza, l’eleganza; tanto per sparare qualche ossimoro, abbiamo a che fare con una delicatezza potentissima, con una intensità garbatissima, con una poderosa finezza. Ah, se avesse avuto un paio di gradi in più… Il nostro giudizio è di 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Absynthe minded – My Heroics, part one.

Ardbeg 23 yo (1974/1997, Signatory, 43%)

Oggi, 2 giugno, è una giornata in cui vale davvero la pena di festeggiare: 66 anni fa gli italiani sceglievano la Repubblica, certo, e come se non bastasse la Ardbeg Distillery ha individuato questa stessa data per celebrare l’Ardbeg Day. Oggi tutte le embassy ufficiali disseminate per il pianeta avranno in degustazione un imbottigliamento speciale, pensato apposta per l’occasione. Noi parteciperemo all’evento milanese, giustamente – diremmo – allestito nello storico bar Metro di Giorgio D’Ambrosio. A mo’ di rito propiziatorio, sotto con questo malto della Signatory, un’autorità nell’universo dell’indipendent bottling che ha selezionato le 4 botti per questo vatting (#1047-48-52-54) quando ancora Stuart Thomson dettava legge dalla parti di Argyll. Ringraziamo Francesco per il sample.

N: si percepisce subito un’aura di complessità che fa drizzare le narici (?): c’è una ‘dolcezza’ impressionante, un’affumicatura ferma ma gentile, c’è il vento salmastro che ti soffia in faccia e c’è infine un lato balsamico (eucalipto) spettacolare. La vaniglia è intensissima, corredata da mandorla verde, liquirizia pura e note agrumate (soprattuto cedro e limone). Gli aromi che rimandano alla dolcezza sono poi impreziositi da una maltosità fatta di biscotti e brioches calde, oltre che da un delizioso bouquet floreale (violetta zuccherata). L’integrazione coll’affumicatura è così ben riuscita che rimaniamo folgorati da una suggestione: marshmellow bruciacchiati!!! Il tutto condito da alghe e aria di mare, come da tradizione del resto. Non mancano gli aromi medicinali, è proprio sciroppo per la tosse. Infine, ci è parso di sentire un che di “saponoso” che avevamo notato solo in alcuni Bowmore, ma è un attimo, qua e là, poi passa la paura.

P: la dolcezza è minore rispetto a quanto il naso lasciasse presagire a livello di intensità, tenendo comunque presente che si è invasi da un gran bel concerto di vaniglia e liquirizia legnosa. Limone (una fettina abbandonata nel posacenere?) e cedro, con una strana – ma squisita – nota quasi di cera, e ancora una pallida sensazione di ‘sapone’ dell’olfatto. Le note salate sono leggere, mentre l’affumicatura, beh, si lascia apprezzare in tutta la sua intelligenza.

F: tappeto di fumo marino su cui si stratifica un altro tappeto di vaniglia, incredibilmente persistente. Un po’ amaro, secco. Molto buono.

Se come due vegliarde, rose da atavica insoddisfazione, volessimo parlare di difetti, diremmo che il palato pare un po’ depotenziato rispetto al naso (che curiosità di assaggiare l’imbottigliamento Signatory dei medesimi anno ed età, ma cask strenght!), che comunque è di livello assoluto, con una dolcezza di rara intensità ma mai stucchevole. Rispetto ad un utopico malto perfetto, qualche timida riserva degna del censore più noioso, dunque, ma in fin dei conti è pur sempre uno spettacolo. Il nostro giudizio è di 89/100: qui, le note di Serge e qui quelle di Francesco.

Sottofondo musicale consigliato: Al GreenLet’s stay together, perché bisogna festeggiare.