Glenlivet 36 yo (1975/2012, Wilson & Morgan, 58,3%)

Dopo un paio di giorni sulle Orcadi presso Highland Park, riscendiamo giù giù per le Highlands fino ad arrivare nel cuore dello Speyside, a Ballindaloch: qui ecco stagliarsi Glenlivet, una delle distillerie più grandi di Scozia, con 10 milioni e passa di litri di whisky distillato ogni anno, e uno dei marchi di single malt più conosciuti al mondo, lottando costantemente con Macallan per guadagnarsi la medaglia d’argento nelle vendite mondiali (l’oro è sempre sul petto di Glenfiddich). Oggi assaggiamo, per la nostra rubrica Italians do it better, un Glenlivet del 1975 scelto da Wilson & Morgan e imbottigliato l’anno scorso (se non andiamo errati, il cask ex-sherry è il #5748). Il colore è ambrato.

30794N: attacca rivelandosi levigato e gentile. Certo non ci sono note ‘polverose’ e sporche (forse una traccia di minestrone?, che però scompare in fretta), come talvolta accade con questi invecchiamenti; anzi, è piuttosto zuccherino e agile: spiccano immediatamente cioccolato al latte, arancia candita, punte fruttate quasi tropicali (e mele rosse). Il legno si sente, in ogni caso, unitamente a note di erbe aromatiche molto gradevoli (di nuovo, ci ricorda un po’ dei vermouth). Frutti rossi moderati, assieme a una poderosa marmellata di fichi; capperi? Splendide note di uvetta, di zuppa inglese… Complesso e difficile da sezionare; molto invitante e intenso, comunque, è uno di quei malti che potresti stare ad annusare per ore…

P: l’alcol praticamente non si sente; attacco deciso e gradevolissimo sui frutti rossi, poi subito si integra con frutta matura e un che di cremoso (gelato agli agrumi, note tropicali, papaya!, ananas!); canditi, persino qualche nota vanigliata. C’è poi il malto, che regala suggestioni di brioche all’albicocca veramente piacevoli. Tante erbe aromatiche (genziana?) con un legno delizioso: verso la fine, soprattutto, rivela tracce di pepe e di zenzero candito, che accompagnano un finish…

F: …bello piccantino, lungo e fruttato (marmellata). Il legno si sente, allappa un po’, ma piacevolmente; ancora note erbacee (erba secca, vermouth, genziana).

Il giudizio complessivo non può che essere molto positivo: è un whisky arduo da sezionare, perché è compatto, e soprattutto al palato affianca con eguale intensità suggestioni che paiono continuamente differenti – e sempre molto buone. In definitiva, ci è piaciuto molto, e non possiamo che consigliare l’assaggio di un malto che ben rappresenta uno Speyside di ‘mezza età’, elegante e raffinato: il nostro giudizio sarà di 91/100, complimenti a Fabio Rossi e Luca Chichizola per la selezione.

Sottofondo musicale consigliato: Depeche ModeHome, e lo sappiamo che è una ruffianata…

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Linkwood 30 yo (1975/2005, OB, Rare Malts, 54,9%)

Torniamo nello Speyside, ed eccoci alle prese con una bottiglia a suo modo storica: questo Linkwood, infatti, è l’imbottigliamento ufficiale più vecchio della distilleria, ed è parte della prestigiosa serie dei “Rare Malts” della Diageo. Il colore è dorato.

106443N: già aperto a 54,9%; profumatissimo e di grande intensità, probabilmente da sole botti ex-bourbon: c’è infatti una eccezionale vaniglia cremosa e burrosa (brioche), poi molta pasta di mandorle. Toffee. Si nota poi un misto di frutta davvero buono: albicocca, pera, caramelle gelée ai frutti rossi, scorzette d’arancia candita. Anche note di frutta tropicale (ananas) e di melone. I 30 anni hanno anche portato qualche richiamo legnoso, non invadente ma caratterizzante; resta comunque molto fresco.

P: ribadisce l’intensità già apprezzata al naso, se possibile aumentandola in un loop papillare (ma checcazz…?) di lunga durata. In bocca questo malto vive di più fiammate, diviso tra bombe di frutta (pesche, albicocca, pere, cocco) e una vaniglia davvero massiccia. C’è poi un lato agrumato più intenso che al naso a portare punte leggermente amare. Il legno fa la sua parte, e certo non è un comprimario, assieme a una maltosità davvero invitante; il tutto tende ad essere un po’ amaro, soprattutto verso il finale. Comincia ad emergere un po’ di frutta secca…

F: …che al finale si prolunga indefinitamente, confondendosi con il legno e un malto di buona personalità.

Sembra imbottigliato al momento giusto, con un legno imponente col suo apporto amaro ma non ancora dittatore, ed una frutta matura ben definita. L’acqua è superflua, anche se tende a rendere soprattutto il palato un po’ più cremoso. Semplice ma intenso: il voto di 88/100 è legittimato proprio da questa intensità, soprattutto al naso. Qui le opinioni di Serge, cui è piaciuto un po’ meno. Non costava moltissimo, all’epoca (circa 130 euro) ma adesso tutti i Rare Malts hanno subito un’impennata.

Sottofondo musicale consigliato: Blue MinkGood morning freedom.

Rosebank 30 yo (1975/2005, Silver Seal, Sestante collection, 54,8%)

Non ne avremo bevuti moltissimi, ma di sicuro i Rosebank sono whisky che a noi piacciono tanto: la delicatezza dello stile delle Lowlands si unisce generalmente ad una personalità difficile da eguagliare nel sud della Scozia. Nella mal riposta speranza che prima o poi la distilleria riapra, oggi ci avviciniamo ad un Rosebank di 30 anni imbottigliato nel 2005 da Silver Seal (di cui già assaggiammo tempo fa un 20 anni davvero magnifico). Il colore è dorato.

N: dalla coltre dei suoi 54,8% (che inizialmente sono predominanti) iniziano a stagliarsi un malto dolce e robusto e un po’ di vaniglia. La tipiche note floreali ed erbacee di Rosebank tendono a restare un po’ nascoste. Abbisogna di tempo per aprirsi: frutta disidratata (uvetta, soprattutto); agrumi, sempre di più (limone, cedro?). Note di mandorla. Il lato agrumato aumenta con tempo e acqua, regalando nitidi sentori di scorza di limone (o forse della parte bianca della buccia del limone, è acidino e amaro). L’acqua porta anche un po’ d’anice.

P: piuttosto fruttato (frutta gialla soprattutto), ma cask strenght resta un po’ ostico, l’alcol disturba un po’. A colpire piacevolmente, più che la varietà dei sapori, è l’intensità del sapore di malto, accompagnato da un lato erbaceo (fieno) piuttosto amaro. Miele. Succo di limone. Con acqua, diventa molto più beverino, anche se le sfumature ‘vegetali’ che speravamo non esplodono mai. Resta un sapore di malto, fresco e buono, resta nitido l’agrume. Cedro candito.

F: lievemente fruttato (frutta gialla, frutti tropicali, inattesi, soprattutto mango, forse?). Vince ancora una volta il malto.

Consigliamo caldamente di avere pazienza e di aggiungere un bel po’ d’acqua perché cambierà l’esperienza complessiva, che vede nel lato agrumato il suo picco sensoriale. Ammirevole il modo in cui questo malto resiste alla tentazione del legno (forse perfino troppo strenuamente) e dalle contaminazioni che uno si potrebbe attendere da 30 anni in botte: onestamente, però, dobbiamo dire di non aver trovato quel tripudio di delicata complessità che avevamo invece ammirato nel 20 anni di Silver Seal del 2011. Serge non la pensa così, ed anzi loda questo Rosebank più di quanto non faccia col nostro favorito: nel dubbio di aver sbagliato qualcosa, non possiamo che augurarci di poterlo bere (di poterli bere entrambi, magari affiancati) di nuovo! Nell’attesa, la nostra valutazione è di 84/100, che non si pensi che alla fine non ci è piaciuto.

Sottofondo musicale consigliato: CocorosieLemonade, dall’album Grey Oceans.