Talisker 20 yo (1981/2002, OB, 62%)

Oggi assaggiamo un imbottigliamento iconico di una distilleria iconica: il 20 in sherry di Talisker, edizione limitata messa sul mercato nel 2002, esaurita rapidamente e ora oggetto di culto per i collezionisti (valore stimato attorno a 1500€, per intenderci). La gradazione (inusuale per Talisker) è di 62%. Quando il buon Pagani si è avvicinato ad uno di noi, durante il Milano Whisky Festival, brandendo un bicchiere con questo whisky, alla domanda fatidica “che cos’è?, indovina!” mai avremmo risposto con Talisker. Ora lo riassaggiamo con calma, suvvia, sperando in sensazioni più coerenti.

talob-1981N: la scena: una barchetta dal mare avanza nella nebbia fitta cercando la riva. Nel bicchiere infatti c’è tanto mare e un’atmosfera rarefatta di torba umida, un senso pesante di vapore e di amido. Acqua di mare, certamente, e un filo di fumo da un falò. Giunti a riva, il meritato ristoro del marinaio: bacon, ma sopratutto tantissima confettura di fragole e mirtilli, more. Il lato fruttato è veramente succoso e a dir poco esuberante. Liquirizia e cenere, uva nera e cioccolato, pepe e torba, in un continuo disorientamento olfattivo, come migliaia di storie raccontate sulla spiaggia attorno al fuoco.

P: anche alla gradazione monstre di 62 gradi si lascia bere con una certa facilità. Totale, come ti aspetti che sia, ovvero buonissimo. Il corpo è grasso, ultra masticabile e il primo impatto è del tutto isolano, con torba, bacon e mare. Trionfa anche l’anima speziata di Talisker, con tripudio di pepe e noce moscata, giusto un attimo prima dell’apocalisse: le botti ex sherry squassano all’improvviso il palato e s’impone una dolcezza pesante, calda di tarte tatin, marmellate ai frutti rossi in cottura. Spruzzi di arancia. Aghi di pino? Aggiungete acqua e godrete per sempre.

F: lunghissimo e con una nota sporca persistente tra il bacon e il pepe. Cenere ma anche marmellata, ad libitum.

Il miglior Talisker mai bevuto dai vostri umili Whisky e Facile, per lo meno secondo le mutevoli e relativissime percezioni del qui e ora? Forse sì, anzi certamente: 94/100. Potenza incredibile, complessità in continuo movimento, costante ristrutturazione di un profilo aromatico che ad ogni snasata rivela nuovi sentori, tutti fusi assieme, tutti di volta in volta sotto ai riflettori: magistrale e squassante intensità, magistrale e delizioso bilanciamento. Riesce ad essere tutto sparato a mille da un lato, e dall’altro ad essere velato di una surreale eleganza, con quella rarefazione di cui parlavamo nella descrizione del naso… Magnifico. Grazie a Giorgio D’Ambrosio per il sample, grazie infinite!

Sottofondo musicale consigliato: Led Zeppelin – Thank you.

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Caol Ila 31 yo (1981/2012, Silver Seal, 54,2%)

Rientrati dal festival milanese, ci siamo resi conto di avere ben 5 diversi Caol Ila più o meno trentenni… Che vita dura, vero? Beh, per renderla ancora più impegnativa abbiamo deciso di confrontarne due, imbottigliati entrambi da colossi italiani. Iniziamo con una bottiglia messa sul mercato ormai un paio d’anni fa, bottiglia da cui abbiamo attinto quanto possibile perché ci è piaciuta tanto tanto: è giunto il momento di recensirla anche sul sito e di renderle il giusto tributo, o no? Si tratta di un single cask di Silver Seal, distillato nel 1981 e imbottigliato nel 2012; la gradazione è 54,2% (a proposito: non fate caso anche voi al fatto che 54,2% è una gradazione abbastanza diffusa? a partire dallo Uigeadail… È un’osservazione senza senso? Sì, embè?).

Caol-Ila-31-y.o.-Silver-Seal-e1389891193584N: che bella affabilità! Un Caol Ila affinato, certo, ma non ancora domato dagli anni: si afferma fin da subito una delicata setosità vegetale, lungi però dal sacrificare una fruttata rotondità. C’è infatti una dimensione vanigliosa, che facilmente sconfina nel tropicale (ananas, banana verde, fico d’india). Possiamo dire che ci ricorda certi Port Ellen? Certo che possiamo. Una spruzzatina di limone (o forse è mandarino zuccherato?). E un pit di meringa, perché no? Acqua tonica; confetti. Non pare tanto ‘marino’, ma ha una punta di torba acre, solo lievemente salmastra, che dà a questo malto un piglio, una complessità ‘al top’: c’è proprio una nota sorda, appena accennata ma decisiva.

P: grande intensità, massima ‘saporosità’: si sente che la botte è di gran qualità. Molto probabilmente si tratta di un first-fill, o comunque di una botte molto attiva: c’è un contributo zuccherino e dolcificante a tratti devastante, con vere esplosioni di zucchero liquido e frutta tropicale a gogo (cocco, su tutto); meringa, pasticcini alla frutta. Più sotto, un simulacro d’acqua di mare. Il tutto, poi, come avvoltolato in foulard torbato e affumicato; spoiler: vedrete che il prossimo Caol Ila che berremo sarà diversamente connotato…

F: torna un po’ il vegetale, torbato, del naso (qui: più sulla gomma bruciata), sotto a una colata di godimento zuccherino.

Niente, con Max difficilmente sbagli: si tratta di una botte eccellente, abbiamo a che fare con un Caol Ila veramente notevole, levigato dal tempo e dal legno ma ancora capace di guizzi. Chi pensa a un fuoriclasse a fine carriera, sbaglia: corsa e sostanza non mancano, oltre a una tecnica sopraffina. Insomma, basta idiozie: 92/100 è il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: The Who – Eminence Front.

Rosebank 22 yo (1981/2004, ‘Rare Malts’, OB, 61,1%)

Dopo un Festival fantastico, e dopo una seratina niente male passata con alcuni amici all’inaugurazione del Club 1909 di Milano (ne riparleremo… ma intanto, tenete d’occhio il sito e le degustazioni che organizzeranno) continuiamo a trattarci bene, e assaggiamo una perla rara di una distilleria chiusa delle Lowlands: parliamo di Rosebank, e parliamo dell’ultima versione ufficiale uscita nella serie dei “Rare Malts”. Dorato chiaro è il colore di un malto imbottigliato alla gradazione monstre di 61,1%.

Schermata 2013-11-13 alle 18.26.34N: l’alcol c’è, ma non trattiene, non pare chiudere: sembra essere lontano chilometri da un profilo di Rosebank ‘nudo’, con un invecchiamento che ha prodotto tante variazioni su un tema: il malto. Partiamo da qui allora, da un malto ‘profumoso’, delicato come solo Rosebank sa essere: note di tè, poi c’è una bella componente fruttata, con le consuete punte agrumate ‘acidine’ (limone, pompelmo); ma c’è anche tanto altro: un nerbo di frutta gialla (mela, confettura d’albicocca, tutto delicato), poi punte briosciose. Col tempo, tende a mutare continuamente, ossigenandosi. Ancora una volta, riesce il miracolo di Rosebank: è succoso ma al contempo si conferma un profilo secco, erboso e ‘composto’. Miracolo!, ad aggiungere complessità, qualche spezia legnosa e un po’ di frutta secca.

P: la stessa alternanza rilevata al naso tra secchezza e succosità si ripete, in modo ancora più netto: l’ingresso è infatti una vera carrellata di frutta (mela, pompelmo, a tratta suggestioni quasi tropicali), che lascerebbe pensare a un crescendo fatto di lingue di sapore. Invece, a sorpresa, il whisky sembra addomesticarsi in bocca, facendosi secco, quasi evaporando in una maltosa amarognolignità. E dopo questa fuga immaginifica e neologistica, il silenzio. Anzi no: mandorle amare, legno, frutta secca. Sempre più amaro, soprattutto con acqua (che, a dispetto dei 61%, non consigliamo). I più arditi rileveranno anche un po’ di formaggio dolce (emmenthal).

F: media lunghezza, in pieno stile Lowlands, a base di malto erboso – che pare ripulire la bocca, per passare a un nuovo dram.

Questa curva juicy – austero ti illude che questo whisky possa contenere infiniti mondi possibili; in verità, la bilancia del reale pende decisamente dalla parte dell’amarognolignità, che è la nostra nuova parola preferita. Non esiste? Vero, ma anche questo whisky è difficile da trovare, e quindi. Il voto sarà di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: FoalsBlack Gold // Track 8

Longmorn 30 yo (1981/2012, Silver Seal, 50,3%)

Dobbiamo arrivare carichi al festival, carichi, carichi!, e quindi cerchiamo di tenerci un po’ in allenamento… Assaggiamo oggi un Longmorn di 30 anni, distillato nel 1981, imbottigliato nel 2012 (così recita l’etichetta, anche se il sito di Max e Whiskybase dicono 2013…) da Silver Seal. Il nostro sample arriva dallo Spirit of Scotland, ed è arrivato il momento di farlo fuori, no? Il colore è dorato. Ah, oggi festeggiamo due ani di whisky-blogging. Auguri. Grazie, è un piacere scrivere per voi. No il piacere è nostro. Bene. Ciao.

40920N: a prima sniffata, diremmo che la botte era refill-sherry… Veramente poderose le zaffate aromatiche: prugne e albicocche secche, frutta rossa sotto spirito in quantità; mirtilli. Anche arancia, anche un pit di menta, più una bella quercia profonda. Davvero tanto, tanto fruttato: domina un senso indistinto, ma fantastico, di macedonia estiva… Poi, una suggestione di banana matura ci inebria, ma sono forse banane caramellate? Banoffie pie? Mandorle, nitide; crema pasticciera, anche. Buono!

P: un attacco soft, con poco, pochissimo alcol. Poi però che intensità! Monolitico, un muro di frutta gialla (albicocca, ma anche arancia); il legno, leggermente amarino, bilancia molto bene la dolcezza fruttata. Molto maltoso, con note di frutta secca (noce) e forse un po’ di vaniglia. Ancora lievemente mentolato. Soprattutto verso il finale stringe un po’ verso l’amaro, riesce nell’impresa di sembrare sia secco che cremoso.

F: bello lungo, ancora dolceamaro, con note di malto, crema, menta e legno. Noce, di nuovo.

Che dire: un gran bel whisky. Longmorn è una distilleria che amiamo, regala sempre whisky fruttati ed eleganti: questo trentenne è un malto eccellente, di un’intensità veramente cangiante e goduriosa. Le poche parole basteranno, tanto lo avete capito: ci piace questo whisky, ci piace tanto; forse una relativa ‘semplicità’ al palato lo trattiene sotto i 90 punti, ma via, son dettagli da pervertiti quali siamo: 89/100 è il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: Keith MansfieldClose Shave, e ballate, perdio, ballate!

Highland Park 30 yo (1981/2012, Silver Seal for Whisky Live Taipei, 51,4%)

384123_10151177444485513_27810200_nIeri abbiamo assaggiato un Highland Park spettacolare imbottigliato da Silver Seal, avvertendo che presto ne sarebbe arrivato un altro, per lo meno altrettanto buono. E infatti, eccolo qui: un Highland Park in sherry invecchiato 30 anni, selezionato da Max Righi per il Whisky Live di Taipei, in collaborazione (se non andiamo errati, nel caso Max ci correggerà) con Emmanuel Dron, proprietario dell’IMPRESSIONANTE whisky bar Auld Alliance di Singapore – se volete capire perché abbiamo abbondato con le maiuscole, guardate qua. Dron e Righi sono stati immortalati in occasione della presentazione della bottiglia (un’edizione limitatissima di 120 bottiglie e 42 magnum), e li potete vedere qui affianco. Saranno più felici per la bottiglia o per la compagnia? Mah. Il colore è ramato.

528708_347320975345639_1392919656_nN: l’alcol è gentilissimo. Di una complessità estrema, a partire da note minerali sì tipiche, ma qui integrate in un disegno (divino?) più ampio e continuamente cangiante. Torba, terra bagnata, gomma per cancellare; poi una gamma infinita di erbe aromatiche e spezie (cannella, genziana, eucalipto; ci viene in mente il vermouth). Cola. Poi caffè (che a tratti pare tiramisù), poi ancora frutta rossa elegante (fragola, amarene); fichi secchi e miele, poi caramello, anche zucchero di canna? Veramente incantevole, ogni volta che si avvicina il naso ci troviamo nuove sfumature. Arancia candita! Tabacco da pipa!

P: qui il lato minerale retrocede, a vantaggio di un’affumicatura crescente e grandiose suggestioni vegetali (foglie di tè – al bergamotto? – poi rabarbaro!, poi zenzero, eucalipto, a tratti mentolato). Intanto, si sviluppa una dolcezza profonda e da perdere la testa: marmellata d’arancia, poi note di caffè zuccherato, di cioccolato, di frutti rossi (mora e ciliegie), di chinotto. Fantastico. Intensità e complessità da panico.

F: intenso lungo e persistente, molto affumicato (ci tornano alla mente le note di fumo di pipa aromatizzato); poi frutta matura, caramello, un po’ di rabarbaro… Wow.

Un whisky buono buono buono: note speziate e di erbe aromatiche si integrano in un profilo di complessità notevolissima, tra una dolcezza fruttata, una mineralità da manuale HP, note marmellatose e fruttate splendide… Davvero, in continua evoluzione, a ogni snasata e ad ogni sorso questo whisky pare cambiare, pur mantenendo (non sappiamo se si capisce quel che intendiamo) una compattezza molto particolare, che lo rende uguale e diverso ad ogni approccio. Highland Park al suo meglio, diremmo: complimenti, per il secondo giorno di fila, a Max per la selezione: 94/100 è il nostro giudizio, chissà se da qualche parte in Europa una bottiglia c’è ancora, e chissà quanto potrà costare…

Sottofondo musicale consigliato: in omaggio all’estremo Oriente…