Brora 28 yo (1982/2010, Whisky Agency for LMDW, 51,6%)

Oggi inizia la settimana che ci porterà all’evento più whiskoso dell’anno, la quattordicesima edizione del Milano Whisky Festival, che ogni anno attendiamo con trepidazione e sete massime. Tra l’altro quest’anno il festival raddoppia, fresco del record di presenze dello scorso anno, e occuperà ben due sale nella storica location dell’Hotel Marriott. Sembra quindi opportuno consumare la settimana di vigilia sganciando un paio di bombe a mano, qui nel nostro umile spazio internettiano, giusto per scaldare ulteriormente l’atmosfera. Di lunedì tocca a un Brora messo in vetro ormai quasi un decennio fa da The Whisky Agency, affermato imbottigliatore tedesco che ci ha regalato più di una gioia in passato. Questa bottiglia fa parte della serie “Private Stock” ed è imbottigliata per La Maison du Whisky. Parliamo di sole 222 bottiglie, un whisky ormai rarissimo, ma sapete che non ci fermiamo di fronte a nulla.

Brora-28-y.o.-Whisky-Agency-for-LMDW-e1432913499131N: possiamo dire fin da subito che il naso si è posato su un Brora con la B maiuscola, nel senso che ha tutti i crismi della distilleria. Da subito molto aperto: spicca un cereale minerale incontrastato, accompagnato da una patina cereosa evidente, favo di miele. Non è sporchissimo, nè tanto torbato (il fumo è solo flebile), però arrivano chiare le tipiche note farmy broresche, tipo balle di fieno, ma anche sala di consultazione di testi antichi. Finisce qui? Mavvaaaaa!!! Sfondano note di pasta di mandorle, buccia di pera, frutta gialla (pesca, albicocca). A suo modo delicato, e infatti pensiamo addirittura al gelsomino.

P: non delude, ma proprio per niente. Risulta allo stesso tempo dolce e ricco, ma è anche affilato, duro. C’è una grande masticabilità, a richiamare ancora la cera e il miele. Un cereale clamoroso, semplicemente delizioso, e ancora pasta di mandorle. La frutta è straripante: albicocca disidratata, mango, arancia, Su tutto aleggia un senso di libro vecchio, una farmyness a dire il vero non mostruosa, come altre volte ci è capitato con Brora, ma più su sentori di fieno caldo. Zaffatine di pepe nero.

F: rimane il sapore del chicco di cereale maltato con torba, secco e complesso. Molto sapido. Lungo, incantevole. Agrumato e delicatamente vegetale: sintetizziamo in albedo, anche se un po’ ce ne vergogniamo.

Un Brora di un’eleganza mostruosa, a suo modo fresco, diventato anziano in un barile ex bourbon che ha dialogato in maniera intelligente col distillato, senza prevaricarlo. La cera si riverbera infinita e vorremmo addormentarci per sempre con questo sapore in bocca. Dolce ma non eccessivo, broresco ma in maniera sussurrata, molto diversa dagli assemblaggi degli OB. Pare che gli ultimi anni a Brora si producesse malto meno torbato, e qui potremmo avere una parziale riprova. Il voto è alto e combacia con quello di IBR: 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Notorious B.I.G. – Mo Money Mo Problems

 

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Glen Mhor 27 yo (1982/2010, Cadenhead’s, 56,8%)

Glen Mhor è una delle tante distillerie chiuse nel 1983 – anno dallo splendore ancipite, perché da un lato vide i natali delle nostre insigni teste (entrambi di quel vintage, già) e i funerali delle insegne di Port Ellen, Brora, Glen Mhor appunto… Sarà un caso? Ovviamente no, e seguendo le scie chimiche vedrete che con un po’ di buona volontà riuscirete a ricostruire le linee del complotto mondiale che la CIA ha ordito nei confronti dell’industria del whisky e di cui noi siamo, con ogni evidenza, il braccio armato. Già. Oggi assaggiamo un single cask di Glen Mhor imbottigliato da Cadenhead’s nel 2010: si tratta di una botte ex-sherry che per 27 anni ha sonnecchiato nelle warehouse dell’imbottigliatore, prima di venire svuotata, per la gioia degli appassionati, in 236 bottiglie di vetro – qualche goccia sarà caduta per terra, qualche altra nella gola di chi l’ha svuotata, insomma, non state a sottilizzare.

Schermata 2015-04-15 alle 16.37.55N: i quasi 57% portano senz’altro una grande intensità; c’è molta ricchezza, con richiami straripanti al marzapane, uvetta sotto spirito, pan di Spagna… In generale, ‘cose dolci imbevute nell’alcol’, tanto per stare sul tecnico. Tarte tatin, mela caramellata. Seguendo le orme di una suggestione di burro caldo, si arriva a un che di minerale… Frutta disidratata.

P: l’alcol c’è ma non disturba; molto saporito. Offre una bella gamma di sapori, a iniziare da un bell’accenno di cera e un lato minerale certo più evidente. Per il resto, è uno sciroppo (anche se il corpo non richiama certo questa suggestione) ultra-zuccherino, che ricorda caramello, marzapane, un pit di cioccolato; ancora uvetta e tarte tatin. Più dolce che fruttato, se questo ha un senso.

F: continua l’escalation della componente highlander, con cenni di cera e tostati che richiamano quasi note di torba leggermente fumosa.

Un buon whisky, semplice nella sua complessità e che non lesina momenti di grande soddisfazione durante l’analisi, soprattutto grazie ad una mineralità che lotta per non essere schiacciata dal muro di dolcezza: intensità è la parola d’ordine, e non si può non pronunciarla – anche se, a dirla tutta, sul suo altare restano forse sacrificate le sfumature. 87/100 è il voto.

Sottofondo musicale consigliato: Igor Presnyakov ci delizia con la sua cover di Smoke on the Water.

Talisker 35 yo (1947/1982, Gordon&MacPhail, 40%)

Sabato c’era il Tasting Facile, primo evento targato Forum dell’autunno 2014; non vogliamo trasformare questo post in una succursale variata del libro Cuore, quindi il nostro ringraziamento verso i partecipanti sarà generico e virile. Una menzione solo per Monica, che ci ha ospitato, e naturalmente un’altra, sincera e doverosa, per Giorgio D’Ambrosio, che di fatto ha tenuto la degustazione, correggendo i nostri errori e impreziosendo il racconto con aneddoti che solo uno che certe cose le ha vissute può donare alla platea. Passiamo ai fatti. Siccome siamo dei megalomani, per bissare l’esperienza dell’anno scorso abbiamo puntato su cavalli di razza assoluta: il programma della degustazione prevedeva, come prima bottiglia aperta, nientepopodimeno che un Talisker, distillato nel 1947 ed imbottigliato nel 1982 da Gordon & MacPhail. Ora, che la boccia sia rara è fuori discussione, basta fare una googlata e dare un occhio alle quotazioni; su whiskybase si nota come di imbottigliamenti di Talisker con vintage dichiarato degli anni ’40 ve ne siano soltanto due, entrambi di G&M; questo perché l’azienda storica di Elgin era la sola, anche negli anni della guerra, a rifornirsi di botti direttamente dalle distillerie. L’etichetta basta a togliere il fiato: è quella storica (simile alla prima versione della serie Connoisseur Choice), nera con scritta rossa e con l’aquila sopra il nome Talisker; reca l’indicazione dei prorietari, vale a dire ‘Dailuaine-Talisker Distillers Ltd’, già all’epoca parte di Scottish Malt Distillers (SMD, la società ‘bisnonna’ di Diageo, attuale proprietaria). Se date un’occhiata al sito di Serge, anche se cum grano salis, vi rendete facilmente conto che con la stessa etichetta sono stati imbottigliati alcuni tra i Talisker più buoni che ha bevuto, per lo più botti degli anni ’50 per Pinerolo, a grado pieno… Il livello del liquido in bottiglia era basso (e d’altro canto stava a riposare in vetro da più di trent’anni), quindi un po’ di timore per la conservazione del distillato c’era. Il colore è ambrato scuro.

foto-3-2N: appena messo nel bicchiere, molto aperto e volatile, quasi: sembra leggero e sempliciotto… Ma la bestia è stata in gabbia per più anni di quelli che noi abbiamo trascorso al mondo, diamogli tempo. Pare subito molto succoso, fin troppo rispetto a quel che ci aspettavamo: lo sherry è molto evidente, con lussuriose note di ciliegia e amarena, di frutti di bosco, quasi diremmo “pasticcini ai frutti di bosco”. Poi però, a ben altra avventura siamo destinati: come nello Springbank, troviamo note di ‘chiesa’, tra una lievissima cera, torbosa, e un che di rarefatto, che definiamo come libri vecchi, vecchia carta… E qui scopriamo una delicatissima affumicatura; ma ecco che una nuova snasata ci svela nuove dimensioni “dolci”, tra il caramello, la cola; note legnose e speziate (cannella in evidenza), agrumi maturi e succosi; cioccolato ai frutti rossi… Prugne rosse, dolci e mature; uva americana (incredibili suggestioni proprio di uva nera, matura… mai sentita così forte!). Siamo abituati ad associare Talisker al pepe: qui non ce n’è traccia, solo resta un sentore di sale… Ma poi il lato ‘sporco’ ha nuove nuances: c’è una nota minerale, come di cloro di piscina… A tratti pare perfino farmy. Continua a cambiare e a stimolare, dolciumi esuberati si alternano continuamente a fascinazioni torbate, cerose… Leggere emersioni metalliche.

P: con onestà, certamente ha perso qualcosa in gradazione (c’era da aspettarselo), e questo ha un primo corollario: l’intensità risulta piuttosto penalizzata. L’avvio pare molto ‘povero’, tutto sul lato minerale; diciamo lana bagnata?, e su questo si erge solo un muretto di legno (un pit di rabarbaro). Se l’alcol porta zuccheri, qui un po’ d’amaro è da mettere in conto. Poi, mentre il whisky passa sulla parte posteriore della lingua, torna ad affacciarsi quella ricca dolcezza succosa che si prometteva al naso; due o tre botte di frutta rossa (uva, more, fragole, amarene), ma anche perfino di frutta gialla? Melograno dolce. Dopo poco si richiude sulla torba, sul minerale e vegetale. Nel complesso, la dolcezza fruttata è ben replicata al palato; manca tuttavia quella spettacolare esuberanza che al naso ci aveva fatto sperare nel miracolo.

F: discreto ma molto lungo. Replica gli aspetti più austeri del palato (torba, un pizzico di fumo, legno vecchio) diluendoli ad libitum con un succo di frutta delizioso.

Ah, una raccomandazione: il bicchiere vuoto è un’esperienza straordinaria, semplicemente. Non lavatelo, MAI! Dunque, dunque. Di parole ne abbiamo con ogni evidenza spese già fin troppe… Aggiungiamo solo una cosuccia: rispetto a queste tasting notes, redatte come di consueto a casa, durante il Tasting Facile abbiamo dovuto riconoscere maggior forza al palato: sarà stato merito della compagnia? In ogni caso, qui una valutazione non diciamo tecnica – non ne saremmo in grado – ma per lo meno ‘fredda’ lascia un po’ il tempo che trova: di fronte a un liquido distillato appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale c’è poco da dire, bisogna aver rispetto e ringraziare chi meglio si crede per averci dato l’opportunità di assaggiare un malto del genere. In ogni caso, che qualità: anche se la gradazione è un po’ scesa, resta incredibilmente aromatico, continuamente cangiante, non perde mai il vizio di stimolarti con nuove sfumature, fino al momento prima del tutto inattese. Ragazzi, che malto… E dunque, la valutazione numerica diventa un mero accidente, in questo caso (sempre, direbbe Pino), ma non possiamo esimerci dal nostro gioco preferito e dunque ci forziamo ad ergerci giudici e censori: secondo il nostro indice di gradimento, un naso da 93-94, un palato da 85-86, per un 90/100, ma dovessimo dar retta al solo cuore…

Sottofondo musicale consigliato: Henry Mancini – Charade.

Glen Elgin 12 yo (1982, OB, 43%)

Grazie al buon cuore di Davide, che ne aveva una bottiglia in mescita al suo stand durante l’ultimo Milano Whisky Festival, ci è concesso di sollazzarci con un whisky di difficile reperibilità, messo in bottiglia più trent’anni fa. Si tratta di un Glen Elgin ufficiale imbottigliato sotto l’egida di White Horse esclusivamente per G.B. Carpanò, l’importatore italiano dell’epoca.

IMG-20140821-WA0001N: si presenta molto aperto e interamente dispiegato; davvero avvolgente. C’è infatti una grande mielosità, impreziosita da note di malto un po’ torbato- comunque con un fascino cerealoso e minerale d’altri tempi. Tutto molto generoso, anche quelle belle note di arancia, frutta secca (mandorle, nocciola), uvetta. Arriva anche una zaffata sferzante di pera. Cremoso, ma con una sua bella acidità.

P: senza voler peccare di passatismo, ma questi whisky del passato, anche ‘entry-level’, ci sembrano spesso più tridimensionali, più profondi degli equivalenti d’oggi: inizia un po’ in sordina, ma poi è un crescendo composto da tre elementi fondamentali: un’arancia davvero sugli scudi, botte decise di malto e tanta, tanta frutta secca. Con questi attori sul palco l’effetto è di una dolcezza poco marcata, anzi proprio di un dolceamaro seducente. Ancora miele e anche limone.

F: forse il passaggio che più ci sorprende, si gode tra la frutta secca e il miele.

Questa bottiglia ha oramai ricevuto il ‘giusto’ riconoscimento da parte dei collezionisti, raggiungendo quotazioni importanti (siamo intorno ai 150 euro), ma ciò che conta è il prezzo di mercato dell’epoca, con ogni probabilità su livelli popolari. E questo solo per sottolineare ancora una volta che, facendo i dovuti distinguo e valutando prodotto per prodotto, ciò che è andata in parte persa nel corso dei decenni non è tanto la qualità in senso assoluto, ma la validità oggettiva di whisky ‘base’, il piacere di un buon dram, superbly pleasant come lo definisce Serge, a prezzi relativamente contenuti. Oggigiorno- tipico avverbio dell’anziano che guarda i cantieri sempre pronto a esaltare i bei tempi andati- invece la qualità si paga sempre quando c’è, e a volte anche quando non c’è: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: ApparatGoodbye

Port Ellen 1983/2011 (Silver Seal and Whiskybase, 55,5%)

Siamo arrivati vivi alla fine del Milano Whisky Festival (com’è andata? Leggete i report di Davide, quel fetente di Federico e di Giuseppe; noi ringraziamo i grandi Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci per l’organizzazione impeccabile e Monica, Filippo e Maurizio del banchetto Cadenhead’s con cui abbiamo collaborato). Mentre cerchiamo di riprenderci dallo stordimento dovuto alle tante emozioni provate, decidiamo di coccolarci un po’: e cosa c’è di meglio di un Port Ellen imbottigliato da un selezionatore prestigioso quale quella di Silver Seal? Si tratta di un single cask (per gli amanti dei dettagli, si tratta del #S1462) messo in vetro da Silver Seal, appunto, insieme a Whiskybase (cos’è whiskybase? Ignoranti!, guardate qui) alla piena gradazione di 55,5%.

30891N: ci eravamo abituati a dividere i Port ellen in due categoria, i dolciosi vanigliati e i costieri acuminati: questo non è così, è più vegetale, limonoso e maltoso, ma zac!, non è nemmeno solo questo: è una sintesi delle tre anime e, ve lo possiamo già dire, ci intriga parecchio. Degna di nota anche una screziatura ‘farmy’ (quella note di stalla, di campagna, e una suggestione di formaggio dolce…). L’affumicatura è quantitativamente delicata ma qualitativamente intensa (gomma bruciata, fumo di motore diesel). Sarà un’eresia, ma nelle note vegetali ed erbose, ci sentiamo chiare note di assenzio. Agrumi canditi, controllatissimi.

P: il palato è totale. E’ farmy, è limonoso, è pepato, è dolce, è quasi marino. Fantastico. Ok, con ordine: innanzitutto, l’acqua non ci vuole, la gradazione alta è un mero dettaglio: beverino come se avesse 43%, e invece sono 55 di potenza e intensità. Qui si perde l’affumicatura più intensa, a tutto favore di un’austera sapidità, nutrita di note agrumate deliziose (cedro, limone) e pasta di mandorle. Quel che ci sbalordisce, e delizia sbalordendoci, è la compattezza dei sapori, variegati, infiniti (abbiamo tralasciato note erbose che spaccano) ma uniti, monolitici.

F: torna la torba bruciata, la cenere limonosa, la liquirizia, una punta zuccherina, da scorzetta candita. Lungo, ma vira presto verso un malto delicatissimo, nudo, il degno requiem per un whisky veramente eccellente.

Uno dei Port Ellen più buoni che ci sia mai capitato sotto tiro. Davvero splendido, intenso, riesce a unire praticamente ogni anima della distilleria in modo armonioso, senza far prevalere un lato sull’altro: equilibrato e potentissimo. Complimenti, come di consueto, a Max per la selezione. Non ce n’erano tante bottiglie, ma quando è uscito costava 250 euro, circa. Per dire: la nuova special release ne costa il triplo. 93/100 è il giudizio.

Sottofondo musicale consigliato: Kronos Quartet & Bryce DessnerAheym, per persone raffinate (sperando piaccia a Pino!)

Port Ellen 25 yo (1982/2008, High Spirits, 46%)

Nadi caccia stile
Nadi caccia stile

Piove. E’ lunedì. Non siamo a Cesena, ma appunto piove ed è lunedì mattina, quindi abbiate pazienza: solo poche parole d’introduzione per un malto che forse meriterebbe solo rispettoso e deferente silenzio… Siccome ci piace coccolarci, tra oggi e mercoledì berremo due Port Ellen, entrambi indipendenti, entrambi particolari: oggi iniziamo con un 25 anni selezionato e imbottigliato dal grande Nadi Fiori per la sua High Spirits, distillato nel 1982 e imbottigliato nel 2008 a 46%. Il colore è paglierino, chiaro.

28536-1N: pochi fronzoli: è un Port Ellen dei più ‘naked’ che abbiamo mai assaggiato, austero e severo. Riconosciamo note zuccherine, molto delicate e in parte erbacee: camomilla, fichi d’india, erba secca (forse proprio paglia?), erbe aromatiche (quali? boh, astratte…). A margine, una torba – ca va sans dire – molto vegetale e di ‘semplice’ accompagnamento, tres géntile. Agrume candito (limone, senz’altro). Non è di grande complessità, ma che eleganza… Una incerta suggestione salmastra ci culla verso il palato…

P: estrema coerenza quanto ad austerità ed esuberanza dello zucchero: camomilla zuccherata e una bella buccia di limone lasciata in infusione. Entra in scena una cenere acre, di torba, che pure non invade affatto. Niente marinità; tanto fico d’india, ancora. Formaggio dolce (emmenthal?). Una nota di cera, deliziosa.

F: insiste ancora la torba; forse un po’ di dolcezza ‘da bourbon’ (vaniglia) e tanto, tanto erbaceo.

Un Port Ellen austero ed elegante; molto elegante, a dir la verità, nella sua spoglia, nitida delizia. Non sappiamo se una gradazione un po’ più alta avrebbe dato a questo malto ‘una marcia in più’, ma a nostro gusto il palato resta un po’ spompo: in ogni caso l’eleganza, appunto, restituisce ciò che si è speso in intensità. La nostra sentenza sarà dunque di 86/100, e grazie, Nadi!

Sottofondo musicale consigliato: la musica brasiliana ci ha un po’ scassato, vero? E allora vai con Vasco RossiDeviazioni.

Teaninich 1982 (2012, The Golden Cask, 51,1%)

Per la serie “distillerie che non si trovano in giro manco per errore”, dopo Inchgower passiamo a Teaninich, che con la prima condivide una sorte assai simile: pochissimi imbottigliamenti ufficiali, giusto il Flora & Fauna, un paio di Rare Malts, un Manager’s Choice… La (breve) lista completa la trovate qui. Assaggiamo dunque una versione di circa trent’anni, un single cask (CM175) imbottigliato da John MacDougall nel 2012 nella serie The Golden Cask.

The-Golden-Cask-Teaninich-1982-29-ansN: l’alcol colpisce un poco; molto ‘nudo’ e maltoso, comunque. Ci sono note di cartone bagnato, superate le quali si possono apprezzare tracce di malto, di cereali inzuppati, di porridge, perfino di olio di lino. Sullo sfondo, ci sono suggestioni fruttate un po’ astratte (albicocche mature, diciamo, mele rosse) e un miele che pian piano prende intensità. Molto ‘primaverile’, floreale, erboso, ricorda tanto un prato in fiore. Mandorle. Note ‘balsamiche’ (eucalipto).

P: anche al palato, sembra tanto un lowlander! La triade è ancora malto / fiori / miele (vero protagonista). Poco fruttato (al massimo, ci pare di scorgere qua e là una nota di albicocca…), non molto dolce e, a dirla tutta, neppure molto intenso. Ci sono forti note di miele alle erbe (quali? boh), una bella vaniglia; in fondo domina però il cereale (ancora porridge), con zaffatine erbacee un po’ amare. Camomilla.

F. non lungo né intenso; astrattamente dolcino (miele) e cerealoso. Forse un po’ di mandorle amare…

Certamente coerente tra le varie fasi; per la nostra esperienza, sembra piuttosto un malto delle Lowlands che non delle Highlands (per quanto, quelle note di miele…); ma si sa, queste son considerazioni che lasciano il tempo che trovano. Il profilo erbaceo e floreale a noi non dispiace affatto, e non possiamo che apprezzare la messa sul mercato di uno spirito ‘nudo’, anche dopo trent’anni. A essere onesti, però, la poca complessità generale che abbiamo riscontrato e l’intensità non molto marcata non ci fanno strappare i capelli dall’entusiasmo: l’abbiamo servito allo Spirit Of Scotland, però, e in molti l’hanno apprezzato (come anche gli utenti di whiskybase, tra cui anche un esperto amico del forum…) – quindi, dategli una chance! La nostra valutazione, detto ciò, sarà di 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jimi HendrixIf 6 was 9.

Clynelish 1982/2011 (Malts of Scotland, 53,7%)

Per quanto siano molto difficili da reperire in Italia, noi abbiamo un occhio di riguardo verso l’imbottigliatore tedesco Malts of Scotland: questo perché difficilmente siamo rimasti delusi da un whisky delle loro selezioni (i pochi che abbiamo bevuto li trovate qui, ma altri arriveranno…). Oggi assaggiamo un Clynelish – e se ci leggete davvero sapete che abbiamo più che un debole per la distilleria di Brora – distillato nel 1982 e imbottigliato due anni fa, nel 2011, poco prima di compiere trent’anni. La botte è ex-bourbon, con tutta probabilità un second fill, e il colore è paglierino chiaro chiaro.

26222N: di grandissima intensità e ricchezza, immediatamente, e al contempo squisitamente austero e ‘nordico’. Riconosciamo i cliché della distilleria: lieve torbatura, lieve marinità (salamoia) e grandi, grandissime suggestioni minerali. Poi al fianco c’è una dimensione più ‘dolce’ davvero monumentale: miele, torta alla crema (torta di pere?), pasticcini di frutta… Notevole cremosità. Note di limone candito, mela gialla, banana ancora un po’ acerba. Punte di legno umido; note di zucchero di canna, ma anche lievemente erbose… Che complessità, che varietà. C’è poi una potente nota di cera che asseconda l’affumicatura (appena percettibile, ma crescente col tempo).

P: bello profondo, ancora più ‘minerale’ e nudo, almeno in attacco; poi la dolcezza cremosa che vien fuori si fa bilanciare da una nota amara, legnosa. Ne vien fuori un sapore molto particolare, diciamo “scuro” (fabbrichiamo sinestesie dal 1983: whiskyfacile.com, e sai cosa leggi), di grande, maltosissima personalità. Mandorle come se piovessero, molta orzata, zucchero di canna, miele, agrumi (limone, soprattutto, ma anche pompelmo rosa), ancora banana verde, suggestioni vegetali (erba fresca, proprio)… Poi un muro di cera, totale, seguito – verso il finale – da note pepatine.

F: ancora cera, lunghissima e intensa. Grandissima eleganza. Mandorle, note di legno, suggestioni ancora di pompelmo, ad accompagnare la lentissima morte di una cremosità che lotta fino all’ultimo.

caine-431x300Signori e signore, ecco un Clynelish sfavillante in tutta la sua austerità: semplicemente eccellente, porta trent’anni sulle spalle come se fossero bricioline, come se il tempo passato in botte non fosse che un puntino nella linea dell’eternità. Un whisky pieno, che non ammicca mai, nonostante la rutilante cremosità bourbonesca: resta sempre composto, elegante… Se fosse un attore, sarebbe Micheal Caine; l’unico, grosso difetto è che a un certo punto finisce… 92/100 è il nostro giudizio, mentre Serge la pensa così e Ruben così.

Sottofondo musicale consigliato: Sonny RollinsAlfie, colonna sonora dei titoli di coda di un film che tanto ha reso celebre il buon Michael Caine.

Brora 19 yo (1982/2001, Chieftain’s, 46%)

Non sapremmo iniziare la settimana meglio di così: un Brora invecchiato 19 anni in due botti di sherry, imbottigliato nel 2001 da Ian MacLeod nella serie Chieftain’s. C’è bisogno di dire altro? Almeno una cosa, sì: se ancora a qualcuno fosse sfuggito, i Brora sono forse i nostri whisky preferiti… Quindi in effetti siamo un po’ sovreccitati; se vi siete dimenticati la storia della distilleria, potete rimettervi in pari qui oppure qui. Il colore è ambrato.

Schermata 2013-03-03 a 18.57.49N: la nota ‘sporca’ che tanto ci piace nei Brora (e che talvolta si descrive come una nota di “stalla”) qui non è coperta dallo sherry, ma emerge timida sotto forma di una curiosa nota di ‘soffritto’ e un che di lievemente ‘carnoso’… Una leggera nota di cera, sempre tenue, e un’affumicatura delicatissima, felpata, ma crescente col tempo. Nel contesto di un naso molto aperto, spiccano poi frutti molto, molto maturi (mele, albicocche); c’è un’intensa arancia matura, quasi caramellata (con note di zucchero di canna e una suggestione di melassa), oltre a una traccia biscottata molto buona. La parte liquorosa dello sherry è discreta, perfettamente integrata e tutta su marmellata di frutti rossi e fragole. E’ un naso molto caldo e molto ‘compatto’, con gli aromi tutti ravvicinati e in bella, costante evoluzione. Datteri? Pian piano, notate come sale d’intensità la torba, ancora nervosa. Che classe.

P: in parte ci sorprende, rispetto al naso: la zona più impura e cerosa va quasi estinguendosi, a tutto vantaggio di una componente fruttata incontenibile. L’effetto è di grande rotondità e morbidezza, con le due botti di sherry che si prendono la scena (con discrezione, non è mica uno sherry monster, eh). Qualche traccia di frutta rossa (ancora verso la marmellata), poi pacchi di arancia e un sacco di albicocca, prugne secche, perfino banana. La dolcezza è poi completata dal toffee (un’immagine agghiacciante: banoffee pie!). Anche tanta liquirizia, e un’affumicatura dolce, che ci ricorda molto quella del fumo di pipa. Noce moscata verso il finale.

F: ritorna un certo sapore di fieno caldo, forse di stalla; poi legno speziato (punte ancora di noce moscata), ancora caramello e un bel fruttato profondo e persistente. In sottofondo, ancora fumo di pipa.

In parte dissimile dai Brora più maturi che avevamo assaggiato finora, non perde un colpo sul fronte della gradevolezza e dell’eleganza complessive. Un whisky in definitiva molto complesso, fruttatissimo, che concede alle botti di sherry ma senza rinunciare a una maltosità leggermente affumicata davvero da panico. Un whisky complesso, rotondo, in evoluzione, intenso, affabile, elegante… Cosa potremmo volere di più? Anche se è un po’ meno Broresco rispetto a quel che ci attendevamo, il nostro giudizio sarà di 92/100, e non potremo mai ringraziare abbastanza Davide per l’omaggio. Serge non redige tasting notes, ma si limita a dare un voto qui.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad SeedsJubilee Street, dall’ultimo splendido album Push the sky away. Il video ufficiale è splendido, ma per vederlo dovete essere loggati su youtube… Intanto, godetevi la musica qui sotto.

Auchroisk 30 yo (1982/2012, OB, Special Release, 54,7%)

a spasso per Auchroisk
a spasso per Auchroisk

Si parla tanto delle Special Release Diageo 2012, soprattutto di Port Ellen, Brora, Talisker e Lagavulin… Siccome noi a queste bottiglie non ci arriviamo neppure vicini, assaggiamo l’Auchroisk 30 anni, 2976 bottiglie e un prezzo decisamente più accessibile. La distilleria dello Speyside, per quanto non sia visitabile, è graziosa e in un luogo molto ameno; è piuttosto giovane (finita nel 1975), ospita una delle più imponenti warehouse della compagnia e generalmente non produce single malt: si ricordano un Singleton of Auchroisk, un Flora e Fauna, una Manager’s Choice e una Special release del 2010, poca roba comunque. Questo 30 anni è il più vecchio Auchroisk mai imbottigliato, solo da botti refill-sherry e bourbon; vediamo se è valsa la pena d’aspettare tutto questo tempo. Colore? Ramato.

aukob.30yoN: prevale il profilo refill-sherry, con le note di vanillina del bourbon che si distinguono ma restano sacrificate. E allora troviamo soprattutto: arancia candita, albicocca secca, tabacco da pipa aromatizzato, cioccolato al latte, uvetta, panettone, zenzero candito. Questo elenco di suggestioni potrebbe far pensare a un whisky ‘cremoso’ e natalizio: in realtà è spigoloso, tagliente, quasi secco, con note di erbe aromatiche (assenzio?), balsamiche (menta) e di tè non zuccherato. Interessante, non banale. Con acqua, diventa più vanigliato e legnoso, pur senza perdere queste note così particolari.

P: ancora molto personale: riesce ad essere assieme austero (erbe amare e aromatiche, arancia e zenzero canditi) e ricco, soprattutto di frutti rossi e note aranciate. Il complesso è molto buono, particolare, con sorprendenti note piccantine di tabacco da sigaro, bitter (mai sentito parlare del Campari?), zuppa inglese. Caramello naturale. Anche qui l’acqua porta rotondità e una maggiore dolcezza complessiva.

F: liquirizia e cocco accompagnano il lento affievolirsi del malto.

alambicchi auchroisk
alambicchi Auchroisk

Un profilo molto coerente e davvero godibile; ha una discreta complessità e riesce a farsi apprezzare sia senz’acqua, in versione più austera, che con acqua, diventando più rotondo e ‘normale’. Nel complesso, un whisky davvero interessante, ci ha intrattenuto e soddisfatto: non sarà stellare come i suoi colleghi delle Special Release di quest’anno, ma vale un assaggio. 88/100 il nostro giudizio, mentre Ruben la pensa così.

Sottofondo musicale consigliato: The Alan Parson’s ProjectI wouldn’t want to be like you.