Glen Cawdor 16 yo (1968/1984, Samaroli, 43%)

Il banchetto di Giorgio D’Ambrosio, al Milano Whisky Festival, è come lo specchio di Alice: uno è stanco del logorio della vita moderna, fa un salto da Giorgio ed entra nel Paese delle Meraviglie del passato. Dove fra uno Stregatto e un Cappellaio Matto spuntano cose come questa bottiglia, che per il 99% dei visitatori, Orbi compresi, è misteriosa come la scrittura dei Sumeri. Glen Cawdor fu una distilleria di Nairn, sulla costa a poche miglia di Inverness. Però fu demolita nel 1930, il che aumenta la suspence. In realtà Samaroli scelse questo nome per un single malt proveniente dall’altra sponda della Scozia. Chi dice Caol Ila, chi Springbank, di certo talora c’erano imbottigliati whisky dello Speyside… Insomma, nessuno (di noi, almeno) lo sa. Si sa che fu distillato nel 1968, invecchiato 16 anni e prodotto in 360 bottiglie. Stop.

glencawdorN: annusarlo è come ritrovarsi circondati da gente in cilindro e monocolo, ti fa sentire in un’altra epoca. La paraffina tutto ricopre in uno strato ceroso e aromatico. C’è del grasso, anche se mai sgradevole, e una nota come di ottone e metallo unto davvero singolare. Poi è come se si spalancasse un forziere e ne uscissero cascate di frutta gialla: banana, ananas maturo, mele e soprattutto limone candito. Un naso retrò.

P: il grado basso (e forse il tempo) lo rendono bevibilissimo, al limite dell’inoffensivo. Un broccato morbido di frutta tropicale, arazzi di crema e cioccolato bianco, tappeti di caffelatte zuccherato e noce moscata. Ancora ananas, in un palato voluttuoso che all’energia preferisce una somma, consapevole placidità.

F: finisce dopo poco, in una cremosità vanigliata dove compare un’eco di legno.

Ha l’opulenza pigra di certe stanze reali, in grado di cullarti tra stucchi e sofà. Peccato che il tempo e il basso grado lo rendano meno guizzante dal palato in poi. Curiosamente ha poco di costiero, sicuramente di isolano. A ben vedere, però, un quid degli Springbank d’antan, soprattutto nelle note grasse del naso, potrebbe esserci. Gloriose vestigia di un passato eroico, che siate custodite nell’Olimpo dei malti: 89/100

Sottonfondo musicale consigliato: Robin Trower – Bridge of Sighs.

Highland Park 27yo (1984/2011, The Whisky Agency, 52,5%)

quanto è bella la serie ‘Bacherozzi’

The Whisky Agency è un imbottigliatore tedesco di rinomata fama e oramai sulla piazza dal 2008. In Italia è importato da Whisky Antique, alias Max Righi, figura di spicco del whisky in Italia e non solo, e proprietario del marchio Silver Seal. Si potrebbe dire che tra imbottigliatori di fascia alta, praticamente altissima, ci si intende facilmente e noi lo diremo senza problemi. In realtà poi non sappiamo come sia nata la liason tra le due realtà, ma spesso i legami commerciali nell’industria del whisky si intrecciano quasi per caso, magari complice un bicchiere a margine di un festival europeo o un incontro in qualche remoto praticello scozzese. Ci piace essere romantici e pensarla così, insomma. E forse tutto questo ottimismo si alimenta oggi anche grazie al nostro bicchiere fatato che contiene un Highland Park di ben 27 anni, proveniente da una singola ex-Bourbon Hogshead. Nel 2011 ne esistevano 222 bottiglie nella serie “Bugs”, oggi certamente molte, molte di meno.

highland-park-27-yo-1984-2011-70cl-525-whisky-agency_IM65603N: un Highland Park piuttosto pulito e abbastanza austero, le note di torba sono molto gentili e tutte minerali, per nulla affumicate – un poco di cenere spenta, al massimo. Ci sono note di frutta goduriose, fragola, mela, uno di noi ci sente perfino qualche accenno tropicale. C’è anche una dimensione da pasticceria, con una torta di mele, crema pasticciera leggerissima, biscotti al burro.

P: il percorso che ci viene indicato è nell’ordine una timida dolcezza – marinità – torba. La prima parte riprende la parte fruttata del naso, con mele gialle sudate, un che di macedonia matura, ma non pensate a ruffianità e cafonaggine dolciastra, anzi… Interviene poi una nota inaspettata di… calamari fritti!, dolci e marini al contempo. Va richiudendosi su una torba leggera e piuttosto sapida, rimane erbaceo e ceneroso. Su tutto veglia una sobria coltre di limone.

F: non lunghissimo ma intenso, limone zuccherato, ancora un pelo di cenere.

Questo Highlandk Park è bello nervoso ed esibisce gran classe a ogni istante. A tratti sa farsi anche riccamente fruttato, ma sempre con una compostezza da applausi. Poi, pur entrando qui nel solco delle suggestioni più che soggettive, quel sentore di calamaro fritto ci ha fatto letteralmente impazzire. All’epoca costava sui 400 euro, ora temiamo qualcosa di più. Ci limitiamo a segnalare che Serge lo ha apprezzato fino a sforare i 90 punti, noi ci fermiamo un attimo prima, a 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Beatles – A day in the life

Caol Ila 33 yo (1984/2017, Cadenhead’s, 54,5%)

Nell’anno del centosettantacinquesimo anniversario Cadenhead ha mantenuto il suo stile, mettendo sul mercato due serie dedicate (una con etichetta verde, un’altra con etichette dedicate ai Cadenhead’s Whisky Shop in giro per l’Europa, come questo) – ma, come dire, l’ha fatto mettendo i consumatori di fronte al fatto compiuto, senza fanfare, eventi di lancio in contesti posh, campagne di marketing aggressive e cialtrone. Tant’è che online si trovano ancora tracce di persone che si lamentano dicendo “occasione perduta, Cadenhead!, è il 175 anniversario e tu non fai niente per festeggiarlo? che delusione, cattivona!” – chissà come ci sono rimasti quando hanno visto uscire un Banff di 40 anni, per dire. Ma comunque: oltre a queste serie dedicate, le uscite ‘standard’ del 2017 hanno avuto un packaging leggermente modificato e una targhetta celebrativa. Pescando dall’Authentic Collection, al festival milanese dell’anno scorso ci siamo portati a casa un sample di questo Caol Ila di 33 anni, appena più giovane di noi – adesso è il momento di berselo.

N: uuuh, che profondità. Un Caol Ila ‘marrone’, con note fruttate al limite del tropicale – forse ci fermiamo alla pesca sciroppata; note di carruba, di arancia (anche candita, e forse diremmo addirittura caramellata). Pare molto ‘sticky’, con note di caramello. Molto minerale, meno marino: la torba è come ci si aspetta largamente depotenziata dalla scure del tempo, mentre si fa spazio una mineralità umida, greve. Odore di fiori umidi, in serra, quasi soffocante. Molto compatto.

P: a 54% lascia strabiliati l’assenza totale di note alcoliche. In ingresso è minerale, con una nota di cera deliziosa, poi mostra una curiosa e però integratissima nota diremmo di toma (c’è una nota di formaggio stagionato da spavento). Ma che fantastica frutta si agita nel bicchiere!, papaya senz’altro, ancora arancia, poi pesche sciroppate e la banana molto matura. Un guizzo di carruba. Ancora torba, qui più fumosa.

F: fumo pieno, qui, finalmente!, che dura all’infinito, con quelle sfumature acri della torba. Pepe nero, noce moscata, ancora un tappetone di frutta arancione (pesca sciroppata e papaya).

Porca miseria, al festival ci eravamo resi conto che era buono, ma forse non avevamo realizzato che fosse così buono. Per quanto abbiamo una grandissima stima di una distilleria tra le più sottovalutate di Islay, avendo la faccia di un’industria e non quella più rustica e ruspante di molte compaesane, onestamente non ci aspettavamo di trovare note così profondamente tropicali, né d’altro canto quella patina cerosa: è il tempo che cesella certi sentori, e qui sono presenti in tutta la loro nitida assertività. Forse il Caol Ila più buono che ci sia capitato nel bicchiere: 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Byrne – Every Day is a Miracle.

Royal Brackla 30 yo (1984/2015, Cadenhead’s, 54,1%)

Come ogni anno, l’ormai prossimo Milano Whisky Festival è anche l’occasione per decine di appassionati per scambiarsi samples come fossero figurine Panini: “a te manca il Port Ellen Old Malt Cask 1982?” “Io ce l’ho doppio!, ma in cambio non mi accontento solo di un Mortlach NAS… Ne voglio tre e voglio anche la figurina di Higuain, una mezza boccia di Tavernello e due buoni sconto per la carta igienica e per gli yogurt alle prugne, e mettici pure cinque euro!”. Più o meno è andata così anche l’anno scorso, e il nostro amico Giuseppe (sì, proprio lui!) ha avuto cuore di portarci un sample di Royal Brackla 30 anni, imbottigliato nel 2015 da Cadenhead’s nella serie ‘Single Cask’ con etichetta dorata. Siccome anche sabato e domenica saremo al banchetto di Cadenhead’s, ne approfittiamo qui per ringraziare Giuseppe e per ricordarvi che hey!, passate a trovarci ché da noi si beve bene! Domani o dopo pubblicheremo i ‘soliti’ terzetti: occhio perché abbiamo preparato titoli veramente demenziali.

65371N: ha la faccia seria del whisky da meditazione, con un velo di cera e legno vecchio a regalare subito sensazioni molto particolari. Affianco a una nota garbatamente minerale troviamo potenti suggestioni fruttate, dalla marmellata di fragole a pesche zuccherine fino a un misto tropicale. Miele scuro e zucchero di canna, burro caldo e pasta frolla lo rendono nell’insieme molto complesso; e arriva anche qualcosa di vagamente balsamico ed erbaceo che non riusciamo del tutto a capire. Menta?

P: un senso di cera e di una leggera torba minerale ricopre tutto. Abbiamo spesse note di miele e di biscotti speziati di Natale, senza che in realtà la dolcezza risulti anche solo per un istante troppo pronunciate. Grande infatti è il bilanciamento, con deliziose suggestioni erbacee di the e di buccia essicata di arancia. Marmellata di fichi e caramelle al rabarbaro.

F: lungo e setoso, ancora in perfetto equilibrio tra la torba vegetale e una dolcezza appiccicosa.

Veramente un ottimo whisky, esattamente della tipologia che piace a noi: bilancia perfettamente un lato ‘dolce’, fruttato, con una venatura spigolosa, minerale e torbata, che ci fa arruffare il pelo sulla schiena. Serge dice “sexy and austere at the same time”, ovviamente ha ragione: rispetto a lui e al magico IBR però noi andremo ancora più in alto, spingendoci fino a un meritato 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – Drugs, capolavoro.

Benriach 1984/2010 (OB, batch #7, 54,1%)

Superato all’inizio del millennio un momento difficile, durante il quale il nuovo proprietario Chivas aveva stoppato la produzione di  Benriach, dal 2004 è iniziato il rilancio della distilleria. Dopo l’acquisto da parte di Billy Walker e altri soci finanziari- la proprietà è la stessa di GlenDronach e GlenGlassaugh, per intenderci- è stato lanciato un core range nuovo di zecca, oltre a interessanti lotti di single cask, strutturati in ‘serie’. Oggi assaggiamo un imbottigliamento uscito nel 2010 e invecchiato per 25 anni nella botte 493.

Benriach1984cask493-90x300N: la torba è veramente intensa, con un’affumicatura acre e persistente (fuliggine) che, assieme a sentori salmastri, di salamoia e di bacon, in un blind tasting ci farebbe senz’altro optare per Islay. Per usare ancora un’immagine che ci folgorò tempo fa, ricorda un barbecue spento, col grasso colato sulla brace. C’è poi un rimando davvero raffinato alle erbe aromatiche (rosmarino). In secondo piano, un bel cesto di frutta matura, con leggera prevalenza di albicocche e perfino ananas maturo. Tanta legna.

P: l’alcol si sente poco, in un palato contrassegnato da saporti forti e intensi. Una grossa onda saporosa colpisce fin dall’attacco, ancora con una spiccatissima attitudine fumosa e torbata, resa ancora più profonda da note di caffè e pepe nero. Si sente anche, deciso, l’apporto del legno, con liquirizia a gogò; poi, proprio mentre il liquido si avvia verso la sua naturale direzione, il palato è percorso da un sussulto di dolcezza, tra lo zucchero di canna e l’albicocca, con una bella acidità. Una punta speziata (chiodi di garofano).

F: lungo, intenso. Ha luogo la celebrazione del legno bruciato, della liquirizia. Veramente tanta liquirizia, anche nella versione caramella.

Questo single cask è un malto curioso, che stupisce per una nota salmastra davvero inattesa al naso e per un’altra, altrettanto stupefacente, di pepe e spezie al palato. Inoltre tutta l’esperienza si svolge in un contesto fumoso davvero sfacciato, clamorosamente pervadente in uno speysider di 25 anni. Non sarà facilissimo trovarlo sul mercato, anche perché ne sono state prodotte solo 146 bottiglie, ma noi consigliamo caldamente di assaggiarlo per la sua particolarità: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kathy Brier – There’ll be some changes made

 

 

Mortlach 12 yo (1984/1996, Wilson & Morgan, 43%)

gli alambicchi di Mortlach
gli alambicchi di Mortlach

Lo scorso 12 ottobre (già, ormai un po’ di tempo fa…) abbiamo avuto il piacere di tenere una degustazione per la più grande comunità italiana di appassionati di whisky, ovvero il forum singlemaltwhisky.it (fateci un giro: il buon Dyka ha appena rifatto la grafica, è anche bello da vedere adesso!). Pian piano facciamo fuori i sample che avevamo raccolto quel giorno, e oggi tocca a un altro Mortlach, questa volta di 12 anni, imbottigliato dall’italianissimo Wilson & Morgan per una delle sue primissime serie. La cosa interessante è che i Mortlach sono quasi sempre invecchiati in botti di sherry, mentre questa è una singola botte (#4088) ex-bourbon; ora, sappiamo che il distillato di Mortlach è “particolare”, con note sulfuree e ‘brodose’, in virtù di una particolarissima doppia distillazione e mezzo, con alambicchi ‘bizantini’ su cui spicca la celebre Wee Witchie (dettagliate info le trovate a un certo punto di questa pagina – noi, come Claudio sa bene, non ci abbiamo capito niente, eheh).

DSC_0019N: delicato, non mostra note alcoliche. Sul distillato Mortlach, che talvolta è un po’ ‘sporchino’, prevale una dolcezza discreta ma molto netta (vaniglia senz’altro, pere mature, ma anche note ‘giovani’ di frutta candita). C’è una bella maltosità, anche piuttosto intensa (cereali, muesli), ma quelle note meaty tipiche della distilleria sono appena appena sussurrate (brodo), con qualche suggestione minerale gradevole. Una nota di limone (forse pare canarino?), e a sorpresa un che di speziato, ma spezie dolci (cannella).

P: ancora per negazione, manca la nota sporca dei Mortlach. Per il resto, replica fedelmente e con grande coerenza quanto trovato al naso, anche se difetta un po’ al corpo (deboluccio – è la gradazione?). Per la verità, emergono con più nettezza le suggestioni della botte ex-bourbon (vaniglia a palate, perfino punte cremose, tipo crema pasticciera), bilanciate da un fondo erbaceo e maltoso, con note di erba fresca, frutta secca e limone non zuccherato. Piacevole, complessivamente discreto.

F: pulito e vegetale, erbaceo. Erba, erba, erba! Nocciola. Non lunghissimo e di media intensità.

Un daily dram un po’ eccentrico: lodevole è il bilanciamento tra l’apporto della botte e le suggestioni cerealose ed erbacee che arrivano dirette dirette dal distillato, rendendo il complesso educato e composto, certo non ruffiano. Forse una gradazione più alta avrebbe dato più grip al corpo, ma nessuno lo saprà mai! La nostra valutazione è di 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Elephant revivalSing to the mountain.

Karuizawa 28 yo (1984/2012, La Maison du Whisky, 59,3%)

Karuizawa è una distillera chiusa da qualche anno, ormai; la cosa decisamente dispiace a tutti gli appassionati, dato che – molto banalmente – i suoi alambicchi buttavano fuori un distillato di qualità davvero notevole, e negli ultimi anni anche nel Vecchio Continente ha trovato fama e fortuna più che meritate. Si metta agli atti che l’orzo utilizzato dalla distilleria era il “Golden Promise”, varietà molto in voga in Scozia nei gloriosi anni ’70 (ora, se non andiamo errati, è usata quasi solo da Glengoyne e Benromach… se avete informazioni in proposito, datecele!) ed ora rimpiazzata da versioni più ‘performanti’, ma non necessariamente migliori… Ma insomma, le lodi sperticate nei confronti di Karuizawa le avevamo sempre solo lette e sentite, perché fino a sabato scorso non avevamo mai avuto il piacere di metterci sopra il naso: e quindi, eccoci alle prese con un single cask (#7975) del 1984, botte di sherry, imbottigliamento bellissimo de La Maison di Whisky nella “Cocktail Serie”.

Schermata 2013-05-16 a 21.39.13N: alcolico ma annusabilissimo e molto aperto; nonostante l’età pare relativamente fresco, anche se certo non spensierato…. Vale a dire che l’apporto della botte è importante e il complesso rivela aromi decisi: mele rosse fresche, confetture d’albicocca e frutti rossi, tanta legna ‘secca’ e spezie (cannella, chiodi di garofano). Sentori di aceto balsamico. Molto particolare il fatto che sembri sia secco che cremoso… Maestosa frutta secca (nocciola); fichi secchi; complesso, ma soprattutto molto intenso. Una bella maltosità si svela, assieme a delle suggestioni (sarà vero?) persino floreali. Pian piano, e con l’aggiunta di un goccio d’acqua, spunta una certa affumicatura e il lato cremoso aumenta decisamente.

P: gusto deciso, attacco prorompente e di grande personalità. A tutto legno e spezie (cannella, un sacco!); fichi secchi e prugne secche. Coerente col naso, ne ripete infatti la complessità: ancora un’impressione di confettura (d’albicocche, soprattutto); suggestioni di pasticceria marocchina, o mediorientale, anche se non è affatto stucchevole per dolcezza; emerge infatti a far da contrappeso una nota amarognola (chinotto, rabarbaro, legno). Sul finale, inattesa ecco una discretissima affumicatura (forse un che di polvere pirica bruciata?). Buono, particolare, impegnativo. Con acqua, una marmellata d’arancia emerge.

F: molto lungo e gradevolmente fruttato; l’albicocca torna ad essere la grande protagonista, assieme a una crescente – ma ancora assai discreta – affumicatura.

La fama è davvero meritata: la complessità è notevole, così come l’intensità di tutti gli aromi. Bastano proprio poche parole: molto, molto buono, Consigliatissimo, ma occhio ché le poche bottiglie rimaste sono molto costose… Il nostro giudizio sarà di 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Francoise HardyLa maison ou j’ai grandi (c’est La Maison du Whisky…)

Tamdhu 26 yo (1984/2011, Adelphi, 48,8%)

Quando la Tamdhu, nel cuore dello Speyside, è stata acquistata nel 2011 da Ian McLeod, proprietario di Glengoyne, tutti sono stati tanto contenti, dato che dal 2009 la distilleria era stata “messa in naftalina” dai precedenti padroni; la produzione è ripresa all’inizio di quest’anno, pare. Oggi assaggiamo la botte #2836, whisky distillato nel 1984 e rimasto a riposare in botte fino all’anno scorso; il sonno si è interrotto grazie al prodigo intervento di Adelphi, storico imbottigliatore scozzese da poco distribuito in Italia da Pellegrini. Il colore è dorato.

tamadl1984N: subito, affianco a una gradazione che si fa molto sentire, c’è una grande e piacevolissima maltosità, che occupa la scena a tal punto da far sorgere dubbi sulla botte: bourbon o sherry? Quasi sicuramente però è un refill, e per ora dovessimo scommetterci un euro propenderemmo per la prima ipotesi. Ad ogni modo: è un naso molto intenso, che col tempo si anima di una gran messe di frutti diversi e tutti maturi: innanzitutto molta arancia, poi mela (a pacchi), fichi freschi, leggere suggestioni tropicali… Un po’ di cioccolato e una leggera, ma deliziosa, nota di cera.

P: sostanzialmente coerente col naso, quindi buono, con grande enfasi sul malto (cereali) e una netta accentuazione delle note di cera. Il complesso è compatto: spicca una nitida e intensa nota fruttata, tra bombe di cocco e molotov di arancia, con ulteriori suggestioni tropicali. Cioccolato a far capolino qui e là.

F: una quantità di cocco impressionante; malto, mela e un delicato legno; finale bello lungo, fa valere il suo non essere più un giovincello.

Molto deciso, con note fruttate sempre più intense man mano che sta nel bicchiere, che ci confermano la prima impressione (refill-bourbon, ma ci informeremo); un ottimo Speysider, insomma, impreziosito da note di cera veramente gradevoli. Un punto in meno per quell’alcol ancora un po’ imbizzarrito: 86/100, costa intorno ai 120 euro, se ne trovate ancora una bottiglia.

Sottofondo musicale consigliato: Sandy Muller – Dança Dança Dançarino, cover di Lucio Dalla.

Caol Ila 24 yo (1984/2009, Bladnoch Forum, 55%)

La distilleria Bladnoch, nelle Lowlands, fa anche da broker di botti e imbottiglia malti di altre distillerie: in questo caso, abbiamo la possibilità di assaggiare un Caol Ila del 1984 (cask #5381, 290 esemplari), messo in vetro nel 2009. Come è noto, la Caol Ila è di gran lunga la distilleria più produttiva di Islay, e per questo non è infrequente trovare imbottigliamenti indipendenti, che – per la stessa ragione – possono essere di qualità molto diverse… Vediamo come si comporta questo malto dal colore dorato chiaro, una volta messo in bicchiere.

N: sulle prime, ultra-tight. Molto alcolico, si sente una qualche dolcezza candita (arancia? zenzero candito?), qualche nota citrico-limonosa (ok, dai: limone); per ora, però, tutto molto blando e un po’ troppo alcolico. Note di vaniglia, molto leggere. Con acqua, le note alcoliche si attenuano, lasciando spazio a una più netta affumicatura e, soprattutto, a una dolcezza vegetale e agrumata (scorza d’arancia) un po’ più gradevole. Anice.

P: una bella dolcezza accoglie il palato, ma pare sempre un malto fin troppo ‘chiuso’, o inespressivo, se si vuole. Vagamente floreale, ma troppo raccolto. Ancora ci muoviamo tra una frutta astratta e note torbate e agrumate (arancia un po’ amara… ancora scorza). L’acqua – decisamente necessaria – mostra un profilo più accessibile, con deboli vaniglia e limone a ricacciare in secondo piano l’alcol puro. Ha punte quasi balsamiche, ma onestamente non ci paiono troppo integrate.

F: boh. Finale? Boh. Boh. Ancora scorza d’arancia, un vago affumicato, ma tutto finisce in gran fretta.

L’acqua non apre, ma tende ad attenuare. Il palato, complessivamente, non è malvagio: è tipico di certi Caol Ila di questa età, ma non è supportato da intensità, complessità, bilanciamento, corpo. Soprattutto, poi, il naso resta un po’ indisponente: per questo non possiamo andare oltre a 78/100, anche se il Maniac Robert Karlsson lo giudica decisamente migliore. All’asta va via a 70/80 euro, se volete.

Sottofondo musicale consigliato: Die AntwoordBaby’s On Fire.