Bunnahabhain 28 yo (1989/2017, Antique Lions of Whisky, 41,3%)

La triade Silver Seal/Whisky Antique + Lion’s Whisky + Sansibar colpisce ancora: lo scorso fine settimana a Limburg è stata presentata la terza serie di imbottigliamenti di Antique Lions of Whisky, a tema animale, che comprende dei pezzi pregiati – ma ne parleremo. Oggi vogliamo guardare al passato prossimo del gruppo di imbottigliatori, mettendo alla prova dell’assaggio un Bunnahabhain del 1989 (annata fausta per la distilleria, si sa) maturato per 28 anni in una botte ex-sherry. Il colore è dorato chiaro.

N: e questo sarebbe un barile ex-sherry? È un profilo molto delicato, e che francamente, se assaggiato blind, non avremmo mai e poi mai ricondotto a una botte ex-sherry, di quasi trent’anni oltretutto. Dominano fin dall’inizio note di fiori bagnati davvero di grande intensità; accanto, frutta tropicale, per lo più candita (ananas e papaya). Mela gialla, molto presente. Ci sono sentori erbacei molto spiccati (e ci viene in mente il timo), poi tanto tanto limone… Inoltre suggestioni di pane, di lievito, di farina impastata. Col tempo si ‘ingrassa’, ed emergono suadenti note di pastello a cera.

P: l’impatto, a questa gradazione, è molto piacevole, è ancora bello pieno. Ancora la cera, quella patina umida; poi un poco di frutta tropicale, piuttosto zuccherina (di nuovo papaya), anche se in disparte. Orientato molto verso l’agrume, e il limone in modo particolare, forse il sentore dominante qui al palato. Anche burro… Torta al limone?, ma non la torta Paradiso, quelle non tanto dolci, con tanta scorza di limone… Resiste poi una nota vegetale, anzi floreale, che ci fa venire in mente la rosa (e la marmellata di rosa). Tutte queste caratteristiche si sovrappongono però, in modo straniante, a un senso di distillato giovane, molto pulito, molto nudo e vegetale.

F: e il finale, infatti, è un tripudio di sobrietà, ancora con limone, rose, quasi un senso di mineralità.

Molto strano, senti che è un whisky “lasciato lì”, certo non era frutto di una politica dei legni aggressiva come quelle in voga oggidì. Molto complesso, molto difficile anche, pieno di spigoli austeri che distrattamente si potrebbero confondere con della immatura gioventù. Oscilla continuamente tra la promessa in fine frustrata di una dolcezza tropicale, rotonda e intensa, e gli spilli dei lieviti, dello spirito, della cera e dell’erbaceo: difficile dunque, e per questo molto stimolante. In sintesi, a noi è piaciuto 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anggun – Snow on the Sahara.

Imperial 27 yo (1989/2017, Càrn Mòr, 43,9%)

Il primo Imperial della storia di whiskyfacile! Che vergogna, in sei anni manco una recensione… e sì che si tratta di una distilleria fascinosa per la sua cronica sfortuna: la sua storia è infatti un emmenthal, un gruviera, una massa squassata da continui buchi, da decenni di chiusure alternati a decenni di aperture, da cambi di proprietà… E la conclusione della sua storia dovrebbe regalarle ancora più credito, povera Imperial: chiusa da fine anni ’90, di proprietà di Allied / Pernod, nel momento dell’attuale boom del whisky uno si aspetterebbe di vederla riaperta, e invece no, è stata rasa al suolo per fare spazio al gigante Dalmunach. Celebriamo questa vicenda sfigatissima con un single cask di 27 anni, distillato nel 1989, imbottigliato da Càrn Mòr.

N: che naso complesso, aperto e invitante. Innanzitutto c’è una piacevolissima zona aromatica dolcina, tra la brioche, burro, l’albicocca, il miele… Pasta di mandorle. C’è perfino una frutta gialla intensa, diremmo innanzitutto mela gialla (quella molto matura, farinosa), anche una venatura agrumata, forse di limone. Quel che però ci fa girare la testa è una coltre ‘sporca’, quasi farmy, che complica tutto: una patina di formaggio stagionato (viene in mente il parmigiano quando ‘suda’; ha perfino un sentore muffato che fa venire in mente roquefort – vogliamo esagerare!, ci fa venire in mente addirittura l’abbinamento tra Sauternes e roquefort, perché siamo dei viveur, o dei cialtroni, fate voi), poi tanta tanta cera, cera d’api.

P: come al naso il primo impatto era stato devastante, qui paga dazio alla bassa gradazione (che crediamo naturale, non frutto di riduzione, beninteso) con un attacco che non è proprio dei più entusiasmanti, se paragonato alle attese del naso – poi però si riscatta in fretta, e da qui in poi è solo gloria. Ancora tanta cera e sensazioni oleose, un sentore nitido di burro caldo; biscotti ai cereali, miele, pastafrolla; tappetoni esaltanti di frutta tropicale (papaya; ce l’attendevamo, il naso così ‘sudato’ spesso prelude), ancora mela gialla.

F: burro caldo, tantissimo!, base di biscotti per cheesecake; e tropicale. Cioccolato, un sentore anche di cocco.

La masticabilità del corpo, proprio a livello tattile, penalizza parzialmente un whisky che altrimenti avremmo premiato ancora di più: è uno dei profili di whisky che più ci piace, con una burrosità del distillato che dopo tanti anni dentro a una buona botte porta a emersioni tropicali e fruttate di grandissima complessità. Ne berremmo a secchiate: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lenny Kravitz – If you can’t say no (Zero 7 remix).

Linkwood 26 yo (1989/2015, Valinch & Mallet, 53,1%)

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c’è qualcosa di edipico in questa foto…

Davide Romano, una delle due anime di Valinch & Mallet insieme al baffuto Fabio Ermoli, ci ha sempre detto grandi cose su questo single cask di Linkwood messo in vetro l’anno scorso; noi l’assaggiamo solo oggi, sapendo che i due ci hanno abituati molto bene con le loro selezioni… Si tratta di un ex-bourbon del 1989, imbottigliato ovviamente a grado pieno e senza colorazioni, proveniente da una distilleria dello Speyside che ha la sfortuna di vedere pochi imbottigliamenti ufficiali a fronte di una produzione per lo più destinata ai blended di casa Diageo.

linkwood26_valinch__mallet_single_malt_scotch_whiskyN: incredibilmente fresco dopo 26 anni di botte, ben poco appesantito da legno e spezie, Ciononostante risulta di grande struttura ed esibisce un muro di frutta parecchio spesso. Dominano la frutta gialla (pere e albicocche succose) e gli agrumi (arancia ma anche cedro). Sulle note ufficiali del sito di Valinch ci sembra particolarmente felice l’intuizione del mirtillo, a cui ci piace aggiungere fragole fresche. Che ricchezza! Il senso di compattezza di questo naso è poi persino aumentato da una nota maltosa davvero pronunciata, di cereale caldo, di biscotto secco. Zenzero e un filo di tabacco.

P: davvero solido e con un alcol tutto sommato trascurabile. Rispetto al naso, si fa un poco più dolce e più ‘scuro’. C’è ancora la frutta gialla, con pere e mele, ma diventa più calda, quasi in marmellata. Si sente bene una tostatura che assieme alle note dolci ricorda lo zucchero caramellizzato o la torta bruciacchiata appena tolta dal forno. Di nuovo piacevolmente maltoso. Una sorpresa finale in un neologismo: eucaliptico.

F: lungo, maltoso e fruttato e ci pare persino di recuperare una nota minerale.

Eccellente. Offre tutto quello che si desidera da una distilleria dello Speyside, note fruttate intense e cereali croccanti (…) sempre in primo piano; la nota deliziosa leggermente minerale al finish offre un seppur minimo twist sul tema principale, e noi apprezziamo tanto. 89/100, bravissimi ragazzi.

Sottofondo musicale consigliato: De La Soul feat. Estelle – Memory of… (US).

Mortlach 25 yo (1989/2015, Silver Seal, 52,4%)

Da qualche mese abbiamo in cantina un sample di questo Mortlach 25 anni, selezionato e imbottigliato da Silver Seal nella serie “Whisky is Nature”: l’evocativa etichetta ci porta lontani da Dufftown e ci mette davanti una tigre, forse a ricordarci quanto splendido e quanto pericoloso possa essere il distillato di Mortlach… Si tratta di una botte ex-sherry del 1989, uccisa e messa in vetro lo scorso anno: il colore è dorato, a testimoniare (ipotizziamo) una botte a secondo riempimento.

m19491N: fin dall’inizio si svela compatto e bello ‘grosso’, con una nota alcolica di spessore. In questa compattezza, si rivelano bene però due strati: sopra tutto c’è una leggera patina polverosa, lievemente minerale (terra, un velo di cera di candela, e anche di legno umido) – che assieme ad una suggestione generale di carne di maiale stufata con le mele ci fa sentire tutta l’anima più rude di Mortlach (anche se, non fraintendete, non si arriva alle più grevi note meaty). Si diceva però delle mele, e infatti il secondo strato è un’esplosione di frutta gialla (mele, tarte tatin; tantissime albicocche), di liquore all’arancia, uva passa; poi un senso di pasticceria, una crema alcolica (al limite della Malaga). Comunque, tutto veramente intenso, schiaffato in faccia, severamente proibito ai diabetici.

P: bam! Il palato, in piena coerenza col naso, è un’esibizione muscolare di sapori compatti, pulsanti ed estremamente ricchi: c’è un’onda altissima di frutta gialla, ancora mele e albicocche in primo piano, anche in combinazione con una crema pasticciera qui letteralmente esplosiva – lasciando la bocca vellutata e sussultante. Di cornice, c’è un’arancia fantastica (sia arancia dolce che oli essenziali che scorza) che, con quella nota di scorza, idealmente ci conduce a una mineralità che ritorna proprio qui, con suggestioni terrose ed erbacee.

F: molto lungo, vira generosamente su una mineralità e qualche sentore di legno di botte che nel complesso ne arricchiscono le sfumature. Il tutto ancora immerso in agrumi dolci.

Un gran whisky, di quelli che Max Righi adora imbottigliare: nel bicchiere e nel cuore arriva esattamente ciò che ti aspetti da una selezione di Silver Seal, ed è il motivo per cui negli anni l’imbottigliatore si è saputo definire uno stile, molto coerente tra le pur varie selezioni. Questo Mortlach non è il classico sherry monster, è sorprendente per le sfumature che riesce a regalare: sfumature tutte amplificate, non si dimentichi. 91/100, eccellente.

Sottofondo musicale consigliato: Survivor – Eye of the tiger.

Pittyvaich 25 yo (1989/2015, OB, 49,9%)

Sedotti dal fascino delle Special release del 2015 grazie al Lagavulin 12 anni, proseguiamo scandagliando il nostro parco-sample alla ricerca degli imbottigliamenti Diageo di fascia ‘premium’ dello scorso autunno. Pittyvaich è una delle tante distillerie chiuse di proprietà del colosso dell’alcol: situata a Dufftown, nella “capitale” del whisky, dopo essere stata chiusa nel 1993 è andata incontro alla tragica demolizione nel 2002. Ne evochiamo lo spirito (letteralmente) con quest’edizione limitata (meno di 6000 bottiglie) di 25 anni: whisky maturato esclusivamente in botti di quercia americana, sia di primo che di secondo riempimento.

ptvob.1989v2N: immediata la suggestione folgorante: strudel, dunque mela e cannella, uvetta. Si nota evidente una ‘dolcezza’ fruttata continua ma delicata, senza eccessi e senza cremosità (anzi, si lascia apprezzare un qualcosa di quasi minerale, a dirla tutta, con un fantasma di cera che emerge dopo un po’), tutta giocata sulla frutta gialla (mele, albicocca – croissant all’albicocca, diciamo). Ci sono note erbacee, tra il fieno caldo, al sole, e qualcosa di delicatamente floreale. Agrumi vari (e foglia di limone) a completare un profilo ‘standard’ ma di qualità.

P: l’alcol non ottunde, e d’altra parte mancano momenti di violenza sensoriale (leggi: intensità) particolarmente notevoli. È infatti abbastanza costante e scivola via con molta freschezza, nonostante i 25 anni di invecchiamento, tra note agrumate in crescendo rispetto al naso (proprio arancia) e una mineralità anch’essa in ascesa. Ancora abbastanza fruttato, con un misto succoso di frutta gialla (diremmo proprio succo di pesca) e con suggestioni floreali.

F: non lunghissimo ma davvero molto pulito, ancora su fiori freschi e una leggera frutta secca (mandorla, marzapane). Cioccolato bianco.

Buono: non spicca per complessità, sia chiaro, ma è un ottimo whisky erbaceo, da aperitivo, riesce ad essere semplice pur non apparendo banale grazie a inattesi guizzi minerali. Complessivamente è conforme al nostro gusto di oggi (ché tutto scorre, tutto cambia, anche le soggettività): costa circa 300€, dunque certo non è regalato, ma in generale apprezziamo e approviamo. 86/100 il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: Vincent Vincent and The Villains – Johnny Two Bands.

Macallan 24 yo (1989/2014, Silver Seal, 54,4%)

Macallan è Macallan, si sa, e quindi è bene tenere alte le aspettative; Silver Seal è Silver Seal, si sa, e quindi è bene tenere alte le aspettative; quando si assaggia un Macallan di Silver Seal, dunque, le aspettative non possono che essere alte… A maggior ragione se la serie dell’etichetta si chiama “Whisky is Art” (anche se lo stesso selezionatore, Max Righi, ci spiega con preoccupazione che oggidì il whisky è sempre meno un’arte, appunto, e sempre più business… ma la serie vuole appunto essere innanzitutto una dichiarazione d’amore e d’intenti), e sullo sfondo campeggia addirittura l’immortale Colosseo! Si tratta di un single cask di 24 anni: assaggiamolo.

SFW10_75_1N: la gradazione non si nasconde, e sulle prime tutto resta coperto; dopo un po’, però, si levano ricche e succose note di frutta, che pare arrivare quasi alla caramella gelée: pesca e albicocca; gelée all’arancia; appena un accenno di banana, mentre sotto si agita uno strato di marzapane assai vivace e profondo. Fa capolino un po’ di  legna tagliata. Con acqua, si apre molto bene sul fruttato, diventando quasi cremoso (vaniglia in gran crescita).

P: mantiene la promessa fruttata del naso, ma ci aggiunge anche crema e vaniglia: si ottiene dunque un bellissimo senso di pienezza. A stupire c’è una maltosità pulita e cristallina, cerealosa e splendidamente vegetale, che fa tutt’uno con la frutta. L’acqua lascia erompere il lato zuccherino e torna quel senso di gelée; un pit di ananas, perfino?

F: maltoso, una leggera frutta secca; si richiude proprio qui, dopo una bella danza fruttata.

Un single cask che è un’ode al whisky, perché riesce molto bene a unire l’eleganza di un distillato pulito, fruttato e “che sa di malto” ad una gentile patina di botte, che arrotonda la frutta e ammorbidisce gli spigoli. Molto equilibrato, appunto, e poi: dov’è che trovate un single cask di un Macallan indipendente, oggigiorno, oltretutto in botte ex-bourbon? 87/100, il voto più giusto nel nostro quadernino.

Sottofondo musicale consigliato: Joe Strummer – Burning Light (dal film di Aki Kaurismaki “Ho affittato un killer”… guardatelo!)

Caol Ila 1989 (1997, Lands of Scotland, 43%)

Quando ci siamo ritrovati di fronte questa bottiglia siamo rimasti molto sorpresi: non avevamo mai visto questa etichetta, e neppure whiskybase ne reca traccia. A questo punto, abbiamo scatenato le nostre squadre di informatori, che, dopo lunghe ed estenuanti ricerche condotte con metodi non sempre ortodossi nei peggiori bassifondi dell’hinterland milanese, sono riusciti a portare a casa il risultato, oltre a qualche frattura e qualche buco di pallottola. Si tratta di un imbottigliamento di Gordon & MacPhail fatto per il responsabile alcolici della catena di supermercati Metro nel lontano 1997: questo Caol Ila è parte di una serie che comprende anche un Bladnoch di 11 anni e un Mortlach, se non andiamo errati di 14 anni. Ci possiamo esimere dall’onore della recensione? E che siamo, imbecilli?

Schermata 2015-05-28 alle 17.16.48N: stereotypical Caol Ila! La sensazione è quella di un bel fumo dolce, morbido e rotondo: ma non mancano anche intense punte agrumate e fruttate (limone e cedro; ma arriva a ricordare quei mix di frutti tropicali disidratati, con cocco e ananas…) da un lato, marine e ‘petrolifere’ dall’altro (rispolveriamo la suggestione di una barchetta a motore in mare… ci sono anche nitide note di legno bagnato dall’acqua salata!). Cacao.

P: molto buono!, bella intensità e ottimo corpo. Un pelo alcolico. Attacca su una nota dolce spiccata (zucchero a velo e vaniglia) per poi aprirsi – se d’apertura è lecito parlare – su note di torba amara e vegetale, ancora sul versante diesel / cacao amaro / legno / liquirizia salata. Si sente proprio bene la torba, molto terrosa, mentre ci pare che la marinità tenda a retrocedere un po’ rispetto al naso.

F: lungo e intenso, tutto sullo smog / motore di barca / legno salato; solo un’indistinta dolcezza da botte ex-bourbon.

Nonostante stia in bottiglia da quasi vent’anni, non arretra di un millimetro e sfoggia tutta la sua caolilicità (?) senza alcun pudore: davvero piacevole, ha tutto ciò che un giovane torbato può avere, è relativamente semplice ma non può deludere. 86/100 è il giudizio, brava Metro.

Sottofondo musicale consigliato: Roberto Vecchioni – Stranamore.

Macduff 24 yo (1989/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 53,3%)

Basta passare da Milton a Mac, e zàcchete: abbiamo superato il passato e ci siamo tuffati nel presente. No, non abbiamo ancora abbandonato gli studi letterari per darci al Macdonald, semplicemente era un bruttissimo gioco di parole: siamo passati dal Miltonduff di Cadenhead’s di ieri al Macduff di Cadenhead’s di oggi… Superata la vergogna per un’ironia degna di chi non sa cosa dire e rompe l’imbarazzo ma non fa che peggiorar le cose, questo è un single cask invecchiato per 24 anni in una botte di sherry: e si vede, diremmo, dato che il colore è rubino.

macduff-24-year-old-1989-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: un whisky incastonato nel rovere e certo l’alcol è molto discreto. L’apporto dello sherry è bello chiaro: note di legno (di ‘mobile’, di credenza, proprio: no, non di comodino, né di tavolino, abbiamo detto di credenza!), di tabacco da pipa, quasi bruciacchiato; e di rabarbaro, tanto tanto. Al fianco, altrettanto massiccio, si staglia tutto un mondo zuccherino: caramello, frutta rossa in confettura (fragola uber alles), uvetta, sciroppo d’acero. Poi emerge perfino il malto, toh!, chi si vede: in una versione molto briosciosa, se ci è concesso. Suggestioni intense, pure, di frutta tropicale (cocco, mango) molto matura. L’acqua apre un po’ sulla frutta e sul tostato.

P: un’esplosione sensoriale, con fiammate di sapore: in controtendenza rispetto al legnoso del naso, svela qui succose note tropicali e fruttate, tra la fragola e il succo di frutti tropicali misti (ammazza, quanta papaya!). Poi, riemerge il legno con note di aghi di pino, di eucalipto, e anche di cola e rabarbaro. Con acqua, occhio!, perché si perde il fruttato (parte pregevole) e si sfarina in una legnosità dolciastra e tostata (rabarbaro, caramello bruciacchiato).

F: ritorna in scia al naso, con tante suggestioni legnose e tanniche; eucalipto da una parte, rabarbaro e cola dall’altro; leggermente tostato.

Buono, di una bontà eccessiva, come certe battone truccatissime che tanto piacevano a Baudelaire: il legno è protagonista assoluto, nel bene e nel male, e a dirla tutta probabilmente se fosse rimasto un pochetto in meno in legno sarebbe stato più armonioso e avrebbe evitato certa esuberanza del tannino (il rabarbaro così evidente è spia inconfutabile), a dir la verità esuberanza che si manifesta soprattutto con acqua. Ma basta parole, noi ci intorcichiamo in giri di parole e siamo schiavi della retorica perché altrimenti saremmo nudi, di fronte alla scarna essenzialità della miseria della vita umana. Ma a voi mica interessa patire il nostro dramma, o no? Quindi, torniamo al malto: è quel che si dice uno sherry monster, e deve piacere tutto il suo legno eccessivo. A noi piace, ma non si aggiunga acqua!, e quindi: 86/100. PS: ne approfittiamo qui per dire una cosa che vorremmo tutti sapeste, dato che c’è chi ci dice “ma che sia buono o no, voi usate sempre le stesse parole! talvolta date giudizi critici e voti buoni, talaltra date giudizi indulgenti e voti bassi”. Forse in effetti è così, ma lo facciamo sempre in relazione a un whisky ideale, che non esiste: si prenda questo whisky come esempio. È un buon prodotto, è molto ‘tipico’ nel genere degli speysider pesantemente sherried, con una sua bella intensità. Siccome ha dei difetti, a nostro gusto (non c’è oggettività, c’è solo soggettività! eddai ragazzi, lo sapete pure voi che il positivismo ha fatto il suo tempo, se ci credete sbagliate voi), gli diamo un voto alto ma non altissimo. Capito? Bene, ciao, grazie.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Breadfan.

Aberlour 23 yo (1989/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 54,9%)

Cosa? Avete detto “Aberlour in bourbon”? Come, come? Avete detto “imbottigliato da uno dei più affidabili imbottigliatori indipendenti scozzesi”, e intendete Cadenhead’s? Cooooosa, nella prestigiosa serie “Small batch”? Come, “ventitré anni”? Eh, siete sicuri? Avete proprio pronunciato il discutibile sintagma “tanta roba”? Vediamo se avete detto cose a caso o se ci avete azzeccato.

aberlourglenlivet-23-year-old-small-batch-wm-cadenheadN: un pochino d’alcol si sente, al primo impatto; ma l’istante è fulmineo, e come tale scompare in fretta. Grande ricchezza olfattiva, e l’impressione è quella di un malto vario, quasi cangiante. C’è un filone vegetale, che ricorda infusi d’erbe, amari, persino l’olio 31, se siete di vedute abbastanza larghe per concedercelo. Poi, una bella vanigliona emerge massiccia, salvo poi rimettere la sordina, salvo poi riemergere… Note ‘dolci’ di mandorle, albicocche, marmellata d’arancia; banana matura. Strano ma sontuoso, grazie anche al contributo di note ‘sporchine’, di warehouse (un pazzo ci sentirebbe anche un che di soffritto). Con acqua, il minerale acquista intensità, così come l’agrume, l’erbaceo; vengono fuori note burrose e di zenzero.

P: c’era da aspettarselo: badilate di sapore, con vaniglia, frutta gialla e frutta secca in primo piano. Che compattezza! Mele e arance, con potenti innesti maltosi; poi miele e ancora erbe balsamiche; volendo esagerare (e noi vogliamo), ricorda quasi un infuso zuccherato, anzi: addolcito con miele. Caramelloso, ma non per questo dolciastro; anzi, pare proprio ben bilanciato e succoso. Con acqua, esce la qualità del malto Aberlour, con le sue note agrumate e aranciate; rileviamo – d’altro canto – zenzero in aumento.

F: pulito e riccamente maltato; burroso, a tratti. Replica il palato, con lunghi sconfinamenti verso erbe infuse.

Beh, avevate ragione. Niente da dire: Aberlour lavora benissimo, non ci ha praticamente mai delusi; solitamente si associa la distilleria ai malti sherried, ma questo trattatello sulla qualità dimostra che anche quando il distillato incontra botti di quercia americana il risultato può essere soddisfacente. Più che soddisfacente. Diciamo 88/100? Eddai, diciamolo. Ciao.

Sottofondo musicale consigliato: EarthFrom the zodiacal light.

Balblair 1989/2012 (OB, 46%)

Siccome ormai di recensioni ne abbiamo scritte quasi 350, iniziamo a diventare noiosi: e dunque sapete senz’altro che noi non perdiamo occasione di ripetere che i whisky delle Highlands del nord sono tra i nostri favoriti, e quelli che escono dalla distilleria di Balblair sanno stuzzicare i nostri palati in modo assai peculiare, grazie a un distillato particolarmente fruttato ma non privo di asperità minerali. Insomma, come piace a noi. Assaggiamo un vintage del 1989, imbottigliato nel 2012: la politica di Balblair non prevede un core range classico, ma varie espressioni millesimate di diverse età: insomma, tutto ma non NAS.

Balblair-1989-3rd-releaseN: ci siamo abituati alla ricchezza del naso dei Balblair maggiorenni, e il profilo di questo 1989, molto fruttato e aromatico, quasi non ci stupisce più. E quindi si dispiegano aromi di confettura di albicocca, uvette, pesche sciroppate, fichi freschi; perfino sfumature tropicali (papaya); agrumi (arance mature). Una bella nota dolcina, tra vaniglia e mandorle. Ma più di tutto è un vero concerto di frutta pazzesca, con in più una lieve nota minerale, tenue tenue, oleosa.

P: non riesce a replicare in pieno la complessità e la vivacità del naso, ma signori: che signor whisky! Cala un po’ la dolcezza più smaccata, resta una frutta molto gradevole (frutta gialla) e una zona agrumata ancora più intensa. A fare da contrappunto alla dolcezza ci pensano poi chiare suggestioni maltate, che sul finale virano su frutta secca oleosa e un tuchelìn di legno.

F: abbastanza lungo, tutto su frutta secca, Malto. Oleoso e molto, molto pulito.

Un naso da campione, un palato buono ma senza acuti ed un finale bello pulito e lineare: insomma, un buon whisky! Whiskyfacile pone il timbro di approvazione e decreta: 87/100. Adesso, per favore, portatecene dell’altro.

Sottofondo musicale consigliato: SohnLights.