Balblair 1990/2014 (2nd release, OB, 46%)

Dunnage warehouse di Balblair

Nella nostra prima gita scozzese una delle realtà cui più ci siamo affezionati fu quella di Balblair: forse per la bella giovinetta che ci condusse in giro per la distilleria, forse per quell’abbinamento tra frutta e minerale che caratterizza lo stile di casa, non sapremmo dire. Oggi tra le nostre avide mani sta un campione della seconda release del vintage 1990, risalente al 2014: se la matematica non ci tradisce proprio ora, si tratta di un ventiquattrenne, non colorato e non filtrato, ridotto a 46%.

N: sicuramente un naso bello carino, eppure di una freschezza da subito accattivante. Sentiamo nitide uvetta e ciliegie sotto spirito, assieme all’esuberanza di un cestone di frutta tropicale, banane mature e tante pesche succose. Ecco sì, è un naso succoso e suntuoso, arricchito inoltre da uno spesso strato di crema pasticcera e vaniglia. Biscotti e frutta secca, tipo nocciole. Burroso, persino butirrico, financo leggermente minerale.

P: rispetto al naso perde sicuramente un po’ di quella sorprendente freschezza e mette in risalto i 24 anni di invecchiamento in botte che non sono mica bruscolini. Quindi sicuramente tante spezie, sentori di legno caldo e frutta secca (pacchi di nocciole). C’è anche un bel lato vegetale, quasi mentolato, spesso presente in invecchiamenti così importanti. La frutta è macerata, zuccherina, pastosa (pesche, torta di mele, frutta rossa infusa nell’alcol). Pasta frolla, brioches all’albicocca e un po’ di arancia.

F: molto persistente, brioscioso, tanto maltoso, e con la giusta dose di legno. Esibisce dei richiami di frutta rossa e pasta frolla davvero incantevoli.

Che gioia: è un Balblair complesso (caratteristica di cui spesso la distilleria difetta, regalando nasi spettacolari e palati meno entusiasmanti), sorprendente (succoso al naso, più profondo al palato) e, considerato il mercato attuale, costa il giusto (circa 120 euro). 90/100, caldamente consigliato a chi ama questo stile.

Sottofondo musicale consigliato: Merk&Kremont – Sad Story (Out of Luck).

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House Malt 25 yo (1990/2016, Wilson & Morgan, 54,2%)

Da oramai diciassette anni Wilson & Morgan si prende la briga di sfornare diversi House Malt ogni santo anno: sono imbottigliamenti ‘della casa’, creati mescolando da uno a cinque barili di whisky di cui non viene dichiarata la distilleria. L’House Malt di oggi, proveniente da una distilleria di Islay che inizia con la B (fatevi i vostri conti…), non è passato inosservato all’ultimo Milano Whisky Festival e si è preso una bella medaglia d’oro nella categoria ‘Single Cask’. Si tratta di un’unica botte-mezza a dirla tutta- che già si era guadagnata una certa notorietà qualche tempo fa; l’altra metà di questa Sherry Butt era infatti già stata utilizzata nel 2013 per imbottigliare un altro House Malt, che finì per guadagnare una medaglia d’argento ai Malt Maniacs Awards. Mica bruscolini, insomma.

house-malt-25-y-o-1990-2016-wilson-morganN: da subito si presenta come un whisky molto profondo, da perdercisi dentro. Ha uno stile sherried davvero imponente: ciliegie sotto spirito ma anche fragole in marmellata; e che cioccolato, raramente così ricco, fondente ma anche con spruzzatine di gianduia! Il lato acido è rappresentato da un iper concentrato di arancia, una sorta di bitter. Il legno ovviamente si fa sentire, molto caldo e avvolgente, vagamente tostato (par di sentire caffè tostato).

P: com’era prevedibile ripropone con un’invidiabile intensità quell’impasto di frutta rossa liquorosa e cioccolato ingolosente. Il tutto molto compatto ed equilibrato. Nonostante l’età, lo troviamo succoso e in qualche modo “beverino”. Il legno infatti non eccede ed è solo leggermente e piacevolmente astringente. Ritornano il caffè e il legno speziato, tendente all’amaro. A tratti si viene sorpresi da aghi di pino freschi…

F: cacao e frutta rossa, frutta rossa e cacao a lungo, molto a lungo.

Per quanto ci si sforzi, trovare dei difetti a questo whisky è davvero impresa ardua, rasente alla malafede. Si distingue per intensità e la grande piacevolezza complessiva, con note che ricordano quanto di più ingolosente la tavola ha da offrire. Il Bevitore Raffinato lo ha amato, definendolo sontuoso e  premiandolo nella valutazione. Noi non possiamo che accodarci, ma resteremo più timidi coi numeri, a un passo dal muro dei novanta punti, per una vile questione di gusti personali: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ramin DjawadiWestworld main theme

Glen Garioch 25 yo (1990/2016, Silver Seal, 52,1%)

Il vulcanico Max Righi, proprietario del marchio Silver Seal, ha dedicato gli imbottigliamenti del 2016 alla lirica, a mo’ di omaggio a due eccellenze lontane e diverse, ma entrambe ricche di storia. Non per niente la serie si chiama “Whisky is class…ical”, ed è come al solito contraddista da invecchiamenti molto importanti, come per questo Clynelish di ben 22 anni. Il single cask di oggi, consacrato alla Norma di Vincenzo Bellini, ha un quarto di secolo ed è stato acquistato da Glen Garioch, distilleria poco conosciuta, sebbene fondata nel 1797. Piccola curiosità: la distilleria, dal 1973 sotto la proprietà di Bowmore, continuò a usare il proprio maltataio fino al 1994, anno in cui subentrarono i giapponesi di Suntory e misero fine a questo romantico anacronismo. Ora, se la logica non ci inganna, l’orzo maltato per questo barile nel 1990 dovrebbe provenire proprio da quei pavimenti che oggi più non sono. E noi siamo francamente molto curiosi.

glen-garioch-25-y-o-1990-2016-silver-seal-e1465464220779N: molto aperto, fin da subito. La frutta gialla ha un tono davvero maestoso: ricorda frutta dolce e matura, tra l’albicocca (marmellata; disidratata), la purea di mele e pere, la frutta cotta (uvetta pere e prugne). Poi, la pasticceria gioca la sua carta: panforte, senz’altro; alcuni dolci di frutta secca, e soprattutto una bella brioche ancora ripiena di marmellata. C’è anche una nota minerale – e pure un’altra più graffiante (tabacco umido) a rendere complesso e accattivante questo naso. Un po’ di tamarindo?

P: che bella intensità! Si riconferma una dolcezza molto intensa ma screziata, in cui alla frutta gialla cotta (quasi caramellata) si aggiungono note ‘grasse’ di fudge, di toffee; c’è poi una nota di nuovo di tabacco da pipa, di un minerale in crescita (polvere da sparo, un velo) che pare quasi alludere a una frequentazione della torba da parte del nostro caro orzo.

F: un leggero filo di fumo ci conduce ancora alla dicotomia tra dolcezza greve, fruttata e burrosa e un che di minerale.

Buono, con un’inerzia paradossalmente dolceamara veramente piacevole e unica: è solo Glen Garioch ad avere questo stile, cosa che ci piace molto, ma se fosse stato ancora più ‘sporco’ forse saremmo saliti oltre gli 88/100 che comunque ci sentiamo di assegnare. Il consiglio, per assaggiare questa e molte altre primizie, è quello di fare un salto a Formigine, in provincia di Modena, il 28 di gennaio: quel dì Max inaugura con una serie di degustazioni guidate il nuovo negozio di Whiskyantique, praticamente un santuario del whisky in cui tutti gli appassionati dovrebbero poter ‘pregare’ almeno una volta nella vita.

Sottofondo musicale consigliato: Aida Garifullina – Casta Diva  (da Norma di Vincenzo Bellini)

Port Ellen 1971 (1990, Gordon&MacPhail for Meregalli, 40%)

Due settimane fa abbiamo avuto il piacere di organizzare la quarta edizione del Tasting Facile: volevamo scrivere un post apposta (…), ma siccome il rischio è l’autocelebrazione scomposta, gratuita e immotivata, rimandiamo alle impressioni dei tanti amici venuti all’Harp Pub lasciate sul forum singlemaltwhisky.it (comunque, lasciatecelo dire: in quattro anni abbiamo aperto bottiglie mica male, eh?, a costo di peccare di hybris vi sfidiamo a trovare degustazioni di pari valore agli stessi prezzi…). Siccome lunedì scorso abbiamo compiuto 5 anni come blog, pensiamo sia giusto celebrarlo con una delle bottiglie che abbiamo aperto al TF2016: trattasi di un Port Ellen del 1971, imbottigliato nel 1990 da Gordon&MacPhail per lo storico importatore italiano, il nostro concittadino Meregalli. Questa bottiglia l’abbiamo trovata circa un anno fa, dimenticata su uno scaffale di un bar milanese assieme a tante altre chicche: non abbiamo saputo resistere all’acquisto, e la tentazione di aprirla era troppo forte, anche di fronte al valore collezionistico della boccia stessa… Quindi quale occasione migliore del Tasting Facile?

img_4737_3N: delicato ma intensissimo anche a 40 gradi e dopo 26 in anni in bottiglia. Come ci aspettavamo è molto complesso: la frutta ad esempio è imponente e variegata (mele gialle, pesche mature, cocco e persino una punta di frutta tropicale sfumata), non mancano gli agrumi (succo d’arancia dolce) e nemmeno un lato più propriamente zuccherino (vaniglia). C’è poi una bella patina di torba minerale e di iodio con un velo di fumo acre e di inchiostro, ma quella setosità vegetale tipica di molti Port Ellen ultrainvecchiati viene qui un po’ sottaciuta in favore di uno spirito più gagliardamente fruttato e profumato, come si diceva sopra. La sensazione è che ci sia qui un bell’apporto delle botti; il malto in realtà è ben presente- delizioso, per inciso- ma ricorda piuttosto un cereale caldo e dolce. Per il resto, sconfina volentieri nel ‘farmy’, in un gioco incantevole di riflessi tra frutta e isola.

P: i 40 gradi sono forse un po’ al limite e qualcosa cede in intensità. La trama però è ancora molto fitta e ben integrata: il lato più sporco, farmy e torboso è sicuramente in primo piano e si conferma pure una bella sensazione marina, di liquirizia salata. Incantevole poi è il sapore ancora una volta caldo del malto, le cui vene zuccherine sembrano un passo avanti a quella frutta che al naso avevamo percepito invece così rigogliosa. Cioè, meno frutta (mela gialla, tropicale misto) e più cereale, ma invertendo l’ordine degli addendi l’orgasmo non cambia, se ci è permesso dire.

F: lungo, ancora un crescendo di torba e cereale elegantemente zuccherino (formaggio dolce? Carruba?), in un’esaltazione sperticata del palato. Inchiostro e fumo di sigaretta.

Un naso super complesso e avvolgente, da 95 punti pieni; rispetto agli imbottigliamenti ufficiali più recenti che abbiamo potuto assaggiare, ha in più quel lato farmy, simile solo ad un altro PE bevuto, e ‘in meno’ un lato vegetale e fruttato, ‘verde’. Il nostro voto finale cede un paio di punti sul palato, che ripropone in una scala più in miniatura il capolavoro del naso e che forse ha perso qualche grado per strada: 93/100 come giudizio dunque, in uno scatto di sobrietà istituzionale. Grazie a tutti gli amici venuti al Tasting Facile, grazie a quanti ci hanno fatto gli auguri, e ovviamente… grazie a GP per la bottiglia!

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Brother my cup is empty.

Tomatin 24 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 56,2%)

Ultimamente Tomatin sta rilanciando il proprio marchio: la mossa più evidente è il cambio del packaging, con nuove bottiglie (molto belle peraltro) e nuove etichette, ma anche le strategie commerciali paiono accodarsi al trend delle distillerie più quotate: single casks, release limitate, selezioni superpremium con invecchiamenti importanti e costi adeguati alla collocazione. Noi abbiamo sempre apprezzato Tomatin, ma con sgomento non ne conserviamo espressioni ufficiali tra i sample: per fortuna abbiamo un single cask di 24 anni, imbottigliato dai quei due mascalzoni di Valinch & Mallet (la botte è a metà con whiskybroker), da botte ex-sherry.

Schermata 2016-07-22 alle 11.40.52N: complice anche la gradazione monstre, ha un naso molto compatto e (sulle prime, per lo meno) difficile da penetrare. Prevalgono le note educate di frutta disidratata: dall’uvetta alle bacche di Goji (…), all’albicocca. Ha un che di minerale ed erbaceo, che assieme alla timida frutta ci fa immaginare persino un’acidula melagrana; se non sembrasse brutto da dire, potremmo spingerci a parlare di aceto bianco di mele, tutto giocato sull’ossimorico filo di una zuccherina acidità. Pian piano si apre su note al limite della vaniglia e della frutta gialla: davvero particolare e challenging, continua a cambiare e mai si concede uno sguardo ruffiano.

P: frutta rossa?, torte cremose?, un pizzico di malizia? Niente di tutto ciò, l’interazione con la botte ex-sherry (ipotizziamo: di non primo riempimento) ha qui portato a risultati inattesi: note di pera acerba, di vino bianco, passando per una multiforme suggestione di fieno, di uva bianca. Una venatura minerale? Un po’ di limone, forse anche di zenzero?, e uno strano e astratto senso che sta a metà tra il cioccolato e il mentolato. Con acqua, si fa un poco più dolce (si va verso la mela gialla) ma nel complesso lo preferiamo a grado pieno, più tosto e tagliente.

F: di medio-lunga durata, molto pulito, minerale e ancora dalle tinte gradevolmente acidule.

Beh, un whisky veramente sostenuto e talmente poco agghindato da sembrare nudo: Valinch & Mallet ci ha abituato a scelte peculiari, talvolta all’insegna della botte molto attiva, talvolta tutto all’opposto… Qui siamo decisamente in questa categoria, con un eccellente distillato in primissimo piano anche dopo 24 anni di interazione con un legno evidentemente levigante e poco attivo. La scelta ci piace, senz’altro, anche se – a onor del vero – dobbiamo avvertire che si tratta di un Tomatin che può risultare difficile, austero, soprattutto al naso: ma anche questa è una scelta che ci piace, no ai deboli di cuore, sì all’ardimento! 88/100, avanti il prossimo.

Sottofondo musicale consigliato: James Senese, Napoli Centrale – Ngazzate Nire.

Glen Grant 25 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 57,5%)

Sabato scorso abbiamo partecipato alla degustazione di Glen Grant al celebre speakeasy milanese “1930”: domani daremo conto della bella serata, ma intanto prendiamo spunto da lì per introdurre l’imbottigliamento che sezioniamo aujourd’hui. Trattasi infatti proprio di un Glen Grant, selezionato e imbottigliato da Valinch & Mallet, giovane imbottigliatore che ha riscosso consensi al suo esordio a Limburg, praticamente il Bernabeu degli eventi whiskofili: single cask ex-bourbon a primo riempimento, venticinque anni di invecchiamento. Il colore (sembra una battuta, a pensare alle campagne pubblicitarie di GG) è chiaro.

Schermata 2016-04-29 alle 19.06.59N: quando una distilleria è coerente… Pulito, pulitissimo: a grado pieno, è molto intenso e compatto ‘quantitativamente’ se pure delicato ‘qualitativamente’. I descrittori sono pochi e difficili da separare: c’è un bel malto croccante in primissimo piano (qui nella versione di ‘crosta di pane’); un sacco di marzapane; un po’ di frutta gialla profumata (mele); assi di legno. C’è anche un lato vagamente speziato, ma soprattutto erbaceo – che non sappiamo però sezionare e specificare (per compiacere Davide: “roba speziata ed erbacea”). Cioccolato bianco.

P: ha veramente classe; dopo 25 anni la botte si è comportata da gentildonna, infondendo decisi (ma non eccessivi) sapori di legno e tanto marzapane. E così, il malto si è potuto mantenere in vita, e di fatto risulta senz’altro il vero protagonista, croccante e concreto. Cosa vuol dire quest’ultima dittologia? Boh. Col tempo si apre, ed escono note decise di limone e cedro, forse di zenzero; mela. È sì dolce, ma questa dolcezza viene poi riagguantata da un legno non tanto amaricante, quanto ‘erbaceizzante’. L’acqua libera una dolcezza un po’ più ‘mielosa’.

F: pulito e lungo, sciroppo d’acero, tè verde, marzapane. Ancora una dolcezza fruttata molto delicata.

Il malto di Glen Grant riesce a emergere bene dai 25 anni in botte, sviluppando note erbacee e un po’ trattenute, austere, vegetali e limonose, con un apporto del legno davvero rispettoso nonostante il first-fill. Detto ciò, ammettiamo candidamente di non essere riusciti a dominarlo appieno, diciamo che abbiamo la sensazione di non averlo capito fino in fondo… Ragion per cui, condensando le nostre provvisorie impressioni in un 87/100, dovremo per forza riempirci un altro paio di sample per riassaggiarlo. Magari anche tre, dai.

Sottofondo musicale consigliato: Donald Fagen – I.G.Y. (What a Beautiful World).

Caol Ila 25 yo (Wilson & Morgan, 1990/2015, 54,3%)

Quest’anno Wilson&Morgan ha sbancato la decima edizione del Milano Whisky Festival, posizionandosi sui primi due gradini del podio che ogni anno premia i whisky più convincenti in sala; i malti sono provati alla cieca, con grande sprezzo del pericolo, da alcuni nasi e palati per così dire allenati. La medaglia d’argento è andata a un Clynelish 18 anni finito in una botte ex Tokaji (per la gioia dei tradizionalisti), mentre l’oro l’ha cannibalizzato questo Caol Ila con un quarto di secolo sulle spalle. Non si tratta di un vero e proprio single cask, ma di un vatting dei barili numero 4707 e 4708, che hanno fatto un’extra maturazione di cinque anni in ex sherry oloroso. Ah, come se non bastasse, questo whisky si è portato a casa anche la medaglia d’oro ai Malt Maniac Awards dell’anno scorso. Respect!

retrive_imageN: si presenta molto molto aperto e con una grande personalità. Il lungo finish in sherry, abbinato alla torba, pare aver donato un lato ancora più ‘sporco’, tra l’arancia rossa troppo matura, la salamoia, la polvere da sparo; insomma, una parte sulfurea, oltre che isolonamente medicinale e torbosamente minerale. Per quel che riguarda l’affumicatura, di per sè è relativamente ‘debole’ ma catramosa, con quella nota di inchiostro tipica di Caol Ila. Ma veniamo alle delizie dolciarie: prendono forma suggestioni di tarte tatin, quasi di chiacchiere fritte; confettura di pesche, di fragole; un po’ di liquirizia e di menta balsamica a chiudere un naso di straordinario equilibrio: i due lati sono davvero intensi e ben integrati, alternandosi in un passo a due sotto le narici del fortunato degustatore.

P: nell’avvicendarsi di prima tra note ‘sporche’ e dolci, qui prevalgono le seconde, anche se rimane quella stessa vorticosa alternanza. C’è una dolcezza che replica i descrittori del naso (quindi marmellata d’arancia e confettura di pesca, tarte tatin, tanti agrumi) e poi però qui è ulteriormente ispessita da una base permanente di vaniglia elegante e miele. In aumento il fumo e una torba acre, che si fanno rispettare di più, con il corollario di note mentolate. Regge splendidamente l’acqua e ci si può giocare all’infinito.

F: qui domina il fumo pesante, bruciato, quasi pepato; poi arancia e confettura di pesca a go go.

A volte nel nostro amato Paese all’incontrario i meritevoli vengono snobbati, scavalcati impunemente da chi di pregi non ne ha. La giuria del Milano Whisky Festival in questo caso invece è andata diritta al punto: se un whisky si presenta con una personalità così intrigante e variegata ma al contempo risulta beverino e non pacchiano, beh come si fa a non nominarlo Presidente della Repubblica a vita! Ops, forse ci siamo lasciati andare un tantinello, rischiando anche l’incriminazione per associazione sovversiva dell’ordine democratico. Però un 91/100 non glielo leva nessuno.

Sottofondo musicale consigliato: Duke Ellington and John ColtraneIn a sentimental mood

Bowmore 25 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 52,5%)

Ci piace rimanere su Islay, e come avevamo promesso non ci spostiamo neppure di distilleria: al fianco di un piacevolissimo 8 anni ufficiale, abbiamo assaggiato un single cask di Bowmore, maturato 25 anni e imbottigliato da Valinch & Mallet, selezionatore italiano di cui stiamo iniziando a scoprire le potenzialità. Poche parole, tanto whisky:

12312534_10153284761011958_1019409631_nN: tutto veramente monstre, compresa la sua innata delicatezza. La torba c’è, ma come da tradizione di casa Bowmore è più minerale, terrosa e acre che non fumosa o bruciata. Ha una marinità certo presente, anche se molto levigata. Ciò che davvero stimola le nostre sinapsi è però il lato più zuccherino, diviso in due fazioni: da un lato c’è una dimensione tropicale, fruttata e floreale davvero magnifica (maracuja, lime; fiori, lavanda ed erica; caramelle alle violette); dall’altro, una cremosità crescente sostanziata di vaniglia e confetto. Un che di balsamico, proprio eucalipto.

P: da subito arriva una botta atrocemente compatta, non va per fiammate, ma è un muro di intensità costante. Questo è il risultato di uno scontro-fusione tra acqua di mare e frutta esuberante, che appunto porta a questo sapore unico: Bowmore!  Ripartiamo dalla frutta: lo spettacolo tropicale è di mango e maracuja, ma anche pesche succosissime; fragole, a sorpresa. All’improvviso una suggestione di fruit joy (sì, scusate) alla frutta, miste, tutto il pacchetto ingurgitato assieme. C’è una cremosità vanigliata, ma senza mai prevaricare la frutta. In aumento il fumo di torba, anche se molto discreto; manca solo una splendida venatura floreale, ancora tra violette e lavanda, che c’è, eccome. Chapeau.

F: legno bruciato, floreale, poi frutta intensissima… Ti rimbomba sontuoso nella testa per ore.

È un whisky eccellente, mostra perfettamente il miglior volto della distilleria per come lo abbiamo conosciuto nella nostra pur limitata esperienza: unisce un raffinatissimo lato torbato, minerale e marino ad un altro fruttato e floreale di grandiosa intensità, ha un naso complesso e compito ed un palato esplosivo. 93/100; complimenti ancora a Valinch & Mallet. Più passa il tempo, più questi Bowmore ci convincono, bene bene…

Sottofondo musicale consigliato: Lawrence Arabia – The Bisexual.

Springbank 1965 ‘Flowers’ (1990, Samaroli, 46%)

A fine ottobre abbiamo compiuto quattro anni, come blog: eravamo dei ragazzetti alle primissime armi, ci orientavamo appena nel mondo del whisky e tentavamo l’avventura di aprire il primo blog di recensioni di single malt in italiano. Oggi non ci perderemo in altre parole autocelebrative, ma festeggiamo l’evento con un sample che da mesi teniamo lì, in serbo per le serate importanti: si tratta di uno Springbank del 1965 selezionato e imbottigliato nel 1990 da Samaroli nella serie ‘Flowers’. Voi sapete che dire Springbank e Samaroli nella stessa frase evoca scenari idilliaci, al limite della mitologia: noi dobbiamo ringraziare Glen Maur dello storico whiskyclub Gluglu, che in una serata di primavera ci ha omaggiato con un campione di questo malto, altrimenti pressoché introvabile (solo 480 bottiglie messe sul mercato, ormai 25 anni fa). Una postilla, questa autoreferenziale (piccolo spazio pubblicità): domani inizia il Milano Whisky Festival, noi ci saremo e avremo in degustazione molti dei nuovi imbottigliamenti di Springbank. Chissà che gli antichi fasti non possano rivivere anche oggidì…

ws0184627-51_IM193563N: la straordinaria compattezza, immediatamente percepibile, fa subito capire che ci si trova davanti a un naso ‘difficile’, in continua evoluzione, che ti metterà alla prova per scindere le varie anime e verbalizzarle in descrittori. Certi di perdere la sfida, iniziamo a rilevare l’apertura e la totale assenza di note alcoliche; poi ci viene in mente una gran mix di frutta: pesche, succose; mele, uvette e prugne cotte; arance (anche un po’ di arancia rossa troppo matura, a donare profondità minerale). Si distingue poi un malto-Springbank poderoso, con le sue nuances ‘sporche’, minerali e cerose: quindi una nota lieve ‘meaty’, di dado di carne; candela spenta, cera. Note floreali, anche di fiori recisi. Toffee, biscotti al burro; plumcake!, ed anche un qualcosa di tarte tatin; torta di carote. E si ripete, almeno in parte, la magia di quel 21 anni ‘Archibald Mitchell’, grazie ad uno schermo maltoso d’antan, anche se in un contesto di maggiore freschezza complessiva.

P: l’eleganza e l’austera raffinatezza sono incredibili. L’attacco mostra in primo piano la cera, una nota minerale, lievemente fumosa, di carta antica; ed anche una sfumatura floreale, sempre crescente, che poi si trasfigura in una bomba fruttata davvero stupefacente. Ancora c’è frutta varia, fresca ma forse soprattutto cotta (ancora mele e prugne, ancora pesche); confettura d’albicocca. Una punta d’eucalipto, ai margini; e, se non ci inganniamo, riconosciamo anche una punta sapida, salina. Dolciumi, anche, nuovamente tra plumcake e biscotti al burro. Il percorso si richiude su delle note lievemente torbate…

F:…che qui al finale si rivelano in tutta la loro minerale evidenza, accompagnando assieme ad una cera delicatissima le splendide note di frutta cotta, di frutta gialla (albicocca); e ancora, sarà la suggestione data dalla serie?, delle note floreali incantevoli.

Che queste bottiglie abbiano fatto la storia e oggi siano in vendita a prezzi stratosferici, beh, non ci può proprio stupire: siamo di fronte a un magnifico esempio di equilibrio e complessità, con fiori, frutta, fumo, cera, sale, brodo, dolci… Tutto perfettamente fuso assieme, con una freschezza che non può che conquistare palati abituati ai whisky moderni. Springbank si conferma tra le distillerie meglio in grado di preservare il proprio carattere negli anni (alcune di queste note sono ancora percepibili nei whisky odierni), e la selezione di Samaroli ne esalta la mitologica qualità: 94/100 è il voto, per intenderci. Grazie infinite a Glen Maur per un dono davvero senza tempo.

Sottofondo musicale consigliato: R.E.M. – So. Central Rain.

Glendronach 1990/2001 (Cadenhead’s, 57,9%)

Il primo malto del Tasting Facile di sabato pomeriggio era un single cask di Glendronach, imbottigliato nel 2001, quando la distilleria era chiusa (è rimasta silent tra il 1998 e il 2005). Si tratta di una singola botte refill-sherry, e – lo anticipiamo già – è stata la bottiglia meno apprezzata dai presenti: facile da prevedere, forse, vista la qualità del parterre…!

a0ni1iNiCFK6zgs1V-LOZnjy8bvkMT9wDHc7wvwFiVgN: nonostante la gradazione, non si nasconde, restando bello aromatico e svelando una certa maturità: il grande accordo tra botte e distillato trova un primo risultato in una pienezza più matura del previsto. Questo connubio unisce tante diverse sfumature di frutta, mai ruffiane: da note di frutta cotta (mela/prugna) a suggestioni eteree di frutti rossi (anzi: more, confettura di fragole); perfino arancia candita. Il malto, zuccherino e brioscioso, si accompagna a piacevolissime note di warehouse, di legno di botte, che ci pare a tratti dare note leggermente sporchine e tabaccose.

P: semplice ma intenso, ha la peculiarità di colpire in modo regolare, compatto, senza fiammate di sapore. Come al naso, attacca sullo zuccherino deciso e pesante, ma non eccessivo: qui le suggestioni sono di pesca sciroppata, zucchero di canna e caramello; ci pare di sentire frutta rossa un po’ in disparte, e invece ancora note di malto e legno, che ci rappresentiamo con una bella frutta secca (nocciola). Purtroppo sono presenti, avulsi da tutto ciò, anche pesanti ritorni alcolici che rovinano un quadretto altrimenti piacevole. L’acqua, da sconsigliarsi, sembra accentuare l’alcol e qualche sua connotazione vagamente metallica.

F: buccettina della mandorla. Amaro e maltosissimo.

Diciamolo senza scrupoli di sorta: il problema di questo Glendronach è il palato, lì l’alcol resta slegato dal resto, si sente molto più che al naso e l’acqua, invece di migliorare la situazione, la peggiora. Detto ciò, siamo di fronte a un whisky discreto, didattico, con un distillato più maturo della sua età grazie all’educato apporto di una botte per niente eccessiva, certo di buona qualità. Da annusare, soprattutto: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mogwai – Hardcore will never die, but you will.