Ardbeg 25 yo (1991/2016, Signatory for Kirsch, 51%)

Proseguiamo trionfalmente la nostra marcia d’avvicinamento all’edizione limitata di Ardbeg di quest’anno, il pittoresco Drum. L’altro giorno ne abbiamo salvato un bel campione nella festa pazza organizzata a Milano per l’Ardbeg Day e abbiamo tutta l’intenzione di riassaggiarlo con calma quanto prima… Nel frattempo ci si perdonerà se indugiamo ancora un attimo sugli imbottigliatori indipendenti: l’altro giorno questo splendido Ar10 di Elements of Islay, oggi un singolo barile addirittura venticinquenne, selezionato da Signatory per il quarantesimo anniversario di Kirsch Whisky, importatore e imbottigliatore tedesco dal 1976. Noi amiamo le celebrazioni e i quarti di secolo, e così alziamo di scatto il bicchiere, che contiene un liquido estratto da un refill sherry hogshead.

N: mamma mia, che splendore! Tutta la complessità di un vero Ardbeg ben invecchiato… Limone, limonata zuccherata, ma anche torta paradiso e zucchero a velo. Pastafrolla, lateralmente. C’è anche una dimensione fruttata deliziosa, nel cui panorama spicca l’ananas; lime, cedro. E non si può tacere la torba, molto vivace nonostante i tanti anni spesi in botte: gomma (boule dell’acqua calda), gasolio, copertoni. C’è qualcosa di erbaceo, che diremmo salvia, forse timo.

P: lasciateci qui, dimenticateci qui davanti a questo bicchiere (e però ogni tanto passate a riempircelo, per favore). Spettacolare, l’impatto è davvero impressionante. Partiamo dall’erbaceo, ancora con timo e salvia (anzi: erbe aromatiche bruciacchiate). Poi la torba, che qui si fa più fumosa, aggressiva, anche se viene meno la gomma. La dolcezza è soprattutto mielosa, con pastafrolla abbondante e generossa.

F: torna la gomma, scompare il fumo più acre. Ancora miele, ancora note di erba selvatica. Cambia e cambia e cambia…

Questa tipologia di Ardbeg ultrainvecchiati, il cui spirito è stato distillato tra l’altro in un periodo non facile per la distilleria (a due anni dalla riapertura operata da Allied, dopo un lungo silenzio e in mezzo al decennio forse più travagliato), è ormai merce prelibata e sempre più rara. Gli ultimi imbottigliamenti ufficiali sono proposti a prezzi esorbitanti (e anche questo non scherza a dire il vero, attorno ai 500 euro), però ci sentiamo di suggerire almeno un assaggio, se lo trovate in giro. Bere single cask come questo è un’esperienza in grado di cambiare il nostro modo di concepire il whisky, per l’intensità brutale dei sapori, per la mutevolezza delle suggestioni, per la raffinatezza nelle sfumature. Poi certo possiamo tornare a bere il nostro everyday dram, ma in pace con la coscienza: 91/100. Grazie a Riccardo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Childish GambinoThis is America

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Springbank 25 yo (1991/2017, Rest & Be Thankful, 46,3%)

Allo scorso Milano Whisky Festival si è avvicinato a noi, con fare losco e circospetto, il buon Riccardo Guadagni, ex barista dello storico Bar Metro – diciamo che si è fatto le ossa in un bell’ambiente, ecco, e con un maestro d’eccezione come Giorgio D’Ambrosio. Nascosto dentro all’impermeabile aveva una bottiglia di Springbank 25 anni, imbottigliato da Rest & Be Thankful per il mercato asiatico (per Liquid Gold, a voler essere precisi). Lo assaggiamo oggi, e nei prossimi giorni lo confronteremo con un altro Springbank indipendente, anch’esso per il mercato asiatico, tutto invecchiato in un single cask ex-sherry – anch’esso spacciatoci da Riccardo, cui siamo particolarmente grati, capirete.

N: il naso è splendido. Ci sono note di carambola, c’è una punta fresca di canfora, poi mela cotta, mela gialla (buccia di mela), qualcuno perfino dice mela verde. Insomma, mela e tanta frutta gialla. La mineralità tipica di Springbank qui si rivela con una patina come ossidata, da whisky di una volta, con quella cerealosità vagamente cerosa… Non c’è marinità, per lo meno al naso. Un ignoto bevitore, che degusta con noi, per racchiudere il senso contraddittorio della commistione di freschezza e di profondità, si lancia nell’immagine evocativa “è una milf diciassettenne”, e un quarto figuro, che non citiamo per non fargli subire legittime accuse di sessismo, aggiunge “con due pere così”.

P: porca miseria! Ha un lato di frutta tropicale stupefacente, intensissima e soprattutto inedita per Springbank, di una varietà ed esplosività francamente devastanti. 50 sfumature di frutta: cocco, maracuja, frutto della passione, pesca, ancora molta mela… Poi ecco tornare una patina di cera. Una convincente nota di liquirizia salata, e con venature mentolate. Ecco finalmente anche la sapidità di Springbank, lieve, con un sentore suggestivo di alga. Che spettacolo, beati gli asiatici!

F: lungo, persistente, con note zuccherine, di mandorla e marzapane, dopo una primissima fiammata tropicale, assolutamente (lo ripetiamo) devastante.

È qualcosa di spettacolare, semplicemente. L’abbiamo già scritto qualche volta nel corso della recensione, ma chi l’ha mai trovata una tropicalità del genere in uno Springbank contemporaneo?! Veramente splendido, fresco e fruttato e al contempo dotato di quella profondità di cereale che solo a Springbank riusciamo a trovare: anche se manca la dimensione più compiutamente costiera che siamo abituati a considerare un hallmark della distilleria di Campbeltown, non ci possiamo proprio lamentare. Incantevole: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Serge Gainsbourg – Daisy Temple.

Jura 24 yo (1991/2015, First Editions, 50,5%)

e adesso Jura!

E adesso Jura! Adesso Jura! Adesso Jura che non hai paura, che sia una fregatura dirmi “single cask”, perché una botte col silenziatore ti spara al cuore e Bum!, tu sei caduto giù, e non lo bevi più. Che qualità ragazzi, che qualità: e comunque è proprio Ambra Angiolini ad averci chiamato, questa mattina, imponendoci di assaggiare un single cask di Jura, selezionato da First Editions (aziendina fondata durante un episodio di “Beautiful”, la saga leggendaria della famiglia Laing, non ripercorreremo la storia qui). Noi obbediamo, ma avendo un po’ di paura che sia una fregatura, dato che Jura – si sa – non è sempre garanzia di qualità.

N: molto delicato; la primissima nota che ci pare di trovare è quella del bianco degli agrumi (si chiama albedo, ed è ricco di sostanze pectiche: no, non pensiamo agli acidi poligalatturonici ma alla pectina dei vegetali, ovviamente. L’abbiamo scritto solo per poterci vantare con gli amici di aver scritto “poligalatturonici”), e anzi concordiamo in pieno con i descrittori riportati in etichetta: grandissima epifania del pompelmo! Poi note vegetali, erbacee e cerealose, che assieme a punte più spiccatamente vanigliate (anche pasta di mandorle), paiono definire un naso davvero delicato, trattenuto, che cammina per la stanza in punta di piedi. Anche zaffatine marine, piacevoli. Cioccolato bianco? Crosta di pane?

P: corpo massello, compatto; al palato si rivela acido, vegetale e cerealoso. Potremmo chiuderla qui, no? Dipinge un affresco che solo l’occhio di un feticista della nicchia nella nicchia potrà apprezzare. Fiammate agrumate, poi una dolcezza zuccherina semplice, dissetante, vagamente fruttata; potremmo dire cocco, potremmo dire cereale, invece diremo mela gialla.

F: delicato e di media durata, ancora agrumato ed erbaceo. Un filo, ma proprio un filo di frutta secca (nocciola).

Ambra Angiolini aveva ragione: questo single cask era buono. Certo, non costa poco, ma cosa c’è di economico a questo mondo, ci chiediamo? Siccome è pur sempre sabato mattina e siamo un po’ in hangover, chiudiamo autocitandoci: “dipinge un affresco che solo l’occhio di un feticista della nicchia nella nicchia potrà apprezzare”, noi apprezziamo le perversioni e stimiamo i pervertiti, ma ci fermiamo a 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: scusaci Ambra, ma sarà R.E.M. – All the way to Reno.

Ardbeg 1979/1991 (G&M for Meregalli, 40%)

Qualche Tasting Facile fa (a proposito, corre voce che quest’anno lo organizzeremo sotto dicembre- stay tuned!) ci è parso appropriato aprire questa vecchia bottiglia di Ardbeg, che deve i suoi natali alle amorevoli cure di un vecchio barile di sherry, lasciato a riposare per 12 anni nei magazzini capienti di Gordon&Macphail. L’imbottigliamento è in esclusiva per lo storico importatore Meregalli, che all’epoca riusciva spesso ad accaparrarsi single cask per il mercato italiano. Che tempi, che tempi…

80926-bigN: primo: salamoia e marinità. Secondo: nota balsamica (eucalipto). Ha anche una sua espressività fruttata piuttosto viva, tra la pera William, mela, uva e fors’anche qualcosa di tropicale fermentato. Risulta comunque tutto molto integrato in un’atmosfera setosa. Sicuramente un naso da meditazione.

P: al palato viene meno la salamoia e anche il fumo resta in disparte. Il livello alcolico minimale certo non favorisce grandi esplosioni di sapore, ma troviamo ancora frutta gialla e caffè zuccherato. Impreziosiscono il tutto note balsamiche, diremmo di timo e di miele d’eucalipto.

F: breve e poco torbato, resta giusto un filino di fumo. Zucchero e liquirizia.

Il naso è la parte più interessante, testimone di uno stile di whisky- educato, levigato eppure profondo, equilibrato e molto sfidante- che oggi si fa fatica a trovare. Al palato si paga in bassa intensità, ma è la vita, signori. Se volevate la perfezione, nascevate sull’Olimpo. Noi qui, più modestamente, ci si arrangia con Ardbeg che non torneranno più, e che si beccano: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: 883 – Weekend

Bowmore 25yo (1991/2017, Antique Lions of Spirits, 48,7%)

Antique Lions of Spirits, ormai lo sapete, è un marchio dietro cui si celano tre prestigiosi player del mondo del whisky: Max Righi, Diego Sandrin, Jens Drewitz. Nel corso delle settimane passate abbiamo già assaggiato qualche espressione delle loro ultime, bellissime serie, e siamo invariabilmente rimasti soddisfatti. Oggi però vogliamo coglierli in castagna, fargli fare una bella figuraccia, e allora puntiamo su un single cask di Bowmore di 25 anni: almeno questo sarà cattivo, no? Ci ha affiancato nella degustazione Angelo Corbetta, quindi ci sentiamo di condividere con lui l’onere dell’interpretazione.

N: un odore di mare intensissimo, riesce ad essere sia avvolgente e cremoso, burroso, che oleoso, grasso e minerale. Brioche al burro. Grande sapidità, marinità al top. Note balsamiche, per non dire decisamente mentolate; aghi di pino? Ancora note di fiori secchi. Note di gomma (Angelo ci fa tornare in mente la boule dell’acqua calda di gomma che avevamo da bambini…); anche di etere, quello da dentista (ok, Angelo adesso ha bevuto troppo). Forse una lievissima spezia, diremmo cannella? La frutta se ne sta molto in disparte, ci viene in mente giusto l’albicocca disidratata. Eccellente, complessissimo. (Ndr: dopo averlo bevuto, la frutta esplode anche qui…).

P: mamma mia, pazzesco. Incredibilmente complesso. Si apre sul dolce, poi si sviluppa una nota piccantina (pepe bianco) e mentolata – e va a chiudersi poi sulla torba, su un fumo acre non invadente ma inaspettato. Andiamo con ordine: frutta cotta (tanta mela, ma non solo cotta in effetti), note di pasticceria alla frutta, tra la tarte tatin e una crostata di mele; potremmo poi tacere di una splendida nota tropicale, che definiremmo Guava (o guyaba, chiamatelo come vi pare). Floreale, perfino.

F: molto lungo, persistente come un mal di testa alla domenica mattina; marino e torboso, fumoso, come non te lo aspetteresti: resistono note tropicali e briosciose.

Molto molto convincente il naso, con una grande complessità e una costante evoluzione; lungo il finale e per certi versi sorprendente. È altresì vero che il palato resta, a confronto, relativamente più ‘normale’, più piatto – e per dimostrarvi che proprio non ci è piaciuto, gli assegnamo un pessimo 92/100. Riprovateci la prossima volta, magari vi riesce meglio.

Sottofondo musicale consigliato: Chrysta Bell – Heaven.

Glen Keith 25 yo (1991/2016, Valinch & Mallet, 55,9%)

Davide Romano ci aveva pregato di aspettare, prima di recensire questo Glen Keith, perché quando ne abbiamo recuperato un sample era stato appena messo in vetro, e aveva bisogno di qualche tempo per stabilizzarsi. Sono passati più di nove mesi e adesso, come dire, è giunta l’ora fatale per questo campione. Distilleria chiusa nel 1999 e riaperta nel 2013, Glen Keith è famosa soprattutto perché teatro di esperimenti sulla produzione di single malt da parte della proprietà, Pernod, e del suo dipartimento “ricerca e sviluppo”.

valinch&mallet-geln-keith-25yoN: descrivendolo per sommi capi, ci stordisce subito un cestone di frutta: pesche gialle, mele cotte; poi dolciumi, quindi brioche con la marmellata (cioè confettura d’albicocca, per i secchioncelli), certe croste di torta quasi bruciacchiate… Strudel, e quindi cannella e mela cotta. C’è poi una particolare sensazione, come quando si mette lo zucchero a velo sulla torta calda, appena sfornata; poi, un sottofondo altrettanto ‘pesante’ da crema di marroni. Forse c’è una venatura minerale, ma compare solo a tratti. Marmellata d’arancia, in cottura.

P: se il naso era tutto giocato su suggestioni ‘cotte’, da dolciumi, da pasticceria, il palato è invece molto più fruttato – e certo non ce lo aspettavamo così… Esplode questo lato, si diceva, del tutto dominato dalla tropicalità: maracuja senz’altro, poi ananas maturo; pesche gialle. Ci vengono in mente i lokum (dolcetti turchi), e se dovessimo spingerci ad un’intollerabile divinazione, diremmo: lokum alla rosa. Poi, certo, resta una dolcezza bruciacchiata in sottofondo, ancora da torta dimenticata in forno quel minutino di troppo.

F: molto lungo e persistente, ancora molto fruttato e con note di torta.

È uno di quei barili in bourbon ‘eccessivi’, molto scuri, pesanti – almeno al naso, perché al palato svela una felice incoerenza e aggiunge un’ondata di frutta, soprattutto tropicale, molto piacevole e convincente. Non ci pare un mostro di complessità, ma punta tutto sull’intensità e questa, beh, è una fase che gli riesce molto bene: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ani DiFranco – Emancipated Minor.

Caol Ila 16 yo (1991/2007, Murray McDavid, 46%)

Dopo una settimana di pausa, rilassante come i primi film di Robert Rodriguez, torniamo al nostro alcolismo composto e ammantato di velleità classificatorie: e siccome siamo reduci (?) da un Feis Ile che non abbiamo vissuto, colmiamo la distanza ideale con Islay proprio con un Caol Ila, selezionato e imbottigliato da Murray McDavid nel 2007. Murray McDavidè imbottigliatore le cui sorti sono legate a doppio filo con Bruichladdich: il fondatore (nel 1996) è Mak Reynier, che nel 2000 ha acquisito proprio Bruichalddich, rilanciandola e poi rivendendola a prezzi stratosferici a Remy – ma questa è una storia nota. Reynier veniva dal mondo del vino, e con MMcD ha iniziato a ‘sperimentare’ con i legni, fianco a fianco al grande Jim McEwan – sono infatti considerati gli inventori del wine-finish (o meglio: dell’ACEing, acronimo per Additional Cask Evolution – i toni perentori non sono mancati ai ragazzi neanche quando lavoravano a Bruichladdich, eh?). Questo è proprio uno di questi esperimenti: un Caol Ila invecchiato per circa 8 anni in botti ex-Bourbon e poi finito in botti di Marveaux e Syrah. Il risultato? Eccolo.

Schermata 2016-05-30 alle 12.22.33N: un naso sporchissimo e ‘scurito’ da note smaccatamente vinose che, sommate alle torba, danno una forte sensazione di inchiostro. L’ingrombante presenza di aromi di vino ci porta dritti dritti alla suggestione di lamponi innaffiati col Porto, come si fa alla fine dei pasti più intelligenti. Solo che qui c’è qualcosa, per così dire, di troppo, un non so che di eccessivo. Forse il mancato innamoramento sta nel fatto che la torba, qui presente con un fumo denso, da smog e di gas di scarico, risulta alla fine un po’ slegata col resto. E il resto, ci ripetiamo, è vino, vino, vino. E frutta rossa. Aggiungeremmo anche un po’ di borotalco e di vaniglia.

P: sicuramente ha una personalità molto importante e gli amanti degli sport estremi non resteranno delusi. Inoltre da subito c’è quell’effetto iper allappante dei vini tannici; solo che questo è un whisky e le cose non dovrebbero andare a finire così. A livello di descrittori troviamo una corposa marmellata di frutti rossi, mirtilli e arance rosse molto mature. La torba non rispetta le regole di casa Caol Ila e risulta invece molto spigolosa, con un’affumicatura sporca (posacenere, legna carbonizzata). C’è una punta salata ma, tornando alle prime impressioni, si impone il legno, che asciuga e rilascia botte di amaro, di spezia infusa.

F: lungo, sa di vino salato e di gas di scarico. Ancora legno.

C’è il fumo acre, violento e c’è il legno zuppo di vino. Ma – a nostro gusto – non paiono fino in fondo integrati, oltre al fatto che – sempre a nostro gusto – forse è discutibile mettere insieme questi due odori/sapori in maniera così esplosiva. In realtà è buono, da assaggiare una volta, ma quanto ne berreste, anche considerando che costa sui 130 euro? 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Riz Samaritano – Ma che calze vuoi da me?

Glen Garioch 23 yo (1991/2015, Sansibar, 51,7%)

In tanti, durante il Milano Whisky Festival, ci hanno invitato ad assaggiare questo single cask che Max Righi aveva al suo banchetto; si tratta di un Glen Garioch in botte ex-sherry, selezionato e imbottigliato da Sansibar, marchio tedesco che negli anni si è guadagnato una certa reputazione e che finora era abbastanza difficile da trovare in Italia. Facciamo ora quel che al festival non abbiamo potuto fare: si dia inizio alle danze.

pid_59117_00001N: si sentono i 23 anni, nel senso che mettiamo il naso in un whisky complesso che rivela una lunga interazione con il legno. Ha proprio una bella evoluzione: all’inizio è un po’ chiuso, con note di cuoio, quasi di cerino, di polvere da sparo, mentre sotto si agita una dolcezza scura, tra lo sciroppo d’acero e i datteri e i fichi secchi. C’è anche l’acidità delle prugne secche, e pure un che di cioccolato con uvetta. Poi pian piano si apre, e viene fuori la crema di marroni; anche ciliegie sotto spirito. Chiude il tutto una leggera nota velata, minerale… E tabacco da pipa.

P: molto compatto e vellutato; dovendo dividere i sentori, iniziamo da arancia rossa (con quel lieve amaro…), frutti rossi (ciliegia); poi sciroppo d’acero, ma anche fette biscottate, di quelle ‘scure’, amare e tostate; datteri, ancora, e cioccolato fondente, tabacco e uvetta. Ma anche qui non si può tralasciare una nota lieve ma persistente di polvere da sparo, minerale e quasi fumosa… Torba e spezie del legno? Tanto toffee.

F: lungo e persistente, pur se composto; un fil di fumo, poi caramello, datteri e fichi, ancora tabacco.

Questo stile di whisky ci piace tantissimo, è sempre più raro e inusuale da incontrare; davvero elegante, raffinato, ma dotato di spigoli e screziature ‘sporche’ che gli donano una profondità notevole. Il naso è da Oscar, il palato è da… Leonardo Di Caprio, perché a nostro gusto si ferma un gradino sotto, quasi fosse un poco trattenuto (ma ne avevamo un sample piccolo, magari dipende da quello). 89/100 nel nostro quaderno, e ne consigliamo caldamente l’assaggio: whisky del genere, con uno sherry così profondo e sporcato dalla torba, sono sempre più rari.

Sottofondo musicale consigliato: Moderat – Bad Kingdom.

Ardbeg 17 yo (1991/2008, Cadenhead’s, 54,5%)

Qualche giorno fa Mark Watt, vulcanico boss di Cadenhead’s, è calato in Italia, fino a Milano, per una degustazione di cinque nuovi imbottigliamenti della casa, tre single cask e due small batch (la nuova serie di vatting di due-tre barili). La serata, in quel dell’Harp Pub milanese, è stata di assoluta gradevolezza e Mark, rigorosamente in kilt, ha regalato aneddoti a profusione sul mondo del whisky, passato e presente. A un certo punto, scagliandosi contro la moda degli imbottigliamenti ultra-premium, al grido di “you don’t drink packaging”, ha rovesciato mezzo dram nel cartoncino di uno small batch, tra le risate stupite dei presenti. Presentando il primo whisky di serata, un Glen Ord di 10 anni, si è lasciato andare a una confidenza e ha spiegato che è proprio la ricerca di barili di questo genere di distillerie così poco “sexy”, quasi sconosciute al grande pubblico, a costituire il vero divertimento nel suo lavoro. E poi ha citato Ardbeg: “Quando qualcuno mi dice: ‘Gran bell’Ardbeg, hai fatto un’ottima selezione’, io penso che non è poi così difficile, non ci vuole un gran talento per farlo”. La banalità dell’eccellenza, si direbbe… Vediamo se questo vecchio Cadenhead’s imbottigliato nel 2008 da botte ex bourbon è l’ennesimo caso…

Ardbeg-17-y.o.-1991-2008-Cadenheads-e1412875111541N: in effetti ci sono tutti le caratteristiche che hanno fatto il mito: una torba pesante, fumosa, smoggosa; tanto, tanto iodio, a sbattere in faccia il carattere marino; il tutto, sorretto da limone (qui poco pronunciato), vaniglia e zucchero a velo. Ricorda anche lo zuccherosità del cedro candito e del marzapane, che danzano in uno splendido paso doble con tutte le spezie del legno: note intense di liquirizia si uniscono a pepe e sfumature erbacee, mentolate.

P: una botta, forte e secca, di liquirizia salata, di vaniglia marina, di ossimori felici. Ci sembra molto presente un legno acre. In contemporanea c’è anche una nota ultra-dolce a forma di banana matura; curiosamente al poco bruciato corrisponde un fumo intenso di torba. Medicine varie e un po’ in disparte, il limone.

F: piuttosto lungo. Dopo cenni mentolati e balsamici, erbacei domina un chimico acre (plastica bruciata).

Qui la profezia del patron di Mark Watt si compie, eccome, anche se di questo imbottigliamento abbiamo apprezzato sicuramente di più il naso, in perfetto Ardbeg style. Il palato ci è sembrato non così ricco e bilanciato, sbilanciato su una nota dolciastra che non ci fa impazzire. Al Bevitore Raffinato è piaciuto di più, nella nostra scala invece si rimane a un passo dall’eccellenza; ad ogni modo dei cento e passa Ardbeg messi in bottiglia da Cadenhead’s questo si iscrive in pieno tra quelli a botta sicura, così facilmente buono: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: main theme of L.A. Noire Ost

Glen Garioch 24 yo (1991/2015, Liquid Treasures, 51,9%)

Qualche settimana fa l’amico postino ci ha recapitato un pacchetto inatteso, e proprio per questo assai gradito: trattavasi di quattro sample di imbottigliamenti di Liquid Treasures, selezionatore e imbottigliatore indipendente tedesco che già da qualche anno delizia gli appassionati con single cask molto apprezzati. Apprezzati dagli altri, per la verità, dato che fino ad ora non avevamo mai avuto modo di assaggiarne neppure uno: ma appunto, grazie all’amico postino eccoci qui. Assaggiamo una singola botte ex-bourbon di Glen Garioch, distilleria delle highlands poco conosciuta ma dotata di un glorioso passato (dare un’occhiata alla ‘classifica‘ di Serge è indicativo). Testiamone il presente.

glengarioch1991-shop-aid-547bN: ci accoglie una sensazione di buon ex-bourbon, che dopo 24 anni è in piena fase fruttata: domina un effetto “pasticcino alla frutta”, con tanta crema e note di frutta gialla (pera, pesca); pastafrolla calda. Comunque, cambia a ogni snasata… e infatti emerge presto una generosa nota di burro fresco, che fa idealmente da ponte verso suggestioni più minerali, di scorzetta di limone, di lime. Pian piano una dimensione erbacea aumenta, tra menta ed erba falciata.

P: l’impatto è di un corpo intenso e pieno, esplosivo: ma le note sono tutto sommato delicate, raffinate. Si apprezza un limone in crescita esponenziale, controbilanciato da calde ed avvolgenti note di legno di botte che richiamano frutta secca mista (mandorle, nocciole…). La crema c’è, ma meno presente, così come la frutta (ananas, forse ancora pesca). Rispetto al naso, che già non era una ruffianata, diventa ancora più vegetale ed elegante, quasi minerale.

F: si riverbera quel vegetale, quasi tendente all’amaro, con una punta asprigna (semini di limone – e non nocciolo, come dicevamo in passato, ma sappiamo far tesoro delle bacchettate altrui).

Buonissimo, davvero; molto simile al diciottenne di Cadenhead’s che avevamo assaggiato tempo fa (e d’altro canto la botte è simile e il vintage è lo stesso), bilancia molto bene note più austere ad altre più morbide, rotonde e ‘immediatamente’ seducenti. Il risultato, che noi quantifichiamo in 87/100, è un ottimo imbottigliamento che merita senz’altro lode e applauso.

Sottofondo musicale consigliato: Bush – Swallowed.