Glen Keith 25 yo (1991/2016, Valinch & Mallet, 55,9%)

Davide Romano ci aveva pregato di aspettare, prima di recensire questo Glen Keith, perché quando ne abbiamo recuperato un sample era stato appena messo in vetro, e aveva bisogno di qualche tempo per stabilizzarsi. Sono passati più di nove mesi e adesso, come dire, è giunta l’ora fatale per questo campione. Distilleria chiusa nel 1999 e riaperta nel 2013, Glen Keith è famosa soprattutto perché teatro di esperimenti sulla produzione di single malt da parte della proprietà, Pernod, e del suo dipartimento “ricerca e sviluppo”.

valinch&mallet-geln-keith-25yoN: descrivendolo per sommi capi, ci stordisce subito un cestone di frutta: pesche gialle, mele cotte; poi dolciumi, quindi brioche con la marmellata (cioè confettura d’albicocca, per i secchioncelli), certe croste di torta quasi bruciacchiate… Strudel, e quindi cannella e mela cotta. C’è poi una particolare sensazione, come quando si mette lo zucchero a velo sulla torta calda, appena sfornata; poi, un sottofondo altrettanto ‘pesante’ da crema di marroni. Forse c’è una venatura minerale, ma compare solo a tratti. Marmellata d’arancia, in cottura.

P: se il naso era tutto giocato su suggestioni ‘cotte’, da dolciumi, da pasticceria, il palato è invece molto più fruttato – e certo non ce lo aspettavamo così… Esplode questo lato, si diceva, del tutto dominato dalla tropicalità: maracuja senz’altro, poi ananas maturo; pesche gialle. Ci vengono in mente i lokum (dolcetti turchi), e se dovessimo spingerci ad un’intollerabile divinazione, diremmo: lokum alla rosa. Poi, certo, resta una dolcezza bruciacchiata in sottofondo, ancora da torta dimenticata in forno quel minutino di troppo.

F: molto lungo e persistente, ancora molto fruttato e con note di torta.

È uno di quei barili in bourbon ‘eccessivi’, molto scuri, pesanti – almeno al naso, perché al palato svela una felice incoerenza e aggiunge un’ondata di frutta, soprattutto tropicale, molto piacevole e convincente. Non ci pare un mostro di complessità, ma punta tutto sull’intensità e questa, beh, è una fase che gli riesce molto bene: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ani DiFranco – Emancipated Minor.

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Caol Ila 16 yo (1991/2007, Murray McDavid, 46%)

Dopo una settimana di pausa, rilassante come i primi film di Robert Rodriguez, torniamo al nostro alcolismo composto e ammantato di velleità classificatorie: e siccome siamo reduci (?) da un Feis Ile che non abbiamo vissuto, colmiamo la distanza ideale con Islay proprio con un Caol Ila, selezionato e imbottigliato da Murray McDavid nel 2007. Murray McDavidè imbottigliatore le cui sorti sono legate a doppio filo con Bruichladdich: il fondatore (nel 1996) è Mak Reynier, che nel 2000 ha acquisito proprio Bruichalddich, rilanciandola e poi rivendendola a prezzi stratosferici a Remy – ma questa è una storia nota. Reynier veniva dal mondo del vino, e con MMcD ha iniziato a ‘sperimentare’ con i legni, fianco a fianco al grande Jim McEwan – sono infatti considerati gli inventori del wine-finish (o meglio: dell’ACEing, acronimo per Additional Cask Evolution – i toni perentori non sono mancati ai ragazzi neanche quando lavoravano a Bruichladdich, eh?). Questo è proprio uno di questi esperimenti: un Caol Ila invecchiato per circa 8 anni in botti ex-Bourbon e poi finito in botti di Marveaux e Syrah. Il risultato? Eccolo.

Schermata 2016-05-30 alle 12.22.33N: un naso sporchissimo e ‘scurito’ da note smaccatamente vinose che, sommate alle torba, danno una forte sensazione di inchiostro. L’ingrombante presenza di aromi di vino ci porta dritti dritti alla suggestione di lamponi innaffiati col Porto, come si fa alla fine dei pasti più intelligenti. Solo che qui c’è qualcosa, per così dire, di troppo, un non so che di eccessivo. Forse il mancato innamoramento sta nel fatto che la torba, qui presente con un fumo denso, da smog e di gas di scarico, risulta alla fine un po’ slegata col resto. E il resto, ci ripetiamo, è vino, vino, vino. E frutta rossa. Aggiungeremmo anche un po’ di borotalco e di vaniglia.

P: sicuramente ha una personalità molto importante e gli amanti degli sport estremi non resteranno delusi. Inoltre da subito c’è quell’effetto iper allappante dei vini tannici; solo che questo è un whisky e le cose non dovrebbero andare a finire così. A livello di descrittori troviamo una corposa marmellata di frutti rossi, mirtilli e arance rosse molto mature. La torba non rispetta le regole di casa Caol Ila e risulta invece molto spigolosa, con un’affumicatura sporca (posacenere, legna carbonizzata). C’è una punta salata ma, tornando alle prime impressioni, si impone il legno, che asciuga e rilascia botte di amaro, di spezia infusa.

F: lungo, sa di vino salato e di gas di scarico. Ancora legno.

C’è il fumo acre, violento e c’è il legno zuppo di vino. Ma – a nostro gusto – non paiono fino in fondo integrati, oltre al fatto che – sempre a nostro gusto – forse è discutibile mettere insieme questi due odori/sapori in maniera così esplosiva. In realtà è buono, da assaggiare una volta, ma quanto ne berreste, anche considerando che costa sui 130 euro? 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Riz Samaritano – Ma che calze vuoi da me?

Glen Garioch 23 yo (1991/2015, Sansibar, 51,7%)

In tanti, durante il Milano Whisky Festival, ci hanno invitato ad assaggiare questo single cask che Max Righi aveva al suo banchetto; si tratta di un Glen Garioch in botte ex-sherry, selezionato e imbottigliato da Sansibar, marchio tedesco che negli anni si è guadagnato una certa reputazione e che finora era abbastanza difficile da trovare in Italia. Facciamo ora quel che al festival non abbiamo potuto fare: si dia inizio alle danze.

pid_59117_00001N: si sentono i 23 anni, nel senso che mettiamo il naso in un whisky complesso che rivela una lunga interazione con il legno. Ha proprio una bella evoluzione: all’inizio è un po’ chiuso, con note di cuoio, quasi di cerino, di polvere da sparo, mentre sotto si agita una dolcezza scura, tra lo sciroppo d’acero e i datteri e i fichi secchi. C’è anche l’acidità delle prugne secche, e pure un che di cioccolato con uvetta. Poi pian piano si apre, e viene fuori la crema di marroni; anche ciliegie sotto spirito. Chiude il tutto una leggera nota velata, minerale… E tabacco da pipa.

P: molto compatto e vellutato; dovendo dividere i sentori, iniziamo da arancia rossa (con quel lieve amaro…), frutti rossi (ciliegia); poi sciroppo d’acero, ma anche fette biscottate, di quelle ‘scure’, amare e tostate; datteri, ancora, e cioccolato fondente, tabacco e uvetta. Ma anche qui non si può tralasciare una nota lieve ma persistente di polvere da sparo, minerale e quasi fumosa… Torba e spezie del legno? Tanto toffee.

F: lungo e persistente, pur se composto; un fil di fumo, poi caramello, datteri e fichi, ancora tabacco.

Questo stile di whisky ci piace tantissimo, è sempre più raro e inusuale da incontrare; davvero elegante, raffinato, ma dotato di spigoli e screziature ‘sporche’ che gli donano una profondità notevole. Il naso è da Oscar, il palato è da… Leonardo Di Caprio, perché a nostro gusto si ferma un gradino sotto, quasi fosse un poco trattenuto (ma ne avevamo un sample piccolo, magari dipende da quello). 89/100 nel nostro quaderno, e ne consigliamo caldamente l’assaggio: whisky del genere, con uno sherry così profondo e sporcato dalla torba, sono sempre più rari.

Sottofondo musicale consigliato: Moderat – Bad Kingdom.

Ardbeg 17 yo (1991/2008, Cadenhead’s, 54,5%)

Qualche giorno fa Mark Watt, vulcanico boss di Cadenhead’s, è calato in Italia, fino a Milano, per una degustazione di cinque nuovi imbottigliamenti della casa, tre single cask e due small batch (la nuova serie di vatting di due-tre barili). La serata, in quel dell’Harp Pub milanese, è stata di assoluta gradevolezza e Mark, rigorosamente in kilt, ha regalato aneddoti a profusione sul mondo del whisky, passato e presente. A un certo punto, scagliandosi contro la moda degli imbottigliamenti ultra-premium, al grido di “you don’t drink packaging”, ha rovesciato mezzo dram nel cartoncino di uno small batch, tra le risate stupite dei presenti. Presentando il primo whisky di serata, un Glen Ord di 10 anni, si è lasciato andare a una confidenza e ha spiegato che è proprio la ricerca di barili di questo genere di distillerie così poco “sexy”, quasi sconosciute al grande pubblico, a costituire il vero divertimento nel suo lavoro. E poi ha citato Ardbeg: “Quando qualcuno mi dice: ‘Gran bell’Ardbeg, hai fatto un’ottima selezione’, io penso che non è poi così difficile, non ci vuole un gran talento per farlo”. La banalità dell’eccellenza, si direbbe… Vediamo se questo vecchio Cadenhead’s imbottigliato nel 2008 da botte ex bourbon è l’ennesimo caso…

Ardbeg-17-y.o.-1991-2008-Cadenheads-e1412875111541N: in effetti ci sono tutti le caratteristiche che hanno fatto il mito: una torba pesante, fumosa, smoggosa; tanto, tanto iodio, a sbattere in faccia il carattere marino; il tutto, sorretto da limone (qui poco pronunciato), vaniglia e zucchero a velo. Ricorda anche lo zuccherosità del cedro candito e del marzapane, che danzano in uno splendido paso doble con tutte le spezie del legno: note intense di liquirizia si uniscono a pepe e sfumature erbacee, mentolate.

P: una botta, forte e secca, di liquirizia salata, di vaniglia marina, di ossimori felici. Ci sembra molto presente un legno acre. In contemporanea c’è anche una nota ultra-dolce a forma di banana matura; curiosamente al poco bruciato corrisponde un fumo intenso di torba. Medicine varie e un po’ in disparte, il limone.

F: piuttosto lungo. Dopo cenni mentolati e balsamici, erbacei domina un chimico acre (plastica bruciata).

Qui la profezia del patron di Mark Watt si compie, eccome, anche se di questo imbottigliamento abbiamo apprezzato sicuramente di più il naso, in perfetto Ardbeg style. Il palato ci è sembrato non così ricco e bilanciato, sbilanciato su una nota dolciastra che non ci fa impazzire. Al Bevitore Raffinato è piaciuto di più, nella nostra scala invece si rimane a un passo dall’eccellenza; ad ogni modo dei cento e passa Ardbeg messi in bottiglia da Cadenhead’s questo si iscrive in pieno tra quelli a botta sicura, così facilmente buono: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: main theme of L.A. Noire Ost

Glen Garioch 24 yo (1991/2015, Liquid Treasures, 51,9%)

Qualche settimana fa l’amico postino ci ha recapitato un pacchetto inatteso, e proprio per questo assai gradito: trattavasi di quattro sample di imbottigliamenti di Liquid Treasures, selezionatore e imbottigliatore indipendente tedesco che già da qualche anno delizia gli appassionati con single cask molto apprezzati. Apprezzati dagli altri, per la verità, dato che fino ad ora non avevamo mai avuto modo di assaggiarne neppure uno: ma appunto, grazie all’amico postino eccoci qui. Assaggiamo una singola botte ex-bourbon di Glen Garioch, distilleria delle highlands poco conosciuta ma dotata di un glorioso passato (dare un’occhiata alla ‘classifica‘ di Serge è indicativo). Testiamone il presente.

glengarioch1991-shop-aid-547bN: ci accoglie una sensazione di buon ex-bourbon, che dopo 24 anni è in piena fase fruttata: domina un effetto “pasticcino alla frutta”, con tanta crema e note di frutta gialla (pera, pesca); pastafrolla calda. Comunque, cambia a ogni snasata… e infatti emerge presto una generosa nota di burro fresco, che fa idealmente da ponte verso suggestioni più minerali, di scorzetta di limone, di lime. Pian piano una dimensione erbacea aumenta, tra menta ed erba falciata.

P: l’impatto è di un corpo intenso e pieno, esplosivo: ma le note sono tutto sommato delicate, raffinate. Si apprezza un limone in crescita esponenziale, controbilanciato da calde ed avvolgenti note di legno di botte che richiamano frutta secca mista (mandorle, nocciole…). La crema c’è, ma meno presente, così come la frutta (ananas, forse ancora pesca). Rispetto al naso, che già non era una ruffianata, diventa ancora più vegetale ed elegante, quasi minerale.

F: si riverbera quel vegetale, quasi tendente all’amaro, con una punta asprigna (semini di limone – e non nocciolo, come dicevamo in passato, ma sappiamo far tesoro delle bacchettate altrui).

Buonissimo, davvero; molto simile al diciottenne di Cadenhead’s che avevamo assaggiato tempo fa (e d’altro canto la botte è simile e il vintage è lo stesso), bilancia molto bene note più austere ad altre più morbide, rotonde e ‘immediatamente’ seducenti. Il risultato, che noi quantifichiamo in 87/100, è un ottimo imbottigliamento che merita senz’altro lode e applauso.

Sottofondo musicale consigliato: Bush – Swallowed.

Glen Garioch 18 yo (1991/2010, Cadenhead’s, 50,3%)

Glen Garioch è una storica distilleria scozzese che se ne sta in splendida solitudine nell’entroterra delle Highlands orientali, lontana dal mare, lontana da Aberdeen, forse lontana perfino dai nostri cuori. Sono in molti infatti a dimenticare che, essendo stata fondata nel 1797, risulta essere una delle pochissime distillerie del 1700 ancora operanti. Quindi massimo rispetto, lo stesso rispetto che d’altronde deve aver portato la Morrison Bowmore ad acquistare e riaprire Glen Garioch nel 1973, dopo che la sua chiusura per mano della Scotch Malt Distillers, cinque anni prima, sembrava averne decretato il mesto sempiterno riposo. Oggi invece la distilleria è saldamente in mano al colosso giapponese Suntory e ha adottato una scoppiettante politica d’imbottigliamenti basata soprattutto sui ‘vintage’, un po’ come accade per Balblair. Tra l’altro, fin da fine 1800 il malto Glen Garioch è uno di quelli marcanti per il mitico blended Vat69. Insomma, grande rispetto. Oggi noi assaggiamo un single cask ex bourbon, messo in bottiglia da Cadenhead’s.

P1060089N: approccio molto poco alcolico e una bella intensità. Nudo ma non troppo: inizia infatti su note di erba fresca, olio di mandorle, erba limonosa, citronella, menta e zenzero, ma appena dietro si agita un profilo bourbonoso bello fruttato (pesche dolci, pera matura e ananas). Col tempo sono in crescita anche seducenti note cremose, di crema pasticcera e budino alla vaniglia. Legna fresca. Semplice certo, ma di un’intensità appagante. Con acqua, pare di annusare camomilla zuccherata.

P: pure al palato si conferma l’influsso non ruffiano ma deciso della botte ex-bourbon, con tanta vaniglia e crema. Si sentono anche note maltose e limonose, mentre menta e zenzero intervengono come variazioni sul tema. Non possiamo poi evitare di citare punte tropicali (ananas) davvero persuasive, come anche pesche gialle. Arriva della frutta secca (noci e mandorle) ed è graditissima. Erbe aromatiche molto in disparte. Con acqua si fa più dolce, di una dolcezza cerealosa (Kellog’s).

F: molta vaniglia, erba e un poco di frutta gialla.

Questo whisky è, per così dire, pienamente whiskoso; riempie i sensi di un sapore ordinariamente gradevole. La botte non violenta il distillato e il distillato non è di quelli graffianti, contundenti. Sorseggiandolo, ci ha ricordato un po’ lo stile di certi imbottigliamenti Silver Seal semplici ma potenti e godibili, che ti fanno esclamare: “Questo è quello che mi aspettavo di ricevere quando ho detto ‘hey, portatemi subito dello Scotch, per dio!'”. Voto 86/100, sempre col massimo rispetto.

Sottofondo musicale consigliato: Adele Don’t you remember

 

Bruichladdich 14 yo ‘WMD II Yellow Submarine’ (1991, OB, 46%)

Tra le centinaia di imbottigliamenti ufficiali della iper attiva distilleria di Islay si possono trovare delle etichette semplicemente folli, capaci di soddisfare la vista prima ancora che olfatto e gusto. Questo imbottigliamento del 2005 ha un bel sottomarino giallo gigante sull’etichetta. Mistero! Quel che si sa di per certo è il tipo d’invecchiamento, in botti di Rioja, un vino prodotto nel Nord della Spagna

18531-largeN: forse abbiamo capito il perché del nome Yellow Submarine: c’è una marinità che solo in fondo al mare (iodio, acqua salata, corde salate, alga), abbinata però a un senso di frutta gialla (pera cremosa su tutto). Di giallo c’è pure una buccia di limone stratosferica, odorosissima e acre; poi arriva un che di vanigliato. Ma che agrume! E che mare! Non è complesso nelle sfumature, ma è ricco e fatto tutto di superlativi. Frollini al burro.

P: corpo pastoso e masticabilissimo. Uno si aspetterebbe la crema, e invece ecco un ruolo d’uovo/zabaione, che non fa però a tempo a diventare ruffiano. Un palato molto particolare: è austero ma non per questo privo d’intensità e di grip. La triade è tuorlo d’uovo, limone, mare, e l’effetto generale è di grande compattezza. Anche ben fruttato.

F: di una pulizia estrema, solo lievemente marino; pera e limone, ancora.

Oggi questo Bruichladdich ha raggiunto, complice la bella trovata di marketing, un prezzo assolutamente sconnesso dal suo reale valore, intorno ai 250 euro. Tuttavia un assaggio per i fan della distilleria e non è più che consigliato, perché confermerà in pieno l’opinione comune secondo cui i malti forgiati in distilleria mantengono un livello qualitativo rispettabilissimo e riescono a essere raramente banali. Leggendo la recensione di Serge, ci ha stupito l’interpretazione radicalmente diversa data; alla fine il voto è lo stesso ma le vie sensoriali percorse sono lontane: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: la scelta è talmente scontata che mettere veramente Yellow Submarine dei Beatles alla fine è quasi sorprendente…

 

Glenrothes 21 yo (1991/2013, Adelphi, 55,5%)

Speyside, Speyside, quante volte ti ho visto sulla cartina e ti ho sottovalutato (citazione molto raffinata, chi la coglie non vince niente ma svela un’adolescenza da disadattato). Tuffiamoci a pesce su Glenrothes, distilleria di Rothes (…) che oltre a riempire buffe bottiglie tozze produce il malto base per Famous Grouse, Cutty Sark; in un gioco di specchi tra imbottigliatori indipendenti, la distilleria è di proprietà dal 2010 di Berry Bros & Rudd, marchio storico dello spaccio di alcol nel Regno Unito, e noi assaggiamo un single cask (refill sherry) selezionato e imbottigliato da Adelphi, quello dei libri colorati ed eleganti. Ah, come dite? Si chiama Adelphi ma è una cosa diversa? Non è un editore ma un imbottigliatore indipendente distribuito da Pellegrini in Italia? Ah beh, se lo dite voi, noi ci crediamo.

85511-normalN: alcol poco invasivo anche a grado pieno; intensità e compattezza da campione. C’è una nota zuccherina sparata altissima direttamente nel cervelletto, che sta al crocevia tra melone, lime (o scorza d’arancia), frutta secca, burro d’arachidi, mango. Poi, punte speziatine (zenzero alla grande) e di legno fresco (in stile magazzino Ikea). E se ci fosse una punta di formaggio? Con acqua (che giova complessivamente) il malto ne guadagna, con note cerealose forti.

P: attacco tropicale (punte di mango e ananas?) e maltoso, un po’ in stile Nadurra: colpisce la grandissima intensità, vive di botte di sapore, con elementi che paiono pescati a caso da un sacchetto e che però assieme formano un sapore compatto ma decisamente particolare: il melone va a sbattere contro la liquirizia, il burro d’arachidi si ammucchia sul mentolato, il tutto grazie una botte refill sherry ‘tipicamente atipica’. Menta e caramello?

F: molto pulito e maltoso, con emersioni di frutta secca.

Un trattatello sull’unicità dei single cask; se a una botte refill-sherry unite il distillato di Glenrothes, non aspettatevi esiti banali… Questo whisky è particolare, intenso, un bell’esempio di come sia opportuno non dare mai nulla per scontato – 87/100 è il giudizio, alla prossima.

Sottofondo musicale consigliato: Bruce Springsteen & Tom MorelloGhost of Tom Joad.

Littlemill 19 yo (1991/2010, Cadenhead’s, 58,1%)

Riprendiamo la nostra parata in terra di Littlemill – avevamo detto che saremmo andati in ordine di imbottigliamento, vero? Beh, non è altrettanto vero che solo i grandi sanno contraddirsi? E siccome noi siamo indiscutibilmente grandi, anzi enormi!, facciamo marcia indietro e assaggiamo un Littlemill di 19 anni, imbottigliato a grado pieno nel 2010 da Cadenhead’s nella serie ‘closed distilleries’.

Schermata 2014-03-27 alle 23.52.16N: un naso veramente ricco e ad alta intensità: ci sono poderose zaffate di anice, e subito spicca anche il malto (brioche, in un ambiente secco, minerale, certo non cremoso). Già così potrebbe essere un buon imbottigliamento, un Lowland molto ‘nudo’… E invece, ci regala un cesto di frutta, intensa e variegata: pera matura, albicocca, fichi freschi e melone, succo di frutta tropicale… E poi, una buona quota di vaniglia, forse a tratti invadente, soprattutto dopo un po’.

P: tanto alcol, diversamente che al naso. In ingresso è ancora molto secco, ma non austero, anzi: è saporosissimo, con un malto da capogiro, veramente totalizzante; affianco, quasi fa fatica ad emergere quella frutta esuberante del naso. Quasi, però: domina infatti la scena, soprattutto dopo un po’, un cocco davvero massiccio, e poi pera matura. Con acqua, torna l’anice e vien fuori l’erbaceo.

F: grande malto, grande cocco, insistente ma non pacchiano. Molto lungo.

Un ottimo Littlemill, forse ancora un po’ troppo ‘nervoso’, con le note biscottate e quelle fruttate non pienamente integrate con un lato dolce di botte (vaniglia/cocco); lo diciamo solo per fare le pulci, comunque, è un whisky veramente molto buono, e ci spiace assai che la nostra bottiglia sia ormai quasi finita… 86/100 è il verdetto: era stato un buon acquisto.

Sottofondo musicale consigliato: Joe BataanI wish you love, part 2.

Mortlach 21 yo (1991/2013, Silver Seal, 56,3%)

Silver Seal è Silver Seal: in questi giorni Max Righi è in Scozia per il Pre-war Whisky Tour, ovvero un piccolo giro per le distillerie in cui lui e altri loschi figuri (oltre a Diego Sandrin, c’è Angus, Serge Valentin, Emmanuel Dron, mazzetti di Malt Maniacs…) assaggiano in loco bottiglie di whisky distillato prima della seconda guerra mondiale… Insomma, una robetta da niente! E così, dato che noi siamo a Milano a rosicare guardando su facebook le foto che pubblicano, proviamo a consolarci con un Mortlach imbottigliato l’anno scorso da Silver Seal, una singola botte ex-sherry di 21 anni. Daje.

Mortlach-21-Silver-Seal-e1389107424931N: la gradazione si nasconde, l’alcol è morbidissimo; il profilo da sherry profondissimo si lascia esplorare… e scendiamo negli abissi, allora! Quella nota sporca / meaty di Mortlach c’è, ma molto molto lieve (c’è un che di polvere da sparo e anche di arancia ‘al limite’, quasi andata), abbinata ad una punta di legno umido. Poi accanto viene fuori una dolcezza liquorosa composita e poderosa: mon cheri (cioccolato e ciliegie sotto spirito; ma frutti rossi, in generale), arancia, chinotto. Tabacco da pipa, tamarindo, e un cioccolato devastante. Caramelle al rabarbaro.

P: squisito. L’alcol, di nuovo, se l’è tenuto Max Righi: è morbidissimo, ma tutta la gustativa è percorsa da scoppi di sapore, con un corpo veramente massello. Ancora, c’è una leggera nota di polvere da sparo, ma non è off-note: anzi, si lascia sovrastare splendidamente da una serie lunghissima di fiammate: tanta arancia matura, frutta rossa sciroppata (ciliegia), ancora chinotto… In realtà, è una perfetta replica di un naso che già ci aveva rapito. Cioccolato, liquirizia, rabarbaro (che legno!)… Leggermente astringente, ma in senso buono!

F: ancora piacevolmente organico, maturo, vivo (qui il classico ‘brodo’ Mortlach esce un po’ di più), con agrumi maturi, cioccolato, frutta rossa macerata in alcol.

Noi non abbiamo avuto cuore di aggiungere acqua, è già perfetto così; anzi, con profili simili talvolta l’acqua acuisce le note un po’ ‘sporche’, guastando l’esperienza (a giudicare dalle parole di Giuseppe, forse anche questo è il caso)… E noi certo non vogliamo guastarla! Istruttivo comunque, non tutti i whisky accolgono bene l’acqua. Veramente eccellente: la prova che Mortlach, alla faccia di Jim Murray, tira fuori prodotti che sanno essere di alto livello. È esattamente un whisky che nel nostro diario vale 90/100. Al solito, complimenti a Max per la selezione e grazie a lui e alla Betty per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Meschiya Lake and The Little Big Horns – Satan Your Kingdom Must Come Down, uno spiritual cantato da una bella milfona, grazie a Matthews per la segnalazione.