Mortlach 26 yo (1992/2019, OB, 53,3%)

Diageo-2019-special-releases-webPezzo forte delle ultime Special Releases di Diageo, orfane per il secondo anno consecutivo di Brora e Port Ellen, è senza dubbio questo Mortlach 26 anni, che esibisce senza timori un prezzo decisamente “premium”. Della parabola di Mortlach, la Bestia di Dufftown, si è parlato spesso: da bestia… da soma per i blended, valorizzata dagli indipendenti, è stata artificialmente trasformata in una bestia rara, cioè un brand di lusso, con bottiglie da 50 cl e prezzi – onestamente – insensati; la trasformazione, non proprio premiata dal mercato, ha portato a un riassestamento, con Diageo che continua a voler puntare su Mortlach ma lo fa attraverso un range molto più umano. D’altro canto – ma chi siamo noi per dirlo a Diageo – un brand si costruisce, non si impone: e quindi se il percorso di Mortlach dev’essere verso il lusso, bene (oddio, bene, mica tanto), ma che sia graduale almeno; sembra che l’abbiano pensata così anche colà dove si puote. Questo Mortlach 26 sembra un passo in questa direzione, anche se per ora la scelta di mettere questo prezzo (1700€) a questo imbottigliamento è stata molto criticata dalla comunità di appassionati – che comunque non è il mercato di riferimento di questa bottiglia, crediamo, e dunque “sticazzi”. Uno di noi è stato a Londra, invitato da Diageo, per la presentazione delle Special Release a tema “Rare by Nature”, e coraggiosamente si è portato a casa un campione del Mortlach: abbiamo atteso anche troppo per berlo. Il colore è ramato scuro, rivelando la maturazione in sherry, sia Oloroso che PX, a primo riempimento.

IMG_1799N: molto scuro anche come aromi, con note immediate di rabarbaro e liquirizia… C’è una grande profondità in questo naso, con legno verniciato e tabacco, davvero molto intensi. C’è poi una componente sticky, appiccicosa, che ci fa venire in mente l’arancia rossa e soprattutto una deliziosa marmellata di mirtilli, di ribes: ci prendete per degli squilibrati se parliamo di Ratafia di more e di maraschino? Fate bene. La ciliegia nera è molto evidente, così come un profumo delizioso di chinotto. Non c’è traccia della nota più ‘meaty’ e più grassa della Bestia di Dufftown

P: beh, che buono… A dispetto delle attese, non allappa, anche se si fa ancora un po’ più scuro e speziato, anche se con una presenza del legno piuttosto marcata, soprattutto verso il finale: quindi note di chiodi di garofano, di genziana, di polvere di caffè. Ma non si comincia dalla fine, giusto? L’impatto è tutto di chinotto, e nel complesso resta molto succoso, con una serie di suggestioni di frutta come more e mirtilli, ciliegia nera. Talvolta un po’ di cioccolato fondente. Buonissimo.

F: molto lungo, dolce e appiccicoso, tutto su liquirizia purissima e more… Il legno è molto evidente, con le sue spezie bene integrate.

IMG_1803Un “Mortlach da russi”, dice sommessamente qualcuno che presenzia alla nostra degustazione: è ovviamente molto buono, è ovviamente molto marcato dallo sherry, se vogliamo l’unico appunto che si può fare è che è poco Mortlachoso – non c’è quella sporcizia ‘carnosa’ che tanto caratterizza la distilleria, c’è tantissimo sherry e il profilo è più tagliente del solito. Non fraintendete: se bevessimo alla cieca mai avremmo indovinato, ma stiamo comunque parlando di un whisky buonissimo, che va in quella direzione da sherry monster molto maturo che non può non piacere a chiunque ami il whisky. Noi l’amiamo, e infatti: 92/100. Grazie davvero a Danilo e a Franco di Diageo per l’invito.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – We’re all mad here.

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Mortlach 21 yo (1992/2013, Douglas Laing’s Director’s Cut, 56,7%)

Conosciamo tutti la vicenda di Mortlach: la distilleria lavora per decenni come fornitrice di bulk-whisky per i blended di casa Diageo, e intanto la sua reputazione cresce grazie ai numerosi imbottigliamenti indipendenti di alta qualità, con una particolare predilezione per pesanti invecchiamenti in sherry, i più adatti ad abbinarsi ad un distillato molto particolare, sporco in virtù di un processo di distillazione unico. Poi, pochi anni fa, Diageo decide di imbottigliarlo come single malt di fascia premium, in decanter da 50cl (come questo), con prezzi “da Macallan”, inserendo una buona quota di maturazioni ex-bourbon nella miscela. Gli appassionati storcono il naso e continuano a rifornirsi presso gli indipendenti: così facciamo anche noi, pescando questo ventunenne scurissimo selezionato da Douglas Laing e messo in vetro nel 2013, a grado pieno, nella serie Director’s Cut.

N: sherry monster prometteva d’essere e sherry monster è – così tanto da tarpare le ali perfino agli spigoli del distillato di Mortlach… L’impatto è di un whisky molto morbido, ‘dolcione’, tra traboccanti frutti rossi (sceglieteli voi: tanto ci sono tutti), brioche al burro, cioccolato al latte, magari caldo, quasi gianduia. Suggestioni di caffè, che promettono un palato forse un po’ astringente… E poi caramello, con qualche nota ‘bruciacchiata’ da creme brulée. Legno, tanto legno, con emersioni resinose molto evidenti, pur non entrando nei territori balsamici. Ti satura il naso… Solo alla fine, dopo un po’, emerge un piacevolissimo sentore di tabacco di sigaro caraibico.

P: un nettare, un succo di frutta e legno, straordinariamente privo di gradazione alcolica. Ce lo attendevamo astringente, e invece è lontano da questa dimensione: ancora frutta rossa (strabiliante, mostruosa nella sua succosa intensità), cioccolato al latte, crema, tanta uvetta… Un tripudio di pasticceria ‘pesante’: crema rappresa, poi nocciolato, confetture, fichi. 

F: lungo, intenso e persistente, ancora su frutta rossa e cioccolato

La selezione di Douglas Laing colpisce nel segno: è un whisky delizioso, per dirla con il Gerva “è un nettare”, uno sherry monster fatto e finito, pulito, succoso… Certo, le caratteristiche grasse e sporchine del distillato restano tarpate. Qualcuno potrebbe dire “è tutta botte!”: costui avrebbe ragione probabilmente, ma questo whisky è equilibrato, non si spinge mai nel ‘troppo legno’ astringente, ruffiano nel senso migliore, piacione: e in effetti a noi piace, 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: VNV Nation – Beloved.

GlenDronach 25 yo (1992/2017, cask #63, OB for Beija-Flor, 57,6%)

Nei mesi scorsi Beija-Flor, importatore di GlenDronach già responsabile di alcuni imbottigliamenti magnifici (qualcuno ha ancora in mente il cask #35, forse?), ha presentato la sua ultima selezione: si tratta di un single cask di 25 anni, maturato in un barile ex-sherry Oloroso ed imbottigliato nel settembre 2017. Noi avevamo già avuto la fortuna di assaggiare il campione della botte a maggio, quando la scelta non era ancora definitiva, e ci era parso molto buono, con tutto quello che uno può attendersi da un single cask di GlenDronach – ora però è tempo di dedicargli un po’ più di attenzione.

N: la gradazione è importante, e ovviamente (pur non lasciando scorie aromatiche) trattiene un po’ il pieno dispiegarsi dei profumi – ma che davanti a noi ci sia un top player, beh, questo è fin troppo evidente. Rivela da subito i suoi tanti anni di invecchiamento con generose note di legno (non di botte: proprio vecchi mobili di legno), una sorta di guscio, di gheriglio. Ascoltandolo meglio, col passare del tempo si palesa un meraviglioso lato succoso, di frutta rossa intensissima dichiaratamente sherried (ciliegia sesquipedale, poi fragole, lamponi e more, ribes nero), poi un cioccolato “fondente ma non troppo” (pare inevitabile pensare al mon cheri, è chiaro). Frutta secca, con nocciola in primo piano (e perfino una crema di nocciola); torta al cioccolato con uvetta, di quelle che talora vendono in distilleria in Scozia. Fondo di caffelatte. Regge molto bene l’acqua, che non cambia le carte in tavola ma, per così dire, armonizza il tutto. Il legno si ‘apre’, diventando più dolce, più aromatico (sandalo?).

P: masticabile e densissimo, senz’acqua resta piuttosto chiuso e un po’ astringente: ci sono note di chicchi di caffè, di fave di cacao, di legno, perfino di polvere, di tabacco di sigaro (molto intenso), di noci. Solo in disparte paiono agitarsi le note più fruttate, che riescono a farsi però pienamente succose: ancora ciliegie e fragole. La struttura è molto solida e complessa, l’acqua taglia decisamente l’astringenza legnosa e rende tutto più morbido: si sprigiona un lato speziato e dolce, tra lo sciroppo d’acero, il tamarindo, un mix di spezie (ci vengono in mente cannella e pepe nero).

F: molto lungo e persistente, tutto sul legno tostato, sul tabacco, e solo dopo un po’ esce quel mix di frutta rossa e frutta secca che tanto ci sconfinfera.

Un whisky certo complesso, in continua evoluzione e di grandissima intensità, che se dovessimo posizionare in un universo di GD bevuti definiremmo come ‘secco e tagliente’, di certo lontano da certe opulenze cremose riscontrate in passato. Soprattutto il palato, con quelle note lievemente astringenti e tabaccose, si fa più difficile, e richiede senz’altro qualche goccia d’acqua per dispiegare appieno il suo potenziale. 90/100, complimenti a GlenDronach per la qualità sempre alta, complimenti a Beija-Flor per l’ennesima selezione riuscita.

Sottofondo musicale consigliato: Royal Blood – You can be so cruel.

Littlemill 22 yo (1992/2014, Cadenhead’s, 53,7%)

Assaggiando l’insolito Littlemill imbottigliato dal whisky club italiano Gluglu, ci è parso ragionevole affiancargli questo altro imbottigliamento indipendente di Cadenhead’s, dal vintage e dall’invecchiamento quasi identici. Sono queste le cose che più ci piacciono quando ci sediamo al tavolo dei nostri deliri degustativi: confrontare, soppesare, tracannare.

littlemill-22yo-cadenheadsN: Ha molto in comune con l’altro Littlemill: pensiamo alle note di camomilla, di infusi, di campo di grano; e però se confrontato a stretto giro non può che risultare molto più cremoso. La dimensione per così dire dolciaria è fatta di pasta di mandorla, biscotti Digestive, pasta frolla. Un pizzico di limone, anche. La botte ex-bourbon è certo più carica, con anche note di frutta gialla (pesca).

P: possiede un corpo pieno e oleoso, in cui tutto è molto intenso. Qui però, dopo un primo impatto di toffee, la frutta si riprende decisamente il palcoscenico, con ananas, cocco e maracuja in prima linea. Ad ogni modo resiste anche un bel lato floreale-vegetale (fiori d’arancio) inglobato in una pronunciata dolcezza (pasta di mandorle e biscotti al burro).

F: ancora più bourbonoso, con cocco e vaniglia; persistente e ricco.

In generale ci ha colpito non poco lo scarto tra un naso veramente lowlander, di grande pulizia vegetale, e un palato ricco e cremoso, fruttato, in definitiva molto caratterizzato dal bourbon che la botte aveva contenuto vent’anni addietro. La coerenza però non è virtù che ci interessi granché, soprattutto quando i due lati incongruenti tra loro sono entrambi piacevoli come in questo single cask. Per noi è 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Emily Wells Becomes the color

Bowmore 11 yo (1992/2003, High Spirits, 46%)

Il nostro personalissimo Feis Ile continua, e continua grazie a una delle bottiglie aperte nella scorsa degustazione “A tutta torba” che abbiamo tenuto all’Harp Pub, lo scorso giovedì. Ci spostiamo sulla costa orientale del Loch Indaal, quindi a Bowmore: assaggiamo un single cask i 11 anni selezionato e imbottigliato dal grande Nadi Fiori, quindi High Spirits, nel 2003. Peraltro, occhio alla combo Bowmore e Harp Pub, perché già sul forum corre voce di una degustazioncina che avrà luogo a fine giugno, e se questo è l’anno del bicentenario di Ardbeg e Laphroaig, il Bicentenary di Bowmore era nel 1979… Chi ha orecchie per intendere, intenda, e gli altri, come da prassi, in roulotte.

Schermata 2015-05-28 alle 17.52.13N: moderata alcolicità. Si presenta come abbastanza ‘nudo’, senza troppi fronzoli di botte, con note vegetali di erba falciata e olio di mandorle. Decisi richiami citrici (limone e cedro, canditi) vanno a braccetto con un’affumicatura leggera (smog) ma avvolgente. La nota marina (proprio acqua di mare) va decrescendo, lasciandosi assorbire dalla frutta. Col tempo emerge a tratti un lato più spiccatamente ‘dolce’, su marzapane, ananas e kiwi aspri, ma pare comunque prevalere un profilo da whisky seminudo, vegetal-maltoso.

P: il gusto è pieno e con una bella botta di sapore. Ancora molto citrico ma ben bilanciato da una componente dolce in risalita rispetto al naso (vaniglia, zucchero a velo, confetti). Ritroviamo poi, ancora ben in evidenza, quelle suggestioni erbose, che ce lo fanno apparire molto giovane e austero. L’affumicatura, gentile, vira sul bruciato. Leggermente salino.

F: ritorna marcatamente erboso. Retrogusto pulito con un sottofondo bruciacchiato persistente.

Durante la degustazione di giovedì, questo ha vinto il “premio rivelazione”: nudo è nudo, e proprio per questo mantiene una spontaneità di sapori non intaccata dalla volgarità del legno. Non è forse un whisky di complessità strabiliante (peccato che le note più isolane tendano a farsi da parte nell’evoluzione nel bicchiere), ma di certo è estremamente beverino e il palato regala un’intensità molto persuasiva. 83/100, avanti un altro.

Sottofondo musicale consigliato: Samuele Bersani, Pacifico – Le storie che non conosci.

Highland Park 22 yo (1992/2014, Cadenhead’s, 59,6%)

Dopo il primo Highland Park, ecco il secondo: si tratta una singola botte ex-sherry, 22 anni, selezionata e imbottigliata da Cadenhead’s – chi a Roma è passato dal banchetto Beija Flor ha avuto senz’altro occasione di assaggiarlo, dato che immediatamente, a prima snasata, ci era parso un campione: e come tale l’abbiamo presentato al pubblico. Il giorno dopo Serge e Francesco lo recensivano sui loro siti, entrambi con grande soddisfazione: oggi che l’imbottigliamento è esaurito, per il mercato italiano almeno, lo recensiamo anche noi.

Schermata 2015-04-29 alle 12.12.14N: incredibilmente aperto a quasi 60 gradi: e anche questo ha l’impronta dei grandi, ovvero una intensità impressionante abbinata alla capacità di evolvere e reinventarsi nel bicchiere. Risalta prima una gran festa di frutti rossi in confettura (fragola su tutti), arancia candita, un filo di caramello, un bel velo di tamarindo / chinotto. Poi (ma non è un poi, piuttosto un ‘nel frattempo’) il tutto è ingrossato da una vera anima intensa di torba vegetale e minerale, quasi ‘imburrato’ (proprio burro fresco); un pelo di tabacco dolce, aromatizzato, a donare ulteriore complessità. Con acqua, si apre su incantevoli suggestioni tropicali!, generiche ma sbebèm.

P: ariboom! Intensissimo, forse perfino più dell’altro, e vive di fiammate continue, con un corpo oleosissimo e masticabile. Le prime scioccanti esplosioni sono di agrumi, anche canditi, molto ricchi (dall’arancia al chinotto, un tripudio), poi tropicalia compatti e generici. Mela rossa. Poi, come al naso, non si perde d’animo neppure una certa torba, sia minerale / cerosa che bella affumicata. Una punta di tamarindo e rabarbaro, molto buona. Impressiona la tenuta con acqua, continuando ad evolvere sia il lato fruttato (sempre più tropical) che quello fumoso e torbato.

F: lungo e intensissimo. Tabacco da pipa e mela; tropicalia e cera, fumo e frutta. Top.

Iniziamo dal voto: 93/100, non uno di meno. Siccome stiamo confrontando, spieghiamo: sono due voti identici per due whisky diversi, come speriamo si capisca leggendo le tasting notes, ma anche simili: quello imbottigliato per Spirit of Scotland ha un naso esplosivo e palato e finale compatti; questo di Cadehead’s ha un naso compatto e palato e finale esplosivi. A rassicurarci sulla consistenza della distilleria, si sente la comune marca Highland Park – che è tra le nostre cinque distillerie preferite, non per caso.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Gun Street Girl.

Glen Scotia 22 yo (1992/2014, Silver Seal, 57,6%)

Campbeltown un tempo si chiamava Kinlochkilkerran; poi per fortuna qualcuno (il signor Campbell, nello specifico) si è reso conto e ha pensato bene di rendere pronunciabile il toponimo anche da persone con moderata propensione verso i suoni gutturali. Ma perché tutto ciò? Perché oggi assaggiamo un whisky prodotto in una delle tre distillerie della città: non è Springbank, non è Glengyle, è… (rullo di tamburi) Glen Scotia! Scegliamo dunque uno degli ultimi imbottigliamenti di Silver Seal, un single cask di 22 anni che Max Righi ci ha caldamente consigliato, avvertendoci che sarebbe stata un’esperienza particolare… E in effetti noi sappiamo che con Glen Scotia non si scherza, minerali ruggine e zolfo sono sempre dietro l’angolo. Il colore ramato scuro ci fa subito capire che la maturazione è first-fill sherry.

m19190_1N: a 57,6% inizialmente è un po’ chiuso… Poi però quando inizia ad aprirsi non perde una caratteristica evidente fin dal primo approccio: la compattezza. Le varie anime, dispiegandosi, si annodano a vicenda in un tessuto olfattivo a maglie molto strette: c’è una botta ‘dolce’ sherried di caramello bruciato, arancia, confettura di frutti di bosco (molto molto succoso, clamorosamente succoso, diremmo); poi affianco una nota minerale e vagamente ‘sulphury’ con un accenno di torba fumé (o di sigaro? tanto tabacco da sigaro, in ogni caso). Poi, una liquirizia enorme e delle note di mentolo complicano ulteriormente un profilo già di per sé intricato. Bergamotto?

P: succoso e saporito, e del naso va a confermare la grande compattezza. Troviamo una teoria di marmellate d’agrumi (arance rosse, chinotto); poi una grande liquirizia, ancora caramello; fichi secchi; tutto molto ‘mixato’ assieme. Rispetto al naso, il lato più gloomy (?) trova più spazio, e se tornano le note minerali-sigarose, stupisce un muro di funghi cotti, veramente imponente. Mentolato, appena prima del finale.

F: si porta dietro la massiccia dose di liquirizia / funghi / zuccheri / sciroppo del palato. Intenso e di media durata.

Abbiamo aggiunto un po’ d’acqua, ma le note più sulfuree e potenzialmente sgradevoli si sono amplificate, facendo perdere un po’ di equilibrio a questo whisky… che comunque equilibrato non è affatto, ed è il suo pregio: eccessivo in tutto, ci ha dato l’impressione di un whisky perfetto per accompagnare un sigaro per le intense note sherried del naso e per un palato veramente hardcore. La prima fase ci ha fatto impazzire, la seconda meno: complessivamente, 87/100 è il voto che daremmo a questo sherry monster di Kinlochkilkerran… ehm, pardon, di Campbeltown.

Sottofondo musicale consigliato: Saint Vitus – Dying inside.

Ledaig 14 yo (1992/2006, Cadenhead’s, 59,6%)

Ledaig, versione peated di Tobermory, distilleria della splendida Isola di Mull, è un whisky che ha la buona abitudine di dividere i palati; il suo distillato, infatti, spiazza sempre, con note molto particolari, generalmente inusuali… Il risultato è che o lo ami o lo odi, e ad imbottigliamenti squisiti si alternano versioni più che dimenticabili; noi speriamo di aver fatto centro, oggi, e assaggiamo un single cask ex-bourbon messo in vetro da Cadenhead’s otto anni fa.

prodotti.200x200.W325_72361N: ha il pregio di essere abbastanza espressivo anche a quasi 60%, l’alcol resta in disparte. Purtroppo però si esprime in modo molto, molto particolare: si tratta di un whisky piuttosto nudo e vegetale, con note di scorza di limone, orzata, mandorle fresche e frollini; poi però c’è tutto un aspetto (a dire il vero, è l’Aspetto) inorganico certo inusuale ma nel contesto francamente sgradevole. Ha una punta di umido / stantio (vi capita mai di dimenticare la borsa dello sport chiusa, coi panni sporchi dentro? ecco…) che non è affatto un bonus qui. Formaggio fresco, ma andato a male. Straccio bagnato.

P: replica abbastanza il naso, per fortuna senza quelle off-notes così prepotenti in quella fase. Domina quindi la frutta secca (mandorle e noci, a pioggia), con tanto malto evidente (ancora biscotti). Liquore di mandorle. Resta un senso, latente, di formaggio, di stantio, per fortuna senza però stare in primo piano. Meglio del naso, eh, ma comunque molto semplice. Con acqua, tende a farsi solo un po’ più amaro (mandorle e noci in versione appunto amarigna).

F: vanisce in fretta: perdura solo ancora un che di malto e noce.

70/100, e ci piace premiare da un lato la particolarità del tutto, dall’altro un palato il cui maggior difetto è la semplicità (mentre al naso…). C’è da dire altro? Saremo più fortunati con Ledaig, senz’altro; la fiducia nel futuro è una nostra virtù, lo sappiamo.

Sottofondo musicale consigliato: Ratos de Porao – Dificil de entender.

Glen Keith 21 yo (1992/2013, Silver Seal, 52,1%)

All’ultimo Milano Whisky Festival (a proposito, sono stati annunciati i nuovi imbottigliamenti della kermesse novembrina e l’attesa comincia a montare sul serio) nel furore della raccolta samples fummo baciati da una qualche dea benevola, pure lei evidentemente alticcia tra le mura del Marriott: tornati a casa infatti realizzammo di aver riempito due samples di Glen Keith indipendenti praticamente coetanei ed entrambi cask strength con gradazioni vicinissime. Che fortuna sfacciata e che occasione ghiotta per un confronto! Uno era di Adelphi, l’altro invece selezionato da Silver Seal e Lion’s Whisky (leggi Diego Sandrin), vero tempio del whisky in terra veneta.

glen-keith-20140108131226_im229173N: molto, molto agli antipodi rispetto al cask di Adelphi. La botte di bourbon qui è straripante e davvero marcante; mentre quello si faceva pregare e ti conquistava piano piano, questo ti avvolge e ti porta via, senza attese. Dominano note davvero intense di confetto; poi vanillina, mandorla, cocco, frutta matura e sciroppata (pesche). Gelato alla banana. E poi ancora: crema pasticcera, torta paradiso con una spruzzata di limone, fico d’india. Tutto molto ricco e non manca una puntina minerale che guizza a tratti.

P: alcol inesistente, come di rado accade. A differenza dell’altro imbottigliamento non esplode in un secondo momento, ma da subito mantiene costante un’intensità di sapori alta, altissima. Come riferimenti si confermano cocco e pesche sciroppate, ma in primo piano irrompe anche una frutta tropicale super (mango e maracuja). Sono presenti sia una bella cremosità pasticcera che una pronunciata acidità e per rendere l’idea in un’unica realtà si potrebbe richiamare l’immagine di una bella torta di frutta. Ma c’è pure dell’altro: mandorla dolce e il ritorno sontuoso del confetto.

F: lungo, intenso e con rigogliosi innesti di frutta secca.

Ancora una volta il gioco del confronto si conferma come una delle attività più stimolanti ed educative da compiere mentre si maneggiano compulsivamente bicchieri di whisky. Questi due Glen Keith, distilleria che non avevamo ancora provato ma che ci ha colpito in positivo, hanno anime in contrapposizione e approcciano il bevitore in maniera diversa sia al naso che al palato; alla fine però si ricongiungono sotto il tetto comune della qualità, dell’intensità e della spiccata personalità, che a ben vedere sono gli aspetti essenziali di questo vagabondare per le distillerie di Scozia. Al single cask di Silver Seal, recensito anche da whiskysucks, attribuiamo comunque qualche punto in più, seguendo il nostro gusto personale: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: JestofunkJestofunk, jestofunk

 

Longmorn 21 yo (1992/2013, Silver Seal, 58,8%)

Nell’approcciarci a questo Longmorn non abbiamo potuto fare a meno di notare che i tempi di distillazione, d’imbottigliamento e il tipo di invecchiamento sono molto simili a quelli di un altro imbottigliamento indipendente appena uscito e selezionato da Whiskyclub.it. E abbbiamo cominciato a roderci l’anima: ma non è che si tratta della stessa botte, magari amichevolmente smezzata? Con ogni probabilità no, e basta dare un’occhiata, che so, su whiskybase per vedere come di botti anagraficamente simili ce ne siano tante. Ma in ogni caso, avendo piacere di tenere una pietra di paragone a fianco del nostro bicchiere e ben consapevoli del possibile scivolone sulla classica buccia di banana, ci siamo divertiti a comparare virtualmente i due malti, giovandoci noi stessi delle memorie scritte che avevamo lasciato qualche mese fa qui sul sito.

ss_longmorn_1992_21yoN: molto aperto e, al contempo, intensamente alcolico. Se vogliamo confrontare i due imbottigliamenti anagraficamente simili, le somiglianze non mancano: una bella agrumatura a base arancia, un’atmosfera complessivamente molto cremosa (vaniglia, panna cotta); anche mele rosse, una vaga tropicalità e pesche sciroppate. Come elementi di parziale discrepanza, invece, ecco tantissima brioche all’albicocca, punte di fragoline rosse. Chiude un bel malto intenso e tostato. Si tratta di un naso molto invitante e generosamente complesso.

P: corpo davvero masticabile e cremoso, di intensità stellare: densissimo, maltoso, fruttato (pesca e albicocca). Il malto tostato è bene evidente (l’avevamo notato anche nel Longmorn Whiskyclub), mentre l’agrume pare un po’ in secondo piano qui. Nocciola e ancora suggestioni vagamente tropicali, esaltate dall’aggiunta di acqua, che rende la bevuta più agevole e spensierata, incentivando l’emersione della frutta più disparata.

F: lascia fuori la frutta più scoperta, richiudendosi su una lunghissima persistenza di malto e frutta secca (nocciola!).

Lasciamo ora perdere il gioco, vecchio come il mondo, della comparazione e concentriamoci su questo singolo Longmorn; raccogliamo il fiato con gli occhi chiusi, meditabondi. Poi, d’un tratto, spalancando bocca e occhi, esclamiamo: “buono!!!”. Ripetere l’esercizio fino a esaurimento scorte: 88/100. Grazie a Max e Betty per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Keely Smith & Louis PrimaHey boy! Hey girl!